Discordi montagne (La gaia cecità #3)
di Giacomo Sartori

Sono cresciuto nel culto delle montagne, che in casa mia erano considerate bellissime e preziose. Ma anche istruttive, perché frequentandole si imparava la pazienza e la perseveranza, e l’onestà con sé stessi e gli altri. I miei, tra i pochissimi genitori non credenti nella regione molto cattolica, la veneravano quasi fosse una divinità, e le dedicavano tutte le domeniche, d’estate come d’inverno. Per un periodo avevano gestito un rifugio, prima che io nascessi, prima di dover abbandonare per la loro totale mancanza di doti commerciali e per le loro discordie. L’amara nostalgia legata a questo scacco rendeva il loro attaccamento ancora più viscerale e tormentato.
Per mio padre la montagna era la liberazione dalle pastoie della vita quotidiana, quell’inferno dominato dalla nuova alleanza tra i preti e gli ipocriti politici della Democrazia Cristiana che lui odiava. Lui era dalla parte dei mai pentiti perdenti, e non sopportava che per interesse tutti si conformassero al nuovo corso. Leggeva molte biografie di alpinisti e descrizioni di imprese estreme, e anch’io divoravo avidamente quelle avventure sempre a contatto con la morte. Perché naturalmente accanto a quella bellezza c’erano il pericolo e la morte eroica, la bella morte come dicevano quelli che la pensavano come lui: quegli stessi ingredienti che lui aveva amato durante la guerra, e che gliela facevano quindi ricordare. Non era detto a chiare lettere, ma le nostre erano gite fasciste.
Nei fatti le nostre imprese non erano certo quelle dei grandi alpinisti, eravamo pur sempre una famigliola con dei bambini. Il nostro dominio erano il limite superiore dei boschi e la fascia degli arbusteti e delle praterie alpine, solo raramente ci spingevamo sulla roccia vera e propria. Mio padre soffriva quindi di non potersi confrontare con veri pericoli e vere imprese, come in guerra aveva rischiato tante volte la pelle. Avrebbe voluto essere più in alto, sulle pareti di roccia, senza di noi, come quegli scalatori eccezionali dei quali leggeva le temerarie ascensioni. E in fondo ce lo faceva pesare che fossimo quelle palle al piede che eravamo, con le quali più di tanto non poteva fare. Soprattutto quando mia madre si impuntava, gridava che era stufa che ci mettesse nei pericoli. Contrariamente a quello che gli aveva fatto credere prima che si sposassero, e lui non gliela aveva mai perdonato, lei aveva molta paura. E noi bambini vomitavamo in macchina e dimenticavamo sempre questo o quello, eravamo agli antipodi da quella sobria disciplina militare che era il suo modello.
La verità era che nemmeno lui era un grande alpinista, nonostante il suo amore incondizionato per la montagna, e dentro di lui lo sapeva. Soffriva di essere un semplice escursionista, simile per certi versi a quegli imbranati tutti addobbati ma incapaci che lo facevano sogghignare mentre traversavamo i villaggi turistici eleganti. Noi eravamo in fondo i suoi capri espiatori, e in qualche modo ce ne rendevamo conto. Spesso però dimenticava tutti questi rovelli, e era semplicemente contento di avere davanti quei magnifici panorami che lo esaltavano e lo facevano stare bene. In quei momenti perfino la nostra compagnia non gli risultava più spiacevole, nonostante i nostri irredimibili difetti.
Da adolescente sono venuto a contatto con altri mondi, e da un giorno all’altro ho smesso di seguirli nelle loro gite. D’improvviso quello che mi affascinava erano le rivolte contro le ingiustizie e i grandi rivoluzionari del passato, gli agitatori del presente. Persone spinte dal vento delle speranze e degli ideali, e dei libri militanti, indifferenti alle sfide del corpo e ai maestosi paesaggi rocciosi. Andare a camminare in montagna mi sembrava una perdita di tempo, un’attività di una classe della società che non aveva niente di meglio da fare. Ancor più delle differenze ideologiche questo ripudio approfondiva il fossato ch’era apparso tra di noi, perché non potevano concepire che rinunciassi alla cosa per loro più importante. Io però proseguivo risoluto per la mia strada, convinto di non portarmi appresso alcuna zavorra. Ci ho messo moltissimi anni a capire a che punto la loro fede era entrata profondamente dentro di me e quanto mi aveva influenzato, senza che me ne rendessi conto.
Non a caso, con il senno di poi, ci sono presto tornato, in montagna. Non più come escursionista, ma come studioso della terra. Dopo alcuni anni dedicati a altisonanti quanto vani progetti agricoli internazionali mi sono reso conto che preferivo guadagnare una miseria ma fare qualcosa che mi piaceva davvero. Il mio obbiettivo adesso non era arrivare sulle cime o fare estenuanti peripli, ma verificare com’erano le terre, quali fossero i loro tratti distintivi, e cercare di capire che fattori fossero in gioco nella loro distribuzione. I miei metodi e le mie finalità erano completamente diversi da quelli degli alpinisti, come anche le mie rappresentazioni mentali. Però sempre di montagne si trattava, simili a quelle che avevo battuto con i miei, se non le stesse. Ma non potevo accorgermene: non vivevo più in quella regione schiacciata dalle montagne e dai pregiudizi, e pensavo anzi di essermene liberato, sul piano personale. Sono cose che si capiscono dopo.
Certo c’erano lunghe scarpinate di avvicinamento, certo non ero insensibile agli scorci caratteristici e alle vedute mozzafiato, ma ora i miei occhi erano puntati al suolo. Per ore restavo fermo nello stesso posto per scavare la buca necessaria ai campionamenti e per eseguire i vari test. Era un modo di vivere i boschi e le praterie di alta quota più intimo, e per molti versi ben più profondo. Nel silenzio rotto da misteriosi crocchi di vita facevo attenzioni ai minimi dettagli, cercavo di cogliere i minimi indizi. Spesso i grossi animali non si accorgevano della mia presenza e mi venivano assai vicini. E alla fine della giornata i miei vestiti e la mia pelle erano sporchi di terra, il che non mi dava noia alcuna, mi appariva anzi un marchio di distinzione.
Non di rado ero accompagnato da botanici, sempre chini su pianticelle e arbusti, e su spesse guide floristiche, o da geologi che guardavano solo le rocce, o ecologi che frugavano i licheni o i tronchi in decomposizione, ciascuno con i suoi strumenti e i suoi modi di osservare e misurare. Era evidente che ognuno navigava su una sua lunghezza d’onda: nelle nostre teste non vedevamo gli stessi paesaggi. E non erano certo i resoconti avvincenti di spedizioni a farci da guida, e nemmeno gli evocativi nomi delle vette e dei passi e dei rifugi. Gli eroi che ciascuno aveva in testa non si erano messi in luce per le loro prodezze fisiche, ma per aver capito per primi questo o quel meccanismo, aver studiato questo o quell’ambiente, aver scritto dei compendi che si distinguevano per chiarezza e precisione. Ognuno di noi aveva presente i manuali della sua disciplina e gli studi che aveva letto, i quali raccontavano quel dato strato della realtà fisica o biologica con frasi asciutte e impersonali, citando la bibliografia per ogni minima affermazione, in modo che ogni enunciato fosse verificabile e non potesse essere opinabile. Per tutti si trattava di interpretare il groviglio che avevamo sotto gli occhi alla luce di quei testi sacri, di captare eventuali scostamenti o anomalie.
Nessuno aveva la noncuranza e la serenità del camminatore: Cartesio e Galileo Galilei ci tenevano d’occhio. Non potevamo abbassare l’attenzione razionale, anche se c’erano dei momenti di frizzi e lazzi, in particolare durante il pranzo al sacco e alla sera. La scienza ha i suoi pedanti rituali intessuti di misure strumentali e analisi di laboratorio, non le importa nulla della bellezza e dello svago, non lascia spazio alle emozioni. Non si può però dire che l’aspetto estetico fosse completamente evacuato. A me in particolare piacevano i suoli originati dai graniti e dai porfidi, leggeri come farina e sempre un po’ umidi, con delle colorazioni giallo acceso, o arancione, o anche rosso carico. E mi ammaliavano i loro ciottoli molto alterati, che si sbriciolavano senza sforzo alcuno nella mano, quasi che a contatto con la terra avessero perso tutta la loro forza minerale. E poi c’erano le cascate di luce tra le ramaglie, gli sprazzi di azzurro scuro, il volo immobile dei rapaci, le caparbie cime in lontananza. C’era un po’ di posto anche per il fascino e l’incanto, sebbene non fossero al centro.
Ho cominciato a scrivere tardi, dopo i trent’anni, quando i panorami della scienza non mi bastava più. I miei riferimenti letterari venivano da molto lontano, ma guarda caso i miei primi romanzi raccontano tutti episodi ambientati tra le montagne. Le storie che mi uscivano pescavano senza che lo volessi nella zavorra di riferimenti e di esperienze che mi trascinavo dietro. Al posto delle vette assolate e delle pareti verticali descrivevo i fondivalle nei giorni piovosi, il grigio degli inverni senza neve, gli svincoli delle strade veloci, i parcheggi e i centri commerciali, i bar sordidi che tengono aperto tardi la notte. In questa tetra retroguardia non c’erano eroi, e nemmeno grandi studiosi, ma piuttosto sbandati, persone che avevano perso la bussola. Era l’altra faccia della medaglia, quella meno nota e non reclamizzata da nessuno. Quella che meglio permetteva di esprimere il mio modo di vedere le cose. Ma erano pur sempre le montagne, quegli stessi paesaggi della mia infanzia. Scalavo del resto altre montagne, di carta e di vento, ma con la stessa ostinazione e la stessa perseveranza del passo di mio padre sulle salite.
Ora la montagna soffre, come molti altri ambienti considerati di pregio. Le valli sulla cresta dell’onda sono assaltate da internauti e influencer desiderosi di farsi un selfie con i panorami più iconici, nei periodi di punta sono chiassosi luna park. Gli avventori dei rifugi pretendono prelibatezze come in un ristorante di lusso, non gli importa che gli ingredienti vadano portati su con l’elicottero, e ancora meno come si chiamino gli alberi e le rocce che appaiono sui loro schermi. Gli sciatori sono ricconi che vengono da tutto il mondo, vogliono piste perfettamente lisce nutrite con energivori cannoni, visto che la neve scarseggia, e sistemazioni a tante stelle. Ma pure gli alpinisti hanno equipaggiamenti tecnologici di punta e puntano a record di velocità, promulgano le loro imprese tramite i social, conteggiano anche loro i followers. È un paesaggio che non ha nulla a che fare con le escursioni austere della mia famiglia e i nostri pranzi al sacco, con l’orrore di mio padre per il dilagare delle logiche commerciali e del mercantilismo, con il suo culto del sacrificio di stampo fascista, o insomma novecentesco. È uno spettacolo in linea con i tempi, dove contano il successo economico e l’esibizione, dove qualsiasi attività fisica diventa performance.
Le vallate rimaste escluse da questa febbre commerciale e digitale invece si svuotano, sono sempre più prigioniere dell’alcol e della cocaina. Ci sono articoli e libri di antropologi e sociologi che le descrivono, e questi studi corredati di statistiche e grafici abbozzano altri paesaggi ancora, che per certi versi si avvicinano a quelli delle mie storie, le quali sprofondano però nell’intimità e nel mistero degli individui. Le mie sono invenzioni che danno l’impressione di essere fotografie molto nitide, ma che non corrispondono a niente di preciso: sono fatte della materia evanescente dei sogni. Ammesso però che le statistiche e le teorie dei ricercatori dipingano qualcosa di più consistente: in fondo nemmeno quelle sono territori dove si potrebbe passeggiare e provare delle sensazioni. Esattamente come gli studi che ho fatto io sulle terre, con i loro didascalici schemi dei versanti esposti a settentrione o a mezzogiorno, che interessano a un pugno di addetti al mestiere.
Adesso che mi sono disfatto dei fardelli storici e psichici della mia famiglia ogni tanto ci torno come escursionista, scegliendo un percorso non massacrante, anche se di tutto rispetto, fuori dalle zone affollate. Ormai da anni lavoro in territori più pianeggianti e molto diversi, però le montagne, con i discordanti panorami mentali annessi e connessi, mi sono restate dentro. Mentre cammino la mia visione analitica non coincide però con quella estetica, cerco quindi di conciliarle, anche se non è sempre facile. La prima mi appare arida e astratta, la seconda un po’ superficiale, non all’altezza della sfida dei tempi. Restano scenari che non collimano e non dialogano, per non dire inconciliabili, visti da occhi che hanno poco a che fare gli uni con gli altri. A volte però ci sono contaminazioni con la pregnanza di epifanie, come quando nei tagli del sentiero vedo spuntare una ferita di terra, con le sue sontuose tinte rosse o ocra. Sono sicuro che ben pochi la vedono, e colgono la sua feroce bellezza: lo considero un azzeccato regalo personale, che mi pacifica.
NdA: la prima puntata di questa serie, “Le nostre roccaforti minerali”, si può leggere qui, la seconda, “L’ecatombe dei paesaggi”, qua
