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Connessioni

Marco Papa in una foto degli anni ’80: è il primo accovacciato per terra a sinistra, con il trench infagottato in mano

di Massimiliano Governi

A Marco Papa (1955 – 2026)

Verso la fine di marzo del 2019 prendemmo a incontrarci a metà strada, che avevamo individuato come Ponte Milvio – lui difatti adesso viveva ai Parioli, io alla Balduina: di solito ci davamo appuntamento il pomeriggio verso le cinque e vagavamo un po’ a caso, evitando la pista ciclabile, che ci costringeva a scartare continuamente di lato per far passare ciclisti, corridori e monopatteisti. A dire la verità non era un buon camminatore, strusciava i piedi, si sgranchiva spesso le spalle, si chinava e si grattava un ginocchio, dovevo di continuo accomodare la mia andatura alla sua. La natura delle nostre passeggiate divenne ben presto questa: fare congetture mentali sulle persone che vedevamo. Forse perché avevamo perso confidenza, dato che non ci frequentavamo da molti anni – avevamo anche una faccia diversa, una voce diversa – o forse perché volevamo sfidarci segretamente, o per tutt’e due le cose insieme, fatto sta che invece di concentrarci su di noi, sulle nostre vite e sui nostri libri, preferivamo rivolgere l’attenzione agli uomini e alle donne che incrociavamo. Non ricordo nemmeno chi cominciò con questa idea, credo lui perché era un pensatore determinato e più competitivo, o forse io, perché ero il più imbarazzato e di carattere ossessivo.

Nel corso di quelle camminate sulla riva destra del Tevere, o intorno al piazzale o sulla Cassia antica o su via della Farnesina, o al ritorno sotto ai platani alti come palazzi di viale Angelico, ci facevamo un sacco di domande e mettevamo a punto i collegamenti.

Da dove viene quell’uomo? Nord est? Sardegna? Qual è il suo lavoro? Quanti anni di contributi ha versato? Quel loden che indossa odora di tabacco di pipa? Avrà un calzino bucato? Alla punta o al calcagno? Cos’ha quel tizio sulla fronte, un ciuffo a banana? O una versione ridotta del ciuffo alla Elvis, una versione all’inglese, alta solo un paio di centimetri? Quando si rade a volte si taglia? Come tampona il sangue? Usa un kleenex o appallottola un piccolo quadrato di carta igienica e se lo preme sulla guancia? E quella tipa chi è? Che fa? Disegna e realizza gioielli a cera persa? Presenta i libri per vocazione? È benestante, va a tantissime mostre d’arte, suo marito lavora al consolato italiano a Cracovia? O a Lisbona? Quei due lì parcheggiati in auto su via Capoprati, di fronte al centro remiero, sono una coppia cuckold? Lei, ogni tanto, gli manda piccoli video in cui il bull si svuota il cazzo sulla sua pancia? Potremmo quindi dire, che per un certo periodo di tempo, abbiamo vissuto come fossimo in un racconto di Don DeLillo, io e Emanuele.

Di noi parlavamo poco e niente, gli argomenti privati solo sfiorati, certi dispiaceri e delusioni appena lambiti, dalle nostre recenti produzioni letterarie rispettosamente giravamo alla larga. C’è stata poi una lunga fase invernale che, in balia del freddo e delle intemperie, iniziarono a venirci a noia le congetture su persone sconosciute e siamo passati – chissà per quale oscuro motivo – a sviscerare le morti più orrende dei calciatori della Lazio – ovviamente Re Cecconi ucciso dal gioielliere, Nando Viola decapitato dal parabrezza del suo motorino su viale Parioli, Maurizio Scarsella devastato dall’Aids; Mirko Fersini, il forte terzino degli allievi nazionali, schiantatosi con il motorino contro un cassonetto mentre stava andando a tagliarsi i capelli prima di un torneo; Gianmarco Agostinelli fulminato in un albergo di Montecatini dalla cocaina, Riccardo Magherini, morto soffocato a Firenze durante un’operazione di fermo dei carabinieri, gli ultimi due non erano giocatori bensì figli di calciatori biancocelesti, ma ormai un nome richiamava l’altro, per automatismo – e poi, giunti a quel punto, dai calciatori morti siamo passati agli scrittori morti – Maurizio Salabelle, Sandro Onofri, Sergio Atzeni, Filippo Betto – e quindi, un po’ misteriosamente, ci siamo fermati su Marco Papa. Non ci risultava che fosse morto, ma che diavolo di fine aveva fatto? Non so quanti lo ricordano, ma è stato un vero genio che ha scritto tra la metà degli anni Ottanta e l’inizio dei Novanta una decina di racconti ipnotici, circolari, ossessivi, disturbanti, onirici, folli, buffi e commoventi. E poi di colpo è scomparso, decidendo di non pubblicare più nulla.

Ci venne in mente in quel momento che era tra i più grandi scrittori del Novecento italiano, il nostro Kafka romano, e ricordammo i suoi personaggi – Ricky, Lothar, Bruno, Rolando aviatore, Lolita, Marcella Sfiga, la Papessa, i punk del bibobàr – e ne parlammo con molta nostalgia, come fossero degli amici dimenticati. Ne discutemmo durante tutto il tragitto fino al Ponte di ferro di Castel Giubileo, ridotto a tre grandi piloni rugginosi a mollo nel fiume con una campata che finisce nel nulla, undici chilometri ad andare e undici a tornare, l’unica volta che usammo la ciclabile. Sapevamo entrambi che lavorava alla Biblioteca Nazionale, ma io ero contrario ad avvicinarlo, la ritenevo una violazione, una follia, e mi sono tirato subito indietro, Emanuele invece una mattina scrisse una mail alla sala Linguistica e Letteratura per chiedere sue notizie e il responsabile, il dottor Mario Sebastiani, gli comunicò che era andato in pensione e per entrare in contatto con lui doveva mandare una richiesta a quelli dell’Ufficio del personale, cosa che Emanuele fece senza indugio, e la loro risposta, che non tardò ad arrivare, fu gentile ma ferma: per motivi di riservatezza non potevano fornirgli il suo numero di telefono. Per circa una settimana, svolse una piccola ricerca tra gli amici comuni e conoscenti, che si rivelò per fortuna infruttuosa: nessuno a quanto pare sapeva dove fosse finito. Meglio così, mi dicevo tra me, nelle nostre passeggiate ora potevamo metterci a fare i collegamenti, a sistemare i dettagli, a immaginare.

E infatti iniziammo da lì a poco a chiederci se Marco Papa mangiava pasta di semola o integrale, se leggeva Beckett in originale, se aveva un account social falso, se si masturbava nel bidet o sul lavandino, se faceva camminate intorno al quartiere e ogni tanto finiva la giornata con una capatina al negozio di ferramenta e si incantava a osservare quegli attrezzi dai nomi secchi, implacabili, tipo il girabacchino, e gli sembrava di stare nel luogo linguistico per eccellenza, oppure passeggiava in centro con le mani strette dietro la schiena e al tramonto fotografava con il cellulare i ponti che si inarcano sul fiume; se aveva scritto dei nuovi racconti o si era dedicato alla composizione di “versicoli”, come forse li chiamava lui alla maniera di Ungaretti; se era rimasto in contatto via mail con qualche collega più giovane della Biblioteca, magari della Sala Falqui o dell’Emeroteca; se andava a prostitute, e se sì, se le cercava girando la notte in macchina, o se invece le trovava su Escort Advisor.

Non sapevamo nemmeno noi perché facevamo questa cosa. Per Emanuele forse era un gioco, per me era come un lavoro. In certi messaggi notturni sul telefono ipotizzavamo che avremmo trascorso la vita a formulare ipotesi, a mettere a posto le connessioni. Durante il periodo di isolamento per il virus, non potevamo ovviamente più incontrarci e passeggiare nei dintorni di Ponte Milvio, ma continuavamo a pensare in maniera maniacale e malata a lui. Io verso aprile avevo aperto un account Instagram chiamandolo Mirko Polkan, il personaggio di quel suo racconto che stava nell’antologia Mondadori di scrittori degli anni ’90 intitolata “Italiana”, e postavo frasi prese dai suoi libri, del tipo: “Sono inseguito dalle mie cacche! Le sentite come abbaiano lì fuori?”. Emanuele mi mandava messaggi sms con scritto: “In questi giorni di pandemia, M.P. gioca a strip poker con il suo amico Ricky”, “solo sul suo balconcino fuma Milde Sorte e canta Yellow Submarine”; “ha una mascherina chirurgica con l’immagine di Cocco Bill, o forse di Jack Mandolino”; “medita di farsi asportare due costole per autopraticarsi sesso orale”.

Finito il confinamento, come tutti riprendemmo a uscire, e all’inizio dell’estate andammo ogni tanto a cena in un ristorante triste su viale Angelico, con l’insegna blu elettrico, quasi venisse da un film di Lynch: io un po’ ascoltavo le sue pene amorose e i suoi problemi ai denti, un po’ guardavo le foglie palmate dei platani sulla strada grandi come mani dalle dita aperte e i cartelloni pubblicitari con delle scritte allarmanti tipo “Il 3 settembre è vicino”, e quasi sempre poi me ne uscivo con qualcosa su Marco Papa. L’ultima volta, dopo aver lasciato le posate ai lati del piatto, dissi: “Vive a Ostia, in una vietta accanto al palazzo razionalista delle Poste, nel trentatreesimo quartiere di Roma, si è rifidanzato con la sua ragazza storica, Anna, a cui aveva dedicato ‘Le birre sonnambule’, hanno un figlio di diciassette anni di nome Silvano, molto intelligente e un po’ solitario. Silvano ha il sogno di aprire una piccola casa editrice, chiamarla SPedizioni – SP sono le sue iniziali – e ripubblicare tutti i libri di racconti di suo padre in eBook. Non vanno mai al mare, spesso a pranzo prendono cibo da asporto da Old Wild West: hamburger Navajo, Apache, Dakota, Toro seduto double da dividere, tre vaschette di Dippers Fries, diverse bustine di salsa barbecue. Di regola non lasciano vuoto l’appartamento per paura dei ladri, ma certe sere d’estate decidono di fare due passi tutti insieme fino al molo di marmo, e lui, quando la compagna e il figlio sono già sul pianerottolo, porta il suo computer portatile nel terrazzino e lo nasconde dentro la caldaia – ormai è abile a togliere e rimettere il pannello molto velocemente. Da quando ha imparato questa piccola accortezza, esce molto più tranquillo”.

Sono sincero, mi aspettavo la sua approvazione, che mi dicesse che era ingegnoso, ben strutturato, che tutto teneva, al limite che ridacchiasse, invece arrivò il rumore della notifica di un messaggio whatsapp e lui recuperò il telefono dalla tovaglietta di carta grezza dove era disegnata l’Italia con tutti i vini collocati nelle varie regioni, lesse quello che c’era scritto e poi rispose brevemente, quindi poggiò il cellulare di nuovo sul tavolo e riprese a inforcare i tonnarelli alla gricia. Dopo una lenta e laboriosa masticazione, guardandomi distrattamente, disse: “Mi piace che il figlio ripubblichi i suoi libri solo in eBook, è un bel dettaglio”. Poi per il resto della cena continuò a rispondere e a mandare messaggi, e a parlarmi di questa donna, una cantautrice jazz lesbica di cui si era innamorato. Avevo altre cose da aggiungere, altri pezzi della vita di Marco Papa da montare, belle idee, ma non dissi più niente, ingoiai tutto e me li tenni per me. Terminato di mangiare, tornammo a piedi a casa, lui da una parte, direzione Parioli, io dall’altra, verso la Balduina. Fino al ventitré giugno non ci siamo né visti né sentiti. Il ventiquattro riprendeva il campionato di calcio dopo la pausa per il virus e lui alle dieci e cinquanta mi ha mandato un sms per invitarmi a casa sua, a vedere Atalanta-Lazio. Ho lasciato passare circa due ore strategiche prima di scrivergli nel primo pomeriggio uno stringato Ok, ma non ero a mio agio, anche perché la notte precedente avevo fatto uno strano sogno. Io e Emanuele camminavano in silenzio su Viale Angelico, arrivavamo sul lungotevere Maresciallo Cadorna, poi lui si fermava a fissare con un’intensità ebete un tratto di strada tra il Foro Italico e l’aula bunker del tribunale e quindi mi diceva: “Qui è morto Alessandro Momo con la moto”. Io non capivo perché se ne fosse uscito con quel fatto. “Che cazzo c’entra?” quasi urlai. “Qui si parla di calciatori o scrittori morti”. Ma lui sembrava essersi messo in testa di irritarmi e ha continuato: “A Circonvallazione Clodia si è schiantato invece Alex Baroni”. Al solo udire nominare un cantante mi sentii addentare da una rabbia improvvisa, incontrollabile, e diedi un calcione sul parafango di una macchina parcheggiata. Una fitta mi attraversò il piede. Scattò l’antifurto. Qualche secondo e si zittì. Poi, zoppicando più per scena che per il dolore, ripresi a camminare, lasciandolo dietro. Ben presto ci siamo ritrovati in un altro quartiere. Credo l’Appia, o la Tiburtina o la Casilina, era calato il buio e non riuscivo a orientarmi. Io ero sempre davanti, ogni tanto mi voltavo a guardarlo, e lui come d’abitudine arrancava, si trascinava. Portava la sua felpa grigia che non riusciva a camuffargli del tutto la pancia e i jeans dall’orlo sfrangiato. Non è abituato a questi quartieri, pensavo malignamente, lui viene dai Parioli. Non ha mai preso la metro verso Furio Camillo, Colli Albani, mi dicevo. Non sa neanche che qui vicino c’è la pescheria Bezziccheri, che è del padre di quel ragazzo promettente che è cresciuto nella Lazio e ora è in prestito alla Viterbese. Ero sicuro che stesse pregando Dio: se esisti, ti scongiuro, fammi ritornare a via Mercalli. Ci eravamo comunque allontanati troppo, capii dove eravamo perché dalla tozza costruzione di una specie di stabilimento color paglierino apparve la scritta: CINECITTÀ. Dal cancello vedemmo uscire ombre smilze e poi un uomo con gli occhiali dalle spesse lenti e la montatura antiquata, portava un trench fuori moda, tutto risvolti, ganci e cerchietti, stringeva nella tasca un libro quasi fosse una rivoltella. Era Marco Papa, lo riconobbi subito e lo dissi a Emanuele, che mi raggiunse quasi correndo. Ora sembrava improvvisamente rinvigorito, non il solito postino sciancato. “Sta lasciando gli Studios, andiamogli dietro”, disse. “Lo fermiamo e ci parliamo”. Io gli diedi uno spintone a due mani per allontanarlo, o almeno ci provai, anche se lui non si spostò di un centimetro. Era tosto, ossuto, come non credevo, dotato di una forza nascosta. “Noi non andiamo da nessuna parte, stai fermo lì, non ti muovere” urlai, per supplire allo spintone fallito che mi aveva reso poco temibile. Ma lui reagì, con una mossa a sorpresa, e mi agguantò per il collo facendomi indietreggiare e sbattere contro il cancello dello stabilimento. Visto che non potevo parlare perché mi stava strozzando, scossi ripetutamente i palmi delle mani sull’inferriata, come segno di resa. Lui stringeva con le dita a tenaglia alla gola, ma non mi guardava: aveva la testa girata di lato e teneva d’occhio la strada. Dopo qualche secondo lasciò la presa. “Se n’è andato”, disse, “è sparito verso i Castelli”. E iniziò a correre come un idiota sulla Tuscolana, con lunghe falcate sgangherate, saltellando in modo ridicolo, con il cappuccio logoro della felpa che gli ballonzolava dietro la nuca. Io rimasi lì, a tossicchiare e a osservarlo, e mi sentivo completamente vuoto, distaccato, da lui, da quello che era successo, da Marco Papa, dalla nostra idea, forse anche dalla vita.

Alle ventuno e cinquanta del ventiquattro giugno arrivai sotto il suo palazzo, mi ricordai che la targhetta era sulla pulsantiera in ottone di sinistra e non su quella di destra e citofonai; il cancello di ferro pieno di decorazioni e riccioli si aprì con uno scatto elettrico dopo qualche secondo. Attraversai il cortile e mi trovai di fronte un portone di legno chiaro: citofonai ancora, un altro scatto secco, entrai. Salii al primo piano piuttosto lentamente, anche se la partita era iniziata da cinque minuti. La porta era aperta, vidi la targhetta con il nome del padre psicoanalista, e non feci in tempo a varcare la soglia che sentii un fitto mormorio di persone che parlottavano e poi un’esplosione di grida: gol della Lazio, anzi autogol dell’Atalanta. Mi abbassai passando davanti allo schermo e mi sedetti su una poltroncina rivestita di un cencio bianco, spalle alla finestra aperta. Venni presentato velocemente a tutti. Tre avevano un soprannome, “il professore”, “il pescatore”, “lo spacciatore”, gli altri nomi comuni che non ho afferrato. Mi guardai intorno. Tutte le pareti del salone erano ricoperte da grandi cartine geografiche ben fissate con lo scotch, colorate immagini di isole o di città di ogni genere, Ventotene, Zanzibar, Procida, Repubblica Dominicana, Capri, Naxos, Favignana, tra cui spiccava quella della Guida Monaci dedicata alla Capitale, l’unica ad avere una sua cornice. Dello studio di suo padre sopravviveva solo la lunga scrivania in legno massiccio, che Emanuele aveva riempito di oggetti, cartoline, foto, peluche, e una fila di taccuini Moleskine per i suoi appunti, dall’aria sciupata dall’uso. Sembravano tutti felici di essere lì, con la Tv, la telecronaca, le urla degli allenatori, dei secondi e dei panchinari che rimbombavano nello stadio vuoto: seguivano, si accendevano, avevano bisogno di essere accesi, mangiavano patatine da una ciotola verde di plastica, sbriciolavano per terra, stappavano bottigliette, lasciavano rivoli di birra sul tavolino basso, spargevano fiato alcolico. Emanuele, invece, in piedi, dietro il divano stazzonato, sorrideva ma stava pensando a tutt’altro, forse al viaggio di Flaubert in Egitto o a quello a Roma di Émile Zola, oppure al racconto di Kafka “Sciacalli e arabi”. Spostava la mascella a destra e a sinistra, aveva ancora mal di denti. I suoi capelli parevano più ordinati, forse qualcuno glieli aveva spuntati, scorciandoglieli alle tempie. Mi alzai per andare in bagno e poco dopo il salone esplose di nuovo, tutti urlavano e picchiavano con i piedi sulle assicelle del parquet a ritmo sempre più incalzante, la casa riecheggiava di tamburi selvaggi. Una volta finito, tirai l’acqua e poi mi misi in ascolto. Sentii il telecronista che diceva: “È una super Lazio, come se il tempo non si fosse fermato”, e anche: “Ripartenza col botto per la banda di Simone Inzaghi”. Prima di tornare, girai un po’ per l’appartamento che un tempo era lo studio di suo padre, quello dove riceveva i pazienti. Oltre alla camera da letto con due cuscini ammaccati e di traverso e le lenzuola attorcigliate alla trapuntina estiva, c’era un’altra stanza con al centro uno stendino con i panni penzolanti ad asciugare, due strofinacci, un telo in spugna, un paio di calzini da donna a righe rosa e nere, un costume bermuda da uomo rosso. Sulla scrivania un computer portatile chiuso e degli auricolari bluetooth bianchi abbandonati sul ripiano. Forse era la stanza della cantautrice jazz lesbica. Qui ascolta musica e compone testi sofisticati e insulsi, pensai. Percorsi il corridoio, mi fermai a osservare la libreria di legno a parete, molti Adelphi, libri sapienziali, viaggi iniziatici, alchimia, tutte le edizioni straniere dei suoi libri: israeliane, francesi, polacche, bulgare, portoghesi, turche, ucraine, croate, giapponesi. Mi misi a guardarle, a tirarle fuori dai ripiani e a sfogliarle anche se quasi mai capivo quale cavolo fosse il libro tradotto, ma volevo perdere tempo, mi faceva effetto tornare in salone con loro, guardare la partita su quella poltroncina. Non avevo mai detto a Emanuele che io avevo già messo piede in quella casa, ero stato lì una quindicina di anni addietro, per una seduta con suo padre, qualche anno prima che lui morisse, suo paziente per un giorno: dalle undici a mezzogiorno di una domenica mattina di ottobre. Lo chiamai dopo aver letto una sua intervista sul giornale e prendemmo quello strano appuntamento perché, come ci dicemmo al telefono, “le domeniche deprimono”. Passai un’ora con lui imbarazzante ma anche piacevole. Continuammo a parlare della domenica, della sua esasperante lentezza: “sembra che la giornata non voglia mai finire”, disse il padre di Emanuele, oppure io, non ricordo. Lui cercò di capire che cosa facessi durante le mie domeniche. Gli parlai della Lazio, delle partite che per quarant’anni ho visto allo stadio con mio padre, pure con la grandine e con la neve, tribuna Monte Mario perenne, e che ora avevo un bambino piccolo di due anni e non potevo certo continuare ad andare allo stadio, e finivo per guardarle da solo, in poltrona, sollevando appena un pugno quando segnavano; gli dissi anche del sesso che schivavo con mia moglie, che lei a un certo punto a metà domenica se ne andava a passeggiare intorno al quartiere o in qualche villa, e sbatteva leggermente la porta quando usciva, facendo tintinnare le chiavi attaccate. Lui mi ascoltava, aveva delle grandi mani e dei grandi baffi, quindi mi disse che suo figlio era un importante critico e guardava le partite della Lazio con altri amici, scrittori e gente di ogni genere, nella sua casa del Ghetto, ma che non si era mai unito a loro perché del calcio e dello sport non gli importava niente. Stavo per dirgli che conoscevo bene il figlio, che per un periodo ci eravamo frequentati, che lo stimavo anche se la sua cultura e la sua vanità mi innervosivano, e volevo aggiungere che tra l’altro non aveva mai recensito un mio libro, ma poi lasciai perdere. Prima di andarmene, fissandomi con i suoi occhi dal taglio orientale e stringendo con la sua manona la mia, lanciò una bizzarra idea: mi propose di andare nello spazio insieme a lui: “in orbita la domenica sarà tutta un’altra cosa, la routine darà forma e sostanza al nostro tempo”.

Appena tornato di là, l’Atalanta accorciò le distanze, il telecronista disse “Colpo di testa splendido, la DEA la riapre al minuto trentotto”, poi finì il primo tempo. Fu riempita di nuovo la grande ciotola verde di patatine, furono portate altre birre ghiacciate e una scodella con dell’uva bianca moscata che Emanuele aveva comprato al mercato rionale dei Parioli, al banco da Alfredo, dove da sempre faceva la spesa. Lui non toccava niente perché faticava ancora a masticare. Stavo per consigliargli di cambiare dentista e andare da Perpetuini. “Ve lo ricordate? Il mediano di Cisterna, ha esordito in serie A nel 2009, stava pure su Fifa 11. Ha smesso di giocare a ventisei anni, ora fa l’odontoiatra”. Ma non so perché, feci cadere la cosa e agguantai una manciata di patatine dalla ciotola e iniziai a sgranocchiarle. Erano un po’ stantie, di sicuro avevano qualche giorno. Lo spacciatore poi confezionò una, due sigarettine di erba, muovendo le cartine tra pollici e indici con velocità sorprendente, e le fece girare. Instupiditi sul divano, gli altri si scambiarono battute, insulti virili, voci, notizie, pettegolezzi, indiscrezioni. Ora facevo parte di un’élite, come forse avevo sempre desiderato, ma ero incapace di integrarmi in quel gruppo di persone che si incontrava da anni tutte le domeniche, di dire cose efficaci, pungenti, allegre, ero debole e spacciato, non mi avrebbero più chiamato. Emanuele, vedendomi ai margini, provò a darmi un’opportunità, a inserirmi, chiedendomi: “Secondo te che fine ha fatto Antonio Elia Acerbis, ‘il muto’?”. Era una domanda facile, era il mio pane, il mio campo, quello delle congetture. Senza quasi pensarci, dissi: “Ha aperto un autonoleggio a Port Victoria, alle Seychelles, affitta macchine ai turisti”. La risposta ebbe un fiacco successo, qualcuno scoppiò in una risata forzata e sputacchiò un po’ di birra, qualcun altro disse che sì, poteva essere che ‘il muto’, colui che non aveva mai concesso un’intervista in vita sua, il nostro Salinger, si fosse ritirato nell’oceano indiano e ora affittasse automobili; poi la partita ricominciò. Al sessantaseiesimo: “Controllo e sinistro, spacca la porta! Gol pazzesco dell’ucraino al Gewiss Stadium. Missile terra-aria. Fa due a due”. Adesso l’odore dell’erba nella stanza era talmente forte che sembrava fosse andato a fuoco un deposito di camomilla e gommalacca, e il pescatore prendendo una sigarettina chiese che diavolo fosse questo Gewiss, gli pareva di aver letto quel nome sulla Portuense, vicino Ponte Galeria. Sapevo che era un’azienda elettrotecnica che aveva acquisito il diritto di naming del complesso sportivo, ma non fiatai, avrei guadagnato comunque pochissimo credito. Il popolo degli affratellati alla Tv, amici di lunga data, compagni di bisboccia, non si fece certo abbattere dalla disfatta che avanzava. “Vinceremo il campionato”, disse il professore, “come il Leicester”. Emanuele fumava e aveva un sorriso estatico, a lui bastava occupare il tempo. Per lui noia e morte erano la stessa cosa. A dieci minuti dalla fine: “Gomez dalla bandierina, la porta è vuota, Palomino! L’Atalanta ribalta la Lazio, ribalta la partita, mette la freccia del sorpasso, è tre a due a Bergamo”. Vacui accessi di allegria, vecchie battute, ancora bottiglie marroncine, spuntò un’altra ciotola con delle albicocche di stagione, “le perzicocche” le chiamò il pescatore – del solito banco di Alfredo del mercato dei Parioli.

“L’Atalanta dei sogni scrive un’altra impresa. Castiga la Lazio, da zero a due a tre a due”, disse il telecronista con un tono di voce vagamente posseduto.

La partita era finita, erano soltanto le undici e trentacinque di un mercoledì di fine giugno, tra di loro c’era ancora questo bisogno ardente di fuggire dalle responsabilità, dai figli e dalle mogli, dal mondo esterno e dalla routine. Emanuele propose di cucinare una pasta con le olive e i pomodori, alla calabrese.

Io risposi che ero a piedi e dovevo avviarmi, e mi alzai dalla poltroncina, salutai in modo sbrigativo e mi avvicinai alla porta. Un po’ intontito, senza scarpe, la maglietta grigia bagnata sotto le ascelle, come se si fosse appena svegliato e non sapesse in che casa si trovasse, Emanuele mi accompagnò. Una leggera depressione mista a sollievo si fece strada nella mia mente. Volevo togliermi una soddisfazione e rivelargli della vecchia seduta con suo padre, avevo già pronta l’immagine che avevo rimuginato durante tutta la partita: “Io e tuo padre su una navicella spaziale, una domenica qualunque, che sbattiamo contro le pareti, ci attacchiamo a un angolo della grata del soffitto, succhiamo un budino di cioccolato termostabilizzato”. Ma ero già fuori della porta ormai, e fu lui a riservarmi l’ultima battuta. “Ricordi la jazzista lesbica? Mi sono spinto dentro di lei come una canna in una palude”. Era una frase di un racconto di Marco Papa intitolato “Uccelli, aereo, operai”, mi ricordavo anche la pagina del libro, ventuno; mi limitai a sorridere flebilmente giusto per fargli capire che avevo colto la citazione e trottai giù per le scale, uscii dal portone e poi, dopo aver attraversato il cortile, dal cancello. Camminai su via Antonelli, via Domenico Chelini, Piazza Euclide, giunsi alla rotonda di Via De Coubertin, poi a Piazzale Cardinal Consalvi, il Lungotevere Salvo D’Acquisto, piazzale Ponte Milvio. Controllai la distanza sul telefonino: 2,7 chilometri. Mi diressi verso lo Stadio, passai il Foro Italico, viale Angelico, viale delle Milizie, via Andrea Doria, Piazzale degli Eroi, Viale delle Medaglie d’oro, arrivai in cima, svoltai a sinistra per la mia vietta e raggiunsi in fondo al vialetto di lecci il mio cancello verniciato di bianco. Mi fermai, controllai di nuovo il telefonino: da Ponte Milvio segnava 5,3 chilometri. “Non era a metà strada, il nostro luogo d’incontro”, pensai, mentre infilavo la chiave nella serratura.

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davide orecchio
Scrittore e giornalista. Vivo e lavoro a Roma. La maggior parte dei miei romanzi e racconti tradisce un certo interesse per la storia, ma una minoranza si rifiuta di farlo. Testi inviati per la pubblicazione su Nazione Indiana: d.orecchio.nazioneindiana(at)gmail.com. Il materiale deve essere inedito, salvo eccezioni motivate. I tempi di lettura sono lunghi. Pubblico i testi che mi piacciono avvisando in anticipo l'autore, ma in caso di mancata pubblicazione non posso rispondere, mi dispiace.
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