Nuda
di Laura Mancini

La signora Russo avanza come un battello sbattuto dai mari. A sostegno della sua oscillazione è il solo carrello, sbrindellato ma perfettamente efficace, al pari delle sue anche e della sua intera persona. Lo riempie fino all’orlo con l’aiuto di un ragazzo del banco della frutta, paga il conto, lascia la mancia al ragazzo e si rimette sulla strada di casa. Guardami pure, dice con gli occhi al portiere che la scruta sulla soglia del palazzo e si sente tanto superiore a lei nonostante zoppichi a sua volta. Ma io sono anziana e tu no. Al mercato la conoscono tutti, controlla che i peperoni abbiano quattro punte, che la buccia delle arance sia ruvida, che le foglie così e la polpa colà, non gliela si fa. Ma nessuno se la prende, ormai si sono compresi, lei e il mondo, quindi è sì concesso schernirla ma sempre restando nei limiti del gioco e usandole il dovuto rispetto. La signora Russo accetta quel tipo di umorismo poiché è una donna di spirito e antepone l’umanità al resto, è in grado di dirne quattro a sua volta, ma con affetto. Ha imparato che a Roma funziona così molti anni fa, quando è giunta dalla Sicilia per accudire dei bambini che ora sono adulti e la chiamano zia al telefono.
Suo marito è stato un uomo per certi versi simile a lei, ha saputo godersi la vita, sostituire un paesaggio all’altro all’occorrenza, apprezzare la musica e l’arte, lavorare con calma, senza mai cedere a manie carrieriste. Nel tempo libero si è occupato della campagna e circondato di amici a cui amava offrire situazioni simpatiche, in cui ognuno era benvenuto e si mangiava bene, si tirava tardi. Il loro matrimonio, che per lui era il secondo, è stato allegro e spensierato, molto contagiato dal canto e dal ballo, molto desiderato e a volte sbandierato, ma per pura ilarità, senza volontà di sfoggio. Quando la signora Russo torna con la mente a quegli anni – non nel banale discorrere con chi capiti a tiro, ma come è solita fare quando è sola e riflette a fondo sulla loro alleanza, ricordandola con tutta la tenerezza e la serietà che le sono proprie – non nutre alcun rimpianto, si sente in pace col passato e grata per aver condiviso con la persona giusta un’esperienza sincera e priva di ombre.
Le ombre però ci sono e sono i figli del primo matrimonio di lui. Pretendono di vendere la nuda proprietà della casa: appartiene a loro. Sembrano averle concesso fin troppo lasciandovela abitare indisturbata per tutti questi anni, o forse è stata la legge ad averle fatto il favore? L’immobile va ristrutturato, disinfestato, ridacchia la signora Russo pensando alle spese che dovrà sostenere il nuovo inquilino quando lei tirerà le cuoia. Tra i danni evidenti, due pareti fradicie di umidità, perdite ovunque dovute a infiltrazioni della guaina del terrazzo condominiale, persiane letteralmente a pezzi – una è precipitata sulla strada, di notte, senza colpire altro che il marciapiede – e le mattonelle tutte rotte, le crepe, la muffa, l’impianto elettrico da corto circuito quotidiano. Nonostante il freddo d’inverno e il caldo d’estate, la signora Russo continua ad abitare tra quelle quattro mura senza alcun impianto di riscaldamento o areazione, col solo aiuto di una stufetta che porta con sé di stanza in stanza d’inverno e il trucco della nudità integrale d’estate. Quando i vicini bussano inaspettatamente alla sua porta per offrirle una cassa d’acqua o chiederle se abbia bisogno di qualcosa in farmacia, si copre con un asciugamano e si affaccia alla finestrella che dà sul pianerottolo esibendo il mezzo busto semi-nudo. Loro la conoscono e la capiscono, forse le vogliono bene.
A ognuno il suo paradiso e il mio è la campagna, dice spesso, peccato non possa più andarci a proprio piacimento da quando le hanno ritirato la patente e l’anca le dà tutti quei problemi. Di solito chiede aiuto alla nipote ma solo se la sa libera dal lavoro e dal fidanzato, non indaffarata con l’arredamento della casa e i matrimoni delle colleghe, gli aperitivi, le gite, i pranzi e le cene, le attività tipiche delle persone della sua età che non hanno ancora costituito un nucleo stabile (così vede la cosa sua zia). Nelle brevi pause dalla fitta agenda pre-coniugale la nipote può portarla in campagna. Durante il tragitto chiacchierano, ma è la signora Russo a dominare la conversazione, riversa addosso alla nipote tutti i pensieri che ha tenuto in serbo per l’incontro e pur volendole bene ed essendo curiosa di comprendere come si evolverà la sua vicenda sentimentale – è questo il suo principale cruccio – è sempre lei a enumerare le cose fatte durante la settimana appena conclusa, i buoni propositi per quella a venire e, nel tratto più velenoso del discorso, le piccole ripicche rivolte alla sorella (madre della giovane donna) e al cognato, colpevoli di snobbarla e abbandonarla a sé stessa.
Tutt’altro personaggio rispetto a quello della vittima, però, la signora Russo, che accetta la sorte, la vedovanza, la vecchiaia, la coxartrosi, la perdita della mobilità, l’imposizione della nuda proprietà coltivando brevi ma costanti momenti di edonismo. Ogni giorno al risveglio, dopo la doccia e la colazione, si mette il rossetto, acconcia i capelli, spruzza il profumo ed esce nel mondo col suo carrello, niente affatto intimidita. Trascorre la serata e parte della notte su una poltrona recentemente ritappezzata con un fresco tessuto a rose e guarda la televisione. Ha scoperto un canale del digitale terrestre su cui danno tutti i film che sono stati insigniti dell’Oscar e in quello trova una riserva perfetta per le sue ore notturne, riesce a vedere anche due o tre film consecutivi prima di coricarsi intorno alle tre. Il salotto non confina con la camera da letto dei vicini e il palazzo, uno stabile degli anni Trenta, vanta mura incredibilmente spesse, dunque nessuno protesta per il volume, tenuto al massimo. Almeno una sera a settimana si concede una pizza nel ristorante sotto casa, spesso in compagnia di un’amica. Poiché la signora Russo è un’abile panificatrice e negli anni ha consolidato un gusto esigente in materia di lievitati, si prende la licenza di sovrapporre due pizze dal sottilissimo impasto e di costruire così un piatto che ritiene di piena soddisfazione per il suo palato e la sua fame – nel giorno della pizza, salta il pranzo in vista dello strappo serale. Il pizzaiolo, sottomettendo un’irascibilità quasi leggendaria all’eccezionale carattere della cliente, preimposta la situazione in modo tale che gli ingredienti delle due pizze non confliggano. Il gesto dell’accoppiamento è eseguito dal vivo, dalla stessa signora Russo, sotto lo sguardo esterrefatto dei vicini di tavolo.
Un giorno le viene comunicato telefonicamente dall’avvocato che la nuda proprietà è stata venduta ai nuovi condomini. Sono due ragazzi appena arrivati nel palazzo, hanno il macchinone, parlano ad alta voce, salutano e non salutano. Lui fa l’avvocato, lei l’agente di commercio, aggiunge la vicina del primo piano che scandaglia meticolosamente le identità di tutti gli inquilini del lotto. Ronzano intorno al palazzo da tempo, si informano su chi venda, su chi ristrutturi, vengono dalla provincia, hanno le loro mire.
Venduta, venduta con me dentro, mia non più, mia neanche prima, ma ora già di altri, in attesa della mia morte. Alla signora Russo vacilla l’umore, annulla l’appuntamento dal parrucchiere e si chiude in casa a fare poco, sapendosi spogliata dell’unico scudo che l’ha finora protetta, dell’unico luogo in cui lo spirito del marito sa di poterla trovare, dello scenario che ha testimoniato il loro amore adulto, inaspettato e poetico, la vita bella che lei sente ancora pulsare, sotto a tutto, ma che ora qualcuno col macchinone intende strapparle. Non è così, si dice, ma è così eccome, e lei lo sa.
Quando incontra la ragazza della coppia di acquirenti la saluta cordialmente aspettando che l’altra dica due parole sul fatto. L’altra invece dopo un sorriso un po’ ebete e un silenzio di qualche secondo continua a fare ciò che sta facendo, scegliere i peperoni, li prende tutti a tre punte. La signora Russo attende che se ne vada per farsi servire, come se il cibo possa essere intossicato dalla sola presenza nemica. Molto peggiore è lo scambio col marito. La sorprende alle spalle, per le scale che dividono l’ingresso dall’ascensore e che lei sta percorrendo senza fretta di arrivare a meta. Le strappa il carrello di mano rischiando di farla ruzzolare a terra, lo trascina a passi isterici e sbatacchiati fino al gabbiotto e chiama l’ascensore con fare agitato. Si mostra entusiasta, iper-gioviale, le grida aspettavo di presentarmi, speravo ci fosse anche lei all’atto! E invece c’erano solo quei mostri, valuta la signora Russo senza dire altro che: piacere, Pia. Lui replica con un cognome che lei non capisce né ricorda – l’amica del primo piano gliel’ha ripetuto più volte ma invano, non le entra in testa. Finalmente l’ascensore arriva e lui le dice prego, scusi, prima lei, enfatizzando la banalità di dare la precedenza a un’anziana, chiedendole infine se abbia bisogno di una mano in casa, nel riporre la spesa. È abbronzato, basso, ha i capelli scuri, gli occhi neri, il ventre protratto, sembra un castoro in giacca e cravatta. La signora Russo risponde no grazie, arrivederci.
Poi una febbre la schianta sul letto per giorni. Appena guarisce va in campagna a seminare, ma l’anca le duole e il lavoro richiede il doppio del tempo consueto, la nipote si offende per certe sue considerazioni sul passaggio dalla fase della convivenza a quella del matrimonio, non è detto che dopo tanto sermone la vorrà accompagnare con particolare slancio, nei prossimi tempi. Quando torna a Roma la città è chiassosa e il resto tutto uguale, solo: la casa sembra più cadente del solito, le pesa pulirla e ad aggiustarne le pecche le pare di fare un favore ad altri e un po’ stronzi. La signora Russo moltiplica i film e le ore di sonno, dimezza le uscite, di pizze una sola e da asporto.
Dopo qualche mese incontra la ragazza e scommette che nella sua pancia a punta stia crescendo un piccolo castoro, dopo aver visto nascere uno stuolo di fratelli in sequenza può darlo per certo. Cerca la luce negli occhi della giovane donna e trova il vuoto cosmico, io non vorrei averti in antipatia, ma tu sei piatta come una piastrella, considera senza amore. E sì che un bambino, un bambino è tutto ciò che c’è di bello. A lei e al marito non è venuto in dono, forse per un intoppo delle ovaie, visti i risultati pregressi di lui – quei tre uccelli rapaci che da quando la nuda proprietà è andata non l’hanno più cercata e staranno ora sperando che sia lei a dare notizie, ma dall’oltretomba. Che cosa debba sperare, anche questa ragazza alle prese con una cameretta provvisoria da tirar su nei sessanta metri quadri a disposizione, può ben immaginarlo, ma imponendo uno stacco tra sé e il mondo lascia che le ruote del carrello vi scivolino sopra dicendo: buongiorno, come sta?
L’amica del primo piano va incontro alla signora Russo urlando quelli che ti hanno rubato la casa vogliono comprare un pezzo del terrazzo condominiale! Poi scruta il resto della platea come stordita, si aspetta una reazione. Oh, ma siamo impazziti!, erompe in un moto di rabbia che le fa ballonzolare i seni. I residenti storici siedono riuniti in una specie di pre-assemblea condominiale nei locali lavanderia, ma tra chi si fruga nelle tasche e chi ha perso il filo del discorso si intende che in pochi sono infervorati quanto lei, ci dovrà lavorare. Aderiscono all’indignazione da posizioni distinte la donna che ha convertito l’appartamento dei genitori in una casa vacanze e nel luogo conteso suggerisce aperitivi al tramonto ai suoi ospiti e un uomo alto e solitario, in pensione da un pezzo. Sommo fruitore del terrazzo, vi stende le lenzuola, legge il giornale e porta a spasso il gatto – in molti malignano sul fatto che l’animale, ingobbito e alienato rasente il muro, abbia in realtà paura, che preferisca il salotto. La signora Russo ragiona tra sé e sé su un trasferimento in campagna, più per cartoline intuitive che seguendo una vera e propria sintassi. Sente già la voce della nipote negare ogni logica all’iniziativa – con la tua anca, in quel posto isolato! E poi la casa: vorrebbe dire abbandonarla, arrendersi prima del previsto.
Il castoro all’assemblea seguita al consesso dei vecchi condòmini avanza la sua proposta e l’assemblea vota contro compatta, ad eccezione di una famiglia di nuovi residenti e dell’unico inquilino che il terrazzo lo ha in casa. La signora Russo può esprimere la sua preferenza nonostante gli iniziali timori di estromissione e quando il suo sguardo incrocia quello del ragazzo scatta una questione da Ulisse contro i Proci, ma con la finezza di una monaca lei riesce a sorridere enigmaticamente e alzare la mira, porre un quesito tecnico e inaspettato all’amministratore cogliendo l’interpellato e il pubblico intero alla sprovvista. Il giovane richiedente reagisce con nonchalance all’arresto dell’arrampicata condominiale, lasciando intendere di averci provato come il culto tutto italiano del piccolo sopruso quotidiano insegna. Nessuno accetta l’ironia, le sedie scricchiolano sotto movimenti che denunciano fretta di rincaso. Vedendosi accerchiato da un certo scetticismo il ragazzo si riduce ad accennare ad alcune novità private che lo avrebbero indotto a cercare più spazio, più aria, e la signora Russo decide di non morire mai. Sbarrerà le violenze verticali, vendicherà la gentilezza maritale, dirà la sua, mangerà ancora milioni di pizze. L’amica del primo piano, mentre defluiscono dalla sala parrocchiale che ha ospitato la riunione le dà di gomito come per dire hai visto, abbiamo vinto! Ma lei finge di non aver visto, di non aver vinto. Incede maestosa verso la casa in cui abita, pronta alla sua maratona di film, alla notte di cui resta padrona indiscussa. E non c’è anca che le dolga né vento che la inclini.
Non aspetta di vedere il fiocco sul cancello per sferruzzare le babbucce, azzurre a colpo sicuro e infatti è un maschio: benvenuto Leonardo. Alla comparsa della coccarda la signora Russo le impacchetta e lascia di fronte alla porta dell’appartamento dei vicini, ma proprio mentre si allontana, forse per il cigolio delle ruote del carrello, la porta si apre di scatto, è la giovane mamma, estatica per via degli ormoni. Le mostra il castorino, un sosia come c’era da aspettarsi, ha gli occhi chiusi, molti capelli e tutta la vita davanti. La signora Russo si emoziona come sempre al cospetto di un neonato. Toccandogli piano i piedi respira la sua aria nuova, pregando in senso lato per il suo futuro e per il proprio, così stranamente consecutivi, così estranei a ogni cupidigia. Sotto la coperta che lo avvolge è la sola pelle del bambino, nuda, pensa la signora Russo. Nuda, ripete ancora tra sé e sé, sulla via del mercato.
