Les nouveaux réalistes: Claudia Ferretti

L’appartamento
di
Claudia Ferretti
Non ero felice quando sono venuta ad abitare in questo appartamento. La vita come la conoscevo era finita. Ed era finita male.
«Adesso tu mi dici che cos’hai.»
«Niente.» dici tu, come sempre.
«Hai un’altra.»
Silenzio.
Dicevano che nel 2012 sarebbe finito il mondo, invece siamo finiti noi.
«È una casa perfetta per una donna single. Vede signorina, qui c’è la cucina con il piano a induzione. Mentre lì, davanti a lei, c’è il divano. E non è un semplice divano, è un divano letto! Provi, signorina, si sieda.» dice l’agente immobiliare spingendomi verso il divano.
«Si sieda, forza. Così. Ora si giri e guardi verso destra. Vede che bellissima vista verso il cortile del palazzo? È dell’Ottocento.»
«Il divano?» chiedo io.
«Ma no, signorina… Il palazzo».
Non ce la posso proprio fare.
«Non credo che questa casa faccia per me. È davvero piccola. Non amo l’idea di avere i fornelli accanto al computer e l’odore di cipolla nel letto.»
«Nel divano letto, un bellissimo divano letto.»
«Sì, scusi. Il divano letto dell’Ottocento.»
Ti chiamano “Il Lustrina”, perché tutto deve brillare al bar della stazione. Anche a casa. Ogni acciaio deve essere uno specchio e ogni vetro deve essere tanto lindo da sembrare invisibile. Come quella volta che pulisti la boccia di Antony Ionio, il nostro pesce rosso, così bene che ebbe un attacco di panico e morì. O forse fu una reazione all’ammoniaca che usasti per togliere il calcare.
Il giorno dopo galleggiava a testa in giù. Mancava solo la bandiera bianca issata a poppa.
«Passi qui nel viale, mi segua. Questa è la porta d’ingresso, faccia attenzione e lasci sempre le scarpe sempre qui nella scarpiera condominiale. In questo modo manteniamo lo stabile igienizzato e silenzioso. Non vogliamo scatenare una nuova pandemia vero?»
«Credo che con la terza guerra mondiale non avremo molto tempo di pensare a queste stronzate.»
«Mi scusi?»
«Stavo mandando un vocale.»
«Dicevo, che l’igiene per noi è fondamentale.»
«Anche i cani si puliscono le zampe prima di entrare?»
«Quali cani? Gli animali sono banditi dal palazzo.»
«Io ho un gatto.»
«Molly resta con me.» dico.
Silenzio, come sempre.
In questa casa c’è tutto ciò che mi serve: una stanza abitabile (così è scritto nel contratto), un bagno, una cucina e il balcone per Molly. Tutto qui, ma può bastare. Il prezzo è ottimo e la posizione perfetta: a due passi dal centro storico e a due semafori dalla tangenziale. Un giorno resto e un giorno scappo. Come piace a me.
Ami circondarti di cose belle, anche se non hai un euro. Ami le stampe d’autore, i quadri dei tuoi amici artisti e gli oggetti di design.
«Guarda com’è bello questo vaso color piombo.»
«Tesoro, questo È di piombo.»
«Allora?»
«È tossico e tu non hai piante.»
«Potremmo metterci il tuo…»
Silenzio.
«Ho comprato un tappeto nuovo.»
“È così grigio che può confondere anche la polvere.” penso io.
“Guarda che bei ciuffi” pensa Molly.
Le sue ore sono contate.
“Ecco, la metto qui.” dici a te stesso mentre attacchi la calamita a forma di pizza napoletana tra gli ombrelloni di Rimini e la birra tirolese.
Ma c’è ancora chi attacca le calamite al frigorifero? Io pensavo fosse una moda anni Novanta, come gli scobidou, i frisè e i leggins psichedelici.
«Mi aiuti? Sono pesanti.»
«Cosa sono?»
«Mensole. Le fa Dugo, ricordi lo scultore?»
Le portiamo in sala.
Guardandole ci si chiede quale sia il vero significato della parola “mensola”, quale sia lo scopo di questo oggetto, la sua ragione di essere, il suo intimo desiderio.
Usiamo dieci fischer per appendere al muro le Dugo in legno massiccio. E non sono ancora stabili. La notte mi sveglio di soprassalto sognando che cadano facendo implodere tutta la casa su se stessa: un grande buco nero di calamite e ciuffi di pelo.
Il mattino, mentre faccio colazione, guardo le mensole proprio davanti a me, ne osservo la forma. Sono due trapezi scaleni: quadrilateri convessi con due lati paralleli e gli altri due di lunghezza diversa. Ogni lato è diverso dall’altro, uno più lungo, l’altro più corto e così via. Ovviamente nelle Dugo i lati più corti sono quelli orizzontali, quelli che rendono una mensola una mensola. Quelli su cui avrei voluto porre i miei libri, o le mie piante, o i miei soprammobili. Perché a questo serve una mensola, ad appoggiare le cose.
Invece sulle Dugo no: tutto appoggi e tutto scivola via. Un monito alla caducità della vita.
Quando sono arrivata in questa casa non c’era niente. Solo io, Molly, il letto, il microonde, il water e la doccia. E quella mensola, rossa, lunghissima, liscia, in legno. Che poi non è proprio rossa. Per intenderci: non è di un rosso primario o magenta, ma tende leggermente all’arancio. Solo leggermente. Io odio l’arancio. L’arancio è il più brutto dei colori: non ha traccia di nostalgia.
Io AMO questa mensola rossa (non arancione), lineare, lunga, liscia.
Posso riempirla di libri, di vecchi compact disc, di piante grasse e di vasetti. Oppure lasciarla vuota e immaginare nella sua cornice l’orizzonte che preferisco.
Qualsiasi cosa io posi su questa mensola diventa meravigliosa.
L’altro giorno vi ho appoggiato persino il cofanetto con tutti i successi di Festivalbar ’87. È diventato così bello che quasi quasi lo avrei inviato su Voyager. Così gli alieni avrebbero potuto ballare Boys di Sabrina Salerno.
Questa è la mensola dei miei sogni. Un monito alla stabilità e alla fantasia.
Quando sono arrivata in questa casa non ero felice.
Ma qui ho trovato la mia mensola.
E non mi importa se non c’è mai parcheggio nel cortile interno. Non mi importa e se ogni quarto giovedì del mese fanno la pulizia delle strade e io al suono delle spazzole sul cemento mi sveglio nel pieno della notte con il cuore che pompa a duemila, scendo in strada, in pigiama e ciabatte, e sposto la macchina per non prendere la multa.
Non mi importa se ogni volta che piove devo indossare le scarpe da guado perché il vialetto del condominio si trasforma nel Rio delle Amazzoni.
Non mi importa se quando sono in call con gli scienziati dell’Istituto Nazionale di Astrofisica Italiano i vicini di casa ansimano e urlano per ore e se nemmeno la correzione automatica del rumore di Meet riesce a cancellare i loro versi.
Non mi importa se l’ascensore non si ferma MAI perfettamente allineata al pavimento del pianerottolo: è un attentato alle caviglie di tutte le donne che indossano i tacchi.
Non mi importa se quando esco di casa incontro sulle scale la mia anziana padrona di casa che si prepara per andare alla riunione parrocchiale a cui è stata invitata il 3 gennaio 1983.
«Signora, si fermi. Ormai è in ritardo. La riaccompagno a casa.»
Mentre aspettiamo insieme che arrivi il figlio mi racconta la sua vita attraverso le ceramiche appese al muro. «Questa l’ho presa quando sono andata in Svizzera. E questa me l’ha regalata mio figlio quando è andato in Francia, il mio Gianfranco è così bravo…» Sono più di cinquanta.
«Eccolo, è arrivato. La lascio con lui, non è sola. Mi raccomando, la prossima volta sia più puntuale. È maleducazione fare aspettare le persone tutti questi anni.»
Non mi importa di essere sola in questa casa. Io amo la mia solitudine.
Non mi importa di essere sola in questa casa. Io non ho paura.
Non mi importa, perché questa è la casa che desidero. Una casa con una mensola rossa che io possa vedere ogni mattina.
«Il gatto lo prendo io. Ti lascio il tappeto e l’aspirapolvere.» Ti dico senza guardarti in faccia.
«Se vuoi le mensole prendile tu, so che ci tieni.»
