Ostara – racconto inedito di Panicucci e Pirisi
di Panicucci e Pirisi
OSTARA

Illustrazione di Beksinski, 1978
Ostara mi chiamò nella chiesa. Era il 21 marzo. Mi era apparsa altre volte, ma mai così nitidamente. Ogni giorno percorrevo il sentiero che dal villaggio conduceva alla vecchia collina. L’anno appena trascorso era stato fortunato, ma in questo, le pecore scarseggiavano. I lupi avevano fatto man bassa e l’inverno era stato particolarmente rigido nel cuore delle Highlands. Ne avevo ormai una dozzina, e non potevo permettere che ne morissero altre. Fàilte sorgeva ai piedi delle montagne, tra pietre consunte e alberi dalla chioma scura. Il vento mi asciugava la fronte mentre mi inerpicavo sul sentiero lastricato di arbusti morti. Di fianco la mia dozzina di pecore mi seguiva, guidata da Frisky, il mio fedele compagno. Salendo, intravedevo la chiesa; lì nel mio nido avrei trovato pace. Gli abitanti di Fàilte la evitavano. La temevano a tal punto da sputare al solo nominarla. Per me, tuttavia, quel rudere ricordava casa. Lasciai le pecore a pascolare nell’ampio giardino che circondava la chiesa, sotto l’occhio vigile del mio cane pastore. Il giorno dell’equinozio la valle vista dall’alto sembrava indifesa. I primi tentacoli di foschia serpeggiavano nella brughiera agguantandola. Finalmente ero sereno. Appoggiai il bastone all’ingresso ed entrai. L’odore di muschio penetrò le narici e la penombra che avvolgeva la sala mi accolse confortandomi. Mi sistemai come al solito sulla poltrona posizionata all’interno del confessionale. Poggiai le scarpe sulla mensola, stirando le dita dei piedi, che con il freddo si erano intorpidite. Accesi la candela, sollevai le maniche all’altezza della spalla e mi rilassai. Chiusi gli occhi e lo sentii. Ostara. Un richiamo. Ostara. Mi svegliai di soprassalto e corsi fuori. Le pecore erano sparite, Frisky non abbaiava più. “Ostara!”. Il richiamo proveniva dal sentiero che si snodava fra le montagne. Lo seguii senza esitare. Arrivato nei pressi di una deviazione mi arrestai senza affanno. Il suono giungeva da una valle, raccolto lungo le curve del sentiero. Una voce infantile, spezzata dall’eco, ripeteva il nome, Ostara. Il vento lo aveva trasportato per un tratto lungo, dove il terreno si stringeva in una gola ombrosa. I ciottoli sotto ai piedi conservavano un calore anomalo sebbene il sole si fosse già ritirato dietro la cresta. Il cielo non recava luce, eppure cedeva all’oscurità. La bambina comparve tra due massi inclinati, rannicchiata vicino ad un cespuglio secco, con le braccia tese verso l’alto e il volto proteso alle stelle. Il corpo era minuto, coperto da una veste troppo chiara. I capelli, bianchi, ricadevano a ciocche, rigidi, fermi. Scesi dal declivio. Il bastone precedeva il passo, toccando la pietra con regolarità. Rimasi a distanza, ma il margine tra me e la bambina si faceva sempre più sottile. Lei mi vide. La voce smise di cercare. Le braccia restarono alzate. Gli occhi, intrisi di sfumature violacee, si posarono su di me. <<Non è venuta>>, disse. La frase si dispose fra le rocce con una semplicità perfetta, priva di emozione. Non risposi. Lei mi guardava. La bocca, screpolata, si apri di nuovo. <<Ostara ha promesso. Le promesse vengono mantenute quando il cielo stringe.>> La bambina parlava con una voce che non conosceva pianto. Il nome, quel nome sembrava inciso nei suoi denti. Intorno a noi, la montagna respirava lenta. Le rocce esprimevano una temperatura che apparteneva all’estate. Il vento passava evitandoci. Il cielo si allungava come una vena, immobile, teso. Osservai le mani della bambina. Recavano segni. Linee sottili, nere, disegnate lungo i palmi. Non parevano ferite. Erano tracciati, itinerari. <<Ora camminerai con me.>> Disse la bambina, senza mutare voce. Abbassò le braccia. Si alzò. I piedi lasciavano impronte che il sentiero sembrava accettare. Camminammo. Lei aggrappata alla mia mano. Il nome restava nell’aria, ancora sospeso, troppo leggero per disperdersi. Intenti a procedere, il sentiero si allargò improvvisamente. La montagna si fece più bassa, e una luce si raccolse tra le sterpaglie, sollevando vapore. Il terreno si apriva in una piega apatica, e nel centro di quel respiro, stava un campo di grano, maturo. Ci fermammo. La bambina appena dietro di me. Tra le spighe, distesi, due corpi si stringevano. Un uomo e una donna. Durante l’atto, gemevano. Lui spingeva. Lei lo ospitava. I loro respiri si confondevano con il fruscio delle piante, e il sudore lucido sulla schiena si mischiava con la rugiada trattenuta dalle foglie. Dal margine sinistro, oltre un boschetto chiuso, notai una figura avanzare. Le spalle larghe, il mantello abbassato sul volto, il ventre alto. Aveva forma di donna, e qualcosa oltre la donna. Le mani, nude, stringevano un oggetto lungo, avvolto in cuoio nero. La punta era ferrata, ornata di chiodi irregolari, ossidati. Giunse sopra gli amanti. Esitò. Li contemplò. I due non la videro arrivare. Con un solo colpo, calò la mazza sulla nuca della ragazza. Il suono fu secco, raccolto in un’unica vibrazione che percorse il campo. La giovane non gridò. Si afflosciò su sé stessa, e il sangue si riversò tra le spighe. Seguì un secondo colpo. Pieno. Poi un terzo. Il corpo si aprì, accogliendo la violenza in un atto di necessità. La figura si abbassò, sollevò la veste, si congiunse al cadavere, penetrando la carne già muta. La mazza, lasciata a terra, gocciolava ancora. Dal volto ammantato si levò un gemito grave, simile a un canto. L’estasi si irradiava dalla postura, dalle cosce serrate, dalla schiena curva. La voce si amalgamò con il vento. Il cielo sopra il campo si velò. Sull’altura opposta, appena sopra la linea del grano sedeva un pittore. Il corpo snodato. Un giullare. Era vestito di pezze multicolori. Davanti a lui, una tela. Il pennello danzava, il gesto certo. La bambina si sciolse dal mio fianco. Camminò nel campo, tra le spighe. Raggiunse la figura. Le si accostò. Le mani si intrecciarono. Il sangue colava ancora sulle cosce della donna, che ora, sollevandosi, mostrava il volto. Ostara. Solo un volto giovane, occhi spenti, labbra chiuse. Mi guardò. Io avevo fame, ne volevo di più, non ne aveva mai abbastanza. Distese il braccio. Una vena pulsava, prolungandosi fino al polso. Indicava il pittore. Tornò a scrutarmi. Io compresi. Scavalcai il campo, salendo lungo l’altura. Raggiunsi il pittore, che nel frattempo aveva smesso di dipingere. Non aveva volto. La tela era terminata. Vi posai gli occhi. Ostara non c’era, né il campo, né la bambina. Nel disegno, un banco in legno scuro. Pareti di pietra, una navata. La chiesa. Sulla panca, accasciato, c’ero io. Addormentato. Un braccio ciondolava, dalle vene sporgeva l’inizio di un filo sottile. Dall’alto, una finestra rotonda permetteva ad una luce verticale di penetrare. Il pittore abbassò il pennello. Mi svegliai. Il legno sotto la nuca aveva ceduto, lasciando il cranio inclinato in un angolo. Il respiro si ricostruì a tratti, raccogliendo l’aria in dosi irregolari. Il cuore batteva con ritmo irrisolto. Le luce entrava da una feritoia alta, distillandosi in una linea esile che si rompeva su una grata in ferro. Le cose tremavano dentro una sostanza collosa. Il confessionale mi conteneva in uno spazio angusto, troppo stretto. Il sedile, inclinato, determinava un dolore sordo alla base della schiena che si propagava lungo la colonna vertebrale. Una goccia di sudore mi percorreva l’ascella, attraversando il fianco, per poi perdersi sotto il panno dei pantaloni. Il mio braccio, disteso, poggiava contro la parete. Sul dorso, una puntura. Lì la pelle aveva ricevuto l’ago, e ancora ne tratteneva il ricordo in una macchia chiara, cerchiata da un rossore minimo. Il filo della siringa, reciso, era scomparso. Il polso tremava. Sollevai la testa. Le palpebre si disgiunsero a fatica, proiettando una visione incerta. Dalla grata, oltre la parete traforata, si apriva la navata. Le panche si allungavano verso l’abside in una progressione anomala: dritte, scostate, rovesciate. Il pavimento, lastricato di pietre grigie, recava polvere che si insinuava tra le fughe. Il soffitto, alto, in parte scrostato, era attraversato da travi nere. Sul fondo, l’altare era parzialmente distrutto, coperto da un panno scuro. Ai lati, due statue. Una portava una veste lunga, l’altra sollevava un libro chiuso. Gli sguardi rivolti altrove. Il mio corpo si staccava a fatica dalla postura. La bocca secca, il braccio tremolante. La lingua cercava saliva dalle gengive. Il sogno, o ciò che pareva sogno, ancora si rifletteva sotto le mie palpebre. La bambina. Ostara. Il campo. Il pittore. Gli amanti. Era accaduto nel corpo, non nella mente. O forse nella mente, ma oltre il corpo. Mi alzai. La testa vuota. Mi diressi all’esterno. Le pecore parevano belare. Tra gli arbusti, credevo di avvertire Frisky latrare. Sempre più affamato, percorsi il sentiero che dalla chiesa si snodava fino al villaggio. Non mi bastava mai, non sarei mai stato sazio.
Panicucci e Pirisi, nati e cresciuti insieme, vivono immersi nei propri mondi immaginari fin dall’infanzia. Campi di grano, ruderi abbandonati e fiumiciattoli di campagna sono stati il teatro delle loro prime visioni e hanno plasmato il loro immaginario. Da allora scrivono a quattro mani, cercando nel fantastico e nel perturbante una via d’accesso a ciò che il quotidiano tende a nascondere.
