I padroni del terremoto

di Renata Morresi

Dieci anni dopo, le Marche e le macerie della filiera governativa.

Stamattina, dieci anni fa, in centro Italia arrivava la “botta grossa”. Così dalle mie parti viene chiamato il terzo evento di una sequenza sismica che ha causato centinaia di morti, decine di migliaia di sfollati, la distruzione di frazioni, paesi, cittadine, sì, ma pure di forme di vita radicate e possibilità di futuro, insomma, la distruzione di una civiltà. Dieci anni dopo quell’ottobre, il sisma continua: è la gestione del post-sisma ora a distruggere le fibre della vita sociale e politica.

L’inchiesta della Direzione distrettuale antimafia e della Guardia di Finanza chiamata “Ricostruzione” ci sta dicendo che lì dove si dovevano ricostruire le case, il lavoro, le comunità sarebbero invece arrivate ‘ndrangheta e camorra, le pastette coi politici corrotti, le ambizioni dei senza scrupoli, e una danza di personaggi che, secondo gli inquirenti, si sarebbero dati un gran daffare per mettere la mani sull’enrome flusso di denaro pubblico destinato a riparare i danni, stimati in circa 28 miliardi.

Io nel cratere arrivai nel 2017, per lavorare in una scuola superiore. Una scuola che era il risultato di un piano di ricostruzione per gli edifici scolastici messo in atto dopo il terremoto del 1997. Una scuola bellissima, appena inaugurata e subito messa alla prova dall’arrivo inaspettato delle classi del centro storico, dove la “botta grossa” non aveva fatto vittime perché già in molti, tra residenti stabili, impiegati e lavoratori, alunni e studenti universitari, erano stati messi in fuga dalle violente scosse precedenti. E poi perché era domenica. Quando ci siamo rifugiati sotto al letto con mio figlio ho pensato un pensiero che in quell’istante si moltiplicava per migliaia di pensieri pari pari: per fortuna che oggi non c’è scuola.

La sua di scuola media, nel capoluogo, non sarebbe più tornata agibile. Ora è un grande edificio abitato dai rampicanti e dalle mattonelle esplose. Pare che qualcuno tra gli ex alunni per qualche tempo andasse a farci scorribande notturne, a raccogliere vecchie cose, cimeli. “È diventata una specie di tempio della nostalgia”, mi disse un giorno lui. “Nostalgia della vostra infanzia?”, chiesi io. “No, nostalgia di tutte quelle generazioni prima di noi che sono state felici, che credevano alla felicità”. Un evento disastroso specifico era già diventato una catastrofe esistenziale per una generazione intera.

Nel cratere però c’era anche dell’altro. Non avevo mai visto così tant3 adolescenti voler andare a scuola a tutti i costi, con un metro di neve, nelle occasioni di ‘ponte’, al sabato. Volevano stare insieme. Le piazze, i baretti, le logge e i muretti dove potevano ritrovarsi un tempo non c’erano più o non erano più raggiungibili. La scuola era uno dei pochi tessuti sociali rimasti vivi. Perché lo spazio non è mai solo l’estensione di vuoto che ci circonda, il posto dove ci muoviamo e teniamo le case, le cose. Lo spazio è l’entità vibrante, animata, che noi facciamo, sì, e che ci fa, e che ci tiene assieme.

Ci inventammo, in quei giorni del 2016 in cui le scuole rimasero chiuse e in decine di migliaia si dormiva in auto, nelle palestre, ospiti da qualche parte, ci inventammo aiutocompiti, pranzi collettivi, tornei e vari presidi anti-paura. Per tante persone, poi, l’emergenza divenne una nuova specie di malattia cronica. Si continuava a vivere e reinventare la vita, certo, ma tra terremoto e pandemia tutto divenne sempre più difficile.

Silvia Sorana ha scritto qualche giorno fa del mutevole sentimento del tempo di chi vive senza più una casa, prima nell’evacuazione d’emergenza, poi in una dispersione che erode la materia come le relazioni: “Il tempo del terremoto fa cose strane.” Che nella percezione passi lento o veloce poco importa, esso viene del tutto occupato, sottratto. Il terremoto “[n]on lascia margine per altro. Non è soltanto un evento da ricordare, né una ferita che ogni tanto torna a farsi sentire. Diventa un lavoro continuo, senza orari e senza fine. Un lavoro che non produce nulla, se non la possibilità di non perdere definitivamente quello che è già stato perso.”

A dieci anni dal terremoto del 2016 sulle TV nazionali passano i servizi-tipo con le classiche immagini delle macerie e la mestizia di rito. Oggi una giornalista, sul secondo canale Rai, cita tipicamente il crollo della basilica di San Benedetto a Norcia; poi mi soprende dicendo “c’è una grande ripresa, di questo siamo molto contenti”. Con la ricostruzione sospesa a metà e una maxi-inchiesta che coinvolge politici di spicco, noti imprenditori, funzionari pubblici marchigiani e società legate alla criminalità organizzata, mi chiedo cosa ci sia da essere così “contenti”, chi le avrà scritto i testi.

Intanto oggi ragazzi e ragazze si sono rovesciati in strada a fiumi, per protestare contro un sistema sempre più soffocante e un futuro sempre più rattrappito. Ancora in pochi ci si interroga sulle generazioni di giovani avvilite dall’attesa e spinte ad andarsene via. Mentre leggo dell’inchiesta, che qualcuno ha già ribattezzato Sismagate, mi chiedo quanto tempo abbiamo passato a sentirci in colpa per non riuscire a offrire più speranza ai bambini e alle bambine del terremoto, ma anche alle persone anziane, fragili o malate, e a noi stesse, quanto ci siamo scervellate per cercare di ricreare orizzonti. E invece non c’era solo il terremoto a rubarci il tempo e gli spazi, Silvia, c’erano anche i ladri veri.

Ripenso al rapporto sulla ricostruzione del 2025 fatto dal commissario straordinario; il capitolo “Legalità” ricopriva mezza pagina, mentre si definiva come “grande pericolo” lo spopolamento. Anche nelle circa trecento pagine del rapporto 2026 lo spopolamento e la crisi demografica fanno gran figura. Come se quasi quasi la colpa fosse di chi non vuole o non può avere figli, e di chi se ne va, e non della vita che le è stata tolta da sotto i piedi. Dal terremoto, l’imprevedibile terremoto, certo, ma pure dal prevedibilissimo malaffare. Qualche delinquente spunta sempre, mi si dice, là dove ci sono i denari. Eppure, eppure, mi sembra di riconoscere in questa indifferenza nazionale, in questa infelicità locale, nel fatalismo diffuso, e nella delinquenza di quelle che dovremmo chiamare “classi dirigenti”, un quadro così riconoscibile, così disturbante: l’ingiustizia che si arroga il diritto di passare per normalità.

Ci sono stati arresti, sequestri per decine di milioni, intercettazioni che documentano fin qui, se non i reati, passaggi di denaro, conversazioni su appalti, la dimestichezza a costruire reti di potere, a manovrare la cosa pubblica per i propri interessi opachi. Le mazzette passate in macchina, i Rolex regalo degli amici casalesi, i soldi pubblici da far girare nei circuiti giusti, e poi le memorie da cancellare dai computer, e le frasi intercettate che risuonano: “che cazzo ce ne frega”, “[lui] è dei nostri”, “bisogna rallentare dove non ci porta liquidità immediata”, “devo spendere un po’ di soldini per le campagne elettorali di questi qui”. Si tratta di persone che amministrano il posto in cui viviamo, che decidono come spendere denaro destinato a rimettere in piedi città e paesi. Le ritroviamo a discutere di fondi pubblici e favori personali con la stessa disinvoltura con cui si organizza una partita a calcetto. In effetti, dalle intercettazioni sembra proprio che stiano giocando. I dodicenni entrano di soppiatto nelle scuole inagibili, portandosi via matite consumate e gomme da cancellare rinsecchite; i grandi giocano al grande gioco della predazione.

Il funzionamento del sistema descritto dagli inquirenti merita di essere capito, perché ha una sua terribile semplicità. L’imprenditore Enrico Crucianelli, titolare della Rest Edile e diventato figura di primo piano dell’edilizia marchigiana – fino a ieri presidente della categoria provinciale dei costruttori aderente a Confindustria – aveva concentrato su di sé centinaia di cantieri della ricostruzione privata, molti più di quanti potesse seguirne con i propri dipendenti. La sua impresa otteneva i contratti, beneficiava anche degli anticipi pubblici previsti all’apertura dei lavori e ne affidava una parte consistente in subappalto. Secondo l’accusa alcune delle imprese che entravano nei cantieri erano riconducibili a soggetti legati alla ‘ndrangheta e alla camorra. Società intestate a prestanome, che riuscivano ad aggirare i controlli antimafia – e come? – e a lavorare – con quali garanzie? con quali risultati? – dove non avrebbero mai potuto mettere piede. Il denaro della ricostruzione diventava così una risorsa per le organizzazioni criminali, e l’imprenditore che aveva acquisito i contratti funzionava da tramite fra l’economia legale e quella mafiosa.

Un altro filone riguarda gli appalti pubblici. Qui, secondo la magistratura, entrava in gioco Fabio Pistarelli, fino a qualche mese fa capo di gabinetto del governatore di regione, Francesco Acquaroli. Pistarelli avrebbe messo le proprie relazioni istituzionali al servizio degli imprenditori Antonio Cervigni e Antonio Ezechielli, intervenendo sulle procedure e facendo circolare informazioni riservate. Per esempio, nel caso dell’ex convento delle Monachette a Macerata, l’operazione avrebbe previsto pagamenti illeciti per favorire l’acquisto dell’edificio da parte dell’Ente regionale per il diritto allo studio (ERDIS), seguito da un appalto di circa sei milioni alla ditta Crucianelli, poi subappaltato a Cervigni, e dalla promessa di una percentuale da distribuire al gruppo di intermediari. E gli interessi della “cricca” non si fermavano alle case o agli studentati: per l’ospedale di Fermo, secondo le intercettazioni, si progettava di ottenere una proroga di nove anni, senza nuova gara, per un servizio di manutenzione da quasi quattro milioni l’anno. In cambio era previsto un compenso illecito di 300mila euro agli intermediari.

Lo studentato, l’ospedale. Le persone giovani, le persone malate e anziane. Il rimuginio di chi ha provato a restare, di chi vorrebbe tornare e non ce la fa, di chi se la prende col destino. E invece, esistono dei guastatori occulti, esistono dei responsabili.

“Il pensiero va a quelle persone che avevano affidato i propri lavori a quelle ditte”: mi colpisce come il commissario straordinario alla ricostruzione, il senatore Guido Castelli, formula la sua difesa, con quel doppio “quelle” (“quelle” erano responsabili – sottotesto: non queste, non noi, non io). Erano i privati a scegliere le imprese cui affidare i lavori delle proprie abitazioni, senza intermediazione pubblica. È vero, naturalmente, sul piano delle procedure. Ma che cosa dovrebbe significare? Che la responsabilità di riconoscere una società mafiosa nascosta dietro un’impresa apparentemente regolare spetta a chi ha perso la casa? Che siano i terremotati a dover individuare i prestanome, quando le aziende risultano iscritte all’Anagrafe antimafia? Dal 2016 abbiamo avuto cinque commissari straordinari, da Vasco Errani a Castelli, in carica dal 2023. Possibile che dopo dieci anni di ricostruzione e di strutture speciali si debba tornare a dire che la scelta l’hanno fatta i privati? Lo stesso Castelli ha ammesso che erano arrivate segnalazioni sui rallentamenti dei cantieri Rest Edile e che alcuni terremotati lo avevano chiamato direttamente. C’erano state proteste di lavoratori rimasti senza stipendio. La concentrazione di centinaia di cantieri nelle mani di un’unica impresa doveva essere nota agli uffici. Non tutto, dunque, è arrivato come un fulmine a ciel sereno. E se il sistema dei controlli è stato aggirato, bisogna capire dove e perché, non limitarsi a ricordare che i controllori non possono mica controllare tutto (!) e comunque i cittadini erano liberi di scegliersi l’impresa. Un diritto non può trasformarsi, al primo scandalo, in una colpa di chi lo esercita.

C’è una poesia di Luigi di Ruscio, il poeta fermano, che sul finire fa così:

dei padroni del mondo conosciamo alla perfezione tutti i loro cani
dei padroni conosciamo alla perfezione i denti dei loro cani
dei peccati del mio cane io sono innocente direbbe il padrone
il cane potrebbe dire che è innocente dei peccati del padrone
il colpevole alla fine sarà chi si farà mordere dai cani
e non sarà facile per noi morsi da tutti i cani ridiventare innocenti

Non sarà facile per noi, e mi auguro che ancor meno lo sia per chi ci ha lasciato tra “i cani”.

Giorgia Meloni, nel settembre 2025, durante la campagna elettorale per la rielezione di Francesco Acquaroli, si vantava di aver creato con lui una “filiera governativa”. Con Governo nazionale e Regione dello stesso colore, le istituzioni erano finalmente coordinate, e le decisioni più rapide; la ricostruzione stessa era esibita proprio come un risultato di quella filiera. Ora, senza confondere responsabilità penali e politiche, bisognerà pure domandarsi che cosa abbia prodotto questo sistema di relazioni tanto celebrato. Non si può rivendicare la filiera quando c’è da tagliare un nastro e farla sparire quando emerge che il capo di gabinetto del presidente regionale, cioè una delle figure che quelle relazioni doveva curare, è accusato di averle messe a disposizione di un certo gruppo d’affari.

Il governatore Acquaroli dice di essere una vittima, di sentirsi tradito. Può darsi. Ma Pistarelli non era un amico che ha deluso un altro amico: era il suo capo di gabinetto, scelto per un incarico di fiducia politica. Che cosa si sapeva negli uffici? Quali segnali sono stati colti e quali ignorati? Di quali “voci” parla il governatore quando reclama di aver sentito dire che qualcosa non andava? La filiera governativa, tanto celebrata per la sua efficienza, è quantomeno fallita come promessa di vigilanza. E il fallimento non può essere liquidato come una faccenda privata fra il presidente e un collaboratore infedele. Questa non è una sua disavventura personale.

Vorrei ricordare, in questo anniversario pieno di domande, gli operai egiziani saliti sulle gru a Tolentino qualche giorno fa, per reclamare gli stipendi che non ricevevano. Lavoravano per imprese subappaltatrici impegnate nella ricostruzione. Eccola, la divisione del lavoro che emerge da questa vicenda: concentrazione dei contratti e dei profitti in alto, dispersione delle responsabilità e dei problemi in basso.

C’è qualcosa di osceno nell’immagine di questi lavoratori stranieri che salgono su una gru per ottenere il dovuto, mentre gli altri, nei piani alti dei palazzi, secondo le accuse, discutono di incarichi e milioni. Per non parlare della retorica sulla sicurezza, che da anni identifica negli immigrati il pericolo da cui proteggere le nostre città. Qui la sicurezza viene minacciata da organizzazioni criminali italianissime, che entrano nei cantieri con le carte in regola, con la faccia dell’impresa del buon vicinato, con le sue rassicuranti conoscenze politiche. I lavoratori stranieri, invece, stanno lassù, sospesi nel vuoto, a chiedere di essere pagati.

Come mai questa vicenda ha avuto così scarso rilievo a livello nazionale finora? Si parla tanto di ordine, di legalità, di giovani che non rispettano le regole, di sicurezza delle città. E poi un’inchiesta che ipotizza l’ingresso delle mafie nella ricostruzione post-terremoto, con il coinvolgimento di figure vicine ai vertici della politica regionale, fatica a diventare una questione pubblica nazionale, di cultura della legalità, di democrazia.

Non si parla d’altro, sicurezza, sicurezza, difesa, autodifesa, no alla droga, pericolo maranza, sozzoni che ci occupano le case, remigrazione, ricrescita, tanti figli per la patria, tanti sconti per la ripresa, basta accoglienza, prima gli italiani,

e poi, “dal cratere un modello”: quello dell’accoglienza per le mafie – che vuol dire narcotraffico, che vuol dire armi, che vuol dire sfruttamento, che vuol dire vivere sotto minaccia, che vuol dire cantieri infiniti, che vuol dire case-fatte-come?, che vuol dire controlli aggirati, che vuol dire ecco perché abbiamo perso fiducia, ecco perché ce ne andiamo, anzi no, ecco perché ve ne dovete andare.

Oggi in manifestazione una ragazza teneva un cartello con su scritto:

“il mondo non è vostro”.

È tempo di aprire un nuovo presidio.

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renata morresi
renata morresi
Renata Morresi scrive poesia e saggistica, ed è ricercatrice di letteratura anglo-americana all'Università di Padova. In poesia ha pubblicato le raccolte Sulle mura del sole (Marcos y Marcos, 2026), La cerimonia (Collana Isola, 2025), Terzo paesaggio (Aragno, 2019), Bagnanti (Perrone 2013), La signora W. (Camera verde 2013), Cuore comune (peQuod 2010); altri testi sono apparsi su antologie e riviste, anche in traduzione inglese, francese e spagnola. Ha tradotto poeti e poetesse statunitensi, tra cui Emily Dickinson, Lorine Niedecker, Robert Lax, Rachel Blau DuPlessis, Louis Zukofsky; nel 2015 ha ricevuto il premio del Ministero dei Beni Culturali per la traduzione di poeti americani moderni e post-moderni. Cura la collana di poesia “Lacustrine” per Arcipelago Itaca Edizioni.
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