Tra inferni e paradisi. Vita e teatro di Dario Bellezza
di Marco Beltrame
Vita e teatro
Se non “il miglior poeta della nuova generazione”, come Pier Paolo Pasolini lo aveva definito, Dario Bellezza è stato di certo il poeta che con maggiore originalità ha interpretato aspirazioni e ansie di un periodo come quello che dal Sessantotto attraversa gli anni Ottanta e giunge alla soglia del nuovo millennio. Prima dell’opera, è la sua stessa biografia a sembrare perfettamente inscritta in quel complicato secondo Novecento le cui giovani generazioni, infiammate dalle idealità della Contestazione, sono poi costrette a vivere il drammatico ritorno all’ordine degli anni Ottanta, con quel surplus di sofferenza rappresentato dalla comparsa dell’AIDS che, se dagli ambienti cattolici più sessuofobici viene letta come la giusta punizione per gli omosessuali dalle vite disordinate, si rivela poi trasversale infliggendo una dura sconfitta a tutti coloro che avevano sperato nella libertà sessuale come chiave d’accesso per una più totale trasformazione dell’individuo e delle relazioni umane.
«Rimbaud di Monteverde» [1] precocemente consapevole della propria omosessualità e del proprio essere poeta, Bellezza si racconta come adolescente autodidatta e lettore compulsivo. La vocazione poetica gli imporrà scelte drastiche: presto interrompe l’università e lascia la famiglia, prendendo le distanze da ogni ambiente sentito come costrittivo nel suo carattere piccolo-borghese. Questo inquieto enfant prodige ha però la fortuna di essere subito riconosciuto come un talento, ed è accolto in quella cerchia di grandi nomi che hanno inventato e abitato forse l’ultima età dell’oro della cultura italiana. Sarà tra loro che Bellezza ritrova genitorialità più congeniali. In primo luogo, c’è Pasolini, quel padre e maestro a cui il giovane poeta è ben felice anche solo di leggere la corrispondenza e scrivere qualche risposta. «Gli ho fatto da segretario, per tre anni, dal ’69 in poi. Prima non avevo mai avuto una lira, campavo con le ripetizioni, le traduzioni […]. Quando ho conosciuto Pasolini, vivevo da solo. […] Eravamo amici. Lo siamo rimasti fino alla fine». [2]
Alberto Moravia invece ne segue da vicino il debutto editoriale firmando la prefazione del romanzo L’innocenza (De Donato, 1970). «Siamo stati amici per più di venticinque anni. L’ho conosciuto quando ne avevo venti. Con lui non ho mai avuto problemi… era talmente intelligente!» [3]. Pasolini e Moravia sosterranno il loro pupillo in più modi, procurandogli collaborazioni con stampa e radio, committenze per il teatro, quindi un posto fisso nella redazione di «Nuovi Argomenti».
Fondamentali, ma per motivi più privati, sono poi le madri. In diverse fasi della vita questo fanciullo in disperata ricerca d’affetto materno lo chiede e lo trova in amorose amicizie con alcune delle maggiori scrittrici del suo tempo: Amelia Rosselli, Anna Maria Ortese e soprattutto Elsa Morante. Con quest’ultima il poeta intreccia un rapporto complesso, ardente, la cui fine lo tormenta a lungo.
“Io credo che questi scrittori, fra i tanti meriti, avevano quello di vivere in funzione della letteratura […]. Penso che la letteratura sia un sacerdozio, sia qualcosa a cui ci si deve dedicare completamente.” [4]
Nel 1971 Bellezza ottiene un immediato riconoscimento da parte della critica con Invettive e licenze (Garzanti): la sua poesia è giudicata tra le più singolari del panorama letterario. Se la nuova generazione di poeti si definisce in polemico contrasto con gli sperimentalismi della Neoavanguardia, l’esordio di Bellezza è partecipe di questo “ritorno all’io” («Il mare di soggettività sto perlustrando / immemore di ogni altra dimensione» [5]) ma declinato in modo personalissimo: l’irrompere della sua voce sorprende per vitalità e franchezza estrema, in una lingua altamente riconoscibile. «Folle è ritrovarti. Folle è / l’abiezione di cercarti. Stolte / vendemmie del Vendicatore / i tuoi baci malati danno / ancora sapore alla mia bocca; / e non mangio per non perderli / del tutto, non inghiotto e / m’aggiro nell’odore della / stanza tua e le parole usate / dell’amore mi fanno una triste / compagnia» [6]. Da lì in poi l’opera di Bellezza sarà una continua disamina del proprio privato, diario in versi di un omosessuale sfacciatamente messo in pubblico. Se dagli anni Cinquanta è nella borgata che Pasolini cerca vite e amori incorrotti, Bellezza si muove in un paesaggio tutto urbano, lì dove Roma esibisce tra le sue ferite più dolorose una gioventù sconfitta dalla tossicodipendenza e avviata alla prostituzione del corpo e dei sentimenti, angeli-demoni idealizzati nei versi ed enigmatici protagonisti attorno a cui ruotano le vicende di romanzi e testi teatrali. È poi con Lettere da Sodoma (Garzanti, 1972) che Bellezza fa un impetuoso affresco della condizione omosessuale di quegli anni. «Il tentativo è stato quello di dare uno spaccato della società dei cosiddetti ‘diversi’ […]. ‘Amori irrisolti e avventure senza speranza’, come ha scritto Goffredo Fofi, che si intersecano a storie di droga e di sesso» [7].
Se negli anni Settanta la poesia ha ancora un suo posto di pregio nel sistema editoriale – si pensi a iniziative come le antologie Il pubblico della poesia (Lerici, 1975) a cura di Alfonso Berardinelli e Franco Cordelli, e La parola innamorata (Feltrinelli, 1980) di Giancarlo Pontiggia ed Enzo Di Mauro –, è con la morte di Pasolini e poi con i rocamboleschi esiti del Primo Festival Internazionale dei Poeti, organizzato nell’estate 1979 sulla spiaggia di Castelporziano dagli animatori della cantina romana Beat 72 Simone Carella, Ulisse Benedetti e Cordelli, che da più parti si iniziano a percepire i segnali di un progressivo, irreversibile disincanto del pubblico nei confronti della poesia.
Con gli anni Ottanta e il definitivo imporsi della società dei consumi, le cui ripercussioni travolgono anche il sistema culturale, le reazioni degli autori sono tra le più varie. Rifiutando marginalizzazione e silenzio, Bellezza risponde con una attività frenetica: sono di questi anni le maggiori raccolte di versi, i romanzi, i saggi (ne sono prova Morte di Pasolini, Mondadori, 1981, e Il poeta assassinato, Marsilio, 1996). Con spiccato eclettismo esplora anche le possibilità del giornalismo e del cinema, fino a reinventarsi come irriverente e controverso personaggio del piccolo schermo, in un momento in cui anche in Italia nascono i primi salotti televisivi: impressi nella memoria rimangono la polemica con Aldo Busi a “Mixer Cultura” nel 1988 e negli anni Novanta la sua presenza al “Maurizio Costanzo Show”.
“Io sono tentato sempre tra queste due anime: il sacerdozio della poesia, il sacrificio di ogni altra cosa come hanno fatto Penna e altri poeti del Novecento, Saba, Ungaretti, oppure questa prolificazione di gesti, questo manierismo pasoliniano per cui si fanno tante cose, come faceva Cocteau, che manifesta grande vitalità senza fare le cose però allo stesso livello. Sono atteggiamenti letterari diversi; e oggi tutti vogliono fare poesia, il romanzo, il saggio, il professore, la regia, nessuno ha più la pazienza di sacrificare la vita.” [8]
L’intensa prolificità artistica porta Bellezza ad affrontare, in un trentennio di attività, diversi generi letterari tra cui a più riprese quello teatrale, dalla traduzione alla performance, dal dramma in prosa fino a un originalissimo, autobiografico teatro in versi.
È nel vivace ambiente romano degli ultimi decenni del Novecento, suggestionato dalle sperimentazioni di un nuovo teatro anche internazionale, che si inscrive la traiettoria drammaturgica di Bellezza. La sua è una generazione di scrittori che verifica le potenzialità della dimensione fonica della poesia: prima ancora di “Un poeta a settimana”, storico ciclo di performance ideato nel 1977 da Carella, Cordelli e Benedetti al Beat 72, preludio al risonante Festival di Castelporziano, i nuovi poeti percepiscono fortemente i limiti della tradizionale forma libro e si provano a stabilire nuove forme di comunicazione, intanto con delle letture pubbliche. Il passo successivo è la produzione di vere e proprie drammaturgie, che pare sia un’entusiasmante occasione di confronto con un genere prima inesplorato, ma anche pretesto per la ricerca di un pubblico diverso e più ampio per la loro poesia. Da sottolineare che, nell’approcciarsi al teatro, Bellezza non indossa le vesti di drammaturgo puro, ma anche in quel genere afferma e rivendica la propria natura di poeta, dichiarando il genere teatrale una naturale estensione della propria parola poetica.
A riguardo scrive Stefano Crespi in una recensione di Testamento di sangue (Garzanti, 1992):
“La poesia di Dario Bellezza ha sempre avuto un rinvio a uno spazio teatrale dove erano impliciti gesti, toni, artifici sensuali, e soprattutto una presenza autobiografica: come se sulle tavole corrose e tra i falsi ori di un palcoscenico potessero aver corso luci, lusinghe, dannazioni, languori fuori storia, potessero essere declinati versi perfetti e toccanti.” [9]
Il corpus teatrale di Bellezza è costituito da sette testi compiuti, la cui genesi è riconducibile a tre distinte stagioni. La prima, giovanile e immersa nel clima di contestazione sessantottesca, è rappresentata dal dramma in prosa Apologia di reato, scritto nel 1969 e apparso l’anno successivo su «Nuovi Argomenti»; segue una fase liminale, nella seconda metà degli anni Settanta, con Morte funesta (1979): testo spartiacque in cui l’autore non solo approda definitivamente alla forma del teatro in versi, scelta stilistica a cui rimarrà fedele per tutta la produzione maggiore, ma per la prima volta opera una compiuta teatralizzazione della propria poetica, trasponendo motivi e figure del suo mondo lirico in materia drammaturgica; infine l’ultima stagione comprende i lavori non originali Donna malata (1987) e Turbamento (1995) e culmina nella trilogia dei drammi in versi, Salomè (1991), Testamento di sangue (1992) e L’ordalia della croce (1994). È in questa fase che il teatro di Bellezza raggiunge il suo apice creativo.
Tale ripartizione è meramente cronologica, non tanto tematica o stilistica, dal momento che nell’intera opera drammaturgica Bellezza si mostra coerente pur nella varietà di vicende e personaggi affrontati. Se da un lato è sicuramente leggibile il confronto con alcuni modelli letterari – l’esempio delle tragedie pasoliniane, l’idealizzazione del giovane criminale di matrice genettiana, o il prototipo della Salomè wildiana –, predominante nel teatro di Bellezza è la forza del suo universo poetico: così come in versi, romanzi e racconti, anche quello del dramma è spazio in cui dare corpo e voce ai fantasmi del privato.
Già in Apologia di reato il drammaturgo esordiente affida ai giovani detenuti in un carcere minorile il proprio spirito violentemente contestatario e antiborghese: «Ci vogliono convertire: al perbenismo, al conformismo, ad essere dei gregari potenziali, carne da macello» [10]. Con i più maturi Salomè, Testamento di sangue, L’ordalia della croce, Bellezza recupera i grandi archetipi del mito e della storia, scolpendo figure di elevata statura lirica, a cui affida alcuni dei momenti più intensi di tutta la sua produzione. Ma dalla principessa Salomè al sanguinario barone Gilles de Rais, protagonista de L’ordalia della croce, fino alla figura dolente del Poeta di Morte funesta e Testamento di sangue, non si tratta che di moltiplicazioni dell’autore, che indossa le più diverse maschere, gridando viscerali, strazianti confessioni autobiografiche. «O amore / perdonami di averti trascurato: / ora mi inginocchio davanti a te, / mi prostro; ti supplico, resta: / non sparire con la tua bellezza. / Uccidimi magari, nella tua forza / che mi dà vigore, m’irrobustisce, / e mi rende tremendamente succube, / finito» [11].
La malattia interrompe troppo presto una storia umana e artistica tra le più originali della nostra letteratura. Il 31 marzo 1996, all’età di cinquantuno anni, Bellezza si spegne a causa di complicazioni legate all’AIDS, lasciando una straordinaria opera.
Alcune riflessioni metodologiche sul teatro di Dario Bellezza
Quella di Dario Bellezza è una teatrografia di cui non si aveva completa concezione. A questa contribuisce la limitata fortuna editoriale delle sue opere: di sette suoi lavori sono apparsi in volume Apologia di teatro (Pellicanolibri, 1985), Salomè (LIBRiA, 1991), Testamento di sangue (Garzanti, 1992) e Donna malata (Il Segnale, 1997). Il resto della sua drammaturgia (Morte funesta, 1979; L’ordalia della croce, 1994; Turbamento, 1995) è affidato a rari copioni o disperso tra contributi in rivista.
Fino ad ora l’attività di Bellezza drammaturgo non era stata esplorata nella sua continuità, né riconosciuta nel suo valore, dunque mai collocata al suo giusto posto nel più ampio contesto del Nuovo Teatro italiano. La ricerca qui presentata invece offre il quadro più completo dell’intero corpus drammaturgico di un poeta che non si è mai sottratto alle regole della scrittura per la scena e nel teatro si è espresso alla medesima altezza artistica della sua produzione in versi. Subito necessaria si è rivelata una capillare ricognizione di materiale documentario, avviata con un lavoro di mappatura dei fondi e degli archivi privati che si supponeva potessero conservarne tracce.
Messo all’asta nel 2009 – asta andata deserta per mancanza di offerte sia dallo Stato che da privati – l’archivio personale di Dario Bellezza è stato in seguito acquisito dal collezionista e curatore Giuseppe Garrera, che lo ha così salvaguardato dalla dispersione. Questo archivio è un’importante testimonianza del suo laboratorio di scrittura segnatamente per l’opera poetica e narrativa, l’impegno politico e poi per quella documentazione più privata come diari e lettere. Vi si conservano anche alcune rarissime prove giovanili, in forma sia manoscritta che dattiloscritta, verosimilmente inedite. Di difficile decodificazione, questi testi retrodatano alla metà degli anni Sessanta l’interesse di Bellezza per la drammaturgia e forniscono dettagli del tutto nuovi su un momento ancora in ombra del suo profilo letterario, quello dell’esordio. A questi frammenti si aggiungono poi testimoni manoscritti e bozze di stampa, riferibili però al solo Apologia di reato.
Una ricerca presso gli archivi SIAE ha permesso il rinvenimento di dattiloscritti autografi, in cui compaiono correzioni e interessanti varianti dell’autore, documenti necessari per comprendere l’iter di sviluppo dei progetti. Ma è sul fronte degli inediti – o presunti tali – che l’indagine ha portato agli esiti più significativi. A lungo considerato disperso, il dramma Morte funesta è stato rintracciato in una pubblicazione del 1979, rivelandosi la prima stesura del successivo Testamento di sangue. Del testo non solo è stata individuata la prima versione apparsa sulla rivista «Autobus», ma è stata ritrovata nell’archivio privato di Simone Carella una singolare traduzione in lingua inglese; nell’archivio di Francesca Benedetti invece è emerso un altro esemplare dattiloscritto, con molta probabilità risalente agli anni Ottanta, significativo testimone di un processo di riscrittura durato oltre dieci anni.
È stato poi recuperato il copione di un testo invece mai dato alle stampe, L’ordalia della croce (1994), il dramma più maturo della sua intera drammaturgia. È un testo intenso, estremamente personale, a cui l’autore affida gli ultimi bilanci di un’esistenza giunta a conclusione, tra ultime riflessioni sul senso di una vita dedicata alla poesia, mentre angosciante appare la minaccia dell’AIDS.
Ultimata la fase di raccolta dei testi, si è proceduto a ricostruirne la cronologia, indagando la genesi non solo di quei lavori licenziati in volume, ma anche dei testi inediti o poco noti. In tal senso, Donna malata (1975, 1987) e Turbamento (1984, 1995) sono due lavori nati inizialmente come opere narrative e solo in una fase successiva portati sulla scena: le due opere sono interessanti esempi di corrispondenze tra generi letterari.
Di primaria rilevanza sono risultati gli archivi privati di registi, attori e altri professionisti della scena, preziose fonti per il recupero di documentazione inedita, tra cui copioni, materiali a stampa come locandine e programmi di sala, raccolte di articoli e recensioni, audiovisivi e foto di scena. L’indagine ha quindi interpellato numerose personalità della scena che, oltre a preservare tali documenti d’archivio, si sono rivelate importanti testimoni del percorso teatrale di Bellezza. Si è scelto di condurre e raccogliere una serie di interviste affinché l’analisi delle fonti scritte potesse intrecciarsi con la memoria orale, restituendo un profilo più vivido e stratificato del Bellezza drammaturgo.
Struttura del volume
La monografia si articola in tre sezioni: la prima, Vita di poeta, traccia un profilo di Dario Bellezza con una cronologia che, per lo più sulla base di interviste e scritti dello stesso autore, ne ripercorre il percorso biografico, l’attività letteraria e i fitti legami con la comunità intellettuale romana.
La seconda parte, Teatro, offre la ricostruzione dei rapporti di Bellezza con la scena, dagli anni Sessanta fino alla metà dei Novanta. Il primo capitolo affronta il debutto con il dramma Apologia di reato, analizzando il contesto in cui l’opera prende forma, in una fase in cui anche altri scrittori e poeti sono coinvolti nella critica di un sistema teatrale ormai considerato obsoleto, come testimonia l’inchiesta Gli scrittori e il teatro, apparsa su «Sipario» nel 1965. Sono gli anni in cui Pasolini scrive le sue tragedie e pubblica su «Nuovi Argomenti» Il Manifesto per un nuovo teatro; intanto, Moravia, Maraini e Siciliano sono impegnati in un piccolo teatro a via Belsiana a Roma con la Compagnia del Porcospino. Il secondo capitolo esamina i rapporti di Bellezza con la sperimentazione teatrale degli anni Settanta, focalizzandosi sulla sua vicinanza al Beat 72. È qui ricostruita la genesi di Morte funesta e analizzata la controversa installazione di Simone Carella che debutta nel gennaio 1979 alla Galleria Nazionale d’Arte Moderna di Roma. L’ultimo capitolo abbraccia un arco temporale più ampio, trattando le opere in versi Salomè, Testamento di sangue, L’ordalia della croce, e i due lavori non originali, Donna malata e Turbamento. Si ricostruisce qui anche il rapporto del poeta con i registi e le committenze, nonché la ricezione critica delle opere teatrali.
Chiude l’opera il capitolo Testimonianze in cui vengono riportate conversazioni e ricordi, da Dacia Maraini ad Antonio Calenda, da Pippo Di Marca a Ulisse Benedetti, e ancora gli amici poeti Renzo Paris, Elio Pecora e Giorgio Manacorda, fino ai registi e gli attori che hanno portato in scena la sua drammaturgia: Renato Giordano, Agostino Marfella, Nuccio Siano, Mario Mattia Giorgetti, Federico Wardal, Massimo Fedele, Maria Libera Ranaudo, Enzo Saturni, Nunzia Greco, Franca Penone, Giorgio Crisafi.
Note
[1] B. Alberti, in M. Gregorini, Il male di Dario Bellezza. Vita e morte di un poeta. Castelvecchi, Roma 2016, p. 158.
[2] D. Bellezza, in M. Latella, «Io, Dario Bellezza, un vinto», in «Corriere della Sera», 3 aprile 1996, p. 15.
[3] D. Bellezza, in M. Gregorini, Io e Moravia, in «New Rock Magazine», II, n. 12, dicembre 1990, p. 69.
[4] D. Bellezza, in A. D’Agostini, G. Aletti, Dario Bellezza, l’ultima intervista del poeta. Esclusivo, disponibile online su poetidazione.it.
[5] D. Bellezza, Invettive e licenze, Garzanti, Milano 1971, p. 103.
[6] Ivi, p. 74.
[7] D. Bellezza, in I. Patruno, A. Veneziani, Angelo o diavolo, comunque omosessuale, in «Lotta Continua», 8 aprile 1980, p. 9.
[8] D. Bellezza, in G. Sica, Conversazione inedita con Dario Bellezza, a cura di M. Borio, disponibile online su nuoviargomenti.net.
[9] S. Crespi, Deserti in Bellezza, in «Il Sole 24 Ore», 17 maggio 1992, p. 26.
[10] D. Bellezza, Apologia di reato, in «Nuovi Argomenti», N. S., n.17, gennaio-marzo 1970, p. 98.
[11] D. Bellezza, L’ordalia della croce, copione dattiloscritto, Archivio privato Renato Giordano, p. 26.

(foto di Dino Ignani)
