Il signor Rodolfo
di Emil Zebru

Il signor Rodolfo amava il gelato: andava pazzo per il gusto malaga. Rispondeva cono, scuotendo la testa, quando veniva messo davanti alla scelta tra coppetta e, appunto, cono. La domanda era del tutto superflua, perché alla gelateria lo conoscevano bene, ma a loro divertiva chiederglielo comunque, proprio perché già pregustavano la sua reazione: era una specie di rito. Il signor Rodolfo in cuor suo sapeva che lo facevano apposta per canzonarlo, ma ne percepiva la natura affettuosa e quindi non se ne aveva a male. Come sempre, estraeva dalla tasca dei pantaloni qualche moneta, pagava lasciando la mancia, poi prendeva un tovagliolino (o sarvietta come diceva lui); sfilava il gelato dal porta cono sul bancone, e si congedava facendosi accompagnare all’uscita dai saluti cordiali del personale. Il signor Rodolfo, da che se ne aveva memoria, prendeva sempre e solo il cono al malaga, per poi sputare nella sarvietta le uvette, tant’è che molti gli chiedevano perché non prendesse il gelato alla crema se non gli andavano le uvette, ma il signor Rodolfo respingeva l’obiezione con forza. Terminata la pallina di gelato e arrivato al cono, il signor Rodolfo lo rosicchiava, ruotandolo tra le dita fino al raggiungimento dei trecentosessanta gradi, liberando così il gelato rimasto intrappolato in quella gabbia di cialda; cialda che poi sputava. Perché si incaponisse tanto a prendere il cono se poi non lo mangiava non era dato saperlo, ma forse era proprio sputare la cialda a dargli gusto. La storia del cono al malaga, così come altre sue innocue stramberie, erano note a tutti; quando il signor Rodolfo passava, le mamme lo indicavano ai bambini che, sorridenti, agitavano la mano per salutarlo. Il signor Rodolfo era un abitudinario, tutti i giorni pranzava con la pasta al ragù, e la sera cenava con del caffelatte nel quale inzuppava il pane vecchio. Tutti i giorni, dopo pranzo, indossava il completo carta di zucchero, si metteva l’orologio, l’anello d’oro con una pietra nera e si schiaffeggiava il collo con l’Aqua Velva; poi prendeva l’autobus per recarsi in città a mangiare il gelato. Si serviva sempre alla gelateria Gianni perché il proprietario (Gianni) era un suo conoscente di vecchia data. Gianni portava un foulard di seta al collo che gli dava un tocco giovanile e raffinato e, sotto la sua giacca intonsa da gelataio, era sempre vestito elegante. Con il signor Rodolfo, Gianni era sempre felice di scambiare quattro chiacchiere ed era chiaro che avrebbe voluto si fermasse lì con lui, ma il signor Rodolfo non voleva disturbarlo.
Un giorno, brandendo il cono al malaga come se fosse uno scettro, il signor Rodolfo imboccò il sentiero di una straordinaria passeggiata a strapiombo sul fiume, gremita di gente che si godeva il bel tempo e la frescura data dall’ombra proiettata dagli alberi. Trovando una panchina libera, il signor Rodolfo si sedette a contemplare quello scorcio di natura e a inebriarsi dell’odore dell’osmanto; nel mentre, sputacchiava le uvette nella sua sarvietta. Lo incantava ammirare il fiume lì sotto che, impetuoso, si faceva strada tra i massi che albergavano nel suo letto, mentre i piccioni, nel frattempo, si litigavano la cialda del suo cono. All’improvviso il sole si oscurò quasi totalmente, come durante un’eclissi, poi fu solo un’ombra, e davanti al signor Rodolfo si piazzò un gabbiano dalle dimensioni mai viste. Il ramo su cui si posò crepitò sotto il peso dell’uccello e sembrò quasi cedere quando questo, con un rapido movimento di becco, si sistemò le piume scomposte prima di assumere la posizione definitiva. Le pupille del gabbiano si dilatarono sempre più, fino a spalancarsi come un buco nero pronto a inghiottire il signor Rodolfo, ma il signor Rodolfo sembrava non curarsene, neppure quando lo spazzino del mare intimò:
«Dammi le uvette!»
«Le uvette sono mie e sono la cosa più preziosa che ho».
«Ma se le hai scartate».
«Le conservo per gustarmele in un’occasione speciale».
«Allora… ti mangerò gli occhi» disse con tono di sfida l’uccello.
Il signor Rodolfo aggrottò le sopracciglia distogliendo lo sguardo dal gabbiano e dirigendolo al fiume, poi abbassò la mano con la quale teneva il gelato e iniziò a guardarsi attorno e, come se parlasse tra sé e sé, disse:
«Non importa, mi ricorderò del verde di questi alberi, e l’impeto di questo fiume, anche solo udendo l’acqua che scorre veloce tra le rocce».
«Se ti mangio gli occhi morirai, vecchio» ghignò il volatile.
«Ah, questo non m’importa!» tuonò in risposta il signor Rodolfo.
Il gabbiano sobbalzò rimanendo a becco aperto per la reazione del vecchio, il quale scattò in piedi facendo alzare in un volo sgraziato lo stormo di piccioni. I pezzi di cialda croccante scricchiolavano sotto le scarpe del signor Rodolfo mentre, con le uvette strette in pugno, si sporgeva al limitare del sentiero. Quando il signor Rodolfo si fermò, alzò la testa verso le chiome degli alberi arruffate dal vento; così fece anche il gabbiano che, quando abbassò di nuovo la testa, si accorse che il signor Rodolfo non c’era più.
