Le nostre roccaforti minerali (la gaia cecità #1)

di Giacomo Sartori

Da decenni vivo in una metropoli, dalla quale mi allontano meno di quanto potrei. Come tutti i reclusi delle città vagheggio anch’io di essere nella cosiddetta natura, che bazzico spesso per il mio lavoro e ho sempre ben presente, ma nei fatti per lunghissimi periodi calpesto superfici artificiali e senza vita, respiro aria sporca. Mi dico che mi piacerebbe essere tra il verde, che è assurdo che continui a vivere nel luridume minerale e nella sovraffollata concitazione, quando avrei la possibilità di evitarlo. Nei fatti non faccio nulla per cambiare le cose.

Per avere un po’ più di metri quadrati da qualche anno ci siamo anzi trasferiti in una zona periferica cementificata più rozzamente e più povera di veri e propri parchi, priva di quelle virtuosistiche aiole cromaticamente e geometricamente perfette che sono il fiore all’occhiello – in senso anche letterale – della pretenziosa capitale. Essa ha però un maggior numero di malandati giardinetti privati, più zone incolte in attesa di edificazione, più fratte fuori controllo. Mi accorgo che quando passeggio focalizzo sempre di più la mia attenzione su questi elementi considerati senza interesse. Prima guardavo quasi solo i palazzi e i caffè e le persone, adesso i miei occhi senza che io intervenga cercano le aiuolette neglette, le siepi scarruffate, gli alberelli clandestini, le piante spesso sofferenti sui terrazzi. Mi intrigano in particolare le pianticelle che crescono dove proprio non dovrebbero, sui cigli e nelle crepe dei muri, i muschi aggrappati al calcestruzzo, i licheni. Mi appaiono molto più interessanti e istruttivi di tutto il resto, e più semplicemente mi danno più gioia. Spesso mi commuovono. È certo un sintomo della vecchiaia.

Nella nostra testa città e Natura sono due poli opposti, come il fuoco e l’acqua. Questa dicotomia è un bastione inespugnabile resiste anche nell’attuale frana delle nostre certezze riguardo al nostro posizionamento in seno ai viventi: da una parte c’è il traffico nel cemento e l’assembramento, dall’altra gli alberi e i torrentelli con l’acqua cristallina e la pace. È naturalmente un’antitesi fittizia: non foss’altro perché le città sono costruite su corpi naturali, su terre e rocce. Non si vedono, perché sono coperti, ma ci sono. Basta scavare un po’, grattando via la crosta di cemento e asfalto. Un quarto dell’umanità vive in città che hanno gravi problemi di subsidenza, spesso legata allo svuotamento delle falde acquifere e al peso. In vaste zone della metropoli dove vivo io le case si fessurano o anche crollano, perché le argille sulle quali poggiano cambiano volume seccandosi e bagnandosi di nuovo. Questi sommovimenti tellurici vengono a ricordare che qualsiasi agglomerato artificiale si insedia su qualcosa che preesiste e ha le sue dinamiche.

Anche l’aria che permea gli inurbamenti e la pioggia che li annaffia sono le stesse dei paesaggi che consideriamo naturali. Pure queste componenti ecologiche fondamentali non si sono potute evacuare, o insomma comandare a bacchetta. Si fanno notare solo quando non sono ottimali – quando l’acqua scroscia troppo abbondante sulle superfici impermeabili, quando la grandine danneggia le automobili, quando l’aria è talmente calda che scioglie l’asfalto – ma ci sono, e agiscono nell’ombra. L’anidride carbonica dell’aria nutre gli organismi che fotosintetizzano, i quali sotto sotto sono dei pericolosi sovversivi. E alleandosi con l’umidità corrode la pasta del cemento armato, aprendo la via all’ossidazione – fomentata dall’ossigeno – dello scheletro metallico. Le gocce non trascinano poi solo particelle minerali e inquinanti, una parte dei quali sono potenti concimi che alimentano i vegetali, ma anche batteri, spore fungine, frammenti cellulari e di DNA, microrganismi metabolicamente attivi o che possono diventarlo. Insomma vita. Rimbalzando sull’asfalto risvegliano altra vita, quella degli attinomiceti, che dà il caratteristico odore di pioggia.

Sempre di più si parla di Natura dentro le città, e a ragione: anche l’agglomerato più ferocemente minerale racchiude isolette di verde, nelle quali pullulano – lasciando stare le piante – microrganismi e animali del suolo e del soprassuolo. I parchi, così come i giardinetti e le aiuole, sono a tutti gli effetti Natura, seppure tenuta al guinzaglio. In ognuno di questi microcosmi anche estremamente ridotti ci sono suoli e c’è la vita e la sua estrema varietà, c’è il riciclo della sostanza organica e la complessità. L’ordine e l’armonia della superficie non devono fare pensare che l’assoggettamento sia assoluto e irreversibile. Ma anche i radi ciuffetti d’erba negli interstizi del catrame o tra i mattoni che osservo nelle mie passeggiate sono Natura, e anzi ancora più insubordinata: se ci sono foglioline ci sono anche essudati radicali, con la loro coorte di batteri e funghi, la loro capacità di disgregare qualsiasi cemento, di mineralizzare i composti organici. Idem per i licheni, nonostante la loro presenza sia ancora più discreta. Tu lasciali lavorare quei fili d’erba e quei licheni, vedrai le sorprese che ti danno. Lo si può constatare, senza tirare in campo la città abbandonata dopo l’incidente di Chernobyl, nei pretenziosi cimiteri monumentali nei quali vago ogni tanto alla ricerca di tranquillità, con le loro tombe piallate dalla corrosione minerale e organica, divelte dalle radici, in molti casi dislocate fino a crollare. Spesso ci sono anche le date precise, si direbbe quasi un puntiglioso esperimento scientifico, messo lì per ricordare agli umani – beffandosi forse del loro protagonismo – come stanno le cose.

Quindi a ben vedere le città non sono poi così avulse dalla Natura come ci appaiono. Certo sono gremite di manufatti minerali, che le danno il loro caratteristico aspetto di roccia artefatta, però c’è anche la vita. Relegata nei recinti a essa deputati, ma anche fuori. Non si vede, ma c’è. Formicola appunto nelle fenditure e nelle nicchie, dove si formano subdole tasche di terra, aspetta solo l’occasione per espandersi e imporsi. Durante la pandemia non erano solo gli animali a invadere le strade e piazze. Anche i semi e le erbette erano partiti all’attacco, in poche settimane avevano espugnato parecchi nuovi baluardi.

Chi conosce gli spazi che molti considerano intonsi, per converso, sa bene che l’impronta dell’uomo è praticamente ubiquitaria. Sulle Alpi e sugli Appennini non c’è un solo metro quadrato che non sia percorso e modificato dall’uomo da millenni, dai fondovalle fino all’ultimo filo d’erba prima delle rocce. I prati sono il risultato del disboscamento, i boschi possono essere considerate piantagioni, in vaste zone di individui che sono quasi dei cloni. Per chi ha l’occhio non c’è nulla di strettamente naturale, ogni comparto risente degli interventi umani. Proprio come le praterie che per i conquistatori americani erano spazi selvaggi, quando erano in realtà territori plasmati dalle popolazioni autoctone. Perfino quelle che chiamiamo foreste vergini, sono modellate dai loro abitanti umani, e prima ancora ominini. Anche in gran parte di quelle associazioni vegetali da migliaia d’anni la nostra specie raccoglie, taglia, brucia, seleziona, dissemina, protegge, domestica, modifica il sottobosco. Niente di più lontano da un intrico inestricabile dove l’uomo è un ospite ingrato.

Qualche volta mentre passeggio mi dico allora che quello che caratterizza le città non è tanto l’abbondanza della porzione minerale, ma l’efficacissima lotta quotidiana di contenimento del vivente che permette di preservarla. Quella che ci appare una situazione statica è in realtà un equilibrio molto precario, risultato di un’incessante soppressione della vita, di uno sterminio vittorioso che ci fa dimenticare che le nostre esistenze fanno parte di una immensa rete. Allontanando i residui decomponibili dei nostri corpi e delle nostre attività, esternalizzando in altre parole i cicli degli elementi, e badando che la vegetazione resti confinata, ci illudiamo di poter vivere in un ambiente puramente minerale. Viene da chiedersi quanto tempo ci vorrebbe perché quegli steli e quei cespi abusivi che osservo durante le mie camminate prendessero il sopravvento, fino a mutare lo statuto da città a area naturale. Certo in qualche decina di anni le erbe avrebbero la meglio sul bitume e crescerebbero ovunque alberelli, in sessanta o settant’anni prevarrebbe la foresta. Il meccanismo che caratterizza più di ogni altra cosa gli ecosistemi, il ciclo della sostanza organica che si forma grazie all’energia solare e viene decomposta per trafugare quella stessa energia, riprenderebbe alla grande. Alimentando altra vita ancora.

Nelle mie deambulazioni – spesso nei diafani lucori artificiali, ho sempre amato muovermi anche la notte – osservo con ancora più attenzione di prima gli alberi, mi affascinano le loro monumentali contorsioni per trovare un equilibrio, in danzante dialogo con le costruzioni, il loro fremere e fluttuare nel vento, le metamorfosi con le stagioni, la capacità di prorompere a ogni primavera. Spesso hanno vistosi sintomi di patimento, soprattutto quando fa caldo, senza che nessuno ci faccia caso. Negli ultimi tempi se ne piantano di nuovi, per mitigare le canicole estive, ma è evidente che non avranno abbastanza terra per crescere come si deve, e anche in superficie non tornano i conti dello spazio necessario. Evidentemente la nostra buona volontà è mitigata da timori inconsci. Se lo si lascia fare un albero riesce a svellere le strade e a abbattere muri costruiti per essere eterni, lo sappiamo. Zitti zitti sono loro le vere potenze di questo Pianeta: sanno captare quello che succede e reagire nel modo più opportuno, sanno resistere e rigenerarsi, sanno modificare il loro intorno, sanno far tesoro dell’esperienza e fare gioco di squadra, sanno perfino cambiare il clima. Dovremmo imparare.

Ma quanti decenni ci vorrebbero – mi chiedo – per buttare giù i tipici palazzi a sei piani dei quartieri centrali? Certo meno di quello che si direbbe. Probabilmente i terrazzetti del quinto piano sarebbero temibili avamposto, da lì e dai camini partirebbero gli attacchi più devastanti che avrebbero ragione dei tetti. E una costruzione senza copertura per le piante diventa una serra ospitale. È certo quello che verosimilmente prima o poi accadrà, è successo a tutte le civilizzazioni, anche senza le spallate dei cambiamenti climatici. Resteranno pietrami in mezzo alla foresta, come le città – io le conosco solo dalle foto – dei Maya. Prima ancora si sbricioleranno i palazzi di mattoni e gesso, che già ora sul mercato valgono meno. La vita, che era stata evacuata, lasciando quel minimo indispensabile per non rendere l’esistenza degli umani impossibile, riprenderà il pieno possesso delle altere roccaforti minerali, che nelle nostre teste consideriamo il paradigma del nostro dominio.

Stanco di camminare inseguendo focolai di ostinata eversione vegetale e pensieri apocalittici ritorno al nostro caseggiato di mattoni pieni e calcestruzzo edificato nel fiducioso Dopoguerra. Dalle finestre del mio studio osservo i possenti platani del giardinetto pubblico antistante: li considero la mia foresta. Mi vanno bene quelli. Capisco e per certi versi ammiro le persone che per coerenza rifuggono la follia mortifera delle città, ma io non riesco a essere così ingenuo da pensare di poter rifugiarmi in un eldorado risparmiato dagli umani, non credo alla Natura, e tanto meno alle scappatoie individuali. In margine a un vero bosco potrei permettermi ben altre esperienze di immersione, senza contare i vantaggi per la mia salute malferma, a un costo minore. Ma sono anch’io come gli altri cinque miliardi di persone che sono state fagocitate da centri urbani destinati prima o poi a implodere. Inscatolato nel cemento mi muovo come un alieno tra altri alieni, percepisco una perfetta sintonia con i tempi che combatto con la mia fragile militanza e il mio lavoro. Sto bene qui.

 

 

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giacomo sartori
giacomo sartori
Sono agronomo, specializzato in scienza del suolo, e vivo a Parigi. Ho lavorato in vari paesi nell’ambito della cooperazione internazionale, e mi occupo da molti anni di suoli e paesaggi alpini, a cavallo tra ricerca e cartografie/inventari. Ho pubblicato alcune raccolte di racconti, tra le quali Autismi (Miraggi, 2018) e Altri animali (Exorma, 2019), la raccolta di poesie Mater amena (Arcipelago Itaca, 2019), e i romanzi Tritolo (il Saggiatore, 1999), Anatomia della battaglia (Sironi, 2005), Sacrificio (Pequod, 2008; Italic, 2013), Cielo nero (Gaffi, 2011), Rogo (CartaCanta, 2015), Sono Dio (NN, 2016), Baco (Exorma, 2019) e Fisica delle separazioni (Exorma, 2022). Alcuni miei romanzi e testi brevi sono tradotti in francese, inglese, tedesco e olandese. Di recente è uscito Coltivare la natura (Kellermann, 2023), una raccolta di scritti sui rapporti tra agricoltura e ambiente, con prefazione di Carlo Petrini.
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