Voci del consumo
di Daniele Muriano

Quando vado nei negozi dove si spende poco (specie supermercati) trovo sullo sfondo quelle canzonacce primitive che parlano di vita vissuta, nominano cose del quotidiano e strapazzano i cuori dei clienti con vicende amorose che finiscono male o benissimo (soliti cliché ma aggiornati al consumismo). Che pena, mi dico rifugiandomi nella rassicurazione: «spenderò poco». Maledetto ricatto. Se voglio rimanere a galla economicamente, devo prestare orecchio e coronarie a questa musica. Per le corsie illuminate a giorno, tra colori vivaci e forme che hanno qualcosa in comune con asili, spazi ricreativi, il marketing che strizza l’occhio ai bimbi, mi domando cosa ci sia in questa musica. Cosa mi fa sobbalzare. Non mi disturba il cliché romantico, il cliché compositivo, quello intonativo che pure ti mette in difficoltà quando vuoi distinguere una voce da un’altra; normalmente mando giù tutto, compresa la musica premasticata, senza storie. Mi inquieta in questi posti la funzione della canzone. Serve a digerire non solo i cibi venduti nel negozio o nel supermercato, ma anche che tu sia lì, a spendere poco, a condurre una vita da poco, a chiedere poco… Non è possibile definire questa musica; non lo faccio nemmeno quando, da una corsia all’altra, mi sembra che si attenui il volume (o forse è l’effetto di passaggio da una categoria di prodotto all’altra che modifica il modo in cui si ascolta quella roba), e non lo faccio nemmeno quando poi, all’uscita illuminatissima del negozio o del supermercato, mi chiedo cosa sia quel ronzio, quale residuo stia rendendo più difficile i movimenti e anche il pensiero. Cosa è successo tra l’orecchio e il cervello.
Poi, a volte, mi capita di ascoltare la stessa musica fuori dai negozi o dai supermercati. E non è più la stessa. Fa schifo in un modo diverso; ha le stesse qualità o è priva delle stesse qualità, ma la funzione è attenuata. Non c’è contesto; non c’è puzzo – a volte molto intenso – di sopravvivenza, dei bimbi che strillano perché vogliono qualcosa cui i genitori non arrivano, e non c’è vita vera a risuonare con gli accordi di quelle canzoni. Fuori dai negozi o dai supermercati, quelle canzoni sono innocue, tanto da reclamare il silenzio sia da parte dei fan sia da parte delle vittime (come me). Non fanno paura. Sono paurose; non trasmettono le proprie qualità ai viventi che le ascoltano – o almeno non temo questo.
Nei negozi e nei supermercati, specie in quelli economici, appunto, quella musica si salda alle condizioni di vita, alle sfighe che i clienti non hanno tema di nascondere… caro Cliente – dice la musica, come facesse parte dell’Assistenza clienti ma dispersa tra i bancali – la tua vita mi sembra un po’ volgare, la tua sopravvivenza rilascia cattivi odori, ma abbiamo tutto quel che fa per te; la voce è vagamente elettrificata, e il tono è quello del vicino di casa, o di tuo figlio (o dello spacciatore che affligge la strada dove abiti); parla di normalità senza codificarla troppo, perché è normalità quella del barbone che ti chiederà l’elemosina nel parcheggio fuori di qui quanto la normalità della coppia che si abbraccia nella corsia dedicata al Bagno, non esistono normalità privilegiate, secondo la canzone; il ritmo è del camminare, noi ti guidiamo tra le corsie e ci lasci i quattro soldi senza che ti venga male al fegato; la voce è sexy, seduce anche se hai cinquanta «chili di troppo» o non puoi permetterti la «cura della persona» che meriti, e soprattutto se non hai voglia di essere sedotto; l’atmosfera è quella che la tua vita avrebbe se avessi il dono della poesia, ma non preoccuparti che te lo facciamo, e gratis (senza accumulare bollini su schede gialle e rosse; è nell’aria).
Uscito dal negozio o dal supermercato, quando vedo la mano della persona che abita su strada (e alla quale non so cosa dire, se non «pago con il bancomat, mi spiace» e non è sempre la verità), cerco sempre di togliere il residuo acustico dai padiglioni auricolari prima che venga del tutto assorbito. Guardo la normalità dell’uomo o della donna che chiede soldi e mi sembra di non sentire. Poi esco come da una piscina. Come l’aria dopo l’acqua, la realtà si fa viva, tira schiaffi che definiscono ma non ti collocano in una categoria popolosa: sei solo, unico, poco somigliante ai simili. L’effetto è terminato. La musica appartiene a un luogo dal quale sei uscito. Che non ti appartiene.
«Come dimenticarti di noi, che abbiamo offerto comprensione e indorato la tua sopravvivenza» dice il Marketing.
«Non dimenticarti» dice la voce del cantante, anonimamente elettrificata.
Camminando su una strada di odori bruti, attraversando una densità ben diversa (clacson, grida che sembrano bestemmie intraducibili, cani che abbaiano a una delle tante lune elettrificate) e portando i sacchetti tesi come sacche scrotali, mi sembra di dimenticare tutto. Le voci, il ritmo, le atmosfere. Fino a quando, qualche giorno dopo, per caso non inciampo sul filo di una canzone. Magari per strada, fuori da un altro negozio, o davanti a uno dei tanti schermi della vita. Mi piombano addosso l’atmosfera da discount, il ritmo del discount e le voci da discount. Mi ricordo persino di quanto ho speso, a volte. E comunque non riesco a identificare la canzone. Non mi sforzo neanche di trovare il titolo con una di quelle app che sanno dare un nome a qualunque suono. Tanto è inutile. So di aver ascoltato mentre vagavo a caccia di promozioni, nel zigzag del consumo. E mi ricordo chi sono. Un consumatore. Un certo tipo di consumatore. Poi dimentico.
