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La rosa di Gaza – una recensione

Di Claudia Piccinno

Curata da Alessandro Cannavale, Luca Crastolla e Lucia Cupertino, La rosa di Gaza (Les Flâneurs, 2026) nasce come un’opera corale di ascolto, traduzione e responsabilità civile. Il lavoro dei curatori costruisce un ponte tra le voci delle autrici palestinesi e il pubblico italiano, preservandone non soltanto il valore testimoniale, ma anche la dignità letteraria e la pluralità degli sguardi. Un contributo decisivo è offerto dalle traduzioni di Sana Darghmouni, Aldo Nicosia, Simone Sibilio, Nabil Bey Salameh, Caterina Pinto, Angelo Cafagno e Fatima Sai, che rendono accessibili i testi senza cancellarne la provenienza linguistica e culturale; Darghmouni e Sibilio partecipano inoltre alla cura dell’edizione con testo arabo a fronte.

Questa mediazione assume un particolare significato pedagogico quando il volume viene rivolto ai coetanei occidentali delle autrici più giovani. La mia lettura in ottica di insegnante prima, traduttrice e autrice di versi poi, ha colto quanto tradurre, in questo caso, non significhi parlare al posto loro, ma permettere che siano le loro parole, la loro sensibilità e la loro esperienza a raggiungere chi vive dall’altra parte del Mediterraneo. L’antologia invita così a incontrare queste scrittrici non come immagini lontane di una tragedia, ma come ragazze e donne dotate di desideri, relazioni, capacità creative e progetti di futuro.

La rosa di Gaza non è dunque soltanto un’antologia poetica: è un incontro tra giovani vite che abitano lo stesso tempo storico, ma non le stesse condizioni. Le autrici palestinesi scrivono di scuola, famiglia, sport, amore, desiderio di futuro e bisogno di essere riconosciute: esperienze vicine a quelle dei loro coetanei occidentali. La differenza, radicale, è che questi elementi quotidiani vengono attraversati dalla guerra, dagli sfollamenti, dalla fame e dalla perdita.

Il valore pedagogico del libro nasce proprio da questa vicinanza nella distanza. Una sedicenne come Ruba al-Sharif non appare come una figura astratta appartenente a un conflitto lontano: è una ragazza che giocava a calcio, conservava medaglie, aveva amici e progetti. Dopo aver perduto familiari, casa e spazi sportivi, continua a scrivere per sopravvivere e per costruire, come afferma, «una nuova casa d’inchiostro». Per un adolescente occidentale, abituato a considerare la scuola, lo sport e la propria abitazione come elementi relativamente stabili, questa testimonianza può rendere comprensibile ciò che le cifre e le immagini delle notizie spesso non riescono più a comunicare.

La raccolta chiede però di evitare un errore educativo frequente: osservare le autrici soltanto come vittime. I curatori insistono sul loro diritto a raccontare non esclusivamente la guerra, ma anche sogni, amori, ironia, intimità e desiderio di bellezza. Ridurre una persona al trauma che ha subito significa, infatti, privarla una seconda volta della sua complessità. Le dieci scrittrici da Gaza sono studentesse, madri e professioniste; alcune sono alla prima esperienza editoriale, altre hanno già pubblicato. La loro poesia è uno spazio abitabile quando le case reali vengono distrutte, ma è anche uno spazio di libertà, immaginazione e autodeterminazione.

Molti testi trasformano oggetti comuni in immagini sconvolgenti. I banchi vuoti continuano simbolicamente a ripetere la lezione; gli zaini «hanno fame»; una madre stringe la scarpa di un bambino; una casa disegnata su un diario resta a galla quando la città sprofonda. Il lettore giovane riconosce oggetti appartenenti alla propria esperienza quotidiana, ma li incontra in un contesto completamente mutato. Questa operazione poetica educa all’empatia senza ricorrere a spiegazioni moralistiche: non dice semplicemente che bisogna immedesimarsi, ma crea le condizioni perché ciò avvenga.

Particolarmente efficace è il motivo della casa. Nei versi, la casa non è soltanto un edificio: è il pane preparato da una madre, una risata che attraversa le stanze, un angolo in cui sentirsi protetti, la possibilità di ricordare chi si è. Quando le case vengono distrutte, anche l’identità rischia di frantumarsi. Per i lettori occidentali, il libro può quindi diventare un’occasione per interrogarsi su quanto della propria sicurezza venga dato per scontato e su come il diritto alla casa, all’istruzione e alla cura non sia un privilegio naturale, ma una responsabilità collettiva.

La poesia non cancella l’orrore né offre facili consolazioni. In alcuni componimenti la sopravvivenza stessa appare come una maledizione; il tempo non procede, la memoria ferisce, il nome e il volto rischiano di scomparire. Tuttavia, accanto alla disperazione rimane una forza ostinata: ridere quando la guerra sarà finita, cercare una luce negli occhi dei bambini, leggere versi sotto gli edifici distrutti, continuare a scrivere mentre tutto invita al silenzio. È il sumud, la fermezza resistente richiamata dal progetto: non un eroismo spettacolare, ma la scelta quotidiana di restare umani.

Da un punto di vista educativo, il volume insegna anche a usare responsabilmente le parole. I giovani occidentali conoscono spesso le guerre attraverso video brevi, immagini ripetute e contenuti consumati rapidamente sui social. Le poesie impongono invece lentezza, ascolto e attenzione. Restituiscono un nome, una voce e una storia a persone che l’informazione può trasformare in numeri. La presenza del testo arabo a fronte e delle registrazioni delle autrici rafforza inoltre l’idea che tradurre non significhi parlare al posto dell’altro, ma creare le condizioni perché la sua voce possa essere ascoltata. Le illustrazioni di Fabiana Renzo, delicate e dai colori morbidi, accompagnano i testi dando un volto alle autrici e alleggerendo, senza attenuarla, la durezza delle loro testimonianze. I ritratti femminili, spesso circondati da elementi floreali, restituiscono individualità, grazia e presenza a voci che la guerra rischia di ridurre a numeri. In appendice compaiono inoltre i disegni di Layan Kamal El Jabari, bambina di Gaza, nei quali il colore e l’immaginazione diventano strumenti per figurare un futuro possibile per le donne palestinesi.

Il volume è arricchito da diversi contributi critici che orientano la lettura senza sovrapporsi alle voci delle autrici. Nei testi introduttivi, Alessandro Cannavale ricostruisce la nascita del progetto come risposta all’ “assedio del silenzio”; Luca Crastolla riflette sulla poesia come pratica inutile e proprio per questo essenziale, capace di opporsi alla disumanizzazione; Lucia Cupertino mette invece in rilievo la specificità dello sguardo femminile, il valore del sumud e la capacità delle poetesse di “fiorire nonostante” la distruzione.

Nella parte conclusiva, il saggio di Simone Sibilio, Poesia come bene primario. La lezione morale delle autrici di Gaza, offre una lettura storico-letteraria dell’antologia, esaminandone temi, forme e immagini ricorrenti: la casa perduta, la memoria, l’esilio, l’onnipresenza della morte e l’ostinato attaccamento alla vita. La poesia viene presentata come un bene necessario quanto l’acqua, il pane e l’aria, oltre che come testimonianza collettiva, femminile e transgenerazionale.

Chiude il percorso Roberto De Vogli con La poesia ai tempi del genocidio, Gaza e l’Occidente, un intervento che distingue resilienza e resistenza e interroga direttamente le responsabilità morali del mondo occidentale. In questa prospettiva, la poesia è insieme rifugio psicologico, difesa della memoria e gesto politico: non può arrestare la violenza, ma può contrastare il silenzio, l’indifferenza e la normalizzazione dell’ingiustizia.

Il libro non dovrebbe essere proposto a scuola soltanto come documento sulla guerra. Può entrare in un percorso più ampio sull’educazione alla pace, sui diritti umani, sulla poesia civile, sulla condizione femminile e sul ruolo dei media. La lettura richiede una mediazione adulta attenta, soprattutto per la durezza di alcune immagini; ma non dovrebbe essere addolcita fino a perdere il proprio significato. Proteggere gli adolescenti non vuol dire nascondere loro la sofferenza del mondo: significa accompagnarli affinché possano comprenderla senza trasformarla in spettacolo, sviluppando strumenti critici ed emotivi.

La lezione più importante di La rosa di Gaza è forse questa: le autrici non chiedono pietà, ma relazione. Chiedono che i loro coetanei dall’altra parte del Mediterraneo riconoscano in loro non soltanto persone assediate, ma ragazze e donne capaci di pensare, amare, creare e immaginare. Leggerle significa accettare che una giovane palestinese non sia “diversa da noi” per natura: vive piuttosto condizioni che nessun giovane dovrebbe essere costretto a vivere.

È dunque un libro necessario perché rende pedagogicamente fecondo il disagio. Non offre al lettore occidentale la rassicurazione di sentirsi semplicemente “dalla parte giusta”, ma gli domanda che cosa farà delle parole ricevute. L’empatia, suggerisce questa raccolta, non è commozione passeggera: è attenzione, conoscenza, rifiuto dell’indifferenza e disponibilità a lasciarsi cambiare dall’incontro con l’altro. In questo senso la poesia, apparentemente inutile di fronte alla distruzione, diventa davvero essenziale.

 

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Claudia Piccinno è insegnante, traduttrice e poeta, vive a Bologna. Di recente è apparso Quel nido sul gelso (Besa muci 2025). Ha pubblicato numerose raccolte di poesia, prefazioni e saggi critici e ha tradotto in italiano autori di diversi paesi europei ed extraeuropei. Ha curato festival e progetti internazionali dedicati alla poesia e alla traduzione. Le sue opere sono state tradotte e pubblicate in numerose lingue. 

 

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renata morresi
renata morresi
Renata Morresi scrive poesia e saggistica, e traduce. In poesia ha pubblicato le raccolte Terzo paesaggio (Aragno, 2019), Bagnanti (Perrone 2013), La signora W. (Camera verde 2013), Cuore comune (peQuod 2010); altri testi sono apparsi su antologie e riviste, anche in traduzione inglese, francese e spagnola. Nel 2014 ha vinto il premio Marazza per la prima traduzione italiana di Rachel Blau DuPlessis (Dieci bozze, Vydia 2012) e nel 2015 il premio del Ministero dei Beni Culturali per la traduzione di poeti americani moderni e post-moderni. Cura la collana di poesia “Lacustrine” per Arcipelago Itaca Edizioni. E' ricercatrice di letteratura anglo-americana all'università di Padova.
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