I poeti appartati: Deborah De Rosa

Tre poesie
di
Deborah De Rosa
Pelle umana
Disperato tentativo
d’evitare il deserto, da quando hai scoperto
che somiglia a me. Credevi di no
e hai creduto male. È la pelle umana
vestita dei gioielli spenti: ogni volta in cui ci siamo pensati
meglio, non potevamo fare peggio.
Di ciò che vomiti dentro e non gridi
al di fuori ne patisce assai più
la gola. Si consuma il fiato e poi collassa
un pensiero in petto. Tutti gli organi, sai,
sperano la vita. Ma è solo pelle umana
e fa paura il peccato, il rimorso
del poi: sapersi l’anima
e scoprirla morta.
*
Taranta
Nel giardino di Dio ogni donna è la benvenuta
purché la sua carne non sia malata e convulsa.
Tant’era grave il suo tormento
che per guarirla dal morso la madre chiamò l’orchestra in casa.
La stanza sputava l’afa e s’era fatta piccola
perché la sciagura era diventata degli altri
e lei danzava scalza con otto piedi per sudare via la bestia dal corpo.
Per giorni si mangiava solo l’aria breve dei tamburelli
e il cuoio della suola stanca che assillava sempre lo stesso ritmo.
Diventava l’ossessione di tutti
e s’ammalavano a guardare la croce di legno, pregando che lei guarisse.
La supplica s’espandeva a macchia d’olio
nel recinto umano del rito. Si piangeva tutti
sulla polvere mossa
ché il dolore convulso è maligno, ma è pure un bisogno.
Se lo scacci, lui torna.
Se l’ammazzi, rivive ed è santo.
Se non ce l’hai, t’ammali dentro di vaiolo.
La disgraziata era caduta, ma ancora spasimava
e strisciava singhiozzi e sudore in terra.
Aveva mai chiesto d’entrare nel giardino di Dio?
*
Al Sole, sai,
non importa nulla del mare della sera
che mi allaga le ciglia.
È al Sole che tu assomigli.
Da Nera e amara (Edizioni Dialoghi, 2025)
*
