Dov’è la porta? Una postilla su Exit Poetry. Poesia futura
di Gilda Policastro
Si è molto insistito nelle recensioni avute fin qui da Exit Poetry sull’eredità neoavanguardista che avrebbe raccolto o incarnato (l’avverbio sottinteso era ostinatamente, o forse anacronisticamente). Ma si tratta di un aspetto, sia consentito, talmente eclatante da poter anzi forse da dover essere trascurato. Ci sono uno Sfinimondo in cover, dei versi dalla Ballata di Rudi in esergo e il riferimento a un noto titolo sanguinetiano (sed folenghiano) a dis-orientare in questa direzione. Ma ci sono anche delle conversazioni di due anni che diventano un’introduzione di poetica in atto, tre approcci tematici e le diverse note di introduzione a ciascuno dei 25 poeti, e su questo ci saremmo aspettati di dover discutere. E sì, perché in Exit Poetry, antologia per me, non-antologia per gli altri due curatori, si sono confrontate (e scontrate) tre idee diverse di poesia. Aldo Nove ha una formazione filosofica, il suo orientamento, nel tempo, è stato quello di fare della poesia un motore esistenziale, un approccio che si è via via risolto nell’inabissamento, come da titolo di un suo recente libro-memoriale, che è poi un’autobiografia poetica: la scrittura propria e altrui è in grado, nella sua visione, di andare a fondo ma anche di toccare il fondo, non disdegnando l’osceno, inteso come quello che non si può mostrare e dire in pubblico. Pena di nuovo l’inabissamento, nell’altro senso della presenza sempre più evanescente sulla cosiddetta scena letteraria (l’osceno si conferma comunque preferibile). La Verità si può intendere come torcia che segue i percorsi dello scouting (presso la scuola di scrittura Belleville, nel suo caso), incarico che Nove ha interpretato in modo decisamente immersivo, inabissandosi, una volta di più, in lezioni che, mi riferisce chi le ha frequentate, portano piacevolmente allo stremo lui e chi le segue, durando anche quattro o cinque ore. Alcuni dei poeti che abbiamo considerato nel tempo di poter inserire nell’antologia li abbiamo conosciuti così, nelle scuole, e ne abbiamo tratto diletto e profitto, parlandone da testi, ma non sempre ci sono poi parsi “pronti” per questo viaggio di “uscita della (o dalla?) poesia”.
Lello Voce ha da sempre concepito la poesia come pratica da palco, i “suoi” autori sono animali da scena, se pensiamo a uno come Sergio Garau, che peraltro ho tentato fino alla fine di strappare alla sezione cui forse era più ovvio ma quindi meno sorprendente che appartenesse, la Mutazione. Autori quasi sempre onnivori, che prendono da tutto quello che può servire alla trasformazione della poesia in esperienza partecipata, non subìta da un pubblico inerte, nella sua dimensione ideale. Vero che il poeta resta al centro del palco e della scena, ma è sintomatico e anche forse minimamente autocritico (o forse tutto il contrario!) che nella recente ristampa di Musa!, suo libro quasi esordiale, Voce abbia voluto ripubblicare la lettera di Franco Fortini, in cui il padre della “poesia con l’insegna” gli diceva di aver apprezzato pienamente i suoi testi solo dopo averli ascoltati.
La mia sezione è quella che, per la mia stessa storia, è meno vincolata alle contrapposizioni di area che hanno orientato i discorsi attorno alla poesia nell’ultimo ventennio: lirica vs ricerca, performance vs installazione. I poeti che ho scelto hanno diversamente a che fare con la forma, con il “trauma” che è la forma in un momento storico in cui abbiamo di nuovo a nostra volta tutti a che fare con la sostanza delle cose vedute, per dirla dantescamente. Non a caso gli autori della mia sezione sono autori che hanno della scrittura un’idea politica e non perché la scrittura sia immediatamente legata ai temi dell’impegno (lo è pure, in qualche caso), ma perché la consapevolezza della forma che si usa, della tradizione che si rifiuta, del presente cui ci si oppone, è politica. E prendo questa idea da una discussione orale avuta con Andrea Inglese in occasione della presentazione dei suoi Prati nella libreria di ricerca per eccellenza a Roma che è Tic di Emanuele Kraushaar, approfittando una volta di più per dire che dalla collana da lui diretta avrei potuto prendere, oltre ad Alessandro Broggi, altri autori per la mia sezione, ma le scelte sono state alla fine dolorose e rigide, com’è inevitabile. Porsi il problema della forma vuol dire porre in questione lo spazio che ha occupato la lirica all’interno del campo poesia, un problema che si pone già Elio Pagliarani negli anni Sessanta: perché identificare la lirica con la poesia, se è già in atto un processo di “romanzizzazione” dei generi e il romanzo sta fagocitando tutto il resto. Gli autori della mia sezione scrivono con piena consapevolezza che quello che si fa con i versi si fa con i versi perché non lo si può fare in altro modo. E si trovano nella mia sezione testi che chiamiamo poesia perché non li possiamo o non li vogliamo chiamare romanzo, narrativa, racconto, saggio, ma che da questi generi hanno tratto le istanze che li rendono attuali e possibili, nel mondo della sostanza delle cose vedute. Come si può raccontare di due che si incontrano e si amano o si lasciano, con dei bei nomi inventati, mentre le bombe cadono su nomi dai suoni che non avevamo mai sentito l’obbligo di imparare a pronunciare correttamente prima di questi anni. Certo che si racconta, e si racconta anche l’amore, cioè le relazioni, come fanno diversamente Franceso Targhetta, Sara Ventroni e lo stesso Broggi, nella mia sezione, ma lo si fa in una forma che diventa forma, per precisa intenzione, de-soggettivante e sliricizzante. Non i fatti miei, non quello che ho dentro, ma quello che arriva da fuori, quello che la sostanza delle cose vedute mi impone di considerare.
Le tre categorie, ha detto bene Lello alla “Finestra” di Antonio Syxty, si sono imposte, non le abbiamo scelte. Cioè le abbiamo scelte perché si imponevano. Così come abbiamo scelto gli autori, e ce ne prendiamo la responsabilità, ciascuno per la propria parte e tutti insieme, pur con i distinguo del caso. Ma tanto quanto le scelte, contano per me, e credo anche per gli altri, quelle che non direi esclusioni e se mai rinunce. Tutti non ci stavano, e abbiamo preso i “campioni”, come da titolo di una rubrica di poesia di alcuni anni fa su Doppiozero. Quello che non abbiamo ripreso dai vizietti antologici nazionali è il cosiddetto amichettismo: ho tanti amici poeti che non sono in Exit, e ci sono in Exit persone per cui provo una discreta antipatia o nessun sentimento. Hanno parlato i testi e le esperienze che abbiamo condiviso, ed è vero fino a un certo punto quello che spesso dicono i fan dell’amichettismo quando vogliono giustificare il loro approccio mafiosetto: io sono o divento amico delle persone che stimo. Io no: sono amica di persone che non stimo e stimo persone di cui non sono amica. Qui parlo a titolo personalissimo, è una postura intellettuale che rivendico non per equanimità ma per un vizio, forse, che è quello di considerare le pagine più importanti delle persone. Non ho pensato ai nomi, quando ho scelto gli autori, ma ai libri, ai progetti, alle idee di scrittura che ho condiviso o che ho comunque scelto come terreno di discussione e qualche volta di frattura. In un panorama che tende a sedare lo scarto, a eludere gli attriti, a tenere la poesia su un piano di passatempo innocuo e convergente sulla “cartolina dalla mia interiorità”, posso dire di tutti gli autori del Trauma, uno per uno, che non è stato questo il loro modo di entrare nel campo, e se mai quello di uscirne. A distanza di mesi sono sempre più convinta delle mie scelte, e forse mi rammarica giusto non avere nella mia sezione, ma è comunque fondamentale che sia nell’antologia, Sergio Garau, come dicevo, non foss’altro che per la sua plastica mise en abyme di Exit Poetry alla prima presentazione in assoluto, a Sassari, lo scorso maggio: c’era in sala una porta, e Sergio, dopo aver letto non le poesie ma gli indicatori commerciali del libro, da quella porta è uscito. Scappare dalla mistica della poesia, ma anche dal suo involgarimento commerciale: basti pensare a quello che hanno fatto i social di un’esperienza originariamente eversiva come i poetry slam (lo sta ottimamente ricostruendo Lello Voce in queste settimane sul “Fatto Quotidiano”). Difatti, diceva Giorgio Manganelli da par suo, “i poeti si vendono”. Nel caso di Exit vale piuttosto un autosabotaggio non programmatico (ovverosia, non è che non ci siano i nomoni da scaffale, che pure avrebbero fatto da miglior traino, per partito preso, ma perché tra i nomoni da scaffale i venticinque che superassero il vaglio “exit” non li abbiamo trovati). Come fu già di Parola plurale, ormai gronchi rosa delle antologie, mi picco di credere che i 25 campioni lo siano di un campionato diverso, quello in cui c’è spazio per la verità, la voce, le voci, la politica, praticamente per tutto, tranne la poesia. Se poesia è (e purtroppo lo è, a guardare gli scaffali di cui sopra) una voce dell’anima (bella) e non della storia. Exit è un po’, dal mio punto di vista (e non mi sento di giurare che gli altri due curatori concorderebbero), aiuto, scappate, arriva la poesia (e, peggio ancora, i poeti). Dov’è la porta di Garau?
Aldo Nove, Gilda Policastro, Lello Voce, Exit Poetry. Poesia futura (La nave di Teseo 2026)
