Gilgameš

di Tommaso Pecci

Mi sono spesso domandato, nel corso della mia breve esistenza, che significato abbia lasciare dei fiori sulla tomba di qualcuno. La prima risposta – quella infantile e dettata da ciò che mi veniva insegnato – era quella commemorativa. Ma non mi è mai bastata: perché proprio dei fiori? Un amico una volta mi suggerì che il fiore posto su una tomba produce un cortocircuito paradossale. Un organismo vivente all’acme della sua crescita viene accostato ad un ammasso di vermi e fango. Ma è un’antitesi, diceva questo amico, che si risolve a favore del morto: il fiore, simulacro del bel tempo che fu, ne testimonia l’assoluta permanenza oltre il deperimento. D’altra parte, io ho paura che in tutto ciò si celi un’ironia tagliente che non cauterizza l’emorragia umana. Tante volte ho visitato tombe, reali o immaginarie, di personaggi pubblici e privati. Anni fa a Père-Lachaise ho visitato la tomba di Amedeo Modigliani: un cumulo di macerie, sporca mai lucidata, priva di ogni minimo ornamento floreale. Che direbbe il mitico bohémien italiano di una tomba del genere? Innanzitutto, che non si può effettuare alcun ri-equilibrio post mortem: non bastano i fiori a redimere un’esistenza. Un giorno, mentre portavo dei fiori sulla tomba di mio nonno, mi resi conto dell’assurdità di ciò che facevo. Alle mie domande disilluse, mia madre rispose: «Almeno i fiori coprono le date».

Mio nonno si chiamava Mario, il nome più comune di tutti, ma sapeva distinguersi dagli altri. Se mio padre ha sempre avuto i tratti di un Guglielmo Tell, lui era Gilgameš, eroe di altri tempi. La storia che ho sentito raccontare più volte su mio nonno è quella della sua fabbrica: ciò che accade ancora oggi, con meno clamore, sollevò un polverone negli anni Settanta. Un metalmeccanico in cassaintegrazione non promette una famiglia felice: mia madre, piena di sogni e di speranze, dovette abbandonare il sogno di un liceo artistico per fare qualcosa di più utile: gli schizzi non pagano, i calcoli da ragioniera sì. Ogni volta che la vedo intenta a decorare un tavolo per un pranzo di Pasqua so che quella è solo un manierismo, un nervoso teatro di posa per dare un senso a una passione buttata. Non possiedo neanche un disegno di mia madre, ma guai a buttare i miei disegni delle elementari, traccia per lei di un tempo in cui poteva essere e non è stato. Non depreco mio nonno: Gilgameš conosce sulla sua pelle i rischi del credere in qualcosa. La prima notizia biografica che io abbia di lui risale a quel famoso 1948, anno di lotte e di speranze. Un giorno, guardandomi fisso negli occhi (aveva già il colorito giallognolo della sua dipartita), mi disse che lui ci aveva creduto davvero, di poter fare la rivoluzione. Quante delusioni deve aver provato un uomo di quegli anni per rimanere incazzato fino alla fine dei suoi giorni. La rabbia, ancora, connota l’ennesimo personaggio di questa storia sgangherata. La rabbia di un padre che obbliga una figlia diciottenne a trovare un lavoro per sostentare una famiglia, la rabbia di un suocero molto duro, di un nonno di poco affetto.

Un giorno d’estate lo accompagnai in ospedale, per sapere se il sangue prelevato avesse dato un qualche responso. Gilgameš era pieno di buchi sulle braccia e qualcuno anche in testa: abbandonato su una sedia, combatteva con scarso successo le cascaggini, accettava di buon grado la lacuna visiva. Io mi intrattenevo con un cruciverba o un po’ di musica, per lo più osservavo. Di sicuro non riuscivo a rimanere impermeabile al circostante che con tutta la sua tracotanza invadeva ogni anfratto del mio umore. Passare una giornata intera in quei luoghi equivale ad una gelida scrosciata di realtà. Di fronte a tale sofferenza non esiste alcun concetto che possa sopravvivere. Chiusi in fantasmatiche sale operatorie, in corridoi asfittici, in corti interne cementificate – tutti quanti immaginavano ossessivamente la propria morte, la visualizzavano. Così, inondato da tale fanghiglia, realizzavo che niente era reale oltre alla proprio scontatissima dipartita. È lo stesso quesito che probabilmente si pose Gilgameš prima di abbandonarci: tanti concetti e tante buone intenzioni, ma verso la fine dell’ultimo atto nessuno vuole disertare il palco. Anche l’eroe atavico e mitologico cede di fronte all’attimo incerto. Gilgameš mi fissava con gli occhi iniettati di congedo e sussurrava minuscoli e impercettibili pugnali di veleno. «Scusa, scusa, scusa, scusa». Nessuno vorrebbe farsi vedere in quelle condizioni, tantomeno dire addio. Così, ogni possibile Altrove sembra tramontare e affondare in un mare di denso petrolio. Se esiste un Altrove, non può non fare i conti con questa immensa massa nera che tutto ingurgita e niente rigetta. Quante storie sono state così annullate, quante sono finite nel nulla. Parole su parole, accatastate come infiniti cadaveri di eterea consistenza. Vedendo la salma di Gilgameš non riuscivo a pensare ad altro: lui che era così pieno di parole, adesso giaceva svuotato e rinsecchito. In quel simulacro giallognolo tutto il mito, tutta la sua disfatta. Eppure, quando lo vidi esposto nella bara sembrava impettito e rigido come sempre. Ma nei suoi occhi chiusi ho letto, infine, la pace. Fino in fondo, ha creduto in qualcosa e ora se ne stava là come la Sfinge con il suo enigma: avrà trovato o no ciò che cercava?

La notte dopo il funerale, ho sognato infinite schiere di salmoni che lottano controcorrente per raggiungere la cima della cascata. Molti cadevano e si spappolavano su rocce appuntite, alcuni ce la facevano solo per svelare la cascata successiva.

Alla fine ognuno ha il proprio Altrove.

LASCIA UN COMMENTO

Per favore inserisci il tuo commento!
Per favore inserisci il tuo nome qui

articoli correlati

Contro Ulisse

di Davide Orecchio
Verso la fine di questa estate nata nel segno di Omero e Nolan, rispolvero un mio raccontino odisseico. Nella nota a fine testo spiego da dove viene il racconto.

La terza creatura

di Valentina Riva
Adesso la cascata è fatta di carne, pelle e sangue. Lo sguardo dentro lo sguardo corre in un canale profondo. È tutto buio ma non fa paura. La Terza Creatura è formata.

Una storia italiana

di Marcello Luberti
Intravedo nel vecchio compagno Gordiani la paura della vittoria più che della sconfitta. E dire che di sconfitte ne ha masticate abbastanza; sono dieci anni che è assente dal Parlamento

Una fame che non c’era stata

di Daniele Macuglia
Il furgone non portava farina. Lo si caricava prima che il sole rendesse l’aria difficile da respirare: la bilancia appesa al treppiede, il metro per la mezza apertura delle braccia, le scatole delle fettucce e i moduli.

L’uomo senza lingua

di Max Mauro
Nell’estate dei miei tredici quasi quattordici anni in paese arrivò un personaggio curioso. Non che a Fol mancassero figure originali, tutt’altro. Sebbene il paese contasse meno di mille abitanti

Nuda

di Laura Mancini
La signora Russo avanza come un battello sbattuto dai mari. A sostegno della sua oscillazione è il solo carrello, sbrindellato ma perfettamente efficace, al pari delle sue anche e della sua intera persona.
davide orecchio
davide orecchio
Scrittore e giornalista. Vivo e lavoro a Roma. La maggior parte dei miei romanzi e racconti tradisce un certo interesse per la storia, ma una minoranza si rifiuta di farlo. Testi inviati per la pubblicazione su Nazione Indiana: d.orecchio.nazioneindiana(at)gmail.com. Il materiale deve essere inedito, salvo eccezioni motivate. I tempi di lettura sono lunghi. Pubblico i testi che mi piacciono avvisando in anticipo l'autore, ma in caso di mancata pubblicazione non posso rispondere, mi dispiace.
%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: