La terza creatura
(Il racconto può essere letto in versione integrale, solo nella parte in corsivo o solo in quella in tondo: ogni percorso di lettura mantiene senso compiuto.)
Non saprei indicare con precisione l’epoca in cui, nella mia regione epigastrica, si sia prodotta questa sorta di cavità. In verità ne avverto l’esistenza da sempre, ma solo oggi ho deciso di esaminarla. Vi ho introdotto la mano, quindi l’intero braccio, senza tuttavia raggiungerne il fondo: il che induce a supporre che la cavità non presenti un limite definito, o che la sua estremità sfugga a qualsiasi accertamento. All’interno pare muoversi un’aria oscura, vorticosa, che ricorda il moto dei pensieri ossessivi. Non provoca dolore; piuttosto una lieve dispnea.
Esame fenomenologico – Venezia, Giorno 1
Di Almerico, le era piaciuto come le aveva fatto scorrere gli occhi su ogni poro della pelle, senza averla nemmeno guardata. Le pupille, le aveva sentite brillare direttamente in corpo; buchi liquidi e caldi, che non smettevano di pulsarle nel petto. Avrebbe voluto nuotarci dentro a bracciate larghe. Pelle bianca che affiora sulla superficie nera. Respiro. Apnea. Respiro. Alla luce dei suoi occhi, era vivida. Vibrava. Voleva un’altra dose del suo sguardo, ma lui l’aveva lasciata a terra con il corpo in convulsione ed era sparito senza dire niente. Allora era costretta a darsi spiegazioni da sola, sdraiata sul tetto, mentre si mangiava le unghie e la pelle delle labbra, in mezzo ai miagolii. A seconda delle versioni che costruiva nella sua testa, lui appariva come una persona di grande eleganza o, al contrario, un superficiale. Allora smetteva di analizzare ogni parola che si erano detti e stringeva i pugni immaginando di poter leggere tutte le ragioni, semmai fossero esistite, direttamente in cielo; ma quella sarebbe stata magia e lei era una donna di scienza.
Il vortice pare aver ampliato la propria estensione, ma, data la natura cronica e strutturale della patologia, deduco che l’esito più probabile non sia la morte biologica, piuttosto uno stato di sopravvivenza gravemente menomato. Dall’osservazione del quadro somatico, risulta che il parametro più adatto per valutare lo sviluppo della cavità è il peso. Il vortice, pur composto di sola aria, manifesta infatti una pressione gravitazionale percepibile, il che spiegherebbe l’effetto dispnoico.
Comincio a temere che i fenomeni osservati possano ripercuotersi a livello encefalico: si registra una certa difficoltà nel governare i pensieri e la gestione del tempo. Come è noto, non è possibile governare il tempo meteorologico. Tuttavia, avevo lungamente coltivato la convinzione di poter dominare il tempo cronologico. Tale persuasione appare ormai vacillante.
Prognosi e fisiopatologia – Venezia, Giorno 7
Avvicina il volto allo specchio e stende due strisce magenta sulle labbra. Sotto la luce artificiale, le linee intorno agli occhi e i solchi che scendono dal naso sono più evidenti. A forza di tirare avanti, il tempo ha smagliato la pelle dell’interno coscia. Alvise doveva avere una decina di anni meno di lei. Le sue braccia solide l’avevano stretta più di una volta. C’era qualcosa in quella forza che somigliava al possesso, alla fame degli animali. In fondo, lui era un essere semplice, fatto solo di corpo. Quando lei passava la mano sul suo torace, al posto della carne, percepiva aria: non perché anche lui fosse affetto dalla cavità, ma perché non sembrava affetto da niente. In almeno due occasioni lei aveva provato a modificare il DNA di uno di quegli insetti forbici. Avrebbe voluto ficcarglielo nell’orecchio così che gli suggerisse le cose giuste da dire. Ma gli insetti sono esseri minimi, difficili da manipolare. E lei aveva esperienza solo di animali veri.
Oreste, invece, aveva la capacità di capire cose che gli altri non riuscivano nemmeno a immaginare. La sensazione che i suoi nervi fossero sensibili come fili elettrici scoperti a contatto con una goccia d’acqua, l’affascinava più di tutto. Come quella volta che lo aveva visto avvicinarsi a un papavero con la bocca aperta e gli occhi lucidi. Era bastato guardarsi. I pistilli nerissimi che trafiggono il centro; petali sanguigni così lievi da scorrere tra le dita. Eppure, quello era solo un fiore di campo. Ma per motivi che lei non comprendeva, Oreste non l’aveva scelta fino in fondo. Come se fosse facile trovare un’altra persona che guarda i papaveri allo stesso modo.
La pressione tende ad accentuarsi in assenza delle persone la cui prossimità sarebbe ritenuta necessaria. Ne deduco che una possibile terapia consisterebbe nello sviluppo di una completa autosufficienza emotiva; soluzione però difficilmente realizzabile poiché il comportamento umano, seppur influenzato da vari fattori, resta biologicamente orientato alla vita di gruppo e vincolato al fenomeno della riproduzione. In alternativa si può ipotizzare la ricerca di un’adeguata forma di quella che, per convenzione, chiamerò Terza Creatura. Nell’interazione tra due individui, ciascuno introduce nel rapporto una specifica sfaccettatura della propria personalità, modulata in relazione all’altro. Da questo incontro nasce un’entità distinta, la Terza Creatura, la cui configurazione varia a seconda degli interlocutori. Con individui compatibili, essa può svilupparsi fino a sublimare l’esperienza di entrambi e ridurre, se non sanare del tutto, la cavità. Su questi presupposti, procederò allo sviluppo di una cura.
Ipotesi terapeutiche – Venezia, Giorno 14
Alvise era nudo e immobile sul letto di metallo con le palpebre molli rilassate nelle cavità oculari; Almerico era raggomitolato nella vasca dei cadaveri con le orbite vuote; il corpo di Oreste era sotto di lui, con la pelle che aveva già preso il colore della polvere perché tutto il suo sangue era stato trasfuso in un’ampolla.
I bulbi oculari sono delicati, vanno maneggiati con cura. Lei li solleva uno a uno dal vassoio e li posiziona nelle cavità, appena sotto la palpebra molle contornata da ciglia rade. Passa una mano sul braccio freddo, ruvido. Preme due o tre volte per trovare la vena perché i liquidi corporei hanno già gonfiato lo strato sottocutaneo. Infila la cannula e il filo rosso comincia a percorrere il tubicino trasparente.
L’ampolla è finalmente vuota. Lei sfila la cannula e collega gli elettrodi sul petto, polsi, testa e caviglie, così da provocare il collegamento dei neuroni interni. Preme il bottone di attivazione. Si tratta di un processo lungo e bisogna aspettare.
Nelle prossime ore si compirà una fase decisiva dell’osservazione clinica della terapia. Sarà necessario stabilire se la Terza Creatura possieda condizioni di vitalità. L’insorgenza del fenomeno è quasi immediata: basta che due individui si trovino a breve distanza perché l’entità cominci a delinearsi. I primi segni sono fondati su percezioni chimiche e psichiche, a loro volta influenzate dall’impostazione sociologica. Si annoverano postura, espressione del volto, odore percepibile; progressivamente si aggiungono timbro della voce, velocità dell’eloquio e contenuto semantico del discorso.
La Terza Creatura è assimilabile al fenomeno del vento: è mutevole e invisibile, ma capace di produrre effetti rilevanti sugli individui che vi partecipano. Se —
Lo scricchiolio del letto di metallo la interrompe. Lei alza lo sguardo dalla pagina e poggia la penna. L’uomo ibrido si mette seduto: il gonfiore è sparito e non ci sono lividi o cicatrici visibili. Scende dal letto, oscilla, ma i piedi restano saldi sulle mattonelle. Comincia a camminare a piccoli passi. Lei lo guarda e si aggrappa alla sedia sulla quale è seduta. Ingoia aria, non aveva pensato a cosa dire e non aveva pianificato cosa fare; forse non aveva nemmeno creduto fino in fondo che l’uomo sarebbe resuscitato. Continua a sprofondare nella sedia di legno, con gli occhi sbarrati, mentre lui arriva con il volto a pochi centimetri dal suo.
“Come sei bella”
Lei riprende a respirare, intanto che il cuore torna a pulsare secondo ritmi normali. Gira il volto e guarda a terra. Con una mano, cerca di domare la nebbia dei capelli gonfi. Le occhiaie, le sente brulicare sottopelle; unico tocco vivo, il rossetto. L’uomo allunga la mano direttamente nella sua vestaglia di velluto. Lei abbandona la testa all’indietro, anche le braccia cadono molli. È una cascata di pelle e carne su una sedia di legno. L’ibrido apre l’ultimo drappo di velluto. Lei sussulta sotto il freddo del palmo che scorre dal collo, lungo tutto il torace.
“Cosa sono tutte queste cicatrici?”
Lei si guarda addosso, non sapeva di averle. Sembrano pezzi di lenzuolo cuciti male, proprio sopra la cavità vorticosa. L’ibrido passa la lingua su ogni taglio e il bianco si fa rosa, poi rosso come la pelle incisa. Dalle labbra magenta, versi dei gatti che s’incontrano sui tetti. Lui sopra; dentro di lei, attesa. Adesso la cascata è fatta di carne, pelle e sangue. Lo sguardo dentro lo sguardo corre in un canale profondo. È tutto buio ma non fa paura. La Terza Creatura è formata.
— la manifestazione dell’entità è quasi immediata, la sua validazione richiede tempo.
Il metodo più attendibile resta l’osservazione dei fatti che il discorso non può manipolare. Tra gli indizi più rivelatori figurano una dimenticanza significativa, una menzogna accertata, la reiterata ambiguità nel comportamento o, semplicemente, l’assenza di una presenza solida. Non di rado, per il benessere psichico degli individui coinvolti, si rende necessario lasciare deperire l’entità o persino procedere alla sua soppressione deliberata. È esperienza comune che una Terza Creatura dissolta con un atto chiaro e netto risulti più accettabile di un’entità che svanisce senza causa manifesta o spiegazione intelligibile.
Protocollo di validazione – Venezia, Giorno 21
L’ibrido sistema un mazzo di papaveri al centro del tavolo di legno, sotto il cono di luce soffocato dalle tende di velluto. Sorride, si muove piano nella stanza, seguito dagli occhi di lei, seduta con le mani in grembo e la schiena curva. Sono troppo in alto per vedere chi passi per il canale, ma ogni tanto arriva la voce dei gondolieri, lo strido di qualche gabbiano. Lei ascolta solo il suo stesso respiro per capire se la cavità si stia chiudendo. Ma forse è troppo presto per capire.
Va precisato che l’essere umano non è riducibile a etichette generiche come “noioso” o “simpatico”, né tali aggettivi possiedono valore positivo o negativo in senso assoluto. Gli individui possono partire da qualsiasi configurazione caratteriale e osservare la forma che scaturisce dal loro incontro. In ogni caso, per garantire la durata della Terza Creatura, i soggetti coinvolti devono possedere due caratteristiche fondamentali:
- la volontà, tradotta nell’aderire in modo reiterato e consapevole al supporto del fenomeno
- un sufficiente grado di stabilità psicologica
Quanto al primo punto, per gli individui rivolti soprattutto alla propria energia intrapsichica, la valutazione dell’altro non avviene tramite un autentico apprezzamento della persona, ma secondo modalità superficiali e strumentali, subordinate a fini utilitari. Ne deriva una facile soppressione dell’entità nei momenti di difficoltà, o persino la mancata attivazione iniziale per scelta deliberata. Non di rado, questo tipo di individuo arriva a creare innumerevoli Terze Creature, perseguendo scariche dopaminiche alla stregua di una vera e propria dipendenza.
Riguardo agli individui irrisolti richiamati nel secondo punto, non dispongo ancora di elementi sufficienti per formulare un’opinione solida.
Fattori determinanti Parte Prima – Venezia, Giorno 28
La Terza Creatura aleggia nell’aria, non dice niente, non si agita, non minaccia e, soprattutto, non abbandona.
Il respiro dovrebbe entrare nei buchi nel naso, scendere per la gola e gonfiare tutto lo stomaco. Solo allora può lasciare il corpo passando per le labbra. C’è sempre bisogno di aria nuova. Lei non ha il coraggio di guardare la cavità. Non ancora. Infila una mano nella vestaglia e, con la punta delle dita, si tocca le ferite spesse e frastagliate. Mentre tiene lo sguardo fisso sull’ibrido, si muove nella stanza, sposta il vaso di papaveri e si sdraia sul tavolo. Apre le gambe come si aprono le margherite all’alba e la vestaglia scivola giù. L’ibrido si avvicina a leccare ogni ferita.
La luna è un puntino luminoso al centro dei drappi di velluto che pendono alla finestra. L’uomo dorme su un lato. La casa è imbottita della pazienza della Terza Creatura. Lei si alza dal letto, infila la vestaglia, spinge il portone e la sua pelle si inumidisce dell’odore della pioggia appena passata. Attraversa i ponti a piedi nudi, serpeggia nei vicoli tra i gondolieri che controllano i ferri di prua e riparano i remi. Gli sguardi degli uomini restano attaccati alla sua scia. Lei si appoggia a un muro, sposta i capelli da un lato e offre il collo al vento. Fa scivolare una mano dal seno all’inguine; dall’apertura della vestaglia, mostra tutta la lunghezza delle gambe. Alle sue orecchie, arriva qualche risata e la voce dei gondolieri.
“Hey… Hai voglia di divertirti un po’?”
E due braccia ispide di peli le circondano la vita. Corpo a corpo. Palmi larghi e ruvidi percorrono la sua schiena, si aggrappano alle curve. Dal canale salgono vapori e rumori liquidi. Le labbra di lei si aprono a un centimetro da quelle del gondoliere; si scambiano fiato bianco per qualche istante. Ora sono una sola sagoma impressa nel buio frusciante. Nell’acqua la luna trema.
“Ahi! Ma sei pazza?!”
Il gondoliere arretra con una mano sul labbro sanguinante. Lei ride a bocca aperta. Ride reggendosi lo stomaco, fin quando le lacrime le colano giù per le guance. Tornerà a casa prima che l’ibrido si svegli.
Alla luce di ulteriori studi, posso finalmente chiarire il ruolo del soggetto portatore di conflitti psico-emotivi nella gestione della Terza Creatura. Anzitutto, egli/ella manifesta incapacità di valutarne con obiettività lo stato di formazione, reagendo spesso con timore: paura che l’entità abbia origine tossica, che non giunga a compimento, oppure, paradossalmente, che nasca davvero. Emergono limiti anche nella gestione successiva alla formazione, a causa della generale mancanza di obiettività e fermezza. L’evoluzione più preoccupante si manifesta, tuttavia, nella fase di morte della Terza Creatura. L’elaborazione del lutto può essere un processo emotivamente invalidante per qualsiasi individuo, ma nel soggetto irrisolto tale perdita può addirittura coincidere con la morte psicologica del soggetto stesso. Egli/ella può infatti interpretare l’entità come parte del suo stesso corpo, provando, alla sua scomparsa, un dolore quasi fisico, paragonabile alla perdita di un arto o della vita stessa. In alcuni casi il soggetto irrisolto arriva addirittura a costruire Terze Creature immaginarie e a soffrire per la loro morte come se fossero state vive e durature.
Fattori determinanti Parte Seconda – Venezia, Giorno 35
Lei è in piedi sul tetto avvolta dai suoi stessi capelli. Sul suo corpo struscia il velluto della vestaglia e il pelo del gatto che le accarezza le caviglie. Ha con sé il quaderno degli appunti. Chiude gli occhi, prova a concentrarsi sul suo stomaco per capire se si è fatto più leggero, ma il vento confonde il respiro. Si affaccia giù. Teste colorate si spostano lungo le viuzze; sale odore di carne arrostita, mare e urina, e lei è abituata solo a quello dell’umidità. Alza lo sguardo alle nuvole fumose e il vento le lava la testa dai capelli e da tutti i pensieri.
Le informazioni acquisite finora sono sufficienti a formare un quadro abbastanza completo della Terza Creatura, ma non sono ancora in grado di stabilire la sua efficacia come cura della cavità. Per completezza riporto che, secondo articoli scientifici recenti, ogni individuo possiederebbe una forza intrinseca sufficiente a supportare la guarigione. In particolare, si rileva che il cervello, in quanto organo dotato di plasticità, è capace di modificare la propria forma se supportato da grande forza di volontà e percorsi specifici. In ogni caso, a mio avviso, non si può sottovalutare la complessità, la natura strutturale, e talvolta contraddittoria, delle patologie psico-emotive, la cui radice tuttora mi sfugge.
Criticità delle ricerche esterne – Venezia, Giorno 42
Non si può più aspettare. Slaccia la vestaglia, apre un drappo, poi l’altro. Abbassa la testa e apre gli occhi: la cavità è ancora lì; e gira allo stesso modo. Prende il quaderno e scrive un’ultima frase:
Il cervello è plastico, ma il cuore rimane un muscolo involontario.

Molto interessante questa doppia struttura (ricorda un po’ certi esperimenti alla Cortázar). E la formulazione di questa ‘Terza Creatura’ è fascinosa e brillante.
L’autrice si è ispirata a qualcosa in particolare?