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	<title>francesca matteoni &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>La regina del fuoco</title>
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		<dc:creator><![CDATA[francesca matteoni]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 25 Oct 2022 04:50:07 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[diari]]></category>
		<category><![CDATA[fantasy]]></category>
		<category><![CDATA[fiaba]]></category>
		<category><![CDATA[maria gaia belli]]></category>
		<category><![CDATA[narrativa italiana]]></category>
		<category><![CDATA[racconto]]></category>
		<category><![CDATA[regina del fuoco]]></category>
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					<description><![CDATA[<strong>di Maria Gaia Belli</strong><br />

Molto molto tempo fa, quando il cielo era più alto della dorsale, la bambina Pauni viveva in un villaggio sulla montagna.
Suo padre cacciava nei boschi per la lunga estate, portava a casa carne e pellicce in abbondanza.]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>di Maria Gaia Belli</strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Molto molto tempo fa, quando il cielo era più alto della dorsale, la bambina Pauni viveva in un villaggio sulla montagna.<br />
Suo padre cacciava nei boschi per la lunga estate, portava a casa carne e pellicce in abbondanza. Sua madre tesseva la lana e cuciva le pelli, spezzava con le mani la legna per il fuoco, poi scendeva al fiume a prendere l&#8217;acqua e la portava in tre secchi, due con le mani, uno in equilibrio sulla testa. La donna teneva sempre Pauni con sé, perché vedesse e imparasse. Le mostrò come muovere veloci le dita sul telaio, come pulire il nervo di bue facendoselo passare tra naso e bocca, come scegliere i sassi asciutti per accendere il fuoco, e tutto quello che serviva per badare alla casa sulla montagna.<br />
La bambina crebbe in salute e altezza. Quando ebbe i seni e il sangue tra le gambe, suo padre la portò al centro del villaggio, perché un uomo la scegliesse. La scelse un cacciatore. Divenne suo marito e Pauni andò a casa con lui.</p>
<p>Venne la lunga estate. L&#8217;uomo prese i cani e le armi e partì per i boschi, la donna rimase a casa. Ogni giorno accendeva il fuoco, spezzava la legna per mantenere viva la fiamma. Raccoglieva i panni sporchi e li portava al fiume, dove li strofinava con la cenere e li pestava con i piedi, poi li allargava ad asciugare al sole. Riportava il secchio pieno fino a casa, poi sedeva al telaio finché durava la luce del giorno.<br />
La casa di Pauni era lontana da quella di sua madre e nessuno veniva mai a trovarla. Una mattina, come ogni giorno, andò al fiume. La sera prima si era punta il dito con l&#8217;ago, e il dito si era gonfiato. Aveva le nocche e i piedi scorticati per il tanto strofinare la cenere; le dolevano il collo e le gambe, e il sole batteva forte sulla testa. Pauni era stanca, così si stese sotto l&#8217;ombra di un salice e si addormentò.<br />
Mentre dormiva, suo marito tornò dalla caccia e trovò il fuoco spento. Vide che non c&#8217;erano panni puliti né cibo pronto, allora uscì a cercare sua moglie. Arrivò al fiume e trovò i panni sporchi e i secchi vuoti e Pauni che dormiva sotto il salice. L&#8217;uomo raccolse un bastone e la picchiò sulle gambe e sulla schiena.<br />
La ragazza si svegliò nel dolore, urlò e pianse, ma l&#8217;uomo era arrabbiato e il bastone duro. Per la paura, Pauni si buttò in acqua. Il fiume, che la conosceva, ebbe pietà di lei; la prese e la portò lontana dal marito. Le tolse i vestiti e le lavò il corpo, poi la lasciò ad asciugare al sole in una valle lontana.</p>
<p>Abitava in quella valle una famiglia di draghi neri. Il figlio maggiore, quel giorno, era fuori a caccia. Mentre volava sul fiume, vide la ragazza addormentata, gli piacquero i suoi lunghi capelli scuri, scese dal cielo e la raccolse. La portò sulla vetta della montagna, nella tana di sua madre, dove vivevano con lui cinque sorelle. Vedendolo tornare con la preda, le giovani draghesse gli andarono incontro, sbattevano le ali e gli leccavano il muso con gioia. Ma lui le scacciava, finché non venne sua madre a dirgli:<br />
«Sei uscito a caccia e sei tornato con la carne. Perché non lasci che le tue sorelle mangino?».<br />
«Questa non è carne» disse il drago. Posò la ragazza con delicatezza, perché i capelli neri splendessero alla luce della neve.<br />
«Da tempo ormai mi chiedi di trovare una compagna per dare nuovo sangue alla famiglia» disse il drago alla madre. «Io scelgo questa femmina dalla bella criniera».<br />
«Questa femmina è carne» rispose la madre, e le sorelle si avventarono su di lui.<br />
Mentre i draghi litigavano, Pauni si svegliò e capì che la sua vita era in pericolo, così finse di essere morta. Ma presto fu incuriosita e iniziò ad aprire gli occhi. Vide il giovane drago che lottava con tutta la forza delle ali e dei denti per difenderla, e il suo sangue che bagnava la neve bianca. Le sue ali erano grandi e scure come le nubi del temporale, e la coda forte come l&#8217;acqua della cascata. Subito la ragazza se ne innamorò. Si alzò in piedi e si rivolse alla madre:<br />
«Ti prego, di&#8217; alle tue figlie di non uccidere il fratello per causa mia! Ti mostrerò da me quanto valgo».<br />
«Piccola femmina» disse la madre «Sei nuda e senza ali. Cosa puoi valere? L&#8217;unica cosa che vogliamo è la tua carne».<br />
«So tessere le stoffe da vendere al mercato» disse Pauni, e prese da terra i ciuffi di pelo caduti dal collo del drago, e subito mostrò come farne un filo.<br />
«Non teniamo in nessun conto il denaro e viviamo coperti dalle pellicce con cui siamo nati» disse la madre.<br />
«So spezzare la legna con le mani e farne armi» disse Pauni, raccolse un bastone e lo spezzò in tante parti.<br />
«I nostri denti spaccano le rocce come fossero ossa di scoiattolo» disse la madre. «E ora succhieremo anche il tuo midollo».<br />
«Ho un&#8217;ultima cosa da mostrarti» disse Pauni. «Se nemmeno questa ti piacerà, potrete mangiarmi».<br />
La ragazza si accucciò, fece un mucchio di legna e pelo, scelse da terra due pietre asciutte e cominciò a batterle. Richiamate dal rumore, le sorelle smisero di combattere e si avvicinarono a guardare.<br />
Quando ebbe battuto le pietre sette volte, tra le mani di Pauni nacque la scintilla. Il pelo secco nutrì la fiamma, che subito si levò alta sopra la legna. Le sorelle, spaventate, volarono via. Persino la madre indietreggiò. Solo il giovane drago nero, che riposava a terra dopo aver lottato, non si mosse, ma guardava il fuoco con grande curiosità.<br />
Pauni raccolse un legno che bruciava e glielo portò, lo avvicinò al muso e il fiato caldo del drago si tramutò in un grande fuoco, che rischiarò la valle e sciolse la neve.<br />
La madre, che era rimasta in silenzio per la paura, si riebbe. Chiamò a sé le figlie e le sgridò, perché erano fuggite come cerve. Chiamò il figlio e gli leccò le ferite. Infine si rivolse a Pauni:<br />
«Piccola femmina nuda, il tuo potere è grande. Donacelo e in cambio ti darò mio figlio e un nome da drago, vivrai nella mia casa e le mie figlie ti serviranno.»<br />
Pauni accettò e rimase nella tana, a fabbricare il fuoco per i draghi. Le sorelle le diedero la propria criniera per cucire una pelliccia e i propri denti come corna. Le insegnarono a cambiare le braccia in ali, a volare sulle valli e a cacciare nei boschi. Le diedero un nome nuovo, e tutti gli animali iniziarono a chiamarla Regina.</p>
<p>Passarono le stagioni. Con il potere del fuoco, i draghi erano divenuti padroni della montagna e ogni creatura dei boschi li temeva. Stanchi di vivere nella paura, i capi degli animali si incontrarono in segreto.<br />
«Prima i draghi volavano in cielo e noi correvamo sulla terra, spartivamo la carne del cervo e del coniglio. Ora vengono di notte con il fuoco, bruciano le nostre tane e i nostri cuccioli, prendono per loro tutta la carne della montagna» dissero il lupo e la volpe.<br />
«Bruciano il bosco per spingerci nella valle e lì ci massacrano. Gli alberi sono carbone e il nostro cibo è cenere» dissero i cervi e i cinghiali.<br />
Tutti aspettavano la parola dell&#8217;orso, che prima del fuoco era l&#8217;unico animale di cui i draghi avevano paura. L&#8217;orso pensò per molto tempo, infine decise:<br />
«Chiediamo aiuto agli umani, poiché loro sanno comandare il fiume».<br />
Andarono al villaggio degli uomini e promisero loro pelli e carne in abbondanza per cento anni, se avessero tolto il fuoco ai draghi. Gli uomini scelsero cinque cacciatori e li mandarono quella stessa notte sulla montagna.</p>
<p>Lungo la strada, trovarono un giovane drago che viaggiava lontano dalla tana, lo presero di sorpresa nel sonno e lo uccisero. Ballarono sopra la sua schiena, poi, prima che facesse giorno gli tagliarono la lingua, la punta della coda e delle ali e buttarono tutte queste cose nel fiume. Pregarono il fiume di spegnere il fuoco, e credendo che il fiume li avesse ascoltati, fecero ritorno a casa. Ma il fiume, che ricorda ogni volto che ha guardato nelle sue acque, si rigirò fino alla sorgente in cima alla montagna, e da lì chiamò Regina.<br />
«L&#8217;uomo che avevi per marito stanotte ti ha ammazzato un figlio» le disse.<br />
Regina non pianse, non si strappò i capelli né pestò i piedi. Tornò alla tana, dove il suo compagno dormiva accanto al fuoco. Si sdraiò sotto la sua ala e finse di dormire.<br />
«Dove sei stata?» chiese lui.<br />
«A contare le stelle» disse lei, perché lo amava molto e non voleva addolorarlo con la morte del cucciolo.<br />
Quando la luce dell&#8217;alba toccò l&#8217;entrata della tana, Regina si alzò, mise la pelliccia sulle spalle e le corna in testa. Andò nel bosco, trovò un lupo e lo uccise. Si rotolò tre volte nel suo sangue, gli leccò il muso e disse:<br />
«Indicami il villaggio degli uomini, perché vi andrò e lo brucerò fino alle radici, mangerò le loro ossa bianche e di loro non resterà niente».<br />
Il naso del lupo diventò il suo e Regina poté vedere dove gli uomini avevano calpestato il bosco. Seguì l&#8217;odore di letame e carne bollita, di frutta marcia e pidocchi, finché non arrivò in vista del villaggio. Le case dei cacciatori odoravano di sangue. Regina accostò l&#8217;orecchio ai tetti e sentì il fiato di bambini addormentati. Sentì la vibrazione dei fili tesi nel telaio, colpi di tosse, una risata sottovoce. Non ricordava niente di questi suoni, così fabbricò il fuoco e andò a posarlo su ogni tetto del villaggio. Quando ebbe finito, spiccò il volo, per poter guardare dall&#8217;alto ciò che aveva fatto.<br />
Per primi scapparono gli uomini, senza darsi pena di donne, vecchi e bambini. Poi uscirono le donne, con fazzoletti intorno alla bocca e i figli caricati sulle spalle. I cani abbaiarono e i vitelli piansero. Il fumo, pian piano, faceva scendere il silenzio.</p>
<p>In quel momento, una vecchia, che la notte non poteva dormire per i dolori, tornava dal fiume con i secchi dell&#8217;acqua. Vide il cielo fattosi nero e la donna che volava sopra il fuoco. La sua pena fu grande, e il secchio le cadde dalla testa.<br />
«Pauni!» chiamò. «Che cosa hai fatto?»<br />
Regina riconobbe la voce di sua madre e il suono del suo nome di bambina. Ripensò alla mano sulla guancia, e al bastone sulla schiena. Ricordò che le urla nel bosco erano voci di persone, e seppe distinguere le urla dei gatti dal pianto dei neonati.<br />
Mentre volava come un drago ricordò di essere una ragazza. Le sue ali tornarono braccia e cadde dal cielo dentro il fuoco.<br />
Le donne del villaggio intanto erano corse al fiume, avevano preso l&#8217;acqua e già spegnevano l&#8217;incendio. Quando restò solo fumo, trovarono la ragazza morta sotto la cenere. La presero e la portarono lontana nel bosco, dove gli uomini scavarono una buca alta sette metri. Qui la deposero, vi versarono sopra acqua fredda e sigillarono la tomba con tre grosse pietre.<br />
Quella notte i draghi vennero a cercarla, ma non riuscirono a trovare il suo odore da nessuna parte. La cercarono per molti giorni e molte notti, usarono il fuoco per chiamarla nei boschi scuri e nelle grotte buie. Quando l&#8217;ebbero consumato tutto, tornarono alla tana sulla montagna, ma qui, senza Regina che lo curava, trovarono il fuoco spento.<br />
Il suo compagno rotolò pietre asciutte e legna secca davanti all&#8217;entrata della tana, si strappò il pelo della criniera coi denti e sedette ad aspettarla. Aspettò per tutta la lunga estate, per tutto il lungo inverno, e per tutte le stagioni che vennero in mezzo, finché lui stesso non diventò pietra e il ghiaccio lo coprì. Il bosco tornò verde e le tane abitate. Il tempo trasformò il fuoco in una storia, e i draghi in animali come tutti gli altri.</p>
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		<title>Pietre da taglio</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2022/10/18/pietre-da-taglio/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[francesca matteoni]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 18 Oct 2022 05:00:33 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[Anna Franceschini]]></category>
		<category><![CDATA[poesia]]></category>
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					<description><![CDATA[di <strong>Anna Franceschini</strong> <br />

Il quartiere si dipana in cortili interni
portoni d’entrata   numeri civici
i fili da stendere senza fiducia
corde antiche che non servono a nulla

Con le amiche ci si nascondeva
si andava un po’ fuori di casa
erano deserti di persone

Avevo un’amica senza colpa   e senza casa]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>di Anna Franceschini</strong></p>
<p><img loading="lazy" class="aligncenter wp-image-99642" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/10/Foto-963x1024.jpg" alt="" width="477" height="507" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/10/Foto-963x1024.jpg 963w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/10/Foto-282x300.jpg 282w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/10/Foto-768x816.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/10/Foto-150x159.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/10/Foto-300x319.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/10/Foto-696x740.jpg 696w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/10/Foto-1068x1135.jpg 1068w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/10/Foto-395x420.jpg 395w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/10/Foto.jpg 1400w" sizes="(max-width: 477px) 100vw, 477px" /></p>
<p>Il quartiere si dipana in cortili interni<br />
portoni d’entrata&nbsp;&nbsp; numeri civici<br />
i fili da stendere senza fiducia<br />
corde antiche che non servono a nulla</p>
<p>Con le amiche ci si nascondeva<br />
si andava un po’ fuori di casa<br />
erano deserti di persone</p>
<p>Avevo un’amica senza colpa&nbsp;&nbsp; e senza casa<br />
avevo una bicicletta la possedevo&nbsp;&nbsp; solo io</p>
<p>L’amica mi accompagnava a trovare<br />
un posto nel labirinto di cortili</p>
<p>Non ci salivo più ogni luogo&nbsp;&nbsp; era inadatto sempre<br />
nella posizione e nello spazio di non permesso</p>
<p>**</p>
<p>Uno strano godere dell’esistere<br />
la casa partorì donne gravide<br />
un pensiero come un tamburo neanche un figlio</p>
<p>Dolore nei passaggi bui che stringe il corpo<br />
ecco la casa disporsi sui contorni &nbsp;&nbsp;il vuoto<br />
c’è una stanza per un uomo disteso<br />
riduce a immagini il sole&nbsp; &nbsp;gli alberi<br />
ha la capacità la capienza&nbsp; &nbsp;gli occhi</p>
<p>Dove risiedono le non parole i non ricordi le non frasi<br />
da qualche parte muovo le braccia a burattino<br />
è un sacrificio e lo concedo&nbsp;&nbsp; ho osato<br />
fare pienezza nella mancanza<br />
quell’uomo che cerca casa dorme &nbsp;&nbsp;con me nella confusione</p>
<p>**</p>
<p><strong>Morte senza racconto</strong></p>
<p>Morire: stasi fino all’impostura<br />
di un ferro di cavallo scovato<br />
sfogliando sacchi rimestando carne<br />
unghie macinate come ritorni alla terra<br />
nutrimenti di vuoto albero collina<br />
verde la storia dei solidi muti<br />
la parte del nostro corpo più in vista<br />
mineralizzata resto inutile lavorato</p>
<p>La tavola il legno che tiene il bicchiere<br />
l’importanza del respiro corto sulle scale<br />
dire sempre meno che non è nulla<br />
morire per un’immagine che si è perduta</p>
<p>**</p>
<p>Hai uno spazio per riposare<br />
lontano da tutto non vedi altri<br />
da te accantona l’idea che esisti<br />
hai abbastanza ferocia da spegnerti<br />
hai abbastanza fame</p>
<p>Ti hanno assecondato<br />
con materia umana riconosciuta<br />
perdente esclusa pronta all’eliminazione<br />
c’è del pane hai l’acqua appena<br />
tutto questo andrà in circolo<br />
il bisogno accrescerà il veleno<br />
sarai compressa dal desiderio<br />
il miasma si abbatterà su altri da te</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>La società degli uomini barbagianni</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2022/10/01/la-societa-degli-uomini-barbagianni/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[francesca matteoni]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 01 Oct 2022 04:55:45 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[barbagianni]]></category>
		<category><![CDATA[emanuele kraushaar]]></category>
		<category><![CDATA[narrativa]]></category>
		<category><![CDATA[narrativa italiana]]></category>
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					<description><![CDATA[<strong>di Emanuele Kraushaar</strong> <br />
Io sono A.
Una volta ho chiesto a mia madre perché mi avesse chiamato così.
Non ha detto niente ed è scoppiata a ridere.
Ricordo la sua bocca che si apriva e i suoi denti bianchissimi.]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>di Emanuele Kraushaar</strong></p>
<p>1</p>
<p>Io sono A.<br />
Una volta ho chiesto a mia madre perché mi avesse chiamato così.<br />
Non ha detto niente ed è scoppiata a ridere.<br />
Ricordo la sua bocca che si apriva e i suoi denti bianchissimi.<br />
Adesso vivo in una casa di tre piani con un giardino che confina con un grande bosco.<br />
Al piano terra c’è una sala con cucina a vista e uno sgabuzzino con scorte di cibo.<br />
Al primo piano, la camera da letto e il bagno.<br />
Al secondo, una soffitta-studio con una grande scrivania in noce.<br />
Tutte le pareti di casa sono piene di librerie e in ogni libreria ci sono centinaia di libri di ogni tipo.<br />
Dallo studio è possibile accedere a un piccolo balcone da dove si vede il bosco.<br />
Ho ricordi confusi sul mio passato, ma so quello che mi piace adesso.<br />
Mi piace andare a correre tra gli alberi e scrivere parole sulla schiena della mia ragazza.<br />
Mi piace anche studiare la società degli uomini-barbagianni.</p>
<p><em>Gli uomini-barbagianni vivono nel grande bosco che confina con la città.</em><br />
<em>La loro corporatura è pari a quella di due uomini.</em><br />
<em>In alcuni casi raggiungono un’altezza di oltre quattro metri.</em><br />
<em>Sono dotati di un becco adunco e grosse ali che sembrano lunghi mantelli uniformi.</em><br />
<em>Sotto il volto di uccelli rapaci hanno un piumaggio maculato.</em><br />
<em>Li rende somiglianti all’uomo la struttura delle gambe, se non fosse per gli artigli, grazie ai quali possono predare con facilità.</em><br />
<em>Le donne-barbagianni non hanno ali e a un primo sguardo possono apparire come donne normali. </em><br />
<em>Hanno una peluria estesa in maniera uniforme da sotto il mento fino ai seni. </em><br />
<em>Si contraddistinguono anche per l’altezza, che può arrivare a superare i due metri e mezzo.</em><br />
<em>Gli uomini-barbagianni sono in grado di volare, anche se non amano l’alta quota. </em><br />
<em>Le donne-barbagianni non volano, ma possono compiere notevoli salti.</em><br />
<em>Gli uomini-barbagianni si nutrono di carne e di notte vengono spesso in città a predare gli uomini, che poi portano nel bosco e lasciano in grosse gabbie di tronchi a cielo aperto. </em><br />
<em>Si cibano anche di cavalli e di cani.</em><br />
<em>Prima di mangiare le loro prede, le lavano per bene e poi le bruciano vive.</em></p>
<p>2</p>
<p>Non ricordo quanto tempo sia passato da quando ho trovato un vecchio libro intitolato <em>La società degli uomini-</em><em>barbagianni</em>.<br />
Ha una copertina nera e il titolo bianco.<br />
Quando trascorro ore e ore dentro la mia soffitta-studio, ho come l’impressione di perdere la facoltà di percepire il passare del tempo.<br />
Per me non fa differenza tra ieri e l’altro ieri o l’inizio dei tempi.<br />
Tutto quello che accade, accade in questo momento.</p>
<p>3</p>
<p>Mi sveglio sul presto, perché ho fatto brutti sogni.<br />
Comunque c’è un bel sole e decido di uscire.<br />
Abito in una casa confinante con il bosco proprio perché amo andare a correre e stare a contatto con la natura.<br />
Grazie all’eredità non mi serve lavorare. Anche per questo non ho alcun interesse a vivere nel centro della città: se avessi potuto, mi sarei comprato una casa proprio dentro al bosco.<br />
Corro e ripenso a quando il notaio mi diede il testamento.<br />
C’era scritto che l’eredità veniva lasciata agli <em>uccelli neri dell’oscurità</em>, ma grazie a un avvocato amico di Pico ero riuscito a entrare in possesso di tutto quanto.<br />
Mentre mi addentro nel grande bosco, qualche lampo di tenebra del passato mi illumina la mente con una luce scura.<br />
Ripenso alla vecchia casa di famiglia che rispetto alla mia si trova al lato opposto della città.<br />
Anche quella confina con un bosco.<br />
Mi viene da pensare che ci sia una stessa infinita distesa di verde che circonda tutto.<br />
Ora vivo da solo e posso fare quello che voglio.<br />
Quello che voglio adesso è andare a correre.<br />
Mi ricompare nella mente la frase <em>uccelli neri dell’oscurità</em>, che mi pugnala sempre il cuore e sembra stare aggrappata alla mia schiena senza mollarmi mai.<br />
I miei pensieri sono un pendolo: si spostano dagli uccelli neri agli uomini-barbagianni.<br />
Il sole mattutino filtra poco tra gli alberi.<br />
Penso a Cecilia.<br />
Mi piace la sua bocca, mi piacciono le sue gambe, mi piace che sta sempre zitta e fa parlare me di qualsiasi cosa e poi dice: «Che bello», anche se spesso parlo di cose normali o senza senso.<br />
L’immagine della sua pelle bianca con le mie scritte mi fa sentire in colpa.<br />
All’improvviso smetto di correre verso il cuore del bosco, che sembra non finire mai.</p>
<p>4</p>
<p>Pico, il mio unico amico, è un ometto pallido che lavora in biblioteca, legge molti libri ed esce poco.<br />
Non abbiamo molte cose in comune, ma è stato il solo che mi ha dato una mano quando è morta mia madre.<br />
Ogni tanto lo porto a mangiare in qualche ristorante che non potrebbe permettersi.<br />
Spende tutti i suoi soldi in libri e quando sta da me passa molto tempo nel mio studio.<br />
Viene a trovarmi anche oggi e subito si piazza davanti a una delle librerie.<br />
Accarezza alcuni volumi, altri li annusa.<br />
<em>La società degli uomini-barbagianni</em> è sulla mia scrivania, sommerso sotto alcuni fogli.<br />
Non so perché, ma non me la sento di parlargliene.<br />
Adesso è lui che sembra volermi confessare qualcosa.<br />
Dice: «C’è una cosa di cui vorrei parlarti».<br />
«Ti ascolto».<br />
«Credimi, non so come dirtelo: non trovo le parole giuste».<br />
«Con me puoi stare tranquillo».<br />
«Lo so, non è questo. È come se dovessi disegnare un cerchio quadrato».<br />
Pico abbassa lo sguardo sul pavimento e io sembro seguirlo, anzi per un attimo mi pare di avere la sua voce e di essere io ad aver detto quelle parole.<br />
Forse sono proprio io che ho iniziato a parlare e sto per raccontargli del libro <em>La società degli uomini-barbagianni</em>.<br />
Il cuore inizia a battere più velocemente e vedo il mio amico fermo come una statua.<br />
Ho l’impressione che da un momento all’altro svanirà e le grosse lenti dei suoi occhiali cadranno sul pavimento rompendosi.<br />
Noi due nella soffitta-studio, con il libro nero vicino, nascosto da qualche foglio, siamo una cosa sola: Pico ed io, ma anche tutti i volumi della biblioteca dello studio e lo studio stesso.<br />
Accanto a noi respirano gli alberi del grande bosco e sopra i loro rami stanno appollaiati gli uomini-barbagianni.<br />
Dico «ora vai a casa», oppure è lui a dire «ora vado a casa».<br />
Un attimo dopo mi ritrovo da solo e vedo Pico allontanarsi, rimpicciolirsi e rotolare via come una biglia per il sentiero che porta verso la notte più scura.</p>
<p><em>Le donne-barbagianni servono solo alla riproduzione, sono tenute ai margini della società e ormai alcune sono solite vivere più in città che nel bosco. </em><br />
<em>L’accoppiamento avviene in modo violento ed è vissuto dalle donne-barbagianni con enorme sofferenza. </em><br />
<em>Padre Tale, il più grande conoscitore della società degli uomini-barbagianni, racconta di aver visto una donna-barbagianni gettarsi nel fuoco dove stavano bruciando un cane, pur di non farsi penetrare da un gigantesco uomo-barbagianni.</em><br />
<em>Le donne-barbagianni non si nutrono di carne umana.</em><br />
<em>Padre Tale afferma con sicurezza che le donne-barbagianni non attaccano gli uomini. </em><br />
<em>Al massimo mangiano cani o piccoli animali come topi e scoiattoli. </em><br />
<em>Le donne-barbagianni prendono forza dall’energia sessuale degli uomini e sono sempre a caccia di rapporti con individui di vario tipo.</em><br />
<em>Sia gli uomini-barbagianni che le donne-barbagianni hanno facoltà psichiche molto potenti e sono in grado di leggere il pensiero. </em><br />
<em>Gli esemplari più avanzati nella scala gerarchica lo fanno con maggiore facilità rispetto agli altri.</em><br />
<em>L’unica tecnica valida per non farsi leggere il pensiero è praticare il respiro di fuoco: inspirare ed espirare dal naso, mentre si contrae l’addome verso l’esterno e poi verso l’interno.</em><br />
<em>È consigliabile ricorrere al respiro di fuoco solamente con le donne-barbagianni, in quanto un uomo-barbagianni prenderebbe tale difesa come un affronto e si accanirebbe in modo ancora più cruento sulla preda.</em><br />
<em>Le donne-barbagianni, a differenza degli uomini-barbagianni, quando appaiono nelle città sono vestite; solitamente indossano abiti succinti e provocanti.</em><br />
<em>Sia gli uomini-barbagianni che le donne-barbagianni vivono di notte e di giorno è impossibile vederli.</em></p>
<p>***</p>
<p><strong>Tratto da <a href="https://shop.tlon.it/prodotto/societa-degli-uomini-barbagianni-emanuele-kraushaar/">Emanuele Kraushaar, <em>La società degli uomini barbagianni</em> (Tlon 2022)</a></strong></p>
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		<title>Il Mondo è Queer. Festival dei Diritti</title>
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		<dc:creator><![CDATA[francesca matteoni]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 22 Sep 2022 04:52:12 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[mosse]]></category>
		<category><![CDATA[territorio]]></category>
		<category><![CDATA[vasicomunicanti]]></category>
		<category><![CDATA[diritti]]></category>
		<category><![CDATA[festival]]></category>
		<category><![CDATA[il mondo è queer]]></category>
		<category><![CDATA[pistoia]]></category>
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					<description><![CDATA[Il Mondo è bizzarro, imprevedibile, queer. Le sue stranezze ne costituiscono la ricchezza. Con queste iniziative vogliamo tenere vivo il dialogo sull’idea di persona, collettività e famiglia planetaria, promuovendo attenzione e consapevolezza verso questioni di genere, fragilità invisibili e il nostro rapporto con il pianeta in un momento critico degli equilibri conosciuti.]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><img loading="lazy" class="alignright wp-image-99461" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/09/programma-PAG-1-il-mondo-e-queer-1024x724.jpg" alt="" width="800" height="566" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/09/programma-PAG-1-il-mondo-e-queer-1024x724.jpg 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/09/programma-PAG-1-il-mondo-e-queer-300x212.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/09/programma-PAG-1-il-mondo-e-queer-768x543.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/09/programma-PAG-1-il-mondo-e-queer-1536x1086.jpg 1536w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/09/programma-PAG-1-il-mondo-e-queer-150x106.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/09/programma-PAG-1-il-mondo-e-queer-696x492.jpg 696w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/09/programma-PAG-1-il-mondo-e-queer-1068x755.jpg 1068w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/09/programma-PAG-1-il-mondo-e-queer-1920x1357.jpg 1920w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/09/programma-PAG-1-il-mondo-e-queer-594x420.jpg 594w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/09/programma-PAG-1-il-mondo-e-queer-100x70.jpg 100w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/09/programma-PAG-1-il-mondo-e-queer.jpg 2000w" sizes="(max-width: 800px) 100vw, 800px" /></p>
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		<title>Morire, un anno dopo</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2022/09/19/morire-un-anno-dopo/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[francesca matteoni]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 19 Sep 2022 05:00:08 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[diari]]></category>
		<category><![CDATA[critica]]></category>
		<category><![CDATA[Joan Didion]]></category>
		<category><![CDATA[lutti familiari]]></category>
		<category><![CDATA[morire]]></category>
		<category><![CDATA[narrativa]]></category>
		<category><![CDATA[Rebecca Molea]]></category>
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					<description><![CDATA[<strong>di Rebecca Molea</strong> <br />
Mi sono chiesta a lungo cosa sarebbe successo: come avrei reagito alla notizia – piangendo? con sollievo? –, come sarebbe stato il dopo – un senso di solitudine perpetua o, a un certo punto, un’abitudine? – e, sopra ogni altra cosa, che significato avrebbe avuto, per me, per noi, per tutti, la morte.]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>di Rebecca Molea</strong></p>
<p><img loading="lazy" class="alignright wp-image-99415" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/09/IMG_20220912_181844_290-472x1024.jpg" alt="" width="300" height="652" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/09/IMG_20220912_181844_290-472x1024.jpg 472w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/09/IMG_20220912_181844_290-138x300.jpg 138w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/09/IMG_20220912_181844_290-768x1668.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/09/IMG_20220912_181844_290-707x1536.jpg 707w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/09/IMG_20220912_181844_290-150x326.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/09/IMG_20220912_181844_290-300x652.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/09/IMG_20220912_181844_290-696x1512.jpg 696w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/09/IMG_20220912_181844_290-193x420.jpg 193w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/09/IMG_20220912_181844_290.jpg 943w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /></p>
<p>Mi sono chiesta a lungo cosa sarebbe successo: come avrei reagito alla notizia –&nbsp;piangendo? con sollievo? –, come sarebbe stato il dopo – un senso di solitudine perpetua o, a un certo punto, un’abitudine? – e, sopra ogni altra cosa, che significato avrebbe avuto, per me, per noi, per tutti, la morte. La morte in generale e <em>quella</em> morte: la morte della persona che avevo amato più di ogni altra.</p>
<p>La prima volta che ho preso in mano <a href="https://www.ilsaggiatore.com/libro/lanno-del-pensiero-magico-3"><em>L’anno del pensiero magico</em></a> di Joan Didion era il ventuno settembre, una data che da un anno ha i contorni dell’indistinto. Il ventuno è, insieme, venti e ventidue: il giorno in cui è successo, in cui ho saputo, e quelli dopo, nei quali la mia consapevolezza è diventata consapevolezza condivisa, rituale – i canti, le preghiere, la maschera del dolore sul viso; l’intimità della perdita e il racconto di ciò che eravamo stati offerti agli altri in dono per avere, in cambio, un vago senso di pacificazione interiore. In quel ventuno settembre la morte era ancora un pensiero astratto: <em>sapevo</em> – perché avevo sentito mia sorella piangere a telefono – che alla fine era successo, che il momento era venuto, ma quel sapere si esauriva lì, nello spazio della mente, come un assioma che non richiedeva presa di coscienza o partecipazione emotiva. Avevo fatto le valigie in uno stato di alienazione, muovendomi precipitosamente tra la mia stanza, il corridoio, la farmacia, il supermercato. Immaginavo che a un certo punto avrei sentito qualcosa – avrei <em>dovuto</em> sentire qualcosa – e volevo farmi trovare pronta. Mi dicevo: crescere è anche questo, trovarsi a più di mille km di distanza quando arriva la notizia e riuscire a badare alla propria sopravvivenza. Quando avevo messo <em>L’anno del pensiero magico</em> nello zaino credevo che sarebbe servito allo stesso scopo: aiutarmi nel processo. Il lutto di Joan Didion mi avrebbe guidata attraverso ogni fase, come era accaduto, con altri libri, durante tutti i momenti importanti della mia vita. Desideravo essere equipaggiata al meglio per quell’evento a cui mi preparavo da cinque anni, perché sapevo che era arrivato il momento di dare una risposta alle domande che mi avevano tolto il sonno, quando la morte era ancora un’incognita da osservare a distanza.</p>
<p>Quel ventuno settembre non ho letto <em>L’anno del pensiero magico</em>, né l’ho fatto nei giorni successivi. Ci ho provato tre volte, finché l’incipit, con la sua assolutezza di epigrafe, ha iniziato a suonarmi familiare: «La vita cambia in fretta. La vita cambia in un istante. Una sera ti metti a tavola e la vita che conoscevi è finita. Il problema dell’autocommiserazione». Dopo dieci pagine, però, puntualmente mi fermavo. La morte che stavo affrontando era così diversa da quella che raccontava Didion da apparirmi comunque indecifrabile. Non aveva avuto, come quella, il senso di uno scoppio imprevedibile: in un certo senso, la mia era stata pianificata, aspettata da anni, intuita con rassegnazione in ogni degrado fisico, nella progressiva sparizione delle parole, negli sguardi che man mano si facevano bassi e lontani. Certo: anche la mia vita, come la sua, era cambiata in un istante, ma l’effetto di quel mutamento si sarebbe palesato solo nel tempo, a distanza di mesi, ogni volta che avrei preso un treno per tornare a casa consapevole di non aver più alcun motivo per prolungare la vacanza (negli anni la risposta che davo ai miei amici quando si lamentavano delle mie partenze era sempre la stessa: non so quanto ci rimane, non voglio avere rimpianti). Quel settembre del 2021 le due esperienze mi apparivano inconciliabili: ogni morte – realizzavo in quel momento – aveva forma propria, carichi emotivi a sé stanti, e non avrei mai letto o ascoltato o guardato abbastanza per sentirmi pronta, per capirci qualcosa, per strappare a quell’esperienza tanto priva di senso un’intuizione che potesse offrirmene, anche solo vagamente, uno.</p>
<p>Eppure.</p>
<p>Eppure, alla fine, ho letto <em>L’anno del pensiero magico</em>. Erano passati quasi dieci mesi dal ventuno settembre; avevo preso un treno – un altro – ed ero tornata a casa per le vacanze, non so dire se con senso di aspettativa o preoccupazione. Sarebbe stata la prima estate <em>senza</em>, la prima di tutte quelle che avrei vissuto negli anni (il dopo ha acquisito spesso, nel tempo, la forma di una sottrazione, di una particella privativa ribadita per ogni esperienza presente); ma soprattutto sarebbe stata la prima estate del ricordo, in cui – credevo – quell’assenza avrebbe potuto rendersi concreta giorno dopo giorno, mentre ripassavo mentalmente le coincidenze, gli anniversari: il primo ricovero, la telefonata del medico, mamma che piangeva, quella frase obbrobriosa che spesso avrei rigirato nella mente – <em>mi dispiace rovinarvi la vacanza di ferragosto, ma dobbiamo operarlo subito</em> –, e poi i tamponi, le guide in uno stato di apnea, la corsa per vederlo prima che fosse troppo tardi, gli attacchi di panico delle persone a cui volevo bene (loro riuscivano a provare emozioni, io no: mi chiedevo perché), il senso di rassegnazione, i pugni di mio fratello al muro, poi la notizia insperata, l’apparente miracolo, il calvario successivo, il letto su cui giaceva quel corpo che si sarebbe lentamente spento con una richiesta taciuta negli occhi. Ecco, leggevo <em>L’anno del pensiero magico</em> mentre aspettavo l’inondamento della memoria – e leggevo in una sorta di rito, di commemorazione silenziosa preventiva, come se la morte del marito di Didion, John, potesse offrirmi un percorso già calcato sul quale poggiare i piedi mentre procedevo, titubante, attraverso quei giorni di incertezza. Quel libro rappresentava ciò che io non ero riuscita a fare per mesi: l’elaborazione del lutto, la presa di coscienza, la ricognizione precisa di tutto ciò che era successo dal giorno della morte all’anno successivo. Joan Didion aveva scritto quel memoir con una lucidità che riconoscevo, ma che prima non avrei capito: il distacco del medico che incide la carne per estrarne i ricordi e dissezionarli, in uno sforzo di comprensione che è anche un tentativo di disarmo.</p>
<p>John era morto la sera di Natale per un infarto fulminante, mentre era seduto su una poltrona su cui riposava dopo la consueta visita in ospedale alla figlia in coma. A Didion inizialmente era sembrato uno scherzo (l’incomprensibilità della morte che si traduce in irrealtà); poi era arrivata la consapevolezza, il senso di allarme, la fuga precipitosa verso il frigo, dove si trovano i numeri d’emergenza che aveva appuntato in caso di necessità altrui (l’impossibilità di pensare al dolore come qualcosa che un giorno ci riguarderà da vicino; l’illusione di rimanere per sempre in una posizione di spettatore del dramma). I momenti successivi sono confusi: Didion li ricostruisce a partire dalle testimonianze o dai racconti che gli altri le faranno di quella sera: «Non ricordo di aver parlato dei particolari con nessuno, ma devo averlo fatto, perché tutti sembravano conoscerli […] sapevo che la storia veniva da me [perché] nessuna delle versioni che sentivo comprendeva i particolari che non riuscivo ancora ad affrontare». La scrittura è un mezzo d’approssimazione imperfetto alla verità, al grumo doloroso altrimenti inavvicinabile: «Questo è il mio tentativo di raccapezzarmi nel periodo che seguì, settimane e poi mesi che cambiarono ogni idea preconcetta che io avessi mai avuto sulla morte, sulla malattia, sul calcolo delle probabilità, sulla fortuna e sulla sfortuna, sul matrimonio e sui figli e sulla memoria, sul dolore, sui modi in cui la gente affronta o non affronta il fatto che la vita finisce, sulla fragilità dell’equilibrio mentale, sulla vita stessa». Per capire il lutto, Didion deve scomporlo: deve partire da quella sera – da cosa è successo davvero, <em>clinicamente</em>, nel corpo di John, in quel momento in cui tutto si è fermato e poi dopo, quando gli infermieri tentavano di rianimarlo – e attraversare tutto quello che ne è seguito: l’orrore, la stasi obbligata, il disorientamento e poi le alterazioni, le insensatezze, l’impossibilità di abitare qualsiasi luogo che le ricordasse, in qualche dettaglio, lui.</p>
<p>Inizia, così, l’anno del pensiero magico.</p>
<p>Nei lunghi mesi che hanno seguito quel ventuno settembre – mi ostino, ancora, a parlare di ventuno: forse perché è stato quello, per me, il giorno della consapevolezza; il momento in cui ho abbracciato il corpo morto di mio nonno è il primo in cui ho avvertito, in qualche modo, che qualcosa se n’era andato per sempre – mi sono spesso trovata a chiedermi se il modo in cui stavo affrontando il lutto fosse normale. Avevo messo in atto un processo di rimozione: non negavo che l’evento fosse avvenuto, ma allo stesso modo non credevo che fosse davvero accaduto nel presente, nel <em>mio</em> presente. Ero convinta, in qualche modo, di aver vissuto un tempo alternativo, uno spazio alternativo, in cui sapevo di aver fatto delle cose perché me le ero viste fare. Riesco ancora, per esempio, a rappresentarmi nella mente il momento in cui ho salito uno ad uno i gradini della chiesa, e poi quello in cui ho letto ad alta voce delle parole che nessuno avrebbe mai davvero capito (nessuno se non lui, che un anno prima, quando tutti lo credevano incapace di comprendere appieno ciò che gli succedeva attorno, si era fatto forza per alzarsi dal divano e abbracciarmi, con gli occhi lucidi, perché invece aveva capito, aveva capito tutto di quello che gli stavo dicendo, di quanto avessi sempre cercato di renderlo orgoglioso per ciò che stavo facendo, quasi fosse un risarcimento per quella lontananza obbligata, per la vita – la sua – che intanto mi stavo perdendo). Ricordo i pranzi successivi, le colazioni, i vassoi che ci avevano preparato per non farci sentire soli o abbandonati. Ma è come se tutto ciò aleggiasse in uno stato di sospensione pari a quello di un sogno, di un film visto e rivisto; ed è lo stesso ogni volta che cerco di ricordarmi – mi <em>impongo</em> di ricordare – che tutto quello che oggi sto scrivendo è avvenuto davvero, è avvenuto a me, a noi: noi che, come Joan, avevamo illusoriamente creduto di poter ritardare quel momento fino all’infinito, e viverlo sempre da fuori, da esterni. Per mesi mi sono sforzata di piangere questa assenza che mi sembrava fittizia, e per mesi non ci sono riuscita, se non in rari momenti in cui la consapevolezza mi colpiva come un incidente imprevisto: con la forza di una piena inarrestabile, che risaliva le viscere e arrivava direttamente alla gola, agli occhi, ai polmoni che soffocavano. In certi frangenti non riuscivano a bastarmi neanche i segni più evidenti della scomparsa – come quando avevamo raccolto le scatole sulle scale, la sedia a rotelle, le medicine e i pannoloni per consegnarli a chi avrebbe dovuto averne bisogno: non capivo perché lo facessimo, così come avvertivo fuori luogo, profondamente <em>sbagliato</em>, il fatto che qualcuno volesse cedere i suoi vestiti. Mi chiedevo: perché? Perché farlo ora, perché non aspettare, perché non tenerli nel caso in cui possano servire. Non mi sono mai chiesta: <em>servire a cosa?</em>; non avevo un’idea chiara rispetto al modo in cui quei due mondi alternativi tra i quali mi tenevo in equilibrio si sarebbero un giorno sovrapposti. Tacitavo gli stessi pensieri che, avrei scoperto mesi dopo, impedivano a Joan Didion di dare via i vestiti del marito: «Come poteva tornare indietro, John, se gli toglievano gli organi, come poteva tornare indietro se non aveva le scarpe?».</p>
<p>La morte mi è sempre parsa un’eventualità impossibile da afferrare cognitivamente, e oggi mi rendo conto che è esattamente così, almeno per me: non importa che l’abbia attraversata, che l’abbia sentita sulla pelle (per anni ho creduto che non avrei mai sfiorato il corpo freddo di un morto: mi sembrava una cosa da horror, impossibile da superare; oggi so che nel gelo di una camera mortuaria quella sensazione è impercettibile, e sono altri i segni della tragedia: il bastoncino che regge il mento, la posa innaturale, i vestiti impeccabili); non ho realizzato la morte di mio nonno così come non avevo realizzato, un anno prima, la morte del padre della mia più cara amica. Non riesco a capire in che senso, un giorno, la vita possa finire, e per lo stesso motivo non sono riuscita a piangere questa scomparsa come avrei voluto. Ho taciuto per un anno intero l’impossibilità del cordoglio, perché mi sembrava vergognosa, stonata, la mia reazione all’evento: come potevo continuare a vivere come se non fosse accaduto niente, come potevo continuare a vivere mentre lui non viveva più; come osavo trattenere il dolore – eliminarlo, sopprimerlo – di fronte alla sua scomparsa? Non era, il mio lutto, un dono votivo obbligato? Una sorta di dimostrazione del mio amore infinito, assoluto, per lui? Com’era possibile che il pensiero della sua assenza non mi togliesse il sonno, la notte; che mia madre soffrisse nel presente quel dolore e io non riuscissi a fare altro che proiettarlo in un tempo lontano, distante, irreale? Ci sono voluti dieci mesi per ottenere una risposta a queste domande inespresse. È stato necessario imbattermi in questa frase che aveva scritto Joan Didion nello stesso libro di cui sto scrivendo: «Perché continuavo a chiedermi insistentemente cos’era normale e cosa non lo era, quando non c’era nulla di normale?». La morte non ha nulla di normale: è una deviazione del percorso, una possibilità che non ci riguarderà mai davvero in prima persona, per lo meno fino a quando potremo scriverne. E non c’è niente di sbagliato, quindi, nell’elaborazione del lutto, che a volte ha il senso di un’illuminazione epifanica e altre di una consapevolezza latente: niente di tutto ciò che affronteremo in questa esperienza è normale, né mai potrà esserlo.</p>
<p>Se dovessi scegliere due pagine, soltanto due, di <em>L’anno del pensiero magico</em>, non avrei dubbi. Sono quelle che cominciano così: «Il dolore risulta essere un posto che nessuno conosce finché non ci arriva. Noi ci aspettiamo (sappiamo) che qualcuno che ci è vicino potrebbe morire, ma non spingiamo lo sguardo oltre i pochi giorni o le poche settimane che seguono da presso questa morte immaginata. […] Ci potremmo aspettare, se la morte è improvvisa, di avere uno choc. Non ci aspettiamo che questo choc sia obliterante, disarticolante per il corpo e per la mente. Ci potremmo aspettare di essere prostrati, inconsolabili, sconvolti dalla perdita. Non ci aspettiamo di impazzire, di impazzire letteralmente, di diventare ossi duri, convinti che il marito stia per tornare indietro e che abbia bisogno delle scarpe. Nella versione del dolore che immaginiamo, il modello sarà “la guarigione”. […] Quando pensiamo al funerale ci chiediamo se “ce la faremo ad arrivare alla fine”, se saremo all’altezza, se mostreremo la “forza” che invariabilmente viene indicata come la corretta reazione alla morte. Si pensa che dovremo temprarci per l’occasione: sarò capace di ricevere la gente, sarò capace di lasciare la scena, sarò capace, quel giorno, anche solo di vestirmi? Non abbiamo modo di sapere che il problema non sarà questo. Non abbiamo modo di sapere che lo stesso funerale sarà anodino, una sorta di narcotica regressione in cui ci affidiamo alle cure degli altri e siamo completamente assorbiti dalla gravità e dal significato dell’occasione. Né possiamo conoscere prima del fatto (ed è questo il cuore della differenza tra il dolore come lo immaginiamo e il dolore com’è) l’interminabile assenza successiva, il vuoto, l’esatto contrario del significato, l’inesorabile successione dei momenti in cui ci troveremo ad affrontare l’esperienza della mancanza stessa di significato». Non avrei saputo raccontare meglio l’esperienza della morte: il biancore dell’inconsistenza, la cecità della luce, l’assoluta insignificanza di ogni cosa. Siamo portati a cercare un riscatto nelle nostre esperienze umane: qualcosa che gli dia valore, senso, che sappia trascenderle e dargli forma compiuta. Ma la morte non ha alcun significato, anzi: è l’orizzonte su cui la possibilità del significato si infrange per sempre. Mi sono resa conto, leggendo queste pagine, che non so affrontare il lutto non perché non ne sia potenzialmente capace, ma perché non esiste davvero alcun mezzo per venirvi a patti, almeno in questa vita. E io ho solo questa vita, ora: ho questa fila interminabile di giorni in cui questa assenza sarà più o meno presente, più o meno pesante; questa lunghissima serie di momenti in cui dovrò replicare il rito composto del lutto per ogni esperienza che, al contrario, non potrò più replicare (ancora l’esperienza della sottrazione – della <em>negazione</em> obbligata). Non esiste alcun modello di guarigione, se non nel racconto che continuiamo a farci ogni giorno della morte – perché non si tratta di una malattia, ma di un’amputazione irreversibile: una contraddizione logica a cui non ci si può arrendere, se non aggrappandosi all’idea che in qualche modo, poi, ce la si fa, si sopravvive. Ed è vero, si sopravvive, ma la sopravvivenza è solo abitudine: rimozione di ciò che sarebbe un carico insopportabile da portare addosso nella vita di ogni giorno per ricreare l’apparenza di una qualche, vaga, sensazione di vivibilità; dimenticanza, come quella che mi sono rimproverata per mesi, o capacità di convivere con il dolore fintantoché non diventa inoffensivo, addomesticato, familiare; rassegnazione, infine, alla mancanza di significato, interrotta di tanto in tanto da un nuovo ostinato tentativo di fornirgliene uno.</p>
<p>Ho pensato a lungo a cosa resti, alla fine, di tutto ciò che siamo stati. Dopo l’estenuante malattia di mio nonno ho difficoltà a ricordarlo in situazioni diverse da quelle in cui l’ho visto negli ultimi istanti: il letto in quella stanza fredda, le ossa sporgenti, i lamenti – insopportabili – che avevano sostituito il linguaggio verbale, il viso stanco, inespressivo. In questi giorni d’estate mi è impossibile mantenere il calmo distacco dei mesi precedenti. È come se fosse di nuovo tutto vivido, di fronte a me, pronto ad accadere di nuovo; eppure è tutto già accaduto, per sempre, compiutamente, e non c’è modo – se non ora, in queste righe che stanno acquisendo il significato di un rito catartico – di riportarmi indietro nel tempo e rivivere tutto, per trattenere qualcosa che mi è sfuggito, per stringere ancora, un’ultima volta, quella mano liscia, perfettamente circolare, che anche nei momenti di maggiore debolezza riusciva a compiere lo sforzo di un’ultima stretta d’affetto. Nelle ultime pagine del suo memoir, Joan Didion scrive qualcosa che mi ha colpito con la forza di una rivelazione: «Siamo esseri umani imperfetti, consapevoli di quella mortalità anche quando la respingiamo, traditi proprio dalla nostra complessità, e così schizzati che quando piangiamo chi abbiamo perduto piangiamo anche, nel bene e nel male, noi stessi. Come eravamo. Come non siamo più. Come un giorno non saremo affatto». Nel mio anno del pensiero magico l’impossibilità del pianto è stato rifiuto dell’accettazione. Inconsapevolmente devo aver creduto che se non avessi messo in scena il lutto ne avrei negato l’evidenza: lui sarebbe tornato, in qualche modo, in qualche universo; questa era solo una parentesi momentanea – un’attesa. E nel profondo chi non volevo piangere non era lui, ma <em>noi</em>, la me che esisteva solo e soltanto con lui, il senso di calore dell’abbraccio, la necessità della cura che era, al tempo stesso, agita e subita, quasi che potessi sentirmi protetta da lui mentre lo proteggevo. Cosa mi sarebbe rimasto se avessi accettato, invece, che tutto ciò era perso per sempre, che non ci sarebbe stato un futuro possibile, un ritorno, ma solo una nuova realtà retta sui senza e i non più?</p>
<p>Allo scadere di questo anno di ragionamenti ossessivi credo di aver capito che non c’è soluzione a ciò che si prova, in una direzione o nell’altra, e che in fondo non mi rassegnerò mai a questa impossibilità logica, perché è il mio modo per tenermi in piedi. Ma devo a Joan Didion l’aver raggiunto questa consapevolezza: al suo anno del pensiero magico che, in un qualche modo, ha innescato anche il mio.</p>
<p>L’esperienza della morte si regge su due poli inconciliabili: è unica e, allo stesso tempo, universale. È per questo che è difficile comunicarla, perché il linguaggio resiste alle contraddizioni. Ho sempre creduto, però, che la letteratura abbia il potere straordinario di legarci a partire dalle nostre alterità: ci riconosciamo nonostante la percezione delle differenze, nei punti di contatto che ci fanno sentire parte di qualcosa o, come direbbe Fitzgerald, «meno soli». <em>L’anno del pensiero magico</em> è un magnifico esempio di questo potere, perché Joan Didion non ha alcuna ambizione di offrire un ritratto assoluto della morte, ma racconta la propria irriducibile, singolare, esperienza – ed è da lì, da quel nucleo doloroso, incomprensibile, ma così limpidamente autentico, che si genera la possibilità del legame, della cura. Dal riconoscimento di una simile impossibilità umana: quella di venire a patti con l’esperienza della morte. Leopardi una volta ha scritto che le opere di genio «non trattando né rappresentando altro che la morte, le rendono, almeno momentaneamente, quella vita che aveva perduta»: ecco, se dovessi raccontare in una frase <em>L’anno del pensiero magico</em> userei queste stesse, esatte, parole.</p>
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		<title>Reincarnazioni</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2022/09/06/reincarnazioni/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[francesca matteoni]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 06 Sep 2022 05:15:21 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[diari]]></category>
		<category><![CDATA[andrea betti]]></category>
		<category><![CDATA[bad karma]]></category>
		<category><![CDATA[destino]]></category>
		<category><![CDATA[narrativa]]></category>
		<category><![CDATA[racconto]]></category>
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					<description><![CDATA[Spalancò la porta di metallo sbatacchiandola senza riguardo; la lucetta della sauna che aureolava Samstag sembrava accecante vista dal fondo del corridoio angusto e buio; lo chiamano effetto Brocken: così che appena emerso dalla nuvola di vapore, ]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>di Andrea Betti</strong></p>
<blockquote>
<p style="text-align: right;"><em>“Haroun al Rashid…vaga tutta la notte in vesti di mercante, si identifica nell’ultimo facchino, marinaio o brigante, rischia con lui la vita o il taglio della mano. Ma resta pur sempre il califfo: che al mattino siederà sul trono d’oro della giustizia e dovrà assumersi il destino, il significato, di tutte quelle esistenze.”</em><em>&nbsp;</em></p>
<p style="text-align: right;"><em>Cristina Campo, Gli Imperdonabili</em></p>
</blockquote>
<p>«…del resto, pensavo: le cose sono cominciate ad andare male da quando sono tornato onnivoro. C’è un parallelismo. Il <em>bad karma</em> della mattanza, ininfluente su chi non si è mai posto il problema etico del mangiare carne, virulento su chi era diventato veg ed è tornato sui suoi passi. È una cazzata da paranoico, lo so».</p>
<p>Spalancò la porta di metallo sbatacchiandola senza riguardo; la lucetta della sauna che aureolava Samstag sembrava accecante vista dal fondo del corridoio angusto e buio; lo chiamano effetto Brocken: così che appena emerso dalla nuvola di vapore, la sua sagoma controluce iniziò a proiettare ombre concentriche nella fuminea, via via più larghe e diafane; i suoi movimenti si tradussero in lame oscure e radianti, i suoi zoccoli di legno rimbombavano sul pavimento con echi di grotta, fra i sibili del vapore di quella vecchia palestra del seminterrato nel compound C-43 che lo facevano sentire un superstite vacuo, mentre s’incamminava nudo verso le docce. Pensava veramente di essere afflitto dalla maledizione della carne: lo aveva detto o pensato, stava ricordando o parlava da solo a voce alta? Era per scherzare o per confessare scherzando? Ma di certo, se valutava i suoi ultimi tre, quattro? Forse cinque (o erano già dieci anni?) da che aveva ricominciato a mangiar carne una sera di ottobre, in un ristorantino di Dieusaitquoi, o insomma da quelle parti, allora non poteva fare a meno di notare il <em>trend negativo</em> – anche se lui avrebbe preferito parlare di “spirale discendente” come il titolo di quel disco che gli piaceva tanto da ragazzetto e ora non ricordava – ricordava poco: che erano lì in vacanza, con la sua ex moglie e una coppia di amici; da qualche tempo vagheggiava l’idea di riprendere a mangiar carne, pur con certe accortezze e cautele, in occasioni precise, mantenendo basilarmente il regime vegetariano. Come quando riprese a fumare, promettendo a sé stesso e a chiunque incontrava, che ne avrebbe fumate solo due al giorno, come faceva sua madre.</p>
<p>«Ma la carne non è come le sigarette. Non è un vizio». Obiettava la consorte: certo, però, constatando gli sviluppi della sua vita da quel momento in cui una forchetta con un pezzo sugoso di ottimo hamburger tornò a interessare le sue papille gustative, non poté non notare un degrado progressivo, impercettibile quasi, ma costante della sua qualità di vita; degrado di fotocopie di fotocopie, lo sbiadire di ombre vaporose, l’affievolirsi del segnale portante in una nuova distanza che era in realtà il mesto ritorno alle sue origini, ai suoi rimpianti, al suo stato di natura, alla casa degli anziani genitori, il “Mausoleo” come lo chiamava la signora Samstag, con un’ironia nella quale aveva sempre avvertito una nota di disprezzo.</p>
<p>Nel rinnegare ciò che aveva scelto di diventare (vegetariano, seppur imperfetto, eretico, <em>pescetariano</em> <em>occasionale</em>) aveva perso un credito cosmico che si era creato in favore del destino che ci è dato; la scelta di alterare la programmazione originale non sempre è premiata ma sicuramente è sanzionata quando si torna indietro. Aveva creato un’intercapedine con una superficie abrasiva dove la sua integrità di persona andava a sgretolarsi, ogni giorno, un po’ di più, veniva, come dire? Grattugiato…</p>
<p>«Ma non c’entra nulla. Dai! Doveva succedere tutto quel che è successo».</p>
<p>«Ah, sì? E come la mettiamo con l’essere artefici del proprio destino? Tu prima mi dici che siamo artefici del nostro destino e ora mi dici…in pratica che è tutto scritto? – Doveva succedere…– ma che cazzo dici? È una contraddizione, capisci? È una TUA contraddizione o no? Allora è il destino artefice delle nostre vite? Oppure, – fammi capire un po’ chi sei tu, che mi stai accanto ormai da dieci anni…– pensi che quando fa comodo siamo artefici e quando va di merda, non lo siamo più? Così, <em>à la carte</em>, come torna meglio?».</p>
<p>La signora Samstag scosse la cenere sulla tovaglia, non intenzionalmente, ma doveva sempre guardare dritto negli occhi il signor Samstag quando iniziava a <em>sclerare </em>– dio! Come odiava quel verbo fasullo, che rendeva ogni impeto sciocco, ogni discussione un battibecco, ogni reazione uno scatto nervoso, senza un pensiero dietro, senza uno scopo – il loro psicoplasmatore aveva raccomandato di guardarsi sempre negli occhi, come quell’ossessione che hanno taluni brindando, che a Samstag era sempre suonata un po’ come una dimostrazione di sfiducia, un soprassalto di aggressività. Ma no, Samstag, ti sbagli, diceva lo psicoplasmo: guardarsi negli occhi per depotenziare, per rendersi conto che non si stava sbraitando contro un muro, ma contro qualcuno.</p>
<p>«Samstag, tu cerchi lo scontro. Io, lascio correre, come ha detto il dottor Zulawsky. Lascio cadere il discorso…».</p>
<p>«…ma…ma io, io non sto litigando! Ti sto ponendo una questione, come dire? Di principio? Questo è il mio modo, mi appassiono, mi accaloro…».</p>
<p>«Stai sclerando e basta, perché ti fa rabbia che io non sia d’accordo con te!».</p>
<p>«…ma d’accordo su COSA?».</p>
<p>«Vedi che la gente si volta a guardarti? È una cosa che non sopporto in privato, almeno qui, al ristorante, dove tutti ci vedono, ti chiedo, per cortesia di mantenere la calma, di abbassare i toni…non essere <em>deplorable</em>!»</p>
<p>Samstag era paonazzo, quella voce sembrava provenire da un prontuario di Riallineamento Sociale: non era la voce della Signora Samstag, di cui, per discrezione, non diremo il nome, ma chiameremo solo Signora Samstag. Esisteva ancora un flebile discrimine fra la passione e la violenza nella società, fra l’accalorarsi e il farsi minacciosi? Samstag per indole o paura se ne era sempre tenuto alcuni passi indietro, ma negli ultimi anni, pareva aver recuperato almeno agli occhi di sua moglie e degli avventori che si giravano indispettiti. Stava gridando? Stava gracchiando? Erano in un ristorante di montagna – ancora una volta la montagna – arredato con mobilio anni settanta che poteva ricordare un locale <em>Ostalgie</em> della ex Berlino Est: poltroncine in similpelle dal disegno squadrato, seggiole di tubolare con schienale e seduta in multistrato di faggio un po’ consunto, sbiancato dallo strusciare dei corpi inguainati nelle tute da sci, i lampadari a cilindri di opalina che scendevano dal soffitto ingialliti dalla gloriosa stagione delle sigarette, le pareti anch’esse giallognole per la medesima ragione, il perlinato di legno chiaro ad altezza spalla. Non mangiarono nulla, era una domenica pomeriggio di merda, la cucina era chiusa: troppo presto per cenare, troppo tardi per pranzare e Samstag odiava le domeniche pomeriggio a prescindere dal degrado della sua relazione coniugale, dal suo degrado di onnivoro di ritorno, di rinnegato, transfuga dalle proprie scelte, dal suo degrado di sclerato deplorevole e gracchiante. Ordinarono due cioccolate calde e dense, ben fatte nonostante il latte di soia che a dispetto del cacao lasciava sempre un retrogusto di brodo di fagioli; il barista in automatico decorò la bevanda con un bel ciuffo di panna spray che la signora Samstag scartò con un meticoloso rifrullo del cucchiaino, chiedendo poi con un gran sorriso un cucchiaino pulito al flemmatico barista. Consumarono la mesta merenda silenziosi, seduti davanti alla vetrata, vicino all’ingresso, dalla quale si vedeva il parcheggio semivuoto della località sciistica; lastre di ghiaccio, neve sporca accumulata ai margini e, sull’altro lato della strada, l’imponente complesso dell’Hotel Duke, abbandonato da tempo, con le imposte di legno delle finestre mezze aperte, imputridite in basso e schiarite in alto, alcune penzolanti da un solo cardine, piuttosto pericolose per i passanti; un leviatano di cemento armato agonizzante, interdetto tutto intorno da transenne e nastri giallo/neri sbrindellati che si agitavano al vento.</p>
<p>Prese un accappatoio pulito; l’odore di bucato si mischiava con la puzza di sudore della quale sono impregnati gli spogliatoi, quell’odore di cazzo, di piscio, di peli, di piante dei piedi, di ciabatte di plastica, di bagnoschiuma e deodoranti industriali.</p>
<p><em>“Sono insopportabile, ma non sono cattivo. Eppure li avevo messi sull’avviso, tutti. È come quei tizi che soffrono della sindrome di Tourette e vanno in giro con dei biglietti per avvertire le persone che non offendono intenzionalmente… ma …vuoi dirmi che è diverso? Che sono un po’ stronzo? Sono paranoico, non sono stronzo.” </em></p>
<p>Si pettinava davanti allo specchio i capelli ricresciuti, che erano già puliti, non sarebbe stato necessario lavarli di nuovo. Sarebbe abbastanza normale pensare che lui rivolgesse al proprio riflesso queste ruminazioni, ma in realtà parlava ad Altri che lo popolavano, e sorridevano delle sue considerazioni petulanti. Perché in Samstag erano in molti a vivere, e non era una metafora tanto per dire o un sintomo di personalità multipla.</p>
<p>Quando fece la prima comunione sua madre gli si raccomandò di non strizzare gli occhi: c’era tutta una serie di foto dell’estate precedente dove Samstag sembrava una talpa o un cretino che faceva i versacci.</p>
<p>Allora, Samstag ottemperò al comando materno &nbsp;letteralmente, e ne scaturì una serie di foto nelle quali era l’unico bambino con gli occhi spiritati, spalancati, sempre; un’espressione da pazzo. In ogni foto, nelle foto dei genitori, del fotografo della cerimonia, in quelle dei parenti e dei genitori degli altri bambini e dei loro parenti a loro volta…</p>
<p>Due giorni prima, mentre era sul terrazzo a giocare, sentì un boato, profondo, come un tuono, ma il cielo era sgombro di nuvole e azzurro. Sua madre gridò: l’armadio le era crollato addosso; la scossa non fu così forte da demolire il vecchio palazzo in centro dove risiedevano, ma aprì una lunga crepa, un cretto dal muro fino al pavimento, dal quale ogni tanto in estate esalava un odore dolciastro e nauseabondo come di suppurazione. Sua madre ne uscì indenne; la nonna baciava il santino di Sant’Emidio, a cui era devota dai tempi del gran terremoto in Garfagnana cui lei e il nonno scamparono miracolosamente. Il giorno della comunione piovve, fu svegliato da un altro boato, ma era un temporale vero questa volta: venne giù un diluvio; nella cattedrale buia come al vespro d’inverno di quel mattino di giugno insolitamente cupo e freddo, Samstag e gli altri fanciulli stavano come bambolotti appoggiati alla balaustra di uno degli altari laterali; dietro di loro, nella fiammata del flash, la grande tela raffigurante l&#8217;Arcangelo Michele che abbatte Lucifero; le bimbe, vestite di bianco come spose nane, i maschietti con abiti eleganti ma meno impegnativi, chi con un foulard celeste al collo, alcuni con le giacchettine blu o il cardigan bianco in frescolana, le camicie a rigatino, le spillette votive d’argento con un giglio bianco. Tutti candidi, seri e composti, anche Samstag, ma con gli occhi sbarrati da pazzo furioso. Era importante non masticare l’ostia: Samstag era molto impressionato da questa prescrizione, pensava veramente che masticandola avrebbe morso Gesù. Doveva lasciarla sciogliere sul palato; il prete glielo aveva detto più volte. Il prete aveva l’alito cattivo: questo lo aveva incentivato a rammentare la prescrizione. Qualche giorno prima li aveva condotti in ritiro spirituale nella villa in campagna dell’episcopato; era in realtà una giornata di svaghi e merende dopo il lungo catechismo in quella cucinetta minuscola della parrocchia, dove ristagnavano l’odore di sughi raffreddati nei pentolini e dei piatti lasciati in ammollo, l’alito del sacerdote e le puzzette dei bimbi, nella quale di tanto in tanto la perpetua apriva una finestrella a bocca di lupo per cambiare aria; poi portava dei biscotti caldi e il profumo dolciastro di pastafrolla e burro fuso ancorché stucchevole, recava una nota fragrante e tiepida in quel chiusino di sagrestia, di fiati muffiti di vecchio prelato e scoregge infantili.</p>
<p>Giocarono, i più a pallone, nel prato che costeggiava l’uliveto; alcuni, quelli un po’ ritardati, amanti di robottoni giapponesi e castronerie da sfigati (non esisteva ancora la parola <em>nerd</em>), si divertivano a rotolarsi in terra giù da un declivio, come Samstag, che era un incapace nei giochi di squadra; il maestro di ginnastica glielo ripeteva spesso, senza che lui capisse il senso, ma ricordava bene la frase: “sei un analfabeta psicomotorio!”.</p>
<p>Le bambine invece giocavano a nascondino o aiutavano la perpetua a portare sul tavolone sotto il portico, i vassoi con le pizzette e le paste, le bottiglie di coca e il rosolio resinoso delle benedettine, che era usanza dare anche ai bambini in quell’epoca spensierata.</p>
<p>Il prete poi li chiamava dentro la villa, nello studio dai soffitti alti a cassettoni, così alti che si perdevano nell’oscurità, seduto dietro uno scrittoio di mogano con un gran crocefisso d’avorio alle sue spalle e il ritratto del Papa; loro accorrevano accaldati, con la perpetua che faceva segno con le mani di non correre, i passi che rallentavano smorzati dal tappeto. Uno ad uno venivano interrogati sulle nozioni apprese al catechismo: le sette virtù teologali, i sette peccati capitali, le parabole di nostro Signore, ma era un’interrogazione senza voti e senza paura d’esser sgridati, anzi, non di rado era il prete a suggerire le risposte<br />
«…è l’invì… l’invì…l’invi-di…?».<br />
«Invidia!».<br />
«Bravo, Samstag! Tu sei il più intelligente di tutti, lo sai?».<br />
«Davvero, Don Siliano?». Esclamò tutto contento sporgendosi da principio verso l’anziano sacerdote per poi ritrarsi, come un’antenna di lumaca, dalla fiatella, mentre quello, con una mano sulla spalla cercava di avvicinarselo.<br />
«Certo. Sei un bimbo pieno di talento: sai disegnare, ti sai esprimere correttamente, sai scrivere bene. A catechismo eri sempre attento e preparato. Hai imparato la storia di nostro Signore nei Vangeli, le sue parabole. Ecco… a te vorrei chiedere. Cosa pensi della sacra eucarestia che stai per ricevere?».<br />
«Mah…&nbsp;è la comunione? Il corpo di…Cristo che è morto per noi…per l’alleanza…giusto?».<br />
«Bravo… e poi?».<br />
«Si è sacrificato per noi…e per tutti! Però, ecco… Don Siliano, io non capisco una cosa: Gesù era ebreo? Allora gli ebrei sono cristiani?».<br />
Don Siliano era abituato alle domande seccanti di Samstag, tolse la mano dalla spalla del bimbo e se la sfregò sulla fronte, come a massaggiare un muscolo preso da un crampo.<br />
«No. Ecco…gli ebrei, sono ebrei. Non sono cristiani. Gesù invece, ecco…diciamo…di sì. Però lui era il figlio di Dio e gli ebrei non lo riconobbero come tale. Tutt’ora loro aspettano, invano, l’avvento del Messia».<br />
«Ma…ma… la domenica delle palme loro lo accolsero come un re! Perché poi…allora?».<br />
«Sì! Però poi lo tradirono! Lo tradì Giuda che era un ebreo! Anche lo stesso popolo che lo aveva acclamato come un re! E quando fu chiesto loro da Ponzio Pilato, se crocifiggere Gesù o Barabba, scelsero Gesù e risparmiarono Barabba. Vedi, Samstag, è per questo motivo che gli ebrei poi vennero dispersi ai quattro angoli del globo e che furono perseguitati. Non solo essi non riconobbero in Gesù il Redentore, il figlio di Dio, ma furono cagione della sua morte corporale! Sono colpe che si pagano: se avessero riconosciuto il Cristo forse non sarebbero stati dispersi e magari non sarebbero finiti nei campi di concentramento. Pensaci bene!».<br />
«Me lo ha raccontato il nonno, anche lui c’è stato nei campi, ma non perché era ebreo, però mi raccontava e poi ho visto il documentario…ma insomma però Gesù era venuto apposta per sacrificarsi… che c’entravano gli ebrei? Se doveva morire comunque…»<br />
«Samstag…» Don Siliano si alzò in piedi, un po’ stufo di questa discussione, si accese una sigaretta, cincischiò con un fermacarte di vetro di Murano, quelli che sembrano contenere ricami e filamenti colorati «…fu una brutta cosa quella. Certo…ma loro, rifletti un po’, fecero bene a salvare Barabba? Con la conseguenza di far crocifiggere Gesù, mandato dal Signore Padre nostro per salvarci e salvare anche loro. Anche se Gesù era venuto per sacrificarsi infine loro comunque rigettarono la sua benevolenza, il perdono, i miracoli, la nuova alleanza che egli portava all’umanità. Noi tutti, Samstag, siamo responsabili del nostro destino, ricordatelo…i nazisti erano dei mostri, ma gli ebrei non fecero nulla per salvare Gesù. Tienilo sempre a mente! E ora, vai: sempre con queste domande! Piccolo impertinente! Vai a far merenda, che ci sono le pizzette e le paste del Sartini. Vai…»</p>
<p>&nbsp;<br />
Samstag uscendo dal C-43 notò un gruppo di famiglie accalcarsi all’ingresso della Metro, cariche di valige e scatoloni; l’agente della vigilanza sociale, esaminava i loro documenti.<br />
<em>“A loro è andata bene. Forse sono Cascami.”</em> Pensò Samstag. Si accese una sigaretta e si diresse verso quel capannello di sfollati.<br />
«Buonasera…».<br />
«Buonasera. È con questo gruppo anche lei?»<br />
«Io? Ma vede che sono in zoccoli? Io non parto…sono cascami?».<br />
«Eh? Ah! Sì…cascami in trasferimento al Nord. Per la Ricollocazione. Quindi lei è un Cluster? Documenti?».<br />
Samstag si arrotolò una manica e mostrò il tatuaggio:<br />
C-43-G-92-47<br />
«Ci sarà una bella solitudine qui da domani, signor…?»<br />
«Samstag».<br />
«Lei è sposato?».<br />
«Non più… da, cinque o sei anni… sette, forse dieci… non ricordo, non ultimammo le pratiche: lei fu ricollocata. I miei sono morti nella Terza Estate».<br />
«Ah… mi dispiace… anche mio genero, morì nella Terza Estate. Niente da fare: dissolto nel nulla – e si soffiò fra le dita – Beh? Ci muoviamo? Il treno non aspetta voi! Questi cascami sono una vera rottura…».<br />
«Del resto…come potremmo fare diversamente?».<br />
«Mah… lei dice? Io, qualche idea ce l’avrei… Poi sono anche maleducati. Ehi?! Che cos’è quella roba? Non si può portare! Una valigia a testa. No, le dico di no! Non mi interessa di questo…questo…foglio – e lo prese con disgusto con delle lunghe pinze per esaminarlo – Sì! Il Sovrintendente vi ha autorizzato: non mi interessa! Dovevate farlo spedire per corriere, non potete portarvelo dietro. Ma Cristo! – rivolgendosi a Samstag – …sono maleducati e pure stupidi forte!».<br />
Samstag vide la ragazzetta, magra, magra, con gli occhiali tondi che, aiutata dalla nonna ancora giovane, spingeva un ingombrante piano elettrico, ravvolto in un panno di velluto rosso.<br />
«Aspetti, vigilante… io non ho molto da fare domani. Posso occuparmene io, se la signorina è d’accordo. Mi lasci l’indirizzo, glielo spedisco io. Me lo scriva, qui dietro al permesso…».<br />
«Ma è sicuro…?». Chiese il vigilante un po’ incredulo.<br />
«Certo… è per l’arte!». E strizzò l’occhio alla ragazzina che sorrise, esibendo il suo vecchio apparecchio ortodontico, recuperato forse in un ossario della Terza o della Seconda Estate. Poi Samstag salutò quelle persone, sapendo che non avrebbe più rivisto nessuno per il resto della sua vita. Ma non sarebbe rimasto solo.<br />
Quando la sua memoria riaffiorava nel brusio imperterrito degli Altri, ai sensi ottusi di Samstag si riproponevano brevi e vivide sequenze, come fotogrammi subliminali inseriti in un filmato che non gli apparteneva e che tuttavia lo saturava, inesausta proiezione interiore di esistenze sconosciute; vedeva la carne – un hamburger – ne fiutava l’odore grigliato e appetitoso, nei suoi timpani risuonava lo sferragliare delle posate sul piatto, e alzando lo sguardo, mentre masticava fra senso di colpa e appagamento, il dettaglio di un calendario appeso alla parete del ristorantino, con la foto di un bosco rosso e giallo, una bava di nebbia bassa a lambire i fusti scuri delle latifoglie: ottobre. La carne era tornata un giorno di ottobre di alcuni anni prima delle Tre Estati consecutive, in un’epoca durante la quale erano stati previsti gli esiti infausti del cambiamento climatico, ma niente come le Tre Estati. Samstag era stato vegetariano – non vegano, nonostante la dieta della moglie fosse prevalentemente tale – per almeno sei anni, con convinzione, per motivi etici si diceva allora, perché a lui la carne era sempre piaciuta, ma a fasi alterne nella sua vita l’aveva rinnegata, oppresso dall’idea della sofferenza degli animali; aveva cercato forza e conferma nella comunità vegano-vegetariana, aveva conosciuto attivisti, gente dell’Animal Liberation Front, di Sea Shepard, aveva letto Tom Regan; nella vita aveva conosciuto amici nel giro punk hardcore che avevano praticato questa scelta come estremo rifiuto dello sfruttamento; aveva letto Horkheimer, Safran-Foer, Peter Singer, Ceronetti; aveva conosciuto i produttori di seitan delle Valli Alcova; aveva imparato a farlo lui stesso con sua moglie, togliendo l’amido della farina, con una serie di lavaggi che portavano ad avere questa palla dalla consistenza gommosa di purissimo glutine che poi bollivano in un brodo vegetale, una ricetta giapponese occidentalizzata, con alghe, alloro, odori, salsa di soia… quando veniva bene era sugoso e di aspetto invitante come un pezzo di bollito; amava un certo tipo di seitan artigianale che trovavano di rado, dalla forma irregolare, venduto in sacchetti trasparenti sottovuoto, intriso di sughetto marrone che gli ricordava il sontuoso roastbeef della nonna Amalia, quel sugo denso dove avrebbe inzuppato un chilo di pane. Il sapore era buono, riuscivano a farne arrosti e anche un ottimo ragù, ma quando lo masticava i suoi molari emettevano sempre un cigolio sospetto, come se stesse masticando plastica… quel rumore lo fece riflettere, sulla consistenza del seitan. Il tarlo dei sensi che nessuna etica inganna; non per tutti è così: a sua moglie, che era vegetariana da sempre, una <em>vinciana</em> pura, non faceva alcuna differenza; a lei la carne aveva sempre fatto schifo, ci aveva sempre sentito il cadavere e talvolta persino il seitan troppo “sugoso” la metteva in ambasce, mentre a lui, ex-carnivoro, pur senza volere, veniva da fare paragoni. L’odore delle grigliate in estate, lo ammaliava; un altro tarlo dei sensi cominciò a roderlo, dopo l’apripista voluttuario, un baco malinconico, l’idea che non avrebbe mai più assaggiato il formidabile ragù di sua madre, una pietanza che negli ultimi anni quando stava maturando la conversione al vegetarianismo, aveva preso a disprezzare, con motivazioni acide, del tipo, <em>“fai sempre le solite cose”, “non ti viene più come una volta, ti viene acquoso”</em> e altre staffilate gratuite di questo tipo che, per certo, erano utili a demolire in lui stesso un modello di comportamento acquisito fin dall’infanzia; di fatto, mortificavano soltanto la povera donna che, tuttavia, dopo un’iniziale momento di dispiacere, rispondeva a tono:<br />
«Sì, sì! Sei stato già vegetariano: te lo ricordi? Da ragazzetto, quando frequentavi quegli altri <em>sciamannati</em>…Mi facevi comprare quelle bistecche di soia disidratate. Eh! Però poi mangiavi il mio cinghiale a Natale. E il pesce a Capodanno o quando andavi al mare! Eh… tanto come tutte le tue fisime, per fortuna durano poco. Vedrai anche stavolta…».<br />
<em>“No questa volta sul serio, dicono sempre così, io sono l’anarchia, ecco un altro anticristo.”</em><br />
Pensò, e non rispose nulla. La mamma di Samstag non ebbe torto nel giudicare il figlio così volubile e poco fondato nelle sue scelte; ne conosceva la natura sensibile, ma mutevole, l’incapacità a dimagrire e contenersi nei vizi, la generosità un po’ vana di chi siede sugli scalini del proprio castello immaginario fantasticando d’esser cavaliere; non lo giudicava, ma lo capiva, e le sfuriate, le “sclerate” erano brevi burrasche, che non la intaccavano nel profondo, nonostante talvolta versasse qualche lacrima quando lui aveva questi sussulti d’orgoglio e si faceva sarcastico.<br />
La carne tornò, anche questa volta, che si era sentito maturo, capace di scelte ponderate e definitive: il matrimonio, la decrescita, la vita in campagna, i cani, l’orto, l’autoproduzione di saponi e candele, i maglioni di acrilico fatti all’uncinetto. Per un po’ andò bene, poi vennero anni bui, sia per la piccola famiglia Samstag che per il mondo. Persero il loro vecchio cane, Crono: morì di vecchiaia fra le cure premurose dei Samstag, i bocconcini di carne lessata, l’unica carne che aveva toccato il loro pentolame in tanti anni, le punture di vitamina, le flebo…Crono era il cane della signora Samstag, lo aveva adottato, ai tempi dell’università a Napoli: con l’ALF liberarono un canile lager della camorra. Ci fu una tarantella non da poco, i guardiani esplosero anche diversi colpi di pistola e il canile fu messo sotto sequestro. Lei riuscì, con alcuni amici a dissequestrare alcuni cani, destinati alla soppressione, fra cui Crono, un indefinibile e dolce cerbero al confine fra molte razze che si voglion belluine, un po’ pitbull, un po’ ridgeback, un po’ corso; un molosso cazzuto, capace di fiducia illimitata in chi amava, come di un’aggressività fulminea che non lasciava scampo. Una creatura difficile quanto adorabile nella quale Samstag, per indole, s’identificò non poco. Poi venne la Prima Estate, quella del Malbianco, dei raccolti coperti dalla lanugine del fungo di provenienza sconosciuta, quella del luglio freddo e piovoso, durante la quale morì di polmonite il nonno della signora Samstag. L’estate senza sole, senza raccolti, senza vino, senza pomodori e prodotti ortofrutticoli.<br />
Poi venne la Seconda Estate, quella delle Moschine. Moschine sconosciute anch’esse, piccole come pulci, che infettarono gli olivi e i castagni, che infestarono vitigni, meli e ciliegi, che portarono febbri letali alle mucche e pestilenza suina; quella del gran secco, della siccità, del caldo ammorbante nell’emisfero boreale, dell’ozono irrespirabile a bassa quota e assente nella stratosfera, l’estate che non si doveva uscir di casa dalle undici alle diciotto per via delle radiazioni ultraviolette, dei grevi ombrelli piombati e delle maschere di plexiglas fumé. L’estate che morirono i piccioni, i ratti, i gatti e i cani randagi, i cervi, i ricci, le api…<br />
Poi venne la Terza Estate.<br />
Quando Ada Sheldrake trovò l’access point, nell’inverno successivo alla Terza Estate, era già molto malata. Il suo torace era attraversato da un foro, da parte a parte, di quindici centimetri di diametro, un alloggiamento: una pratica dolorosa che si perse con il raffinarsi delle tecniche di riconversione tumorale. I primi esperimenti di trasferimento su simuloide singolo o in cascata (rizoma di simuloidi miceliari o mSR) furono effettuati nel suo appartamento, dove viveva reclusa da almeno tre anni, quando le fu diagnosticato un linfoma anaplastico a grandi cellule causato probabilmente dalla scarsa schermatura del tetto; ci furono dibattiti furibondi sull’effettivo mantenimento della coscienza. Che cosa s’intende per coscienza? Non era più una questione speculativa, ma di effettività: sarebbe stata solo una sorta di registrazione, il grammofono sulle tombe che si figurava Joyce? Una versione evoluta di un profilo memorial del Socializzatore? O un vero e proprio <em>spillover</em> dell’anima nelle paste gelatinose del simuloide, una <em>metemtecnosi</em>, come qualche divulgatore scientifico la definì. Il Rizoma pareva funzionare, ma alla lunga questa tipologia di <em>dati</em>, perdeva la sua organizzazione interna nel mezzo gelatinoso, pur mantenuto alla giusta temperatura, nel bagno chimico appropriato e con una stabile microtensione elettrica; il dato nel rizoma si dissolveva capricciosamente in particelle incoerenti, in frammenti di codice, come le avreste trovate su un vecchio hard-disk fritto con un defibrillatore: non erano certo sequenze binarie che un algoritmo poteva mantenere in una forma fruibile, ma erano interi complessi, non scindibili, uniformi, monadi dai margini incerti, che creavano rizomi con altre monadi “affini”, sacchi leggeri carichi di una spesa pesante, irta di spigoli e punte acuminate, che a volte si rompevano per la via…Il Rizoma poteva garantire il transito, l’allocazione momentanea, ma per dove? Quale sarebbe stato l’ultimo stallo della coscienza a meno di non accettarne la dispersione o esser credenti e confidare in una dimora ultraterrena? Inaccettabile.<br />
Ada Sheldrake era un genio, una di quelle persone che non amavano troppo lavarsi, che aveva perso interesse nella vita, episodica protrusione incoerente di qualcosa che intuiva <em>dietro</em>; un oceano, diceva, un Oceano vivente ed eterno, l’archivio Akashico, la coscienza collettiva, il Brahman, ma in una forma che non aveva mai trovato prima espressione, perché per esistere doveva essere <em>estratta</em> o, in un certo senso, inventata.<br />
Il mito doveva acquistare concretezza, essere oggetto di misurazioni, il pensiero farsi materia, il verbo farsi carne.<br />
Sempre persa dietro a qualche ragionamento, a qualche fantasia portentosa, passava la maggior parte del tempo a letto, circondata dai suoi simuloidi in pasta gelatinosa o in <em>memory foam</em>, quei grossi cuscini, sui quali trascorreva le giornate a fare il pane come un gatto castrato. Metà della sua testa era glabra e ulcerata da almeno settantasette tentativi di accesso. Poi c’era, lui l’access point o come lo chiamava la Sheldrake <em>“l’ano della Mente”</em>. E la cosa la faceva ridere, senza che nessuno, nemmeno i suoi più stretti collaboratori, capisse. Aveva appreso questa tecnica da un’antica pratica di perforazione del cranio; a volte, restava in coma anche per quindici giorni, durante gli spillover e i reverse spillover. Spesso, si risvegliava con intere parti della sua vita cancellate, senza speranza di recupero, o cieca da una mano, sorda da un piede, zoppicante da una narice, con un occhio impastato, la lingua abbagliata o più generalmente paralizzata in parte o del tutto, coperta da eruzioni cutanee simili a scritture <em>jiǎgǔw</em><em>é</em><em>n</em> in forma di eczema-grafema. Ma, nonostante tutte queste disavventure, questi patimenti, queste sconcertanti sinestesie e ridistribuzioni sensoriali selvagge (non di rado la sua voce poteva uscire flebile da una ascella o da un alluce) non si perse mai d’animo, e mirò con tenacia al suo obiettivo, avvalendosi di numerosi simuloidi di backup che teneva nel congelatore che aveva in garage, insieme alle pizze precotte, i gelati e i quarter pound di vitello. Pur non restituendole l’emozione vivida del ricordo, dissipata senza possibilità di recupero nell’oceano che era aldilà della vita, le permettevano di reintegrare il dato utile a ricostruire pazientemente il suo operato e fingere che non era successo nulla di irrimediabile.<br />
Il Parco Phrygia si stendeva a perdita d’occhio dietro C-43: giovani pioppi tremuli americani, ancora bassi, esili e un po’ spelacchiati come fili d’erba appena affiorati dalla terra riarsa dopo un acquazzone. Samstag aveva terminato il giro delle Case, amava passeggiare fra quegli alberelli specialmente quando diventavano un bel mare giallo in autunno.<br />
“<em>…ancora quattro anni, sette mesi, dodici giorni, circa otto ore”</em><br />
Diceva a sé stesso, rincuorandosi.<br />
Gli avevano installato un contatore alla rovescia meccanico sulla porta, perché a Samstag guardare il trascorrere di secondi, minuti, ore, giorni, mesi, lo tranquillizzava a differenza di altri Cluster che mal sopportavano l’attesa.<br />
Quasi cinque anni ancora d’insonnia e di cefalea martellante, specialmente la notte, senza luce, senza televisione, senza distrazioni; aveva a disposizione una torcia a carica manuale che produceva un flebile chiarore a malapena sufficiente per leggere poche righe di vecchi libri già letti o che qualcuno degli Altri aveva già letto e sprofondare in una trance ipnagogica. La torcia era indispensabile anche per centrare la tazza del cesso, la diuresi notturna era diventata per Samstag un automatismo portatore di un fugace sollievo corporale allo stupore malinconico in cui perlopiù vegliava; infine si rassegnava a masticare le sue dosi di orfina e attendeva un sonno striminzito che calava ratto e scostante dal buio sopra, nero anch’esso, indistinguibile alla veglia e senza sogni. Cosa o <em>chi </em>del resto, avrebbe potuto sognare in Samstag?<br />
Si ricordò, o qualcuno per lui lo fece, dei blackout in India. All’inizio ne era turbato, come per molti altri aspetti della quotidianità indiana, prosciugata d’ogni orpello che un europeo riterrebbe essenziale, i materassi senza lenzuola negli alberghi e nelle guest-house; la mancanza di carta igienica, lusso per turisti da acquistarsi nel minimarket figo di Laksman Jhula; e i blackout notturni, che gettavano nella tenebra tutta la città lungo il Gange, un buio traboccante di stelle scintillanti che addensava su di sé un <em>umano silenzio</em> al quale si affacciavano voci misteriose di animali notturni, il ruggito lontano di una tigre, le strida di uccelli esotici. Le prime due notti era inquieto; quel buio senza scampo, lo atterriva; le sbarre alle finestre per non far entrare le scimmie e le gazze ladre, i pianti lontanissimi di un poppante con le coliche – che forse lui sentiva nella sua testa – e l’odore, fortissimo di incenso da chiesa. Non incenso indiano, quello della puja allo Shiva Lingam, odore di cattolicissimo turibolo, un odore rivoltante più delle cataste di rifiuti lasciate a marcire sulle rive non in vista agli ashram di lusso. Samstag era diventato, seppur in una forma assai lieve, schizofrenico anni prima, poco dopo il divorzio (cos’era la Prima o la Seconda Estate? Non ricordava), avvelenato da un’occupazione monotona; le cure con gli stabilizzatori dell’umore lo avevano liberato dalle ansie, dalle crisi di persecuzione, dai pianti di bambino e dalle fantosmie, ma lo avevano reso anche assente, poco reattivo, infine depresso e delirante.<br />
“<em>Probabilmente la maggior forma di disuguaglianza umana è tra chi è vivo e chi non lo è più: la morte è un problema che va risolto”. </em><br />
Questo era quanto sosteneva Peter Thiel, forse qualcuno lo ricorda, decenni prima delle ricerche sulla metemsomatosi (metemtecnosi) di Ada Sheldrake.<br />
Finanziò alcuni progetti di frontiera come Human Longevity e all’avvento della Seconda Estate si fece ibernare, in un vecchio bunker per ICBM autoalimentato, nel deserto del Mojave, garantito per assicurare un sonno criogenico di almeno cinquemila anni. Fasti faraonici: con il miliardario si fecero congelare il suo personal assistant, il suo levriero afgano, le sue concubine e otto delle sue guardie del corpo più fidate ed esperte; un sarcofago blindato nel sottosuolo, in una grotta di salgemma, protetto da lastre di acciaio e piombo, totalmente NBC Safe, incassate in strutture di cemento armato, a cui si accedeva tramite un solo portellone corazzato a pistoni idraulici in acciaio al manganese e ottone con sistemi di ribloccaggio automatico; portò con sé i suoi Picasso, Cattelan, Vedova, Hirst, Bacon, Schifano; il <em>Livre de </em><em>P</em><em>ortraiture</em> di Villard de Honnecurt, e una quantità non trascurabile di lingotti d’oro e diamanti, nell’eventualità che i suoi asset digitali al risveglio si fossero volatilizzati. Un cortocircuito in un sottosistema del vecchio impianto che non era stato controllato a dovere, causò un’interruzione di corrente dal reattore atomico alla camera di ibernazione. I corpi furono ritrovati, mummificati, ben conservati, durante l’ispezione quinquennale pianificata.<br />
La Thiel Corporation riscosse un cospicuo risarcimento, con il quale finanziò, ultime volontà del tycoon in caso di <em>fallita immortalità</em>, le ricerche di Ada Sheldrake che stava per mollare il colpo, dopo decine di travasi\rinvasi traumatici, senza più un soldo per pagarsi un assistente.<br />
Era arrivato per la prima volta Oumuamua e dopo tre giorni era risalito in cielo.<br />
La Terza Estate.<br />
La stessa Sheldrake in quei giorni patì una grave e similare perdita; uno dei suoi congelatori a pozzetto aveva cessato di funzionare, per via di un blackout e di un guasto al gruppo di continuità a celle d’idrogeno, causato probabilmente dal forte impulso elettromagnetico emesso da Oumuamua, il suo saluto. Perse quattro dei suoi più grossi simuloidi, contenenti almeno tredici anni della sua vita d’affezione e di ricerca; perse le sue nozioni di matematica evolute, le sue nozioni di biochimica, astrofisica, negromanzia, neurofisiologia, cibernetica, ermeneutica transazionale e si ritrovò piena di soldi e più vuota di una zucca di Halloween. Fu quel giorno che conobbe Samstag, vagando con la sua Volvo Polar per il compound C-43. Non ricordava nulla, non ricordava il suo nome, né come fosse arrivata lì; la gente scappava in una direzione e lei andava nell’altra; non sapeva chi era e dove fosse diretta perciò rimase a secco, in un quartiere e un pianeta che aveva esaurito i combustibili fossili da almeno quindici anni; si sedette sul cordolo del marciapiede, piangendo alla disperata, come un uccellino preso al cappio in una trappola.<br />
Samstag le si avvicinò, di ritorno da lavoro.<br />
«Posso aiutarla?». Le chiese. Lei lo abbracciò; aveva un ridicolo vestito verde, corto e indossava delle calze autoreggenti, una delle quali scivolava continuamente dalla gamba sinistra. La guardò tirarsi su la calza, intravide uno scampolo di inguine e di pube come fluorescenti nel buio della sua insensibilità farmacologica. Lui era schizofrenico, peloso, morbido, ciccione e un po’ ritardato, ma era stato anche intelligente di tanto in tanto nella vita, come se delle perturbazioni di intelligenza, avessero attraversato il suo cielo, allentando il clamore abbacinante di un sole idiota.<br />
Lei era un genio con la mente parzialmente cancellata, quasi anoressica, glabra e ricoperta da un eczema misterioso che si componeva di minuti pittogrammi in una lingua sconosciuta, mai esistita, mezza testa rasata piena di forellini rossi, cieca da un occhio e con un grande buco tondo nel petto.<br />
«Portami a casa… Questa … cosa… si è rotta…». Disse, indicando la Volvo.<br />
«La …cosa, lei dice…l’automobile…? Ok». Rispose a fatica, Samstag, afono; non parlava più da almeno dieci, o forse dodici anni. A meno che “parlare” non significhi ripetere a un microfono formule e indicazioni sempre uguali o scrivere le stesse comunicazioni utilizzando le stesse formule per l’archivista e il diramatore.<br />
Ogni giorno alle sette e quarantacinque usciva dal C-43 e prendeva la Metro per Lago Corvo, dove lavorava come ordinatore allo stoccaggio dei cereali in replicazione accelerata; più o meno il suo lavoro consisteva nel dire a dei protei dove posizionare in un capannone già stracolmo, i bussolotti idroponici con le piantine clonate di grano. Poi, mandava le bolle per posta pneumatica al diramatore di contrada e all’archivista locale, controllava la temperatura, i cicli stroboscopici di luce e buio e, a sera, avevano il raccolto pronto, da inviare ai mulini e agli impianti di panificazione intensiva. Così ogni giorno, dalle 7.45 alle 19.45. Tutti i giorni, nessuna festività dalla Seconda Estate, solo brevissime ferie, calcolate dallo psicoplasmatore aziendale o le assenze giustificate per malattia. Il giorno dopo si licenziò e divenne l’assistente di Ada Sheldrake e, ogni tanto, il suo trastullo. Ma la macchina non ripartì, dal momento che come dicevamo, non esisteva più carburante.<br />
L’anima ombra stava riemergendo.<br />
«Sta per succedere di nuovo».<br />
Ada Sheldrake infilò l’avambraccio nel foro circolare, l’alloggiamento, ora vuoto, che le attraversava il torace da parte a parte. Ogni volta che la vedeva arrivare avvertiva un insopportabile prurito alle pareti fibrose del buco nel suo petto. Il silenzio che aveva preceduto la sua comparsa era il silenzio che le stava colando addosso; come quando si ruppe il dispenser di sapone liquido nella valigia durante lo sfollamento della Seconda Estate; come quando sognava di stare sotto arnie sospese in cielo, gigantesche, che si schiudevano, rilasciando quintali di miele sintattico; i germani intorno al laghetto del parco scuotevano le penne remiganti della coda, come nella danza delle api esploratrici.<br />
Venne abbagliata da un raggio di sole, scomposto in poligoni concatenati e iridescenti, che poi si sbriciolò, come vetro temprato in una miriade di brillantini sul pelo dell’acqua; i paperi, agitati, soffiavano ai polpacci dei camminatori col naso per aria, che si scontravano fra di loro, minacciando di schiacciarli, mentre una femmina spostava prudentemente il suo uovo con la punta del becco, lontano dal viavai.<br />
Una cucchiaiata di gelato inghiottita di colpo, causò un istantaneo mal di testa a Samstag, in un punto dolente ed elettrico, imbullonato in mezzo alla fronte, il sensore del gelato inghiottito alla svelta, così lo chiamava; poche gocce marroncine e appiccicose caddero sulla sua camicia bianca da assistente; il silenzioso Samstag, il villoso Samstag, il sufficiente Samstag, che lei odiava, per quel modo di ignorarla deliberatamente e poi seguirla, sempre, come un papero condizionato a rincorrere stivali rossi o bimbette volanti con l’ultraleggero.<br />
Ada, mentre assisteva alla discesa, non sapeva come fare a liberarsi della sua mente diventata ingombra e vuota a un tempo; rumore bianco tarmato di congetture lasciate senza naftalina, travasi e rinvasi non sempre andati a buon fine; parole sempre sulla punta della lingua, da cercarsi per approssimazioni su motori di ricerca prezzolati che alla fine ti volevano solo vendere qualcosa che compravi in preda alla compulsione, oppure, chiedendo a Samstag, schioccando le dita come all’ipnotizzato che non si rinviene, il servo muto, quei cosi di legno che i maschi umani del secolo scorso, inscenando prima di coricarsi la crocifissione delle proprie vesti da lavoro, adoperavano per poggiare pantaloni e camicie, bretelle e calzini, quasi a formare un loro feticcio antropomorfo, per poi indossare il pigiama, emettere un grugnito e addormentarsi o far finta di, abbottati di orfine.<br />
L’ombra in principio coprì la valle Orba a sud est: da un banco di nubi filamentose fece capolino uno sperone nero, una lingua luciferina fra labbra emaciate, solo che non spuntava dal basso come la cima di un monte, ma dal cielo.<br />
Era nera lucida, seppiata in penombra, la superficie irregolare rivestita di polimerizzazioni di tolina spalmate sopra il ferro-nichel siderale che non conosce lebbra d’ossigeno o l’insidia umida delle celesti ghiandole lacrimali e dei ghiacciai perenni; l’erosione delle polveri nell’imperversare dei venti; i travagli minerari a colpi di piccone che scintillano, poi la fusione, le vanità e l’ossequio del cromo, il <em>mirror polishing</em> a furia di spazzole e sabbiature nelle officine, l’umile ed essenziale ufficio dei minerali ferrosi di qua d’esser ridotti in lastra o in bobina, stampati in forma di suppellettili per la cucina o carrozzerie di veicoli.<br />
Non era frutto di nessuna estrazione; non apparteneva né alla vita organica, né alla geologia terrestre, né alla sua forza di gravità.<br />
Lei scendeva, libera e lenta, così densa che il tempo le si raggrumava intorno, rallentando fino a fermarsi: una lama nera, senza fine, che penetrava la pelle della stratosfera con la compostezza e l’arte di un fachiro, senza ledere organi vitali, senza scatenare tempeste, solo qualche screzio azzurrognolo di statico, puzzette d’ozono, come dall’ano contratto di un digiunatore.<br />
Entrava, e la sua nuova ombra terrestre le si faceva incontro lieta, fiduciosa, leonardesca nella caligine dell’azzurro filtro atmosferico. Lei, ombra anima in sé conclusa, avvezza al binario nitore di luce e buio che si portava indosso nel suo vagabondaggio interstellare o alla tenebra assoluta dei remotissimi apogei oltre l’Eliopausa, fu felice e gradevolmente sorpresa di proiettarsi in questa morbida ombra terrestre, perfino ansiosa di ricongiungersi a lei, nel punto di contatto dove avrebbe sostato indefinitamente e senza affanno.<br />
Samstag allora si scionnò e si risolse a parlare:<br />
«È un <em>pennant.</em>..». Disse, credendo di aver detto una cosa intelligente e a effetto; anche se in tutta onestà aveva davvero visto su quella massa nera e oblunga, logogrammi e pitture di guerra.<br />
«Pareidolia…». Lo liquidò Ada: sfilò il braccio dall’alloggiamento toracico e gli chiese una sigaretta, dopo dodici anni che non ne toccava una, mentre ammirava la gigantessa che, in equilibrio, come una ballerina sulla punta del suo alluce, si poggiava aggraziata nella radura a fondo valle.<br />
«…non so se è un pennant: è per certo Oumuamua».<br />
Ada si distese accanto a Samstag.<br />
«Ti faccio una domanda come un alveare…sono un po’ fissata con gli alveari, lo sai… cioè tu lo sai e io no, non me lo ricordo per davvero. Nell’ultimo rinvaso ho registrato numerose deplezioni dei modulatori chimici… va sempre peggio, perdo acetilcolina come un colabrodo…anzi, dovresti aumentare la somministrazione». Rise, mentre si affrettava a prendere un appunto sul retro di un volantino. Samstag la guardava inebetito. Lei allegra:<br />
«Toh…<em>Pennant!</em> Ti ho scritto un appunto che fra tutti e due… Conservalo…cosa stavo dicendo? Ah…ecco! Samstag! Quanto di questo mondo in cui siamo stati <em>inventati</em> è solo boria del Creatore o una sua ironia cattiva? L’universo è solo un circolo del cucito tutto pettegolezzi e retorica? E chi vi agisce è mosso solo da invidia e mantenimento di una risibile rendita di posizione? Quanto tutto questo è una mia paranoia e quanto non lo è? Solo il romitaggio premia? Serve La bolla per distruggere la bolla interindividuale?».<br />
Samstag non pensò che fosse una domanda del cazzo perché in sostanza non la capì. Confidò in un’arguzia degli Altri. Aveva vissuto per dieci anni da solo in un compound grande come una città, da prima popoloso, svuotato poi dal giorno alla notte. Per lui non era cambiato nulla: era come essere soli. La gente del Cluster era uguale all’universo; boriosi benché incorporei, pettegoli benché compressi in una scatola cranica. Non gli prestava troppa attenzione tranne quando lo tenevano sveglio nella loro immanenza senza giorno e senza notte.<br />
In molti si fecero avanti, come nell’Ade, mormorando alle orecchie di Samstag mezze risposte piene di saggezza acidula o sagaci battutine da hipster:<br />
<em>“intervieni contro noi maschi bianchi oppressi” </em><br />
<em>“sembra la copertina di un porno-emo, la bolla come herpes”</em><br />
<em>“cambia film”</em><br />
<em>“bolla is the new balla”</em><br />
<em>“un’ode al subprolet”</em><br />
<em>“basta snitch; argomentazioni cheesy. Non reagire”</em><br />
<em>“da coprofagia: flawless victory”</em><br />
<em>“la rivincita dei zoomer? Ti sta flexando.”</em><br />
ecc…<br />
Lui si trastullò con queste voci provò a collegarle l’una a l’altra come il fanciullo che giocherella col suo trenino; prima pose sui binari un locomotore, che chiamò paranoia, la forza trainante dell’universo, poi il vagone con il carbone che la alimenta, un vagone di voci contrastanti, di invettive inutili, di frecciatine glitterate, di citazioni interstiziali, che sarebbero bruciate nel fuoco ostile della caldaia, gli sbuffi di vapore avrebbero poi mosso i pistoni, inondato i marciapiedi fetenti dove gli ufficiali della Gestapo impartiscono ordini trattenendo i loro pastori tedeschi, in segreta e totale ammirazione dei loro stivali ben lucidati; come gli agenti del ricollocamento, che non mandavano nessuno a morire ma che pensavano quella massa di sfollati, i “cascami” esattamente come la pensava un nazista.<br />
Vide sorgere la stella boriosa a est, simile alla stella idiota nella sua testa, ma più grande; la vide attraverso il buco di Ada e vide molti goderne in lui, altri che si erano attardati nel lobo sbagliato, cercare il posto al sole dietro i suoi bulbi oculari, svicolando come i furetti fra le ombre dei capillari e fra le ombre-ombre di Samstag, scostandosene sdegnosi. Vide le persone che avevano ostentato calma, impazzire. Vide i folli diventare savi e via di nuovo tutto da capo, la <em>coolness</em> e poi gli schiamazzi di chi farneticava; ciò che era brillante diventò abbagliante e poi nero con una vampa verde sulla retina a occhi chiusi; lo colpì allora un suo pensiero, improvvisamente e solo suo soltanto: tutte quelle ombre saccenti che erano in lui sarebbero dovute tornare a breve ai loro corpi o altrimenti dove? Esse erano vite, in ogni caso. Iniziò a sudare dalla fronte e il respiro gli si fece accelerato.<br />
«Dove sono <em>i corpi</em>, Ada?».<br />
Lei non capì subito. Era come scema a volte.<br />
«Quali corpi? Gli Sfollati? I Cascami? Di cosa parli? Vedi che non mi stai mai a sentire: non hai risposto alla mia domanda. Vabbé, tanto non mi ricordo più…».<br />
«No, Ada. È una cosa seria: i corpi della gente qui dentro!». Disse, picchiandosi l’indice sulla fronte «…nel cluster».<br />
«Ah… Beh… non ci sono più corpi».<br />
Samstag avrebbe voluto ucciderla, ma non si può uccidere la più grande ermeneuta della Creazione, la travasatrice, la… i suoi molti titoli brillavano alla voce onorificenze del socializzatore. Sentì fermento nel Cluster, come aprire una bottiglia di birra sciabordata.<br />
Una schiuma di voci gli intorpidì le tempie, perse il lume degli occhi, le sue pupille si fecero larghe in una istantanea midriasi. Poi si riprese:<br />
«Ma, cazzo! … il mio contratto! Il mio contratto prevede un deposito quinquennale! Cosa cazzo dici? No-n-non è possibile…oltre! Che fai li rimetti nel rizoma di simuloidi? Non esiste nemmeno più quello. Lo hai fatto smantellare nel…perché <em>degradano</em>… ma che cazzo ti sto dicendo? Lo hai inventato tu!».<br />
«Ahahaha!». E Ada rideva come una marionetta e iniziò a spogliarsi nuda, la pelle secca di eczemi, gli addominali scolpiti nella pancetta prominente da bimba… «Ma chi se lo ricorda? Io? Io non ricordo nulla! Ho avuto uno shock anche l’ultima volta. Poi ci hanno pensato gli ingegneri. Era tutto sui simuloidi e nei miei appunti…forse…hanno un piano alternativo…». Montò sopra di lui, la sua fica asciutta cominciò a secernere un umore grigio, madreperlaceo. Accanto al foro toracico, il suo unico seno piatto esibiva un capezzolo marrone che s’inturgidiva, ma dal buco rotondo, perfetto, Samstag era accecato da un raggio del sole borioso; si coprì il viso, disperato e abbagliato a un tempo, i suoi testicoli e il pene inerte venivano coperti dal liquido di Ada.<br />
«Sei…sei…peloso e stupido! Sì! Pauroso! Scemo! E quel che è peggio impotente! E col cazzo piccolo!». Pensava così di stimolarlo lei, attraverso l’umiliazione, come altre volte era accaduto, ma c’era un fatto nuovo. Samstag parlava; non era narcotizzato dall’orfina o dalla terapia, e stava comunicando un problema non da poco, visto che entro due giorni avrebbe dovuto travasare tutto il Cluster nei corpi di provenienza che dovevano essere da qualche parte, e scopriva adesso che non c’erano più. Schizzò su dal letto, gettando di lato Ada, secca, odorosa di sudore vecchio e liquido vaginale; secca nella pelle, nell’occhio vedente arrossato, nelle pupille di diverse dimensioni, nella cecità parziale, nella secchezza d’occhi vedenti e ciechi, secchezza di piedi, di schiena, di torace; si tirò via di dosso quel cespuglio in fiamme con la congiuntivite, quella proterva dominatrice guasta e mezza demente.<br />
Si accese una sigaretta e cominciò a singhiozzare.<br />
«Cazzo! Cazzo! Cazzo! Mi avete fregato… Ci avete fregato tutti!». Poi la sua voce diventò cento bisbigli sovrapposti, perché tutto il Cluster era in allarme: cento lamenti, cento bestemmie, cento urli. Le battutine stronze erano scomparse. Ada lo osservava, distesa sul fianco e scuoteva il capo, come a dire “non ci siamo per nulla”.&nbsp; Prese un cilindro mSR e lo riempi con pasta simuloide fresca e se lo inserì nell’alloggiamento.<br />
«Ascolta, Samstag… ascoltate tutti! Perdio! … volete…vuoi essere alleggerito? Sicuramente il degrado è già esponenziale. Credo che… – e rigirò la confezione di simuloide in pasta, data di scadenza, marca… capacità – ecco, si, io credo che almeno cinquanta o sessanta li posso tenere qui, per una settimana, forse due…».<br />
«Cinquanta? Sessanta? Una settimana? Due? Ma cosa fai? Tiri a indovinare? Sono centinaia!»<br />
«Merda! Non posso fare più di questo, Samstag! Vieni qui. Calmati. Te ne prego. Prepara l’iniezione di acetilcolina, adesso! Non <em>sclerare</em>!».<br />
Era maggio, forse giugno: si avvicinavano gli esami di terza media. Samstang era un bambino inquieto e senza amici: aveva preso a parlare da solo, a raccontarsi storie che erano la prosecuzione di serie a cartoni animati finite, fantasie di viaggi in motorino (fra due anni avrebbe avuto il “cinquantino”) nelle quali si sacrificava eroicamente per la sua amata, l’Epilettica Senza Nome, gettandosi contro una nave aliena, mentre ascoltava la <em>Cuban Ouverture</em> di Gershwin. Lo zio di Milano gli aveva regalato uno dei primissimi walkman, non il totemico Sony, ma un Philips, più pregiato per fattura, robustezza e funzioni (permetteva anche di registrare). Conteneva una cassetta di prova con tre brani disco-funky, ma il primo ascolto fu la cassetta di Julio Iglesias, <em>Vagabondo</em> – la prima volta che Samstag ascoltava qualcosa in stereofonia, totalmente immerso nella musica, non come con il grammofono o il registratore a cassette mono – l’apertura del brano è caratterizzata da una sezione di fiati e synth potentissima disco-sinfonico-melodica. Un <em>binge drinking</em> acustico lo riempì fino traboccare in un’emozione fisica che cancellava le oscurità che in lui da tempo si accumulavano, la solitudine senza tregua, le peregrinazioni per i cimiteri a cambiar fiori sulle tombe dei nonni e dei vari congiunti. E poi finalmente la <em>Cuban Ouverture</em> che diventava un mare, dove la sua fantasia di dodicenne pescava chimere robotiche giapponesi, rimuginando le nudità macilente in mezzo allo squallore delle baracche dei <em>prolet</em> di <em>1984</em> figurandosi in esplorazioni sulla sua Aprilia ET immaginaria, blu e bianca, che guidava come un caccia top gun e che, non di rado, si trasformava come una <em>mach patrol</em> a due ruote in un velivolo da guerra fantascientifico; sognava di fare l’accademia aeronautica ma era miope, non lo avrebbero mai preso.<br />
In questo turbinare di pensieri, con le cuffie, pedalando sulla cyclette, oppure in cameretta, ballando o meglio mimando i gesti del motociclista, dell’eroe, del samurai, si annidava un grumo, come quelli che si formano negli scarichi del lavandino, un grumo di capelli vecchi e sapone, melmoso, un’occlusione impermeabile all’acqua corrente, alla pressione, alla luce.<br />
Uno di quei malefici artefatti, che le nonne dicevano di trovare nei guanciali: le corone di lana o piume annodate a formare aureole di malanno sul capo del dormiente, portatrici di emicranie invalidanti, di cancri in metastasi improvvisi e incurabili; pezzetti di legno scheggiati come quelli delle bare riesumate ogni dieci anni, di cui Samstag spesso raccoglieva ed esaminava i frammenti marci, consumati dai bachi da cui pendevano rimasugli di trina dell’imbottitura; potevi trovare filze, spilli, talvolta croci rovesciate incise con l’unghia sul <em>passepartout</em> in cartone delle foto di famiglia. Erano gli stessi familiari, quelli più invidiosi e segretamente avvelenati che regalavano questi oggetti saturi di malvagità, oppure che indirettamente ti facevano il malocchio: bastava poco, un ciuffo di capelli, una foto, talvolta il solo pensiero.<br />
La nonna e la mamma di Samstag, vedendolo incupirsi, isolarsi, e parlare da solo sempre di più, decisero di condurlo da una certa signora benedicente, come ne esistevano una volta nelle piccole città e nelle campagne.<br />
«Ti portiamo da Donna Martoni, che ti fa una benedizione…che ti serve anche per l’esame».<br />
Perciò un pomeriggio, Samstag venne condotto da questa persona; viveva in una stanza grande a pian terreno in un bel palazzo del centro, le finestre strette, sempre socchiuse, che davano su una corte interna; la piccola cucina a gas con sopra un tubo al neon che contendeva il suo lucore verdastro con quello rosso dei lumini posti sopra il frigo; un tavolo di fòrmica rosa, la macchina per cucire con accanto il monte dei vestiti da sistemare, i pantaloni a cui fare l’orlo, i prendisole a cui ricucire la spallina, le vestaglie da allargare o restringere, in quelle insopportabili fantasie a fiorellini minuti e, sulla parete, le numerose stampe raffiguranti il Redentore, i santini, le Madonne, alcuni rosari appesi a piccoli chiodi e un crocefisso, una macchia di devozione cattolica concentrata, mentre il resto della stanza era spoglio come una cella monacale, con macchie d’umido e le ombre bianche, rettangolari di quadri rimossi.<br />
Samstag ebbe paura di questa donna alta, vestita con un semplice abito celeste, con il grembiule da lavoro e le ciabatte con la fibbia rossa; la sua testa annuiva come una campanula scossa dalla brezza, i capelli corti e grigi; i suoi occhi sporgenti, grigi anch’essi, sembravano rovistargli l’anima, leggere le sue peccaminose fantasie con Edwige Fenech nuda in stivali neri da cavallerizza, smascherare le sue manipolazioni proibite pensando all’Epilettica senza Nome.<br />
Non disse nulla, lo fece stare davanti a sé mentre la nonna e la mamma bisbigliavano, snocciolando un rosario: poi anche lei iniziò a bisbigliare e senza toccarlo, le passò le mani intorno al corpo, fra le gambe, davanti, dietro, sopra la testa, una perquisizione spirituale, accompagnata da una litania impercettibile. L’alto soffitto si allargava sulla testa di Samstag, mentre le braccia della donna parevano plasmare un secondo Samstag etereo, una custodia del Samstag in carne ed ossa, fatta di vapori, di ombre concentriche e diafane proiettate dalla luce Kirlian che da dietro lo illuminava; il calore iniziò a propagarsi nel corpo del giovane, avrebbe provato qualcosa di simile molti anni dopo, in circostanze completamente diverse, bevendo un’<em>acqua amara</em>. Il calore scioglieva il grumo di capelli, la melma grigia come pelle di piovra, l’odore fetido e di sapone allo stesso tempo; sentiva un buco nello sterno, era la bocca dell’aspirapolvere e aveva il sapore metallico del sangue: sull’onda montante del calore espiatorio, una schiuma di teschi, di quelli intravisti all’ossario nei pomeriggi cimiteriali, crani, tibie, e la cosa più impressionante, la palla di un femore che sporgeva fuori da un’urna sulla quale prosperava verdognola una patina di muschio; le muffe che si propagavano dal sibilo astioso di qualche zia incanaglita, da un suo bacio di Giuda su quelle gote cicciute segnate dalla montatura rovente degli occhiali da vista dorati, a goccia, come Venditti, le lenti massicce, il sudore, le pesche fresche e dure sul terrazzo la sera, prima di coricarsi e passare la notte insonne, terrorizzato, cercando al tatto nel cuscino la presenza di trecce malefiche; il misterioso cintolino di cuoio che trovarono al centro del tavolo del salotto a ritorno dalle vacanze, e che sua nonna bruciò senza esitazione, mormorando uno scongiuro, più disgustata che impaurita. Alle maledizioni campagnole Samstag e la sua famiglia, specialmente il ramo materno, erano abituati; Donna Martoni si pronunciò sfavorevolmente. Il “bambino” era <em>pieno</em>, disse, <em>pieno, pieno</em>… qualcuno di famiglia, disse, qualcuno di cui non sospettate. Sarebbe dovuto tornare la settimana successiva e poi, guardandolo senza rimprovero né compassione, con quegli occhi rotondi di magara cristiana, gli suggerì di mantenersi puro, nel pensiero e nel corpo, e di pregare. Samstag si attenne scrupolosamente alle prescrizioni spirituali e magiche della santona, evitò di toccarsi, scacciò dalle sue fantasie persino l’Epilettica Senza Nome. Ebbe solo pensieri romantici per lei, di viaggi in moto, e lunghi abbracci al tramonto in riva al mare. E pregò: pregò tanto, non per fede, ché non ne aveva un briciolo, ma per rabbia, una terapia d’urto per ogni volta che i pezzi di quel grosso grumo tornavano a gola; c’era qualcosa d’idraulico in questa benedizione, lui si sentiva un lavabo intasato nel quale, dopo avervi versato soda caustica, rutteggiando nell’aqua ferma, venivano a galla frammenti di sconosciute aderenze fra la vita e la morte, prosperità simbiotiche di microbi e chimica industriale, apporti sotto copertura, ectoplasmi in incognito travestiti da peli, come quelli ammazzettati che trovavi nei guanciali maledetti, talvolta peli pubici rossi come rame, o addirittura, denti di morto, rebbi di forchette, mozziconi di candela.<br />
Donna Martoni quando lo rivide, gli sorrise per la prima ed unica volta: guardava intorno a lui, come se ne percepisse sempre quel contorno vaporoso e controluce.<br />
«Va meglio…eh? Vero? Eh! Si vede, si vede: come hai dormito?».<br />
«Bene…». Rispose, Samstag timido.<br />
«…ma c’è ancora da fare. Ora tieni, vai un attimo fuori a giocare».<br />
E gli dette un giocattolo antico, un pupazzo di plastica, vestito da turco, che fumava minuscole sigarette di carta. Mentre era fuori, origliò:<br />
«Samstag… non lo so… sta meglio, certo! Andrà tutto bene, vedrete. L’esame andrà bene e la persona che gli ha fatto il malocchio ben presto starà male; capirete chi è perché è un vostro parente».<br />
In effetti la cognata della nonna era stata ricoverata pochi giorni prima. La nonna si disse incredula e delusa, ma i tempi confermavano questa evidenza. La madre sminuiva, era dubbiosa, ma non si sentiva di darle torto.<br />
«È così.»<br />
Le interruppe Donna Martoni.<br />
«…ma questo non è importante. Perché il malocchio si leva. Il problema è che Samstag è, come posso farvi capire? È <em>lontano</em>. È lontano da Dio. È nato così… Dio non gli farà mancare il sostegno, perché Gesù ama tutti, specialmente chi si allontana da lui… ma questa distanza lo esporrà al male, per tutta la vita. Dovrebbe dedicarsi a una vita spirituale per salvarsi, ma non credo che a Samstag interessi».<br />
Tornò altre quattro volte dalla Santona, pregando sempre meno, riprendendo le sue solitarie manipolazioni e fantasie, sempre più scocciato da queste visite, infastidito da quelle mani che parevano modellarlo come argilla, da quegli occhi rotondi da gufo che lo indagavano in cerca di Dio. Donna Martoni, non insistette oltre: benedì una penna a sfera e gli disse di usarla per gli scritti all’esame.<br />
«La resurrezione dei corpi non è l’Apocalisse, Samstag».<br />
Adesso lui era non era più <em>sclerato</em>, era calmo; la parziale <em>kenosis</em> aveva allentato la pressione.<br />
«Il problema ha una soluzione che non ricordo».<br />
Samstag si arrotolò su sé stesso e cominciò a singhiozzare: avrebbe vissuto non una sola morte ma tutte le morti del suo Cluster prima di morire egli stesso; la morte lo avrebbe <em>mangiato spiritualmente</em>, la sua carne si sarebbe assottigliata, resa friabile dai molti trapassi e dalle reviviscenze in rapida successione. Avrebbe fatto un avanti e indietro imperterrito nel Bardo.<br />
Perché era un fatto noto: non si dà spirito senza corpo.<br />
Anche un solo corpo per più spiriti. Ma un corpo, date retta, serve sempre.<br />
La giornata trascorse in sedazione. Ada e Samstag giacevano sul letto in silenzio, e il loro silenzio era il silenzio del quartiere, dei cartelloni sbiaditi con la pubblicità della Lotteria dei Falansteri, della città con i cavi che svolazzavano spettinati, delle strade diventate fiumi e dei fiumi diventati sentieri rocciosi.<br />
Ada poi, si era incaponita ed aveva rigirato tutte le sue carte, e infine l’aveva trovato: una busta con la sigla Ph-Ba! L’entusiasmo iniziale fu grande perché quello era il protocollo di spillover che era stato studiato anni prima ed era l’unico che garantiva una certa stabilità, ma quando si recarono di corsa nel boschetto di pioppi tremuli dietro il compound, trovarono solo rami secchi e cenere; un incendio lo aveva distrutto: le ondate di gran secco? Una banda di Annichilatori? Cascami sabotatori sfuggiti al ricollocamento? Un errore di pianificazione urbana della Interind di contrada?<br />
«Lo sapevano! Interind doveva tutelare Ph-Ba!».<br />
Poi ricordò che le Interind erano offline quasi dappertutto e il loro mondo non interagiva più col mondo vero. Samstag scuoteva la testa, davanti allo scempio.<br />
Il trasferimento delle “anime” nella collettività vegetale non era più possibile. Non era possibile farlo con altre piante, andare in montagna, e fare il trasferimento in una faggeta…non erano state sottoposte a demiurgia; la demiurgia era una di quelle scienze esaltanti nate nella disperazione delle Tre Estati; il pioppo tremulo per sua natura era una delle piante più adatte ad accogliere in sé le anime. Avrebbero atteso sul letto, le loro molte morti.<br />
«Che ti dicevo? È il mio cattivo karma, Ada…».<br />
Farfugliò Samstag, con la bocca disidratata. Ada guardava il soffitto senza ascoltarlo per davvero, poi si sedette sul letto e si accese una sigaretta; poteva vedere in lontananza, dalla finestra sfondata Oumuamua.<br />
«La Quarta Estate, non penso ci sarà una quinta».<br />
I Cascami avevano perso da tempo ogni forma di assistenza e le bande che ancora si aggiravano fra i Compound lentamente si esaurivano come giocattoli a pila: tutti questi teppisti depressi che ciondolavano ripetendo frasi aggressive, i loro colli secchi di denutriti che si piegavano sotto il peso dei gioielli d’oro massiccio. Molti avevano già contratto il morbo della Cenere e bastava spingerli con un dito perché si frantumassero, emettendo un fischio sfiatato. Era tutto impastato insieme, gente apparentemente sana che ancora andava a lavorare, magari in uffici vuoti e senza luce. oppure al parco a fare jogging, come se non fosse successo nulla. Logistiche che funzionavano per scaricare merce davanti a supermercati abbandonati.<br />
«Sarebbe stato bello averla potuta studiare: la stronza ci è venuta a trovare come uno di quei parenti che vedi solo ai funerali». Disse Ada, guardando con disprezzo, Oumuamua.<br />
«Ahahaha…» Samstag rise debolmente.<br />
«Cosa ridi? idiota…».<br />
«Ti dicevo… del mio bad karma: anche te non mi stai a sentire, però, eh… insomma, era un’idea che mi ossessionò per molto tempo, da quando ripresi a mangiare la carne».<br />
Ada lo squadrò, misurando quel corpo nudo e sgraziato, accostando la testa di lato come fanno i cani quando non capiscono. Pensò che stesse delirando, era uno dei sintomi del decadimento del Cluster.<br />
«No, Ada, non mi guardare come un cane bastonato… nessuno (del Cluster) parla in me; ho come la sensazione, anzi, che se ne stiano andando…».<br />
«Questo non è possibile».<br />
«È possibile eccome: se ne stanno andando…Ma lascia perdere cosa è possibile…quella roba la fuori è possibile? E sai cosa mi fa ridere? Vuoi saperlo?».<br />
Ada non rispose, si alzò e fece cadere delle bottiglie di plastica vuote fra le altre che costellavano il pavimento, si diresse verso una montagna di panni sporchi e prese una felpa bruna con scritto OIA.<br />
«Muoio (letteralmente) dalla voglia di saperlo…».<br />
«Ahahah… questo tuo <em>sense of humor</em> è la cosa che mi è sempre piaciuta di te, sai? Anche se mi feriva. Anche se non ridevo. Anche se non ti rispondevo nulla o non capivo. Mi fa piacere che ne sia rimasto un po’ in quella povera testolina…».<br />
«Ufff… insopportabile ciccione, non farla lunga… cosa ti fa ridere?».<br />
«ecco… ho perso il filo; no, aspetta… dammi una sigaretta».<br />
Erano le ultime due.<br />
«Ah, sì: il bad karma, ti dicevo, e cioè (io perlomeno lo intendevo così) il ripresentarsi nella vita, sempre, dello stesso problema – a meno che, chiaramente non lo si risolva – ma è difficilissimo, perché la soluzione non richiede volontà. È un destino da sovvertire: e come puoi sovvertire un destino? Se è già scritto? Impossibile: Richiede un cambio di atteggiamento profondo, richiede fede».<br />
«Interessante, <em>Padre Samstag</em>, ma cos’è che ti fa ridere?».<br />
«… da giovane chiamavo la ricorsività di certe dinamiche il <em>fecaloma</em>; tu ingoi, ingoi, e poi resta lì e si calcifica nell’intestino e alla fine, muori, tappato dalla tua stessa merda…ahahhaha!».<br />
«Tu stai tanto tanto male, Samstag…io ti faccio un’altra iniezione di crono-stamina; anzi… sai cosa? Ci facciamo una stagnola di oppio. Et voilà…».<br />
«Ahahhaha… continui a non capire, testacchiona, scienziatona… OK per la stagnola…».<br />
Aspirarono il fumo denso e dolce, mentre l’accendino rincorreva le goccioline nella concavità del foglio di alluminio, cristallizzandosi in strisce marroni, e poi nere.<br />
«Oumuamua…ecco… la prova che “esistono”, che (in extremis) sono arrivati, e ci trovano moribondi come specie, come pianeta… ecco, noi sappiamo poco o nulla tranne che è senziente: ma … (ahahha) guardalo bene: non ti sembra un grosso <em>stronzo fumante </em>uscito dal culo del Sole? Non ti sembra un fecaloma?».<br />
Ada scoppiò a ridere e risero molto, prima di morire.<br />
E morirono molte volte. Morirono le loro vite passate e future, le vite passate e future delle anime nel Cluster, che si dispersero, le vite dimenticate e disperse nei backup di Ada. Tutti i Cluster morirono quel giorno d’estate del (omissis) e Oumuamua come era arrivata se ne andò, ritraendosi dall’atmosfera, lentamente, infischiandosene della forza di gravità. Scintillante, ricaricata dalla permanenza sulla Terra, riprese a vagare per il cosmo come una prefica, verso un altro pianeta agonizzante.<br />
Samstag prima di morire per l’ultima volta, ormai svuotato della folla del Cluster evaporato, fece una carezza ad Ada che lo aveva lasciato poco prima di lui; e nel toccarla si sbriciolò in una polvere come cipria, una morte vampiresca.<br />
Quell’odore era stranamente simile all’odore della griglia, quella piccola a treppiede, che suo padre allestiva in terrazza il giorno del suo compleanno.<br />
La mamma preparava i cannelloni al ragù con la besciamella, friggeva le patate tagliate grandi, e il babbo fuori, sulla piccola griglia cucinava una bistecca e qualche salsiccia. Era questo il pasto preferito di Samstag da bambino, il pasto del compleanno. La carne, o come diceva da bambino “la ciccia”.<br />
Questo pensiero lo pacificò e così, come il “Fecaloma” abbandonava la Terra, le sue ossessioni di vegano rinnegato, le sue irrequietezze di sclerato, si chetarono mentre anche la sua coscienza, così come il suo corpo s’incenerivano: una ventata sparpagliò quelle ceneri e venne sera.</p>
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		<title>La penna nei guantoni. Per lasciare un segno in quattro domande</title>
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		<dc:creator><![CDATA[francesca matteoni]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 15 Jun 2022 05:00:25 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[diari]]></category>
		<category><![CDATA[boze]]></category>
		<category><![CDATA[Dome Bulfaro]]></category>
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					<description><![CDATA[Terzo e ultimo intervento tra Federica Guglielmini (FG) e Dome Bulfaro (DB) per valorizzare la boxe e riflettere sulla boxe. Dopo i loro due rispettivi articoli monografici il terzo e ultimo intervento avviene in forma di gioco]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Terzo e ultimo intervento tra <strong>Federica Guglielmini</strong> (FG) e <strong>Dome Bulfaro</strong> (DB) per valorizzare la boxe e riflettere sulla boxe. Dopo i loro due rispettivi articoli monografici il terzo e ultimo intervento avviene in forma di gioco come se si assistesse ad un incontro tra loro due, su quattro domande, pensate come se fossero quattro round della durata di poche righe ciascuno.</p>
<p>Il primo e secondo round si possono leggere <a href="https://www.nazioneindiana.com/2022/03/30/poesia-e-boxe-primo-round/">QUI</a> e <a href="https://www.nazioneindiana.com/2022/04/30/essere-italiani-essere-pugili-essere-umani/">QUI. </a></p>
<p><em>1) Il pugilato sta ritornando nei cuori dei giovani e degli artisti perch</em><em>é</em><em>?</em></p>
<p>FG: I giovani rivedono nei pugili e nelle pugilesse icone sportive e culturali a cui sentono di appartenere; vederli lottare, prepararsi con dedizione, ascoltare le loro storie vere che spesso sono anche simili alle loro, li coinvolge. Ugualmente gli artisti si sentono chiamati a rispondere alla spettacolarità della boxe con l&#8217;impulso creativo che li contraddistingue. Arte chiama arte.</p>
<p>DB: La boxe è il crocevia di ogni essere umano. Nessuno può esimersi dall’incrociare i pugni con l’altro e con se stesso. Nessuno. Ognuno di noi, se vuole veramente evolvere spiritualmente, non dovrà solo salire, combattere e scendere dal ring ma dovrà imparare a farlo con arte. La catarsi che vivono un pugile, un rapper, un poeta performer è analoga: passa dall’affermazione di se stessi. È il primo stadio, quello giovane, quello in cui l’istinto alla sopravvivenza avvia un processo di trasformazione ma in cui l’ego svolge ancora un ruolo trainante.</p>
<p><em>2) Perch</em><em>é ami il pugilato?</em></p>
<p>FG: Perché ha salvato anche me. Lentamente, come quell&#8217;amore che dura per tutta la vita, che cresce e non smette mai di bruciare ricordandoci di essere vivi. Il pugilato ti invita a celebrare le tue paure, ombre e sogni senza mai tirarti indietro. L&#8217;essere umano è cifrato dalla lotta, sin dal primo giorno che viene al mondo. Guardo la boxe e vedo la storia dell&#8217;uomo, di tutti noi. Nati per essere qualcuno con un nome, di cui possiamo farne ciò che vogliamo. Guardo la boxe, scrivo la sua storia, ed è come rinascere sempre.</p>
<p>DB: Non amo tutto del pugilato: ad esempio non amo il virilismo congenito del pugilato, almeno quello che abbiamo conosciuto fino ad oggi. Amo la boxe perché come la poesia è un’arte della nudità: così come il boxeur sale sul ring, a pugni stretti, armato solo di se stesso e null’altro, allo stesso modo il poeta performer sale sul palco, armato solo della sua voce e di quello che egli è e sa fare. La poesia si fa, in sostanza, come la boxe: a mani nude e a voce nuda.</p>
<p><em>3) </em><em>La boxe è </em><em>?</em></p>
<p>FG: Un&#8217;invenzione umana, uno sport attraverso cui ci diamo l&#8217;occasione di misurare quanto siamo disposti a sentire la nostra carnalità così fragile, così forte, così mortale. Ha bisogno di un pubblico, dei suoi protagonisti e di chi sappia raccontare le sue gesta.</p>
<p>Io esisto al pari della natura,<br />
degli elementi che la compongono,<br />
io sono la mia specie,<br />
la sua furia.<br />
(Federica Guglielmini)</p>
<p>DB: La poesia è davvero potente quando si manifesta dove non diresti mai: nel pugno della boxe la poesia è esplosiva. Nel gergo pugilistico, quando un pugile ha un pugno che picchia duro, si dice che ha una bella “castagna”. La boxe è come una castagna: brutale come i suoi aculei, dura come il suo guscio, carnosa e gustosa come il suo frutto.</p>
<p><em>4) Il pugilato è una nobile arte perch</em><em>é</em><em>?</em></p>
<p>FG: Perché fa della sua impresa sportiva, un racconto eroico fra due sfidanti, desiderosi di essere giudicati, letti come i migliori libri di poesia. L&#8217;estetica della boxe esiste da millenni. La danza, compiuta sul ring dai pugili, procede come a passo di musica. La boxe è l&#8217;orchestra della vita.</p>
<p>DB: Il pugile è disposto a mettersi alla prova. Come Arjuna nella Bhagavadgītā, è chiamato ad affrontare la sofferenza [BG 1.20-46] per nobilitare il proprio spirito. Il pugile si mette volontariamente di fronte a quello che per tutto l’incontro sarà il bivio: restare e combattere o abbandonare. In svariati modi potrebbe abbandonare anziché restare nella difficoltà e nel dolore: alzando il braccio, voltandosi di spalle rispetto all’avversario, mostrando il paradenti. Invece no, sceglie di restare.</p>
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			</item>
		<item>
		<title>Essere italiani, essere pugili, essere umani (secondo round)</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2022/04/30/essere-italiani-essere-pugili-essere-umani/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[francesca matteoni]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 30 Apr 2022 05:00:08 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[diari]]></category>
		<category><![CDATA[Boxe]]></category>
		<category><![CDATA[Dome Bulfaro]]></category>
		<category><![CDATA[federica guglielmini]]></category>
		<category><![CDATA[poesia]]></category>
		<category><![CDATA[poesia e boxe]]></category>
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					<description><![CDATA[di <strong>Federica Guglielmini</strong> <br />
Eccomi dentro una Nazione Indiana, che si trasforma in un ring, luogo di incontro per tutti noi. Accorciamo le distanze fra il pugilato e gli italiani, allontaniamo i pregiudizi attraverso una verità storica e contemporanea. Qui e ora. 
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><em>Il primo round, a firma Dome Bulfaro, si può leggere <a href="https://www.nazioneindiana.com/2022/03/30/poesia-e-boxe-primo-round/">qui</a>.</em></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>di Federica Guglielmini</strong></p>
<p>FUORI I SECONDI<br />
<em> </em></p>
<p><em>Nel tempo del quadrato,</em><br />
<em>venite con me a vederli.</em><br />
<em> </em><br />
<em>Uomini branco, cerchio</em><br />
<em>in movimento, tricipiti assenti,</em><br />
<em>schiene che si svuotano dalla bocca</em><br />
<em>un richiamo. Polmoni in assalto.</em><br />
<em> </em><br />
<em>Alle corde gli uomini sono,</em><br />
<em>rinascono.</em></p>
<figure id="attachment_97580" aria-describedby="caption-attachment-97580" style="width: 275px" class="wp-caption alignright"><img loading="lazy" class="wp-image-97580" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/04/WhatsApp-Image-2022-04-28-at-14.41.05-805x1024.jpeg" alt="" width="275" height="350" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/04/WhatsApp-Image-2022-04-28-at-14.41.05-805x1024.jpeg 805w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/04/WhatsApp-Image-2022-04-28-at-14.41.05-236x300.jpeg 236w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/04/WhatsApp-Image-2022-04-28-at-14.41.05-768x977.jpeg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/04/WhatsApp-Image-2022-04-28-at-14.41.05-1208x1536.jpeg 1208w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/04/WhatsApp-Image-2022-04-28-at-14.41.05-150x191.jpeg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/04/WhatsApp-Image-2022-04-28-at-14.41.05-300x382.jpeg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/04/WhatsApp-Image-2022-04-28-at-14.41.05-696x885.jpeg 696w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/04/WhatsApp-Image-2022-04-28-at-14.41.05-1068x1359.jpeg 1068w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/04/WhatsApp-Image-2022-04-28-at-14.41.05-330x420.jpeg 330w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/04/WhatsApp-Image-2022-04-28-at-14.41.05.jpeg 1610w" sizes="(max-width: 275px) 100vw, 275px" /><figcaption id="caption-attachment-97580" class="wp-caption-text">I pugilatori di Giovanni Testori</figcaption></figure>
<p><em> </em>Eccomi dentro una <em>Nazione Indiana</em>, che si trasforma in un ring, luogo di incontro per tutti noi. Accorciamo le distanze fra il pugilato e gli italiani, allontaniamo i pregiudizi attraverso una verità storica e contemporanea. Qui e ora. Le lancette della mala-informazione corrono sempre veloci.<br />
Immaginate di dirigervi dentro le mura del Castello Sforzesco di Milano, sentire un grande fermento di voci, vedere bambini sulle spalle di padri emozionati, mamme in apprensione che si siedono stupite a bordo ring dopo aver visto un abbraccio fra due giovani dopo un match. Vedere gli stessi ragazzi dirigersi agli angoli del ring verso i loro maestri, emozionati come padri aspettarli a braccia aperte che abbiamo vinto oppure no.<br />
Immaginate una domenica pomeriggio di raggiungere la piazza del vostro quartiere, dove non sempre vi sentite al sicuro, dove la delinquenza purtroppo si infiltra sempre e di assistere a un incontro di pugilato. Vi guarderete intorno trovando un pubblico multietnico, entusiasta di assistere a un evento sportivo che ha sempre la capacità di avvicinare le persone, farle conoscere meglio, rallegrare i giovani, ispirarli. Non crederete ai vostri occhi, vedrete anche il prete della parrocchia seduto fra il pubblico che fa il tifo per i suoi ragazzi che frequentano gli spazi della chiesa nel doposcuola, o il suo campetto da calcio, o che appunto tirano di boxe invece di perdersi per le strade a fare scorribande senza sogni e senza speranze.<br />
Lo sport unisce, crea aggregazione sociale, lo sport può farsi muro contro la guerra, lo sport è un a delle migliori armi per combattere il degrado dei quartieri delle città, lo sport non conosce discriminazione razziale.</p>
<p><strong> </strong><br />
<strong>Il pugilato vs i pregiudizi</strong></p>
<p>Il pugilato è uno sport da contatto, con una storia millenaria alle spalle che si è evoluta nel corso dei secoli, ma tutt&#8217;ora combatte contro i pregiudizi che spesso la vedono affiancata alle parole come violenza e pericolo. Inoltre troppo spesso i giornali trovano comodo (pensando di divulgare una notizia accattivante) scrivere false notizie legate a violenze fra uomini e donne affermando che gli uomini in questione siano pugili solo perché frequentano una palestra di pugilato. La qualità della divulgazione mediatica è un tema che riguarda i giorni d&#8217;oggi e ne abbiamo visto i frutti deleteri soprattutto in pandemia, e non riguarda solo il modo in cui si parla di pugilato in Italia.<br />
Detto questo quindi il problema del pugilato che viene visto ancora così, non riguarda il pugilato in sé, ma il come se ne parla, di come lo si racconta. Uno sport che si avvale della lotta per esprimersi, regolato da regole ben precise, affiancato da maestri, medici, giudici ed arbitri perché deve essere ancora frainteso? La violenza è ben altro e purtroppo ne siamo circondati. La violenza non ha regole, non è uno sport. La violenza non è uno sport, non è il pugilato, solo perché sembra così. La violenza non ha né giudici, né arbitri. La violenza non si trova nelle palestre di uomini e donne pugili che insegnano ai loro figli il rispetto verso il prossimo e lottano contro il bullismo. La violenza è vigliacca e senza onore. Siamo travolti da una comunicazione mediatica che molto spesso risulta essere violenta, impatta violentemente sulla crescita emotiva dei giovani, e questo è un tema che si ripresenta molto spesso nei maggiori talk show in tv.</p>
<p><strong>Boxe scuola di vita</strong></p>
<p>Quando due atleti scelgono uno sport da contatto, allenano la stima reciproca, allenano la ricerca di un&#8217;esperienza formativa interiore che fa parte della storia dell&#8217;uomo, cosa manca ancora agli italiani per rivolere la boxe nelle piazze e nei quartieri? La lotta come momento di vita ludico, conoscenza del sé, del concetto di limite, di forza dimostrativa e di socialità appartiene sia al mondo degli esseri umani, sia a quello animale. Ebbene nessuno scandalo. I bambini a scuola imparano attraverso il confronto e le sfide sportive come gestire le emozioni e il vivere sociale. Come sentiamo troppo spesso però questo non accade sempre anzi, e il bullismo dilaga. Dunque per il pugilato che è l&#8217;arte di allenare la forza attraverso regole ben precise, che custodiscono i valori della stima verso prossimo, della difesa come prima legge negli allenamenti è giunto il momento che si riprenda lo spazio che merita fra le discipline sportive degne di merito e di valenza educativa antica, soprattutto all&#8217;interno delle scuole italiane e nelle parole dell&#8217;opinione pubblica.</p>
<p><strong>Essere italiani, essere pugili, essere umani</strong></p>
<p>Cosa significa essere italiani, appartenere a un popolo con una storia ricca di tradizioni e di cultura ed essere pugili. Come antica arte nobile il pugilato, offre a chi la pratica una scuola di vita che pochi altri sport hanno la magia di insegnare, proprio perché si tratta di uno sport da contatto. Lo scontro che cerca il pugile però non è quello per distruggere l&#8217;avversario, ma quello di misurarsi atleticamente come essere umano, che dà valore alla vita. Certo i pugili si colpiscono, si fronteggiano, ma si concedono di essere scossi da emozioni antiche per ricordarsi di essere umani e non è nel dolore della carne non fine a se stessa che si arriva alla salvezza, purificazione, come racconta la Bibbia? Gli avversari sul ring sono occasioni di incontro con se stessi, i pugili incarnano nel vero senso della parola la lotta, ma una lotta d&#8217;amore con se stessi.<br />
La boxe è sempre stata una risorsa educativa per fronteggiare la delinquenza nei quartieri delle città e non solo italiane. Boris Johnson da anni favorisce e incentiva il pugilato e le arti marziali combinate con educazione scolastica per aiutare i quartieri a rischio di criminalità e violenza.<br />
Quindi cosa stiamo aspettando per utilizzare al meglio la storia di questo sport per una migliore divulgazione delle sue risorse. Non abbiamo forse bisogno oggi più che mai di sentirci un popolo unito, nel fronteggiare guerre, pandemie, di trovare i migliori esempi per i giovani che chissà quali altre sfide dovranno affrontare negli anni avvenire?<br />
Il pugilato incarna per eccellenza la lotta per la vita, per la sua buona sorte. Il pugile all&#8217;angolo si allena duramente per imparare a resistere ai colpi della vita, dell&#8217;avversario, che diventa metafora delle prove della vita stessa.</p>
<p><em>Io esisto al pari della natura,</em><br />
<em>degli elementi che la compongono,</em><br />
<em>io sono la mia specie,</em><br />
<em>la sua furia.</em><br />
<em> </em></p>
<p><strong>Lo sport: dose di dolore</strong></p>
<p>Forse le informazioni che riceviamo dai media sono talmente monotematiche che l&#8217;italiano medio riconosce solo come sport il calcio mercato? Temo di sì. Eppure mi chiedo spesso come mai nessuno scomponga davanti alla pericolosità di un pallone fermato con la testa da un calciatore a quella velocità, a tutte le ossa rotte dei calciatori, a tutte le operazioni a cui sono sottoposti. Quante volte li vediamo cadere sul campo, lamentarsi delle fratture, essere portati via dai medici e nessuno spettatore rimane scioccato da questo? Soprattutto in questi ultimi anni si denota un aumento di problemi cardiaci che colpisce i calciatori e si sta parlando di salute e di tutela della vita di ogni atleta. Tutti gli sport hanno la loro dose di pericolosità perché gli atleti decidono di mettersi in gioco. C&#8217;è chi preferisce una pallonata in faccia, fratturarsi un ginocchio, c&#8217;è chi può cadere da cavallo, c&#8217;è chi può cadere da una moto. Sapete che agonia scelgono i ballerini per diventare tali? Le lunghe ore di allenamento e le posizioni estreme, innaturali, causano traumi e infortuni dolorosissimi, e se necessario si ricorre anche alla chirurgia.<br />
O ancora il tennis e in questo caso cito Andre Agassi uno dei tennisti più forti di sempre: «Il tennis è pugilato. Ogni tennista, prima o poi, si paragona a un pugile, perché il tennis è boxe senza contatto. Il tennis è uno sport violento, uno contro l&#8217;altro e la scelta è brutalmente semplice quanto sul ring. Sconfiggere o essere sconfitti, solo che nel tennis le bastonate sono più sotto la pelle».<br />
È davvero illuminante il verso della meravigliosa canzone, <em>Boxe a Milano</em>, del cantautore Pacifico: «Quante cose si fanno sapendo di farsi del male, chissà cosa porta, chissà cosa piace, a un uomo che alle corde non vuole cadere». Ognuno di noi sceglie di praticare o di seguire lo sport che più è affine al suo carattere, alla sua passione, al suo bisogno di esprimersi e senza ombra di dubbio ogni disciplina sportiva, ha la sua dose di pericolosità, di infortuni che possono verificarsi, soprattutto a livelli professionistici. Une delle grandi magie della boxe, è che offre sia a chi lo guarda, sia a chi lo pratica la possibilità di chiedersi quale sia la propria battaglia. Forse non ce ne sarà solo una, anzi è molto probabile che sia così.</p>
<p><strong>Italiani, pugili e sognatori</strong></p>
<p>Il pugilato italiano ha bisogno di voci che lo sappiano raccontare con giudizio, con passione, con professionalità e che queste voci siano unite, che sappiano leggere la società di oggi, che sollecitino i media a guardare la boxe come una risorsa sportiva, culturale e mediatica di valore.<br />
Pertanto faccio quadrato e do la parola a Niccolò Pavesi, voce di DAZN e della MotoGp:<br />
Nella boxe c’è spazio letteralmente per tutti. Maschi e femmine, adulti e giovanissimi, persone di qualsiasi provenienza geografica, di qualsiasi peso e caratteristiche fisiche. È accessibile a chiunque abbia voglia di imparare e di conoscerla. Questa è una delle sue principali forze, perché lo rende uno sport universale, praticato e apprezzato in ogni angolo del mondo.<br />
Certamente, la Grande Boxe – quella di Ali, di Hagler, di Tyson, di Mayweather, di Pacquiao e di Canelo – è la vetta della piramide sportiva e si pratica in pochi Paesi al mondo. È questione di tradizione, qualità e risorse.<br />
Ciò non toglie il fatto che il pugilato sia in grado di sedurre chiunque, probabilmente proprio perché è qualcosa di più di uno sport.<br />
Pensiamo al nostro quotidiano: passiamo tutti davanti alla palestra del nostro quartiere, abbiamo tutti un amico o un’amica che indossano i guantoni per scrollarsi di dosso lo stress del lavoro, ogni anno ci riuniamo sul divano con la nostra famiglia quando in TV danno Rocky e i nostri nonni, almeno una volta, ci hanno raccontato le imprese dei campioni del passato. E noi le abbiamo ascoltate affascinati. Riflettendoci, forse è proprio la parola “racconto” quella più calzante, da associare al pugilato: la boxe – a tutti i livelli – è un unico Grande Racconto che racchiude in sé milioni di racconti di ogni genere. Questa, secondo me, è la sua vera magia.</p>
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		<title>Medeatiche</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2022/04/21/medeatiche/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[francesca matteoni]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 21 Apr 2022 05:00:57 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[Beatrice Achille]]></category>
		<category><![CDATA[poesia]]></category>
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					<description><![CDATA[di <strong>Beatrice Achille</strong> <br />
io scurissima notte come ti trattengo
nemmeno pronuncio nemmeno l’iniziale
e già poni e già muovi nel buio il distolto
fino a che non sciogli quel senso di totale
criterio una totale abnegazione aperta]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>di Beatrice Achille</strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>io scurissima notte come ti trattengo<br />
nemmeno pronuncio nemmeno l’iniziale<br />
e già poni e già muovi nel buio il distolto<br />
fino a che non sciogli quel senso di totale<br />
criterio una totale abnegazione aperta<br />
se vuoi non entro a casa non varco la porta<br />
non pulisco più e sporca trovarti cresciuta<br />
uno sguardo e sei già sorta elevata a corona]<br />
sole a mezzanotte solo su questa cima<br />
io scurissima notte ti trovo disciolta<br />
covata nel ventre per restare insaputa<br />
e anche chiarificata darsi sempre un’ombra<br />
qualcosa di nascosto promosso dal buio<br />
restare oscura e tanto basta per la notte<br />
il cielo stellato precipita dal cuore e<br />
di solo una parola so essere salvata</p>
<p><em>io</em></p>
<p>***</p>
<p>pratoline su pelle io vorrei esserti sposa<br />
inchinarmi nel tempio l’incenso che veste<br />
e dirmi tua sposa che ti sposa in segreto<br />
iniziarsi al paesaggio e trovarvi un maestro<br />
qualcosa che sia “casa” o cattedrale muta<br />
qualcosa che sia ossa di foglia e linfa nuda<br />
poi dita tra dita bagnate di acqua santa<br />
per indicare il cielo e nominarlo piano<br />
“tu sei cielo” e poi “tu sei vita”, “sei sicura?”<br />
piano scostarsi il velo e guardare in silenzio]<br />
corona di spine si fa arbusto di rose<br />
e noi in fondo in piccolo a profumarci e noi<br />
in fondo in piccolo – pratoline di campo</p>
<p>**</p>
<p><a href="https://www.vydia.it/it/medeatiche/"><strong>Testi tratti da <em>Medeatiche</em>, Vydia 2022</strong></a></p>
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		<title>due poesie sull&#8217;amore</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2022/04/08/due-poesie-sullamore/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[francesca matteoni]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 08 Apr 2022 04:45:53 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[diari]]></category>
		<category><![CDATA[francesca matteoni]]></category>
		<category><![CDATA[lupo]]></category>
		<category><![CDATA[poesia]]></category>
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					<description><![CDATA[[Verrai stanotte nel sogno].

In un bosco che non esiste grida il lupo.
Alza il suo muso come un uomo.

Molti lupi hanno viaggiato
per uscire dagli alberi o entrarvi a fondo
e perdere la donna che li amava.]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>di Francesca Matteoni</strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Certi lupi</strong></p>
<p>[Verrai stanotte nel sogno].</p>
<p>In un bosco che non esiste grida il lupo.<br />
Alza il suo muso come un uomo.</p>
<p>Molti lupi hanno viaggiato<br />
per uscire dagli alberi o entrarvi a fondo<br />
e perdere la donna che li amava.<br />
O credeva di amarli. O amava<br />
la zampa del lupo, l’animale schivo,<br />
intrappolato.</p>
<p>Il lupo appare smagrito<br />
nel primo mattino, sull’asfalto<br />
disorientato.</p>
<p>Certi lupi diventano uomini.<br />
Indossano giacche sopra la coda,<br />
digrignano affabili i denti.<br />
Fanno la tana in un ventre di donna<br />
e nella sua mente scavano un fosso.<br />
Questi lupi non sanno cacciare.<br />
S’incarogniscono e tremano<br />
lisciandosi il pelo. Uccidono<br />
la preda quando è già morta.<br />
Ancora. Ancora.<br />
Non restituiscono quello che prendono.<br />
Avvicinano la bestia, la soffocano<br />
con la sua ingenuità. O colpa.</p>
<p>Devi vedere l’uomo<br />
per liberare il lupo.<br />
Devi saperti dentro l’inganno<br />
sporca di sangue e parole<br />
aprire la bocca, sputare.</p>
<p>Altri lupi ti guardano se li accogli.<br />
“Lascia il dolore” dicono. “Cammina<br />
fino a qui”.<br />
Apprezzano la distanza.<br />
Ti fai spazio.</p>
<p>I veri lupi sanno aspettare, si affrancano<br />
dal rimpianto, dal torto.</p>
<p>[Vieni ora che mi alzo da sola.<br />
Abita con il tuo odore<br />
questo mio corpo].</p>
<p><em>18 gennaio 2022, Luna Piena del Lupo</em></p>
<p>***</p>
<p><strong>Conoscenza</strong></p>
<p>Siamo adulti per le fiabe<br />
o per credere che tutto si avveri<br />
nelle braccia di un altro.<br />
O per credere sia possibile<br />
esporsi, fidarsi, proteggersi senza<br />
deludersi, ferirsi, disarmarsi. Disamarsi.<br />
O per credere.<br />
Come si decide l’amore? Mi vedrai nelle parole?<br />
Le dimenticherai? Mi lascerai entrare?</p>
<p>Mi dico: sei qui, finalmente. Poi tremo.<br />
Immagino di essere salva nell’esperienza.<br />
Hai occhi miti, diffidenti. Hai mani grandi, potrei<br />
abbandonarmi nelle tue mani.<br />
Vorrò la tua mancanza?<br />
Che è il centro di ogni presenza.<br />
Ci tocchiamo, poi ci separiamo.<br />
Non sarò mai certa di essere con te.<br />
Cosa scegli, se mi dai un bacio e un altro,<br />
cosa chiedi? Siamo al sicuro nei corpi.<br />
Riscaldano, sospirano nelle piume.<br />
Loro hanno scelto la terra.</p>
<p>Noi siamo ancora a mezz’aria, invece.</p>
<p>Così, alla fine, ti racconto una di quelle storie<br />
ma non va come nei libri o nel folklore. Non ci sono<br />
rapimenti, inganni, abusi, uccisioni.</p>
<p>C’è una donna che vive sul fondo del mare.<br />
Molte volte è stata scuoiata dalla sua pelle animale<br />
rigettata nelle onde – molte volte è impazzita<br />
per capire chi era. Guarda dal tetto<br />
la superficie dove il cielo fa luce<br />
fino alle rocce, i villaggi.</p>
<p>C’è un uomo lontano, cammina<br />
fra le case verso di lei.<br />
È un uomo gentile, che non sa di esserlo.<br />
È limpido, onesto.<br />
La donna invece è feroce, potrebbe lasciare che l’uomo<br />
le tolga ogni cosa – è abituata così.<br />
Vorrebbe dare all’uomo ogni cosa. Ma in realtà<br />
lei non sa <em>cosa</em> l’uomo vuole. Vorrebbe<br />
che l’uomo volesse lei.<br />
Davvero, davvero, davvero.<br />
Senza rapimenti, inganni, abusi, uccisioni.<br />
O forse vorrebbe ascoltare la voce dell’uomo<br />
che scende al mare. Si tende da uno scoglio.</p>
<p>L’uomo non dice niente, ma continua a camminare.<br />
Ogni giorno, ogni notte, una bracciata, un passo,<br />
un terrore sottile, una speranza.<br />
Lui rimuove la plastica dalle branchie di lei.<br />
Lei gli mostra il passato nelle conchiglie, negli<br />
oggetti sacri, dimenticati. Sciocchezze, spazzatura.<br />
Non parlano la stessa lingua. Lui osserva, lei indica.</p>
<p>Quando lui la tocca lei vorrebbe restare o fuggire<br />
che sono poi lo stesso verbo da due diverse angolazioni.<br />
Quando lei lo tocca, lui avanza in un mistero.<br />
Lo guarda nella bellezza, come una forma di distanza<br />
finché la riva diventa un sentiero.<br />
Quanto tempo per potersi amare?<br />
Mettere via i fantasmi che popolano le storie.<br />
Un’impronta, una striscia di spuma.<br />
Ogni giorno, ogni notte. Ora.<br />
Incontrarsi. Lasciarsi avvicinare.</p>
]]></content:encoded>
					
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