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	<title>helena janeczek &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>Di quale &#8220;cancel culture&#8221; si parla in Italia?</title>
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		<dc:creator><![CDATA[helena janeczek]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 15 Jan 2022 07:47:31 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[di <strong>Bruno Montesano</strong> e <strong>Jacopo Pallagrosi</strong> <br /> Negli Stati Uniti, a un anno da Capitol Hill, si continua a parlare di guerra civile. Questa è la dimensione materiale della cosiddetta...]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Bruno Montesano</strong> e <strong>Jacopo Pallagrosi</strong> </p>
<p><img loading="lazy" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/01/download-19.jpeg" alt="" width="275" height="183" class="alignleft size-full wp-image-95073" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/01/download-19.jpeg 275w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/01/download-19-150x100.jpeg 150w" sizes="(max-width: 275px) 100vw, 275px" /><br />
Negli Stati Uniti, a un anno da Capitol Hill, si continua a parlare di <a href="https://www.theguardian.com/us-news/2021/dec/20/us-closer-to-civil-war-new-book-barbara-walter-trump-capitol-attack">guerra civile</a>. Questa è la dimensione materiale della cosiddetta guerra culturale su politicamente corretto, cancel culture (CC) e <a href="https://www.nytimes.com/article/what-is-critical-race-theory.html">Critical Race Theory</a>. Sul New York Times e sui grandi media liberal, si discute di questo. Ci sono posizioni scettiche, come quella di <a href="https://www.penguinrandomhouse.com/books/696856/woke-racism-by-john-mcwhorter/">John McWorther</a> – prontamente recensito sui media italiani, senza alzare lo sguardo sulle questioni che mettono in crisi il proprio punto di vista. Ma, in genere, si cerca anche di cogliere il nesso tra razzismo e strutture economiche, come <a href="https://www.nytimes.com/interactive/2019/08/14/magazine/slavery-capitalism.html">la famosa inchiesta</a> sulla storia delle radici razziali degli Stati Uniti ha mostrato – anche qui destando l’attenzione dei nostri media solo per le critiche che l’inchiesta ha ricevuto, ignorando le bibliografie sterminate che esistono sul <a href="https://lpeproject.org/syllabi/racial-capitalism-collective-bibliography/">capitalismo razziale</a> negli <a href="https://glc.yale.edu/sites/default/files/pdf/capatlism_and_slavery.pdf">Stati Uniti</a> e <a href="http://cup.columbia.edu/book/histories-of-racial-capitalism/9780231190756">altrove</a>. Anche le violenze di piazza e le rivolte vengono discusse in modo critico – ad esempio da <a href="https://www.nytimes.com/2020/06/18/opinion/george-floyd-protests-looting.html">Robin D.J. Kelley</a>&#8211; e non solo secondo i soliti schematismi a cui i nostri media ci hanno abituato. Le ragioni di chi chiede, oltre al definanziamento, l’abolizione della polizia possono essere lette su <a href="https://www.nytimes.com/2020/06/12/opinion/sunday/floyd-abolish-defund-police.html">giornali mainstream</a> e non solo sulle riviste della sinistra socialista statunitense. Non si può dire che in Italia il livello del dibattito sia lo stesso.<br />
Da Repubblica al Foglio, dal Sole a Micromega e a Linkiesta, non c’è quotidiano, di carta e digitale, che non abbia occupato pagine e pagine sull’annosa vicenda della CC, la cultura della cancellazione, la messa all’indice di pensatori, politici e libri del passato e del presente abbattuti, censurati, dannati ex post. Buona parte dei media italiani denunciano con terrore l’avvento dell’<a href="https://www.marsilioeditori.it/libri/scheda-libro/2970987/l-era-della-suscettibilit">era della suscettibilità</a>. In un loop paradossale, sulla stampa generalista si susseguono opinioni accalorate di chi viene urtato dalla possibilità che le sensibilità di qualcuno vengano a loro volta urtate. Per arginare questa deriva, si dice, bisogna colpire chi mette in pericolo la libertà di dire cose scomode e scorrette, di analizzare le parti peggiori di noi e della nostra società. Bisogna ripubblicare Defoe, Hawthorne, von Kleist e tutti gli autori<a href="https://www.ilfoglio.it/gli-speciali-del-foglio/2021/07/05/news/libri-proibiti-dal-10-luglio-con-il-foglio-2619952/"> maschi bianchi</a> prima che gli intersezionali li acciuffino e li mandino al macero, nel “terroristico”, “totalitario” e “neomaoista” attacco portato all’Occidente. Per farlo, ogni mezzo è ammesso, in una santa alleanza che unisce centro liberale, sinistra “illuminista” fiera della tradizione occidentale, ed estrema destra. Apparentemente, il fatto che per resistere alla “cultura della cancellazione” venga dato spazio a voci a dir poco imbarazzanti non scandalizza; si veda l&#8217;esempio di Jérôme Delaplanche, ex responsabile artistico di Villa Medici, che sul <a href="https://www.ilfoglio.it/il-foglio-internazionale/2021/11/22/news/-i-talebani-della-cancel-culture-vogliono-la-fine-dell-occidente--3390562/?fbclid=IwAR1JswooDwbxPKf9heBdPkvjQXo1SdC25qSwJRVl6QDiuVWrQ1kiuf-W7VE">Foglio</a> scriveva:&#8221;La colonizzazione è il movimento naturale della storia. Ora, ed è questa la posta in gioco, il progressismo è riuscito a imporre alle menti occidentali una mutazione paradigmatica cruciale: la forza non è più un valore positivo. Di conseguenza, i concetti di conquista, avventura, potere non sono più compresi e moralmente accettati.&#8221; Forse che i liberali preferiscano la nostalgia per l’età degli imperi? </p>
<p>Leggi sulla rivista <a href="https://gliasinirivista.org/di-quale-cancel-culture-si-parla-in-italia/">Gli asini</a> l&#8217;intero articolo, appositamente aggiornato e ampliato per Nazione Indiana.</p>
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		<title>L&#8217;orso di Calarsi</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2021/06/30/lorso-di-calarsi/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[helena janeczek]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 30 Jun 2021 12:07:15 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[claudio conti]]></category>
		<category><![CDATA[helena janeczek]]></category>
		<category><![CDATA[letteratura italiana]]></category>
		<category><![CDATA[Premio Calvino]]></category>
		<category><![CDATA[racconto]]></category>
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					<description><![CDATA[di <strong>Claudio Conti</strong><br />
«Da una parte l’Impero ottomano, dall’altra la Valacchia. In mezzo il Danubio, nero e immenso».
Lara è sul fianco e ruota la testa all’indietro, verso Adrian. Rimane così per un po’, con la reminiscenza del suo profilo a sfumare sul cuscino. ]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Claudio Conti</strong><img loading="lazy" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/06/orso-diavolo-4-300x200.jpeg" alt="" width="300" height="200" class="alignleft size-medium wp-image-91407" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/06/orso-diavolo-4-300x200.jpeg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/06/orso-diavolo-4-768x513.jpeg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/06/orso-diavolo-4-150x100.jpeg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/06/orso-diavolo-4-696x464.jpeg 696w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/06/orso-diavolo-4-629x420.jpeg 629w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/06/orso-diavolo-4.jpeg 998w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /></p>
<p>«Da una parte l’Impero ottomano, dall’altra la Valacchia. In mezzo il Danubio, nero e immenso».<br />
Lara è sul fianco e ruota la testa all’indietro, verso Adrian. Rimane così per un po’, con la reminiscenza del suo profilo a sfumare sul cuscino.<br />
«Fai sul serio?» gli chiede alla fine, assonnata.<br />
Adrian accende l’abat-jour e si tira su puntando i gomiti. «Non dormire», le dice mentre si sistema il cuscino dietro alla schiena, «devi ascoltare».<br />
Allunga una mano per prendere le sigarette dal comodino e si sofferma sul libro su cui era poggiato il pacchetto.<br />
Lara gli lancia un’occhiata. «Non vorrai fumare?»<br />
Adrian solleva il libro e se lo rigira tra le mani. Lei ruota il corpo verso di lui e il movimento troppo brusco manda all’aria la stanza, che inizia a girare.<br />
«Sono sottosopra», mugugna.<br />
Lui sfoglia pagine come schiaffi.<br />
«Fa’ attenzione con quello».<br />
«Sembra antico».<br />
«Lo è».<br />
«Cosa hai detto che studi?»<br />
«Non me l’hai chiesto. Storia dell’arte».<br />
Adrian si blocca e centra una pagina con l’indice. «Sono disegni arabi?»<br />
«Miniature. Cinesi, persiane e turche».<br />
Lui prende una sigaretta dal pacchetto usando i denti, senza distogliere lo sguardo dal libro. «<em>Miniature</em>?»<br />
Lara chiude gli occhi nel tentativo di rallentare la rotazione del letto. «Si chiamano così».<br />
«È curioso perché la storia che ti stavo raccontando», richiude il libro e lo lancia sul comodino, «parla proprio di turchi».<br />
Lara sobbalza per il rumore. Cerca con lo sguardo il libro, per metà oltre il bordo del mobile, quindi scivola su di lui, sul suo fisico curato, i pettorali, i tatuaggi. «E della Valacchia», aggiunge con un mezzo sorriso annoiato.<br />
«È il posto da cui vengo».<br />
Lara torna a rivolgergli la schiena, tirandosi il lenzuolo fin sopra la spalla. «Senti, per me vieni dal <em>Blu Line</em>», gli risponde sbadigliando, «può bastare?»<br />
«Tra poco me ne vado».<br />
«Non ho mica detto che devi andartene, sono solo stanca, e poi ho bevuto troppo».<br />
Adrian fa scattare l’accendino e fissa il cuore blu della fiamma fremere sulla brace dalla sigaretta.<br />
«Mi sei sembrata una che l’alcol lo regge bene».<br />
«Se sono qui con uno che in piena notte si mette a parlare dell’Impero ottomano», fa lei in mezzo a un altro sbadiglio, «direi che non lo reggo poi così bene».<br />
«Non ho neanche iniziato».<br />
«È una minaccia?»<br />
«Studi Storia dell’arte, il passato dovrebbe interessarti».<br />
«Sì», gli fa con un filo di voce, «ma il passato è lì, stanotte non andrà da nessuna parte».<br />
«Il passato si muove eccome», risponde lui con una sfumatura nervosa che la sorprende. «È un cacciatore instancabile», aggiunge soffiando fumo.<br />
«Ti avevo chiesto di non fumare».<br />
Adrian le sfiora il collo con l’indice e lei si ritrae come una chiocciola.<br />
«Facciamo così», gli propone, «racconta la tua storia, non badare a me», la voce sembra spegnersi, «ma se mi addormento non prendertela».<br />
Lui le scopre la schiena nuda e ne segue l’armonia della sinusoide. Lara si tira su il lenzuolo, con un gesto rapido. «Lo fai sempre?» Gli chiede quasi infastidita.<br />
Adrian tira dalla sigaretta e lancia il pacchetto verso il comodino, mancandolo.<br />
 «Faccio sempre cosa?»<br />
«Tormentare, lo fai con tutte?»<br />
«In effetti no».<br />
«È il mio giorno fortunato, allora».<br />
«È la storia di un destino. Un <em>deochi</em> vecchio di duecento anni», le dice poggiando la testa sul muro e osservando le decorazioni sul soffitto, «una condanna nata ai tempi degli orsi ballerini».<br />
Lara sbuffa divertita e scettica. «Gli orsi ballerini, ovvio, come ho fatto a non pensarci».<br />
«Erano Ursari», fa Adrian, serio. «Andavano avanti e indietro lungo la sponda del Danubio, nei pressi di Calarsi, di villaggio in villaggio. Gli orsi ballavano al ritmo del tamburello alzandosi sulle zampe posteriori, sai, acrobazie e giochi. I contadini, quei poveracci, ci andavano matti. Pensavano fosse magia».<br />
Lara sente un sapore terribile in bocca. «Mica volevo offenderti», gli fa infilando una mano sotto al cuscino per sorreggere meglio la testa.<br />
«Quella gente campava così, d’elemosina, accampandosi dove capitava, era una vita misera», si prende una pausa e tira dalla sigaretta.<br />
Lara ci pensa su. «Tu hai una vita misera, Adrian?»<br />
«Che vuoi dire?»<br />
«Non ho visto orsi al <em>Blue Line</em>, stasera. Ho visto un ragazzo ben vestito che striscia la sua carta».<br />
Adrian getta la cenere sul pavimento e si rivolge alla sua nuca. «E con questo?»<br />
Lara si aggiusta ancora il cuscino, il sonno sembra aver abbandonato la sua voce. «Il passato è morto. Muore ogni minuto».<br />
«Non dovresti fidarti delle apparenze».<br />
Lei sente salire un po’ di nausea. «L’apparenza è tutto quello che abbiamo».<br />
Adrian fissa i colori che animano gli inserti della porta di legno. «Le apparenze, già», ripete sovrappensiero. «Dalle apparenze direi che hai una bella casa».<br />
«È di mio padre», taglia corto lei.<br />
«Cioè tua», ribatte Adrian.<br />
Lara si gira lenta e incrocia il suo sguardo impassibile.<br />
«È meglio amministrare capitali che ammaestrare orsi», le fa.<br />
Lei sembra irrigidirsi, rimane a scrutarlo con una vaga sensazione di disagio che non sa interpretare.<br />
«E tu che ne sai di come campa mio padre?»<br />
Adrian accenna un sorriso. «Il tuo è un cognome noto in città», le risponde con ovvietà.<br />
Lara ha la testa pesante e crolla ancora sul cuscino. È stanca, non le piacciono le serate che si trascinano. Vorrebbe restare sola. «Be’, sappi che non ti sposerò», gli fa scherzando, cercando di spazzare via quella sensazione che le si è appiccicata addosso.<br />
«Il gruppo di Ursari venne sterminato durante la notte della mattanza turca», continua lui, «tutta la maledetta tribù».<br />
Lara si sistema con la schiena sul materasso e le mani sulle lenzuola, attenta a non scoprirsi il seno. Fa un paio di profondi respiri col naso. Le manca l’aria e c’è quel puzzo di fumo.<br />
«La mattanza turca?»<br />
Adrian sposta il peso su un gomito, inclinandosi verso di lei. Le sfiora un seno da sopra il lenzuolo indugiando sul capezzolo.<br />
«Gli ottomani risalgono il Danubio, entrano dal Mar Nero con la loro flotta e invadono la Valacchia. Avanzano sulla terra con gli azab, i tagliatori di teste; sul fiume con le galee davanti al Mahmudiye, il più grande vascello turco, centoventisette cannoni puntati sulla costa, ottanta metri di legno, mille marinai d’equipaggio». Quasi bisbiglia, ora. «Sono spietati e sanguinari, i turchi, uccidono qualsiasi cosa abbia vita. Florina ne sente il puzzo e sbuca dalle tende quando è notte fonda. Sente il fiume ribollire, sente la loro musica: il ritmo ossessivo dei tamburi, il sibilo delle canne di ney e le armonie orientali dei tanbûr. Capisce che gli sono addosso».<br />
Lara sente lo stomaco indurirsi e chiudersi.<br />
«Florina era una tua…».<br />
Adrian si ritrae e si appoggia di nuovo sul cuscino.<br />
«La mia quadrisavola. Lei non dorme mai, lei è il loro angelo. Dalla riva, coi piedi dentro al fango, sente l’odore del sangue che scivola sopra al fiume; vede il cielo farsi porpora per gli incendi e capisce che non c’è tempo: prende suo figlio Victor, di dodici anni, e lo infila in un siluro». La fissa. «Nel Danubio ci sono pesci siluro lunghi fino a quindici metri».<br />
Lara cerca di sistemarsi meglio, ma si agita senza trovare la posizione. Sente che sta per vomitare. «Sei rumeno, quindi».<br />
Adrian fissa la sigaretta facendola ruotare tra pollice e indice.<br />
«Florina ne cattura uno e lo tramortisce con una delle sue misture calmanti per orsi; ci infila dentro il piccolo Victor, che respira grazie a una canna di bambù, e lo affida al Danubio. Quindi libera tutti gli orsi della tribù che si gettano nelle acque e seguono il siluro dritti fino all’isola degli orsi».<br />
Lara ha voglia di infilarsi la maglietta, la cerca, è in fondo al letto. «Devo andare in bagno».<br />
Fa per alzarsi ma Adrian la blocca afferrandole un braccio.<br />
Lara guarda quella mano, guarda lui, stupita.<br />
«Ho bisogno di vomitare».<br />
«Ho quasi finito», la rassicura allentando la presa.<br />
«Fai presto, allora», gli fa decisa, mentre posa lo sguardo sulla tenda tirata, sulla porta chiusa, sulle mutande sul pavimento, sul suo cellulare, che ha lasciato sul comò, dall’altra parte della stanza.<br />
«L’isola degli orsi è ancora lì, è un isolotto in mezzo al Danubio. Lì ha vissuto Victor con la sua comunità di orsi ammaestrati. Lì ha fatto scendere sulla mia famiglia il <em>deochi</em>».<br />
Strizza il filtro e spegne la sigaretta con tre colpi pieni di scintille sulla copertina del libro che si sbilancia e cade dal comodino.<br />
Lara spalanca gli occhi incredula. «Ma che cazzo fai».<br />
Adrian spegne l’abat-jour e scivola verso di lei.<br />
«Quando l’eco dei turchi si allontana», riprende con voce bassa, «Victor fa ritorno al campo e vede i suoi amici, i suoi genitori, Florina; tutti fatti a pezzi. Le teste infilzate sui ceppi, fisse in espressioni innaturali. I corpi bruciati e rattrappiti, lasciati ai ratti».<br />
Lara vede gli occhi di Adrian guizzare nel buio, piccoli e vuoti. Allunga un braccio verso il paralume ma Adrian le afferra ancora il polso. Tenta di divincolarsi, lui lo stringe con forza.<br />
«Lasciami».<br />
«Nella testa di Victor accade qualcosa di terribile. Il ragazzino perde la sua parte umana, diviene un mito. L’Orso di Calarsi, così lo chiameranno per il resto della sua vita. Tutta la stramaledetta Turchia aveva terrore dell’Orso di Calarsi. Dal più disperato dei contadini su fino al grande sultano. L’Orso di Calarsi addestra i suoi orsi ad uccidere; di più, gli insegna a sventrare e mangiare i nemici: gli ottomani prima e gli zaristi poi. E Victor uccide con loro, mangia i nemici con loro».<br />
«Mi stai spaventando».<br />
Adrian la fissa nel buio. «Ecco da dove vengo io. Ecco il mio deochi». La tira a sé. «Ecco <em>chi sono</em>», sibila.<br />
Lara fa una smorfia di dolore. Cerca di liberarsi usando l’altro braccio ma Adrian lo blocca.<br />
«Lasciami andare».<br />
Adrian risponde con una specie di risucchio, un verso di rifiuto sordo e osceno.<br />
Lara si sente debole. Non capisce cosa le sta succedendo. Lo fissa atterrita. È capace solo di un sommesso lamento.<br />
«Io e te siamo la nostra storia»<br />
«Cosa ne sai di chi sono?» gli chiede, quasi implorandolo.<br />
«Lo so da duecento anni chi sei, Lara».<br />
Adrian le sorride d’un sorriso freddo e impuro, la tira sotto di sé con forza, le incrocia le braccia e la schiaccia puntandole un ginocchio sulla pancia.<br />
Lara soffoca un urlo di dolore, non riesce a respirare e nel buio vede solo i suoi denti.</p>
<p>Claudio Conti è stato <a href="https://www.youtube.com/watch?v=XdIuS3SWJAw">finalista</a> al Premio Italo Calvino 2021.</p>
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		<item>
		<title>Amicizia, ricerca, trauma: leggere Elena Ferrante nel contesto globale</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2021/06/16/amicizia-ricerca-trauma-leggere-elena-ferrante-nel-contesto-globale/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[helena janeczek]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 16 Jun 2021 12:00:59 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[dispatrio]]></category>
		<category><![CDATA[amicizia]]></category>
		<category><![CDATA[ann goldstein]]></category>
		<category><![CDATA[elena ferrante]]></category>
		<category><![CDATA[femminismo]]></category>
		<category><![CDATA[global novel]]></category>
		<category><![CDATA[Kathrin Wehling-Giorgi]]></category>
		<category><![CDATA[letteratura italiana anni zero]]></category>
		<category><![CDATA[letteratura transnazionale]]></category>
		<category><![CDATA[pandemia]]></category>
		<category><![CDATA[stiliana milkova]]></category>
		<category><![CDATA[tiziana de rogatis]]></category>
		<category><![CDATA[traduzione]]></category>
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<strong>Tiziana de Rogatis</strong>, <strong>Stiliana Milkova</strong> e <strong>Kathrin Wehling-Giorgi</strong>, le curatrici del volume speciale <em>Elena Ferrante in A Global Context </em>...]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><img loading="lazy" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/06/MLNCoverjpg-217x300.png" alt="" width="217" height="300" class="alignleft size-medium wp-image-91393" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/06/MLNCoverjpg-217x300.png 217w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/06/MLNCoverjpg-150x207.png 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/06/MLNCoverjpg-300x414.png 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/06/MLNCoverjpg-304x420.png 304w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/06/MLNCoverjpg.png 510w" sizes="(max-width: 217px) 100vw, 217px" /> L&#8217;opera dell&#8217;autrice che ha messo al centro l&#8217;amicizia femminile è stata anche veicolo di amicizia tra le studiose.<br />
<strong>Tiziana de Rogatis</strong>, <strong>Stiliana Milkova</strong> e <strong>Kathrin Wehling-Giorgi</strong>, le curatrici del volume speciale <em>Elena Ferrante in A Global Context </em>della rivista <a href="https://www.press.jhu.edu/journals/mln/special-issues">MLN</a> dedicano l&#8217;introduzione al significato di questi legami.<br />
<strong>Tiziana de Rogatis</strong>, nel saggio in apertura del volume, mette poi in relazione la sua lettura della &#8220;global novel&#8221; di Ferrante con l&#8217;irrompere del trauma globale della pandemia. Grazie a &#8220;John Hopkins University Press&#8221; ne pubblichiamo un estratto. <em>(hj)</em><span id="more-91392"></span></p>
<p>Questo special issue in inglese è nato dall&#8217;intreccio delle nostre storie personali e professionali, all&#8217;incrocio di  diverse lingue materne e acquisite, patrie e formazioni disciplinari. Una studiosa italo-napoletana in Italia, una studiosa bulgara negli Stati Uniti e una studiosa tedesca nel Regno Unito &#8211;  noi tre  abbiamo trovato un terreno comune attraverso lo studio di Elena Ferrante e attraverso le pagine di un volume del 2016 della rivista accademica italiana Allegoria. Le nostre affiliazioni istituzionali sparse in tutto il mondo, le nostre identità nomadi a cavallo tra diversi paesi, regioni  e lingue e le nostre differenze culturali esemplificano in molti modi l’effetto globale della scrittura di Elena Ferrante.<br />
Questo effetto per noi è doppio. Grazie ad Elena Ferrante abbiamo stretto una forte amicizia basata sul profondo rispetto, sulla generosità d’animo e sull’affinità intellettuale. La nostra amicizia ha generato una svolta, o una metamorfosi, nelle traiettorie delle nostre ricerche già consolidate. Lo studio di Tolstoj e Dostoevskij, di T.S. Eliot e Montale, di Beckett e Gadda ha fatto posto ai contributi e alle intuizioni di un&#8217;autrice femminile e femminista, che sfida il canone accademico e letterario maschile radicato. Nonostante, e anzi, grazie alle nostre diverse identità nazionali, linguistiche e culturali, come studiose riconosciamo ed empatizziamo con l&#8217;emarginazione, la liminalità e la potente creatività delle donne rappresentate nei romanzi di Ferrante.<br />
La nostra amicizia è stata produttiva e gratificante in molti modi. Dopo aver organizzato un seminario di tre giorni alla convention dell’<em>American Comparative Literature Association</em> (ACLA – Utrecht, 2017), tre panel alla conferenza dell’<em>American Association for Italian Studies</em> (AAIS &#8211; Sorrento, 2018) e una conferenza internazionale all’Università di Durham (Inghilterra, 2019), siamo arrivate a questo numero speciale di <em>Modern Language Notes</em> dedicato a Elena Ferrante in un contesto globale. Nonostante abbiamo continuato a pubblicare individualmente su Ferrante, questa collaborazione a tre ha arricchito le nostre prospettive personali e generato in noi nuovi modi di vedere e interpretare l’immaginario e la letteratura.<br />
Mentre importanti contributi agli studi su Ferrante sono stati e continuano ad essere proposti anche da saggisti, questo volume include una polifonia di approcci e orientamenti che provengono esclusivamente da voci di studiose. Questa selezione non è stata in alcun modo programmatica, ma rispecchia la realtà attuale dei <em>Ferrante Studies</em>, che è per ora composta in maggioranza da donne.<br />
In questo spirito, l&#8217;amicizia femminile può essere una pratica innovativa e potente quando è adottata per includere e promuovere la voce delle altre. Questo numero speciale sintetizza diverse traiettorie accademiche individuali e collettive riunendo studiose di tutto il mondo. Questa lente diversificata e interdisciplinare fa già di per sé emergere la dimensione cosmopolita e transnazionale della scrittura di Ferrante. Tutte le autrici di questo numero si sono avvalse di un’estesa conoscenza delle loro discipline e dell’area di studi su Ferrante sia in inglese sia in italiano, e le citazioni dalla scrittrice sono sempre in entrambe le lingue.<br />
Quando si parla di Ferrante, siamo consapevoli del fatto che la sua scrittura e il suo anonimato non sono stati solo oggetto di grande entusiasmo ma anche di forte resistenza e intolleranza. Quando leggiamo o riflettiamo sulla sua opera, siamo sempre in relazione con il suo appello alle miriadi di esistenze femminili, alla loro capacità di lavorare in modo creativo attraverso il trauma della frantumaglia e della smarginatura. Ecco perché i discorsi più approfonditi e visionari su Ferrante sono stati articolati da voci ibride, capaci di conciliare esperienza vissuta e ricerca scientifica; voci che in alcune parti del nostro mondo accademico globale sono emarginate. E come queste voci, l’eredità dell&#8217;autrice è ibrida e trasversale. Ferrante è già un classico del nostro immaginario globale contemporaneo, e come tale possiede una straordinaria capacità inclusiva.<br />
<em>Elena Ferrante in a Global Context</em> apre con un saggio teorico programmatico di Tiziana de Rogatis, che fornisce la  cornice per inquadrare le opere di Ferrante in una prospettiva globale. Nella prima sezione &#8211; <em>Global Framework</em> &#8211; Emanuela Caffè studia la quadrilogia come una narrazione traumatica, ampliando la definizione e l&#8217;eziologia del trauma stesso. Stiliana Milkova mostra come Ferrante riveda il tropo postmoderno del labirinto, mentre Rebecca Walker discute la poetica globale della frattura in Ferrante e legge Lila ed Elena come soggetti frammentati. Enrica Ferrara utilizza la lente del realismo agenziale per definire i soggetti postumani di Ferrante. Nella seconda sezione &#8211; <em>Global Network</em> &#8211; i saggi di Katrin Wehling-Giorgi, Rossella di Rosa, Serena Todesco e Olivia Santovetti accostano i romanzi di Ferrante a quelli di scrittrici e scrittori contemporanei come Alice Sebold, Margaret Atwood, Slavenka Drakulić e Karl Ove Knausgård, creando così una mappa del nostro immaginario contemporaneo interconnesso. Nella terza e ultima sezione &#8211; Global Media &#8211;  gli articoli di Elisa Gambaro e Francesca di Bari, insieme all&#8217;intervista alla drammaturga e attrice Chiara Lagani, esaminano la rinascita transmediale globale della quadrilogia nella serie tv e nel teatro sperimentale.<br />
Siamo grate ad Ann Goldstein per il suo tempo e il suo talento; a Chiara Lagani per la sua visione innovativa e per averci permesso di utilizzare immagini (incluso quella di copertina) della performance teatrale della sua compagnia; all&#8217;editor di MLN Laura di Bianco per aver accolto con entusiasmo il nostro progetto e averlo portato a compimento; agli assistenti editoriali Sam Zawacki e Victor Xavier Zarour Zarzar per il loro aiuto esperto; a Evie Elliott per la sua elegante traduzione; a tutte coloro che hanno contribuito a questo numero per aver perseverato con i loro saggi in un momento difficile e spaventoso; e alle nostre famiglie per il loro incrollabile sostegno al nostro lavoro intellettuale e creativo.</p>
<p> <img loading="lazy" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/06/download-8.jpeg" alt="" width="275" height="183" class="aligncenter size-full wp-image-91401" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/06/download-8.jpeg 275w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/06/download-8-150x100.jpeg 150w" sizes="(max-width: 275px) 100vw, 275px" />                   </p>
<p><em><strong>Prospettive globali, trauma e global novel.<br />
La poetica di Ferrante tra storytelling, realismo perturbante e smarginatura</strong></em></p>
<p>di <strong>Tiziana de Rogatis</strong></p>
<p>Questo mio saggio, pubblicato in lingua inglese, si articola in quattro sezioni. Nella prima &#8211; che qui presento ai  lettori di Nazione indiana in lingua italiana &#8211; individuerò brevemente il nesso tra la globalizzazione, il trauma e alcuni tratti delle scritture del trauma &#8211; come il global novel &#8211;  ed esaminerò determinati aspetti di quello che è destinato a imporsi come l’evento traumatico dell’inizio del nuovo millennio, vale a dire la pandemia da coronavirus, e i suoi contraccolpi sul concetto stesso di globalizzazione. Nella seconda introdurrò brevemente i tratti salienti dell’immaginario globalizzato quali emergono in relazione al global novel e ad altri generi di scrittura. Nella terza individuerò alcuni tratti specifici del global novel, del suo “traumatic realism” (Foster) e del suo “planetary realism” (Ganguly). Nella quarta parte, infine, definirò i tratti globali della poetica di Ferrante, mettendoli in relazione con quanto detto nelle parti precedenti. </p>
<p><strong>Prima sezione: Scrivere dall’interno del trauma</strong><br />
Questo saggio nasce a cavallo tra due diverse epoche della globalizzazione: prima e dopo l’emergenza coronavirus. Ho discusso una sua prima forma a Durham, in qualità di keynote speaker del convegno Elena Ferrante in a Global Context, il 7 giugno 2019, e ho poi rielaborato quel testo per la sua pubblicazione tra aprile e maggio 2020, durante il lungo periodo di lockdown globale necessario per contenere la diffusione del virus. Nel pieno quindi della tragedia che ha segnato l’Italia, dove mi trovavo, e il mondo. Nel corso di questa rielaborazione, mi sono stupita nel constatare quanto molti romanzi della contemporaneità cui facevo riferimento nel mio intervento, e tra questi la quadrilogia di Ferrante, avessero intercettato l’età del trauma che la pandemia ci ha pienamente svelato. In particolare, il global novel ha messo al centro della percezione il nesso tra le storie individuali, la Storia pubblica e il “traumatic realism” (Foster), che emerge come a “tendency to redefine experience, individual and historical, in terms of trauma” (Foster). I protagonisti del global novel sono infatti personaggi finzionali dotati di una coerenza e di una intensità tali da rendere per il lettore immediatamente percepibili e urgenti le emergenze contemporanee dell’ecologia o del terrorismo o delle violenze e diseguaglianze di genere che si intrecciano nei plot e modellano di volta in volta i loro destini. E tuttavia, nonostante questa capacità critica e profetica delle opere con cui dialogavo, i giorni del lockdown sono stati per me anche giorni di delusione nei confronti della letteratura. In quei giorni, un senso oscuro di tradimento mi ha portato spesso a sentire come debole il potere dello storytelling, di cui pure parlo a lungo in queste pagine. A poco a poco, ho capito però che dietro il tradimento si celava un’emozione più complessa. Come molti, in quel periodo, avevo paura di allontanarmi dalla realtà, di svincolarmi da essa, di abbandonarmi alla scoperta di un mondo finzionale. Magari un mondo narrativo non meno arduo e terribile di quello reale, ma alternativo ad esso. Interrogandomi su questa mia ansia, ho capito che – come molti insonni di quella lunga fase di isolamento &#8211; non potevo permettermi di perdere di vista il mondo circostante.  Sentendomi assediata da un senso imminente e diffuso di pericolo, mi legavo strettamente alla realtà perché avevo paura di perderla, di perdere cioè la mia capacità di decifrarla nel momento in cui essa si era fatta, all’improvviso &#8211; una fredda domenica di fine febbraio (all’annuncio sui media di una presenza incontestabile del contagio in Italia) &#8211; talmente spaventosa da diventare effettivamente imprevista, insondabile, incomprensibile. Questa mia ansia era appunto il trauma (o meglio, uno dei suoi tanti sintomi).<br />
Come sottolinea Laplanche, il trauma psichico invera il suo significato etimologico di ‘ferita’ in due tempi: prima l’io vive l’“implantation of something coming from outside” e solo dopo si avvia “the internal reviviscence of this memory” (Laplanche). L’evento traumatico – sottolinea Caruth – “is its future” (Caruth): si costituisce e si struttura progressivamente nel momento in cui il tessuto circostante della vita psichica e sociale non può metabolizzarlo e integrarlo nel proprio funzionamento preesistente. La sigla Post Traumatic Stress Disorder (PTSD), coniata da The American Psychiatric Association nel 1980, sottolinea ulteriormente questo nucleo di temporalità postuma e slogata che è il motore del trauma. Prende forma quindi uno scenario all’interno del quale il trauma ritorna continuamente come “deferred action” (Freud): fantasma, spettro, sopravvivenza assillante che orienta i passaggi successivi di un’esistenza o di una comunità sulla traccia nascosta dell’evento originario, spingendola a rivivere costantemente su di sé o sugli altri innumerevoli sintomi e varianti di quella paura, impotenza, coercizione, disorientamento. In modo analogo, come vedremo nella quarta parte di questo mio saggio, anche le scritture che &#8211; come la quadrilogia di Ferrante &#8211; mettono in scena il trauma mimano sul piano formale i funzionamenti del trauma, modellando analoghe strutture labirintiche e slogate (Nadal-Calvo).<br />
Ed è quindi dal trauma che voglio partire. Rivedere quanto avevo già scritto in questo saggio dalla prospettiva della nuova era storica che il coronavirus ha portato ad emersione significa avere la consapevolezza che non sto solo scrivendo sul trauma ma sto scrivendo dall’interno di un trauma, privato e collettivo. Questa cornice del trauma sta ridefinendo infatti sotto i nostri occhi, nelle ore e nei giorni che passano, le categorie storiche e i concetti che discuto in questo saggio. È importante quindi cercare di focalizzare in questa prima parte introduttiva la metamorfosi in atto intorno alla categoria di globalizzazione, in particolare. Come infinite rifrazioni sempre identiche e tuttavia variate nella quantità e nella qualità, abbiamo visto molte nazioni ripetere gli stessi errori, ispirare nei propri cittadini analoghe rimozioni e dissociazioni dalla realtà, lamentare le stesse carenze di personale medico e strumenti primari di cura. Questo fenomeno cumulativo assomma in sé tanti passaggi dell’epidemia e della sua diffusione, resi traumatici non tanto o non solo dalla gravità dell’evento originario, ma anche e soprattutto dal fatto che come ha sottolineato Arundhati Roy, le conseguenze concrete del trauma si ingigantiscono nel momento in cui le nostre menti si rifutano di “acknowledge the rupture”. Ma – continua Arundathi Roy – “the rupture exists” (Roy). Sarebbe banale dire che la “rupture” del trauma svela lati oscuri della globalizzazione, finora non rilevabili. Al contrario, il trauma svela un trauma retrostante e antecedente. Il trauma del trauma è scoprire che le società globalizzate possono diffondere un virus a velocità inusitata. Il virus si è potuto tramutare in pandemia e ha potuto causare così tante morti  perché la classe politica e l’immaginario collettivo globale sono stai incapaci di comprendere il trauma essenziale della globalizzazione: il suo costituirsi – con una intensità mai sperimentata prima nella storia umana &#8211; come rete e meccanismo di interdipendenza geopolitica che lega non solo i destini di individui lontani e diversi tra loro ma anche l’umano e il non umano (il paziente zero di Wuhan e il pipistrello, per esempio), tutti i viventi e l’ambiente. Il trauma del trauma è fare i conti con il fatto che le società globalizzate neoliberiste aumentano le riserve degli istituti bancari erodendo inversamente le riserve del welfare e dunque anche della sanità pubblica, in molte nazioni impreparata quindi a gestire l’evento (Hartford). Il trauma del trauma è scoprire che il fondamento delle società globalizzate neoliberiste è la delocalizzazione della produzione di qualunque tipo di prodotti. Da un giorno all’altro (e tuttavia di nazione in nazione in tempi diversi, a seconda del calendario della pandemia), il trauma invisibile della globalizzazione si è incarnato quindi nella vulnerabilità globale più diffusa e tangibile di questa emergenza: quella di essere privati non tanto di un baluardo della tecnologia e della scienza (un vaccino o un farmaco immediatamente risolutivi) ma  degli strumenti sanitari più elementari per combattere il virus, quelli che qualunque modernità preglobalizzata avrebbe garantito. Mascherine, disinfettanti, reagenti chimici per l’analisi dei tamponi (Ramonet).</p>
<p>(de Rogatis, Tiziana. &#8220;Global Perspectives, Trauma, and the Global Novel: Ferrante’s Poetics between Storytelling, Uncanny Realism, and Dissolving Margins.&#8221; MLN 136:1 (2021), 6-9. © 2021 Johns Hopkins University Press.  Reprinted with permission of Johns Hopkins University Press.)</p>
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		<title>Dentro o fuori</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2021/04/21/dentro-o-fuori/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[helena janeczek]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 21 Apr 2021 06:10:47 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[Daniele Muriano]]></category>
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		<category><![CDATA[letteratura italiana comtemporanea]]></category>
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					<description><![CDATA[di <strong>Daniele Muriano</strong><br />Un uomo faticava a sollevarsi dal letto. Un amico gli suggerì di dimenticarsi la stanza, la finestra, anche il letto – tutti gli oggetti che si trovavano lì intorno.]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Daniele Muriano</strong><br />
<img loading="lazy" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/04/rene-magritte-decalcomanie-800x800-1-198x300.jpg" alt="" width="198" height="300" class="alignleft size-medium wp-image-89864" /> Un uomo faticava a sollevarsi dal letto. Un amico gli suggerì di dimenticarsi la stanza, la finestra, anche il letto – tutti gli oggetti che si trovavano lì intorno. Lui, secondo l&#8217;amico, doveva concentrarsi sullo stomaco, sul polmone sinistro e quello destro e, in generale, doveva accogliere la possibilità che la vita si svolgesse puramente dentro quel corpo. In che senso, aveva chiesto lui, più e più volte. L&#8217;amico aveva detto: non pensare, e lui aveva sorriso come per dire <em>okay</em>.<span id="more-89863"></span><br />
Si trovò quindi nella stanza, ma non nella stanza e, se mai avesse scorto un uomo oltre il vetro, lo avrebbe cancellato di mente assieme alla finestra già fosforescente, prossima a disintegrarsi nello scoppio di un ordigno nucleare (così immaginava, o si giustificava la sparizione dell&#8217;esteriorità, bum, gridava tra sé e si dimenticava, come prescritto, ogni incantamento per cadere nella nuda realtà intracorporea).Dopo aver disintegrato tutto, rimase come sospeso nel vuoto, finché persino l&#8217;epidermide non era più con lui e finalmente il tale poté essere sé stesso, cuore, polmoni, vene e altre sudicie strutture sempre più interne; guidato dal diktat dell&#8217;amico si sentì sprofondare in una realtà di cellule, e ancora, sempre più giù, diretto nella tana dell&#8217;infinitamente piccolo dove forse avrebbe trovato pace, ma non accadde. Improvvisamente si trovò all&#8217;in piedi. Si era in effetti issato giù dal morbido e contemplava il letto (esistente) con la sua forma sicuramente tiepida ricopiata contro il materasso, ed esisteva di nuovo il telaio della finestra ma non il vetro (che arrivò un attimo dopo, come ricomponendosi) e finalmente giunse all&#8217;affaccio il cosiddetto mondo. L&#8217;uomo telefonò all&#8217;amico, che si complimentò per l&#8217;esito fortunatissimo, e una volta chiarito a sé stesso che era in grado di alzarsi di lì a soli colpi d&#8217;immaginazione cominciò a guarire, lentamente, e di nuovo la voce riprese tono, e il corpo riprese tono, e la musica della vita anche, ma, a conti fatti, rimaneva un dilemma: dentro oppure fuori. Anche dopo aver ricominciato a lavorare nell&#8217;ufficio degli oggetti smarriti, il problema era là sul tavolo, come uno dei tanti oggetti: dentro o fuori. Persino nelle giornate di sole, per non parlare di quando pioveva a dirotto, lui si doveva interrogare sul dentro o fuori. Anche di notte, quando metteva sul cuscino la testa e si sentiva un vecchio peluche messo a dormire da un gigantesco uomo inesistente, doveva interrogarsi. «Dentro o fuori» era un compagno trigemellare, per via delle tre parole, che lui considerava nelle sue scampagnate, quando il fuori, le montagne o il piatto di certi orizzonti arrivavano a stupirlo per quanto rappresentassero efficacemente il &#8220;dentro e fuori&#8221;, perché si emozionava guardando e contemporaneamente si trovava lì fuori, nel mondo, presente a sé stesso: dentro o fuori non aveva più senso, eppure continuava in modo irreparabile ad avere una certa forza di persuasione. Telefonò all&#8217;amico e pose la domanda. L&#8217;amico, che non aveva tempo o forse non giudicò davvero importante la questione in base al tono un pochino divertito dell&#8217;altro, disse che non era un vero problema, ma bisognava concentrarsi con tutte le energie sui veri patimenti che rodevano la vita dall&#8217;interno: la crisi politica in atto, disse; tu pensa solo alla crisi politica&#8230; L&#8217;uomo che era stato depresso perse l&#8217;orientamento e fu, per un istante, dentro la crisi politica, e subito dopo fuori la crisi politica senza capire dove sarebbe stato veramente vivo. La vita era dentro, la vita era fuori? Si ritrovò nella crisi politica e discusse animatamente, fra sé e sé, della fastidiosa o annosa o scoglionata idea alla base della crisi politica. Poi volle discuterne fuori. Al bar. In ufficio. Con chi gli capitava a tiro. Il problema non era più lo stesso, dentro o fuori. Ma rimaneva comunque lo sconcerto. L&#8217;amico gli aveva incasinato la vita. Si rimise a letto con l&#8217;idea di rimanerci per un anno, o magari anche due – almeno fino al termine della crisi politica in atto, così, quando finalmente ne sarebbe uscito, avrebbe potuto serenamente impegnarsi a risolvere il vecchio quesito, dentro oppure fuori. Ma l&#8217;amico suonò alla porta. Ai rintocchi abbastanza sgradevoli, come di campane, ma erano le sue nocche, si aggiunsero una specie di velenosi sussurri: ti prego, ti prego&#8230; L&#8217;altro era fuori, lui non capiva e non usciva dal suo letto. Poi l&#8217;amico scomparve. L&#8217;amico, o chiunque altro, direbbe che il malato ha scelto il dentro. Se la questione veramente importasse. In realtà anche per l&#8217;amico, come per chiunque altro, il fuori è semplicemente un dentro rivestito con una patina di estraneità, un dentro sicuramente più esotico. Vecchia questione.</p>
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		<title>Un selvaggio che sa diventare uomo</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2021/03/23/un-selvaggio-che-sa-diventare-uomo/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[helena janeczek]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 23 Mar 2021 13:00:58 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[moysikh!]]></category>
		<category><![CDATA['Ndrangheta]]></category>
		<category><![CDATA[Calabria]]></category>
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		<category><![CDATA[letteratura italiana]]></category>
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					<description><![CDATA[di Domenico Talia Mico, Leo e Dominic Arcàdi, la storia di tre uomini. Tre vite difficili. Una vicenda che intreccia i rapporti di tre generazioni di meridionali, di italiani, nel Novecento. Il nonno, il padre e il figlio, tutti uomini di un Sud che cambia in tanti aspetti e in tanti altri resta uguale. Il [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Domenico Talia</strong></p>
<p><img loading="lazy" class="alignleft size-full wp-image-88705" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/03/download-4.jpeg" alt="" width="222" height="227" />Mico, Leo e Dominic Arcàdi, la storia di tre uomini. Tre vite difficili. Una vicenda che intreccia i rapporti di tre generazioni di meridionali, di italiani, nel Novecento. Il nonno, il padre e il figlio, tutti uomini di un Sud che cambia in tanti aspetti e in tanti altri resta uguale. Il protagonista principale è Leo, un ragazzo che subisce lo scherno dei suoi coetanei, è vittima dell’incapacità educativa del suo maestro e finisce per passare le sue giornate nella campagna di Santa Venere, lontano dal paese. Separato dalla vita civile diventa un ‘<em>selvaggio</em>’ e cade nella trappola della ‘ndrangheta e delle sue leggi spietate. Intorno alla figura di Leo si sviluppa <em>Il selvaggio di Santa Venere</em>, un romanzo nel quale Saverio Strati ha innestato tratti antropologici e storici che abbracciano un intero secolo. Il romanzo pubblicato nel 1977 da Mondadori vinse il Premio Campiello.<span id="more-88704"></span> Adesso lo ha ristampato <a href="https://www.store.rubbettinoeditore.it/il-selvaggio-di-santa-venere.html">l’editore Rubbettino</a> con una illuminante prefazione di Walter Pedullà, un grande vecchio della critica letteraria italiana che di Strati è stato giovane compagno di università a Messina e poi amico per tutta la vita.</p>
<p>Il romanzo è costruito intorno alla formazione civile di un giovane contadino calabrese che conosce a sue spese il mondo arcaico e violento della ‘ndrangheta e fa di tutto per allontanarsene. È uno tra i primi romanzi a narrare la vita dei malandrini, il loro linguaggio, le loro ritualità, l’equivoco senso dell’onore. Come purtroppo accade anche ancora oggi, per dirla con le parole di Pedullà, Leo diventa ‘ndranghetista anche <em>«per desiderio di stima e di rispetto … [perché] soffre di essere trascurato e isolato, umiliato e offeso dall’indifferenza altrui.</em>» Per l’insieme dei temi affrontati siamo di fronte a uno tra i più forti e profondi romanzi di Strati, che di fatto è anche uno strumento di interpretazione storica della realtà meridionale tramite le voci dei suoi tre personaggi. Protagonisti legati tra loro come raccontano bene le parole di Dominic quando si riferisce a suo padre Leo: <em>«Lui aveva succhiato il sapere che sapeva da suo padre, mi spiegava,  e io succhiavo il sapere che era sapere di suo padre e suo insieme. Sotto sotto, a rifletterci bene, io non ero uno, ma tre: nonno, padre e figlio, ero.»</em></p>
<p><em>Il selvaggio di Santa Venere</em> ha avuto una gestazione durata più di due decenni. Il romanzo è la rielaborazione, scritta in due anni e passata attraverso sei versioni, di un breve racconto di quindici pagine che Strati aveva scritto negli anni Cinquanta e a cui aveva dato il titolo Leo. In una intervista, rilasciata in occasione della prima pubblicazione del libro, Strati ha dichiarato: <em>«La prima idea risale al 1952: ero studente a Messina, e buttavo già ogni mio spunto narrativo su di un quaderno, alla rinfusa. In quelle pagine ho riscoperto la prima stesura di La Marchesina (del 1956) e l’abbozzo del Selvaggio.</em>» Dal breve racconto del 1952 al romanzo vincitore del Super Campiello nel 1977 e adesso, dopo quarant’anni, alla nuova uscita con Rubbettino che sta ripubblicando i libri di Strati per offrirli ai suoi estimatori e a nuovi lettori. Una nuova edizione che rimette in circolo un romanzo che scava nella realtà della Calabria e del Sud attraverso le vicende di tre generazioni di meridionali. Per farlo, il romanzo percorre l’evoluzione del mondo del Novecento e della cultura del Meridione descrivendo le logiche e i meccanismi di adesione alla ‘ndrangheta, le sue lusinghe e le sue atrocità, i suoi riti e i delitti.<br />
<img loading="lazy" class="aligncenter size-medium wp-image-88706" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/03/unnamed-300x226.jpg" alt="" width="300" height="226" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/03/unnamed-300x226.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/03/unnamed-250x188.jpg 250w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/03/unnamed-200x151.jpg 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/03/unnamed-160x121.jpg 160w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/03/unnamed-400x300.jpg 400w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/03/unnamed.jpg 512w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /></p>
<p>La terra nel racconto di Strati è quasi una maledizione che lega i contadini a una realtà dura e violenta. Lavorare la terra sembra l’unica possibilità per sopravvivere in un mondo antico e arretrato che l’autore de “<em>Il Selvaggio</em>” contrappone alla modernità e alla vita civile sperimentata da chi ha viaggiato e ha visto il mondo. Il cambiamento generazionale e di coscienza civile descritta tramite i principali protagonisti è emblematica della natura profonda della narrazione dello scrittore di Sant’Agata del Bianco. Il figlio di contadini Dominic diventa insieme operaio e intellettuale critico sia del mondo primitivo e selvaggio di suo nonno Don Mico e di suo padre Leo, sia della nuova società industriale a cui lui fornisce mente e braccia. Ma Dominic sa anche che quella società gli ha permesso di costruirsi una coscienza sociale e politica che lo spinge a intravvedere come un nuovo Sud basato su una agricoltura moderna e industriale possa rappresentare l’alternativa al potere politico mafioso costruito sull’arretratezza e sul clientelismo.</p>
<p>La struttura temporale del racconto si fonda su elementi ciclici ma è soprattutto strutturata su un tempo stratificato con andate e ritorni. Sovrapposizione di epoche, fatti, consapevolezze e paralleli tra padri e figli nel racconto di Strati si susseguono con salti narrativi che costringono chi legge a fare i confronti tra le diverse generazioni, tra i loro modi di pensare, tra genitori e figli che nel romanzo di Strati sono in perenne contrasto. Sostenuti da radici millenarie ma proiettati sempre verso il nuovo. Anche il linguaggio usato sembra riflettere queste visioni: a volte duro e crudo quello usato dall’autore. L’uso dei termini dialettali, quelli che vengono dalla lingua di Omero, serve all’autore per descrivere in maniera più efficace e profonda la realtà che narra, in particolare quando racconta il sapere contadino o i rituali della ‘ndrangheta. Allo stesso tempo, come spiega Pedullà nella prefazione, Strati per poter farsi capire da tutti si era impossessato del migliore italiano per raccontare un mondo difficile usando con padronanza la lingua nazionale <em>«in un romanzo che non ha peli sulla lingua e che si è fornito un lingua capace di dire tutto, il reale, l’immaginario, e l’auspicabile.»</em></p>
<p>L’importanza dell’uso del linguaggio è ribadita non soltanto nella forma narrativa di Strati, ma anche nei contenuti stessi del romanzo. Leo è costretto a lasciare la scuola e viene avviato dal padre al duro lavoro di contadino anche per le sue difficoltà di maneggiare le parole. Leo diventa il “selvaggio di Santa Venere” perché nessuno sostiene le sue debolezze.<em> «Perché s’era lasciato affibbiare e incantare dall’ndrina?»</em>, gli chiede il figlio Dominic e lui risponde <em>«Mah, così! Per la solitudine, per l’ignoranza e anche per le circostanze del destino.</em>» Quando Leo viaggia e conosce altre realtà, consuetudini e luoghi differenti, riesce ad allontanarsi dal crimine anche perché acquista esperienze, nuove conoscenze, un nuovo linguaggio. Questa sua nuova coscienza contribuisce a rendere migliore anche suo figlio. Le generazioni degli Arcàdi narrate da Strati sono fatte da uomini che lasciano il loro Sud spinti dal bisogno. Uomini che vivono la necessità di cercare luoghi nuovi dove avere vite dignitose ma dove non riescono a liberarsi dalla pena dello sradicamento. Persone che vivono con la ragione i mondi che li ospitano, ma che il cuore tiene fortemente legati ai loro luoghi originari.</p>
<p>La coscienza del danno e dell’impatto pernicioso della criminalità è cambiata molto rispetto agli anni in cui Strati ha scritto il romanzo. Tuttavia, anche in un periodo in cui sono molti i libri che parlano di ‘ndrangheta, rileggendo il libro di Strati si avverte una narrazione in cui la presenza della criminalità è evidente e condizionante, ma la sua descrizione non è mai strumentale. La ‘ndrangheta è narrata come un elemento negativo e opprimente, ma non come unico stereotipato male. È incarnazione di violenza e potere in uomini che cercano con mezzi brutali di conquistare denaro e comando anche legandosi alla borghesia famelica e alla politica corrotta. Queste ultime incarnano forme moderne di corruttori delle coscienze e di profittatori dei beni pubblici alimentati anche da collusioni opache che, in forma non molto diversa, anche Dominic nel ‘<em>Selvaggio</em>’ di Strati aveva avvertito e rifiutato in quanto nemici della sua terra e del suo progresso, anche nel senso ideale che a quest’ultimo termine aveva dato Pier Paolo Pasolini.</p>
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		<title>Soglie/ Le gemelle della Valle dei Molini</title>
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		<dc:creator><![CDATA[helena janeczek]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 15 Mar 2021 07:18:40 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[inediti]]></category>
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					<description><![CDATA[di Antonella Bragagna La più felice di tutte le vite è una solitudine affollata (Voltaire) Isabella Salerno è una mia vicina di casa, apre la porta e mi fa passare. Tiene al suo aspetto, per incontrarmi si veste e si trucca, si accomoda i capelli. Sente forte il suo ruolo, è testimone di cose che [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Antonella Bragagna</strong></p>
<p><em>La più felice di tutte le vite è una solitudine affollata</em><br />
(Voltaire)</p>
<p><img loading="lazy" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/03/Ballo-a-Cei-300x237.jpg" alt="" class="alignleft size-medium wp-image-88691" width="300" height="237" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/03/Ballo-a-Cei-300x237.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/03/Ballo-a-Cei-768x606.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/03/Ballo-a-Cei-1024x808.jpg 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/03/Ballo-a-Cei-250x197.jpg 250w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/03/Ballo-a-Cei-200x158.jpg 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/03/Ballo-a-Cei-160x126.jpg 160w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/03/Ballo-a-Cei.jpg 1898w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /></p>
<p>Isabella Salerno è una mia vicina di casa, apre la porta e mi fa passare. Tiene al suo aspetto, per incontrarmi si veste e si trucca, si accomoda i capelli. Sente forte il suo ruolo, è testimone di cose che ancora si respirano, polveri invisibili sull’arredo intarsiato e sui giochi di altri tempi, le boccette del profumo e la tappezzeria. I colori degli ambienti sono tenui, e i pavimenti tirati a cera formano cornici e geometrie. Cristalli, lampadari preziosi. Candelieri. Il pianoforte a coda primeggia nel luminoso salone dalle porte profilate, affacci che introducono ad altri vani e alle camere da letto.<span id="more-88690"></span></p>
<p>Lei racconta quell’eredità.<br />
Non è però la voce, a ritornare il tempo. Gli occhi che mi consegnano il ricordo della casa e delle donne della famiglia maritale che abitarono per almeno cinque generazioni in quelle mura, non tengono per sé nulla di non detto, giustificano con franchezza quella certa solitudine che motiva la forza con la quale mi accompagna a scoprire storie che s’infilano l’una nell’altra, come le stanze che comunicano tra loro in quell’antica casa padronale affacciata sulla Valle dell’Adige nella valletta dei Molini.</p>
<p>Occorre attraversarle tutte, stanze e storie, per arrivare apposta al destino delle sorelle Bertagnolli negli anni Venti di un secolo fa. È qui, in verità, che Isabella mi fa entrare.</p>
<p>Dalle cantine salirò a parlare della casa. La casa che respira. Quella che molti dicono avere un’anima. Quelle mura padronali hanno due e più anime, a ben pensare.</p>
<p><img loading="lazy" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/03/2.-La-casa-ai-Molini-300x217.jpg" alt="" class="aligncenter size-medium wp-image-88694" width="300" height="217" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/03/2.-La-casa-ai-Molini-300x217.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/03/2.-La-casa-ai-Molini-768x557.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/03/2.-La-casa-ai-Molini-250x181.jpg 250w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/03/2.-La-casa-ai-Molini-200x145.jpg 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/03/2.-La-casa-ai-Molini-160x116.jpg 160w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/03/2.-La-casa-ai-Molini.jpg 872w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /></p>
<p>I.</p>
<p>Le sorelle Bertagnolli erano quattro, oltre a due fratelli. Si era ai primi del Novecento. Le prime due, gemelle, nessuno le distingueva mai: uguali come gocce d’acqua, anzi una appena con il viso più rotondo e scontornato, ma occorreva osservarle bene per vedere.<br />
Con nomi che suonavano elegante l’uno, popolano l’altro: Alice, Beppina.<br />
Le due, per nient’altro, neppure per indole e carattere, si distinguevano.<br />
Era inutile chiamarle, si giravano entrambe, con un’astuta intesa che confondeva l’interlocutore terzo arrivato. Signorine ben educate, si strizzavano l’occhio, ed erano inopportunamente chiassose, a volte: forti del loro doppio, avrebbero dimezzato i rimproveri.<br />
Avevano 19 anni, la guerra era finita un anno prima, e certo non tralasciavano di consolare quella loro sorella minore di poco, ma più assidua nei sentimenti, che pensava di continuo all’ufficiale partito, Adelina.<br />
Kurz aveva abitato insieme ad altri graduati dell’esercito austroungarico nell’ampio e solido edificio dei contadini, attiguo e collegato alla casa padronale della famiglia, dove invece dimorava, nel lusso del salone e della stanza da letto affrescati, il comandante. Tutti i giorni, puntuali per sentirne strategie e ricevere ordini, questi veniva raggiunto dai sottoposti, occasione per le ragazze di incrociarne qualcuno con gli occhi, e più tardi, nelle pause di servizio, di incontrarsi credendo già di conoscersi, da basso nello spiazzo, o sulla strada che scendeva al Molinét.<br />
Scambiare parole e sorrisi. Confabulare poi fra sorelle e amiche su chi fosse il più interessante e carino, col tempo il più caro. E infine il più amato.</p>
<p>Quando l’esercito aveva smobilitato, lasciando i Molini per prendere a nord e riguadagnare le terre d’Austria in una ritirata affrettata e confusa, l’ufficiale aveva lasciato ad Adelina qualcosa che non poteva, o non voleva, portare con sé: un bauletto pieno di scritti, documenti, e di vetrini impressi con le immagini delle fotografie scattate con una macchina a soffietto su un treppiede che come fotografo ufficiale del comando portava appresso per le frazioni e i sentieri dei boschi della destra Adige: da Nomi a Isera, da Sevignano e Servis, fino a Noarna e Sasso, fissando scorci e paesaggi, persone, angoli.</p>
<p>Ritiratisi i soldati austroungarici nell’autunno del 1918, Kurz era rimasto lì custodito nei suoi dagherrotipi e in quelle stampe.</p>
<p>II.</p>
<p>Le gemelle cinguettavano per casa nella bella stagione arrivata, e finivano col rischiarare per qualche ora la malinconia di Adelina rincorrendosi a quattro mani sulla tastiera del pianoforte, adoperandosi in sonate imparate da un insegnante sacerdote alla Scuola musicale di Rovereto e insegnandole a loro volta a qualche ragazzina di buona famiglia che da Villa e da altri borghi della Vallagarina voleva per buona grazia imparare.<br />
Terminavano il pomeriggio ricamando.<br />
La sera si sfidavano a scacchi, sempre chi fosse la regina, chi il suo re.</p>
<p>III.</p>
<p>6 gennaio 1920, dal Commissariato Civile pel distretto politico di Rovereto al padre Nicolò era appena stata rinnovata la Licenza ad esercitare indipendentemente l’industria di mugnaio.<br />
Con malcelato orgoglio le gemelle s’intrufolarono in quel molino dove era loro proibito entrare perché i macchinari in moto erano pericolosi, il rumore assordante, l’aria satura di pula.<br />
L’acqua deviava per canali e doccioni a ricadere impetuosa e pesante sulle pale a cassetta. La ruota girava, l’ingranaggio girava, la lanterna ruotava a muovere le macine che pestavano giorno e notte, tic tac tac tac.<br />
Moltiplicato per cento, l’orologio della valle segnava il tempo.</p>
<p>Nella Val dei Molini c’erano pile per l’orzo, al primo molino frumento e farina bianca. Al molino di sopra granturco da masnar el zaldo. Segale al Molinét, e grano saraceno: a ciascuno la sua granaglia. Attività. Un gran fervore.</p>
<p>IV.</p>
<p>Non solo mugnai e proprietari di tre degli undici molini che pescavano lungo il torrente Cavazzin ai Molini di Nogaredo, i Bertagnolli erano facoltosi possidenti di molti fondi e pertinenze. Possedevano pascoli, boschi e frutteti, vitigni. Una distilleria. Persino il solido maso che era stato anticamente dei nobili Lodron, a Bellaria di Cei.<br />
Il padre di Alice e Beppina lo aveva comprato per andare a caccia e riposarsi, una volta finita la fatica venatoria, banchettando con i suoi amici. Originario della Val di Non e di modesta estrazione, Nicolò era stato fortunatamente adottato come figlio dallo zio Nicola, sposo in seconde nozze di una nobile vedova roveretana, Teresa de Zambotti, per tutti la Signora.<br />
Sposando lei, dunque, ad inizio Ottocento i Bertagnolli si erano accasati in Vallagarina  e ora si occupavano di amministrare le loro sostanze e far fruttare i loro beni, riuscendoci con capacità e lunghe vedute.<br />
Quel maso a Cei, ultima costruzione passato il lago sulla strada che veniva da Rovereto per Castellano, era il primo ad attirare l’attenzione di chi invece arrivava dalla Val d’Adige risalendo la carreggiata che saliva da Aldeno, sul versante opposto. Detto la Ca’ Vecia, non lo si poteva che notare, nella splendida tenuta boscosa, per la sua possente e compatta struttura, l’intonaco bianco a spruzzo, fiori ovunque, rigogliosi sotto ogni finestra dagli accesi scuri verdi. E prati, intorno, suggestivi per le ragazze a farsi ritrarre da un pittore al suo lavoro, tela e cavalletto. O comodi e ampi per le danze, al suono di un grammofono portato nella bella stagione.<br />
Infatti già dalla tarda primavera numerosi ospiti raggiungevano le sorelle per le feste campagnole e i balli. Alice e Beppina indossavano begli abiti e si muovevano riparate da un ombrellino da sole. Altri si stringevano a chiacchierare, a dirsi come fosse bella la vita. La giovinezza.</p>
<p>V.</p>
<p>Non erano vanitose le ragazze, anzi. Educate alle arti e alla conoscenza delle lingue per merito delle lezioni del professor Giovanni Zambotti, erano state abituate dalla madre a mescolarsi in certe mansioni ai mezzadri, così da poter capire il valore del lavoro e della fatica.<br />
Le gemelle terminavano le molte giornate salendo per la via strova, detta così per l’ombra che rovi e cespugli stendevano lungo il pendio che dai Molini portava ripidissimo fino a Pedersano. Poi ridiscendevano la strada fino al Molino dei Picadi, e da lì si arrampicavano ancora su, lungo il torrente Cavazzin, per arrivare alla  Cava Preera con la sua pietra forte e rossa.<br />
Mai stanche.<br />
Altre volte si nascondevano nell’incavo di roccia, lo stol, di fianco alla cascata del Rio Rizoi che alimentava il terzo dei loro molini. Uno splendido roseto copriva l’ingresso della grotta e profumava il segreto di quel ritrovo.</p>
<p><img loading="lazy" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/03/4.-Bertagnolli-e-soldati-300x192.jpg" alt="" class="aligncenter size-medium wp-image-88701" width="300" height="192" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/03/4.-Bertagnolli-e-soldati-300x192.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/03/4.-Bertagnolli-e-soldati-768x493.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/03/4.-Bertagnolli-e-soldati-1024x657.jpg 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/03/4.-Bertagnolli-e-soldati-250x160.jpg 250w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/03/4.-Bertagnolli-e-soldati-200x128.jpg 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/03/4.-Bertagnolli-e-soldati-160x103.jpg 160w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/03/4.-Bertagnolli-e-soldati.jpg 1040w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /></p>
<p>VI.</p>
<p>Forse il dottor Scrinzi, medico condotto di Villalagarina, incontrò per caso a Trento quel suo amico di studi adesso impegnato in uno dei tre ospedali militari zeppi di feriti, ammalati, morenti.<br />
Forse allora si sentì dire dal dottor Pergher che non riusciva a seguirli bene, quei soldati, perché dal primo del mese &#8211; ed era novembre del 1918 &#8211; aveva assunto il servizio di medico comunale per la parrocchia di Santa Maria ed aveva molto lavoro in città per la clientela privata, data l’assenza dalla città di molti medici e l’imperversare dell’epidemia di febbre spagnola…<br />
Ecco, era così che da quasi un anno quella sorta di “peste” imperversava.</p>
<p>Stava falcidiando a migliaia gli abitanti del Trentino, oggi si crede siano stati diecimila a morirne. Nel mondo un miliardo di persone l’aveva contratta.<br />
Le vittime vengono stimate dai 40 ai 100 milioni, saperlo con esattezza è però impossibile.<br />
La pandemia non proveniva dalla Spagna, ma dal Texas e, a partire dalla primavera del ’18, venne importata in Europa dai soldati americani coinvolti in guerra.</p>
<p>Al termine della Grande guerra, nell’affanno del rientro in Trentino delle migliaia di profughi civili, dei soldati di ritorno e di altri in ritirata, dei prigionieri di ogni nazione da rimandare in patria e nella babele delle lingue, nella devastazione in cui era stata ridotta ogni cosa &#8211; strade, case, campi &#8211; fra le la malattie e gli stenti, i lutti e la sofferenza di tutti, le autorità avevano taciuto il dilagare dell’epidemia per non abbattere la popolazione troppo provata.<br />
I morti, quelli registrati &#8211; perché altri non si arrivava nemmeno ad annotarli &#8211; vennero segnati come morti per bronchite, polmonite fulminante, Grippe &#8211; cioè influenza. Peste polmonare.</p>
<p>VII.<br />
Ogni anno i Bertagnolli ospitavano un calzolaio, un seggiolaio a rifare le sedie e una sarta chiamata a cucire vestiti e accomodare accessori per tutti. Uno alla volta i componenti del nucleo patriarcale scendevano nei locali più bassi della casa, sotterranei adibiti a magazzino e laboratorio, a prendere misure, tastare stoffe, posare, provare e riprovare. Le sarte arrivavano da Trento o Rovereto, raccomandate da qualche ottima sartoria e dal loro arrivo alla partenza si fermavano in quella casa anche un mese intero, diventando parte integrante della famiglia.<br />
Adelina e le sorelle si sbizzarrivano, raffinatissime nel gusto. I loro abiti erano preziosi per i ricami, le cascate di bottoncini a ornamento lungo le maniche. Avevano nastri, riprese sui fianchi, finiture di pizzo.<br />
Le ragazze portavano fiocchi sul capo. Alice un cerchietto a contornarle la fronte. Beppina amava i cappelli a larga tesa, le stavano splendidamente.</p>
<p>Erano gli anni Venti, ed erano i loro vent’anni. Tutto era morbido. Luce. Consentiti, erano d’obbligo i sogni.</p>
<p>VIII.<br />
Spesso le ragazze e lei, mamma Elda, avevano ricevuto posta. Ora Elda sfogliava le lettere di Giovanni, il maggiore dei suoi figli, chiamato in guerra in Galizia. Rileggeva poi quelle inviate nel ’15 da suo fratello Giulio, meglio, cartoline militari con qualche notizia dal fronte; e lei poi gli avrebbe scritto del patimento dei loro conoscenti che dovevano per forza lasciare Rovereto, profughi civili per Lienz o altri posti dell’Impero. Tempi duri, faticosi, pieni di preoccupazione, di pensieri.</p>
<p>A volte invece erano cartoline del tempo di pace, quello prima e quello dopo; da Arco e da Riva: qualche amica, o le cugine che inviavano un ricordo della gita sul lago in un giorno di sole. Un giro a Verona. La vita ripresa.</p>
<p>Arrivava di tanto in tanto qualche altro scritto, era qualcuno emigrato in America negli ultimi anni del secolo prima e ai primi di questo’900: in molti, anche dalle valli intorno, non avevano potuto fare altro che partire per una felice e facile promessa, sempre meglio del niente.<br />
La memoria attraversava l’oceano cavalcandolo, con buone e cattive nuove.</p>
<p>IX.<br />
Batté la campana, erano le sei e mezzo di sera, il 10 febbraio 1921.<br />
Alice se ne accorse. Da giorni l’avevano confinata nella camera al piano di sopra con la scusa di un banale raffreddore, ma quante volte l’aveva avuto, non comprendeva come sua madre la facesse così difficile, ma soprattutto perché  Beppina non venisse a trovarla. Sua sorella dormiva al piano di sotto.<br />
Perché non saliva a raccontarle dei cugini, degli altri ragazzi figli dei molinari, delle amiche, del fabbro Franzele che lavorava al molino Mittempergher, quello più in basso nella valletta?<br />
A dirle di chi passava davanti all’edicola di san Giovanni nell’andare a lavorare vigne e campi, e magari a sera raggiungere la birreria sulla terrazza del Casteletto: lo chiamavano così l’agglomerato di più costruzioni per la molinatura eretto un pezzo per volta più su, a pochi minuti dalla loro stessa casa.</p>
<p>Alice voleva che qualcuno le portasse un po’ di quel pane fragrante dal profumo irresistibile appena sfornato nella Fabbrica del pane, l’antico edificio quasi all’imbocco della val dei Molini, un tempo filatoio, poi tintoria ed ora forno e bottega. Pane buono, pane della loro farina.</p>
<p>Sua sorella le avrebbe parlato delle donne alla fontana, loro due spesso le raggiungevano a far la liscia, e che bel gelo poi, a immergere le braccia nell’acqua d’estate!<br />
Oppure la gemella avrebbe imitato i due nuovi affittuari emiliani arrivati da poco al molino Baldessarini, il Graziano e la Dorina, così foresti, così strani e buffi per quella loro parlata cantilenata quando aprivano bocca.<br />
Insomma.<br />
***</p>
<p><img loading="lazy" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/03/3.-Famiglia-Bertagnolli-Nicolò-Elda-Anno-di-guerra-1914-300x203.jpg" alt="" class="aligncenter size-medium wp-image-88696" width="300" height="203" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/03/3.-Famiglia-Bertagnolli-Nicolò-Elda-Anno-di-guerra-1914-300x203.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/03/3.-Famiglia-Bertagnolli-Nicolò-Elda-Anno-di-guerra-1914-768x521.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/03/3.-Famiglia-Bertagnolli-Nicolò-Elda-Anno-di-guerra-1914-1024x694.jpg 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/03/3.-Famiglia-Bertagnolli-Nicolò-Elda-Anno-di-guerra-1914-250x169.jpg 250w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/03/3.-Famiglia-Bertagnolli-Nicolò-Elda-Anno-di-guerra-1914-200x136.jpg 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/03/3.-Famiglia-Bertagnolli-Nicolò-Elda-Anno-di-guerra-1914-160x108.jpg 160w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/03/3.-Famiglia-Bertagnolli-Nicolò-Elda-Anno-di-guerra-1914.jpg 1102w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /></p>
<p>Gli attimi di un solo moto del respiro strinsero ad Alice i muscoli attorno al cuore, probabile.  E più giù, nel torace, eccone la morsa. Fu un sospetto, un sospetto terribile e straziante che lasciò subito spazio a una feroce convinzione.<br />
Un sapore agro le riempì la bocca, ne fasciò la lingua e giunse fino in fondo alla gola: Alice tracannò dolore in un’ostinazione incredula, che no, non era vero. E poi ancora e solo e altro infinito dolore: quei  rintocchi a morto che salivano dalla vicina chiesa di santa Lucia, erano per Beppina.</p>
<p>Non può più vivere Alice adesso, senza la gemella, spaccata in due, no.<br />
Alla madre urla che anche lei la raggiungerà presto, non ne vede l’ora. Che non era amore a proteggerla quel silenzio che l’aveva tenuta distante: era egoismo, a staccarla dalla sorella. E che la vita era così: avara di vita e piena di morte e lei ne faceva già parte. Mentre Dio era sparito o forestiero, non era dei loro e non faceva ridere.</p>
<p>***<br />
Ma le passerà quel po’ di tosse ingannevole, Alice prenderà ancora il sole nell’estate a venire, udrà inarrestabili gli scrosci dell’acqua sulle pale e il vorticare delle ruote. Sentirà il fragore del torrente, sempre tutti gli uccelli sui rami. Sentirà ancora una volta il profumo delle rose, le loro rose.<br />
Attraverserà l’Adige come faceva un tempo con la gemella, salendo sulla zattera al porto di Chiusole per arrivare a Sant’Ilario e trovare i parenti quando la gioia era gioia.<br />
A Cei il lago continuerà ad essere quieto e bello.</p>
<p>***<br />
Poi in ultimo, di febbre se ne andrà via anche lei, alle soglie dell’inverno il 7 dicembre di quello stesso anno, a ventun’anni.</p>
<p>Neve appena bianco. Il silenzio di tanta gente sovrasta quel giorno ogni altro suono, ai Molini di Nogaredo, giusto per l’Immacolata.</p>
<p><img loading="lazy" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/03/1.-Alice-e-Beppina-scacchi-300x222.jpg" alt="" class="aligncenter size-medium wp-image-88695" width="300" height="222" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/03/1.-Alice-e-Beppina-scacchi-300x222.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/03/1.-Alice-e-Beppina-scacchi-768x567.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/03/1.-Alice-e-Beppina-scacchi-250x185.jpg 250w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/03/1.-Alice-e-Beppina-scacchi-200x148.jpg 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/03/1.-Alice-e-Beppina-scacchi-160x118.jpg 160w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/03/1.-Alice-e-Beppina-scacchi.jpg 877w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /></p>
<p>X.</p>
<p>Con timbro postale VERNON  PA.  NOV 29  10 AM   1922<br />
indirizzata a lei, Elda Bertagnolli, Villa Lagarina Italia, mamma Elda tiene una lettera tra le mani. Arriva dalla Pennsylvania. È di un amico di famiglia che si trova  nella lontana America a guadagnarsi il pane per un domani, scrive.</p>
<p>Belle Vernon Pa. 28 &#8211; 11 &#8211; 922<br />
Signora ricevetti là una lettera, ma sommamente addolorato avendone letto il contenuto. Lei non si potrà mai immaginare il cordoglio che ho provato nel contemplare la sciagura accaduta in sua casa, che sarebbe stata la perdita di due  così belle figlie nell’intervallo di dieci congiunti mesi. Io non so come ai fatto signora, a combattere sì gran dolore, da onde ai estratto tanto coraggio a considerare alla ingrata morte che le ha tolto d’avanti si in breve tempo due angeli di figlie sì una meglio d’ellaltra.<br />
Si vede signora che ella è una di quelle uguali madri dolenti come a quelle che anno perduto i loro figli nella confligazione mondiale, il suo dolore non è meno di quell’altre, ma le dico questo signora, che le lagrime, i codogli, gli spasimi ai morti non le giovano, bisogna far coraggio in tutto in tutti i modi, se non vuol diventare matto, sin uomo come donna.<br />
Chi non crede ai suoi dolori? chi non considera le sue pene? chi non rifletta ai suoi cordogli che certo che le spezzeranno il cuore? pure i bambini credo io, che considerano lo stato dell’anima sua ma…in ciò Signora bisogna rassegnarci alla volontà d’Iddio.<br />
(…)                                                                                    Suo dev.mo Trozzo Carlo</p>
<p><img loading="lazy" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/03/foto-sulla-val-dAdige-da-una-finestra-della-casa-ai-Molini-300x224.jpg" alt="" class="aligncenter size-medium wp-image-88698" width="300" height="224" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/03/foto-sulla-val-dAdige-da-una-finestra-della-casa-ai-Molini-300x224.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/03/foto-sulla-val-dAdige-da-una-finestra-della-casa-ai-Molini-768x575.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/03/foto-sulla-val-dAdige-da-una-finestra-della-casa-ai-Molini-1024x766.jpg 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/03/foto-sulla-val-dAdige-da-una-finestra-della-casa-ai-Molini-250x187.jpg 250w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/03/foto-sulla-val-dAdige-da-una-finestra-della-casa-ai-Molini-200x150.jpg 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/03/foto-sulla-val-dAdige-da-una-finestra-della-casa-ai-Molini-160x120.jpg 160w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/03/foto-sulla-val-dAdige-da-una-finestra-della-casa-ai-Molini-400x300.jpg 400w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /></p>
<p>Ora abito<br />
in quella che è stata<br />
la parte alta<br />
delle alte cantine dei mezzadri,<br />
io frontista della casa padronale.<br />
Adesso ho la storia proprio sotto di me<br />
frazionata in un piano più basso<br />
e in un ultimo, ancora.<br />
Ma la casa si sviluppa inoltre<br />
anche per lungo<br />
e la storia sicuro ha altri piani.<br />
Prosegue<br />
nei grandi stanzoni occupati<br />
dai cavaléri (1) sulle foglie del gelso<br />
posate sopra arèle (2) di legno.<br />
Prosegue<br />
per grandi magazzini<br />
sovrastanti i quattro portici ampi<br />
dove stavano i carri<br />
con le balle del fieno<br />
le cataste di legna<br />
e il letame, discosto,<br />
sulla strada<br />
che pensiamo più comoda adesso<br />
asfaltata, ma nel tempo<br />
ha la stessa pendenza:<br />
era solo più bella, più vera<br />
una volta, a ridosso della primavera.</p>
<p>bachi da seta<br />
graticci a sostegno</p>
<p>(Antonella Bragagna,“Donne come Omero”)</p>
<p><em>Le foto fornite da Antonella Bragagna ritraggono:Un ballo a Cei, La casa dei Molini, La famiglia Bertagnolli e i soldati, La famiglia nell&#8217;anno di guerra 1914, Alice e Beppina che giocano a scacchi.</em></p>
]]></content:encoded>
					
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			</item>
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		<title>F come Frankenstein Filibustiere</title>
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		<dc:creator><![CDATA[helena janeczek]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 31 Oct 2020 07:34:38 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[Frankenstein]]></category>
		<category><![CDATA[halloween]]></category>
		<category><![CDATA[letteratura italiana comtemporanea]]></category>
		<category><![CDATA[mario schiavone]]></category>
		<category><![CDATA[racconti inediti]]></category>
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					<description><![CDATA[Un racconto di Mario Schiavone Ettore Filibustiere, a dispetto del suo cognome, non era un uomo molto sveglio. Questa sua forma di pigrizia mentale gli aveva fatto perdere il lavoro presso la farmacia di paese, dove era stato assunto come aiuto-magazziniere. Proprio nello stesso piccolo negozio in cui dopo alcuni anni di (poco) onorato lavoro [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Un racconto di <strong>Mario Schiavone</strong><br />
<img loading="lazy" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/10/1369f3bf8b1421f34ed8bdc38c721a51-225x300.jpg" alt="" width="225" height="300" class="alignleft size-medium wp-image-86756" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/10/1369f3bf8b1421f34ed8bdc38c721a51-225x300.jpg 225w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/10/1369f3bf8b1421f34ed8bdc38c721a51-250x333.jpg 250w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/10/1369f3bf8b1421f34ed8bdc38c721a51-200x267.jpg 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/10/1369f3bf8b1421f34ed8bdc38c721a51-160x213.jpg 160w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/10/1369f3bf8b1421f34ed8bdc38c721a51.jpg 675w" sizes="(max-width: 225px) 100vw, 225px" /> Ettore Filibustiere, a dispetto del suo cognome, non era un uomo molto sveglio. Questa sua forma di pigrizia mentale gli aveva fatto perdere il lavoro presso la farmacia di paese, dove era stato assunto come aiuto-magazziniere. Proprio nello stesso piccolo negozio in cui dopo alcuni anni di (poco) onorato lavoro avevano assunto un giovane dalle braccia più veloci delle sue. Un operaio capace di essere anche più puntuale sul lavoro ben prima del momento in cui bisognava timbrare il cartellino e dare inizio alla giornata di lavoro. Eppure lui, Ettore, ogni giorno si alzava dal letto; per fare la sua parte. Guardandosi allo specchio diceva a se stesso frasi a effetto sentite dalla bocca del prete di paese. Parole che suonavano più o meno così:<br />
-Devo trovare il mio posto nel mondo. <span id="more-86600"></span><br />
Ettore quelle parole le aveva sentite dal prete, ma non erano del tutto parole nate  e pronunciate solo in chiesa. Don Remigio, prima di dirle durante una messa,  le aveva sentite uscire dal televisore di casa sua, osservando con attenzione lo schermo che ritraeva un imbonitore televisivo invitato a parlare in un talk-show.<br />
Ettore aveva una famiglia composta dalla moglie Silvana, dal figlio Pino, dalla figlia Tina e dall’anziana madre Carmela. Vivevano tutti e cinque in una delle palazzine che s’innalzavano di fronte all’area in cui stava una ditta locale consorziata, impegnata nella gestione dell’appalto che prevedeva lo smaltimento dei rifiuti. Marito e moglie, ogni giorno dalla finestra del loro appartamento situato al secondo piano del condominio di case popolari tenevano d’occhio i camion di spazzatura. Seguivano con attenzione sia quelli in partenza verso la discarica regionale che quelli in arrivo a seguito del ritiro cittadino della spazzatura differenziata.<br />
Ettore e Silvana, aiutati dai loro figli, s’erano inventati un traffico utile a impegnare il tempo e a ricavare – quando si presentava la possibilità &#8211; qualche soldo.  I due non avendo un lavoro vero si erano auto-impiegati – così come spiegavano ad amici e parenti per vantarsi del loro operato – nel riciclo gli scarti solidi urbani di cui la gente di paese non aveva più bisogno. In parole povere trafficavano con la monnezza dei loro concittadini, per crearne oggetti da rivendere ai mercatini artigianali.<br />
 Tutto quello che marito e moglie non riuscivano a procacciarsi ai fini della sopravvivenza, era garantito dalla sicura pensione sociale riscossa dall’anziana madre di Ettore ogni mese: nonna Carmela. L’anziana donna, quando era avvilita per quel vivere così precario, ripeteva sempre la stessa frase:<br />
-Ai miei tempi si mangiava di meno, ma si era più felici. Altro che oggi. Scemo era mio marito, e ancor più scemo è mio figlio Ettore. Ma come devo fare io?<br />
  A dimostrazione di quella dedizione verso il riciclo di monnezza, i Filibustiere dentro casa loro tenevano cura di alcuni oggetti d’arredo a dir poco bizzarri realizzati con gli scarti. Ettore, riciclando la scatola di legno e vetro di un vecchio televisore privo di tubo catodico, aveva ricavato un acquario rudimentale nel quale pinneggiavano alcuni pesci rossi, malaticci per la mancanza quotidiana di sole. Ogni mese dava al gatto di nonna Carmela una coppia di pesci ormai desquamati e bianchicci; il gatto Ciccio (che non andava per il sottile) mangiava i pesciolini senza perdere tempo.<br />
Ettore lo guardava e gli diceva:<br />
-Mangi meglio di noi, ricevendo pesce almeno una volta al mese. Che vita comoda la tua!<br />
Subito dopo quel sacrificio andava a comprare un’altra coppia di pesci rossi al vicino negozio di animali, situato sulla strada principale. Nonostante tutti quei pesci morti, Ettore a ogni visitatore di casa sua mostrava con orgoglio quello che lui chiamava il suo tele-acquario.<br />
La moglie di Ettore, Silvana, aveva lavorato a lungo in una piccola azienda che la impiegava per incappucciare penne biro di vari colori. Veniva pagata a cottimo, da una succursale italiana della casa madre cinese. Ci aveva lavorato così tanti anni da perdere parte della vista e anche un bel po’ di pazienza: il giorno in cui non ci vide più dalla rabbia diede davvero i numeri, e gettò un quantitativo di mille penne biro cinesi nell’acqua del fiume che scorreva dietro la finestra del deposito in cui lavorava. Prima di chiamare i carabinieri per denunciarla, Franco suo compaesano e responsabile del magazzino tuonò parole di  minaccia dicendo:<br />
-La pagherai, oh sì se la pagherai cara stavolta.<br />
 Al maresciallo dei carabinieri che la convocò in caserma per interrogarla sul fatto, Silvana dichiarò solo:<br />
-Volevo essere certa che tutte quelle biro fossero buone almeno a galleggiare, perché a scrivere secondo me non servivano. Tutto qui.<br />
 Dopo il licenziamento Silvana si ritirò a vita familiare privata, uscendo di casa solo per andare a fare la spesa alimentare e comprare abiti usati, esposti in malo modo sulle bancarelle del mercato cittadino. Il resto del tempo lo trascorreva manipolando a mani nude fogli di cartone e pezzi di vetro che rubava di notte, portandoli via dai contenitori dell’azienda di rifiuti che a suo parere avrebbe potuto “in mano ad altra gente di livello dirigenziale, creare un ottimo indotto lavorativo per tutti”. Silvana aveva i polpastrelli delle dita di entrambe le mani consumati e anneriti, per via dei tagli causati dalle schegge di vetro delle lastre che lavorava insieme ai cartoni. Però in cuor suo andava fiera di quei segni sulle dita. Quando periodicamente partecipava ai mercatini dell’artigianato della sua città, metteva in vendita sul banchetto piccole cornici realizzate con tasselli di vetro incollati sui fogli di cartone pressato. Poi declamava ad alta voce, verso i potenziali clienti, il suo impegno e la sua applicazione manuali. Non le capitava spesso di riuscire a vendere molte delle sue creazioni; e se piazzava una piccola cornice pensava subito a darle un numero progressivo e a firmarla sul retro con un pennarello nero. Lo scopo, spiegava al cliente, era quello di rendere unico quel pezzo artigianale: “nato come scarto e divenuto pregiato oggetto da compagnia domestica, grazie a queste mie mani”.<br />
Pino e Tina, fratelli gemelli, avevano con fatica conseguito il diploma in una scuola superiore professionale. Tra quelle mura di scuola si erano impegnati per studiare con attenzione le nozioni di elettrotecnica e alcuni rudimenti di elettronica avanzata.  Stando alla promessa d’aiuto offerto da parte del padre, lo scopo di entrambi i fratelli, era quello di studiare fino al diploma e poi aprire un laboratorio-negozio in cui aggiustare e rivendere piccoli elettrodomestici. I due fratelli gemelli, pur non mostrando elevate facoltà intellettive, avevano seguito le dritte (e la buonafede) del padre, andando a scuola e studiando ogni giorno con costanza, fino al diploma del quinto anno.<br />
Quando si trattava di aggiustare un componente elettrico in casa, ad esempio una lampada che perdeva la luce o il telecomando del televisore che non lanciava i suoi impulsi, i due fratelli indossavano due vecchi camici bianchi e logori e sull’asse da stiro messo in piedi nella loro cameretta allestivano un piccolo banco d’emergenza utile a eseguire le riparazioni.<br />
&#8211; Anche questo pezzo tornerà a vita nuova.<br />
Diceva Pino.<br />
-Funzionerà meglio di prima, solo grazie al nostro impegno.<br />
Replicava Tina verso il fratello.</p>
<p> Quando la banca aveva rifiutato la richiesta di erogazione di un prestito finanziario avviata da Ettore per conto dei figli, Pino e Tina non si erano persi d’animo. Per rimanere allenati i due gemelli ci davano dentro con le riparazioni: Pino assemblava quadri elettronici per i comandi delle lavatrici, e Tina ridava vita a vecchi asciugacapelli e forni a microonde in apparenza destinati all’isola ecologica dello smaltimento rifiuti. Così anche i due fratelli seguivano l’esempio dei genitori, riqualificando materia prima recuperata presso l’isola ecologica di rifiuti speciali che stava di fronte il condominio in cui abitavano.<br />
In paese, tutti i componenti di quella stramba famiglia, non erano benvisti e il loro vivere in maniera arrangiata era sulla bocca di tanti paesani, diventando oggetto di presa in giro e gag comiche davanti ai bar del paese. Eppure, nonostante questo, i componenti della famiglia Filibustiere credevano fermamente che un giorno sarebbe arrivata l’occasione d’oro; un momento di visibilità totale grazie al quale come famiglia unita avrebbero dimostrato a tutti i compaesani che loro erano davvero delle persone in gamba. Ettore lo diceva quasi ogni giorno a pranzo, ai suoi familiari, faceva discorsi in cui esordiva con queste parole:<br />
-Vedrete che recuperata la giusta fiducia nei confronti di chi ci circonda, anche la banca dovrà darci ascolto e prestarci quei soldi. Non può andare in altro modo.<br />
Il quinto componente della famiglia, la silenziosa e anziana nonna Carmela, se ne stava seduta su una poltrona dalle assi sfondate, avvolta tutto l’anno in abiti pesanti e scuri, in compagnia  del gatto Ciccio,  un vivace gatto nero che amava farsi coccolare dall’anziana in cambio di vibranti fusa.<br />
  L’anziana donna era sempre indaffarata, a sferruzzare con i ferri della lana o a lavorare i cartamodelli di abiti da uomo sproporzionati nelle misure. Creava maglioni di lana fuori formato, che nessuno avrebbe mai indossato, oppure cuciva giacche e pantaloni che avrebbe potuto indossare un uomo alto due metri e pesante più di un quintale. Nessuno della famiglia aveva il coraggio di dirle che il tempo impegnato in quel modo era del tutto perso, così lei sferruzzava e cuciva creando vestiti per amici speciali che abitavano solo nella sua fantasia. Infatti nello sgabuzzino di casa Filibustiere, i cartoni colmi di abiti fuori misura si accumulavano di anno in anno. L’anziana donna, che fin da giovane aveva sempre vissuto in campagna con il marito, dopo la morte del suo compagno di vita aveva smesso di occuparsi dei terreni agricoli. Così aveva venduto quei terreni destinati al solo uso agricolo, per permettere a Ettore di riscattare l’appartamento nelle palazzine popolari. Subito dopo si era trasferita in città, a casa del figlio portando con sé Ciccio il gatto nero e una piccola pianta di noci che cresceva in un vaso di maiolica. Quando non bagnava d’acqua la pianta di noci né lavorava con ago e filo, se ne stava  in disparte a sussurrare nell’orecchio del suo gatto frasi in dialetto cilentano. Cosa si dicessero lei e il gatto, era davvero un mistero. Perché neanche Ettore, ormai adulto, riconosceva il dialetto parlato dalla madre anziana. Del resto Ettore era rimasto lontano dal Cilento per troppi anni.<br />
   La vita di quella famiglia scorreva tranquilla ora dopo ora, nei giorni e negli anni. Poi, un giorno, proprio una settimana prima di Halloween, i Filibustiere ricevettero la visita di un giovane impiegato del comune addetto alla raccolta dati familiari di famiglie indigenti, per conto dei servizi sociali. L’impiegato, su ordine del sindaco e degli assistenti sociali municipali, con la scusa di coinvolgerli in un evento importante doveva osservare da vicino la famiglia Filibustiere e produrre una dettagliata relazione. L’obiettivo finale, secondo gli assistenti sociali, era quello di cogliere i Filibustiere con le mani nel sacco in pieno furto di monnezza, col fine di reindirizzarli a una vita che molti avrebbero definito corretta, civile e sana.<br />
Il giovane Gioacchino, vestito di tutto punto portava nel taschino diverse penne nere e sotto il braccio un grande blocco di fogli, fissato su una cartellina di ecopelle fornitagli dagli assistenti sociali. Quando il 23 ottobre di quell’anno bussò alla porta della famiglia Filibustiere era in corso una riunione familiare interna, per stabilire quali fiori e quanti lumini portare al cimitero nell’imminente giorno dei defunti che sarebbe caduto da lì a poco.<br />
 Per Ettore, la moglie e i gemelli contava andare trovare i parenti e gli amici ormai defunti da tempo. Perché i componenti della famiglia Filibustiere ignoravano la festa di Halloween da sempre, pur avendone sentito parlare ogni anno in televisione o tra la gente del mercato di paese. Tutti loro tranne la nonna Carmela che  ogni anno andava al mercato ortofrutticolo, a comprare una zucca tonda come quelle che i bambini di paese talvolta amavano intagliare, per festeggiare il ritorno dei morti nella notte più terrificante dell’anno.<br />
L’impiegato comunale Gioacchino bussò alla porta due volte, poi si presentò ad alta voce:<br />
-Mi chiamo Gioacchino Mormile, sono un addetto ai servizi sociali. Mi manda il sindaco in persona. Vengo a trovarvi per sapere come state, e per proporvi di partecipare a una… diciamo… una gara cittadina. In palio ci sono dei buoni da spendere in un nuovo supermercato, così potrete fare spese gratuita almeno per un mese. Lasciatemi entrare e vi spiegherò come fare.<br />
Ci fu del silenzio iniziale, ma Gioacchino attese una risposta con pazienza, senza scoraggiarsi.<br />
-Buoni per fare la spesa alimentare di ogni tipo? Domandò Ettore dall’interno della casa, accovacciato dietro la porta di casa.<br />
-Certo, proprio quelli. Replicò Gioacchino.<br />
-E in cambio di cosa?<br />
-Poco, un impegno minimo. Basterà costruire un’opera da donare al sindaco. Andrà bene anche una statua per i giardinetti comunali. Inoltre, ai piedi dell’opera verrà affissa una targa con il nome della famiglia donatrice.<br />
Quando Ettore Filibustiere sentì parlare dei buoni di spesa alimentare, nonchè del riconoscimento pubblico da parte del sindaco, aprì frettolosamente la porta e disse:<br />
 &#8211; Lei è il benvenuto a casa Filibustiere, si accomodi subito!<br />
Gioacchino entrò, salutò ogni componente della famiglia con un veloce buongiorno a tutti voi signori e signore, e si accomodò al tavolo del piccolo soggiorno. Parlò per diversi minuti, evidenziando con parole precise come dalla sinergia tra municipio locale e società americana Nicks (titolare della neonata linea di supermercati alimentari Nicks Franchising) fosse nata l’idea per una gara creativa da organizzare nel giorno di halloween, alla fine della quale i cittadini più dotati d’inventiva avrebbero ricevuto dei buoni di spesa alimentare pari ad un mese di compere. A Ettore brillarono gli occhi, guardò sua moglie e i suoi figli e raccogliendo i loro piccoli cenni d’intesa capì che non poteva lasciarsi perdere quell’occasione. Preso dalla gioia offrì subito a Gioacchino un buon bicchiere di orzata annacquata con acqua di rubinetto. Poi, prima che si alzasse da tavola alla fine del suo discorso preparò anche un caffè solubile, diluito in acqua calda riscaldata con un vecchio pentolino macchiato di calcare da tempo. Alla fine dell’incontro Ettore non stava più nella pelle dall’emozione, così strinse forte la mano dell’impiegato comunale e si sentì, in cuor suo, felice per quella visita miracolosa. Durante l’incontro, quando si era trattato di apporre una firma per la scheda di partecipazione dell’evento, Ettore aveva firmato i due moduli senza farsi pregare. Voleva guadagnare tempo, perché mancavano poche ore all’inizio della settimana di lavori utili a consegnare la loro opera artigianale costruita a mano.<br />
Dopo i saluti dell’impiegato, nonna Carmela, che durante la conversazione tra Ettore e Gioacchino aveva trafficato con una matita e alcuni fogli di carta modello vicino al camino di casa, aveva presentato un disegno al figlio dicendogli:<br />
-Secondo me questo disegno per l’opera che dobbiamo costruire potrebbe esserci utile, che ne pensi?<br />
Ettore aveva preso quel foglio tra le mani con scetticismo, poi guardando la sagoma disegnata si era convinto che poteva fare al caso loro: l’immagine somigliava tanto al famoso mostro creato dal Dottor Frankenstein, quello del film che aveva visto in bianco e nero da piccolo nel cinema di paese in compagnia di suo padre.<br />
Il 24 e il 25 ottobre furono due giorni di attività frenetiche per Ettore e Silvana, che grazie al disegno di nonna Carmela riuscirono a costruire prima uno scheletro di rete metallica sagomata del mostro che avevano in mente. Ottenuta la sagoma rinforzarono braccia, gambe e torace del mostro con delle barre di ferro rettangolari. Poi mescolarono fogli di giornale stampati a piombo e polvere di gesso pura miscelata ad acqua, per irrobustire la creatura alta ben due metri. Tra una manipolazione e l’altra degli arti del mostro, lasciarono piccole cavità nelle attaccature di collo, braccia e gambe. In quelle snodature c’erano degli interstizi in cui i gemelli intervenirono inserendo dei componenti elettronici, capaci di rendere fluidi i movimenti del mostro radiocomandato.<br />
Infatti, dal 26 ottobre e per tutto il giorno 27, non appena toccò a Pino e Tina darsi da fare con la loro praticità manuale utile a montare e rendere funzionanti piccoli motorini elettrici capaci di far alzare muovere braccia e gambe del mostro, attraverso un efficace sistema radiocomandato che permetteva di gestire i movimenti a distanza con un piccolo telecomando. Il tutto avveniva grazie agli impulsi che il mostro riceveva per mezzo dell’antenna estraibile, posta sul retro della testa.<br />
In quei pochi giorni di attento e duro lavoro la famiglia aveva ben definito il mostro alto due metri e somigliante, grazie a delle bende di lattice poste bianche bagnate nel colorante verde, nei punti della testa e delle giunture del corpo a un vero e proprio Frankenstein.<br />
Quando ci fu bisogno del vestito utile a definire l’aspetto finale del mostro, nonna Carmela estrasse fuori dalle scatole il miglior abito da uomo, con cui rivestire il Frankenstein di famiglia per dargli un aspetto a tratti umano. L’ultimo tocco, quello che rese il mostro immortale, vide le mani di Ettore pennellare ogni parte della creatura alta due metri di paraffina liquida utile a impermeabilizzare totalmente la loro creatura.<br />
Di fretta e di furia, come in una vera commessa lavorativa che si rispetti, i Filibustiere arrivarono alla mattina del 31 ottobre. Le ultime ore di lavoro videro nonna Carmela deliziare tutti con un pranzo a base di zuppa di zucca altre verdure. Poco prima della fine del pranzo, andando nella stanza di lavoro (la cameretta dei gemelli riconvertita ormai a laboratorio) nonna Carmela chiese di rimanere da sola col mostro coricato sul letto dei gemelli. Appena si ritrovò sola con il Frankenstein gli infilò nel retro della testa un piccolo cervello di gomma, recuperato dalla busta degli scherzi di carnevale dei gemelli. Fatto questo, sussurrò a bassa voce verso la testa del mostro parole antiche che solo lei conosceva.<br />
Calato il buio e arrivata la sera, Ettore andò a chiamare Nicola il suo vicino di casa. Abituato a usare la sua ape piaggio a tre ruote per i traslochi aiutò i Filibustiere a caricare la pedana con la statua segreta e coperta. Ettore e Nicola arrivarono fuori la piazzetta antistante il municipio, per scaricare una piccola pedana di legno su cui si ergeva il mostro avvolto da una vecchia incerata rossa da cucina. Poi, parlando di cimiteri e cibo, attesero l’ora dell’appuntamento col sindaco.  </p>
<p>Verso le 21, come da manifesti affissi in città e da passaparola dato dagli uomini del sindaco, il sindaco e l’imprenditore Nicks si ritrovarono sul piccolo palco allestito per l’occasione. Una piccola folla di partecipanti si era riunita incuriosita, per assistere all’evento serale. La famiglia Filibustiere attendeva speranzosa fuori al municipio. Ettore poco prima della consegna si era avviato a casa lasciando il mostro in custodia a Nicola. Ci teneva a vestirsi di tutto punto, così aveva indossato un nuovissimo frac recuperato da un amico che si era sposato di recente. Silvana aveva messo un abito da sera, di quelli con spacco usati per ballare il tango. Gliel’aveva prestato una sua amica, ex-ballerina di danze da sala. I gemelli erano vestiti in modo casual, ma si erano preoccupati di indossare due camici bianchi da laboratorio, come a dire che gli inventori veri della creatura erano loro. I due avevano ancora gli occhi stanchi e  le mani sporche di residui di scarti di colla e frammenti di lattice.<br />
-Concittadini e amici, siamo qui riuniti stasera in compagnia del nostro cittadino onorario, l’imprenditore Nicks. Il signor Nicks ha voluto sponsorizzare questo evento speciale. Abbiamo esteso l’invito a tante famiglie, ma come è noto ai vostri occhi qui in piazza è pervenuta una sola opera realizzata in maniera artigianale dalla famiglia che premieremo.<br />
L’usciere del sindaco si avvicinò al telo che copriva l’opera e fissando il sindaco attese il segnale convenuto, per scoprire la statua donata alla cittadinanza. Il sindaco sorrideva, l’imprenditore Nicks aveva occhi curiosi e felici come un bambino che stava per incontrare di persona – proprio la sera di halloween – un mostro unico e speciale.   Ormai era cosa certa, Ettore ne aveva consapevolezza e gongolava in cuor suo, poiché nessuno aveva partecipato alla gara. Stando le cose in quel modo ai Filibustiere d’ufficio andavano consegnati premio finale e riconoscimenti ufficiali.<br />
Mentre veniva scoperto il mostro, tra lo stupore della folla a un tratto si udì un grido. Un uomo infagottato che camminava in un cappotto scuro portava una lunga ascia nella mano destra. Avanza con falcate lunghe e strattonava con la mano libera tutti quelli che si frapponevano sul suo cammino. Uno dei cittadini, riconoscendolo, gridò il suo nome:<br />
-È Franco, il capo magazziniere della fabbrica di penne cinesi. Ha un’ascia in mano, fermatelo!<br />
Per risparmiare sugli stipendi il sindaco, senza pensarci due volte, non aveva pagato lo straordinario agli agenti di polizia municipale. La folla intimorita dall’uomo non ebbe il coraggio di intervenire. Nessuno se la sentì di fare qualcosa per fermare Franco armato d’ascia.<br />
-Il vostro lavoro! Lo devo distruggere, devo fracassare ogni cosa con questa accetta prima, e poi con le mie stesse mani.<br />
Gridava quelle parole Franco, come un ossesso.<br />
Sferrò un primo colpo al Frankenstein che perse un braccio, poi toccò alle gambe che cedettero nelle giunture articolate. Il mostro cadde al suolo davanti a tutti i presenti che erano stupidi e sconvolti per il gesto, ma poco dopo accadde qualcosa d’inimmaginabile.<br />
Cominciarono a suonare le campane, ogni rintocco per una delle ore che cadevano. Era come se in quell’avanzare dei rintocchi, il tempo si fosse fermato agli occhi dei cittadini presenti.<br />
Franco ghignava felice, mentre Ettore che si trovava a pochi metri da lui bestemmiava frasi pronunciate a metà e storpiate da un dialetto incomprensibile. La moglie Silvana era ormai svenuta, mentre i figli gemelli l’assistevano standole vicino. Proprio al decimo rintocco quando stavano per scoccare le dieci in punto, secondo la campana dell’orologio comunale, il cielo emise un boato. D’improvviso un fulmine cadde dal cielo e colpì in pieno l’antenna posta sul retro della testa del Frankenstein. Il mostro, come colpito da un impulso vitale, riprese a muoversi prima con fare lento, poi con una maggiore agilità. I suoi occhi brillavano di elettricità, ormai la creatura aveva ripreso vita e stava riassemblando gli arti mancanti al suo corpo per riacquisire la sua forma originaria. Grazie a un solo braccio ancora attaccato al busto aveva rimesso a posto tutti gli arti recisi dai colpi d’ascia del folle arrivato sul luogo a sorpresa.<br />
I gemelli lasciarono la madre per muovere le leve del telecomando e provare a gestire il la loro creatura radiocomandata.<br />
-Tina, non risponde ai comandi. Disse Pino a bassa voce alla sorella.<br />
Franco, ormai incredulo, provò a colpire il mostro alto due metri. Il Frankenstein dei Filibustiere rispose con un pugno alla testa che lo tramortì mandandolo al suolo senza possibilità di recupero. Il sindaco approfitto del momento e  provando a parlare disse: <br />
-Da non credere, incredibile tutto questo.<br />
L’imprenditore Nicks aggiunse solo:<br />
-Amazing! Beautiful! Amazing!<br />
In un angolo, lontano dalla folla e seduta su un blocco di pietra che circondava la fontanella comunale, nonna Carmela sorrideva. Era l’unica a sapere che la sua pozione dona-vita aveva funzionato, restituendo una quantità di vita utile al loro mostro fatto in casa, obbligandolo a rimettersi in sesto davanti ai presenti. Il mostro aveva anche accennato un inchino che in apparenza sembrava indirizzato alla folla presente, ma che in realtà voleva ringraziare colei che gli aveva donato l’afflato di vita. Il Frankenstein, rimessosi in piedi, era andato a sedersi lì al centro dei giardinetti dove lentamente aveva congelato ogni suo movimento. Fino a diventare una statua immobile incastrata nell’aria e nel tempo. Il tutto era accaduto a pochi metri dal palco allestito per l’occasione. La  gente affollata presente, guardando i gemelli smanettare con il radiocomando, aveva creduto nell’invenzione scientifica adottata per l’occasione e assisteva all’evento come se quanto accaduto fosse frutto di un effetto meccanico unito all’ingegno elettronico.<br />
Ci fu un cittadino che disse: -Bravi, bravi davvero!<br />
Poi si sentirono applausi forti e un vocio di approvazione. Invece tutto era accaduto grazie alla forza spontanea di quella creatura, dotata per magia di un soffio di vita stregato. Dei tanti presenti nessuno poteva immaginare chi fosse l’artefice di quanto accaduto. Nessuno seppe mai che a pochi metri da loro, nonna Carmela nonostante la sua età si era sentita ancora abile, capace di usare un antichissimo rimedio di stregoneria, servendosi di quella magia antica che conosceva lei e poche altre ancora in vita. Lei che apparteneva a una vecchia stirpe di streghe cilentane dimenticate da molti, ma pur sempre esistite. </p>
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		<title>Luce del nord &#8211; tre disperazioni invisibili</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2020/10/22/luce-del-nord-tre-disperazioni-invisibili/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[helena janeczek]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 22 Oct 2020 06:16:59 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[domenico talia]]></category>
		<category><![CDATA[Gianluigi Bruni]]></category>
		<category><![CDATA[helena janeczek]]></category>
		<category><![CDATA[letteratura italiana comtemporanea]]></category>
		<category><![CDATA[recensioni narrativa italiana]]></category>
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					<description><![CDATA[di Domenico Talia «… secondo me nella vita o sei il primo o sei l’ultimo e non puoi essere tutte e due le cose, […] io sono l’ultimo. Ormai l’ho capito. L’ultimo dei disgraziati. E nessuno vuole essere come me. Perché quando sei vecchio e non ci hai più niente, ti trattano tutti come la [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Domenico Talia</strong><br />
<img loading="lazy" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/10/300x250_download_20201007191448-300x250.jpg" alt="" width="300" height="250" class="alignleft size-medium wp-image-86749" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/10/300x250_download_20201007191448-300x250.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/10/300x250_download_20201007191448-250x209.jpg 250w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/10/300x250_download_20201007191448-200x167.jpg 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/10/300x250_download_20201007191448-160x133.jpg 160w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/10/300x250_download_20201007191448.jpg 350w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" />«… <em>secondo me nella vita o sei il primo o sei l’ultimo e non puoi essere tutte e due le cose, […] io sono l’ultimo. Ormai l’ho capito. L’ultimo dei disgraziati. E nessuno vuole essere come me. Perché quando sei vecchio e non ci hai più niente, ti trattano tutti come la merda.</em>» Così inizia a raccontare la sua disperazione Frank, anziano e fallito stuntman che non riesce più a lavorare e ogni cosa gli va male. Ma Frank nella disgrazia non è solo, anche se questo non gli è di alcun aiuto. Sulla sua strada trova altri due “ultimi”, Eva e Cristian. Loro sono più giovani ma non per questo meno disperati di lui.<span id="more-86562"></span></p>
<p>Purtroppo quando sommi tante disperazioni non ottieni una speranza, non totalizzi una tranquillità. Così è per Eva, Frank e Cristian che sono poveri, senza qualche dente e soprattutto senza un futuro possibile. Attorno a queste tre voci è costruita la narrazione che riempie le pagine della <em><a href="https://www.store.rubbettinoeditore.it/luce-del-nord.html">Luce del Nord</a></em> (Rubbettino, 2020) di <a href="https://www.internazionale.it/notizie/francesco-erbani/2020/02/20/luce-del-nord-romanzo-bruni">Gianluigi Bruni</a> in questo suo primo romanzo segnalato al Premio Calvino e proposto da Antonio Pascale all’ultimo Premio Strega. Tre racconti paralleli che per tristi coincidenze, figlie della povertà e della marginalità quotidiana, si incrociano. Frank è violento, senza un soldo e con la moglie in coma in un letto di ospedale. Cristian è un ragazzo cacciato da casa che non riesce a parlare con la gente. Eva si sente brutta e grassa («<em>75 chili di mestizia</em>»), fondamentalmente “incompleta”, nonostante la sua intelligenza e la sua grande generosità. Ognuno di loro tre racconta le giornate tra case da lasciare, notti passate in stazione, palazzi sporchi e androni puzzolenti.</p>
<p>La lingua che usano i tre personaggi è imperfetta come loro. Dei tre soltanto Eva ama leggere e conosce bene l’italiano, ma la sua scrittura si porta dietro la sua infelicità. Sono tre narrazioni che vivono in simbiosi con le case che abitano. Umide, buie, disordinate. Sono tre invisibili che nessuno vuole vedere se non quando bisogna trattarli male, cacciarli via. Nel resto del tempo che passano tra loro si osservano, parlano, litigano, russano. Per gli altri non esistono, soprattutto non esistono i loro problemi, le loro ansie, i loro sentimenti. Quando Cristian rimane chiuso per molti giorni in un sottoscala fetido, soltanto gli altri due sentono i suoi lamenti e lo salvano. È questo l’evento che li mette insieme, ma tre sfortune non hanno la forza di invertire la sorte, nonostante la loro buona volontà. Frank si mette a scrivere una sceneggiatura improbabile, Eva si impegna a scrivere due libri e Cristian prova a tornare a casa dai suoi. Il potenziale produttore per il film muore, i libri stentano a decollare e i genitori di Cristian lo cacciano nuovamente di casa. Anche la scrittura che per Eva e Frank è la possibilità di ritorno tra i normali, la medicina per curare le loro disgrazie, non trova realizzazione, rimane un “non finito”.</p>
<p>Gianluigi Bruni usa una scrittura sincera e priva di artifici per prendersi cura dei suoi tre personaggi spiantati e affettuosamente umani. Legni storti che nessuno vuole accanto a sé perché sono uomini e donne come noi e nell’esserci simili ci fanno vergognare di noi stessi. Esseri imperfetti che hanno le stesse aspirazioni di tutti: un lavoro, una casa, qualche soldo, una famiglia, gli amici. Cose normali che per le loro deboli gambe sono montagne troppo ripide da scalare. Sono tre anime alla ricerca della luce, quella luce che Eva aveva amato nel diario di Fridtjof Nansen (l’esploratore che denunciò lo sterminio degli armeni da parte dei turchi e che compì molte azioni umanitarie): «<em>Ogni giorno e ogni notte le luci del nord con la loro meraviglia in eterno movimento, fiammeggiano al di là dei cieli</em>». Tre anime alla ricerca della bellezza della vita che a loro non è concessa.</p>
<p><em>La foto di Massimo Siragusa fa parte della mostra dedicata al suo lavoro sulle periferie romane che rimane aperta al <a href="https://www.oggiroma.it/eventi/mostre/roma-massimo-siragusa/54732/">Museo di Roma in Trastevere</a> fino al 10/1/2021.</em></p>
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		<title>La moltiplicazione del Signor Distruggere</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2020/09/28/la-moltiplicazione-del-signor-distruggere/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[helena janeczek]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 28 Sep 2020 12:39:44 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[di Helena Janeczek Abbiamo un problema, un problema culturale e politico. L’onnipresenza del linguaggio misogino (misogino e non più solo maschilista) che nello spazio dei media (social e tradizionali) è diventato da tempo la norma della violenza verbale. Normale il tweet di Massimiliano Parente &#8211; l’ennesimo &#8211; che usa come sinonimo di “minchia” il cognome [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Helena Janeczek</strong><br />
<img loading="lazy" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/09/pict.php_-300x198.jpeg" alt="" width="300" height="198" class="alignleft size-medium wp-image-86483" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/09/pict.php_-300x198.jpeg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/09/pict.php_-250x165.jpeg 250w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/09/pict.php_-200x132.jpeg 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/09/pict.php_-160x106.jpeg 160w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/09/pict.php_.jpeg 696w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" />Abbiamo un problema, un problema culturale e politico.<br />
L’onnipresenza del linguaggio misogino (misogino e non più solo maschilista) che nello spazio dei media (social e tradizionali) è diventato da tempo la norma della violenza verbale.<br />
Normale il tweet di Massimiliano Parente &#8211; l’ennesimo &#8211; che usa come sinonimo di “minchia” il cognome di Michela Murgia, mentre a lei pare cosa di un altro mondo che una <a href="https://www.facebook.com/kelleddamurgia/posts/10220966764013184">rivista americana </a> la difenda da un troll fascistoide. O Marco Gervasoni che, qualche settimana prima, commentava la copertina dedicata a Elly Schlein con “ma questa è n’omo?”<br />
Lo “scandalo” della modella Armine Harutyunyan scoppiato a un anno dalla sfilata di Gucci e divampato solo in Italia. Le valanghe di veleno su Greta Thunberg, ricorrenti come le anomalie meteorologiche causate dal cambiamento climatico.<span id="more-86482"></span></p>
<p>Ogni volta che Vittorio Sgarbi urla “troia, puttana” a favore delle telecamere, con i video che poi diventano virali perché un sacco di ragazzi lo trova divertente, come se fosse un rapper blastatore o il “Signor Distruggere” con il suo milione di seguaci.<br />
Ecco, il problema è la moltiplicazione &#8211; metaforica e reale &#8211;  dei “Signor Distruggere”.<br />
Il fatto che le sparate di uno scrittore o di un docente universitario mirino a una visibilità equiparabile a quella del personaggio social, per non dire a quella di Sgarbi, Feltri, Cruciani.<br />
E che quindi sarebbe doppiamente raccomandabile che la donna sotto attacco non rispondesse: per non concedere la visibilità cercata all’attaccabrighe e, oltretutto, perché le donne non dovrebbero mai abbassarsi a certi toni.<br />
Le donne dovrebbero stare salde come le querce nelle tempeste di shitstorm, ringraziare se gli tocca solo qualche “cessa”, rispondere semmai con pacatezza e pazienza dialogante.<br />
Cosa che, in realtà, non le mette al riparo. Si è visto recentemente con <a href="https://www.valigiablu.it/linguaggio-inclusivo-dibattito/">le polemiche intorno</a> a Vera Gheno, la sociolinguistica da cui il presidente dell’Accademia della Crusca, addirittura, si è sentito in dovere di dissociarsi. <a href="https://twitter.com/vera_gheno">Vera Gheno</a> ha spiegato fino alla nausea che non pensa affatto di imporre dall’alto lo “shwa” inclusivo perché non si cambia così una lingua e la cultura che veicola. Eppure si è beccata una marea di insulti e dileggi sessisti, reazione incomparabile alle critiche riservate, per esempio, a <a href="https://twitter.com/f_faloppa">Federico Faloppa </a>che si occupa di <a href="https://www.utetlibri.it/libri/odio/">simili tematiche</a>.<br />
Per Vera Gheno, oltretutto, non vale neppure che a scatenare l’aggressività sia stata “l’iperesposizione” che rende tutti più appetibili per gli odiatori. Con le donne, appunto, scatta anche se non sei &#8220;mediatica&#8221;. In tutti casi, comunque, le donne non vengono prese di mira per ciò che sterotipicamente rappresentano in base alle proprie scelte (buonista, sinistrato, radical-chic ecc.) ma per ciò che non hanno scelto di essere, riducendole a corpi e emotività “uterina”.<br />
In un contesto del genere è fallace concentrare l&#8217;attenzione sul caso del giorno, far valere simpatie, antipatie, scusanti, distinguo. Questi attacchi possono toccare a qualunque donna dica o faccia &#8211; anche inconsapevolmente &#8211; qualcosa di &#8220;sbagliato&#8221; o, se siete uomini, alle vostre sorelle, madri, figlie, compagne, colleghe, amiche.<br />
Infine si tratta di dinamiche che investono la spazio pubblico, la polis virtuale che non è il bar sotto casa, anche se fa di tutto per somigliarvi. Una dimensione dove non c&#8217;entra nulla il giudizio sul valore letterario (o accademico) di ciò che hanno pubblicato i contendenti, né le relazioni private tra le persone.</p>
<p>ps. Non linkare tweet, video e pagine criticate è naturalmente una mia scelta.  </p>
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		<title>Il vento attraversa le nostre anime, di Lorenza Foschini</title>
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		<dc:creator><![CDATA[helena janeczek]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 08 Aug 2020 06:01:17 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[helena janeczek]]></category>
		<category><![CDATA[letteratura italiana comtemporanea]]></category>
		<category><![CDATA[lorenza foschini]]></category>
		<category><![CDATA[marcel proust]]></category>
		<category><![CDATA[mauro baldrati]]></category>
		<category><![CDATA[recensioni narrativa italiana]]></category>
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					<description><![CDATA[di Mauro Baldrati Quanti siamo? Difficile dirlo. Non è mai stato realizzato un censimento. E poi siamo sparsi per il mondo. Il &#8220;Piccolo Popolo&#8221; degli amanti di Proust è transnazionale, variegato, ma unito da un aspetto singolare: abbiamo letto tutto di lui, o quasi, compreso Contro Sainte Beuve. Fu redatto come un libro singolo, in [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Mauro Baldrati</strong></p>
<p><img loading="lazy" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/08/Cover.proust-195x300.jpg" alt="" width="195" height="300" class="alignleft size-medium wp-image-85867" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/08/Cover.proust-195x300.jpg 195w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/08/Cover.proust-768x1180.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/08/Cover.proust-666x1024.jpg 666w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/08/Cover.proust-250x384.jpg 250w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/08/Cover.proust-200x307.jpg 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/08/Cover.proust-160x246.jpg 160w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/08/Cover.proust.jpg 1000w" sizes="(max-width: 195px) 100vw, 195px" /></p>
<p>Quanti siamo?<br />
Difficile dirlo. Non è mai stato realizzato un censimento. E poi siamo sparsi per il mondo. Il &#8220;Piccolo Popolo&#8221; degli amanti di Proust è transnazionale, variegato, ma unito da un aspetto singolare: abbiamo letto tutto di lui, o quasi, compreso <em>Contro Sainte Beuve</em>. Fu redatto come un libro singolo, in realtà è collegato con l&#8217;opera collettiva, come tanti altri raggi di luce che hanno nutrito la fotosintesi della <em>Recherche</em>. Sappiamo come il nostro autore abbia contestato il &#8220;metodo Sainte Beuve&#8221;, ovvero il collegamento stretto tra l&#8217;opera e il suo creatore; il critico deve studiare le sue abitudini, i suoi gusti, le sue amicizie. Letto e condiviso, eppure, curiosamente, agiamo esattamente in senso contrario. Vogliamo sapere TUTTO di Marcel Proust.<span id="more-85865"></span></p>
<p> Dove andava. Come parlava. Chi frequentava. Gli appartenenti al Piccolo Popolo sembrano affetti da una bulimia di dettagli e di storie che lo riguardano. Per cui <em>Il vento attraversa le nostre anime</em>, prima di aprirlo, potrebbe sembrare un regalo per questa fame chimica: la storia d&#8217;amore tra Marcel e il musicista Reynaldo Hahn.</p>
<p>In realtà il &#8220;metodo&#8221; non c&#8217;entra. Non vogliamo sapere cosa mangiava Proust per capire la <em>Recherche</em>. L&#8217;abbiamo già letta, ed è per quello che ci ha comunicato, per lo stupore, per l&#8217;ammirazione che abbiamo provato leggendo l&#8217;Opera immensa che vogliamo conoscere chi l&#8217;ha scritta. E il libro di Lorenza Foschini è un ulteriore capitolo che indaga sulla <em>vera</em> natura di Proust: il rapporto indissolubile tra l&#8217;opera e la vita del suo autore. Come Kafka, potrebbe affermare &#8220;Io sono letteratura&#8221;. Tutto il suo agire, il suo soffrire, il suo ossessionarsi, è finalizzato alla realizzazione, alla difesa e alla promozione dell&#8217;Opera. Lorenza Foschini, nel suo meticoloso cesello di citazioni, lettere, appunti mai apparsi in Italia, ma tradotti da lei stessa, entra nel merito della sua &#8220;ansia frenetica di mondanità&#8221; (pag. 62). Riporta una lettera di Reynaldo Hahn, che si stupisce per &#8220;l&#8217;inutile vita&#8221; di Marcel, che frequenta &#8220;i chiacchiericci&#8221; dei salotti (pag. 62). </p>
<p><em>Chiacchiericci. Vita Inutile.</em> Gilles Deleuze l&#8217;ha chiamato &#8220;Il tempo sprecato&#8221;. Marcel sembra buttare via il suo tempo, la sua vita. Trascura gli studi. Cerca di farsi ammettere nei salotti del Faubourg più esclusivi. Roland Barthes l&#8217;ha rilevato: &#8220;Prima di rinchiudersi per scrivere la Ricerca egli ha avuto una vita mondana estenuante, come un vero professionista, un virtuoso della mondanità: un militante&#8221; (pag. 22)</p>
<p>Lorenza Foschini, che abbiamo già apprezzato come studiosa proustiana <a href="https://www.nazioneindiana.com/2010/01/26/dentro-il-cappotto-di-proust/">qui</a>, lo segue, ci accompagna nelle sue peregrinazioni, con un effetto presenza straordinario, migliorato anche dall&#8217;uso del presente: da una matinèe nel tal salotto passa a un tè da Madame Lemaire, corre a una cena e poi a una prima teatrale, fino a notte fonda. Tutti i giorni. </p>
<p>Tutto è sopra le righe in Marcel. Come Grace di <em>Terminator destino oscuro</em>, è un essere umano potenziato. Porta avanti il suo ruolo di militante della mondanità con una tenacia che lascia stupefatti.</p>
<p>Perché sta lavorando. Sempre. Fin da ragazzo. Sta immagazzinando personaggi, dialoghi, colori, conflitti. Prepara l&#8217;enorme materiale che gli servirà per produrre l&#8217;Opera. Non ne è cosciente, non ancora, ma è un predatore. Un vampiro. L&#8217;amico pittore Jacques Emile Blanche sembra averne catturato la natura, in un famoso ritratto. Viso bianco come il marmo. Elegante e bello, come Lestat. Il vampiro gentile Marcel. L’Angelo della notte. E la sua preda è la vita.<br />
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<p>Proprio nel suo periodo più attivo, nel 1894, nasce la storia d&#8217;amore con Reynaldo. La Foschini traccia i personaggi, gli ambienti: &#8220;La sera del 22 maggio 1894 Proust ha davanti a sé un ambrato, incantevole ragazzo di diciannove anni, occhi scuri e malinconici&#8221; (pag. 25). Il salotto è la serra fiorita della ricchissima, tirannica Madame Lemaire. Lei, &#8220;La vedova&#8221;, li accoglie, li coccola, li protegge. Nella <em>Recherche</em> sarà Madame Verdurin, uno dei personaggi più potenti di tutta l&#8217;Opera, insieme al tremendissimo Charlus, il cui modello, Montesquiou, troviamo in varie situazioni nel libro.</p>
<p>Reynaldo Hahn è un enfant prodige, un personaggio di gran moda nei salotti, dove è conteso, vezzeggiato. Marcel è un giovane scrittore ancora sconosciuto. E&#8217; esuberante, ironico, come Reynaldo è tendenzialmente malinconico e pessimista. Si attraggono in maniera irresistibile. Nasce un amore clandestino, che durerà due anni, tra feste, vacanze, incontri segreti, sempre sotto l&#8217;ala di Madame Lemaire. &#8220;Ci sembra di vederli&#8221; scrive la Foschini, &#8220;instancabili, percorrere su e giù i boulevard a piedi o in fiacre per riparare dal freddo il fragile Marcel o per restare per qualche momento al riparo da sguardi indiscreti.&#8221;</p>
<p>La Francia non è l&#8217;Inghilterra, dove gli omosessuali rischiavano i lavori forzati (come Oscar Wilde), o addirittura la gogna (il terrore di Byron), dove era facile restare sfigurati a vita, per il lancio di oggetti, escrementi, avanzi di pesce. Ma il pregiudizio resta. L&#8217;omosessualità (<em>pederastia</em>, la chiamavano) è un&#8217;onta. Ma nei salotti aristocratici non vige il pregiudizio della piccola borghesia. Oppure è la consapevolezza di casta, per cui a loro, gli eletti, tutto è concesso? In ogni caso sono due fuggiaschi, eroi nomadi romantici e un po&#8217; decadenti.</p>
<p>Lorenza Foschini li segue, attenta ai dettagli, alle lettere che si scrivono, nella prima fase, quella della scoperta e della conquista. Anche della felicità. Perché questa storia è forse l&#8217;unica, nella vita di Proust, a essere pienamente realizzata, nella lunga lista di rifiuti che collezionò. Ma la ricercatrice non si tira indietro quando la situazione inizia a deteriorarsi. Il carattere predatorio di Marcel, in un rapporto con inevitabili sfaccettature sado maso, finisce per rivolgersi alla malinconia di Raynaldo, deflagrando in una gelosia ossessiva, patologica. Vuole sapere tutto di lui, vuole continue confessioni, vuole vampirizzare anche il passato. Forse sa che sta per rovinare tutto. Oppure è nel destino, che Proust teorizza, per cui ogni amore è impossibile, perché il mistero dell&#8217;altro è insondabile, e a nulla valgono i nostri sforzi di possederlo. Ma non può farci nulla. E&#8217; la sua natura.<br />
Come lo è di Swann.</p>
<p>E qui sappiamo perché la storia di questa storia d&#8217;amore non è un semplice viaggio alla ricerca di reliquie di un autore idolatrato. Tutto è organico in Proust. Così l&#8217;avventura d&#8217;amore di Marcel e Reynaldo la ritroviamo, con impressionanti corrispondenze, in una sezione della <em>Recherche</em>, un libro nel libro: <em>Un amore di Swann</em>. La stessa esaltazione iniziale di Swann e Odette, la stessa felicità, la stessa invadenza di Madame Verdurin, e la stessa corruzione che avanza, la gelosia malata di Swann.</p>
<p>Lorenza Foschini collega eventi, messaggi, lettere, in un testo sciolto, sicuro di sé. E non si limita alla storia d&#8217;amore in sé, segue i due nel tempo, mentre diventano amici per la vita. Segue Proust nel successo, nella malattia, fino alla morte. Ricorda Maria Bellonci, quando, chiusa nelle biblioteche, intenta a esaminare antiche carte rinascimentali, socchiude gli occhi e viaggia con la macchina del tempo interna fin laggiù, tra le luci, i colori e gli odori del tempo perduto.</p>
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