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La cultura offesa

 

La conversazione

di

Francesco Forlani e Ciro Marino

su Fanpage Antonio Musella scrive:
Il FLIP è un festival della letteratura indipendente, promosso da editori e librai locali, che si tiene a Pomigliano d’Arco da diversi anni. Una rassegna che ha contribuito ad accrescere l’utenza di lettori nella città dove il numero di librerie è un record nazionale: ben sei per un Comune di 40 mila abitanti. Grazie al Festival sono arrivati a Pomigliano negli anni grandi nomi della letteratura, ed un pubblico sempre più vasto. Quest’anno però il Festival traslocherà ed il motivo è l’ostruzionismo del Sindaco di Pomigliano d’Arco, Lello Russo, nei confronti degli organizzatori. Dopo aver approvato il finanziamento al Festival il primo cittadino ha messo bocca sul programma, chiedendo esplicitamente all’associazione promotrice di escludere uno degli organizzatori del festival. La colpa sarebbe quella di “aver parlato male” di Russo, motivo per cui il Sindaco ha ripetutamente minacciato gli organizzatori di ritirare il supporto del Comune se non ci fosse stato un cambio di programma. Per gli organizzatori la richiesta è stata irricevibile, da qui la decisione di lasciare Pomigliano d’Arco e non voler avere più nulla a che fare con l’amministrazione comunale.
“O togliete quel nome o sospendo il sostegno al Festival”

Ciro Marino, libraio ed editore di Wojtek è uno degli organizzatori del Flip Festival della Letteratura Indipendente di Pomigliano d’Arco. Ci conosciamo da anni e quando ho letto la notizia gli ho proposto di parlarne qui su Nazione Indiana. Non si tratta di una semplice, e per certi versi banale, per quanto catastrofica, questione personale. Quello che si evince dai fatti successi è la frattura, non risanabile, tra il mondo della cultura e quello della politica, che si sovrappone a quello ancora più tragico tra economia e creazione artistica e culturale. Che ne pensi tu?

Guarda, ancora oggi non è facile, per me e per tutti noi del FLIP, comprendere fino in fondo ciò che è accaduto.
I nostri rapporti con il sindaco non sono mai stati idilliaci, questo è vero. Eppure, quando ci è stato chiesto di contribuire alla candidatura di Pomigliano d’Arco a Capitale Italiana del Libro, non ci siamo sottratti. Al contrario: abbiamo messo a disposizione tutto ciò che avevamo, il nostro lavoro, le nostre relazioni, il nostro tempo, le nostre energie. Lo abbiamo fatto perché abbiamo sempre pensato che una città venga prima delle differenze con chi la amministra.
Forse qualcuno ha scambiato quella disponibilità per una forma di acquiescenza. Ha immaginato che fossimo pronti ad accettare anche richieste che, invece, abbiamo ritenuto fin dal primo istante irricevibili. È stato un errore di valutazione.
A colpirci, oggi, non è soltanto ciò che è accaduto, ma anche ciò che non è accaduto: nessuna risposta formale alle PEC che abbiamo inviato, nessuna presa di posizione della giunta, a cominciare dall’assessore alla Cultura. Un silenzio che pesa quanto le parole.
Di contro, abbiamo ricevuto un abbraccio straordinario. Quello della città di Pomigliano, dei tanti cittadini che ci hanno scritto, dei consiglieri di opposizione e, naturalmente, dell’amministrazione di Casalnuovo di Napoli, che non ha esitato un solo istante ad accoglierci. Di questo saremo sempre grati, in particolare al sindaco Giovanni Nappi e al consigliere Mario Visone.
Sul resto condivido la tua riflessione. Se la politica — o almeno una certa idea della politica — pensa che finanziare un festival indipendente significhi automaticamente comprarne la fedeltà, costruire clientele o allevare sudditi, allora il problema è molto più grande del FLIP. Noi abbiamo sempre pensato che il sostegno pubblico alla cultura serva a garantire la libertà, non a limitarla. Per questo raccontare pubblicamente ciò che è accaduto non è stata una scelta strategica: è stato, semplicemente, un dovere morale.

Devo la mia conoscenza di Pomigliano a Pasquale Avallone, conosciuto insieme alla sua vivacissima comunità Leggimi forte, agli incontri dei presìdi del libro alla Laterza di Bari in occasione dell’uscita del mio “Parigi”. Nell’immaginario diciamo culturale e politico di molti di noi Pomigliano d’Arco è soprattutto l’esperimento città-fabbrica che l’ha caratterizzata nel secondo novecento, il che mi ha sempre suggerito un accostamento a Ivrea, alla comunità creata da Olivetti. Come a Ivrea Pomigliano d’Arco rievoca vertenze e esperimenti di fabbrica e comunità legati alle lotte operaie. Negli anni settanta E Zezi, gruppo operaio, con la famosa Tammurriata dell’Alfasud promessa mancata del riscatto industriale del Mezzogiorno, hanno rappresentato un momento importante nell’emancipazione culturale e sociale. In una delle più belle canzoni, che trattavano di morte sul lavoro, ‘A Flobert, a un certo punto Colasurdo canta:

Ma nuje l’ajmm’ capito
cagnamm’ sti culuri
pigliammo a sti padrune
e mannammel’ ‘affanculo.

Il vostro festival in questi anni ha svolto un’azione importante sul territorio, e sicuramente avete raccolto il testimone di quelle esperienze quasi trasformando la Flobert, fabbrica, in Flaubert letteratura. Guardando i dati anagrafici dell’attuale consiglio, per esempio L’assessore alla cultura del comune di Pomigliano d’Arco, il professor Giovanni Russo, che detiene le deleghe alla cultura, istruzione e politiche giovanili, con un curriculum di tutto rispetto, laureato in filosofia, è del 1963, dunque in qualche modo figlio di quel fermento culturale. Il sindaco attuale, Raffaele Russo era già assessore in quegli anni, eletto a maggio 2023 con oltre il 73% dei voti. Un consiglio composto da persone che dovrebbero avere quella sensibilità.

Si tratta di un’amministrazione nata, come accade in moltissimi comuni italiani, dall’intreccio di liste civiche, equilibri e interessi che raramente coincidono con una precisa identità ideale. Non credo che la chiave di lettura sia quella dell’appartenenza politica. La maggioranza che sostiene questa amministrazione va dai socialisti a Fratelli d’Italia, passando per la Lega e Forza Italia.
Quanto all’eredità degli Zezi — ma ci metterei anche ‘A Sunagliera, le Nacchere Rosse e tutte quelle esperienze che hanno reso Pomigliano un luogo riconoscibile ben oltre i suoi confini — credo che il fermento culturale di oggi ne sia, in qualche misura, figlio. Non perché ne replichi i linguaggi, ma perché ne custodisce la stessa idea di comunità: la convinzione che la cultura non sia un ornamento, ma una forma di partecipazione civile.
A Pomigliano non c’è soltanto il FLIP — o forse dovrei dire: non c’era soltanto il FLIP. C’è Sguardi Ostinati, una rassegna di cinema d’autore preziosa; c’è Camera Film; c’è il festival teatrale I nostri miti; c’è Itaca – Colonia Creativa e molte altre realtà che, spesso lontano dai riflettori, tengono viva la vita culturale della città.
Anche il Pomigliano Jazz, prima di noi, è stato costretto ad allontanarsi e a trasformarsi in un festival itinerante. Oggi, alla luce di quanto abbiamo vissuto, quel precedente assume un significato diverso e più doloroso.
Personalmente non ho mai avuto una tessera di partito e non ho mai fatto politica partitica. Chi frequenta il FLIP o la mia libreria sa che i comizi restano sempre fuori dalla porta. Ho sempre dialogato con tutti, indipendentemente dalle appartenenze.
Il FLIP è nato come uno spazio indipendente e continuerà a esserlo. Indipendente dalla politica, ma anche da una certa idea della programmazione culturale che sembra ritenere obbligatorio parlare sempre e solo di periferie, degrado, camorra o emergenze sociali. Sono temi importanti, naturalmente, ma noi abbiamo scelto un’altra strada. Siamo convinti che la letteratura possieda una forza civile propria, che non abbia bisogno di giustificarsi attraverso l’attualità o di farsi ancella della politica. Leggere un romanzo, ascoltare una poesia, discutere di un libro è già un modo di immaginare una società diversa. E questo, qualche volta, è persino più radicale di uno slogan. Infine, la tua immagine della Flobert che diventa Flaubert mi sembra felicissima. Credo che il FLIP abbia provato, nel suo piccolo, a dimostrare proprio questo: che la cultura non è una parentesi rispetto alla storia industriale di Pomigliano, ma una sua naturale evoluzione. Cambiano gli strumenti, non il desiderio di emancipazione. Prima si costruivano automobili e si difendevano diritti; oggi si costruiscono comunità di lettori. Anche questo è un modo di produrre futuro.

Tantissima solidarietà ricevuta sia a mezzo stampa che sui social a livello locale e nazionale. Immagino anche da parte dei cittadini. Cosa vorresti dire ai lettori di Pomigliano, soprattutto ai ragazzi che non potranno « viversi » il festival come negli anni passati? Organizzerete delle navette? Dei presidi alle due librerie?

La prima cosa che vorrei dire ai cittadini di Pomigliano è semplicemente grazie. In questi giorni abbiamo ricevuto centinaia di messaggi, telefonate, mail. Il giorno dopo la nostra denuncia molte persone sono entrate in libreria senza nemmeno comprare un libro: volevano solo stringerci la mano, dirci che il FLIP appartiene anche a loro. Ed è forse questa la cosa più preziosa che abbiamo scoperto in mezzo a una vicenda tanto dolorosa: un festival indipendente non è soltanto di chi lo organizza, ma della comunità che negli anni lo ha riconosciuto come un luogo di incontro e di libertà.
Ai ragazzi e le ragazze, soprattutto, vorrei dire di non leggere questa storia come una sconfitta. La letteratura ci insegna che anche gli spostamenti fanno parte delle storie: a volte i luoghi cambiano, ma non necessariamente cambia ciò che quei luoghi hanno generato. Il FLIP cambia città, ma non cambia anima. Continueremo a fare quello che abbiamo sempre fatto: invitare scrittrici e scrittori, discutere di libri, creare occasioni di confronto, difendere uno spazio in cui il pensiero possa restare libero.
Naturalmente faremo tutto il possibile perché chi vorrà raggiungerci a Casalnuovo possa farlo con facilità. Stiamo lavorando anche all’idea di organizzare navette e ad altre soluzioni che permettano a chi ci ha seguito in questi anni di continuare a sentirsi parte del festival. E qui va ancora una volta ringraziato il comune di Casalnuovo che ha dimostrato fin da subito una sorprendente disponibilità. Dandoci la possibilità di dimostrare che i confini amministrativi non coincidono con quelli di una comunità culturale.
E poi c’è una promessa che sento di poter fare: il FLIP non interrompe il suo rapporto con Pomigliano. È stato costretto a spostarsi, ma continuerà a considerare questa città il luogo da cui è nato e in cui ha messo radici. Continueremo a lavorare a Pomigliano, a organizzare incontri, a costruire relazioni intorno ai libri. Perché un festival dura pochi giorni, ma una comunità culturale si forma nel tempo, nelle conversazioni dopo una presentazione, nelle persone che si incontrano per la prima volta grazie a un autore, nei ragazzi che entrano in una libreria e scoprono che quel luogo può appartenere anche a loro.

 

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francesco forlani
francesco forlani
Vivo e lavoro a Parigi. Fondatore delle riviste internazionali Paso Doble e Sud, collaboratore dell’Atelier du Roman . Attualmente direttore artistico della rivista italo-francese Focus-in. Spettacoli teatrali: Do you remember revolution, Patrioska, Cave canem, Zazà et tuti l’ati sturiellet, Miss Take. È redattore del blog letterario Nazione Indiana e gioca nella nazionale di calcio scrittori Osvaldo Soriano Football Club, Era l’anno dei mondiali e Racconti in bottiglia (Rizzoli/Corriere della Sera). Métromorphoses, Autoreverse, Blu di Prussia, Manifesto del Comunista Dandy, Le Chat Noir, Manhattan Experiment, 1997 Fuga da New York, edizioni La Camera Verde, Chiunque cerca chiunque, Il peso del Ciao, Parigi, senza passare dal via, Il manifesto del comunista dandy, Peli, Penultimi, Par-delà la forêt. , L'estate corsa   Traduttore dal francese, L'insegnamento dell'ignoranza di Jean-Claude Michéa, Immediatamente di Dominique De Roux. Ultimo romanzo pubblicato: L'amico spagnolo
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