La macchina di merda
di Daniele Poccia
C’era una volta una macchina, che era una macchina di merda. Non che le altre macchine del mondo fossero davvero migliori, ma questa, in particolare, era veramente una macchina di merda. Non era molto grande, a dire il vero, pressapoco come una valigetta ventiquattro ore particolarmente sottile, ovvero tridimensionalmente contenuta, o come una scatola di cioccolatini, e di fatto si apriva proprio come una scatola, bastava impugnarla con entrambe le mani, tenerla di fronte a sé, e aprirla dal basso verso l’alto lentamente, per assistere a un vero cataclisma: la macchina inghiottiva poco a poco tutto quello che c’era nei dintorni, non importavano le dimensioni, le consistenze, le vocazioni e i gradi, inghiottiva tutto, salvo chi la teneva in mano.
È chiaro che una macchina del genere suscitasse ogni genere di cupidigia bellicistica, assicurarsene il possesso voleva dire guadagnare per stessissimo fatto l’egemonia mondiale, ma è anche vero che il suo utilizzo era estremamente limitato: se ti trovavi su un prato di montagna, avresti visto inghiottire prima gli insetti e i ciuffi d’erba, poi le zolle di terra e le pietre, pietre man mano sempre più imponenti, e poi avresti cominciato a sentir scricchiolare le montagne, sarebbero venute giù le valanghe, i crolli e gli inabissamenti tettonici avrebbero smontato brutalmente il paesaggio. Se stavi passeggiando per le strade gremite di una città, sarebbero stati i piccoli oggetti a sparire per primi, cellulari, occhiali e ammennicoli vari, e i vestiti in generale, e poi pian piano tutto il resto, automobili, finestre, pali della luce, interi edifici, la metropolitana, persino i treni e le strutture sotterranee della metropolitana avrebbero perso la loro altrimenti geologica solidità; e naturalmente esseri umani, esseri umani in grande e disordinata quantità, di ogni foggia e di ogni schieramento politico, di ogni periodo consentito. E questo fino a quando la macchina-valigetta rimaneva aperta, fin quando quel qualcuno che poteva fregiarsi del suo possesso continuava a spalancarla incolume e gaudente del suo enorme potere.
C’era però un problema, possederla voleva dire anche stare continuamente in allerta, chiunque, a qualunque ora del giorno e della notte, poteva sottrarla da un momento all’altro a colui o colei che ne era giunto in possesso, motivo per cui la storia dei suoi proprietari era un storia di solitudini feroci, e di celle, celle buie e imbottite, in cui codesti solitari erano costretti a rinchiudersi, e a proteggersi da occhi e orecchie indiscreti.
E proprio come un’improba riparazione della schiavitù determinata dal possesso di questa macchina di merda, qualcuno, teorizzando a proposito delle sue qualità più nascoste, si era arrischiato a ipotizzare che la si sarebbe potuta usare, tenendola aperta un po’ più alla lunga, per determinare la fine dell’Universo, e scatenare così un nuovo ciclo cosmogonico, in cui tutto sarebbe andato alla grande: le lenticchie non avrebbero più contenuto sassolini da pulire via pazientemente, i cani avrebbero smesso di abbaiare, soprattutto quelli piccoli e tignosi, e le foglie non si sarebbero più accumulate lungo il vialetto di casa, in autunno, per generare quel tipico effetto tappetto spelacchiato che tanto fa arrabbiare i bravi lavoratori, anche se nessuno aveva mai fatto il tentativo, né, si spera, nessuno aveva mai nemmeno avuto la voglia di farlo per davvero, ce ne saremmo accorti forse, o forse no, difficile dirlo di questi tempi di aspersioni e di asepsi polimorfe e magmatiche.
Sta di fatto che la macchina aveva attraversato la storia dell’umanità dai suoi albori, e influenzato così tutta la politica di tutti i popoli della Terra, nessuno escluso, venendo aperta, alla fin fine, non più di tre volte, di cui tutti i popoli della Terra ricordavano con terrore le conseguenze, visto che tutte e tre le volte, va da sé, vennero via un bel po’ di cose, e anche se in compenso si fecero visibili costoni teneri e succosi di supposizioni secolari, rimaste nascoste sotto le spesse coltri di espedienti che l’umanità vi aveva trasudato sopra in precedenza, si scoperchiarono premesse malmostose mai nemmeno intraviste, e si palesarono spregiudicatezze infestanti troppo a lungo occultate dalle azioni diversive con le quali siamo soliti distrarci dal nostro burrone interiore.
Vediamole una per una.
Erano le cinque del mattino di un giorno come un altro, quando una donna visionaria cadde in una buca. In questa buca c’era ogni genere di oggetto dimenticato, c’erano migliaia di crocifissi usati per pregare contro le malattie, milioni di libri di fantascienza più o meno dozzinale, più o meno geniale, c’erano perline, a tonnellate, che si infilavano tra i libri e i crocifissi, amalgamandoli in un mastice multicolore che anche a distanza di pochi metri pareva un minestrone asfodelico di proporzioni ciclopiche, e c’erano centinaia di persone che scavavano in quel mastice, affondavano le mani, e ci sprofondavano dentro per intero, e di tanto estraevano oggetti unici, non riconducibili a nessuna delle tre categorie, né crocifissi, né libri di fantascienza, né perline, oggetti che sfuggivano alla presa delle parole. La donna esitava, e si chiedeva se unirsi al gruppo, o se cercare di risalire in superficie per raccontare ciò che aveva visto.
La prima volta, in breve, fu quando cominciammo a ricordarci tutti della nostra vita precedente, e non vedevamo altro che le differenze.
La seconda fu quando dio si scusò un po’ con noi, e tutti ci chiedemmo se si trattava di un regalo insperato, o di una presa in giro costruttiva. Parlò dal basso, infatti, questa volta, e non con una voce aerea e distinta, che piomba sui malcapitati come uno stormo incattivito di volatili, ma come il sobbollire di un liquido denso e dolciastro, quasi un sugo nonnesco, la sua voce era nasale e grave a un tempo, diceva, più precisamente, che eravamo stati bravi, nonostante tutte le improntitutidini metaboliche di cui avevamo dato prova, e che nessuno ci avrebbe scommesso troppo su di noi, tra i suoi stessi pari, almeno all’inizio. Noi gli rispondemmo freddamente che lo capivamo, anche noi avevamo iniziato da piccoli.
Poi venne la stagione in cui le macchine, tutte le macchine, ormai integrate le une con le altre, si convertirono a una dieta di dati straordinariamente severa, cibandosi solo delle storie migliori, alla fine ne scrissero una cosa così lunga e particolareggiata che permetteva a chiunque, ma proprio a chiunque, di riconoscervi la propria immagine, in quel preciso momento della sua vita, in quel preciso luogo in cui si trovava, con un effetto di straniamento così profondo e capillare che quel chiunque qualsiasi finiva per sentirsi costretto a constatare l’inermità assoluta di quella storia così pretenziosa.
Dopo di che trascorsero lunghi anni in cui non successe praticamente più niente, né scoppiarono più temporali mitopoietici, né furono più disposte clausure psicoterapeutiche di lungo corso per le masse ormai assuefatte alla loro assoluta vacuità incrementale, così che alla fine la macchina di merda cominciò a ingoiare una a una le proprie molecole, era passato troppo tempo dall’ultima volta in cui era stata utilizzata, e lo fece con una tale voracità, e con un siffatto stile arborescente, che non resto di lei che una sola porzione, il manico superiore, soltanto un manico come un altro, di plastica dura, minuto e inutilmente ruvido.
L’umanità non si riprese mai più.
