Di disgrazie puoi averne tante per esempio una figlia artista
di Meri Bracalente
(Leggevo questo mio scritto come introduzione a una giornata dal titolo particolare, programmata nella rassegna SINOPIE_ l’arte dell’attore e le immagini sottese, organizzata dal Teatro Rebis, la compagnia che il regista Andrea Fazzini fondava a Macerata nel 2003 e di cui, solo qualche anno più tardi sarei divenuta parte, fino a esserne all’oggi l’altra parte (Rebis è letteralmente cosa doppia; in alchimia matrimonio chimico, unione degli opposti, l’essere androgino). Tre anni fa, nell’occasione che riferisco, abbiamo festeggiato il ventennale della compagnia con attività rivolte agli studenti d’arte e alla comunità. Occasione di riflessione sulla mole di soddisfazioni e delusioni e altre ostinate illusioni attraversata insieme, e condivisa anche sempre con una moltitudine di compagni e compagne che più o meno lungamente e intensamente hanno partecipato del Teatro Rebis, e con colleghi, sodali, persone amiche, e con quanti tanti altri ancora, che a pensarci non pare vero. Vivere di teatro si può solo a partire da un certo furore interiore e accettando pienamente le amare conseguenze del condurre vita del tutto irregolare. Non è però mai consentito dire di essere stanchi morti, perché si tratta in verità più propriamente di essere stanchi vivi, sempre, sempre più vivi. Forse tale vitalità precipuamente deriva dalla prossimità dell’arte del teatro alla morte, e con questo non dico niente di nuovo. Così alla giornata in questione è toccato un titolo particolare: Come muoiono gli attori (dal sottotitolo del mirabile video-saggio di Renzo Trotta Il Sogno di un Destino, contestualmente programmato). L’incontro ha visto inoltre i preziosi contributi di diverse splendide artiste della scena marchigiana e l’esposizione di una relazione prodotta sulla base degli allarmanti dati INPS riguardanti quelle categorie, tra i lavoratori dello spettacolo, che svolgono le diverse attività performative e opera d’ingegno, considerate su scala regionale e nazionale. Così nasceva questo scritto strambo e accorato, che ho in seguito altre volte letto pubblicamente e che alla fine ha acquisito a sua volta un particolare titolo: Di disgrazie puoi averne tante per esempio una figlia artista. Un po’ perché mi è capitato che i genitori di un musicista ascoltandolo si siano commossi; un po’ perché penso a mamma e babbo che hanno saputo a modo loro comprendere; e poi come piccolo omaggio a uno di noi molto più in alto di noi, uno che veramente aveva le carte in regola per essere un artista.)
Leggere o dire non è lo stesso, ma siccome la questione mi riguarda, in me prevale nel dire un’emozione tale che non riesco ad arginarla, che mi sovrasta come un’onda, come l’onta, il dispiacere di fare un mestiere che è largamente percepito come di nessun valore.
Nel senso che di teatro ormai tranquillamente si muore. Perché, diciamocelo pure, non serve mica più l’attore: a recitare sono buoni tutti, lo può fare chiunque, chiunque si piaccia abbastanza.
Leggo. Così mi pare di conservare il contegno, il pudore. Che poi all’oggi figuriamoci come stanno messe le lavoratrici e i lavoratori tutti, allora che ti metti a dire proprio tu che non fai un cazzo e che pure ti diverti?
Mi diverto, sì. Recitare è una grande gioia, è la mia gioia. E per me è la gioia dello scomparire: io io io io io io… finito. Per un poco s’intende. Mi prendo e mi metto da parte (quando mi riesce, che non è garantito). Io, dicevamo, possibilmente mi scanso proprio: lascio il posto a quello che deve accadere, alla figura che forse affiorerà sulla scena. E se la figura affiora, allora abbiamo il fiore. Il frutto sarà per ciascuno diverso.
Ma questa è l’arte, non può essere garantita, l’arte è più come una ferita, che sarebbe meglio non avercela e che invece c’è, è proprio sempre lì, è in dotazione al genere umano.
Allora succede che in tutte le epoche e in tutte le culture qualcuno se la prende in carico questa ferita. Non è una cosa per tutti, no, non è un mestiere, è una condizione esistenziale, una sensibilità atroce. E chi è che la vorrebbe veramente in dote? Diciamoci la verità, sta di gran lunga meglio tutto il resto della società, civile s’intende.
Questo io conosco e sento,
che degli eterni giri,
che dell’esser mio frale,
qualche bene o contento
avrà fors’altri; a me la vita è male.
Questo sentiva il poeta, e quanto male ci fanno queste parole. E quanto bene ci fanno queste parole.
Ma questa dell’arte è una questione delicata, intima, una questione che riguarda in cuor suo e in misura diversa chiunque si adoperi all’arte. È un’immensa responsabilità, ma non può essere garantita, in quanto materia ineffabile.
Può capitare che si manifesti in esseri umani che vivono in zone o villaggi avulsi dalla vita intellettuale (proprio come nel caso del nostro Leopardi), o a uomini e donne reiette che resteranno misconosciute in vita e forse oltre; oppure anche, eventualmente, a chi ha fatto studi prestigiosi, o apprendistati, come nel caso delle famiglie d’arte. Insomma, questo è un dato imponderabile. Ci si può rimettere solo a una evidenza: l’arte si manifesta con rarefazione. Si potrebbe dire che di poeti ne nascono tre o quattro in un secolo, con le celebri parole di Moravia su Pasolini.
Tutti gli altri coloro i quali si dedicano all’esercizio delle arti sono anch’essi detti ‘artisti’ in quanto esercitanti un’arte, e sono tanti, e però in ciascuno l’intensità di tale ineffabile qualità si darà solo in rapporto alla vetta, alla sommità, stabilita dall’opera di quegli altri pochi (tre-quattro per secolo) di cui sopra (tipo Dante, Bach, Shakespeare, et similia).
Cioè, è tanto raro essere artisti, quanto sacrosanto esercitare le arti.
Ora, le arti applicate le vediamo e le tocchiamo, sono tangibili:
“Oh! Che fine consolle in legno laccato oro Luigi XV – Adoro!”
Gli attori e le attrici invece sono transeunti, passano.
Stanno al teatro come il vento al fuoco.
E questa era premessa.
Premessa necessaria solo a prenderla e a metterla da parte, l’arte. Oggi mettiamola per un poco in sospeso. Ciò che è bello – non è bello, vero – falso, vivo – morto, classico – contemporaneo: via! Sospeso!
Lasciato alla coscienza e al senso critico di ciascuno.
Ah, che sollievo!
Interessiamoci qui ora finalmente solo di ciò su cui possiamo intenderci, di cose più semplici: del mestiere, della professione.
Certo, tutti speriamo questa possa coincidere con l’arte di cui prima, ma non è detto. Potrebbe trattarsi d’altra cosa affine, volta diciamo prevalentemente alla spettacolarità, all’intrattenimento, al facile divertimento, perché no? Almeno pretendere però che sia fatta bene, come si dice, appunto, ad arte. Poca cosa certamente non è.
Ecco, questo sì che può e dovrebbe essere garantito! Il mestiere.
Le arti si esercitano perché un desiderio ci nasce dentro. Ora, se questa passione fa bene a noi e agli altri è giusto che faccia parte della nostra vita, è un diritto inalienabile fruire ed esperire le arti. Ma quanto spazio, energia, dedizione, studio e sacrificio vi dedichiamo?
Se queste condizioni sono parziali, e dunque nella vita ci sostentiamo con prevalenza grazie ad altra attività, non ne avremo fatto il nostro mestiere.
Ma se invece la nostra esistenza è in massima parte o in assoluto dedicata al teatro, questo deve essere necessariamente riconosciuto come un mestiere. Il sistema del lavoro in tale ambito non potrà allora fondarsi unicamente sulla somma delle giornate di recita per le quali si versano i contributi a fronte di una retribuzione misera, misera, misera. A meno che tu non sia qualcheduno molto famoso, in tal caso tale retribuzione può stravolgersi e divenire esagerata, sproporzionata e persino oscena.
Tra chi guadagna troppo perché vende soprattutto la sua immagine patinata e chi guadagna a scrocco perché è un attore amatoriale (ma, poniamo, si guarda bene dal dichiararlo con franchezza esercitando, scientemente o meno, una concorrenza sleale) in mezzo c’è una larga fascia di professionisti che se di questo mestiere non proprio ne muore, diciamo, almeno, a stento ne vive.
Trattasi di lavoro atipico, e come tale dovrebbe essere inquadrato, così almeno vale per gli altri paesi d’Europa di cui pure siamo pari membri.
Dico, io lavoro di giorno di notte d’estate d’inverno feriale festivo carico scarico monto smonto viaggio recito compilo bandi ancora bandi selezioni bandi relazioni bandi rendicontazioni riflessioni relazioni riunioni studio invento comunico recito | insegno penso scrivo leggo butto via tutto ricomincio mando a memoria mi alleno sennò m’incricco insegno m’ingegno organizzo cucino per tutti e siamo tanti registro riascolto registro reagisco insisto mi confronto mi confondo “ma come ancora il volantinaggio faccio?” | riscossioni credito continue e comunque recito recito recito paura paura paura piango rido carico scarico carico scarico controllo il materiale lo aggiusto lo custodisco lo sostituisco lo costruisco perfino – trucco parrucco costumi – provo riprovo riscrivo memoria memoria memoria allestisco tutto sempre nuovo non so quello che trovo sole cocente smonto ripasso caldo infernale riprovo nuove idee nuove non sono suono la voce ecco mi manca | cerco soluzioni trovo azzardi fallimenti riconoscimenti studio mi aggiorno insegno mi scaldo sennò mi rompo nella sala sola senza riscaldamento e che sono un cane? ma non mi posso lamentare allora mi scordo poi mi accordo con gli organizzatori prenoto pernotto per tutti mi preparo viaggio per ore viaggio vitto alloggio quasi mai | freddo treno febbre recito riviaggio non mangio non dormo sono sempre stanca sfranta affranta, tutto so tutto dimentico, soprattutto di mandare per tempo il comunicato stampa.
Ma come è possibile che io, che lavoro pure mentre dormo, che una vita fuori dal lavoro praticamente non ci scappa proprio, per lo Stato risulti INOCCUPATA?
Facciamo un lavoro che come per gli atleti sarebbe da considerare usurante, e siccome saremmo tipo degli “atleti del cuore” ne risulta anche una usura emotiva. Crolliamo facilmente, ci cedono i nervi, ci consumiamo le membra, l’anima, la mente. Eppure periodicamente ci tocca andare a rinnovare l’iscrizione al Centro per l’Impiego, perché lo Stato Italiano, invece di riconoscere la connaturata intermittenza al mestiere dell’attore (così come per altri paesi dell’UE), ti costringe a un continuo massacrante superlavoro e, al contempo, a dichiararti disoccupato, pure se un altro lavoro non lo vorresti, né lo potresti accettare. Lo Stato ti invita a dichiarare il falso. E poi ti obbliga a fare un corso di orientamento… “ma come io veramente mi sarei orientata, diciamo proficuamente, già da una ventina d’anni”.
Ma che fai la schizzinosa? La vuoi la disoccupazione a requisiti ridotti? Allora rispondi alla domanda:
– che posizione avevi nell’ultima occupazione?
– la so!
INVECE NO
E ora prendi atto, oh non più giovane attrice, che tu non ci sei. Cioè… manco ci sto? No. Non pervenuta neanche una categoria generale assimilabile su ben 14 opzioni. Così il gentile referente della pratica mi suggerisce di barrare la casella ‘Impiegato’.
Alla fine io risulto essere un’ impiegata (inimpiegata), certa solo di non essersi spiegata.
Conclusioni
Questo deve essere proprio un lavoro per supermen e wonder women: per chi non si ammala, non si infortuna, e intende a tutti i costi contribuire alla decrescita della natalità;
Per chi non si fiacca, mai si affligge, no anzi, per chi si entusiama e fa volare i sogni sempre in alto!!!
Insomma un mestiere ingrato perché da vecchio, se non prima, finirai internato.
Ma no, dai, è un mestiere come un altro: è per gli ambiziosi, per gli adulatori del potere, per chi si vende al miglior offerente, niente di strano, no, niente di niente, un mestiere innocente.
O forse mi sbaglio e questo è solo un mestiere. . . un mestiere per ricchi.
Sconclusioni
Se dopo tanti anni di esercizio della professione ancora di questo mestiere non ci si campa, allora non si scampa: vorrà dire che Conservatori, Accademie di Belle Arti, Coreutiche, d’Arte Drammatica, e altri istituti e corsi di alta formazione artistica, sono una truffa.
Forse allora è giusto chiedersi se questo è un lavoro, se questo è mestiere, se questo è.
Ma per tornare alla questione iniziale, quella che abbiamo messo da parte, no dico, l’arte…
Mi verrebbe da aggiungere un’ultima cosa: ma non è che forse il più alto sentire, quel pieno sviluppo della persona umana di cui parla la Costituzione Italiana, si realizza così?
No, dico, non sarà mica che il lavoro, compreso il mio, anche il più strano, è una specie di: Poema Umano?
