Ultima multis
di Gabriele Gallina

Per colui per il quale vivere lontano dalla propria casa è ormai un’abitudine, il ritorno al proprio luogo di origine non è certo legato al desiderio di novità, bensì a quello di ritrovare ciò che era stato lasciato esattamente così come era stato lasciato, il più intatto e antico possibile. Eppure, quando, dopo lungo tempo, tornò a casa della madre agli inizi del mese di ottobre, la visione di un grosso e maturo melograno che spiccava da una cesta di frutta posta sul ripiano della cucina accanto al frigorifero, si palesò ai suoi occhi col carattere di una sorpresa.
La madre lo invitò a provare l’uva che una sua amica gli aveva portato il giorno prima dalla campagna insieme ad altre cose, ma in quel momento non gli andava. Una volta a tavola, le chiese incuriosito come mai avesse comprato quel grosso melograno che sembrava uscito da un quadro di Cezanne, posto poi che Cezanne ne avesse mai raffigurato uno. “Ti ho detto che me l’ha portato Dionetta dalla sua casa in campagna”. “Che frutto particolare, l’albero di casa nostra a Torre alta li fa, ma sempre di piccole dimensioni, sarà per via del terreno e della presenza di tutti quei grandi pini che impediscono alle altre piante di crescere oltre una certa misura. Non ne mangio uno da quando ero piccolo… anzi no, aspetta, non credo di averne mai mangiato. So che è un frutto cristico, legato alla sfera religiosa e al concetto di sacrificio”. “Uhm, più che altro al paganesimo, alla mitologia greca e latina… il mito più noto dove c’è di mezzo un melograno è probabilmente quello di Persefone”. “Non me lo ricordo… mi dici?”. “…niente, Persefone era stata rapita da Ade, e una volta agli inferi sarebbe dovuta restare lì perché la legge divina così voleva per chi come lei avesse mangiato dei chicchi di melograno in quel luogo. Nel frattempo sua madre, Demetra, impazzita dal dolore per la scomparsa della figlia, aveva praticamente smesso di far crescere qualsiasi cosa sulla terra: campi secchi, raccolti distrutti, carestie. Alla fine Zeus dovette intervenire e ordinare che Persefone le fosse restituita. Persefone era però ormai legata ad Ade per l’eternità perché aveva mangiato il melograno, il cibo dei morti; le fu tuttavia accordato di passare sei mesi all’anno con lui e i restanti sei con Demetra.
Insomma: è uno di quei miti cosmogonici con cui i Greci spiegavano le origini delle stagioni. Infatti, per loro, era autunno e inverno quando Persefone era agli inferi, mentre il periodo che lei passava sulla terra coincideva con la primavera e l’estate. ”.
Parlarono poi dei più vari argomenti, come sempre si parla tra familiari, fino a farlo per inerzia, quel tanto che basta per affermare la presenza, esprimerne una continuità. Fino a che però la madre gli chiese se l’indomani avrebbe potuto portare la gatta dal veterinario. “Non mangia… né va alla lettiera. Sta tutto il tempo a dormire”.
Mangiarono il melograno: difficile da aprire per chi non è avvezzo; una volta spaccato in due il frutto offre in chicchi la sua polpa. Una membrana rossastra, trasparente e traslucida, riflette morbidamente la luce che gli sta addosso come una coperta invisibile.
La madre prese una delle due metà del melograno e ne bevve il succo come si beve da una coppa, sembrava di assistere a uno strano rito, domestico e pagano. Il melograno ha un buon sapore, pensò. Anche se evitare di ingerire i chicchi può risultare fastidioso, qualora si scelga di mangiarli e se capita di masticarne uno, il loro gusto aspro contrasta in modo felice con il dolce della polpa. È un frutto originale, antico, come la vita nella semplicità profonda delle contrapposizioni elementari.
Una volta in macchina, coperto il trasportino con un piccolo lenzuolo bianco (per come gli era stato suggerito), si avviò verso il centro veterinario che si trovava non molto lontano da casa, vicino al mare. Era il primo pomeriggio di una luminosissima giornata di sole. La gatta non fece altro che piangere per l’intera durata del breve tragitto. Una volta arrivati al centro, in mancanza del solito medico di riferimento, la dott.ssa Tragicomma, chiese del medico Fozai, che in quel momento era proprio accanto all’impiegata dell’accoglienza e che lo accolse immediatamente con un “si accomodi” – pensare che si era portato varie letture per ingannare il tempo dell’attesa…
“Cosa ha la gatta?” La madre aveva preparato su sua richiesta un lungo audio WhatsApp da far sentire alla dott.ssa una volta lì, nel quale tutta la sintomatologia presente e pregressa di Loral veniva esposta dettagliatamente: l’ascoltò insieme al medico. Soprattutto, la madre chiedeva che si facesse un prelievo alla gatta per capire che cosa avesse di preciso, senza fare esami troppo invasivi o dispendiosi. La dott.ssa si era però accorta che la gatta durante il viaggio aveva rimesso dei croccantini all’interno del trasportino e si era opposta all’ipotesi di un prelievo, perché per ottenere risultati affidabili la gatta avrebbe dovuto essere digiuna da almeno 10 ore. “Procediamo invece con un’ecografia, mi deve aiutare a tenerla ferma”.
L’ecografia fu molto più lunga di quello che aveva immaginato: quando gli era capitato di subirla da paziente, si era sempre trattato di esami molto rapidi. Questa volta, invece, si trattò di un esame prolungato e tenere ferma Loral, se non era difficile nell’atto pratico, lo era invece perché la gatta si lamentava e ogni tanto cercava comunque di divincolarsi. “Sa, questa è una gatta molto amata in famiglia, noi abbiamo avuto fino a 10 gatti, oggi sono rimasti in 6. Lei è un po’ la principessa della casa”. A un certo punto, la compassione per l’animale prese il sopravvento e allentò la presa: Loral fuggì all’istante sotto allo scarno e asettico tavolo del veterinario. La Dott.ssa la riprese prontamente facendola rientrare nel trasportino, poggiato anch’esso sopra all’ampio banco di metallo. La grata d’ingresso, sulla parte anteriore della gabbietta è aperta, ma Loral non esce. “Ho brutte notizie, c’è una formazione neoplastica nell’intestino. Ho bisogno di vedere meglio – ancora un attimo – con l’ecografia. Devo esserne certa. La tenga col panno, come prima, non le fa niente; altrimenti chiamo qualcun altro e mi faccio aiutare”.
Ora erano in tre a tenerla, l’esame impiegò ancora dieci minuti buoni, che si aggiungevano agli altri venticinque del primo tentativo. “Confermo la diagnosi, mi dispiace”. “Visto quanto detto da sua madre e vista la situazione clinica dell’animale, pensare ad una cura che preveda anche un intervento chirurgico, non soltanto è dispendioso ma molto probabilmente anche inutile. Non farebbe che allungare la sofferenza dell’animale. Bisogna mettere al primo posto la sofferenza dell’animale, evitare che soffra”. “Quindi, cosa consiglia di fare? Quanto le resta”. “… poco! Pochissimo… qualche giorno, forse una settimana. Si potrebbe tentare con un palliativo, ma non è detto che risponda positivamente. Sarebbe forse il caso di valutare l’eutanasia.” “L’eutanasia? E quando!?”. “Subito… oggi!”. Trasalì, fece qualche passo all’indietro, le lacrime arrivarono agli occhi come un riflesso incondizionato, si voltò di scatto per prendere i fazzoletti nella tasca della giacca. Trattene le lacrime a fatica. “Cosa c’è? Si sente bene?”. “Si! Tutto bene!”, disse con un vocione il cui farsi grosso tradiva l’emotività che tentava goffamente di coprire. In quell’esatto momento però, la gatta, che era stata messa nuovamente dentro al trasportino, lo guardò. Quello sguardo attraverso le grate di plastica del trasportino fu un colpo di fucile, lo trafisse ben più profondamente delle parole appena udite. Era uno sguardo che pungeva per innocenza e purezza, sguardo fiducioso di bambina, che scoccava da due bellissimi occhi, con le pupille grandi, dilatate, scure e profonde. Indimenticabili. Ma c’era qualcosa di più: ero uno sguardo che non si sapeva spiegare, una sorta di sguardo d’intesa. Conteneva un che di enigmatico, una richiesta. Non la pretesa di un favore, ma il riconoscimento tacito di un punto fermo, di cui lui e la gatta in qualche modo erano a conoscenza. O almeno, la gatta sì, lui non ne aveva che un vago e oscuro sentore, o doveva averne un simile sentimento. A questo, a ricordargli quel qualcosa di essenziale serviva quello sguardo.
La dottoressa parlò nuovamente al telefono con la madre. Fece un’iniezione alla gatta. “È cortisone, dura per due settimane. Se risponde bene riprenderà a mangiare e tutto il resto”.
Prese il trasportino con Loral dentro, che subito tornò a lamentarsi miagolando ininterrottamente (non avrebbe smesso fino al ritorno a casa), pagò e si avvio verso la macchina. La dottoressa si era nel frattempo spostata in un’altra stanza dell’ambulatorio. La salutò dall’anticamera, ma non capì distintamente se avesse ricevuto una risposta. Una volta alla macchina, mentre sistemava nuovamente la gatta sul sedile, si sentì come fissato da qualcuno. Alzò gli occhi e vide la dottoressa che lo guardava dalla penombra dell’uscio della clinica, le indirizzò un gesto di saluto, ma non fu ricambiato. Pensò di aver frainteso, o che il tutto stesse divenendo in qualche modo stranamente inquietante. Che si trattasse di uno sguardo ostile, o addirittura predatorio? Che non stesse guardando lui? Ma lì fuori non c’era nessun altro…
Nei giorni seguenti la salute della gatta effettivamente migliorò: sebbene continuasse a dormire per la maggior parte del tempo, aveva almeno ripreso a mangiare. “Pensare di uscire da casa con lei e tornare senza mi avrebbe distrutto”. “Lo capisco…, no. Non l’avremmo permesso”.
Il suo breve soggiorno nella vecchia casa della madre giunse al termine. Fuori, via, verso la vita, gli impegni e tutto il resto di tutte quelle cose così importanti che riempiono di senso le giornate della gente che si prefigge nobili scopi e traguardi prestigiosi. Avrebbe dovuto compiere ancora altri viaggi prima di tornare nel posto in cui effettivamente risiedeva allora. In quel periodo, nei ritagli di tempo, rileggeva alcuni testi di un grande filosofo tedesco lungamente studiato, uno di quelli che davvero – si diceva – avevano visto e capito tutto, e con largo anticipo, finezza e dovizia di particolari rispetto a tanti altri pretenziosi pensatori. Aveva in particolare tra le mani un’edizione tascabile di un saggio di straordinaria fattezza e vi leggeva una riflessione sull’autorità che emana del morente. “Allo spirare della vita […] l’indimenticabile affiora d’un tratto nelle espressioni e nei suoi sguardi e conferisce a tutto ciò che lo riguardava l’autorità che anche l’ultimo tapino possiede, morendo, per i vivi che lo circondano. Questa autorità è all’origine del narrato”. Poche pagine prima aveva letto: “una volta non c’era casa, non c’era quasi stanza, dove, un tempo, non fosse morto qualcuno. (Il Medioevo sentiva anche spazialmente ciò che, come sentimento del tempo, rende così significativa la scritta di una meridiana a Ibiza: Ultima multis). Mentre oggi, in vani ancora intatti dalla morte, i borghesi ‘asciugano le pareti’ dell’eternità, e, avviandosi al termine della vita, sono cacciati dagli eredi in sanatori ed ospedali”. Questi passaggi gli avevano fatto ricordare un altro scritto dello stesso autore, uno scritto dal sapore proustiano, un tentativo in fondo di appropriarsi dell’esperienza per mezzo della memoria: “A dominare era un tipo di mobilio che a causa del capriccio con cui riuniva in sé gli ornamenti di molti secoli, era a tal punto compenetrato di sé stesso e della sua durata da non prevedere alcuna usura, alcuna vendita, alcun trasloco, restando sempre ugualmente prossimo e ugualmente lontano dalla propria fine, che pareva la fine di tutte le cose. La miseria non poteva trovare accoglienza in stanze in cui in fondo non ne otteneva nemmeno la morte. In esse non c’era posto per morire; perciò i loro inquilini morivano nei sanatori, mentre i mobili già alla prima successione ereditaria finivano in un negozio. La morte in essi non era prevista. Per questo di giorno apparivano così confortevoli e di notte diventavano lo scenario di sogni paurosi. Appena vi accedevo, la tromba delle scale risultava abitata da un incubo che prima appesantiva e toglieva forza a tutte le membra, e alla fine, quando dalla sospirata soglia mi separavano ormai solo pochi passi, mi prendeva in suo potere. Siffatti sogni furono il prezzo con cui mi guadagnai la sicurezza. La nonna non morì nel Blumeshof. Difronte a lei abitò per lungo tempo la madre di mio padre, che era più vecchia. Anche lei morì altrove. Così quella strada divenne per me l’eliso, il regno delle ombre di nonne immortali eppure defunte”. Anche i suoi nonni erano morti lontani da casa propria, pensò.
Finalmente fece ritorno nella sua abitazione (erano trascorse altre due settimane di viaggio da quando aveva lasciato la casa materna, con varie altre tappe intermedie). Lo attendeva un periodo di lavoro intenso. Un giorno, dopo pranzo, mentre lavava i piatti si accorse che il detersivo che stava utilizzando era alla fragranza del melograno. Che coincidenza bizzarra, non si era accorto di averlo comprato, ma doveva averlo fatto prima di intraprendere il suo viaggio.
Sentiva la madre più o meno regolarmente e le chiedeva come stesse la gatta. Loral, nel frattempo, era stata fatta visitare anche dalla Dott.ssa Tragicomma (la quale aveva a sua volta confermato la fatale diagnosi) e, dopo un miglioramento tale solo in apparenza, sembrava versare nuovamente su una brutta china.
Un venerdì pomeriggio, mentre era assorbito nel suo lavoro, riceve una chiamata della madre. Si trovava in quel momento da un altro veterinario: la gatta era troppo mal messa, la necrosi dei tessuti dovuta al suo male provocava un pesante cattivo odore nelle stanze in cui si trovava. Non mangiava, era agli sgoccioli. Aveva deciso di portarla in clinica veterinaria per, probabilmente, mettere la parola fine a questa storia.
È più facile per chi è distante pensare che una cosa sia giusta o meno quando non tocca a lui occuparsene. Fu forse questa parziale consapevolezza che indebolì il suo maldestro tentativo di evitare la soppressione di Loral, non che la madre ne fosse poi del tutto persuasa. Misero giù.
Passa una mezz’ora, forse di più. “È successo una specie di miracolo! Le hanno fatto una prima anestesia prima di procedere… la gatta si addormenta ma dopo poco si sveglia. Il medico ha provato una seconda volta. L’anestesia non le ha fatto niente! È proprio vero che l’uomo non decide nulla. Ho deciso di riportarla a casa”.
Suo fratello portava a casa dei piccoli mici. Si arrabbiava, opponeva resistenza, perché a suo giudizio il fratello prendeva l’iniziativa senza tenere conto degli altri. Confrontarsi con lui era difficile: gli doveva quasi urlare da dietro la porta socchiusa della stanza per farsi sentire. Quella stanza era in realtà la camera della sorella, dove il fratello dormiva di solito quando entrambi si trovavano a casa della madre. Il fratello aveva un atteggiamento sornione, come se si divertisse a vederlo arrabbiato, ma alla fine pareva capire.
A un certo punto decideva di far uscire uno di quei gatti, un piccolo micio arancione e bianco, nel giardino. Dalla porta-finestra vedeva passare prima un uccello, nel quale credeva di riconoscere un pavone, e poi una gatta dai colori straordinari — tra il beige, il verde e il viola, forse quelli del pavone o dell’anatra del Nilo — dal manto cangiante, quasi iridescente. Stava sdraiata al sole su mattonelle bianche, il pelo le luccicava.
Dopo, dovevano mettersi a tavola: avevano apparecchiato per tre. Ma proprio in quel momento qualcuno bussava, e cominciavano a entrare amici del fratello, spingendo tre passeggini con dei bambini. Lui pensava, infastidito, che il fratello avrebbe potuto almeno avvisare, visto che stavano per mangiare. In tutto ciò stava fumando e si chiedeva se fosse giusto farlo ora che c’erano i bimbi nel salone. Si avvicinava alla finestra, indeciso se buttare la sigaretta o tenerla, perché, in fondo, era casa sua e non era stato informato dell’arrivo di tutti quegli ospiti.
Salutava una delle amiche del fratello, una donna mai vista prima, mentre gli altri prendevano posto sul divano. La sorella, invece, non compariva nel sogno, anche se la sua presenza per così dire aleggiava, era in qualche modo una presenza atmosferica. In uno di quegli stati di semicoscienza che precedono il risveglio si ricordò che la sera precedente aveva parlato a lungo con lei al telefono.
Passò ancora un giorno, “la gatta sta male, si è messa sotto al mobile, quello che era della zia, poi si è spostata. Gli altri gatti la evitano”. “Che dobbiamo fare, aspettiamo?”. “Che altro possiamo fare…”. “È stata una gatta molto amata, ben voluta, parte della famiglia. Dormiva sempre all’altezza del mio cuscino, praticamente attaccata alla mia testa…” “Sei ancora fuori?”. “Sì, ero tornata, poi sono uscita nuovamente. Ora sto rientrando una seconda volta…”.
Venti minuti dopo, un’altra telefonata: rispose a sua sorella accendendo la modalità video dello smartphone. “Loral è andata…”. Parlano di lei, vedono vecchie foto, la gatta aveva vissuto con loro 15 anni o forse più. L’amore degli animali, si sa, è incondizionato… Si dice che i gatti e in generale gli animali domestici talvolta si ammalino al posto nostro, che ci schermino dal male, che tacitamente si sacrifichino per noi.
“Ora che fai ma’?”. “Domani vado a casa a Torre alta”. “La seppellisci lì?”. “Seppellirla lì? No, l’ho già fatta cremare…”. “Ho capito. Quando mi hai detto che si era spostata, non ho capito invece dov’è che si è andata a mettere poi”. “Sotto alla mia libreria”. “Ah lì, dove ci sono i tuoi classici greci e latini?”. “No, i classici sono nell’altra, in quell’accanto”.
