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Aggrappàti al cielo, di Sergio Bianchi

di Mauro Trotta

La storia è fatta di storie. Per capire un periodo storico non basta studiare i saggi, i documenti, le fonti. È necessario rivolgersi alle storie, ai racconti fatti dagli uomini. Del resto sarebbe possibile comprendere la civiltà greca senza aver letto l’epica o le tragedie? Oppure capire l’ascesa e il trionfo della borghesia limitandosi ai testi di storici importanti come Eric Hobsbawm, ad esempio, senza conoscere il grande romanzo borghese e autori come Stendhal, Balzac o Dickens? Spesso, infatti, non basta aver compreso i meccanismi generali, le tendenze di fondo che innescano le vicende della storia ma occorre analizzare anche le microstorie, la vita quotidiana delle persone comuni, le passioni, i sentimenti, l’immaginario che sono alla base dei comportamenti. Tempo fa qualcuno sosteneva che la storia si occupa dei fatti, la letteratura delle ragioni profonde che innescano gli eventi. D’altronde narrare l’esistenza viva non significa trascurare gli avvenimenti realmente accaduti, ma comporre un quadro più complesso e movimentato della realtà.
Soprattutto nel caso di periodi controversi, non limitarsi alla cruda e impersonale analisi dei fatti può contribuire ad allargare lo sguardo in modo da poter penetrare più a fondo nei fenomeni. Può, perciò, essere utile analizzare quello che viene definito il lungo ’68 italiano, utilizzando anche la narrativa. E se imprenscindibile, in questo senso, è la trilogia di Nanni Balestrini, Vogliamo tutto, Gli invisibili e L’editoreAggrappàti al cielo di Sergio Bianchi rappresenta senza dubbio un ulteriore testo in grado di affiancarsi ai romanzi del fondatore della neoavanguardia. Del resto Sergio Bianchi è stato molto legato a Balestrini e racconta, nel suo romanzo, narrato in prima persona, della genesi della loro amicizia, mettendo in evidenza come all’origine del suo impegno nel movimento degli anni Settanta ci sia stato proprio Vogliamo tutto, unico libro letto tutto d’un fiato tra quelli che la sua mentore, la Tommy, gli passava. Come dice lui stesso: «Niente più di Vogliamo tutto mi fa capire il bestiale sfruttamento di quel lavoro e il suo rifiuto da parte di chi si trova obbligato a farlo per poter campare da miserabile». C’è un altro libro citato nel testo, è La passeggiata di Robert Walser e sembra rispecchiarsi in alcuni punti del romanzo, come quello dedicato al gioco della volpe, nel bosco, o alla scoperta e alla frequentazione di Mario, che è un ragazzino ma soprattutto un borgo praticamente disabitato in Valdossola.
Il libro inizia con l’immagine di un riquadro di cielo attraversato da uno stormo di aironi cenerini e da una scia bianca di un aereo invisibile. Subito dopo inizia la narrazione che parte da Tredici anni e quattro mesi prima. È il giorno dopo la strage di piazza Fontana. In quel momento, in un paese lombardo, inizia la vicenda del protagonista-narratore. Una vicenda che vedrà protagonisti compagni, fratelli, famigliari e che durerà appunto tredici anni e quattro mesi. La storia di una parte di quel movimento che tentò l’assalto al cielo. Dall’adesione a Potere operaio all’autonomia operaia, tra incontri con vecchi partigiani e contrabbandieri, tra gruppi femministi e quelli che poi saranno chiamati i cattivi maestri, si dipana la storia di un gruppo di persone legate tra loro dal personale e dal politico che attraverseranno tutte le vicende di quegli anni. Si passerà dall’entusiamo iniziale, dalla voglia di cambiare tutto – modi di vivere, rapporti umani e politici, relazioni sentimentali – ai fenomeni di impazzimento finale, dagli spazi aperti e liberi alle galere. Il tutto scandito dai piccoli avvenimenti personali e dai grandi eventi storici e narrato senza infingimenti, senza giustificazioni, senza nascondere sbagli, errori, eventi negativi ma anche senza pentimenti.
Bianchi ha ben presente anche la lezione stilistica di Nanni Balestrini. Sa che il linguaggio è fondamentale, che non si comunica solo con i contenuti. Per narrare di quel periodo di rivolta occorre che la rivolta sia espressa anche dal linguaggio usato. Dunque una lingua semplice, comprensibile, immediata. Quella parlata effettivamente dai protagonisti dello scontro sociale.
Se la lotta è contro la struttura gerarchica della società allora anche la scrittura deve esprimere al contempo il rifiuto della gerarchia e il conflitto di classe. Dunque da una parte abolizione di quei segni che strutturano il periodo, gli danno un ordine ovvero i segni di interpunzione. Dall’altra, però, rimangono i punti e i punti interrogativi, quasi come se il discorso si strutturasse in segmenti che si ricompongono o confliggono tra loro.
L’ultima pagina del libro ripropone l’immagine di quello stesso riquadro di cielo visto all’inizio, e si apre alla speranza, riecheggiando in qualche maniera gli ultimi versi della poesia di Nanni Balestrini proposti in exergo: «non è finita/ pentiti solo/ di non averlo/ fatto abbastanza».

 

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Sergio Bianchi, Aggrappàti al cielo, Milieu, Milano, 2026, pagg. 208, euro 18

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renata morresi
renata morresi
Renata Morresi scrive poesia e saggistica, e traduce. In poesia ha pubblicato le raccolte Terzo paesaggio (Aragno, 2019), Bagnanti (Perrone 2013), La signora W. (Camera verde 2013), Cuore comune (peQuod 2010); altri testi sono apparsi su antologie e riviste, anche in traduzione inglese, francese e spagnola. Nel 2014 ha vinto il premio Marazza per la prima traduzione italiana di Rachel Blau DuPlessis (Dieci bozze, Vydia 2012) e nel 2015 il premio del Ministero dei Beni Culturali per la traduzione di poeti americani moderni e post-moderni. Cura la collana di poesia “Lacustrine” per Arcipelago Itaca Edizioni. E' ricercatrice di letteratura anglo-americana all'università di Padova.
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