Una baronessa con un’educazione inutile

di Hélène Valla
(Primo capitolo di un romanzo inedito)
La baronessa Filomène de Ricouchy aveva ricevuto un’educazione impeccabile, il che costituiva il primo dei suoi problemi.
Le avevano insegnato a distinguere un minuetto da una gavotta dopo poche battute, a riconoscere un tessuto pregiato passando le dita sul rovescio, a scrivere lettere di ringraziamento che commuovevano destinatari di cui ignorava cordialmente l’esistenza. Aveva imparato a sorridere senza mostrare i denti, a camminare senza far rumore e a non porre domande in presenza di uomini, che le avrebbero comunque risposto male.
Aveva imparato, soprattutto, a occupare lo spazio che le veniva assegnato senza mai tentare di ampliarlo.
Del corpo umano, invece, non le era stato insegnato quasi nulla.
Nonostante ne abitasse uno da ormai vent’anni.
Il castello dei Ricouchy si affacciava su una distesa di campi ordinati con una precisione quasi morale. Le siepi erano potate affinché nessun ramo sembrasse ambizioso, i vialetti di ghiaia rastrellati ogni mattina fino a cancellare qualunque traccia di passaggio precedente. I corridoi interni avevano un odore costante di cera e lavanda e assorbivano i passi come se il rumore fosse una forma di cattiva educazione.
Perfino le voci, lì dentro, sembravano educate. Non si alzavano mai abbastanza da diventare davvero necessarie.
La casa funzionava.
Funzionava da generazioni, senza bisogno di essere interrogata.
Filomène trascorreva le mattine tra lezioni di musica e ricamo. Il clavicembalo le restituiva sempre la stessa risposta, indipendentemente da chi lo suonasse, e questo la rassicurava più di quanto fosse disposta ad ammettere. Il ricamo, invece, le richiedeva un’attenzione che non riusciva a concedergli: punti minuti, ripetuti, che non portavano da nessuna parte se non a una superficie più decorosa.
«Una mano gentile non deve mai affrettarsi», le diceva la dama di compagnia, una donna magra e composta che sembrava fatta della stessa stoffa dei tendaggi.
Filomène annuiva, osservando quelle mani gentili che non avevano mai stretto nulla di vivo.
A tavola, l’abbondanza era tale da rendere superfluo l’appetito. Le portate si succedevano senza lasciare traccia: carni morbide, salse profumate, dolci così elaborati da sembrare concepiti più per l’ammirazione che per la digestione. I corpi sedevano eretti, mai stanchi, mai sudati, mai doloranti.
Filomène osservava con una curiosità che non aveva ancora un nome quei colli scoperti, quelle mani curate che non avevano mai tremato per la fatica. Le parevano parti decorative di un insieme più grande. Come elementi di un mobile pregiato che nessuno aveva mai provato a usare davvero.
Sua madre la rimproverava spesso per quello sguardo.
«Una giovane donna non fissa», diceva, posando il tovagliolo con un gesto definitivo.
Filomène distoglieva gli occhi. Non perché fosse d’accordo, ma perché aveva imparato a risparmiare energie.
Durante una lezione di danza, anni prima, era svenuta. Non per emozione né per debolezza, ma perché l’aria nella sala era finita senza che nessuno se ne fosse accorto. Era caduta con una compostezza che aveva reso difficile capire se facesse parte dell’esercizio. L’episodio era stato archiviato come una sensibilità eccessiva, e corretto aumentando le pause.
Filomène aveva imparato allora che il corpo, quando segnalava qualcosa, veniva considerato maleducato.
Fu durante una di quelle cene perfettamente riuscite che accadde un piccolo incidente, tanto insignificante da non meritare di essere ricordato da nessun altro.
Un ospite, un uomo rubicondo e molto convinto di sé, stava spiegando con grande sicurezza perché l’ordine naturale delle cose fosse anche il più giusto possibile. Gesticolava mentre parlava, come se le sue mani avessero bisogno di partecipare alla solidità delle sue argomentazioni. A un certo punto, una goccia di vino rosso gli scivolò sul dorso della mano.
Nessuno se ne accorse.
Nessuno glielo fece notare.
Il vino rimase lì, a raffreddarsi lentamente sulla pelle, mentre l’uomo continuava a parlare di equilibrio, tradizione e stabilità.
Filomène lo osservò. Pensò, senza particolare emozione, che se quella fosse stata una ferita, nessuno avrebbe reagito in modo diverso. Il pensiero non la turbò. Le sembrò semplicemente corretto.
Non disse nulla.
Col tempo, iniziò a notare che ogni piccolo incidente corporeo veniva trattato con un disagio sproporzionato: un taglio al dito durante il ricamo, un leggero malessere a tavola, una mano che tremava per la stanchezza. Tutto veniva corretto, coperto, ricondotto alla forma.
Mai osservato davvero.
Le aspettative su di lei erano chiare e condivise. Un buon matrimonio, una gestione decorosa di una casa importante, figli sani, silenzio opportuno. Il suo futuro era stato pianificato con la stessa attenzione con cui si pianifica un giardino: perché fosse bello da vedere, non utile a nutrire nessuno.
Filomène obbediva.
Con grazia.
Con puntualità.
Con una diligenza che veniva spesso scambiata per adesione.
Ma di notte, quando il castello cambiava odore e il silenzio diventava più onesto, leggeva.
I libri non erano proibiti; semplicemente, non erano previsti. Trattati vecchi, mal rilegati, con pagine che odoravano di umido e polvere. Disegni imprecisi, annotazioni a margine, tentativi falliti. Filomène li sfogliava con attenzione, soffermandosi sulle parti che nessuno le aveva mai spiegato: come si fermava un’emorragia, perché una mano smetteva di rispondere, cosa accadeva quando qualcosa, dentro, si rompeva davvero.
Non provava ribellione.
Piuttosto, interesse.
Fu questo interesse, e non una particolare vocazione all’altruismo, a spingerla a insistere affinché parte delle rendite familiari fosse destinata a opere filantropiche in provincia. Ospedali, ambulatori, medici di cui si parlava poco e male. Suo padre approvò con un sorriso distratto: la generosità era sempre stata considerata una virtù adatta alle donne, purché non producesse domande.
Filomène pose le sue.
Quando lasciò il castello per la prima volta, diretta verso una di quelle destinazioni marginali, notò che l’aria cambiava prima ancora del paesaggio. L’odore di terra umida entrò nel carro, insieme a rumori meno educati: ferri che battevano, voci non misurate, animali che non si scusavano per esistere.
Non provò disagio.
Provò attenzione.
Allora non lo sapeva ancora, ma quell’educazione così accurata, così elegante, così minuziosa, le sarebbe tornata utile solo in un modo.
Le aveva insegnato a osservare un sistema che funzionava perfettamente.
E a riconoscere, quando fosse arrivato il momento, che funzionare non sia la stessa cosa che vivere.
Fu con questo pensiero — non ancora formulato, ma già presente — che Filomène attraversò per la prima volta la soglia di un luogo dove il corpo non veniva ignorato.
E dove qualcuno, finalmente, non avrebbe avuto il tempo di risponderle male.
