Nico è morto

di Monica Andrisani

Nico è morto. Quando Roberto mi ha chiamata stavo lavorando come guardiasala, assegnata, quella settimana, a una postazione in cui un video si ripeteva in loop all’infinito. Osservavo i visitatori disorientati e divertiti, bambini che correvano o si sedevano per terra. Il rumore degli schermi non mi abbandonava mai, anche la notte mi svegliavo con quel brusio che mi rimbombava nella testa e, assieme al caldo, mi creava una pressione sopra l’arcata sopraccigliare, un cerchio che stringeva sempre più forte.

Sentii il telefono vibrare nella tasca. Con Roberto non ci sentivamo da mesi: le nostre vite ci avevano portati lontano, a tornare a casa in momenti diversi dell’anno. I legami con la mia terra si stavano assottigliando, nei ritorni sempre più sporadici, nelle telefonate diventate brevi messaggi di testo. Allungai la mano verso la tasca posteriore del pantalone, decisa a rifiutare la chiamata. Una collega dall’altra parte della sala mi fece un gesto concordato: stava per passare il controllo. Rifiutai con uno dei messaggi standard che informava che ero al lavoro e avrei richiamato. Infilai il telefono in tasca, giusto in tempo. Ero attenta, nella mia postazione, impeccabile, anche quando il telefono vibrò ancora. Stavolta una vibrazione breve, un messaggio. Attesi che il responsabile, il sorvegliante dei sorveglianti, superasse la mia sala, poi mi feci da parte per leggere. Il corpo mi comunicava un’urgenza insolita per quella chiamata e per il messaggio successivo.

Nico è morto, diceva. I visitatori si sciolsero attorno a me, il soffitto mi sembrò sgretolarsi, mentre la videoinstallazione perpetuava all’infinito il medesimo gesto della durata di pochi secondi.

Nico è morto, ogni ricordo che cercavo di riportare alla mente si sfaldava prima che potessi tenerlo. Le estati a Monopoli, le birre sul lungomare, i Cure in macchina a volume alto e lui che tamburellava sul volante, il trullo a Cisternino che avremmo dovuto restaurare insieme, i progetti che avevamo fatto e poi rimandato finché non era diventata un’abitudine anche rimandare. Tutto si dissolveva appena lo toccavo. L’umidità della sala mi si condensava fredda sul collo, sulle spalle. Scossi la testa verso la mia collega e nel farlo la sala girò senza fermarsi. Cercai l’uscita di emergenza, raggiunsi il bagno. L’odore di urina mi causò un conato di vomito. Richiamai Roberto. Nico aveva avuto un incidente tornando a casa da Bologna.

Nessuno di noi viveva più al sud. I nostri erano spostamenti costanti che facevano parte ormai di un modo di vivere.

Piansi, urlai, le mani appoggiate alle pareti del cesso, lacrime e saliva che cadevano nel water. Nico non c’era più. La sua risata, il suo accento contaminato dalla nuova vita al Nord, non li avrei più sentiti. Non erano mai esistiti, era come se li avessi solo immaginati. I suoi capelli raccolti in una coda, il passo sbilenco per un difetto di postura, sarebbero rimasti per sempre un ricordo.

Tornai in sala per portare a compimento la giornata di lavoro. Gli occhi gonfi sullo schermo tutto il tempo: un piede che schiacciava mezzo limone. Pochi secondi e poi si ripeteva, senza sosta, con la stessa violenza. Il limone era intero e poi schiacciato, la polpa liquida schizzava fuori sotto il tallone.

Quella sera mi buttai sul letto dopo la doccia, senza mangiare. Chiamai Lucia tre volte senza risposta. Mi richiamò intorno all’una di notte. Nelle orecchie mi fischiava ancora il ritmo del video. Schiaccia, schiaccia, schiaccia. Mi disse che aveva saputo, ma non aveva voluto parlarne. Che la vita era breve, che domani forse non saremmo più esistiti, che tutto succede in un attimo. Le parole la incalzavano, rauca com’era, e non lasciavano spazio. Era sconvolta ed esaltata allo stesso tempo. Aveva ricevuto la notizia la sera precedente: si era spogliata, si era guardata allo specchio, si era toccata. Era viva. Aveva sfiorato la pelle, la pancia, le spalle, i seni, i glutei. Non era un riflesso, era ancora reale. Era uscita dalla sua stanza, nuda, ed era entrata a turno nei letti dei coinquilini. Voleva sentire la vita, diceva. Mentre parlava mi scorrevano davanti le scene: la sua carne liscia, il cigolio della porta, il fruscio delle lenzuola. La sua voce mi arrivava come se la stessi guardando e ascoltando attraverso un vetro.

Quando chiuse la chiamata le parole avevano smesso di incalzare, ma le avevano lasciato il respiro corto.

Non chiusi occhio.

La mattina successiva tornai in sala. Era l’ultimo giorno in quella postazione. Il piede schiacciava il limone, e io aspettavo che si ripetesse, sempre uguale, senza sorprese.

(N.d.R.: foto di Daniele Muriano)

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Giorgio Mascitelli
Giorgio Mascitelli
Giorgio Mascitelli ha pubblicato due romanzi Nel silenzio delle merci (1996) e L’arte della capriola (1999), e le raccolte di racconti Catastrofi d’assestamento (2011) e Notturno buffo ( 2017) oltre a numerosi articoli e racconti su varie riviste letterarie e culturali. Un racconto è apparso su volume autonomo con il titolo Piove sempre sul bagnato (2008). Nel 2006 ha vinto al Napoli Comicon il premio Micheluzzi per la migliore sceneggiatura per il libro a fumetti Una lacrima sul viso con disegni di Lorenzo Sartori. E’ stato redattore di alfapiù, supplemento in rete di Alfabeta2, e attualmente del blog letterario nazioneindiana.
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