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	<title>Lorenzo Declich &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>Gli Apocalittici e Integrati di Umberto Eco nell’epoca della democrazia rappresentata</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Lorenzo Declich]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 12 May 2017 20:19:29 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[Apocalittici e Integrati]]></category>
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					<description><![CDATA[di Anatole Pierre Fuksas La concatenazione di accadimenti, per molti versi intricati e casuali, che ha condotto alla vittoria di Macron su Le Pen alle Presidenziali francesi, determina nei fatti la transizione ad una nuova dimensione della politica. Parrebbe infatti compiuto il processo, suggerito da molta elaborazione post-moderna, che conduce alla fine del quadro politico [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><span style="font-weight: 400">di <strong>Anatole Pierre Fuksas</strong></span></p>
<p>La concatenazione di accadimenti, per molti versi intricati e casuali, che ha condotto alla vittoria di Macron su Le Pen alle Presidenziali francesi, determina nei fatti la transizione ad una nuova dimensione della politica. Parrebbe infatti compiuto il processo, suggerito da molta elaborazione post-moderna, che conduce alla fine del quadro politico marcato dalla distinzione tra una destra di matrice borghese e una sinistra di matrice proletaria, variamente evolute in termini sociali, economici e culturali attraverso i grandi sconvolgimenti prodottisi dalla caduta del Muro di Berlino fino ad oggi. Al suo posto sembrerebbe emergere una nuova tendenza di conflitto, ormai strutturata al punto da divenire visibile, al centro della quale si situa la contrapposizione tra il fronte degli Integrati e quello degli Apocalittici, secondo la felice formulazione di Umberto Eco, che dà il titolo ad una sua raccolta di articoli brevi e al volume del 1964 che essa conclude.</p>
<p><span style="font-weight: 400">Questa coppia di concetti contrapposti ripensa nei termini di un cambiamento sostanziale di prospettiva il modo in cui la politica riscrive la realtà che si dispiega attorno a noi, ormai irriducibile alle formule di rito sulla sinistra che avrebbe perso la sua funzione originaria, sulla destra cedevole rispetto alle tentazioni populiste, sui movimenti dell’antipolitica contrapposti alla politica tradizionale e via dicendo. Vari elementi emersi dalla stratificazione del voto presidenziale francese consentono di sostanziare questa chiave di lettura in termini socio-economici piuttosto stringenti. Alcuni dei grafici proposti dall’imprescindibile </span><a href="https://www.ft.com/content/62d782d6-31a7-11e7-9555-23ef563ecf9a"><span style="font-weight: 400">articolo del Financial Times del 9 di maggio</span></a><span style="font-weight: 400"> delineano la componente sostanziale del quadro, che certamente consiste nella divisione per educazione, censo e distribuzione geografica.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400">Come era prevedibile, l’apocalittico è più facilmente identificabile tra gli ignoranti a basso reddito, o comunque tra quelle figure impoverite dalla crisi, mentre l’integrato è con maggiore facilità il borghese più colto con qualcosina da proteggere, che sia la casa di proprietà o un lavoro di soddisfazione. L’apocalittico è concentrato nelle aree più in difficoltà, non trova cittadinanza nella dimensione metropolitana cosmopolita e quasi sparisce nel 10% delle comunità che denotano il maggior livello di educazione. L’integrato rappresenta solo la metà della popolazione nelle aree a minor tasso di educazione, come anche di quelle abitate dalla classe operaia, mentre è assolutamente egemonico nella grande capitale mondiale e in tutte le zone dove i livelli culturali sono più alti.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400">Come suggerisce Alessandro Lanni, «da una parte c’è un blocco sociale perdente e chiuso e una politica che non piace altrove, mentre dall&#8217;altra c’è un voto diffuso che attraversa varie fasce della società senza conquistarne nessuna, ma posizionandosi bene in tutte». È anche probabile che da questo punto di vista il quadro possa rimanere piuttosto mobile nel senso di una acuita tendenza alla polarizzazione, qualora la politica cavalchi questa contrapposizione fin dalle prossime legislative francesi, invece di lavorare per smussarla. Molto conterà in questo senso quanto forte sarà la reazione al “Modello Macron”, che appare estremamente popolare ad esempio in Italia, anche a seguito della grande affermazione di Renzi alle Primarie del PD.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400">La netta sconfitta di Andrea Orlando in Italia, combinata col fatto che ad oggi il socialismo europeo in senso tecnico vale in Francia l’8%, sembrerebbe dar ragione ad Emmanuel Valls (al quale rivolgiamo, per inciso, un sentito #adieuone, a mai più rivederci), quando dichiara apertamente che questa reazione non ci sarà, poiché secondo lui quella cosa che ancora proviamo a chiamare socialismo europeo non esiste più nei fatti. Si potrebbe a questo riguardo osservare che mentre un ex premier, cioè una roba tipo Prodi, Amato, Renzi, viene espulso dal Partito fratello Socialista Francese per aver sostenuto Macron contro il naturale candidato uscito dalle primarie, in Italia si totemizza l’operazione di </span><i><span style="font-weight: 400">En Marche</span></i><span style="font-weight: 400">, celebrandola come il modello politico da perseguire. Si potrebbe anche aggiungere che il PD è nel PSE da poco e certo si potrebbe quasi parlare di bacio della morte, che ovunque arrivi tu una cosa muore, anche perché, operando nel senso di cui sopra, contribuisci ad ucciderla. </span></p>
<p><span style="font-weight: 400">È certo che nessuna di queste argomentazioni avrà la minima capacità di incidere su un processo in corso, quello di ristrutturazione delle categorie dalla politica, che potrebbe forse trovare ancora un argine in Germania, qualora Schulze riuscisse a spuntarla sulla Merkel, ma sarà da vedere. La contrapposizione tra “forze sane” della società, cioè gli integrati a maggior livello di istruzione e censo, e i più poveri e ignoranti sedotti dalle lusinghe del populismo, dalle fake news, dalle medicine alternative e dalle altre leggende metropolitane, in una parola gli apocalittici, è appunto l’effetto di questa transizione dalla dimensione della democrazia rappresentativa a quella della democrazia rappresentata. L’elemento sostanziale e costitutivo di questa seconda dimensione è quello che potremmo chiamare “Effetto Dumbledore”, prendendo come definizione quella che il mentore offre ad Harry Potter nella scena che lancia il finale dell’ultimo episodio della saga: «Of course it is happening inside your head, Harry, but why on earth should that mean that it is not real?»</span></p>
<p><span style="font-weight: 400">Cosa sia questo “Effetto Dumbledore” lo ha spiegato con grande onestà Renzi nel suo discorso di incoronazione, dicendo apertamente che certi problemi sono reali anche se soltanto percepiti come tali e quindi in una qualche maniera vanno affrontati. Per parte nostra si è molto argomentato insieme a Lorenzo Declich a proposito delle tante storie uscite attorno al complottismo negli ultimi anni (ad esempio in conclusione di </span><a href="https://www.nazioneindiana.com/2016/11/23/la-postverita-e-il-pallone-sbagliato/"><span style="font-weight: 400">uno degli interventi su Nazione Indiana</span></a><span style="font-weight: 400">). Abbiamo provato a far presente che la realtà nella quale abitiamo non è soltanto il prodotto di dati fattuali e trascende la cronaca, dialoga con la verità assoluta, ma anche con un sacco di altre cose, che sono vere solo in senso molto relativo (perché ad esempio qualcuno le pensa) o non lo sono proprio. </span></p>
<p><span style="font-weight: 400">A nostro modo di vedere era ed è altamente improbabile che il populismo possa essere sconfitto senza bonificare le fonti dell&#8217;angoscia, magari immaginando di riassorbirlo con operazioni demagogiche, ad esempio armando il cittadino angosciato o abolendo i gradi di giudizio per i migranti. In sostanza, non è inseguendo </span><i><span style="font-weight: 400">Chi l&#8217;ha visto?</span></i><span style="font-weight: 400"> o direttamente le fiction di Raiuno che si farà meglio di quando invece si costruiva un’agenda sulla base del pastone del Tg1, per citare di nuovo il Renzi del discorso da ari-neo-segretario. Anzi, in questo modo si favorirà lo spostamento definitivo della conflittualità politica nel campo della realtà percepita, secondo modalità che con tutta evidenza Umberto Eco spiegava già nel remoto 1964 meglio di come mai potranno farlo Baricco o Recalcati.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400">Riletto oggi, </span><i><span style="font-weight: 400">Apocalittici e integrati</span></i><span style="font-weight: 400"> sconcerta per la straordinaria attualità dell’impianto e delle singole argomentazioni che lo sostanziano. Eco tematizza nei vari capitoli del saggio sull’affermazione della cultura di massa i salti di livello comunicativo, la predominanza del cattivo gusto, la mescolanza di cultura mischiata al gossip, l’incoscienza di classe, il pensiero per slogan, l’omologazione e la ricerca del gusto medio, lo schiacciamento sul presente e l’impoverimento delle conoscenze storiche, una conseguente visione passiva e acritica del mondo, l’emergere di un marketing politico e culturale centrati su una </span><span style="font-weight: 400">ἔνδοξα</span><span style="font-weight: 400"> caratterizzata da paternalismo e conformismo, il divismo delle élites senza potere, arrivando quasi a prefigurare l’automarketing “qualcunista”, come l’abbiamo definito insieme a Lorenzo Declich in varie circostanze (ad esempio in </span><a href="https://www.nazioneindiana.com/2016/12/21/qualcunismo-omicida-dei-lupi-solitari-la-sindrome-lee-oswald-pistolero-del-comet-fantasma-del-camion-berlino-la-performance-del-poliziotto-turco/"><span style="font-weight: 400">quest’altro articolo su Nazione Indiana</span></a><span style="font-weight: 400">). Se in questo libro di Eco ci sono moltissimi degli aspetti che caratterizzano il mondo odierno, è forse perché il mondo di oggi è stato effettivamente costruito a partire da quel libro.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400">Non sorprende che una così densa descrizione del mondo che ci circonda, formulata con più di cinquant’anni di anticipo, offra nel titolo una efficacissima articolazione categoriale, che delinea il conflitto tra diversi posizionamenti rispetto ad una medesima rappresentazione di realtà percepita, invece che su quello della rappresentanza di istanze collegate alla vita vissuta. Una tradizionale interpretazione nella chiave “destra contro sinistra” porta infatti a pensare agli attori di questo scontro come tutti simili tra loro, se non proprio uguali. Per dire, cosa differenzia la propaganda xenofoba di Salvini sugli immigrati che vengono a stuprare le nostre donne dalle argomentazioni di Serracchiani sulla maggiore gravità dello stupro perpetrato da un profogo iracheno ai danni di una giovane italiana rispetto a quello di un italianissimo marito sulla moglie di origine nigeriana?</span></p>
<p><span style="font-weight: 400">Se ci limitiamo ad una lettura “destra contro sinistra” si tratta di due posizioni ugualmente di destra. Ma Serracchiani e Salvini non sono la stessa cosa anche se dicono le stesse cose. Parlano nella stessa maniera della stessa realtà percepita sulla base di paure ancestrali, collegando quella dello stupro e a quella dell’immigrazione, ma si situano, in realtà, ai due poli opposti dello scontro per l&#8217;appropriazione di quella realtà, data per intesa indipendentemente dalla verità dei fatti. Da una parte, Serracchiani, chiede che ci sia una normativa che regoli questi casi in maniera diversa da quella che regolamenta la vita dei cittadini italiani, e la legge Minniti in parte già lo fa, dall’altra Salvini chiede di chiudere le frontiere indiscriminatamente.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400">È ben evidente che a chi scrive, come a tutti coloro che ancora ragionano nella dimensione di conflitto tra destra e sinistra, questa sottile differenza appaia irrilevante. Siamo abituati a vedere il mondo nei termini di uno scontro tra chi è a favore della società cosmopolita e chi è contro, tra chi è a favore dei diritti delle donne e chi è per il ripristino dei tradizionali ruoli di genere. Per questa ragione non ce la possiamo fare a capire come sia possibile che la dichiarazione di una dirigente nazionale del Partito Democratico si trovi sulla stessa linea di Casa Pound, al punto che </span><a href="https://twitter.com/distefanoTW/status/863082545101066241"><span style="font-weight: 400">Di Stefano le dia pubblicamente ragione</span></a><span style="font-weight: 400">, stigmatizzando l’ipocrisia dei grillini che la ingiuriano, quando fino a dieci minuti prima avevano incitato al segregazionismo su altri canali.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400">Ma questa è la realtà e, per capire la politica che da adesso in poi sempre più ci circonderà, si tratta di indossare nuovi occhiali, quelli della paura in base alla quale il marketing politico confeziona oggi la realtà percepita. Appare forse più limpido il caso delle grandi pulizie che Renzi ha ordinato al PD romano, parlando non già in senso figurato di epurazioni tra i capibastone, quanto piuttosto proprio di andare a combattere il populismo in strada con la ramazza. Questa opzione politica, perché come tale ci si richiede di intenderla, se non altro perché è un ordine che il Segretario di un Partito dà ai suoi militanti, è un’offensiva contro il complottismo di Raggi, secondo la quale il PD dissemina Roma di frigoriferi (come si raccontava </span><a href="https://www.nazioneindiana.com/2016/10/29/la-filologia-del-grande-complottone-raqqua-sic-ar-torrino-ritorno/"><span style="font-weight: 400">in quest’altro articolo di Nazione Indiana</span></a><span style="font-weight: 400">). </span></p>
<p><span style="font-weight: 400">Apocalittici contro integrati, pulito pulito, </span><i><span style="font-weight: 400">no pun intended</span></i><span style="font-weight: 400">! Ma certo il terreno di conflitto è tale che ad un occhio non addestrato le posizioni che si contrappongono non saranno riconoscibili come davvero antagoniste l’una all’altra nella più parte dei casi. Fortunatamente il terreno di scontro sul quale questo conflitto tra Apocalittici e Integrati si svolge è esplorabile comodamente da casa, rileggendo i cinque articoli che compongono la sezione conclusiva così intitolata dell’omonimo volume di Eco, ognuno dei quali pone questioni nodali, che aiutano ad orientarsi in questa nuova dimensione del politico.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400">Il primo, dedicato a </span><i><span style="font-weight: 400">I Nichilisti Fiammeggianti</span></i><span style="font-weight: 400">, elabora uno scenario operativo per l’intellettuale nell’epoca delle comunicazioni di massa sostanzialmente modellato su suggestioni nietzschiane. Di particolare rilievo è la sottolineatura ancora attualissima del fatto che «lo sviluppo tecnologico ha fatto sì che se dialogo e cultura potranno ancora sopravvivere (e c’è chi ne dubita) tutto questo non avverrà che sullo sfondo di una comunicazione intensiva di dati, di notizie, di aggiornamenti circa ciò che sta accadendo». L’elemento della sovrabbondanza di informazione determina un effetto che non faticheremo a riconoscere come attualissimo anch’esso, considerato che «messo in rapporto con una infinità di situazioni delle quali è costretto a prendere atto, se vuole muoversi e progettare, e delle quali nessuna gli appartiene, nessuna gli si presenta in prospettiva privilegiata, l’uomo contemporaneo vive in una permanente insicurezza».</span></p>
<p><span style="font-weight: 400">La distanza dal contenuto dell’informazione, della quale bisogna appunto prendere atto, ingenera una insicurezza, a seguito della quale, potremo aggiungere col senno di poi, si pone il problema di posizionarsi pro o contro, in maniera entusiastica o deprecatoria, a fronte di una cosa di cui in realtà non frega niente. Nell’articolo successivo, intitolato </span><i><span style="font-weight: 400">Da Pathmos a Salamanca</span></i><span style="font-weight: 400">, Eco elabora un nuovo capitolo della bibliografia fittizia di Milo Temesvar ( a proposito del quale si veda ad esempio </span><a href="http://www.insulaeuropea.eu/letture/ecophilia_diliberto.html"><i><span style="font-weight: 400">Ecophilia</span></i><span style="font-weight: 400"> di Oliverio Diliberto</span></a><span style="font-weight: 400"> su </span><i><span style="font-weight: 400">Insula Europea</span></i><span style="font-weight: 400">), autore albanese mai nato del mai scritto saggio «originale, irritante e provocatorio, dal titolo </span><i><span style="font-weight: 400">The Pathmos Sellers</span></i><span style="font-weight: 400">», mai uscito a Washington (DC) per i tipi della mai esistita SevenTypes Press nel 1964. Il volume concepito dall’immaginazione febbrile di Umberto Eco sarebbe un’inchiesta sociologica che «propone delle succulente ipotesi interpretative, senza offrire alcun elemento di verifica sul campo, ma in tale senso Temesvar si dimostra coerente con le idee che a suo tempo aveva esposte in una memoria all’Accademia Sovietica delle Scienze, dal titolo </span><i><span style="font-weight: 400">La verifica come falsificazione dell’ipotesi</span></i><span style="font-weight: 400">».</span></p>
<p><span style="font-weight: 400">Il riferimento a posteriori, con cinquant’anni di ritardo diciamo, al tema attualissimo delle fake news, implicato fin dalle premesse, cioè dall’invenzione dello studio che falsifica  l’ipotesi grazie alla sua verifica, configura un altro nodale terreno di conflitto tra Apocalittici e Integrati. Il riferimento a Borges che apre l’articolo incornicia senza meno le premesse letterarie del tema in maniera ancora più che valida e l’intero ragionamento sul riciclo della forza lavoro, degli esuberi, degli esodati, che rappresenta l’argomento principale del ragionamento, denota anch’esso una stringente pertinenza rispetto alle attuali dinamiche del conflitto. La conclusione relativa al riciclo dell’intellettuale, che diventato obsoleto trova una nuova missione, ritrae mirabilmente aspetti salienti della propagandistica corrente, quando Eco nota che «si hanno allora i tecnici dell’Apocalisse, specializzati nel dimostrare che il nuovo orizzonte di problemi è radicalmente equivoco, antiumano, e che occorre rifarsi al culto dei valori di un tempo per garantire all’umanità la sopravvivenza».</span></p>
<p><span style="font-weight: 400">L’articolo </span><i><span style="font-weight: 400">Sulla Fantascienza</span></i><span style="font-weight: 400">, il terzo, parla appunto del racconto o romanzo di fantascienza come di «letteratura allegorica a sfondo educativo», dunque dei suoi prodotti come degli «unici manuali di devozione» che la civiltà industriale concede all’occhio distratto di chi si addormenta sul treno o sul bus tornando dal lavoro. L’enfasi sul futuro, nel quale la propagandistica corrente proietta scenari apocalittici o edificanti a seconda del caso, prende certamente la forma di un discorso ideologico, capace in un modo o nell’altro di tamponare l’ansia prodotta dalla sovrabbondanza di informazione. L’argomento proietta direttamente al quarto degli articoli in questione, dedicato alla </span><i><span style="font-weight: 400">Strategia del Desiderio</span></i><span style="font-weight: 400">, ovvero al volume omonimo di Ernest Dichter, fondatore dell’</span><i><span style="font-weight: 400">Institute for Motivational Research</span></i><span style="font-weight: 400">, dunque alle tecniche di persuasione già enucleate all’epoca da Vance Packard nel celebre libro sui </span><i><span style="font-weight: 400">Persuasori occulti</span></i><span style="font-weight: 400">.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400">L’argomento forse più stringente rispetto alla riconfigurazione del conflitto destra vs sinistra in quello che vede contrapposto un fronte di Apocalittici ad uno degli Integrati è quello che in questo caso prova a sganciare il rapporto tra individuo e autorità, dunque il concetto di ordine e quello di sicurezza, da una dimensione psicologica, proiettandolo in una di carattere storico. Eco osserva che «un atteggiamento verso le autorità può avere radici storiche profonde (instabilità del potere, dittature, malgoverno, eccetera) e che quindi non può essere mutato con una tecnica psicologica, ma solo da una evoluzione delle strutture politiche e sociali». È ben evidente che un approccio alla questione incentrato sull’emergenza percepita tende invece ad enfatizzare il piano della minaccia secondo quello che abbiamo chiamato «Effetto Dumbledore», abolendo ogni dimensione storica, dunque ogni piano conoscitivo utile a bonificare le ragioni dell’ansia che favorisce la polarizzazione.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400">Eco osserva che la strategia del desiderio non può essere una tecnica neutrale usata per la felicità di tutti, poiché «nella misura in cui i mezzi di produzione non mi appartengono, ed io ne sono o l’oggetto o lo strumento di persuasione – e nella misura in cui non sottopongo questo rapporto a una critica costante – sarà sempre il potere a persuadere me, non io a persuadere il potere». Quindi, «poiché le pagine di Dichter non sono state sfiorate da questo sospetto, il suo libro diventa una sorta di utopia negativa, la descrizione di un agghiacciante paesaggio industriale abitato da automi felici e irresponsabili». Col senno di poi potremmo sopraggiungere che la demagogia corrente ha determinato un paesaggio post-industriale abitato da  automi ugualmente irresponsabili, ma rabbiosi invece che felici, parlando, ad esempio dei social network, popolati da troll agiti da una medesima strategia del desiderio, apocalittici o integrati che siano.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400">Potremmo spingerci oltre col parallelo introducendo l’ultimo degli articoli della sezione specificamente intitolata </span><i><span style="font-weight: 400">Apocalittici e integrati</span></i><span style="font-weight: 400"> del libro omonimo, quello dedicato a </span><i><span style="font-weight: 400">Il nostro mostro quotidiano</span></i><span style="font-weight: 400">. Disaminando il ruolo e il significato profondo della letteratura e del cinema horror nella società delle comunicazioni di massa, Eco fa riferimento allo studio di Siegfrid Krakauer del corpo sociale tedesco prima dell’arrivo di Hitler «e come questo stato d’animo trovi la sua espressione più chiara e inquietante nel film espressionista [&#8230;] dal Dottor Caligari di Wiene, al Golem di Wegener, Dottor Mabuse di Lang, Nosferatu, il vampiro di Murnau». Si tratta di un racconto della crisi, che sviluppa «un tema ossessivo nel quale si riflette tutta la sindrome nevrotica della società germanica che vede il crollo dell’Impero, la sconfitta bellica, il fallimento dei moti proletari, la crisi di una società borghese che troverà poi in Grosz il suo accusatore spietato, in Brecht il suo anti-vate».</span></p>
<p><span style="font-weight: 400">La reazione «all’insorgere di queste inquietudini, di queste angosce, di questi fantasmi» produce da un lato «un conato di distruzione», che potremo senza meno situare nel campo degli Apocalittici, dall’altro ingenera «una sorta di autoritratto a sfondo sadomasochistico», che rappresenta il suo perfetto controcanto sul versante degli Integrati. Istinto di distruzione e rabbia furiosa da una parte, sadomasochismo e atteggiamenti passivo-aggressivi dall’altra: l’unica sintesi possibile, stando alla conclusione di Eco, è tanto sinistra, quanto stringente, di attualità, viene da dire, spaventosa, tecnicamente mostruosa. Anticiparla sarebbe irriverente e banalizzante nei confronti di una descrizione così lucidamente anticipatoria di quello che viviamo, della nostra società e del modo in cui la politica la sta interpretando e per questa ragione la lasciamo all’apologo col quale Eco conclude il suo libro (per i più pigri comincia con D, finisce per A e ha denti molto aguzzi):</span></p>
<blockquote><p><span style="font-weight: 400">in un numero di “Mad” (una rivista goliardica, dell’anticonformismo di maniera, ma che talvolta coglie nel segno) appare una storiella in otto vignette, senza parole: un tipo di uomo medio legge allarmato il giornale che parla di guerra atomica e vede scene inquietanti alla televisione. Corre in giardino e si mette a scavare, raduna mattoni, lavora di calce e cazzuola; costruisce un rifugio, lo copre di terra (ne fuoriesce solo il filtro antiradiazioni per l’aria), lo chiude, lo blinda, gli attacca un cartello “proibito entrare” (ricordate le polemiche sul diritto morale di sparare al vicino di casa se tenta di occupare il vostro shelter?) ansimando dà gli ultimi tocchi mentre cala la notte. Passa di lì un reporter con la macchina fotografica, vede la scena, scatta una foto col flash. L’uomo si volta di colpo, viene investito da un bagliore accecante (i manuali antiatomici danno istruzioni sul come comportarsi se si scorge una luce abbagliante seguita da uno scoppio): tenta di urlare e stramazza. La storia termina mentre un medico ne copre il corpo con un telone e il reporter guarda perplesso chiedendosi come mai. Finisce così l’apologo di una sicurezza inutile. Ma è curioso il volto del cadavere, coi tratti esasperati dal disegno umoristico: pare succhiato da dentro. Dracula quando vede la luce del sole.</span></p></blockquote>
]]></content:encoded>
					
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		<title>Di sommersi e di salvati (riflessioni siriane)</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Lorenzo Declich]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 23 Feb 2017 06:00:51 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[diari]]></category>
		<category><![CDATA[Grecia]]></category>
		<category><![CDATA[migranti]]></category>
		<category><![CDATA[rifugiati]]></category>
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		<category><![CDATA[turchia]]></category>
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					<description><![CDATA[di Daud al-Ahmar* Si sbaglia a credere che le nazioni vittime della storia (e sono la maggioranza) vivano col pensiero fisso della rivoluzione, vedendovi la soluzione più semplice. Una rivoluzione è sempre un dramma (&#8230;). La rivoluzione è l’ultima risorsa e se un popolo ha deciso di ricorrervi è perché ha imparato per lunga esperienza, che [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Daud al-Ahmar*</strong></p>
<blockquote><p><b></b><span lang="it-IT"><i>Si sbaglia a credere che le nazioni vittime della storia (e sono la maggioranza) vivano col pensiero fisso della rivoluzione, vedendovi la soluzione più semplice. Una rivoluzione è sempre un dramma (&#8230;). La rivoluzione è l’ultima risorsa e se un popolo ha deciso di ricorrervi è perché ha imparato per lunga esperienza, che non gli resta altra via d’uscita. (</i></span>Ryszard Kapuściński &#8211; Shah in Shah)</p></blockquote>
<p><span style="font-size: medium"><span lang="it-IT">Mi dice che non sapeva cosa fare dopo la prima esplosione, non c’era ancora abituato. Era corso a radunare i pezzi dei corpi per cercare di rimetterli insieme. C’erano altri ragazzini come lui, piccole prede del panico, e tutti si affannavano a dare a quei pezzi un ordine. Era un istinto nuovo (o antichissimo) e bisognava fare in fretta, ma era allo stesso tempo un dovere ineludibile costruito sul paradigma per cui non ci si può prender cura dei vivi se non è possibile farlo coi morti.</span></span></p>
<p lang="en-IE" align="justify"><span style="font-size: medium"><span lang="it-IT">Ali mi guarda diritto, con quei suoi occhi color nocciola la cui forma allungata ha qualcosa di turcomanno e di azero e che graffiano sempre con ironia e cinismo. Ma ora che lo conosco bene ho capito che hanno anche qualcosa che appartiene all’angoscia dei testimoni, dei sopravvissuti. Qualcosa che ha radici in una solitudine profonda, sempre oscillante tra due imperi, la memoria e la dimenticanza, e sospesa sul vuoto dell’incomunicabilità. Un sentimento nato in un ragazzino iracheno di Mosul, cresciuto con lui e in lui, negli anni e guerra dopo guerra. I suoi occhi sono anche pieni d’amore per la vita, però. Anche se talvolta mi pare un amore strano, eccessivo, costruito su una vaga e inestinguibile fascinazione per la morte.</span></span></p>
<p align="justify"><span style="font-size: medium">Sediamo in un minuscolo bar di Amman, un posto dai vetri opachi e dal molto fumo nell’aria. Stringiamo birra e sigarette. Tavolini angusti e consumati costringono al faccia a faccia. Sotto il mento piattini di formaggio salato, noccioline, cetrioli; sopra le teste un piccolo televisore anni ‘80 montato su un braccio meccanico simile a quello di certi alberghi economici. La voce lontana e melodiosa di Umm Kulthum fa da sottofondo ad annunci pubblicitari a dir poco grotteschi, uomini in tanga gonfi di anabolizzanti, modelle sexy al volante di macchine sportive, resort di lusso sul mar morto o ad Aqaba. Sulla parte bassa dello schermo scorrono ininterrottamente le ultime notizie: bombardamenti sulla Siria, attentati a Baghdad e a Beirut, la spianata delle moschee a Gerusalemme chiusa dagli Israeliani.</span></p>
<p lang="en-IE" align="justify"><span style="font-size: medium"><span lang="it-IT">Ali dice che vorrebbe vedere tutto raso al suolo, distrutto, ogni statua, ogni colonna, ogni argilla, ogni tempio. La devono far finita con questa parola ridicola: civiltà. Che se ne vada tutto in polvere Ninive, Ur, Babilonia, nomi che non significano più nulla per gli iracheni. “Civiltà” ripete, lanciandomi un’occhiata sarcastica mentre rimuove un pezzo di nocciolina dai denti e lo inghiotte.</span></span></p>
<p align="justify"><span style="font-size: medium">Ci soffermiamo a guardare lo schermo, pensando che forse quell’amalgama di immagini musica e notizie non è poi così assurdo. Non più di quanto lo siano i caccia siriani, russi, francesi, statunitensi, turchi, israeliani e via dicendo, che si sfiorano, sfrecciando a pochissimi metri di distanza sul cielo devastato della Siria.</span></p>
<p lang="en-IE" align="justify"><span style="font-size: medium"><span lang="it-IT">Poi Ali, rapito da qualche pensiero, assume quell&#8217;atteggiamento paternalista che odio e mi dice che no, non posso capire. Anche se ho qualche “referenza”, sensibilità e tanta buona volontà. Sorride perché mi incazzo. Torna sereno, raccoglie due noccioline tostate dal piattino, manda giù una gran sorsata di birra e lancia una breve occhiata allo schermo esclamando: questi giordani sono proprio stronzi! E poi: ma tu, civilizzato, sei nato in ospedale, vero? E perché? Eri malato?</span></span></p>
<p lang="en-IE" align="justify"><span style="font-size: medium"><span lang="it-IT">Paolo dall’Oglio ha scritto di aver subito durante la guerra una potente accelerazione esistenziale. Mi pare un’ottima definizione per descrivere quel tipo di </span></span><span style="font-size: medium"><span lang="it-IT"><i>dis-orientamento</i></span></span><span style="font-size: medium"><span lang="it-IT"> che hanno i profughi quando riescono a scappare o sopravvivere. E in questo caso parola non potrebbe calzare meglio, dato che non possono più volgere verso oriente, la loro terra [non è un po&#8217; orientalista come cosa? State ad Aqaba lui va a Izmir! Cmq “dato che Ali forse non potrà più volgersi verso oriente, dov&#8217;è la sua terra].</span></span></p>
<p lang="en-IE" align="justify"><span style="font-size: medium"><span lang="it-IT">Che ne pensi? mi guarda, la guardo. è pericoloso, dico. E poi, cosa farai? Non lo so, non importa c’è mio fratello ad Amsterdam. Qualcosa farò. Meglio che stare qui. Quando parti? La prossima settimana vado a Izmir, poi di lì non so dove mi porteranno. Non te lo dicono mai prima. Sono dei bugiardi quelli. Mi raccomando, appena sai la destinazione contattami, ho degli amici a Lesbos e in altre isole, a Kos per esempio. Certo, ti faccio sapere. Mi raccomando, così se c’è qualche problema ti possono aiutare. Certo, ti ringrazio veramente tanto. Ma figurati. Ma si, tu mi capisci. Non so se ti capisco, so solo che io farei lo stesso.</span></span><span lang="it-IT"><br />
</span><span style="font-size: medium"><span lang="it-IT">Provo a capirti (penso). Damasco posso solo immaginarla, figurati perderla. O Aleppo. A volte penso: se distruggessero Venezia che farei, che penserei, come reagirei? Mi rivolgo spesso a Venezia quando cado in queste crisi d&#8217;identità, quando provo a immedesimarmi. Non so perché proprio Venezia, io non sono di Venezia. Forse perché come il Marco Polo di Calvino ho bisogno di una città, di una bellezza originaria che mi permetta di comparare con tutto il resto (quindi di capire). E Venezia, nel suo sprofondare, mi mette faccia a faccia con la morte: una morte lenta è più accettabile, mi dico, più umana, a patto che non sia per malattia (anche nel modo di morire o di soffrire emergono i privilegi). Penso a Venezia, forse, perché dopo anni che viaggio in Medio Oriente ho capito che il suo fascino sta nel suo </span></span><span style="font-size: medium"><span lang="it-IT"><i>orientalismo</i></span></span><span style="font-size: medium"><span lang="it-IT"> (di un </span></span><span style="font-size: medium"><span lang="it-IT"><i>occidentalismo</i></span></span><span style="font-size: medium"><span lang="it-IT">) e in un immaginario tutto arabo; tantissime persone che ho incontrato, all’udire la mia provenienza, mi hanno subito chiesto con aria curiosa e sognante come fosse </span></span><span style="font-size: medium"><span lang="it-IT"><i>Bunduqiyya</i></span></span><span style="font-size: medium"><span lang="it-IT"> (in arabo Venezia ha un nome suo proprio, c’è chi sostiene provenga dal nome di un fucile che si mercanteggiava in epoche lontane). </span></span></p>
<p lang="en-IE" align="justify"><span style="font-size: medium"><span lang="it-IT">L’altro giorno è passato a trovarmi Abdelqader, si è avvicinato ad una delle piante che ho sul balcone e mi ha detto: ehi ma questa è una gardenia! Ho annuito, ero sorpreso che conoscesse la pianta. Poi ha aggiunto con quell’aria spensierata che si ritrova: Damasco è piena di alberi di gardenia. Sento la vostra nostalgia soprattutto quando cambiate argomento. Mi chiedo spesso se cercare di </span></span><span style="font-size: medium"><span lang="it-IT"><i>immedesimarsi </i></span></span><span style="font-size: medium"><span lang="it-IT">non sia un esercizio inutile o patetico o paternalista.</span></span></p>
<p lang="en-IE" align="justify"><span style="font-size: medium"><span lang="it-IT">Comunque ascolta, appena sei a Izmir fammi sapere, questo è il numero che mi hanno dato i miei amici, se ti trovi in mezzo al mare e succede qualcosa, chiamalo. è un s.o.s. che ti mette in contatto con la guardia costiera greca. Qualsiasi cosa succede chiamalo, capito? mi raccomando. Anche se qualcosa non ti quadra con quello che vi porta, non solo se il mare è grosso. Ma si non preoccuparti. Vedrai che andrà tutto bene, è vicinissimo, al massimo un paio d’ore di barca mi hanno detto. Si si, lo so, però ricordati: appena sai il nome dell’isola chiamami. Se è Lesbos &#8211; si chiama anche Mitilini &#8211; o Kos, fammelo sapere. E in ogni caso dimmi quale sarà l’isola: ci sono sempre amici di amici da contattare. Ma si, ma si, tranquillo, avrò il telefono ti scrivo. Dai che qui non è come tra la Libia e l’Italia, mi hanno detto che è facile. Si ma poi quando arrivi avrai bisogno di qualcosa, di soldi di cibo, di farti una doccia&#8230; Dai basta cosi. Vieni qui e dammi un abbraccio. Sembra che ti devo consolare io! E io: </span></span><span style="font-size: medium"><span lang="it-IT"><i>è che mi vergogno</i></span></span><span style="font-size: medium"><span lang="it-IT">.</span></span> <span style="font-size: medium"><span lang="it-IT">Dai. Basta cosi. A presto. Yalla, ciao! Ciao! Ci vediamo in Europa!<br />
Ehi, a proposito, sai nuotare? Non ricordo più se gliel’ho chiesto o l’ho immaginato.</span></span></p>
<p lang="en-IE" align="justify"><span style="font-size: medium"><span lang="it-IT">A Beirut trovo un libro di Pasolini in francese con testo italiano a fronte. “Poesia in forma di rosa”. Lo sfoglio con affetto, un vecchio amico. Dopo gli scritti, a mo’ di postfazione, l’edizione francese ha aggiunto un’intervista a Moravia, vi leggo che Pasolini e Genet non si sono mai incontrati; dopo la morte del poeta pare che Moravia e Genet invece si siano frequentati, lo scrittore italiano catturato dalla fascinazione del poeta per la causa palestinese. La cosa mi riempie di interesse (era una cosa che mi chiedevo da molto tempo senza mai accondiscendere alla veloce risposta della rete) ma, come a rimandare un piacere, mi affretto a chiudere il libro, soddisfatto, pensando che tornerò presto sull’argomento.</span></span></p>
<p align="justify"><span style="font-size: medium">Ora ho fretta. Salgo le scale e mi ributto su Hamra. Strana Beirut, una città che non conosco e che mi pare di conoscere. Chissà perché. Forse per questa maledetta abitudine al Medio Oriente. Eppure lo stesso Medio Oriente mi ha insegnato che di “medio” c’è davvero poco, che ogni posto ha il suo bel caratterino o identità e modo di lottare per questo e quella. Eppure. Un’aria familiare.</span></p>
<p align="justify"><span style="font-size: medium">Camminando vedo un sacco di gente seduta a terra o sui marciapiedi. Siriani. Penso: eccoli qua. Negli occhi qualcosa che non è disperazione né dolore. Stanchezza. Siedono sul grembo grigio e arido della strada, su piccole lingue di asfalto, ruvide come quelle dei gatti. Tra le braccia delle donne neonati, tra le dita degli uomini sigarette, ultimo appiglio di virilità. Derubati di tutto. Uomini-bambini dal sesso fragile. Le donne invece mi sorprendono sempre, coi loro avambracci forti cullerebbero una stiva.</span></p>
<p lang="en-IE" align="justify"><span style="font-size: medium"><span lang="it-IT">Vedere il mare a Beirut è un’impresa con tutti questi palazzoni grigi. E guardando in alto penso: e se fosse il mare invece a dare colore al cielo? Un cielo grigio. Sono pochi gli sguardi verso l’alto. Io me lo posso permettere mentre i profughi per strada guardano dritto, come a invocare l’orizzonte che tagli le costruzioni infami e faccia passare un po’ di brezza. Beirut è un caldo umido difficile da sopportare, con i vapori del traffico asfissiante, i peli che ti pizzicano la pelle come se fossero quelli di qualcun altro, la sporcizia accumulata ai lati delle strade, i liquami, le mosche, i clacson, i mozziconi, le rose. Le rose sulle braccia di questo bambino che me ne offre una. Ma sono al tavolo da solo, gli dico con un arabo zoppicante. E lui mi guarda, sorride, come per dire: embé? Fairuz coccola in sottofondo cantando di rose damascene: tutto torna. Faccio cenno al bambino di andare verso le coppie. Mi guarda senza muoversi, con un sorriso dai denti bianchissimi che gli illumina la pelle oliva. Gli occhi vivaci mi fanno agguato di bellezza. Ma non cedo: fisso lo scugnizzo con aria seria, che vuol essere quasi di rimprovero, mentre sento il senso del ridicolo che mi si dibatte dentro. Fingo di distrarmi per un momento e poi torno a guardarlo ma quello è già guizzato via, lasciandomi lí da solo, con un irreprensibile e sorpresa aria da coglione a chiedermi da dove venga quella rosa rossa poggiata sul mio tavolino che giace come un’apparizione. Mi torna alla mente un racconto de l’Isle d’Adam in cui i bambini andavano a rubare fiori freschi nei cimiteri per rivenderli agli stessi borghesi che li avevano lasciati qualche ora prima sopra i sepolcri dei loro parenti. Le strade del ‘900, penso, Parigi. Beirut trattiene ancora molto del novecento, e di una certa borghesissima e sprezzante aria parigina. Di un certo modo intellettuale di fare, di guardarsi intorno, di studiare, la Palestina, la Giordania, la Siria, i maroniti, gli sciiti, i sunniti, i druzi e via dicendo. Beirut è l’unica che è rimasta penso, se salta Beirut è finita. Baghdad, Damasco, Cairo, Gerusalemme, ormai inaccessibili in un modo o in un altro, più che agli stranieri, agli arabi stessi. E quanto sono importanti le rappresentazioni simboliche e culturali di queste capitali, per gli arabi. La loro identità conta più degli Stati stessi, mi pare di poter dire. Di fatti, Faiuruz canta le città, non gli Stati, penso. Guardo la rosa, sorrido, sicuramente prima di arrivare sul mio tavolo avrà fatto un giro ingegnoso e irriverente</span></span></p>
<p align="justify"><span style="font-size: medium">Un rivolo di sudore mi scivola dall’ascella al gomito, solleticandomi la coscienza. Il calore mi rimbambisce. Guardo i vestiti che indossano. Non posso stare nel limbo, preferisco l’inferno, diceva Kamal, amico palestinese mentre camminava su e giù per la stanza. Te la smetti di fare “i fora?!” (cosi chiamava l’andirivieni durante l’ora d’aria nelle prigioni israeliane), ma no, sai che favoriscono la digestione e il pensiero! Ora capita anche a me di camminare avanti e indietro per la stanza quando penso. Che pensavo? Ah, già l’Inferno. Che si tratti sempre di quel vecchio inferno che formiamo stando assieme? O invece si tratta di qualcos’altro? Quanta gente c’è a Beirut e in Libano? Qui si rischia di morire soffocati dalla folla. Vivere laddove l’uomo si è ritirato a istinto. I rifugiati siriani a Beirut non sono accolti bene. Eppure sono un milione in una popolazione di tre (che conta anche un buon numero di rifugiati palestinesi) e tutto si tiene in piedi in un equilibrio stupefacente.</span></p>
<p lang="en-IE" align="justify"><span style="font-size: medium"><span lang="it-IT">Penso ai vestiti, al loro logorarsi naturale, guardo gli abiti come fossero staccati dai corpi. Strumenti umani. Penso al loro logorarsi sociale. Troppo facile riconoscere nel gomito, nella manica o nella cerniera, un contadino o un operaio. E quelli di un rifugiato? Eppure non ho mai visto abiti abiti così puliti e stirati come quelli dei miei vecchi colleghi di Gaza. O quelli dei contadini che incontravo nei campi e che quando mi venivano a trovare in ufficio avevano camice impeccabili, gilet e giacca di un eleganza scintillante. E le jalabyye bianchissime dei beduini una volta lasciati gli animali nelle stalle? Quante mani di donna ci sono dietro a tutto ciò? Eccola che infatti mi torna alla mente, la vecchia contadina umbra che durante la vendemmia mi diceva: poro marito mio, me ricordo che non se riusciva a toje de dosso quella puzza de merda! Stava sempre a accudì li porchi! Io ce provavo ma mice je se la faceva! E me lo immaginavo così il marito, con lo scrimo perfetto e le mani gonfie infilate l’una nell’altra, a sentire la messa con quel raccoglimento umile e delicato. Poi c’è mio nonno: il suo affannarsi nel farsi bello, nel rigovernarsi (una volta si diceva cosi in italiano, </span></span><span style="font-size: medium"><span lang="it-IT"><i>rigovernare</i></span></span><span style="font-size: medium"><span lang="it-IT">) ogni mattino, nonostante la morte già lo placcasse, a letto da mesi. Una delle immagini più nobili che porto con me.</span></span></p>
<p lang="en-IE" align="justify"><span style="font-size: medium"><span lang="it-IT">Ana, I am sick, marida, malata. L’uomo ritiratosi a istinto, ad alienazione? </span></span><span style="font-size: medium">Everybody is getting sick because of the A.C., l&#8217;aria condizionata. </span><span style="font-size: medium"><span lang="it-IT">L’alienazione ha già in sé il germe del privilegio (di farsi alienare)? </span></span><span style="font-size: medium">What did you buy today? Shoes. Fi discount bi shara3 el-hamra, </span><span style="font-size: medium"><span lang="en-US">ci sono I saldi su via Hamra? </span></span><span style="font-size: medium"><span lang="it-IT">Rinunciare ai privilegi? Profittarne per estenderli? Don’t do it habibi, you will ruin your make up, ti stai rovinando il trucco, non fare cosi tesoro. Estendere o eliminare. La trasvalutazione. Guardo le dita trasvalutate di smalto di queste giovani donne libanesi che bevono birra parlandosi tra di loro senza staccare l’occhio dal telefonino intelligente: don’t do it, habibti! Queste ragazze che parlano un arabo inglesizzato, due razze non incrociabili. Già il francese beirutino ha impregnato la lingua. Ora l’inglese. Beirut sembra realizzare l’inicrociabile. è questo l’inferno, mi dico a volte, il non saper più districare, strangolati da troppi lacci in cui tutto sembra avere lo stesso valore. Strano che Pasolini e Genet non si siano mai incontrati.</span></span></p>
<p lang="en-IE" align="justify"><span style="font-size: medium"><span lang="it-IT">Turchia.</span></span></p>
<p lang="en-IE" align="justify"><span style="font-size: medium"><span lang="it-IT">Ma che cosa gli dovrei dire io a uno che mi chiede cosa ne penso del Mediterraneo? È così caro, per me. Già la parola suscita un riverbero ameno in me. Ma tutto sta cambiando da un po’ di anni, da quando lo vedo dalla sponda sud, sud-est. Ho cominciato a metterci sabbia sporca dentro questo bel sentimento: il presente. Vedo scendere sabbia sporca, una clessidra che si inceppa. Un tempo sporco, una puzza di passato che ritorna. Sará la puzza della Storia? E più vado avanti più insisto nel metterci sabbia: mi faccio del male? Ma potrei fare altrimenti ormai? Tutte le evocazioni solari, sognanti, romantiche con cui mi sono forgiato da giovane pensando alla Grecia, al mare tra le terre, alla lira. In arabo lo chiamano il mare bianco, tra le terre. Ecco un’altra cosa che dimentico sempre di andare a guardare, questo legame tra colori e i mari, mar rosso, mar nero, mar bianco. Chissà se anche dalle nostre parti lo si chiamava bianco, tempo fa, il mediterraneo. Deve averlo scritto Metvajevic nel suo splendido breviario ma anche qui la memoria non mi viene in soccorso. E poi anche quel breviario è poesia, e la poesia la stavo giusto giusto riempiendo di sabbia sporca. Certo Predrag se lo può pure permettere, capirai è di Mostar, un’altra dolorosa-amorosa sponda. Ma io no, non posso. Penso ancora a Pasolini, all’apertura scenica della sua Medea: tutto è santo, tutto è santo! Esclama Chirone mostrando un mare splendido al piccolo Giasone. Per poi aggiungere: ma la santità può anche essere una maledizione.</span></span></p>
<p align="justify"><span style="font-size: medium">Solo chi è umile può gridare viva la libertà. Vedo le immagini della polizia di frontiera che cerca di contenere centinaia di umani, vestiti come umani. La polizia è grottesca, invece, uomini vestiti come dei non uomini. La gente non scappa, scarta di lato, poi ci ripensa, torna indietro, scavalca i muri, si infila tra i fili spinati, si graffia, si sbuccia, prende due manganellate in testa. Sanguina, urla. Ma questi scappano dalle bombe, dalla clorina, dagli stupri della guerra, dall’inaudito. Avranno mica paura di due cyborg grotteschi? E infatti passano. Si fanno pure i selfie a un certo punto. Decine di volte mi è capitato di andare a manifestazioni contro il governo: la polizia, le cariche, il fuggi fuggi. Scorrimento pacifico, zone rosse, teste rosse. Un tipo di gioco che ha delle regole. Tutti o quasi le conoscono, perché sono le regole del proprio momento storico nel proprio paese, e il rapporto dialettico che ha una data popolazione con il proprio Stato (potere) e l’uso che questi fa della forza. Sappiamo bene come la forza diventi violenza e poi come, sempre Genet ci ha insegnato, come la violenza si faccia brutalità. Si sa che lo Stato si può permettere di rompere le regole del gioco. Ma il popolo no, a meno che, appunto, non si tratti di una rivoluzione.</span></p>
<p align="justify"><span style="font-size: medium">Ma quello che vedo ora è una specie di dipinto del Quarto Stato che avanza tra polizie di frontiera, bambini che camminano in rime sparse, ragazzi coi backpack che sembrano farsi una gita in montagna, e invece si portano dietro la casa e la vita, facce stanche ma decise ad andare avanti con dentro gli occhi la voglia di una vita migliore, anche se hanno già capito meglio di tanti giovani europei che in quest’Europa c’è qualcosa che non torna, che c’è poco da fidarsi. Ci sono pur sempre dei diritti (a pagamento), ma sono pronti (a pagare) per i campi in detenzione, le impronte digitali, il rispetto delle regole, che non si rimetta in discussione lo statu quo, simbolico e legale. Eppure avanzano e con il loro andare sbaragliano le regole del gioco. La polizia carica, respinge, lacrimogeni botte. E allora? Dove volete che vadano dopo la manifestazione? A casa? Questo è un viaggio sola andata per il momento, poi staremo a vedere. Avanzano e cambiano le leggi, stati di emergenza, detenzioni amministrative, regolamenti temporanei, quote. Schengen, Dublino I Dublino II, Dublino III. Basta, non c’è più. Finito. Tutto finito. Le hanno cambiate con una camminata lunga un mese o due: Siria-Svezia.</span></p>
<p align="justify"><span style="font-size: medium">Decine di manifestazioni (sorrido tra me e me) da adolescente ventenne, lotte in strada all’università. Mai riusciti a cambiare una virgola in una legge negli ultimi vent’anni. Nemmeno un capoverso, maledettissima Italia. E loro invece? Arrivano e le cambiano! Facile facile, come sedersi sull’arena, osservare il mare e l’orizzonte, il moto dei gabbiani, infilare il proprio odorato nella brezza: tutto è santo. è meraviglia.</span></p>
<p lang="en-IE" align="justify"><span style="font-size: medium"><span lang="it-IT">(</span></span><span style="font-size: medium"><span lang="it-IT"><i>Ma nel momento in cui guarderemo la natura come naturale tutto sarà finito. Addio mare, addio cielo</i></span></span><span style="font-size: medium"><span lang="it-IT">).</span></span></p>
<p lang="en-IE" align="justify"><span style="font-size: medium"><span lang="it-IT">Chiamo Ali, il mio amico iracheno, e gli annuncio: i bambini si stanno riprendendo l’acqua dell’Eufrate! Abbiamo già scherzato un sacco di volte sui due fiumi, ride, mi chiede, e come? Gli dico che mi trovo al parco e ci sono i piccoletti siriani che giocano a pallone a piedi nudi su quell’erbetta turca di un verde tanto sgargiante: si riprendono il fiume. In piena estate con 45 gradi questi turchi annaffiano tutti i giorni parchi, automobili, negozi: persino gli spartitraffico delle autostrade sono prati inglesi. Mostruose dighe hanno permesso a questo paese di diventare il granaio del Medio Oriente. Agricoltura intensiva e via a mercanteggiare. Senza preoccuparsi se si sommergono città antichissime e interi siti archeologici o se si inaridiscono altri paesi. Ma gli uni sono kurdi, gli altri siriani o iracheni. Ali recita le parole di un vecchio poeta di Baghdad, Abd al-Wahhab al-Bayyati, </span></span><span style="font-size: medium"><span lang="it-IT"><i>è</i></span></span> <span style="font-size: medium"><span lang="it-IT"><i>un epoca in cui nemmeno più le anime si prendono cura delle altre o osano ribellarsi</i></span></span><span style="font-size: medium"><span lang="it-IT">. Si intenerisce anche lui ogni tanto, forse rapito da qualche ricordo della sua Mosul quando ci si poteva lavare via la polvere della strada con un bel tuffo nel Tigri o quando si poteva pisciare in santa pace sui ruderi di Ninive, tra sterpaglie e fiori di ortica. Mi dice che non devo rimproverare troppo la Turchia perché si sta prendendo più di un milione di persone mentre voi (europei) prima li bombardate e poi li lasciate morire come cani, in mezzo al mare. Gli dico che lo sta facendo per convenienza politica e strategica e anche perché in fondo non potrebbe fare altrimenti. E che la smettesse di darmi dell’europeo. Mi prende in giro e dice che sono solo un turista. Gli dico che fanno bene a rubargli l’acqua allora, e ci mettiamo a ridere.</span></span></p>
<p lang="en-IE" align="justify"><span style="font-size: medium"><span lang="it-IT">Incontro una ragazza, amica di amici, mi dice di essere siriana, le chiedo di dove, in arabo, mi chiede dove hai imparato l’arabo le dico in Palestina mi dice di essere palestinese le chiedo di dove mi dice di Haifa. Dopo una breve pausa aggiunge: mia nonna ha le chiavi di casa. Poi: ci sei stato? è bella Haifa? Mi torna alla mente un lungo poema di Mahmoud Darwish che parla di quest’uomo di Haifa rifugiato nel sud del Libano, che un giorno parte con la sua barchetta e si dirige verso sud e vuole tornare in Palestina, nella sua cittrà, Haifa. Rema finché non lo fermano i soldati israeliani. Le dico che Haifa è bella, anche se in realtà non mi è piaciuta molto, le preferisco Acca. Mi dice che suo nonno invece era un posto vicino a Tiberiade e che ogni tanto ritira fuori la storia del cane che aveva da bambino e che aveva abbandonato a casa nella fuga. Poi mi dice che è nata a Yarmouk ma cresciuta ad Aleppo. Le dico: non finite mai di muovervi voi palestinesi, eh? Sorride e mi dice si però sono stanca! Dopo l’inizio della guerra è andata a Beirut dove ha vissuto dal 2012 fino a qualche mese fa e poi è venuta in Turchia; quest’estate ha provato di arrivare in Grecia ma non ci è riuscita, mi fa capire che si è trovata in una situazione poco piacevole e non indago oltre. Si è messa a lavorare con un organizzazione umanitaria qui. Parla un ottimo inglese, e arabo madre lingua. Un po’ di curdo. Il turco non le piace anzi non le piacciono i turchi, non si sa mica quello che stanno combinando e chi pagano. Le dico di non dirlo troppo forte, sorride. La sera fumiamo un narghilè e mi racconta la storia di sua zia, la moglie del fratello del padre. È scappata da un Aleppo in fiamme un paio di settimane fa. Doveva passare i check-point governativi per andare nella zona controllata dai gruppi ribelli e poi arrivare qui in Turchia. Era con il figlio, ricercato perché doveva fare il servizio militare. Al check-point ha dato al soldato (del governo) la carta d’identità dell’altro figlio che si chiama Ibrahim ed è in Germania. Il soldato l’ha consegnata a un ufficiale e questi le ha detto: signora ci dica la verità ed io la aiuto. Come si chiama suo figlio? Ibrahim. Allora sono andati dal figlio e gli hanno detto: come ti chiami? Ibrahim. Li hanno tenuti un’ora. Dopo di che l’ufficiale è tornato dalla donna con la carta d’identità in mano e le ha detto signora, ora è disposta a dirci la verità? Come si chiama suo figlio? Ibrahim. Hanno preso il ragazzo e gli hanno detto: come ti chiami ragazzo? Ibrahim. Li hanno trattenuti per un’altra ora. Poi l’ufficiale si è avvicinato alla donna di nuovo e lei lo ha guardato negli occhi e gli ha detto: è Mohammad, ha un cancro e dobbiamo andare di là. Dopo un cenno i soldati hanno portato via il ragazzo che è riapparso poco dopo zoppicante e col viso tumefatto. Dopo essere stati respinti la donna ha fatto il giro di mezza Siria passando per altri check-point da sud verso ovest e poi risalire. Stringendo tra i pugni quelle prescrizioni mediche che erano la sua unica risorsa e salvezza. Il suo lasciapassare e quello del figlio malato. E’ riuscita ad arrivare nella zona dei ribelli, e infine in Turchia. Ieri, mi ha detto Yasmin guardandomi negli occhi, si è presentata a casa mia ed era stravolta, coi vestiti logori. Le ho offerto di fare una doccia, le ho passato dei soldi, ha rifiutato. Mi ha detto che suo figlio era già arrivato a Izmir e lei doveva raggiungerlo perché non aveva con sé i documenti medici e dovevano andare in Grecia e poi in Germania al più presto. I medici ad Aleppo le hanno detto che non potevano farci niente. Ma in questo caso, aggiunge Yasmin, anche se non ci fosse stata la guerra non sarebbe stato diverso.</span></span></p>
<p lang="en-IE" align="justify"><span style="font-size: medium"><span lang="it-IT">Guardo Yasmin che soffia fumo dal becco legnoso del narghilè e sorseggiando la sua birra dice &#8211; come si trattasse di un romanzo &#8211; che storia, eh? Io fuori dalla portata della parola, la osservo, annuisco a tutto quello che dice, provo grande imbarazzo. Le chiedo se riproverà a imbarcarsi, mi dice distrattamente: sì, forse. È stato come chiederle se domani viene a piovere.</span></span></p>
<p lang="en-IE" align="justify">“<span style="font-size: medium"><span lang="it-IT">La separazione è sempre dolorosa!” ripete la voce meccanica di google translator mentre due visini mi sorridono di là dello schermo. Rania e Lana giocano divertite, sono venuto a trovarle perché stasera è la vigilia della loro partenza per la Germania. Sono eccitatissime, non saprei dire se tristi o felici, forse entrambe le cose. Hanno finalmente ottenuto il visto tramite il ricongiungimento familiare, perché la loro mamma, un anno esatto fa, ha traversato in qualche stiva. Dopodiché si è regolarizzata, ha pazientato dodici mesi senza marito e figli, con l’ausilio dei servizi sociali tedeschi ha studiato la lingua, trovato casa, lavoro e ora ha potuto finalmente chiamare tutti a sé. Ahmad, il marito, ha un bel sorriso da adolescente nonostante gli ultimi due anni gli abbiano scolpito rughe che la sua discreta posizione sociale ad Aleppo non aveva previsto punto. È un padre premuroso e ha fatto di tutto perché Rania e Lana continuassero a suonare (hanno deciso di non mandarle a scuola e aspettare la Germania), e Khafif (mentre scrivo è fresco fresco di diciott’anni) invece finisse la scuola in Turchia. Non dev’essere stato facile per nessuno, né per la mamma sola, lontana ed estirpata dei figli, né per lui a far collare la famiglia e tutti gli attriti adolescenziali pervertiti dall’orrore cui sono stati sottoposti. Ha responsabilizzato Khafif il più grande, e tentato di imbrigliare quel diavoletto che è Lana. Ma forse, la cosa più difficile è stata di rassicurare Rania, la più piccola, timida e introversa, ma ricca di un’intelligenza profondissima.<br />
Ed eccoci qui alla vigilia della partenza: Khafif ha appena finito la scuola e Rania e Lana mi fanno l’ultimo concertino personale. Sono molto felice, queste due piccolette mi sembrano in grado di levare ogni pietra dal cuore del padre che le guarda sottecchi col sorriso di soddisfazione tipico del genitore. Sono mesi che mi hanno portato Fairuz con la loro voce e i loro strumenti: Lana suona il violino, Rania la chitarra. Guardo Salime mi viene da ridere pensando al momento in cui la prematura vivace bellezza delle figlie sboccerà come un melograno folgorando la povera razza germanica: quanti grattacapi che avrà il mio amico! Suonano, ma Rania è costretta a fermarsi di tanto in tanto perché le si congelano le dita e non può continuare a pizzicare le corde: perde sensibilità. Salimmi ha già spiegato in un’altra occasione che da quando la madre è partita, Rania ha cominciato ad avere questi disturbi agli arti. Rania guarda imbarazzata il padre, come a dire, eccoci di nuovo, e si strofina con violenza le mani tra loro. Le dita sono violacee. </span></span><span style="font-size: medium"><span lang="it-IT"><i>La separazione è sempre dolorosa.</i></span></span><span style="font-size: medium"><span lang="it-IT"> Penso a Rania cosi timida e silenziosa, quanta guerra c’è in lei e quanto dev’essere stato difficile dire addio alla madre che partiva in nave. Chissà se ne conosceva i rischi. Credo di sì, possiede quell’arguzia dei timidi cui non sfugge nessun dettaglio. Lo vedo da come si muove, dalle domande che mi pone (la timidezza ora che mi conosce meglio si è fatta furba discrezione) in cui echeggiano sempre pezzi di conversazione che ho avuto col padre (seppur queste avvengano in un inglese che lei capisce pochissimo) o dalle parole in italiano che ripete alla perfezione a settimane di distanza, e mi sussurra come un segreto tra me e lei.<br />
Lana invece è una bottiglietta d’aranciata frizzante, non si ferma un attimo, trova sempre un pretesto per dire la sua. Gioca, ride, prende e si fa prendere in giro. Un giorno, mentre mi spiegava quanto fosse brava a suonare il violino l’ho interrotta e facendo finta di sgridarla le ho detto in inglese: ah! come siamo modesti! Ha guardato il padre con quel naso da scoiattolo curioso e gli ha chiesto in arabo: cosa significa </span></span><span style="font-size: medium"><span lang="it-IT"><i>humble? </i></span></span><span style="font-size: medium"><span lang="it-IT">Da quel giorno è peggio di prima e non fa altro che lodarsi e compiacersi e concludere con un: ai eem veery veeery humble!! E giù a ridere&#8230; Lana e Rania hanno due piccoli nei sulla parte destra del mento, seminati nella stessa posizione obliqua, come una costellazione che finisce sull’arco delle labbra. Penso che se riuscirò a conoscere la loro mamma, per prima cosa andrò a cercarle l’orsa maggiore sul volto. Le rivedrò in Germania probabilmente.</span></span></p>
<p lang="en-IE" align="justify"><span style="font-size: medium"><span lang="it-IT">È la vigilia della partenza e Salim si affaccia più del solito sulla memoria: mi parla della loro fuga da Aleppo. La peculiare intimità che comportano gli addii lo spinge a dire più cose, a indugiare sui particolari, a metterci anche l’emozione. Non tutti quelli che hanno fuggito le porte dell’inferno sono disposti a parlarne, al contrario. La memoria è “legittima difesa” e poi ci si snerva nel rispondere sempre alle stesse domande. C’è un doppio binario. Il primo è la consapevolezza più o meno intimamente dichiarata che la memoria è </span></span><span style="font-size: medium"><span lang="it-IT"><i>fallace</i></span></span><span style="font-size: medium"><span lang="it-IT">. Prendo in prestito il termine che ha usato Primo Levi con raffinata lucidità per arrivare al secondo, analizzato anch’esso dal grande chimico-scrittore italiano: la vergogna. Quella sorta di vergogna che si prova nel raccontare, superstiti del vuoto, davanti agli occhi vergini di chi non sa cos’è l’orrore.<br />
Salim mi racconta di come l’appartamento in cui vivevano si sia trovato, a un certo punto, sulla linea di divisione tra ribelli e forze governative. Il palazzo, appena fuori della città vecchia di Aleppo, sorge esattamente in un incrocio che era divenuto di cruciale importanza militare. Accende il portatile, mette google map e zoomma fino a mostrarmi il palazzo. Mi spiega le forze in campo, le vie, i punti strategici. Il posizionamento dei cecchini. Era così due anni fa, ora è tutto cambiato. Mi mostra come i governativi avevano occupato l’ultimo piano del palazzo dove viveva mentre i ribelli tenevano sotto controllo il territorio che comincia dall’altro lato della strada. Si erano ritrovato in mezzo a due fuochi. I governativi sparavano dal tetto e i ribelli rispondevano sull’intero palazzo, probabilmente credendo che lì vi fossero soltanto soldati e cecchini fedeli al presidente. E invece gli altri piani erano ancora abitati da famiglie.<br />
Poi mi mostra il terrazzo del salotto, comincia a spiegarmi qualcosa ma siamo interrotti da Khafif che entra all’improvviso nella conversazione. Indica il terrazzo della sua camera, più esposto ai colpi dei ribelli, e corregge il padre su alcuni dettagli. Salim lo guarda stupito e pensieroso. Poi il figlio aggiunge: ti ricordi papà quando siamo andati a prendere i vestiti in camera mia? Abbiamo strisciato fino all’armadio per evitare le pallottole e poi, usando il vecchio bastone, abbiamo agganciato la mia roba? Salim sorride imbarazzato, come se non ricordasse. Mi dice che durante quel mese in cui erano rimasti in trappola non sapeva come comportarsi, era stordito. Aveva passato notti insonni, non solo a causa degli spari, ma perché attanagliato dalla responsabilità. Sapeva che doveva prendere una decisione, prima o poi. Aggiunge: l’unica cosa che mi rendeva “relativamente” tranquillo era che i ribelli non avevano armi che potevano colpire in modo grave, o distruggere il palazzo. All’epoca avevano solo piccoli calibri e miravano ai corpi. Bastava stare fuori dal loro tiro. Mi ricordo che al tramonto il sole creava una traiettoria di luce che entrava in salotto illuminandolo perfettamente: in quei momenti dovevamo stare particolarmente al riparo. Io dormivo in quella stanza perché c’era la televisione e cercavo di capire cosa cavolo stava succedendo nel paese: la guerra era scoppiata cosi, da un giorno all’altro. Ricordo che una volta una pallottola mi ha sfiorato la nuca e si è infilata sul muro a un palmo sopra la mia testa.<br />
Il palazzo era costantemente sotto tiro e la cosa incredibile è che due vie più in là la vita scorreva tranquillamente, negozi aperti, gente in giro, il solito traffico aleppino. Quella era la parte governativa. L’altra era l’inferno delle bombe sganciate dai jet governativi e tutto il resto. Io oltretutto ero stato rilasciato da poco, dopo aver passato tre mesi in cella (qui non si dilunga ma avverto una lieve esitazione) perché i governativi mi avevano arrestato: avevo preso parte alle manifestazioni all’inizio della rivoluzione, dimostrazioni pacifiche e piene di speranza. Ma poi avevo lasciato perdere, quando le cose avevano cominciato a cambiare piega.<br />
Quando mi hanno rilasciato sono corso a casa ma qualche giorno dopo i militari del governo hanno occupato il tetto del palazzo. Ora, coi soldati al piano di sopra ero sicuro che mi avrebbero riconosciuto e ammazzato. Ero considerato uno dei ribelli! Ma dopo qualche scambio di battute con gli ufficiali che perlustravano le case avevo capito che la comunicazione tra i soldati e i servizi segreti non era poi così lineare (spesso gli uni disprezzano gli altri), quindi non si sono troppo curati di me.<br />
Mi dice come la guerra sia arrivata in città, da un giorno all’altro, senza preavviso, come la pioggia&#8230; ma a questo punto Khafif rientra violento nella conversazione (è la prima volta da quando lo conosco che lo vedo sgusciar fuori dalla sua giovane età e cambiare voce e atteggiamento) e dice ti ricordi papà quella macchina schiacciata dai carri armati? Era una giornata come le altre e dal terrazzo avevano visto un’automobile che a un certo punto si era trovata davanti un carro armato, sbucato dall’angolo. Il guidatore è uscito dalla macchina e gli hanno sparato, dice Salim ma Khafif aggiunge: sì ma non lo hanno preso, è scappato in mezzo ai cespugli di quel palazzo, aggiunge indicando lo schermo. Salim lo guarda di nuovo con stupore. Ma hanno schiacciato la macchina coi cingoli! esclama il figlio ancora incredulo.<br />
Allora Khafif entra al centro della discussione e si mette a raccontare una storia pure lui ma questa volta si rivolge al pavimento, non a me. Sono sceso giù per comprare qualcosa da mangiare al negozio all’angolo. Eravamo affamati, stipati dentro casa coi soldati sul tetto. Quando sono uscito dal portone del palazzo c’erano tutti soldati intorno. Uno di loro, giovanissimo, mi ha chiesto se potevo comprargli un panino. Ho risposto che certamente lo avrei fatto. Il tempo di correre al negozio, prendere qualcosa al volo&#8230; dopo due minuti l’ho trovato in una pozza di sangue. Ero immobilizzato dal panico. Sono rimasto come uno scemo davanti a quel corpo col panino in mano finché non ho realizzato che tutti mi stavano gridando di scappare. Ero terrorizzato dal rumore dei colpi che venivano dall’altra parte ma anche dai soldati stessi. Non sapevo cosa fare col panino, dice sorridendo imbarazzato. Ricordo solo che poi sono tornato in me, mi sono allontanato. Un altro soldato mi ha preso il panino dalle mani, mentre a un altro fu ordinato di andare a rimpiazzare il morto. Khafif stacca gli occhi dal pavimento e torna al presente come dopo una lunga trance: mi guarda con occhi acquosi come a sincerarsi che abbia anche io partecipato al suo monologo interiore.<br />
All’epoca Khafif aveva quindici anni, mentre lo vedo con quel panino in mano penso all’accelerazione esistenziale narrata da Paolo Dall’Oglio, prima che lo rapissero.</span></span></p>
<p lang="en-IE" align="justify"><span style="font-size: medium"><span lang="it-IT">Infine Salim mi racconta il giorno in cui ha deciso che era ora di andarsene dal palazzo. Una mattina lui e sua moglie avevano notato due fori perfetti nelle colonne di cemento armato della casa. Ho capito che erano armi nuove. Non c’era da fare altro che radunare in fretta le cose e andare via. Quello era il segnale: la guerra stava evolvendo. Torna a mostrarmi il palazzo su google map, e indica, vedi? Siamo passati di qui e poi abbiamo preso la macchina che era parcheggiata proprio vicino a quel palo e infine siamo scappati. No, papà, dice Rafif. Siamo scappati tutti a piedi verso la parte sicura della città e tu sei tornato da solo a recuperare la macchina. Me lo ricordo, benissimo.<br />
Vedo Salim che guarda Khafif e li lascio al loro stupore di padre e figlio, alle loro memorie complementari e sovrapposte che fondono l’insonnia, gli incubi, le opzioni, le strategie e i ripensamenti per sfuggire alla morte. Ora stanno parlando di quando scapparono da casa, ma parlano tra di loro, non più a me; io osservo lo schermo del computer e penso che se il portone del palazzo avesse dato sulla strada principale invece che sul retro un cecchino li avrebbe sterminati uno ad uno, quando scapparono. Penso a Sarajevo, che è stata la mia prima guerra e il mio primo assedio. Penso che nella guerra conta tutto, ci vuole abilità, arguzia e tanta fortuna. Ci vuole coraggio. Ma nessuno di questi ingredienti è in grado di garantirti la vita.<br />
Rania e Lana si annoiano, scalpitano come si scalpita prima di una partenza come questa: è giunto il momento dei regali. Le porgo i braccialetti che ho portato mentre con la coda dell’occhio vedo Salim che dice a Khafif di portarmi qualcosa. Arriva con un backgammon di legno e mi dice, ci tengo a questo, portatelo in Italia. Le separazioni sono sempre dolorose, dico a Rania e Lana prima di abbracciarle. Poi dico loro che quando ci vedremo le porterò a Venezia, sono tutte contente.</span></span></p>
<p align="justify"><span style="font-size: medium">La mia amica mi ha mandato un messaggio, la Grecia è bella, le piace un sacco, quando sarà finita tutta questa storia ci ritornerà in vacanza. I greci mi piacciono scrive. Sono come noi: strillano per ogni cosa. Il mare è bello anche se non so nuotare, lo guardo. Non l’avevo mai guardato così, in Siria. Ora è un valore. Le faccio un’infinità di domande, sono curiosissimo. Ma non risponde più. Riappare dopo qualche giorno, mi racconta parte del viaggio, ancora via sms: è arrivata a Bodrum e da lì si è imbarcata per Kalimnos. L’hanno portata al campo ma era pieno, ora sta in un hotel. È contenta. Poi scompare di nuovo. Ancora qualche giorno e un numero olandese mi dice che è arrivata dal fratello. Sono felicissimo. Mi dice ti posso chiamare, le dico certo. Ha la voce che brilla. Adesso si riposerà per qualche giorno e poi andrà dalle autorità. La metteranno in un campo, mi dice. Mi ci terranno spero non più di una quindicina di giorni e poi mi sposteranno in un altro. È un passaggio obbligato, se voglio la residenza. Fanno tutti cosi. Dovranno intervistarmi per l’asilo. Dopo qualche giorno mi scrive dal campo: è affollato di gente che viene da ogni dove, si sente fuori posto, è molto sola, ma si è fatta un amico. Mi invia una foto di lei che sorride con un bimbo nigeriano. Gli occhi tristi, ma hanno la bellezza di chi sta vivendo la propria storia.</span></p>
<p lang="en-IE" align="justify"><span style="font-size: medium"><span lang="it-IT">Siedo in un piccolo caffè in Libano, in Turchia, in Giordania, non ne sono più cosi sicuro.<br />
Il giardino interno è in stile aleppino, pavimentato di pietre fresche, alberi di agrumi, un pozzo, tavolini bassi dove non so mai come infilarmi. Fumo profumato di narghilè e il rumore delle pedine del backgammon. Il caffè è frequentato da molti ragazzi siriani. Discutono vivaci e aspettano. Scrivono e aspettano. Si guardano, sorridono e aspettano. Molti di loro hanno partecipato ai primi fermenti della rivoluzione, quando si andava per le strade e la polizia cominciava a torturare e a sparare. Hanno visto il sangue dei primi caduti e hanno strillato in faccia agli aguzzini in divisa. Sono tornati in strada più arrabbiati e più numerosi. Finché la rivoluzione è cambiata. Finché abbiamo cominciato a odiare la parola “rivoluzione”, mi ha detto una giovane archeologa siriana, un giorno, come a marcare “il punto di non ritorno”.<br />
Kapuściński mi ricorda che quel momento è uno dei massimi enigmi della storia. E dell’</span></span><span style="font-size: medium"><span lang="it-IT"><i>umanità</i></span></span><span style="font-size: medium"><span lang="it-IT"> mi verrebbe da aggiungere. Questi ragazzi sono “</span></span><span style="font-size: medium"><span lang="it-IT"><i>quell’uomo della folla che ha smesso di avere paura” </i></span></span><span style="font-size: medium"><span lang="it-IT">di cui narra il reporter polacco. Il poliziotto incontra il dimostrante in mezzo alla strada, lo minaccia, ma lui rimane impassibile. Non c&#8217;è più quella terza persona tra poliziotto e ribelle: la paura. L’uomo rimane, la folla rimane. Il poliziotto torna indietro e dà ordine di sparare. Il potere, tronfio e pieno di sé esagera in arroganza e perisce. Il despota è convinto che l’uomo sia una creatura vile perché è circondato da persone vili. Ma morire per un dittatore o morire per la libertà non è la stessa cosa.<br />
Forse è dentro questa frase che cerco di districare quei fili che prima mi strangolavano. Si dice spesso (in Europa) che la rivoluzione siriana &#8211; e quelle arabe in generale &#8211; siano primavere tradite, fallite, trasformatesi in qualcos’altro. La violenza, la brutalità, le bombe barile, l’estremismo islamico e via dicendo. E lo si dice con quel fatalismo che non si cura nemmeno di nascondere la spocchia (tutta occidentale) da cui è generato.<br />
Quello di cui non si parla mai invece è il tradimento della democrazia, di questa Europa tronfia e piena di sé, che ha dimenticato le sponde natie di Tiro, e che guarda il mediterraneo – non da nord verso sud – ma dall’alto verso il basso. Stati di emergenza che vengono prolungati da governi di transizione: è un Unione che si stringe intorno al proprio deficit di libertà e di identità, che non sa più a quale paese vicino riempire le tasche, a chi fare capacity building sulla sicurezza. E di nuovo quella </span></span><span style="font-size: medium"><span lang="it-IT"><i>sinistra</i></span></span><span style="font-size: medium"><span lang="it-IT"> tolleranza verso i fascismi che aumentano le proprie leve, masturbandosi nella paura sociale.. </span></span></p>
<p lang="en-IE" align="justify"><span style="font-size: medium"><span lang="it-IT">Forse per alcuni moralisti delicati, cinici dell’intelletto, anche questo è fisiologico. Ché in fondo la Storia umana non è che guerra, interrotta da brevi periodi di pace. Ma io dico, con Primo Levi, che nessuno storico o epistemologo ha ancora dimostrato che la storia umana sia un processo deterministico. Se ne discuterà tra pochi anni, quando i giovani rifugiati parleranno la nostra lingua. Sarà una bella prova, allora, trovare </span></span><span style="font-size: medium"><span lang="it-IT"><i>l’ordine del discorso</i></span></span><span style="font-size: medium"><span lang="it-IT">. E non sarebbe male cominciare adesso.</span></span></p>
<p lang="en-IE" align="justify">
<ul>
<li>l&#8217;autore scrive sotto pseudonimo</li>
</ul>
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		<title>Il Ban di Trump e la Guerra Santa del nerd canadese</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Lorenzo Declich]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 31 Jan 2017 13:00:07 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[di Lorenzo Declich e Anatole Pierre Fuksas Anatole. L’ordine mondiale è scosso dal Ban di Trump, che impedisce l’ingresso negli Stati Uniti a i cittadini di Iran, Iraq, Libya, Somalia, Sudan, Syria and Yemen. Sulla prima pagina del New York Times tiene banco il conflitto istituzionale circa la nomina del nuovo Attorney General, in relazione [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Lorenzo Declich</strong> e <strong>Anatole Pierre Fuksas</strong></p>
<p><b>Anatole</b><span style="font-weight: 400">. L’ordine mondiale è scosso dal <em>Ban</em> di Trump, </span><a href="http://www.bbc.com/news/world-us-canada-38798588"><span style="font-weight: 400">che impedisce l’ingresso negli Stati Uniti a i cittadini di Iran, Iraq, Libya, Somalia, Sudan, Syria and Yemen</span></a><span style="font-weight: 400">. Sulla prima pagina del </span><i><span style="font-weight: 400">New York Times</span></i><span style="font-weight: 400"> tiene banco</span><a href="https://www.nytimes.com/2017/01/30/us/politics/trump-immigration-ban-memo.html?hp&amp;action=click&amp;pgtype=Homepage&amp;clickSource=story-heading&amp;module=span-ab-top-region&amp;region=top-news&amp;WT.nav=top-news&amp;mtrref=undefined&amp;gwh=982877EDAEAC0F72A9B86282835B4FC1&amp;gwt=pay"><span style="font-weight: 400"> il conflitto istituzionale circa la nomina del nuovo Attorney General</span></a><span style="font-weight: 400">, in relazione alla legalità del Ban e dell’opportunità che i legali del Dipartimento della Giustizia lo dichiarino ammissibile. La nostra agenda ci porta, però, in Canada, a Quebec City, appresso ad una notizia che sta riscuotendo attenzione molto inferiore alla portata del fatto, di gravità pari, se non superiore a vari altri che abbiamo seguito e discusso. Si tratta dell’attentato alla moschea locale, nel corso del quale sono morte sparate sei persone e otto altre sono rimaste ferite. Il fatto, del quale si trova traccia soltanto nei tagli bassi delle testate di tutto il mondo, avrebbe di certo suscitato una diversa attenzione, qualora l’obiettivo fosse stato altro, cioè uno dei riferimenti dell’occidente libero e democratico e l’attentatore fosse stato un musulmano qualunque, uno di quelli che urlano “Allah Akbar”, per capirci, che poi hanno spesso e volentieri urlato altro, come s’è detto e ridetto. Gli elementi di interesse, almeno per noi, sono moltissimi. Prima di tutto il profilo di questo Alexandre Bissonnette, un vero freak da tutti i punti di vista, poi il fatto che questo episodio abbia luogo in Canada all’inizio dell’era Trump, in relazione alla </span><a href="https://thinkpol.ca/2017/01/28/canada-will-welcome-you-trudeau-invites-refugees-as-trump-bans-them/"><span style="font-weight: 400">posizione liberal che Trudeau ha assunto</span></a><span style="font-weight: 400"> sulla questione dell’immigrazione, quindi, forse soprattutto, il tema della “Guerra Santa”, che, misteriosamente, non affiora a titoloni cubitali sulle prime pagine dei giornali. Anche limitandoci allo squallido teatrino di casa nostra viene soprattutto da domandarsi dove sia l’editoriale di Panebianco, dove siano i memi di Oriana che aveva previsto tutto e perché oggi la guerra santa non “</span><a href="http://www.bbc.com/news/world-us-canada-38798588"><span style="font-weight: 400">la fa l’ACI</span></a><span style="font-weight: 400">” (lo so, ce lo devo mettere ogni volta, è un po’ un tormentone, ma fa troppo ride’). Inoltre, e questo è l’aspetto che ci ricollega a tutta la questione delle fake news, nelle prime ore seguenti l’attentato circolava nei mezzi d’informazione la notizia che l’autore dell’attentato fosse un marocchino non meglio identificato, di quelli che appunto urlano “Allah Akbar” prima di ammazzare la gente.</span></p>
<p><b>Lorenzo</b><span style="font-weight: 400">. Mettiamo due cose una dietro l’altra, concedendoci il tempo di fare quello che abbiamo fatto con Masharipov, Amri e tutta la compagnia. E ripetendo il mantra delle 36 ore, prima delle quali dire qualcosa di sensato è sostanzialmente inutile e dopo le quali è quasi del tutto inutile dire qualcosa, perché le idee e le emozioni sul fatto si sono già ampiamente formate. Primo: appiccico un po’ di cose su questo “allah akbar”, riguardo al cui uso e alla cui diffusione in quanto meme &#8211; lo ricordo anche qui &#8211; </span><a href="https://www.vice.com/it/article/come-allah-akbar-diventato-meme-italia"><span style="font-weight: 400">ho già abbondantemente dato</span></a><span style="font-weight: 400"> (e quindi un knowledge base purchessia ce l’ho). Al centro commerciale di Monaco il 18enne tedesco-iraniano </span><a href="http://www.fanpage.it/live/pari-in-centro-commerciale-a-monaco-di-baviera-zona-completamente-isolata/"><span style="font-weight: 400">aveva urlato</span></a><span style="font-weight: 400"> “sono tedesco, turchi di merda” ma un testimone giurava di averlo sentito urlare &#8220;allah akbar&#8221;. Chi sa il tedesco afferma che l’assassino avesse anche un certo accento del sud. Nell&#8217;agguato nella metropolitana, sempre a Monaco, uno squilibrato </span><a href="http://www.ansa.it/sito/notizie/mondo/2016/05/10/attacca-passeggeri-a-monaco-4-feriti_a08af6a0-d3ee-4abe-a69f-44c785356e6e.html"><span style="font-weight: 400">aveva urlato davvero</span></a><span style="font-weight: 400"> “Allah Akbar&#8221; ma non era neanche lontanamente mai stato musulmano, né aveva mai avuto un legame famigliare con quel mondo. Non sappiamo se dimostrasse di avere un qualche accento particolare. Di Amri, l’assassino di Berlino abbattuto a Sesto S. Giovanni, si era detto che avesse urlato “allah akbar” ma invece poi fu confermato che aveva detto “poliziotti bastardi”. Questa volta un testimone afferma che l&#8217;attentatore aveva un forte accento del Quebec e urlava &#8220;allah akbar&#8221;. La nota sull&#8217;accento rende il testimone credibile. In più la cosa avviene in una moschea, un luogo dove è abbastanza facile che ci siano persone che “Allah Akbar” lo dicono un bel po’ di volte al giorno, poiché pregano. Ricordando poi un numero elevato di casi in cui l’espressione è stata usata per scopi che vanno dallo scherzo stupido al sarcasmo pesante, giungo a pensare che il Gemello abbia davvero urlato “Allah akbar”, per un suo qualche oscuro motivo. Ciò certifica definitivamente, se ce ne fosse bisogno, che il lanciare l’urlo “Allah Akbar” prima di un fatto violento non segnala assolutamente niente di rilevante al fine di stabilire le responsabilità ultime dell’atto, almeno dal punto di vista delle affiliazioni ideologiche, cosa che va tanto per la maggiore quando bisogna dire che siamo soldati crociati ecc. in stile Panebianco. Resta da capire, se l&#8217;ha fatto, perché Alexandre Bissonnette l&#8217;ha fatto. Ma diciamo che a questo punto ci può interessare il giusto, cioè niente. Però è da segnalare che a un certo punto ieri si è capito che questo killer con l’ISIS non c’entrava davvero una mazza e dunque i giornali online hanno iniziato a togliere dai titoli quell’”allah akbar” (sbagliando, secondo me, ma va bene). A quel punto c’è stato, come il commentatore di un pezzo di Repubblica, chi ha sollevato dubbi e paventato gombloddi. Arrivando tardi alla lettura del pezzo “Sikomoro” scrive: “Perchè non è stato scritto, come su tutti gli altri giornali, che gli attentatori gridavano Allah Akbar? Si vuole per caso nascondere qualcosa? Si vuole per caso influenzare l&#8217;opinione?”. La parola che trovo &#8211; ricordo che la usava Jaime intorno al 1988 &#8211; per definire tutto questo è “inquietante”.</span></p>
<p><b>Anatole. </b><span style="font-weight: 400">Tragicamente inquietante, ma la cosa che, per usare un’altra espressione del tempo, è ancora più flesciante è il rilievo che la notizia assume nell’opinione pubblica. Cioè, detto senza mezzi termini, appare confermato che se spari dentro una moschea e ammazzi sei persone non gliene frega letteralmente un cazzo a nessuno! E questo fatto sembrerebbe contraddire anche le tradizionali leggi del giornalismo, secondo le quali “cane morde uomo” dovrebbe interessare meno di “uomo morde cane”. Ora, volendo anche applicare questo criterio utterly incorrect alla situazione attuale, ma con trump al potere e i nazi alla casa bianca va di moda, senza meno un canadese bianco, pallidissimo anzi, con nome e cognome da film dei Cohen, per dire, che spara in una moschea dovrebbe essere “uomo morde cane”, stante l’agenda corrente, no? Eppure niente, non fa notizia. Il che dimostra che la forte polarizzazione ideologica ha smantellato le regole basilari dell’attenzione, la legge di mercato della comunicazione, a vantaggio di un meccanismo di allarme orientatissimo, e lo dico anche in senso proprio etimologico (occidentatissimo sarebbe il contrario, diciamo). Come dice </span><a href="https://populismi.wordpress.com/2017/01/30/i-tweet-di-trump-e-la-democrazia-in-pericolo/"><span style="font-weight: 400">Alessandro Lanni qua</span></a><span style="font-weight: 400">:</span></p>
<blockquote><p><span style="font-weight: 400">Una ventina d’anni fa, il giurista </span><a href="https://en.wikipedia.org/wiki/Cass_Sunstein"><span style="font-weight: 400">Cass Sunstein</span></a><span style="font-weight: 400"> poneva la questione in questi termini: il web prima e i social network poi stanno peggiorando la qualità della democrazia perché ci fanno vivere dentro bolle ermetiche che escludono voci diverse da quelle che condividiamo. Se il filtro siamo noi, se siamo noi a scegliere la nostra dieta informativa tendenzialmente lasciamo fuori ciò che mette in crisi le nostre opinioni che diverranno man mano sempre più cristallizzate e granitiche. Il risultato è la polarizzazione e la radicalizzazione delle opinioni politiche, scrive Sunstein nel suo libro ormai classico </span><a href="https://www.amazon.com/Republic-com-2-0-Cass-R-Sunstein/dp/0691143285/ref=pd_sbs_14_img_0?_encoding=UTF8&amp;psc=1&amp;refRID=3TWXJGMM9B2VBZV1NJST"><span style="font-weight: 400">Republic.com</span></a><span style="font-weight: 400">.</span></p></blockquote>
<p>Il filtro informativo individuale opera in una direzione secondo la quale le notizie vere, quelle “uomo morde cane”, non fregano a nessuno, poiché obbligano a fare un ragionamento del tipo di quello che stiamo facendo noi da un anno, dunque a preoccuparsi di una situazione che stiamo contrastando con strumenti inadatti, con guerre sbagliate, eleggendo figure pericolosissime, in ragione dell’incapacità di identificare i problemi in ordine ai quali la situazione corrente si viene a determinare, tanto sul piano economico che su quello sociale, che ancora su quello culturale.</p>
<p><b>Lorenzo. </b><span style="font-weight: 400">Passo alla seconda che consiste nel ricordare che c’è un assassino solitario di massa occidentale dal profilo molto simile: Anders Behring Breivik. Ho letto un bel po’, ieri, su </span><span style="font-weight: 400">Bissonnette e noto, con crescente senso di inquietudine, che i tratti in comune sono fin troppi. Entrambi hanno un curriculum di destra molto “classico”, una destra stile Trump se si guarda agli Stati Uniti, e una destra nazionalista se l’attenzione cade sull’Europa, oggi soprattutto in Francia. Una destra che però guarda a Israele con una certa ammirazione: entrambi i profili ci raccontano questo (qui </span><a href="https://theintercept.com/2017/01/30/suspect-in-quebec-mosque-attack-quickly-depicted-as-a-moroccan-muslim-hes-a-white-nationalist/"><span style="font-weight: 400">Bissonnette</span></a><span style="font-weight: 400">, qui </span><a href="http://en.metapedia.org/wiki/Anders_Behring_Breivik"><span style="font-weight: 400">Breivik</span></a><span style="font-weight: 400">). Anche nel caso di Bissonnette dire “nazista” o “neonazista” è un po’ riduttivo, non è proprio esattissimo. C’è quel quid di islamofobo e ultraliberistissimo che ci riconduce agli stereotipi di &#8211; chessà &#8211; un Salvini e di un Borghezio e financo di un Beppegrilllo. Insomma non un antisemita dichiarato, lo definirei un criptoantisemita in un certo senso. Uno che sul modello antisemita fonda un suo nazismo ufficialmente non-antisemita, stavolta islamofobo. </span><span style="font-weight: 400">Certamente c’è un aggiornamento del profilo, data l’età. Bessonnette, ad esempio, </span><a href="http://www.lapresse.ca/le-soleil/justice-et-faits-divers/201701/30/01-5064449-attentat-a-quebec-la-sq-confirme-un-seul-suspect.php"><span style="font-weight: 400">è il classico troll del cazzo</span></a><span style="font-weight: 400"> che ti entra nella tua pagina normale, in cui dici cose belle, per disturbare e far perdere tempo alle persone brave. </span></p>
<p><b>Anatole</b><span style="font-weight: 400">. </span><a href="https://www.nytimes.com/2017/01/30/world/canada/quebec-mosque-shooting.html?hp&amp;action=click&amp;pgtype=Homepage&amp;clickSource=story-heading&amp;module=first-column-region&amp;region=top-news&amp;WT.nav=top-news"><span style="font-weight: 400">Da quello che si capisce</span></a><span style="font-weight: 400"> si tratta comunque di uno di quei coglioni che ci vanno sotto alla propaganda di destra (estrema o no, è tutta uguale) sugli immigrati. Molto attivo sui siti xenofobi, grande fan della Le Pen, era stato anche a sentirla durante la sua visita in Quebec. È anche preparato quanto basta da sostenere gli argomenti classici della destra che ci circonda, grazie ad un curriculum di studi a cavallo tra Scienze Politiche e Antropologia, un tempo bastione dell’ultrasinistra, ma oggi, per ragioni che abbiamo più volte sottolineato (ad esempio <a href="http://divertimentideldesiderio.tumblr.com/post/153117632394/la-grande-truffa-del-decostruzionismo-e-il">qua</a>), praticatissimo anche da quella destra che ha fatto <em>benchmark</em> sull’ultrasinistra (tipo Spencer, per capirci). Cioè, un matto sicuro, non meno lupo solitario degli altri, magari integrato in un sistema di relazioni labili e liquide, come avrebbe detto Bauman, attorno alle quali un’identità te la crei, certo, ma sempre molto da solo, in quella solitudine che, come abbiamo detto in tutte le salse, si consuma nella rete telematica, offrendo un’ombra di appartenenza a persone bisognose di attenzione. Di sicuro: «He was not a leader and was not affiliated with the groups we know», come ha spiegato François Deschamps, il job counselor di </span><i><span style="font-weight: 400">Carrefour Jeunesse</span></i><span style="font-weight: 400">, un’organizzazione che aiuta a trovare lavoro, ma anche attivista di </span><i><span style="font-weight: 400">Bienvenue aux Réfugiés</span></i><span style="font-weight: 400">, che ha avuto modo di tracciare l’attività di pubblicista anti-immigrazione dell’attentatore.</span></p>
<p><b>Lorenzo. </b><span style="font-weight: 400"> Sulla questione dell’estremismo di destra in Canada è uscito un bell’articolo, molto documentato sul Montreal Gazzette: “</span><a href="http://montrealgazette.com/news/quebec/the-trump-effect-and-the-normalization-of-hate"><span style="font-weight: 400">L’effetto Trump e la normalizzazione dell’odio in Quebec</span></a><span style="font-weight: 400">”. Vale la pena dargli una letta e visionare la tabella, molto esplicativa:</span></p>
<p><span style="text-decoration: underline"><br />
<img loading="lazy" class="size-medium wp-image-67057 aligncenter" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/01/1111-city-hate-gr1-289x300.png" alt="1111-city-hate-gr1" width="289" height="300" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/01/1111-city-hate-gr1-289x300.png 289w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/01/1111-city-hate-gr1.png 640w" sizes="(max-width: 289px) 100vw, 289px" /><br />
</span></p>
<p><span style="font-weight: 400">Certo oggi i destrorsi operano in un contesto “garantito” a tutti gli effetti dalla presidenza americana. Cioè, c’è Steve Bannon nel Consiglio di Sicurezza degli Stati Uniti d’America, per dire. Non a caso </span><a href="http://www.huffingtonpost.ca/2017/01/30/richard-spencer-white-sup_n_14495394.html"><span style="font-weight: 400">Richard Spencer non ha perso l’occasione di trollare Trudeau</span></a><span style="font-weight: 400"> a proposito del </span><a href="http://www.canadianprogressiveworld.com/2017/01/30/justin-trudeau-responds-quebec-city-mosque-shooting-condemn-terrorist-attack-muslims/"><span style="font-weight: 400">suo discorso ispirato a seguito della sparatoria alla moschea di Quebec City</span></a><span style="font-weight: 400">, rilanciando l’analogia con la Francia, anche in cerca di simpatie transoceaniche:</span></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><span style="text-decoration: underline"><img loading="lazy" class="size-medium wp-image-67056 aligncenter" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/01/specer-300x120.jpg" alt="specer" width="300" height="120" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/01/specer-300x120.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/01/specer.jpg 478w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /></span></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><b>Anatole. </b><span style="font-weight: 400">Il quadro in cui questi figuri operano oggi è molto diverso, ma non dissimile da quello che si ricostruisce attorno al classico attentatore islamico. Voglio dire che c&#8217;è un quadro di riferimento istituzionale rispetto al quale questi personaggi si sforzano di apparire conformi, l&#8217;ISIS per gli uni, gli USA di Trump, Bannon e Spencer per gli altri. Lo si poteva già vedere nel corso della campagna elettorale americana con i bersagli accesi dalla propaganda antiliberal, soprattutto nel formato del <em>Pizzagate</em>, </span><a href="https://www.nazioneindiana.com/2016/12/21/qualcunismo-omicida-dei-lupi-solitari-la-sindrome-lee-oswald-pistolero-del-comet-fantasma-del-camion-berlino-la-performance-del-poliziotto-turco/"><span style="font-weight: 400">di cui abbiamo già parlato qua</span></a><span style="font-weight: 400">. Il qualcunismo omicida non è più una semplice forma di appartenenza contro i valori liberal che stanno abbattendo le frontiere tra ciò che “la tradizione” (un costrutto ideologico folle, come sappiamo, una cosa mai esistita) ci ha consegnato come una cosa che ci appartiene e tutto quello che invece no e quindi deve restarsene fuori dal posto che identifichiamo come ”casa nostra”, anche se poi a casa nostra i siriani non ci vengono e non ne abbiamo mai visto uno manco per sbaglio. È quello che capita quando la destra nazi prende il potere, che i mezzi matti si sentono appartenenti ad una milizia che opera in un quadro di ”legalità”. lo si vedeva già all’indomani dell’elezione di Trump, con le migliaia di piccoli atti di bullismo rivoltante ai danni di ebrei, musulmani, neri, omosessuali, donne di ogni razza e ceto sociale, perpetrati da maschi bianchi, ritornati in pieno controllo di una prospettiva identitaria ”forte”. In sostanza, una cosa molto simile al fascismo.</span></p>
<p><b>Lorenzo</b><span style="font-weight: 400">. Esatto. Il modulo è quello del lupo solitario, forse ancor più di prima, perché oggi anche lo xenofobo fascista ha il suo quadro di riferimento ideale proiettato in uno scenario istituzionale.</span></p>
<p><b>Anatole. </b><span style="font-weight: 400">Penso che alla fine quello che abbiamo detto e ridetto, che cioè questa guerra santa la stanno combattendo un pugno di mezzi matti sobillati da altri mezzi matti (i Panebianco di tutto il mondo, per capirci) è una cosa vera. Quello che oggi è cambiato è che, come dici tu, alcuni di questi mezzi matti, della prima e della seconda categoria, sono oggi al potere in tutto il mondo. Ma non mi sembra un messaggio rassicurante sul quale concludere.</span></p>
<p><b>Lorenzo. </b><span style="font-weight: 400">Possiamo peggiorare la visione, rendendola ancora più fosca.</span></p>
<p><b>Anatole. </b><span style="font-weight: 400">Facciamolo.</span></p>
<p><b>Lorenzo.</b><span style="font-weight: 400"> Ragioniamo anche un po’ sulla ricezione del fatto, voglio dire. L’altra volta dicevo delle vittime del Reina, che erano più o meno tutte di origine musulmana, tranne mi sembra due canadesi (dei quali non conosciamo l’appartenenza religiosa). Dicevo che c’è stato questo intitolarsi le vittime, questo parlare di crociate mentre, come dicevi all’inizio, oggi non vedo quest’ansia di intitolatura, anzi. Quindi, giusto per mettere un po’ le cose in chiaro, completerei – dopo aver citato l’articolo sul Canada – il ragionamento con </span><a href="http://mappingislamophobia.com/"><span style="font-weight: 400">questo progetto</span></a><span style="font-weight: 400"> sulla mappatura dell’islamofobia negli Stati Uniti e quest’altro sull’islamofobia </span><a href="http://www.islamophobiaeurope.com/"><span style="font-weight: 400">in Europa</span></a><span style="font-weight: 400">. Cioè, detta fuori dai denti: i nostri simpatici amici teorici del conflitto di civiltà, i crociati da poltrona in pantofole, hanno effettivamente contribuito ad elaborare un paradigma di crociato che trova riscontro nella società. Ma ciò facendo non hanno descritto una cosa che esiste come tale di per sé. Cioè, nessuno dei potenziali crociati è di per sé un crociato, così come nessuno dei potenziali estremisti del cosiddetto jihad islamico lo è in quanto è nato così o perché le sue condizioni di esistenza lo portano naturalmente a diventarlo. È il quadro ideologico di riferimento, elaborato dai nostri amici del conflitto di civiltà, quelli che la Guerra Santa “la fa l&#8217;ACI”, che offre un contesto all&#8217;interno del quale situare azioni come quelle sulle quali ragioniamo da più di un anno. Quindi, perlomeno, la prossima volta, evitino di parlare di timidezze e buonismi, di occidenti pavidi e altre idiozie, ché manca poco all’aperto incitamento all’odio razziale. E, quasi quasi, sembrano aver letto i manuali di Abu Mus&#8217;ab al-Suri (sistema vs organizzazione, <a href="https://www.nazioneindiana.com/2017/01/09/dan-brown-frosinone-qualcunismo-rambista/">del quale dicevamo l&#8217;altra volta</a>). Qui, come abbiamo detto ormai fino alla noia, il tema sarebbe un altro, collegato, come abbiamo ripetuto alla nausea, al dramma identitario in cui sprofonda la piccolissima borghesia promossa dal debito e messa in ginocchio dalla crisi.</span></p>
<p><b>Anatole</b><span style="font-weight: 400">. A questo proposito abbiamo prodotto un <a href="https://www.nazioneindiana.com/?s=lorenzo+declich+anatole+fuksas">congruo pregresso</a>. </span></p>
<p><b>Lorenzo</b><span style="font-weight: 400">. Talmente congruo che, come alcuni nostri detrattori auspicano, ce la potremmo anche far finita.</span></p>
<p><strong>Anatole</strong>. Sarei d&#8217;accordo con loro, se solo si alzasse ogni tanto mezza voce da qualche parte a far notare le cose che stiamo ripetendo. Personalmente avrei anche da fare, diciamo. Mi blinderei volentieri nel XII secolo, per dire.</p>
<p><strong>Lorenzo</strong>. Eh, infatti, a chi lo dici. E vi sono segnali che dimostrano quanto ripetitivi stiamo diventando.</p>
<p><strong>Anatole</strong>. Forse perché diciamo una cosa vera? Potrebbe anche darsi.</p>
<p><strong>Lorenzo</strong>. La verità è ripetitiva, questo di sicuro. E noiosa.</p>
<p><b>Anatole</b><span style="font-weight: 400">. Infatti abbiamo chiuso questo pezzo in un’ora. Per noia.</span></p>
<p><b>Lorenzo</b><span style="font-weight: 400">. Speriamo che si sia capito il concetto.</span></p>
<p><b>Anatole</b><span style="font-weight: 400">. Io penso di sì. E sinceramente me la farei finita volentieri, se non temessi che  l’episodio di oggi potrebbe essere solo uno dei primi accenni di una cosa sinistra che sta per accadere. Non l’ho mai pensato fino ad ora, ma la strizza a questo punto sale per davvero. Non già la paura di una Guerra Santa, quanto piuttosto il terrore che questi qualcunisti, quelli di casa nostra soprattutto, abbiano trovato un’identità forte dietro la quale nascondere il loro microscopico cazzetto, ecco. Perché a questa cosa dell’allarme democratico non ci avevamo alla fine mai creduto davvero, diciamolo. Oggi forse un po’ di più ci crediamo, sinceramente. </span><a href="https://www.wesearchr.com/bounties/expose-the-antifa-who-sucker-punched-richard-spencer"><span style="font-weight: 400">Leggendo questo, ad esempio, non mi viene da ridere</span></a><span style="font-weight: 400">. Ne mi tranquillizza questo, pur straordinario, capolavoro artistico:</span></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><img loading="lazy" class="wp-image-67055 aligncenter" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/01/capitan-america-222x300.jpg" alt="capitan america" width="254" height="341" /></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><b>Lorenzo.</b><span style="font-weight: 400"> No, neanche a me. Sì, c’è una certa strizza e anche una certa rabbia per come le cose sono state fatte deteriorare. Forse dobbiamo capire, nei prossimi tempi, se proprio siamo circondati, se le cose sono già andate avanti troppo, se c’è un rimedio.</span></p>
<p><b>Anatole</b><span style="font-weight: 400">. La <em>Women’s March</em> è il rimedio. L’unico vero. Forse. Speriamo. Perché i</span><span style="font-weight: 400">l movimento femminista è l&#8217;unica forza capace di metterti in discussione per quello che sei, per come vivi davvero, invece che per quanto figo ti senti su un social network o dove che sia. In quest&#8217;epoca qualcunista è davvero un ancoraggio straordinario ad un piano di verità basata su scelte di vita, sincerità di quello che provi, coraggio di affrontare gli aspetti meno evidenti e </span><span style="font-weight: 400">più scomodi della realtà che ti disegni attorno. Per questa ragione è probabile che sia l&#8217;unica forza propulsiva di un rinnovamento democratico progressista, capace di demistificare i meccanismi di idealizzazione del quotidiano grazie ai quali la demagogia populista fa presa, ritraendo maschi disperati e miserabili come campioni dell&#8217;emancipazione di masse inascoltate, che in realtà non hanno niente da dire. Sono donne come Kamala Harris e Cecile Richards che devono stare davanti oggi, in America e in tutto il mondo, e tutti quelli che vogliono combattere questo orrore devono limitarsi a sostenerle.</span></p>
<p><b>Lorenzo</b><span style="font-weight: 400">. …. [sgrana gli occhi]</span></p>
<p><b>Anatole.</b><span style="font-weight: 400"> …. [guarda altrove, un po&#8217; come se questa cosa che ha appena detto non l&#8217;avesse detta lui]</span></p>
<p><b>Lorenzo. </b><span style="font-weight: 400">Si è riaccesa la luce della stanza. Proprio mi sono visto davanti questo libro di Valentina Fedele che indaga sui modelli maschili nel mondo islamico, specie nelle comunità di migranti maghrebine in Europa. “</span><a href="https://www.ibs.it/islam-mascolinita-definizione-della-soggettivita-libro-/e/9788857529783"><span style="font-weight: 400">Islam e mascolinità</span></a><span style="font-weight: 400">”. Cose di cazzetti piccoli se vogliamo metterla così. Fuori dallo stupidario delle robe che girano, davvero. </span></p>
<p><b>Anatole.</b><span style="font-weight: 400"> Ecco.</span></p>
<p><b>Lorenzo.</b><span style="font-weight: 400"> Daje.</span></p>
<p><b>Anatole</b><span style="font-weight: 400">. Daje sì. </span></p>
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		<title>La lezione americana della post-verità “alternativa”</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2017/01/24/la-post-verita-alternativa-dellamerica-senza-filologia/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Lorenzo Declich]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 24 Jan 2017 17:00:39 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[di Anatole Pierre Fuksas Non si è fatto a tempo a inaugurarla questa presidenza Trump, che già il tema-chiave attorno al quale ruoterà tutto il dibattito sulla democrazia nei prossimi cinque anni ha già egemonizzato le prime pagine di tutti i giornali, soprattutto quelle dei paesi anglosassoni, che per cultura e tradizione vivono nel culto [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Anatole Pierre Fuksas</strong></p>
<p><span style="font-weight: 400">Non si è fatto a tempo a inaugurarla questa presidenza Trump, che già il tema-chiave attorno al quale ruoterà tutto il dibattito sulla democrazia nei prossimi cinque anni ha già egemonizzato le prime pagine di tutti i giornali, soprattutto quelle dei paesi anglosassoni, che per cultura e tradizione vivono nel culto della verità fattuale. Il </span><i><span style="font-weight: 400">casus belli</span></i><span style="font-weight: 400"> ha aspetti piuttosto puerili, se si considera che riguarda la folla dei partecipanti all’evento inaugurale a Washington DC lo scorso 20 gennaio del 2017, </span><a href="https://en.wikipedia.org/wiki/Inauguration_of_Donald_Trump"><span style="font-weight: 400">stimata intorno alle 160000 unità sulla relativa pagina wikipedia</span></a><span style="font-weight: 400">. Non a caso fin dall’indomani giravano sui social network </span><a href="https://www.facebook.com/photo.php?fbid=10154531904879331&amp;set=a.40640954330.51363.623434330&amp;type=3&amp;theater"><span style="font-weight: 400">parodie di ogni genere</span></a><span style="font-weight: 400"> a proposito del </span><a href="https://d3i6fh83elv35t.cloudfront.net/newshour/wp-content/uploads/2017/01/comparison-withtime-1024x576.jpg"><span style="font-weight: 400">confronto tra la folla presente</span></a><span style="font-weight: 400"> all’inaugurazione della presidenza Obama (molto nutrita) e quella sopraggiunta per l’inaugurazione della presidenza Trump (almeno cinque volte inferiore).</span></p>
<p>Nel corso del primo briefing con la stampa il nuovo portavoce del Presidente Trump, Sean Spicer, si è lasciato andare a una vera e propria requisitoria contro i giornalisti, giudicati responsabili di aver consapevolmente riportato informazioni false a proposito del numero dei partecipanti. Spicer urlava ai giornalisti che, invece, quella della Presidenza Trump è stata senza meno «l’inaugurazione più partecipata della storia degli Stati Uniti d’America, punto», senza spiegare sulla base di quali elementi dimostrativi si dovesse effettivamente segnare quel punto.</p>
<p><span style="font-weight: 400">Intervistata in diretta al programma </span><a href="http://www.nbcnews.com/meet-the-press/video/conway-press-secretary-gave-alternative-facts-860142147643"><i><span style="font-weight: 400">Meet the Press </span></i><span style="font-weight: 400">della </span><span style="font-weight: 400">NBC</span></a><span style="font-weight: 400">, Kellyanne </span><span style="font-weight: 400">Conway, una collaboratrice accreditata della Casa Bianca, spiegava che Spicer ha sostenuto la sua versione sulla base di quelli che ha definito “alternative facts”, scandalizzando Chuck Todd, il conduttore della trasmissione e più di mezza America, all’indomani della </span><i><span style="font-weight: 400">Women’s March</span></i><span style="font-weight: 400">, la più grande manifestazione antigovernativa della storia.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400">Nel corso della serata questa sorprendente dichiarazione è rimbalzata in maniera esplosiva sui social network, distraendo l’opinione pubblica dalle finali di Conference della NFL, che hanno visto prevalere i Falcons di Atlanta sui Packers di Green Bay e i Patriots del New England sugli Steelers di Pittsburgh, una sconfitta su tutta la linea della </span><i><span style="font-weight: 400">Rust Belt</span></i><span style="font-weight: 400">, la cerchia industriale america intorno ai laghi che ha dato la vittoria a Trump. </span></p>
<p><span style="font-weight: 400">In un paese che attribuisce un grandissimo valore alla certificazione della verità fattuale, il tipo di ridefinizione dei rapporti tra la presidenza e la stampa sembrerebbe andare anche oltre gli scenari più inquietanti descritti da Aaron Sorkin nella serie TV intitolata </span><i><span style="font-weight: 400">Newsroom</span></i><span style="font-weight: 400">. L’idea che possano esistere fatti “alternativi” a quelli sulla base dei quali la stampa stabilisce i contorni di una versione condivisa a livello nazionale è piuttosto accettabile in Europa, un continente storicamente diviso da ideologie confliggenti, ma rappresenta una novità assoluta negli Stati Uniti. Non si tratta naturalmente del normale dibattito circa l’interpretazione dei fatti, quanto piuttosto della loro configurazione come tali, che lascia in particolare sorpresi e sbigottiti, come se da questo momento, in sostanza, «vale tutto», perché anche la definizione di un fatto come tale può essere contestata.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400">Come ha detto bene Martino Mazzonis </span><a href="https://left.it/2017/01/23/non-notizie-false-ma-fatti-alternativi-benvenuti-nellera-dellinformazione-versione-trump/"><span style="font-weight: 400">in un articolo uscito il 23 gennaio su </span><i><span style="font-weight: 400">Left</span></i></a><span style="font-weight: 400">, </span><span style="font-weight: 400">«l’idea dello staff di Trump, evidentemente quella di aggirare i media tradizionali e parlare direttamente con la base attraverso l’account twitter del presidente, le talk radio conservatrici, FoxNews e i siti conservatori». In sostanza, siamo di fronte a un tentativo di disintermediare il rapporto tra Presidenza e base di consenso, togliendo di mezzo la stampa, quel Quarto Potere che dalla sua nascita sorveglia gli equilibri democratici della prima democrazia del mondo. La campagna elettorale che ha portato Trump alla Casa Bianca faceva temere esiti di questo genere, che si sono prontamente verificati fin dal giorno uno della sua Presidenza.</span></p>
<p style="text-align: center">***</p>
<p><span style="font-weight: 400">In </span><a href="http://divertimentideldesiderio.tumblr.com/post/153117632394/la-grande-truffa-del-decostruzionismo-e-il"><span style="font-weight: 400">una precedente riflessione</span></a><span style="font-weight: 400"> si provava a mettere in luce in che senso la moda postmoderna del decostruzionismo del discorso dominante, cresciuta sulla base della teorizzazione francese (Foucault, Derrida, Déleuze e Guattari soprattutto) nelle grandi scuole americane dove oggi si piangono lacrime di coccodrillo, Harvard e Yale ad esempio, si sia trasformata in quella critica radicale al concetto di verità che ha spianato la strada a situazioni di questo genere e, più in generale, ai populismi correnti.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400">In </span><a href="http://www.ilpost.it/2017/01/04/post-verita-filologia/"><span style="font-weight: 400">un recente articolo sul Post</span></a><span style="font-weight: 400"> Claudio Lagomarsini ha illustrato le implicazioni filologiche del dibattito corrente sulla realtà post-fattuale, presentando un caso di studio relativo all’ultima campagna referendaria costituzionale in Italia, che illustrava chiaramente in che modo una notizia falsa si propaghi, assumendo nel corso della sua tradizione tutti i crismi di una verità, recepita e condivisa come tale. </span></p>
<p><span style="font-weight: 400">Questo ulteriore ragionamento che qui si propone è nella sostanza una breve recensione di un articolo scientifico recentemente pubblicato sul volume 18, 1 (2016) di «Comparative Literature and Culture» dell’Università di Purdue in Indiana, che avranno letto in tre, uno dei quali è il sottoscritto (gli articoli scientifici del quale hanno un pubblico ancora più esiguo, ci mancherebbe), ma dice molto di più di quanto si legga altrove sulla </span><i><span style="font-weight: 400">querelle</span></i><span style="font-weight: 400"> apparentemente puerile circa le dimensioni del pubblico della Cerimonia di Inaugurazione della Presidenza Trump.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400">L’articolo, scritto da Hyeryung Hwang, ricercatrice presso il Department of English della University of Minnesota, è intitolato </span><a href="http://docs.lib.purdue.edu/cgi/viewcontent.cgi?article=2776&amp;context=clcweb"><i><span style="font-weight: 400">Said and the Mythmaking of Auerbach&#8217;s Mimesis</span></i></a> <span style="font-weight: 400">e tratta di un argomento apparentemente lontanissimo dal caso che ci interessa. Il Said del titolo è Edward Said, il celeberrimo comparatista della Columbia University che ha nella sostanza inventato il concetto di ”orientalismo”, e la mitizzazione di </span><i><span style="font-weight: 400">Mimesis</span></i><span style="font-weight: 400">. Auerbach è invece Eric Auerbach, filologo romanzo della prima metà del secolo XX (muore il </span><span style="font-weight: 400">13 ottobre 1957)</span><span style="font-weight: 400">, ispiratore di Said, nonché autore del più famoso trattato dedicato al realismo nella letteratura occidentale attraverso tutta la sua storia, da Omero al «calzerotto marrone» che Virginia Woolf descrive in </span><i><span style="font-weight: 400">To the Lighthouse</span></i><span style="font-weight: 400">.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400">Il punto di evidenza che rende questo contributo della collega americana estremamente interessante al fine di cogliere la natura del rapporto tra «alternative facts» e «post-truth society» ha a che fare col fatto che la ricerca in campo letterario e quella nel campo delle scienze sociali hanno seminato per vent’anni la convinzione che nessuna verità fattuale sia in realtà davvero tale, poiché riflette in realtà il punto di vista unico, centrale, dominante, colonialista bianco occidentale di chi esercita il potere. Alla verità ufficiale si tratta, dunque, di sostituire una molteplicità di punti di vista alternativi, basati sulla valutazione di fatti che essa verità ufficiale non considera, mettendo al centro del ragionamento la complessità delle angolature, irriducibile ad una sintesi operativa. Questo processo si è spinto avanti al punto che la filologia, la storica disciplina umanistica incaricata di vagliare le testimonianze documentarie al fine di risalire quanto più possibile vicino alla forma originaria di un testo, alla sua versione archetipica, dalla quale tutte le altre discendono, ha di fatto abbandonato il campo, dopo due millenni e mezzo di onorato servizio. </span></p>
<p><span style="font-weight: 400">È interessante notare come l’attuale temperie suggerisca a Hwang la necessità di andare a ripescarla da qualche parte, dove possibile. Trovandosi in America, le viene giustamente spontaneo ripartire dalla costruzione del mito cosmopolita di </span><i><span style="font-weight: 400">Mimesis</span></i><span style="font-weight: 400">, alla quale, a suo modo di vedere, Said, eletto a campione del pensiero decostruzionista della verità ufficiale dai teorici post-modernisti in quanto autore del celebrato </span><i><span style="font-weight: 400">Orientalism</span></i><span style="font-weight: 400">, avrebbe partecipato in maniera tutto sommato involontaria. In sostanza, secondo l’autrice non sarebbe stato Said a costruire l’argomento in base al quale Auerbach avrebbe potuto godere da esule in Turchia, in fuga dal nazismo, di una giusta distanza dalla propria identità europea, tale da permettergli di inquadrare la storia del realismo nella letteratura occidentale dall’angolazione globale della <em>Weltliteratur</em>.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400">L’intento è certamente lodevole, considerato che il tentativo di ripensare il rapporto tra Said e il monumentale lavoro di Auerbach mira a «offrire una ragione per salvare la filologia dallo stato di marginalità nel quale versa all’interno della comunità della ricerca americana». Quello che si capisce meno è in che modo questo lavoro tutto teorico di critica della critica possa contribuire al nobile fine, aiutando a formare nuove generazioni capaci di sviluppare un pensiero critico attorno alle categorie di «fatto» e «verità». Colpisce in particolare la clamorosa oscurità della riflessione, certamente ostica per un profano, ma complessa e sfuggente anche alla lettura esperta di chi abbia passato trent’anni in mezzo alle questioni delle quali Hwang si occupa.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400">Paradigmatico della criptica inaccessibilità è il passo in cui l’autrice sostiene che «la “mitica rigidità”, della quale parla Benjamin, inerente alla lettura che Said offre di <em>Mimesis</em>, potrebbe fare della filologia una metodologia per la sintesi storica» e ancora che «In questa sintesi la tensione dialettica tra testo e storia offrirebbe una comprensione del testo nel suo senso storico, quale sintesi di “fatto” e “verità”». A noi altri che qui in Europa, e in particolare in Italia, la filologia la facciamo ancora, non ci sembra tanto da spiegare il fatto che senza ricerca bibliotecaria e d’archivio non sapremmo manco chi siano e cosa abbiano scritto gli autori che si insegnano a scuola. Che, cioè, l’esistenza di un testo intitolato, per dire, </span><i><span style="font-weight: 400">Rosa fresca aulentissima</span></i><span style="font-weight: 400"> sia un “fatto” testimoniato nella sua esistenza, dunque nella sua “verità” accessibile all’esperienza del ricercatore, dal manoscritto Vaticano Latino 3793, sul quale troviamo messa per iscritto gran parte dell’origine della nostra letteratura e di quello che siamo diventati grazie ad essa.</span></p>
<p style="text-align: center">***</p>
<p><span style="font-weight: 400">Che oggi negli Stati Uniti d’America, la prima democrazia della storia del mondo, ci sia bisogno di andare a ripescare il modo in cui Said prova a sdoganare Auerbach in base alla mitizzazione della condizione di esule in Turchia prima della Seconda Guerra Mondiale, dà un po’ il senso del baratro in cui un intero sistema culturale è sprofondato. È ben evidente, noto e certo che Said, esule palestinese in America lui stesso, stesse identificandosi col maestro esule e dunque proiettandolo in quel modo in un sistema della comparatistica orientato verso la categoria della </span><i><span style="font-weight: 400">Weltliteratur</span></i><span style="font-weight: 400">. Ma è altrettanto certo che Said avesse della filologia una concezione certamente positiva, anche in considerazione della sua applicabilità ai campi della Filosofia, del Diritto e delle Scienze Sociali, indipendentemente dalla condizione di esule sua o del suo maestro, come emerge con evidente e lucida chiarezza da un passaggio nodale del saggio di Auerbach su </span><a href="https://msu.edu/course/eng/320/johnsen/philology.pdf"><i><span style="font-weight: 400">Philology and Weltliteratur</span></i></a><span style="font-weight: 400">, che egli stesso tradusse insieme alla moglie del tempo, Maire Ja</span><span style="font-weight: 400">anus</span><span style="font-weight: 400">:</span></p>
<blockquote>
<p style="padding-left: 30px"><span style="font-weight: 400">Philology, in this role, dominated all the historical disciplines because, unlike philosophy, which deals with eternal truths, philology treats contingent, historical truths at their basic level: it conceives of man dialectically, not statically. In this article Auerbach concerns himself with strictly literary philology, but one is always to keep in mind that philology&#8217;s &#8220;material&#8221; need not only be literature but can also be social, legal or philosophical writing.</span></p>
</blockquote>
<p><span style="font-weight: 400">Nella temperie attuale, cioè in un mondo</span> <span style="font-weight: 400"> in cui la Presidenza degli Stati Uniti d’America parla di «alternative facts» e definisce i confini di una «post-truth society», fa un po’ ridere che ci sia bisogno di andare a difendere Auerbach dai teorici del post-colonialismo, come </span><span style="font-weight: 400">Aijaz Ahmad e Abdul R. JanMohamed che «criticano il metodo di Auerbach e la sua ammirazione da parte di Said sulla base del fatto che in realtà Auerbach avrebbe trasceso il suo ancoraggio culturale europeo soltanto per garantire una prospettiva comparatista necessaria alla migliore comprensione del patrimonio nazionale individuale». Più ancora ingenue appaiono le notazioni volte a difendere la filologia in generale dalla critica radicale di Nietzsche o da quella meno radicale, ma comunque feroce, di Benjamin, come se si trattasse di questioni di stringente attualità.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400">Certo non si salverà la filologia contemperando la prospettiva di Auerbach sul realismo letterario (fondata, peraltro, sulla corrispondenza tra lingua letteraria e umile quotidianità della vita, e pertanto superatissima) col pensiero della Scuola di Francoforte, né armonizzandola rispetto alla critica postcoloniale o venendo a patti con il decostruzionismo delle letture fiume di Derrida, scimmiottate dai </span><i><span style="font-weight: 400">close-readers </span></i><span style="font-weight: 400">(anche la farsa a volte si ripete in farsa). Peraltro si potrebbe osservare che la filologia non l’ha inventata Eric Auerbach, e di certo non è morta a seguito dell&#8217;“evoluzione culturalista” di Said. La sociologia del romanzo medievale di Eric Kohler, sconosciuta in America, nasce nell’ambito della filologia romanza, dalla quale scaturisce anche buona parte del pensiero strutturalista, ad opera di Cesare Segre, e parte consistente della sociolinguistica, grazie ad Alberto Varvaro.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400">Si potrebbe ancora aggiungere che la filologia si è autocriticata dal suo interno proprio in base a revisioni soprattutto promosse da Paul Zumthor e da Bernard Cerquiglini, che hanno teorizzato (più che dimostrato, a dire il vero) l’incorporeità del testo originario, in base ad un’idea dinamica della tradizione letteraria (almeno di quella medievale, certo), capace di autoprodurre il suo oggetto e di trasformarlo all’infinito. Sarebbe empio non menzionare in questa rapida rassegna Gianfranco Contini, che ha riscritto i connotati della disciplina, ad esempio inventando la critica genetica, insieme ad una nuova idea del concetto di autore. E molto altro si potrebbe dire sulla filologia dell’autografo, su quella del lessico delle emozioni, su quella che ripensa la teoria dei generi o che va a scavare indizi di ripensamento del testo letterario nei dati librari materiali.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400">Ma il punto non è nemmeno questo, che cioè riabilitare la filologia partendo da Auerbach fa davvero un po’ ridere. Quello che più colpisce e sorprende è il disagio di un sistema culturale che si trova in imbarazzo rispetto a concetti essenziali alla convivenza civile come quelli di “verità” e “fatto”, al punto di viverli come un tabù. Colpisce la necessità di ricorrere a rocambolesche e inaccessibili perifrasi per sdoganare discipline come la filologia che danno questi concetti come un oggetto di indagine, «un’ipotesi di lavoro», come diceva Contini dell’archetipo di una tradizione manoscritta, nemmeno come un dato accertabile necessariamente e in assoluto. Non sorprende che la rinuncia ad un’indagine su queste categorie, che peraltro offre all’attenzione una serie di fatti, l’interpretazione dei quali sarà sempre falsificabile in base ad altri fatti o a una diversa e più corretta interpretazione degli uni e/o degli altri, conduca al punto in cui siamo oggi.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400">Non sorprende, cioè, che la crisi della filologia, messa da parte insieme agli approcci cosiddetti “colonialisti” ed “eurocentrici” alla letteratura in tutte le più importanti università americane (ma anche da noi, per altre ragioni, non si scherza), conduca ad una sorta di afasia, a uno sbigottimento, di fronte all’arroganza di un’amministrazione che riscrive la realtà in base alla diretta convenienza, disintermediando la propria comunicazione con la base di consenso. Se hai passato trent’anni a dire che non c’è una verità, che i fatti sono solo costrutti culturali che il potere sventola per autolegittimarsi, cosa rispondi quando ad un certo punto qualcuno governa descrivendo i fatti che sventoli come costrutti culturali inventati per delegittimarlo? È esattamente quello che sta accadendo oggi in America, ma domani, continuando di questo passo, potrebbe accadere anche qui.</span></p>
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		<title>Dan Brown a Frosinone e il Qualcunismo Rambista</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Lorenzo Declich]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 09 Jan 2017 13:00:53 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[di Lorenzo Declich e Anatole Pierre Fuksas Anatole. Non si sa bene più da che parte cominciare per controbattere con gli scarsi mezzi di cui si dispone alla grancassa guerrafondaia di religione che proprio in questi giorni, dopo l’attentato della notte di Capodanno a Istanbul, ha ricominciato a rullare poderosa, accompagnata dallo starnazzare dei soliti [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Lorenzo Declich</strong> e <strong>Anatole Pierre Fuksas</strong></p>
<p><b>Anatole</b><span style="font-weight: 400">. Non si sa bene più da che parte cominciare per controbattere con gli scarsi mezzi di cui si dispone alla grancassa guerrafondaia di religione che proprio in questi giorni, dopo l’attentato della notte di Capodanno a Istanbul, ha ricominciato a rullare poderosa, accompagnata dallo starnazzare dei soliti tromboni. </span></p>
<p><b>Lorenzo.</b><span style="font-weight: 400"> Tempesta di monnezza. C’è il momento in cui tutto congiura, la marea monta e non si può che fare surf. Stavolta poi c’è stato questo balletto degli identikit del terrorista. Davvero penoso. Dovremo parlarne a un certo punto. La caratteristica più evidente nell’</span><i><span style="font-weight: 400">infotainment</span></i><span style="font-weight: 400"> italiano in questi giorni è stato questo voler pensare a Istanbul come a Parigi, cioè si è voluto dire “hanno attaccato NOI”, cosa che invece non era avvenuta in altri casi costantinopolitani. Ha pesato, chiaramente, il fatto del Capodanno. Ma guardando bene, come faremo, si scoprirà che questa è stata una cosa molto turca, come d’altronde l’assassinio dell’ambasciatore russo. Così come Parigi era stata una cosa molto francese, il </span><i><span style="font-weight: 400">Pulse </span></i><span style="font-weight: 400">una cosa molto statunitense eccetera. Ma nel pensare a quell’attacco come un attacco “a noi” si è dimenticata la geografia: la Turchia ha la guerra alle porte, la Francia no, gli Stati Uniti no. Guerra vera, dico. Non quella cosa che gli altri muoiono sotto le bombe e tu commenti su facebook. E si è dimenticata anche un’altra cosa: le notizie che arrivano dalla Turchia sono sempre meno affidabili, vista appunto la guerra e anche la repressione. Si è applicata insomma una lente prespite per cui la Turchia è tornata a essere Europa dopo mesi in cui la si situava <em>ormai </em>in Oriente.  </span></p>
<p><b>Anatole. </b><span style="font-weight: 400">Cadevano le braccia a leggere </span><a href="http://www.corriere.it/opinioni/17_gennaio_03/i-terroristi-non-sono-folli-504447ee-d13a-11e6-bd06-82890b12aab1.shtml"><span style="font-weight: 400">Panebianco sul </span><i><span style="font-weight: 400">Corriere della Sera</span></i></a><span style="font-weight: 400">, pronto a spiegarci che «i terroristi non sono folli, ma soldati del terrore» e «non dobbiamo negare il ruolo che la religione ha nell’arruolamento dei militanti per la guerra che l’Isis ci ha dichiarato». Soggiungeva che </span><span style="font-weight: 400">ci sono «atteggiamenti del mondo islamico nei confronti della società aperta occidentale e sugli aspetti della loro tradizione che hanno generato la sfida jihadista», senza spiegarci cosa intenda per «mondo islamico», quali siano questi famosi atteggiamenti, cosa dovrebbe mai essere la sfida jihadista. E parlando dei personaggi che stiamo ormai profilando da un anno uno per uno, comparandoli e cercando di capirne le specificità diceva che, poiché non si tratta di «folli attentati», ma di una «guerra dichiarata da qualche organizzazione (ieri Al Qaeda, oggi l’Isis, domani un’altra)», i soldati che la combattono sono «la versione contemporanea dei combattenti per la causa islamica dell’età medievale e della prima età moderna». Ora, da medievista io, islamista te, cosa abbiamo mai fatto per dover leggere una stronzata del genere? Certo, potevamo non studiare, siamo d’accordo, ma nessuno ci aveva detto all’epoca che avremmo dovuto soffrire così. A peggiorare le cose </span><a href="http://www.corriere.it/opinioni/17_gennaio_05/perche-dobbiamo-superare-755f01f8-d2bc-11e6-af42-cccac9ae7941.shtml"><span style="font-weight: 400">ci si mette anche Roberto Calasso</span></a><span style="font-weight: 400">, sempre sul Corriere della Sera, che ha preso ormai una linea fallaciana, nel senso che l’Islam è cattivo e liberticida e noi lo dobbiamo combattere, quella cosa che in altre occasioni abbiamo sintetizzato nei termini che </span><a href="https://www.youtube.com/watch?v=kAZCyzvaHh4"><span style="font-weight: 400">la guerra santa “la fa l’ACI”</span></a><span style="font-weight: 400">, come nell’epico sketch di Guzzanti. </span></p>
<p><b>Lorenzo</b><span style="font-weight: 400">. Ah, bellissimo! Calasso dice che secondo lui dobbiamo analizzare i proclami rivendicativi dell’Isis, come si sarebbe dovuta dare maggiore importanza a </span><i><span style="font-weight: 400">Mein Kampf</span></i><span style="font-weight: 400"> a suo tempo, che seppure si trattasse di testi deliranti, anche Freud ha costruito la sua teoria appresso ai deliri di Schreber, in un mattone di circa cinquecento pagine. </span></p>
<p><b>Anatole. </b><span style="font-weight: 400">Laddove tu m’insegni che ‘sti proclami sono ormai uno standard.</span></p>
<p><b>Lorenzo. </b><span style="font-weight: 400">Sì, sono più o meno lunghi come un tweet, tipo. Ai tempi di Bin Laden, che parlava via fax o video, c’era anche un motivo serio per studiarli con acribia (</span><a href="https://www.ibs.it/messaggi-al-mondo-prima-analisi-libro-vari/e/9788860440174"><span style="font-weight: 400">e li si studiò</span></a><span style="font-weight: 400">) perché registravano l’evoluzione di elaborazioni ideologiche. Oggi è un po’ diverso. Quelle elaborazioni ci sono più o meno già tutte, e l’ISIS non fa che accomodarsele in base alla situazione in cui si trova. Non vedere come è cambiata la propaganda dell&#8217;ISIS in questi anni è &#8211; quello sì &#8211; molto stupido. E&#8217; poco utile esaminare queste rivendicazioni, è molto utile capire quando e per quale canale passano. La cosa è tanto più angosciante perché poi questo cappello di Calasso introduce il più grande delirio (il suo) mai letto nella storia dell’orientalismo dilettantistico, un’analisi demenziale della rivendicazione dell’attentato al </span><i><span style="font-weight: 400">Reina</span></i><span style="font-weight: 400"> di Istanbul, secondo la quale si dice che l’azione ha colpito «dove i cristiani stavano celebrando la loro festa pagana». Non conoscendo l’Islam e meno ancora l’arabo, Calasso non capisce che la traduzione «pagani» individua una categoria di persone estranee all’Islam, non già una sofisticata lettura del mondo occidentale, che riconfiguri il </span><i><span style="font-weight: 400">jihad</span></i><span style="font-weight: 400"> non già come guerra alla cristianità, ma ad un generico occidentalismo. Ora, questa clamorosa imbecillata, scaturita dall’incapacità di posizionarsi all’interno del discorso che si intende «analizzare» a causa dell’ignoranza in materia, vorrebbe andare a compattare il mondo occidentale, cristiani e non, dietro la bandiera islamofoba. Infatti, «tutti i fieri laici occidentali, convinti di essersi liberati di ogni impaccio religioso, ora dovranno rassegnarsi a riconoscere di essere soltanto dei vecchi pagani», quindi anch’essi sono «passibili di essere colpiti non meno dei cristiani, nella nuova guerra di religione». Ora cosa gliene freghi mai ai militanti dell’Isis se un non musulmano sia cristiano, ebreo o laico secolare, romanista, vegano o quello che vi pare non si capisce davvero. Tradizionalmente, spiegatelo a Calasso, i cristiani se la sarebbero cavata infinitamente meglio degli atei sotto una dominazione musulmana, poiché la gente del libro è storicamente giudicata affine ed è tollerata molto meglio di tutti gli altri (c’è lo statuto giuridico di </span><i><span style="font-weight: 400">dhimmi</span></i><span style="font-weight: 400">, che tradizionalmente si applica appunto ad Ebrei e Cristiani). Ma a ben vedere, come tante altre costumanze caratteristiche dell’Islam storico, anche questa parrebbe svanita nel nulla, in una riconfigurazione astorica, diremmo noi postmoderna, di ciò che l’Islam sia davvero. </span></p>
<p><b>Anatole</b><span style="font-weight: 400">. Anyway, dopo un approssimativo spiegone del fatto che la guerra è tradizionalmente guerra di religione e solo rari sono i casi di guerre guerre (da capire davvero che storia abbia studiato, costui), Calasso si risente della posizione pavida dei governi occidentali e della Cattolica Romana Chiesa soprattutto, che sarebbe al centro dell’attacco jihadista. La verità è che al Vaticano di Islam ne sanno infinitamente più di Calasso e si rendono perfettamente conto che non è in corso nessuna guerra di religione, certo non contro quella cristiana cattolica, che, peraltro, è apparsa piuttosto marginale come bersaglio, rispetto alla cultura laica progressista. Da </span><i><span style="font-weight: 400">Charlie Hebdo</span></i><span style="font-weight: 400"> al </span><i><span style="font-weight: 400">Bataclan</span></i><span style="font-weight: 400">, dal </span><i><span style="font-weight: 400">Pulse</span></i><span style="font-weight: 400"> al </span><i><span style="font-weight: 400">Reina</span></i><span style="font-weight: 400">, pur volendo intendere questi bersagli come obiettivi di un’unica organizzazione, e così non è, non si vede cosa c’entri la Chiesa Cattolica Romana con un locale gay, il giornale più anticlericale del mondo, una </span><i><span style="font-weight: 400">venue</span></i><span style="font-weight: 400"> di concerti rock, eccetera. </span></p>
<p><b>Lorenzo</b><span style="font-weight: 400">. In Europa, tolto quello del parroco sgozzato vicino a Rouen in Francia nel luglio scorso, il caso di terrorismo più eclatante che riguarda la chiesa è certamente quello del lupo solitario quarantaduenne ciociaro con precedenti per droga e disturbi psichici, che a Roma giusto qualche giorno fa ha sfregiato due frati a Santa Maria Maggiore con un coccio di bottiglia, perché &#8220;La Chiesa non mi ha capito&#8221;. Peraltro, </span><a href="http://roma.repubblica.it/cronaca/2017/01/07/news/roma_entra_nella_basilica_di_santa_maria_maggiore_e_sfregia_al_volto_due_sagrestani-155589700/?ref=HRER1-1"><span style="font-weight: 400">come riporta Repubblica</span></a><span style="font-weight: 400">, </span><span style="font-weight: 400">i due frati feriti, padre Gaeta e padre Ralph</span></p>
<blockquote><p><span style="font-weight: 400">sono tra gli &#8220;accusatori&#8221; di padre Stefano Manelli, il fondatore dei Francescani dell&#8217;Immacolata esautorato nel 2013 da Papa Francesco a causa di presunti abusi di potere, di gestione economica e anche sessuali. Nell&#8217;inchiesta vaticana emersero molte circostanze che sono successivamente diventate oggetto di indagini della Procura di Avellino, in quanto la maggior parte dei fatti avvenne a Frigento. Alcuni reati risultarono però prescritti. Tra l&#8217;altro, nel dossier ci sono due morti le cui cause non sono state chiarite: quella di un frate filippino e quella dello stesso commissario inviato dalla Santa Sede, padre Fidenzio Volpi.</span></p></blockquote>
<p>Siamo ad un passo dallo sconfinare una volta di più nel complottismo, che Dan Brown spicciace casa!</p>
<p><b>Anatole</b><span style="font-weight: 400">. Spettacolare, meraviglioso, sublime. Ad ogni modo, la cosa più divertente dell’intervento illuminante di Calasso è la risposta al quesito «che fare?». Quest’altro gigante della cultura contemporanea ci dice che bisogna «rispondere combattendo a una guerra dichiarata, come sempre è avvenuto nella storia» e cioè «innanzitutto studiare il nemico, non temere di osservare le sue parole e i suoi argomenti, in tutti i dettagli». Ora, se questa guerra dichiarata fosse una cosa vera, sarebbe davvero meglio che il nemico lo studiasse qualcun altro, non Calasso, cioè qualcuno che sappia di che cazzo si stia parlando. E se consulti costoro, quello che ti dicono è che non è in corso una guerra dichiarata, quindi punto. Nel frattempo, giusto per la cronaca, Panebianco è passato ad occuparsi del Veganismo che sta scristianizzando l’Europa, per dire. Quel tuo libro col pollo in copertina è di per sé una risposta a tutto questo genere di imbecillate, quindi credo che possiamo passare oltre. </span></p>
<p><span style="font-weight: 400">[Segue un lungo e silenzioso </span><i><span style="font-weight: 400">Double Facepalm </span></i><span style="font-weight: 400">tipo quello classico di</span><i><span style="font-weight: 400"> Star Trek</span></i><span style="font-weight: 400">, poi&#8230;]</span></p>
<p><b>Lorenzo. </b><span style="font-weight: 400">Vabbe’, che dire, siamo al livello del troll di Facebook che pochi giorni fa mi ha accusato di sottostimare il problema del terrorismo, perché sarei troppo concentrato a impedire il diffondersi delle idee di Salvini&amp;co. Faceva proprio riferimento ad alcune nostre precedenti conversazioni su </span><i><span style="font-weight: 400">Nazione Indiana</span></i><span style="font-weight: 400">. Io gli ho risposto che no, io e te non sottostimiamo niente. E anzi, hahhà (qui ci andrebbe tutta la mia bibliografia sul tema “terrorismo di matrice islamica” ma ve la risparmio). Lui allora se l’è presa e ha detto: ci sentiamo al prossimo attentato. Io ho trovato questo appuntamento molto interessante, cioè: definiscimi “attentato”. In cronologia abbiamo questa cosa che non so come vogliamo chiamarla di uno che all’aeroporto prende a pistolettate la gente. E’ un attentato? Devo incontrare il troll di Facebook per un check della situazione? Mi sa che conosco già la risposta che mi darebbe: non è un attentato perché non è rivendicato. Bene, allora si vede che questo “rivendicare” lo dobbiamo un po’ ragionare, altrimenti facciamo male i conti. Nel farlo consiglierò la lettura di Giuliano Battiston che nel suo ottimo </span><a href="http://www.asinoedizioni.it/products-page/libri-necessari-2/arcipelago-jihad-lo-stato-islamico-e-il-ritorno-di-al-qaeda/"><span style="font-weight: 400">Arcipelago jihad</span></a><span style="font-weight: 400">  a un certo punto ricorda il lascito teorico e operativo di uno dei jihadisti “dimenticati” di questi ultimi anni &#8211; Abu Mus’ab al-Suri. Battiston intitola un paragrafo “Il sistema, non l’organizzazione” perché questo è il concetto su cui si basa il pensiero teorico di questo jihadista. In tempi abbastanza lontani al-Suri è stato un teorico dei lupi solitari. Diceva sostanzialmente che bisognava mettere il cappello su alcuni profili umani che avrebbero fatto attentati. E così, mi sembra, è stato. L’ISIS questa cosa la fa benissimo. </span></p>
<p><b>Anatole</b><span style="font-weight: 400">. Certo, se ascoltassimo i vari Panebianco e Calasso, dovremmo abboccare a quest’amo, accettare la propaganda che l’ISIS elabora attorno attorno a questi profili dicendo: siamo in guerra, una guerra di religione, siamo crociati e dobbiamo trovare il modo di combattere questa guerra. Mentre invece siamo convinti che dobbiamo concentrare la nostra attenzione su quei profili, invece che su ciò che l’ISIS di quei profili vorrebbe farci credere, sul lavoro che l’ISIS fa utilizzandoli. Mi sembra che questa è la cosa che abbiamo fatto io e te in tutto questo tempo. Abbiamo capito che di personaggi profilabili come combattenti di una guerra santa è pieno il nostro mondo, indipendentemente dalla loro origine, razza, religione, appartenenza politica o tifo calcistico. Abbiamo registrato che questi personaggi si attivano in risposta a sollecitazioni che percepiscono come vicine, parte della loro vita, anche se non lo sono per niente. Per questo ci concentriamo sui lupi solitari e in cronologia mettiamo a questo punto anche Esteban Santiago, il massacratore di Fort Lauderdale.</span></p>
<p><b>Lorenzo</b><span style="font-weight: 400">. E qui veniamo all’aspetto più tragicomico della demenza collettiva attorno al problema che stiamo cercando di inquadrare da un anno, che cioè pochi giorni dopo che i tromboni al seguito della grancassa della Guerra Santa hanno trombonato la loro stonata cantilena, ecco che salta fuori un altro attentatore che scombina completamente il quadro e costringe a ripensare tutta la questione da capo. Infatti, anche ammettendo che il forse </span><span style="font-weight: 400">kirghiso o forse turcocinese uiguro uzbeko che entra in un locale di Istanbul e ammazza gente a caso abbia qualcosa a che fare con il killer forse gulenista forse no dell’ambasciatore russo ad Ankara o l’omofobo di origini pachistane del </span><i><span style="font-weight: 400">Pulse</span></i><span style="font-weight: 400"> di Orlando, non si vede in che modo si possa situare nello stesso </span><i><span style="font-weight: 400">frame</span></i><span style="font-weight: 400">, quello della Guerra Santa, appunto, l’attentatore di Fort Lauderdale, tal Esteban Santiago, ventiseienne portoricano di Peñuelas, amante della boxe, reduce della guerra in Iraq, dalla quale è tornato con un disturbo mentale conclamato, come risulta dalle prime ricostruzioni. </span></p>
<p><b>Anatole</b><span style="font-weight: 400">. Parrebbe la risposta esatta alle domande stupide di Calasso e Panebianco, che cioè non si vede in che modo una guerra in Iraq o in Siria o dove ci pare possa metter fine a questa carneficina. Anzi, parrebbe proprio che quella in Iraq sia all’origine di quest’ultimo episodio. Inoltre possiamo dire che esce rafforzata la nostra idea, secondo la quale non è in corso nessuna guerra di religione, i collegamenti tra gli attentati che si susseguono sono labilissimi e fanno capo al modo in cui singoli attentatori si declinano come parte di un conflitto contro coloro i quali credono ancora nella possibile convivenza civile di tutti con tutti, che soltanto loro e Panebianco stanno combattendo. Ad esempio Santiago si declina in questo conflitto come un mezzo matto che sente le «voices in his head telling him to commit acts of violence» come risulta </span><a href="http://www.nytimes.com/2017/01/06/us/fort-lauderdale-airport.html?hp&amp;action=click&amp;pgtype=Homepage&amp;clickSource=story-heading&amp;module=first-column-region&amp;region=top-news&amp;WT.nav=top-news&amp;_r=0"><span style="font-weight: 400">da un articolo del New York Times</span></a><span style="font-weight: 400">. Inoltre, si rafforza anche l’ipotesi che la vera guerra in corso sia quella tra apocalittici e integrati, cioè tra tutti coloro che trovano un posto nel mondo e quelli che invece no. In assenza di canalizzazioni classiche, che ne so, la lotta di classe, si produce questo luposolitarismo qualcunista incontrollato, che abbiamo etichettato come sindrome di Lee Oswald, ma stavolta somiglia parecchio a una cosa tipo Rambo, ma flippata debbrutto. </span><a href="http://www.nytimes.com/2017/01/07/us/esteban-santiago-fort-lauderdale-airport-shooting-.html?hp&amp;action=click&amp;pgtype=Homepage&amp;clickSource=story-heading&amp;module=first-column-region&amp;region=top-news&amp;WT.nav=top-news"><span style="font-weight: 400">Intervistato dal </span><i><span style="font-weight: 400">New York Times</span></i></a><span style="font-weight: 400">, Bryan Santiago Ruiz, un manager di Boxe a Peñuelas, piccola città portoricana dove Esteban è cresciuto, dice che il fratello «said he heard certain voices, that the U.S. government wanted to enroll him in certain groups for ISIS, and he was very paranoid [&#8230;] that the C.I.A. controlled him through secret messages over the internet and told him the things he had to do». Anche </span><span style="font-weight: 400">Christopher Tolley, il capo della polizia di Anchorage in Alaska, dove Esteban abitava (!), sostiene che«Santiago was having terroristic thoughts and believed he was being influenced by ISIS». Cioè, posseduto dall’Isis a causa della CIA che gli passava messaggi segreti via internet. Gravemente debordante nel complottismo, nel senso che sto tipo si è praticamente costruito un complotto su misura contro di lui, secondo il modello qualcunistico che abbiamo abbondantemente sviscerato, ed ha agito di conseguenza. </span><a href="https://www.theguardian.com/us-news/2017/jan/08/fort-lauderdale-airport-shooting-fbi-agent-saddam-hussein?CMP=twt_gu"><span style="font-weight: 400">Ma sul caso sta investigando Agent George Piro dell’FBI</span></a><span style="font-weight: 400">, lo stesso che interrogò Saddam, vedremo cosa salta fuori. </span><span style="font-weight: 400">Ora, come di consueto, si tratterebbe di mettere a confronto questo profilo con quello </span><span style="font-weight: 400">del “cinese”, che nel gergo prêt-à-porter sbocciato negli ultimi giorni sarebbe l’attentatore del </span><i><span style="font-weight: 400">Reina</span></i><span style="font-weight: 400"> di Istanbul.</span></p>
<p><b>Lorenzo.</b><span style="font-weight: 400"> Al netto delle notizie che escono dai meandri più profondi del Ministero degli interni turco si impone subito un problema di passaporti. Si diceva “il cinese” perché si pensava fosse uiguro, cioè un turco uiguro coi documenti cinesi. Poi si è passati al kirghiso, cioè a una persona con passaporto kirghiso ma non necessariamente un kirghiso perché non è affatto detto che se hai il passaporto kirghiso sei kirghiso. In Kirghizistan ci sono un 65% di kirghisi, un 12,5 di russi, un 14% di uzbechi, ci sono anche degli ucraini, dei tagichi, dei tatari. Non tutti parlano il kirghiso, anzi. Ma il nome proprio di questo qui, Iakhe (cioè in ultima analisi Giovanni passando per il Yahya coranico), ricordava che la sua famiglia doveva essere in qualche modo di origine musulmana. Col kirghiso si apriva un file, oltre a quello della turcofonia (uiguri e kirghisi appartengono al mondo turcofono e si poneva dunque la questione di un panturchismo ripreso da Erdogan in politica estera). Si apriva il file delle repubbliche “islamiche” ex-sovietiche che si chiamano in quel modo ma non è che siano davvero “nazioni” in senso classico: sono agglomerati istituzionali-politici eredi del vecchio sistema dell’URSS. In Uzbekistan, per dire, ci sono tanti uzbeki, più o meno l’80%, ma anche dei kirghisi (pochi, meno dell’1%, ma ci sono), oltre a tagichi, tatari, russi, caralpachi. Cioè: si apriva anche il tema del terrorismo islamico in queste aree, della reislamizzazione ad opera dei sauditi, della repressione del terrorismo e dei </span><i><span style="font-weight: 400">foreign fighters </span></i><span style="font-weight: 400">provenienti da queste aree e andatisi a sfracellare in Siria. Insomma una babele, che sui giornali è diventata una cambogia a partire dal fatto che, certo, se il terrorista era uiguro, bisognava dire del </span><a href="https://books.google.it/books?id=NrtIa77Sj2IC&amp;dq=uyghurs+in+china+historiography&amp;hl=it&amp;source=gbs_navlinks_s"><span style="font-weight: 400">dramma degli uiguri in Cina</span></a><span style="font-weight: 400">, ma se era kirghiso toccava mettersi a ragionare sulla radicalizzazione in Kirghizistan e così via. Il che poneva una serie di temi, </span><a href="http://www.academicroom.com/article/historiography-post-soviet-kyrgyzstan"><span style="font-weight: 400">anche storiografici</span></a><span style="font-weight: 400">, molto seri. </span></p>
<p><b>Anatole</b><span style="font-weight: 400">. Che voglia di porseli ”sarteme addosso”, si dice a Roma. Quanto fai prima a parlare di una guerra di religione tra Islam liberticida e Occidente libero? Una cifra. Quindi mi pare che si sia proceduto in questo senso, senza darsi il tempo di approfondire.</span></p>
<p><b>Lorenzo</b><span style="font-weight: 400">. Sì, il problema tornato fuori quando l’interpretazione era già confezionata, quindi in sostanza non gliene frega già più niente a nessuno.</span></p>
<p><b>Anatole</b><span style="font-weight: 400">. A noi pare che freghi.</span></p>
<p><b>Lorenzo</b><span style="font-weight: 400">. Infatti.</span></p>
<p><b>Anatole</b><span style="font-weight: 400">. Dunque?</span></p>
<p><b>Lorenzo</b><span style="font-weight: 400">. Dunque ad oggi le notizie provenienti dalla Turchia dicono che l’attentatore del </span><i><span style="font-weight: 400">Reina</span></i><span style="font-weight: 400"> dovrebbe essere uzbeko, e questa cosa la si lascia così, senza commento, perché ormai se ne sono dette di tutti i tipi sugli uiguri e sui kirghisi (sempre che le persone con quei passaporti appartengano alle comunità linguistiche maggioritarie nei loro paesi). Senonché qualcosa salta all’occhio: il cognome di questo soggetto uzbeko – che, ricordiamolo ancora, non è stato catturato – è praticamente lo stesso del soggetto kirghiso – Mashrapov vs Masharipov. Il che da un punto di vista suona anche normale, essendo che, appunto, al di là della nazionalità, in quell’area c’è un bel miscuglio, oltre alla </span><i><span style="font-weight: 400">tabula rasa</span></i><span style="font-weight: 400"> elettrificata generata dall’imperialismo russo-sovietico in decenni di russizzazione. Guardando al volo la distribuzione dei cognomi Mashrapov e Masharipov si vede che sono molto ben distribuiti in tutta quell’area. Questa normalità tuttavia non rende meno acre il sapore strano che una quasi omonimia lascia in bocca: viene da pensare che la polizia turca abbia avuto l’imbeccata su un cognome e da lì sia partita per la ricerca del terrorista. Comunque: sia il kirghiso che l’uzbeko sono narrativamente legati all’organizzazione dell’ISIS. Il kirghiso era, secondo ciò che è stato detto dalle autorità turche, un </span><i><span style="font-weight: 400">foreign fighter</span></i><span style="font-weight: 400"> in arrivo dalla Siria. L’uzbeko invece era proprio parte di una cellula uzbeka dell’ISIS assopitasi a Konya, sembra. E qui c’è un’altra sovrapposizione: Konya. La famiglia del kirghiso è stata arrestata a Konya. Quindi l’imbeccata doveva essere una cosa come: “cercate Mashrapov/Masharipov a Konya”, una cosa che prima si è tradotta nell’individuazione del kirghiso e della sua famiglia e poi nella ricerca dell’uzbeko in dormienza. </span></p>
<p><b>Anatole</b><span style="font-weight: 400">. Quindi?</span></p>
<p><b>Lorenzo</b><span style="font-weight: 400">. Quindi boh. Non so dove arriva questo discorso, sinceramente, perché se fonti traballano. Posso concludere con una riflessione su questo: in Turchia non c’è all’oggi tutta questa libertà di espressione. Cioè i giornalisti li arrestano e ci dobbiamo fidare di quello che dicono gli investigatori. Alla domanda “chi è l’attentatore del Reina” rispondo sinceramente con un “ah, saperlo”. E se mi chiedi: “era un lupo solitario”? Io ti dico: tutte le versioni date finora non lo identificano come un lupo solitario, ma ci sono tante ragioni per mettere in circolo versioni tarocche. Poi, vista la prossimità con la Siria, dove si combatte davvero, tutto è possibile.</span></p>
<p><b>Anatole</b><span style="font-weight: 400">. Ok, quindi, ricapitolando: ci sono vari tentativi di ricollegare il nostro al famoso fronte della Guerra Santa che starebbe insanguinando le strade europee, perché l’Islam è liberticida e l’Occidente je sta sur cazzo. Ma la domanda che alla fine resta in piedi, alla quale come al solito dobbiamo dare una risposta, è quale guerra stiano davvero combattendo </span><span style="font-weight: 400">Mashrapov/Masharipov e Santiago. Cioè, è la stessa guerra o no? Come si colloca il veterano della </span><span style="font-weight: 400">Puerto Rico national guard</span><span style="font-weight: 400"> che torna dall’Iraq e spara a caso all’aeroporto di Fort Lauderdale nella guerra che l’uzbeco jihadista porta dentro un locale di Istanbul? E ancora, in che modo entrambi combattono la stessa guerra </span><a href="https://www.nazioneindiana.com/2016/07/24/lesile-sentiero-dei-lupi-solitari-un-altro-dialogo-sullemergenza/"><span style="font-weight: 400">dell’attentatore di Monaco</span></a><span style="font-weight: 400">, quello che gridava «turchi di merda» sparando dal tetto di un supermercato, </span><a href="https://www.nazioneindiana.com/2016/12/23/la-missione-impossibile-dellethan-hunt-tunisino-la-verita-transito-la-bizona-minniti/"><span style="font-weight: 400">del pluripregiudicato tunisino che si spaccia per calabrese</span></a><span style="font-weight: 400"> alla stazione di Milano, dopo aver schiantato un camion contro un mercato natalizio a Berlino, dell’attentatore omofobo di origini pachistane che ha sparato sulla folla al </span><i><span style="font-weight: 400">Pulse</span></i><span style="font-weight: 400"> di Orlando, di quello forse gulenista forse no che ha sparato all’ambasciatore russo ad Ankara, di quello francese che a Nizza ha lanciato un TIR contro la folla il 14 di luglio? È la stessa davvero o no? </span><span style="font-weight: 400">È santa? Non è santa? </span></p>
<p><strong>Lorenzo.</strong> Io penso che ognuno di loro abbia fatto proprio un discorso bellico, sempre più sdoganato nel senso comune. C&#8217;è una guerra vera e una guerra percepita. Chi dice &#8220;c&#8217;è una guerra santa&#8221; alimenta questa percezione.</p>
<p><strong>Anatole. </strong><span style="font-weight: 400">Cioè, </span><span style="font-weight: 400">nell’ultimo anno abbiamo provato a dire perché secondo noi </span><a href="https://www.nazioneindiana.com/2016/07/18/cinque-matti-alle-crociate-un-islamista-un-medievista-provano-capirci-qualcosa/"><span style="font-weight: 400">non è in corso nessuna crociata in risposta a nessun jihad</span></a><span style="font-weight: 400">, che cioè il </span><i><span style="font-weight: 400">frame</span></i><span style="font-weight: 400"> della guerra santa è una cazzata atomica, elaborata sulla base di evidenze esigue e competenze ancor più labili. Abbiamo ipotizzato, piuttosto, che, invece, ci sono gli estremi per identificare </span><a href="https://www.nazioneindiana.com/2016/07/28/winter-is-coming-dalla-crociata-al-fantafestival/"><span style="font-weight: 400">una guerra mondiale più profonda in corso tra apocalittici ed integrati</span></a><span style="font-weight: 400">, della quale il </span><i><span style="font-weight: 400">frame</span></i><span style="font-weight: 400"> della guerra santa è solo uno dei tanti prodotti. Abbiamo ritenuto urgente demistificare i collegamenti abusivi tra i vari attentati avvenuti in Europa negli ultimi anni, provando a capire perché e percome non fossero tutti la stessa cosa, cioè perché i vari attentatori non combattessero tutti la stessa battaglia, colpendo vittime innocenti più o meno a caso in Europa, come in Medio Oriente, in Africa come negli Stati Uniti. Gli ultimi eventi sanguinosi ci danno ragione? Ci danno torto?</span></p>
<p><b>Lorenzo. </b><span style="font-weight: 400">Non ci danno torto. </span><span style="font-weight: 400">L’impressione continua ad essere la solita, che ognuno di questi figuri sinistri combatta la sua guerra, collegandosi in maniera variabile, più o meno diretta, a quello che succede o a quello che essi pensano che succeda. In taluni casi i collegamenti col famoso Califfone sembrano più stretti, in altri molto meno, in altri per niente significativi, certe volte capita che a sparare sulla folla inerme siano i soldati della guerra vera, quella che si combatte sul serio, altre volte sono personaggi che arrivano a partecipare a questo conflitto in maniera del tutto individuale, dopo trascorsi di tutt’altro genere. Insomma, penso che il nostro impianto sia ancora quello che spiega meglio la complessità delle cose che accadono, di certo meglio della presunta Guerra Santa tra Islam e Occidente. Quello dell’ISIS è solo uno spezzone, di certo molto significativo e su cui ragionare molto, di qualcosa che avviene qui, cioè in un posto dove la guerra non c’è, e non avviene lì, dove la guerra c’è.</span></p>
<p><b>Anatole. </b><span style="font-weight: 400">Se questo doveva essere un crash test per le nostre teorie penso che l’abbiamo superato.</span></p>
<p><b>Lorenzo. </b><span style="font-weight: 400">E come al solito abbiamo vinto una cosa tipo un buono per acquistare le pentole di Padre Pio col 25% di sconto, ma senza panino, che fatalmente costa un botto. Ma aspetta, facciamo un ultimo check, l&#8217;attentato di Gerusalemme di qualche giorno fa.</span></p>
<p><strong>Anatole.</strong> Ok</p>
<p><strong>Lorenzo.</strong> Allora: il camion è Nizza, Berlino.</p>
<p><strong>Anatole.</strong> Sì</p>
<p><strong>Lorenzo.</strong> Quindi Netanyahu dice che è un attentato dell&#8217;ISIS.</p>
<p><strong>Anatole.</strong> Sì</p>
<p><strong>Lorenzo.</strong> Hamas dice: &#8220;bene così, avanti con l&#8217;intifada&#8221;.</p>
<p><strong>Anatole.</strong> Quindi si intesta la cosa.</p>
<p><strong>Lorenzo.</strong> Sì. E mentre Netanyahu, iscrivendo questo attentato nella lista degli atti di guerra contro l&#8217;Occidente fa bingo sottintendendo che ISIS e Hamas sono la stessa cosa, Hamas può continuare a dire che sta facendo la guerra contro Israele.</p>
<p><strong>Anatole.</strong> Benissimo.</p>
<p><strong>Lorenzo.</strong> Sì.</p>
<p><strong>Anatole.</strong> E però è una cosa israelo-palestinese.</p>
<p><strong>Lorenzo.</strong> Esatto. L&#8217;obiettivo è militare.</p>
<p><strong>Anatole.</strong> È una guerra santa medievale dell&#8217;Islam contro l&#8217;Occidente pagano ecc.? Cioè, situandosi nel frame di Panebianco, pure i giudei sono pagani come i cristiani e i laici progressisti, praticamente. Ci sta.</p>
<p><strong>Lorenzo.</strong> È un&#8217;ulteriore capitolo della terribile vicenda israelo-palestinese. L&#8217;attentatore ha tratto ispirazione da Nizza e Berlino, ma prima ancora da Baghdad e simili, ovviamente. Soprattutto:  attacchi con veicoli in Israele <a href="http://www.corriere.it/esteri/cards/camion-come-arma-nuova-strategia-terrore-ultimi-casi/attacco-gerusalemme_principale.shtml">se ne vedono dal 2001</a>.</p>
<p><strong>Anatole.</strong> E in base a questo c&#8217;è chi, qui, dice: lo vedete? Siamo in guerra.</p>
<p><strong>Lorenzo.</strong> Direi di sì.</p>
<p><strong>Anatole.</strong> Ma contro chi?</p>
<p><strong>Lorenzo.</strong> È una guerra che ognuno si confeziona a suo piacimento contro chi gli pare di giorno in giorno, a geometria variabile, poi all’indomani di eventi terribili salta fuori questa “gran voglia di ISIS”, cioè di dire che c’è questo grosso nemico unico da sconfiggere. Lo si fa un po’ perché così si taglia corto su cose assai complicate e allarmanti per molti motivi. Ad esempio questo fatto che a un certo punto quasi chiunque qui si può mettere a fare stragi per i motivi più diversi è molto preoccupante. Cioè, il fatto che esci per strada e uno qualunque (anzi, uno Qualcuno) pone fine alla tua vita perché questo nostro pianeta è ormai fatto così è difficile da digerire. Le soluzioni a questa cosa sono complicate e presuppongono impegni che nessuno neanche lontanamente vuole iniziare a prendersi. Quindi daie, famo che è l’islam, famo che è l’ISIS. Se leggi “<a href="http://www.lastampa.it/2017/01/08/cultura/opinioni/editoriali/le-tre-armi-impugnate-dal-califfo-0ZOjkoRPptYk2rznRsugFI/pagina.html"><span style="font-weight: 400">Le tre armi impugnate dal Califfo</span></a><span style="font-weight: 400">” di Maurizio Molinari capisci di cosa parlo. </span></p>
<p><b>Anatole</b><span style="font-weight: 400">. Temo di sì, ma mi sa che me lo risparmio. Ad ogni modo l’attentatore ciociaro ex tossico di Santa Maria Maggiore parrebbe l&#8217;unico che ce l&#8217;avesse su dichiaratamente con la chiesa: ha urlato “preti demmerda”, tipo, invece che il solito banale ”Allah Akbar”, o “guardie infami”, come il tunisino calabrese. Sarà forse stato ispirato dalla canzone di Calcutta: “Noi a questa America daremo un figlio / Che morirà in jihad / Ti chiedo scusa se non è lo stesso / Di tanti anni fa / Leggo il giornale e c&#8217;è Papa Francesco / E il Frosinone in Serie A”. </span></p>
<p><b>Lorenzo</b><span style="font-weight: 400">. O forse ha rosicato che è tornato in B, il Frosinone.</span></p>
<p><b>Anatole</b><span style="font-weight: 400">. E no la Lazio.</span></p>
<p><b>Lorenzo</b><span style="font-weight: 400">. Purtroppo.</span></p>
<p><b>Anatole</b><span style="font-weight: 400">. Infatti.</span></p>
]]></content:encoded>
					
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		<title>La Guerra Santa da salotto dell&#8217;Illuminista (inglese, mi raccomando)</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2017/01/03/la-guerra-angelo/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Lorenzo Declich]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 03 Jan 2017 20:00:22 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[allarmi]]></category>
		<category><![CDATA[attentato]]></category>
		<category><![CDATA[capodanno]]></category>
		<category><![CDATA[Guerre di Religione]]></category>
		<category><![CDATA[isis]]></category>
		<category><![CDATA[Istanbul]]></category>
		<category><![CDATA[Kirghiso Ugiuro]]></category>
		<category><![CDATA[Occidentalismi]]></category>
		<category><![CDATA[Panebianco]]></category>
		<category><![CDATA[Tunisino Calabrese]]></category>
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					<description><![CDATA[di Anatole Pierre Fuksas (con l&#8217;assenso motivato e partecipato di Lorenzo Declich) Da quando eravamo molto giovani abbiamo in comune un disprezzo sostanziale per le argomentazioni ideologiche basate sull’ignoranza unito ad una clamorosa inclinazione per il cazzeggio sfrenato. Nel corso del tempo abbiamo condiviso con molte altre amiche ed amici più o meno storici queste nostre [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Anatole Pierre Fuksas</strong> (con l&#8217;assenso motivato e partecipato di <strong>Lorenzo Declich</strong>)</p>
<p><span style="font-weight: 400">Da quando eravamo molto giovani abbiamo in comune un disprezzo sostanziale per le argomentazioni ideologiche basate sull’ignoranza unito ad una clamorosa inclinazione per il cazzeggio sfrenato. Nel corso del tempo abbiamo condiviso con molte altre amiche ed amici più o meno storici queste nostre due passioni. Negli ultimi due anni, poi, abbiamo sentito un po’ il bisogno di coniugarle con una serie di studi che abbiamo portato avanti indipendentemente nei rispettivi campi di competenza, l’Islamistica e la Filologia Romanza al fine di ridere e piangere allo stesso tempo del modo in cui cose tanto tragiche e tanto diverse tra loro vengono correntemente mescolate a vanvera nel discorso pubblico, dai media ufficiali ai social network, un po’ dappertutto, cioè non solo in Italia.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400">Abbiamo provato a dire perché secondo noi </span><a href="https://www.nazioneindiana.com/2016/07/18/cinque-matti-alle-crociate-un-islamista-un-medievista-provano-capirci-qualcosa/"><span style="font-weight: 400">non sia in corso nessuna crociata in risposta a nessun jihad</span></a><span style="font-weight: 400">, che cioè il </span><i><span style="font-weight: 400">frame</span></i><span style="font-weight: 400"> della guerra santa è una cazzata atomica, elaborato sulla base di evidenze esigue e competenze labili. Abbiamo soggiunto che, invece, ci sono gli estremi per riconoscere </span><a href="https://www.nazioneindiana.com/2016/07/28/winter-is-coming-dalla-crociata-al-fantafestival/"><span style="font-weight: 400">una guerra mondiale più profonda in corso tra apocalittici ed integrati</span></a><span style="font-weight: 400">, della quale il </span><i><span style="font-weight: 400">frame</span></i><span style="font-weight: 400"> della guerra santa è solo uno dei tanti prodotti. A quel punto abbiamo capito che diventava urgente demistificare i collegamenti abusivi tra i vari attentati avvenuti in Europa negli ultimi anni, provando a capire perché e percome non fossero tutti la stessa cosa, cioè perché i vari attentatori non combattessero tutti la stessa battaglia, colpendo vittime innocenti più o meno a caso in Europa, come in Medio Oriente, in Africa come negli Stati Uniti.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400">Ci è parso di poter dimostrare che </span><a href="https://www.nazioneindiana.com/2016/07/24/lesile-sentiero-dei-lupi-solitari-un-altro-dialogo-sullemergenza/"><span style="font-weight: 400">l’attentatore di Monaco</span></a><span style="font-weight: 400">, quello che giradava «turchi di merda» sparando dal tetto di un supermercato, non combattesse la stessa guerra del kirghiso uiguro che entra in un locale di Istanbul e ammazza gente a caso. </span><a href="https://www.nazioneindiana.com/2016/12/21/qualcunismo-omicida-dei-lupi-solitari-la-sindrome-lee-oswald-pistolero-del-comet-fantasma-del-camion-berlino-la-performance-del-poliziotto-turco/"><span style="font-weight: 400">Non combattono certamente la stessa guerra </span></a><span style="font-weight: 400">il killer forse gulenista forse no dell’ambasciatore russo ad Ankara e </span><a href="https://www.nazioneindiana.com/2016/12/23/la-missione-impossibile-dellethan-hunt-tunisino-la-verita-transito-la-bizona-minniti/"><span style="font-weight: 400">il pluripregiudicato tunisino che si spaccia per calabrese</span></a><span style="font-weight: 400"> alla stazione di Milano, dopo aver schiantato un camion contro un mercato natalizio a Berlino. Meno ancora combattono la stessa guerra l’attentatore omofobo di origini pachistane del </span><i><span style="font-weight: 400">Pulse</span></i><span style="font-weight: 400"> di Orlando e quello molto francese che a Nizza ha lanciato un TIR contro la folla il 14 di luglio.</span></p>
<p><a href="http://www.corriere.it/opinioni/17_gennaio_03/i-terroristi-non-sono-folli-504447ee-d13a-11e6-bd06-82890b12aab1.shtml"><span style="font-weight: 400">Leggendo Panebianco</span></a><span style="font-weight: 400"> all’alba di questo nuovo anno, già cominciato malissimo (ma finirà peggio, ne siamo sicuri), abbiamo scoperto di essere, nella sostanza, dei negazionisti dell’evidenza, perché «i terroristi non sono folli, ma soldati del terrore» e «non dobbiamo negare il ruolo che la religione ha nell’arruolamento dei militanti per la guerra che l’Isis ci ha dichiarato», e siamo solo al titolo e all’occhiello! Secondo Panebianco la dialettica che vede contrapposti «</span><span style="font-weight: 400">quelli che dicono che «la religione non c’entra», sono solo gli «interessi» (materiali) a spiegare tutto» e «quelli che sostengono che la religione sia la vera causa» sia in realtà una semplificazione. L’impianto retorico parrebbe saltare quando Panebianco spiega come non si tratti in realtà di una semplificazione, poiché in realtà i primi hanno proprio torto, dato che ci sono «atteggiamenti del mondo islamico nei confronti della società aperta occidentale e sugli aspetti della loro tradizione che hanno generato la sfida jihadista».</span></p>
<p>Cosa sia il mondo islamico, quali siano questi atteggiamenti, cosa il nostro intenda per sfida jihadista non ce lo spiega, lo dà per scontato, come se lo fosse davvero. Piuttosto ci racconta che nella natura di questi attentati che scuotono l’Europa (Istanbul non è tecnicamente in Europa e decine d’altri attentati hanno avuto luogo in località extraeuropee, ma lasciamo correre) non c’è nulla di folle: non si tratta di «folli attentati», ma di una «guerra dichiarata da qualche organizzazione (ieri Al Qaeda, oggi l’Isis, domani un’altra)». Dunque i soldati che la combattono sono «la versione contemporanea dei combattenti per la causa islamica dell’età medievale e della prima età moderna» (<em>double facepalm</em>).</p>
<p><span style="font-weight: 400">Di seguito Panebianco prova a spiegare che l’ignoranza religiosa dei cosiddetti jihadisti e i loro trascorsi di rilevanza penale non bastano ad etichettare i gesti di costoro come animati da altro che dalla cieca determinazione armata dal credo religioso. Solo sul finale, dopo uno spiegone mal scritto e approssimativo delle guerre di religione tra Cattolici e Protestanti e uno ancor peggio scritto e approssimativo sulla deriva irrazionalista che smentisce l’Illuminismo francese (quello inglese invece pare che ci abbia preso, secondo lui, così, in blocco), Panebianco raccorda sagacemente il suo argomentare al punto di partenza. Ci spiega, cioè, che la </span><span style="font-weight: 400">religione e gli «interessi» «non si escludono mai a vicenda» (segue applausone, immaginiamo).</span></p>
<p><span style="font-weight: 400">Ora, uno di noi (Lorenzo) </span><a href="http://in30secondi.altervista.org/tag/angelo-panebianco/"><span style="font-weight: 400">ha scritto di Panebianco in continuazione</span></a><span style="font-weight: 400"> negli ultimi dieci anni, al punto che potrebbe farci un libro su Panebianco e tutto ciò che rappresenta, cosicché ci si potrebbe astenere da questo commento, primo perché noi élite radical dell&#8217;Esquilino e San Saba saremmo in vacanza in Maremma davanti al camino, secondo perché appare evidente il divario di prestigio che ci separa da questo gigante della cultura contemporanea.</span> <span style="font-weight: 400">Ma viene un po’ da sé che, da combattenti irriducibili di questa inutile e impossibile battaglia contro l’imbecillità, si abbia voglia di ribadire il concetto saliente, che cioè non è in corso nessuna guerra di religione, gli attentati che si susseguono non sono battaglie della stessa guerra, i collegamenti tra di essi sono labilissimi e fanno capo al modo in cui singoli attentatori si declinano come parte di questa guerra contro noi tutti, che soltanto loro e Panebianco stanno combattendo. Secondo noi Panebianco è in guerra contro persone come noi, ovvero contro coloro i quali ancora credono nella possibilità di una convivenza civile di qualche tipo di tutti con tutti, più che contro terroristi che non lo conoscono e non lo cagano di striscio, troppo occupati a combattere in modo mostruoso battaglie sbagliate, che ci si ostina a ricondurre ad unica grande guerra di religione per ragioni di ignoranza e cattiva coscienza.</span></p>
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		<title>La Missione Impossibile dell’Ethan Hunt Tunisino, la Verità di Transito e la Bizona Minniti</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2016/12/23/la-missione-impossibile-dellethan-hunt-tunisino-la-verita-transito-la-bizona-minniti/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Lorenzo Declich]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 23 Dec 2016 15:00:07 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[allarmi]]></category>
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					<description><![CDATA[di Lorenzo Declich e Anatole Pierre Fuksas &#160; Anatole. Giusto il tempo di far emergere i dettagli circa l’identità dell’attentatore e saltano naturalmente fuori i famosi amici del jihadista, secondo il copione che avevamo tracciato nella puntata precedente. Subito si dimostra che il Califfone è ramificato dappertutto (mi perdonerai l’omaggio al coattissimo cinquantino da motocross [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Lorenzo Declich e Anatole Pierre Fuksas</strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><b>Anatole</b><span style="font-weight: 400">. Giusto il tempo di far emergere i dettagli circa l’identità dell’attentatore e </span><a href="http://www.repubblica.it/esteri/2016/12/22/news/strage_di_berlino_blitz-154636186/?ref=HREA-1"><span style="font-weight: 400">saltano naturalmente fuori i famosi amici del jihadista</span></a><span style="font-weight: 400">, secondo il copione che avevamo tracciato nella puntata precedente. Subito si dimostra che il Califfone è ramificato dappertutto (mi perdonerai l’omaggio al </span><a href="http://autoemotodepoca.altervista.org/wp-content/uploads/2015/08/Rizzato-Califfone.jpg"><span style="font-weight: 400">coattissimo cinquantino da motocross </span></a><span style="font-weight: 400">della nostra giovinezza) e tutti gli amici degli attentatori sono il brodo di coltura nel quale il radicalismo sguazza, eccetera (ma poi non vale se la stessa cosa accade in North Carolina, chissà perché, chissà percome). E naturalmente come potrebbe mancare il </span><a href="http://www.lantidiplomatico.it/dettnews-berlino_e_lennesimo_passaporto_miracolosamente_apparso_sul_luogo_del_delitto/16658_18338/"><span style="font-weight: 400">complottismo dei passaporti</span></a><span style="font-weight: 400">, che mette in fila una serie di fatti relativi alla dinamica dell’attentato di Berlino, concludendo a proposito del rifugiato pakistano arrestato che: «</span><span style="font-weight: 400">qualcuno potrebbe avanzare il sospetto che magari si sia cercato un capro espiatorio per chiudere la vicenda e per evitare che dilagasse il panico. O altro e più oscuro. A pensar male, purtroppo, ci si azzecca». </span><span style="font-weight: 400">A fare scopa, troviamo parecchio rilanciata l</span><a href="http://www.ilfattoquotidiano.it/2016/07/26/terrorismo-qualcosa-non-torna/2934504/"><span style="font-weight: 400">l’imbecillata di Fusaro</span></a><span style="font-weight: 400"> del 26 luglio (controllare la data di pubblicazione non va più di moda), che suggeriva al terrorista islamico di pigliarsela con la finanza internazionale, non con laggente, perché devi fare la lotta di classe contro la finanza internazionale, non il jihad, come ti suggeriscono le fonti di informazione egemonizzate dalla finanza internazionale. Se te la pigli con laggente vuol forse dire che sei disperatissimo o, peggio, pagato da Soros, che ti fa entrare in Italia con l’aiuto del nostro amico </span><a href="https://www.nytimes.com/video/world/europe/100000004823017/keeping-the-lights-on-for-migrants-in-rome.html?emc=edit_tnt_20161221&amp;nlid=60792835&amp;tntemail0=y"><span style="font-weight: 400">Andrea Costa, il quale viene intervistato dal New York Times</span></a><span style="font-weight: 400">, a dimostrazione del fatto che, appunto, egli è a tutti gli effetti élite liberal radicale al servizio della finanza internazionale. Anche perché con l’elezione di Trump abbiamo capito che quando si dice finanza internazionale si intende Soros.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400"><strong>Lorenzo.</strong> Sul fatto che la permeabilità europea al terrorismo radicale islamico del Califfone sia una cosa che ha l’Italia al centro, immediatamente comincia ad agitarsi la politica di casa nostra, col neo-insediato Governo </span><a href="http://www.repubblica.it/politica/2016/12/22/news/terrorismo_difesa-154629389/"><span style="font-weight: 400">che s’inventa lo Schema Minniti</span></a><span style="font-weight: 400">, una roba che a me ricorda molto </span><a href="https://www.youtube.com/watch?v=-5jJMgK1-88"><span style="font-weight: 400">la bizona 5-5-5 di Oronzo Canà</span></a><span style="font-weight: 400">. E proprio a questo proposito, siccome avevamo finito la puntata scorsa parlando di soluzioni sbajate a problemi mal inquadrati (circa il qual tema anche molto interessante è </span><a href="https://www.nazioneindiana.com/2016/12/21/i-neo-semplificatori/"><span style="font-weight: 400">questa riflessione di Domenico Talia</span></a><span style="font-weight: 400"> sui “Neosemplificatori”), vorrei suggerirti una riflessione che metta a confronto il profilo di questo  , ventiquattrenne tunisino sospettato di aver sequestrato camion e camionista a Berlino al fine di procurare la strage del mercatino di Natale, con lo Schema Minniti. </span></p>
<p><b>Anatole</b><span style="font-weight: 400">. Nel senso di “buttiamola in tribuna” o “viva il parroco”?</span></p>
<p><b>Lorenzo.</b><span style="font-weight: 400"> Certo, ovviamente. </span></p>
<p><b>Anatole</b><span style="font-weight: 400">. Ma anche nel senso di mettere in luce l’abissale distanza tra la dimensione reale del fenomeno e le opzioni che si mettono in campo per rispondere. Voglio dire, abbiamo </span><a href="https://www.theguardian.com/world/2016/dec/21/berlin-attack-german-police-leads"><span style="font-weight: 400">un personaggio uscito da Mission Impossible Gone Astray</span></a><span style="font-weight: 400">: delinquente comune, galeotto, dotato di qualità elusive che Ethan Hunt je spiccia casa. Addirittura, </span><a href="https://www.theguardian.com/world/2016/dec/22/police-raid-flats-in-search-for-berlin-truck-attack-suspect-anis-amri"><span style="font-weight: 400">dice il Guardian</span></a><span style="font-weight: 400">, «had researched bomb-making online and been in contact with Isis at least once». Se c’è una fine a questa spirale di infantilismo giornalistico, sapresti indicarmi dov’è? E quanto trova riscontro nelle misure grazie alle quali vorremmo catturare questi elusivi e subdoli jihadisti?</span></p>
<p><b>Lorenzo.</b><span style="font-weight: 400"> Iniziamo dalla schema Minniti, premettendo però che come dicono all’AISI (intervistati da Gad Lerner, vedi </span><a href="http://www.raiplay.it/video/2016/12/Islam-Italia-e6496650-eb03-4af7-b192-2b965da85e0e.html"><span style="font-weight: 400">alla fine di questa puntata</span></a><span style="font-weight: 400">), questi jihadisti in Italia sono molto, molto pochi e non hanno contatti con le organizzazioni di musulmani italiane, se non labilissimi, che l’Italia ha in ruolo un progetto di deradicalizzazione nelle carceri che pare stia funzionando, che ci abbiamo tutto un sistema di siti civetta per intercettari gli appassionati dell’ISIS, che forse qualcosa in Italia succederà, speriamo di no, ma che di certo da tutti i punti di vista attaccare l’Italia non è nelle priorità dell’ISIS (e non per merito della mafia che li tiene lontani, come una mia fb-friend ha sentito dire sull’autobus), a meno ché non continuiamo a seminare il panico ogni volta che un qualsiasi scalzacani con un fucile in mano viene a dirci che “conquisteremo Roma”. Non lo è stato nemmeno per al-Qaida, in tutti questi anni. L’unico a provare a fare un attacco fu un libico molto strano, Mohamed Game. Un lupo solitario ante-litteram se vogliamo. </span><a href="http://in30secondi.altervista.org/2009/10/24/ecco-cosa-leggeva-il-kamikaze/"><span style="font-weight: 400">Come scrivevo nel lontano 2009</span></a><span style="font-weight: 400">:</span></p>
<blockquote><p>&nbsp;</p>
<p><span style="font-weight: 400">Il nostro </span><a href="http://in30secondi.altervista.org/2009/10/15/italian-vespaio-the-receipt/"><span style="font-weight: 400">wannabe-kamikaze</span></a><span style="font-weight: 400">, che viveva </span><a href="http://in30secondi.altervista.org/2009/10/14/libicita/"><span style="font-weight: 400">ai margini della nostra società</span></a><span style="font-weight: 400">, andava in biblioteca, in particolare frequentava la biblioteca comunale vicino a casa sua. E questa è una notizia perché, secondo </span><a href="http://www.istat.it/salastampa/comunicati/non_calendario/20070510_00/testointegrale.pdf"><span style="font-weight: 400">i dati Istat</span></a><span style="font-weight: 400">, Mohammed Game faceva parte di quell’esiguo 6,7% della popolazione italiana fra i 35 e i 44 che va in biblioteca </span><i><span style="font-weight: 400">almeno una volta l’anno</span></i><span style="font-weight: 400">.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400">Un vero disadattato.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400">L’articolo ci informa anche sulle letture di Game. Ma questa non mi sembra una notizia perché leggeva cose:</span></p>
<ol>
<li style="font-weight: 400"><span style="font-weight: 400">su Gheddafi</span></li>
<li style="font-weight: 400"><span style="font-weight: 400">di politica mediorientale</span></li>
<li style="font-weight: 400"><span style="font-weight: 400">sul colonialismo italiano in Libia</span></li>
</ol>
<p><span style="font-weight: 400">Ovvero proprio esattamente quello che ci si aspetta da un immigrato libico.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400">L’articolo del Corriere, invece, alle letture terroriste di Game da un certo rilievo:</span></p>
<p><i><span style="font-weight: 400">anche la lista dei libri che ha letto potrebbe essere in­teressante, per cercare di rico­struire quale sia stato il percor­so psicologico che lo ha porta­to da un tiepido attaccamento all’islam, all’esaltazione di martire della jihad</span></i></p>
<p><span style="font-weight: 400">Quando si dice “affabulazione”… Segue l’elenco dei libri posseduti dalla biblioteca Harar, cioè quella frequentata da Game, sui tre argomenti succitati:</span></p>
<ol>
<li style="font-weight: 400"><span style="font-weight: 400">Gheddafi : una sfida dal deserto / Angelo Del Boca. – Roma (etc.) : Laterza, 1998. – XIX, 372 p. ; 21 cm.</span></li>
<li style="font-weight: 400"><span style="font-weight: 400">Gli italiani in Libia / Angelo Del Boca. – Roma (ecc.) : Laterza. – v. ; 21 cm.</span></li>
<li style="font-weight: 400"><span style="font-weight: 400">A Babilonia con Hammurabi / Fiona MacDonald, Gerald Wood. – Firenze : Giunti Marzocco, [1991]. – 35 p. : ill. ; 27 cm. ((Trad. di Elena Mendes.</span></li>
<li style="font-weight: 400"><span style="font-weight: 400">La costruzione del Medio Oriente / Bernard Lewis. – Roma (etc.) : GLF editori Laterza, 1998. – XI, 229 p. ; 21 cm. ((Trad. di Pier Giovanni Donini.</span></li>
<li style="font-weight: 400"><span style="font-weight: 400">Cronache mediorientali : il grande inviato di guerra inglese racconta cent’anni di invasioni, tragedie e tradimenti / Robert Fisk ; traduzionedi Enrico Basaglia … [et. al.]. – Milano : il Saggiatore, [2006]. – 1180 p. : c. geogr. ; 23 cm.</span></li>
<li style="font-weight: 400"><span style="font-weight: 400">Cucine mediorientali / a cura di Carla Coco. – Torino : Sonda, 2000. – 143 p. : ill. ; 17 cm.</span></li>
<li style="font-weight: 400"><span style="font-weight: 400">No : la seconda guerra irachena e i dubbi dell’Occidente / Lucia Annunziata ; in appendice: La strategia della sicurezza nazionale: i nuovi indirizzi di politica internazionale della Amministrazione Bush. – Roma : Donzelli, [2002]. – XI, 154 p. ; 19 cm.</span></li>
<li style="font-weight: 400"><span style="font-weight: 400">L’Africa nella coscienza degli italiani : miti, memorie, errori, sconfitte / Angelo Del Boca. – Roma (etc.) : Laterza, 1992. – XV, 486 p.; 21 cm.</span></li>
<li style="font-weight: 400"><span style="font-weight: 400">Conquistadores, pirati, mercatanti : la saga dell’argento spagnuolo / Carlo M. Cipolla. – Bologna : Il mulino, 1996]. – 83 p., 7] c. di tav., : ill. ; 22 cm.</span></li>
</ol>
</blockquote>
<p><span style="font-weight: 400">Che insomma Minniti può fare pure questo schema per poi forse tra un po’ vantarsene, ma tanto lo sa anche lui che il lupo solitario è solitario e che l’Italia è un posto relativamente tranquillo dal punto di vista del jihadismo (tocchiamo sempre ferro eh).</span></p>
<p><b>Anatole. </b><span style="font-weight: 400">Minniti ha battezzato la nuova dottrina come &#8220;prevenzione collaborativa&#8221;, immaginando un coinvolgimento pieno degli amministratori locali, i sindaci in primis, e dei corpi di polizia municipale delle città, affiancati da questori e prefetti. I soli in grado di rendere efficaci e capillari quelle forme di vigilanza attiva e di difesa passiva delle aree urbane di fronte alla minaccia del lupo solitario.</span></p>
<p><b>Lorenzo</b><span style="font-weight: 400">. E subito mi viene in mente il racconto di uno di quegli eroi del Baobab che mi disse: “un giorno, dopo un attentato, arrivarono quelli della polizia e mi chiesero: come stiamo a jihadisti, qui?”.</span></p>
<p><b>Anatole. </b><span style="font-weight: 400">“Benino e voi? A Lupi Solitari forse boh&#8230;”, che roba&#8230;</span></p>
<p><b>Lorenzo. </b><span style="font-weight: 400">C’è gente in questo paese che vieta di indossare il burkini </span><i><span style="font-weight: 400">per le strade della città </span></i><span style="font-weight: 400">senza nemmeno immaginare che, al di là del fatto che “burkini” è un marchio, stiamo parlando di un costume da bagno. C’è una baracca di disinformazione secondo la quale chiunque sia contro Asad è dell’ISIS (compreso il sottoscritto). Abbiamo uno storico in cui una percentuale altissima di “presunti terroristi” catturati in retate propagandatissime (ricordo da giovane una giornata a </span><i><span style="font-weight: 400">Il Manifesto</span></i><span style="font-weight: 400"> per scrivere un pezzo sulla cosiddetta “Operazione Sfinge”, risoltasi poi in nulla) sono stati poi riconosciuti come cittadini qualunque. Abbiamo talmente poco da dire, che la prima condanna per terrorismo di qualche giorno fa ha preso le prime pagine dei giornali.</span></p>
<p><b>Anatole. </b><span style="font-weight: 400">C’è un’opinione pubblica che preme perché si faccia qualcosa, dobbiamo fare qualcosa, qualunque cosa, purché dia la sensazione che la stiamo facendo, specialmente tra il momento in cui l’attentato si produce e quello in cui, ammazzato il terrorista, non gliene frega più un cazzo a nessuno perché c’è il derby Juve-Crotone. È evidente che, come abbiamo sottolineato spesso, la soluzione ce l’hai dentro di te, epperò è sbajata. A testimoniarlo è il fatto che il luposolitarismo bersaglia di anno in anno un Mercatino di Natale diverso, anzi ogni due anni, a cadenza biennale. Potremmo definirla la Biennale del Mercatino di Natale, tie’, tanto per fare pendant con la performance art del terrorista turco che ha ammazzato l’Ambasciatore russo ad Ankara. </span><a href="http://www.liberation.fr/societe/2014/12/22/nantes-une-camionnette-fonce-dans-le-marche-de-noel-au-moins-6-blesses_1169032"><span style="font-weight: 400">Due anni fa’ era Nantes</span></a><span style="font-weight: 400">, quest’anno Berlino. Cosa cazzo gli significhi, poi, questo mercatino di Natale al luposolitarismo radicale islamico potremmo forse anche chiedercelo. Un’assembramento casuale? Colpire il conzumismo occidentale? Il simbolo religgioso crociato? Niente di tutto questo? Secondo me il lupo solitario radicale islamico “non sa, non risponde”.</span></p>
<p><b>Lorenzo. </b><span style="font-weight: 400">Di sicuro dietro lo schema della schedatura di massa dei potenziali lupi solitari c’è un rischio, cioè l’esplosione incontrollata di “falsi positivi” all’analisi “lupo solitario”. Praticamente tu metti delle “sentinelle” su un fronte ma le sentinelle dicono “aiuto” praticamente ogni volta che si muove paglia. È un rischio grosso. C’è il rischio di fabbricare cose più che evitarle. Non sarebbe meglio mettere 1000 persone a studiare seriamente questa roba qua per poi metterle a lavorare a soluzioni più meditate? Magari fuori dallo schema dell’ordine pubblico, provando a staccare le etichette dalle persone, provando ad immaginare una società in cui puoi provare ad essere quello che ti pare, indipendentemente dalla tua origine o identità culturale, sociale, poiché, magari, ti percepisci come qualcosa di diverso dal modo in cui vieni etichettato, ma non hai spazio per proporti in quel modo.  Più dispendioso, di certo, ma anche immensamente più sensato.</span></p>
<p><b>Anatole</b><span style="font-weight: 400">. Ma ci mancherebbe. Piuttosto che rinunciare alle nostre premesse culturaliste, siamo pronti a farci mettere sotto dal primo camion che passa. E comunque, se avevamo ragione la volta scorsa a parlare di Sindrome di Lee Oswald, va da sé che alla fine tra quelli che schedi non c’è mai quello che poi si schianta contro il buzzichetto del vin brulé al mercatino di natale.</span></p>
<p><b>Lorenzo.</b><span style="font-weight: 400"> Oppure c’è, come nel caso di questo tunisino, ma sta in mezzo a mille, quindi che te ne fai, poi, di questa schedatura?</span></p>
<p><b>Anatole</b><span style="font-weight: 400">. Da capo, il problema non è riducibile alla povera testa di cazzo che alla fine commette il gesto, perché esso problema si prende, in realtà, tutto lo spazio che separa te da quelli che non lo commetteranno.</span></p>
<p><b>Lorenzo. </b><span style="font-weight: 400">Intendi il problema di tutti noi proprio, di noi come società democratica ecc. Sono d’accordo, c’è anche questo. Siamo in un anello più grande. Per dire:  quando fai pauristica sugli immigrati o sui profughi, generi virtualmente l’immigrato o il profugo solitario, che può essere pure che fa una strage. </span></p>
<p><b>Anatole</b><span style="font-weight: 400">. Di sicuro faciliti il processo di deriva che lo condurrà ad essere quello che vuoi che sia, in assenza di altre opzioni. </span><span style="font-weight: 400">Poi ti possono dire che se circoscrivi il novero dei potenziali lupi solitari, allora gli altri campano tranquilli, cioè, tuteli, per dire, i rifugiati, ma, come dicevamo, questo Anis Amiri era schedatissimo. S’era fatto quattro anni di gabbio, per dire, era segnalato ovunque, non poteva volare negli USA. Allora una volta che l’hai schedato, segnalato, dipinto intorno con l’evidenziatore, ci hai attaccato sopra un cartello, quello che ti pare, ma cosa succede? Per citare il poeta “so boni tutti / a mettece un cartello”.</span></p>
<p><b>Lorenzo. </b><span style="font-weight: 400">Senonché, anche se poi riuscissi a limitare la cosa con questi criteri, cioè hai fatto questo anello sanitario attorno a stereotipi, ti scappa er Pizza Connection o simili. </span></p>
<p><b>Anatole</b><span style="font-weight: 400">. Perché quello ti cade fuori dai tag che mecciano “lupo solitario”, in quanto non sei capace di riconoscere il senso di esclusione che scatena gesti violenti individuali fuori dal quadro di referenza col quale li hai identificati. E invece, come abbiamo detto ormai centinaia di volte, il problema è che una volta acceso il riflettore, l’attore che se lo prende prima o poi arriva. La Sindrome di Lee Oswald, appunto. E non è detto che costui sia nelle tue liste di prescrizione, che guarda caso, si applicano agli &#8216;slamici a rischio di radicalizzazione, non, ad esempio, allo svalvolatone bianco della middle class nel North Carolina. Anche perché altrimenti dovresti schedare 1:1 mezzo pianeta terra.</span></p>
<p><b>Lorenzo. </b><span style="font-weight: 400">Sì, il riflettone paga pegno. Ti ricordi il matto di Monaco che urlava Allah akbar ma proprio non sapeva di che stesse parlando? Ma anche quel pilota che ha deciso di suicidarsi con l’aeroplano pieno di passeggeri, per non parlare di Brevik, il nazi di Utoya. È proprio roba di riflettori e non si accetta che sia così, che cioè tutte queste cose siano parte dello stesso problema, perché si preferisce, per ragioni credo ormai di idiozia conclamata più che di interesse, propagandare stupidagini identitarie basate su stereotipi culturalisti capiti male.</span></p>
<p><b>Anatole</b><span style="font-weight: 400">. Ti faccio un esempio che aiuta a capire al volo: pensa a fare la stessa cosa per il femminicida in Italia. Chi schedi? Dieci milioni di mariti frustrati? Ma non siamo alla bizona pura? Ma non sarebbe più semplice riconoscere che “Houston, abbiamo un problema”? Cioè che in Italia c’è un serissimo problema legato al fatto che abbiamo un’educazione patriarcale ai rapporti tra i sessi, tale che il maschio a una certa sbrocca e ammazza la compagna, perché non è banalmente all’altezza delle sue stesse aspettative circa la sua propria vita e/o il suo proprio rapporto sentimentale?</span></p>
<p><b>Lorenzo. </b><span style="font-weight: 400">Yes, ci siamo capiti.</span></p>
<p><b>Anatole.</b><span style="font-weight: 400"> Allo stesso modo, non sarà che c’è anche un serissimo problema legato al modo in cui una vastissima maggioranza della cosiddetta opinione pubblica, che sia islamica, non islamica, laziale, feticista dell’addobbo natalizio, quello che ti pare, si confronta con i temi all’ordine del giorno, ad esempio quelli sollevati dalla situazione di Aleppo, in maniera rabbiosa e livorosa, poiché li sente straordinariamente vicini alla propria miseria anche se non lo sono manco un po’? Ne parlavamo già a proposito del </span><a href="https://www.nazioneindiana.com/2016/11/29/tronismo-di-massa-e-sestessita-scatologica/"><span style="font-weight: 400">Tronismo di Massa e della Sestessità Scatologica</span></a><span style="font-weight: 400">, come vedi i fili si intrecciano di nuovo.</span></p>
<p><b>Lorenzo. </b><span style="font-weight: 400">Esatto. Che poi è su questa cosa che ragioniamo quando ragioniamo di complottismo, postverità varie e – nei momenti in cui ancora non si sa niente su cosa è avvenuto a Berlino, ad esempio – anche delle transverità (il camionista fantasma pakistano ecc.) – mi si passi il termine – cioè delle “verità di transito” che presto dimenticheremo, che poggiano su un corredo discorsivo già pronto (dai fatti di Colonia in poi), che vanno bene almeno per qualche ora e su cui ci si può un po’ accapigliare rendendo la vita di un utente medio di telefonone meno angosciante anche se molto più livorosa.</span></p>
<p><b>Anatole</b><span style="font-weight: 400">. Mi piace molto la Verità di Transito. Quella cosa che succede da Mentana mentre aspettano il primo exit poll. Ero allucinato dalla diretta del TG2 la serata dopo l’attentato di Berlino: se andavi a cercare il riferimento ad un fatto, una notizia, qualcosa nel susseguirsi anche fluido del discorso, non trovavi niente che non significasse “vabbe’, c’è stato questo attentato e ancora non sappiamo un cazzo”. Ma, ribadiamolo ogni volta, l’opinione su qualunque fatto di cronaca si struttura nel corso delle prime 24 ore susseguenti, quando, appunto, non se ne sa veramente un cazzo.</span></p>
<p><b>Lorenzo</b><span style="font-weight: 400">. E infatti la Bizona Minniti salta fuori nell’intervallo che separa l’attentato dal momento in cui l’attentatore viene ammazzato per strada a Sesto San Giovanni.</span></p>
<p><b>Anatole</b><span style="font-weight: 400">. Esatto, in quell’intervallo mediatico in cui devi dire qualcosa per riempire il vuoto ansiogeno, rispondendo in maniera tecnocratica ai populismi che te se magnano vivo.</span></p>
<p><b>Lorenzo</b><span style="font-weight: 400">. Poi una volta che hai preso e ammazzato l’attentatore </span><a href="http://www.repubblica.it/politica/2016/12/23/news/minniti_conferenza_stampa-154724138/?ref=search"><span style="font-weight: 400">è tutto un trionfante strombazzare la grande efficacia dell’azione delle forze di polizia italiana</span></a><span style="font-weight: 400">, che i tedeschi e i francesi ce spicciano casa. Al netto del dramma del povero Alfano, costretto a dare la notizia della morte della ragazza italiana a Berlino da Ministro degli Esteri nel giorno in cui Minniti, nuovo Ministro dell’Interno, si prende tutti i meriti dell’azione che ha portato alla morte del terrorista, naturalmente.</span></p>
<p><b>Anatole</b><span style="font-weight: 400">. Ecco, sul copione, adesso che questo pericolosissimo terrorista è stato abbattuto, penso che potremmo riflettere un istante, prima di congedare anche quest’altra patetica puntata del Lupo Solitario. Ricostruendo la parabola di vita di questo Anis Amri, come fa ad esempio piuttosto bene </span><a href="http://www.liberation.fr/planete/2016/12/22/anis-amri-de-la-delinquance-au-jihad_1537047?utm_campaign=Echobox&amp;utm_medium=Social&amp;utm_source=Twitter#link_time=1482436692"><span style="font-weight: 400">questo articolo di </span><i><span style="font-weight: 400">Libération</span></i></a><span style="font-weight: 400">, salta agli occhi la questione che stiamo cercando di mettere a fuoco da un anno ormai, che cioè se sei musulmano e criminale, talmente prevale la prima caratteristica, che alla fine, inevitabilmente, le due cose devono coincidere, cioè devi diventare criminale poiché musulmano, in quanto musulmano. Cioè, se sei musulmano non puoi essere altro che musulmano. Non dico trovare lavoro, fare la vita che ti pare, magari anche piuttosto contraddittoria rispetto all’opinione che dovremmo farci di te in quanto musulmano, ma manco puoi vivere la tua disonesta vita di comune criminale in santa pace. Se ad esempio sei Rom, o etichettato in quanto tale anche se non lo sei, il criminale comune te lo facciamo fare. Perché? Perché ci sta che se sei zingaro fai il criminale comune, anzi, sei proprio antonomastico di criminale comune. </span></p>
<p><b>Lorenzo</b><span style="font-weight: 400">. Certo, zingaro e criminale sono la stessa cosa, mentre se sei musulmano non ce la conti giusta, non puoi essere soltanto un comune criminale. Devi essere un terrorista e insisteremo a trattarti da terrorista finché non ci diventi. Se volevi fare il criminale comune, dovevi nascere zingaro. Ce dispiace.</span></p>
<p><b>Anatole</b><span style="font-weight: 400">. Pefforza, sei tunisino e musulmano, quindi fai il terrorista e non rompere il cazzo.</span></p>
<p><b>Lorenzo.</b><span style="font-weight: 400"> L&#8217;antonomasia si nutre dello stereotipo culturale e ricodifica tutti i segni a senso unico. Gli amici diventano la rete terroristica, i crimini che commettevo un sintomo di incompatibilità culturale, eccetera. Se vieni dal North Carolina e sei </span><i><span style="font-weight: 400">middle class</span></i><span style="font-weight: 400"> bianca, come nel caso del Pistolero del <em>Comet</em> di cui parlavamo nella puntata precedente, le stesse cose valgono altro: sei una persona per bene esasperata dalla crisi e i tuoi amici non sono terminali dormienti di un reticolo terroristico, ma brava gente che ti ha lasciato andare a fare il matto perché, in fondo, che cosa ci potevano fare?</span></p>
<p><b>Anatole</b><span style="font-weight: 400">. Eppure, leggendo il profilo del pericoloso terrorista, i  collegamenti con l’Imam senza Volto (altro personaggione da film di spionaggio, più da </span><i><span style="font-weight: 400">James Bond</span></i><span style="font-weight: 400">, forse, che da </span><i><span style="font-weight: 400">Mission Impossible</span></i><span style="font-weight: 400">), con i salafiti di Duisburg, coi “reclutatori jihadisti” di Dortmund, paiono più che altro labili indizi a corredo di un tentativo di narrazione, che altro. Cioè, non emerge con chiarezza che Amri fosse “uno di loro”, qualcosa che denoti una vera e propria appartenenza.</span></p>
<p><b>Lorenzo</b><span style="font-weight: 400">. Effettivamente. Sta con un piede di qua e uno di là, come se provasse a combattere la sua battaglia identitaria solitaria, finendo per soccombere. E quando in conclusione l&#8217;autore del profilo su </span><i><span style="font-weight: 400">Libération</span></i><span style="font-weight: 400"> si interroga se «L’investigation a-t-elle été trop superficielle? Amri a-t-il trompé la vigilance des autorités? Trois mois plus tard, il est devenu l’homme le plus recherché d’Europe», la risposta è che l’errore non è investigativo, ma proprio concettuale, e finché non cambiamo modo di ragionare, non capiremo nulla di quello che sta succedendo.</span></p>
<p><b>Anatole.</b><span style="font-weight: 400"> E la parabola di questo qua è paradigmatica del modo in cui stiamo sbagliando ad affrontare la questione, perché non vogliamo capirla. Non vogliamo vedere, in sostanza, che il senso di “esclusione percepita” dall’attualità, dalle dinamiche ansiogene del contemporaneo, è lo stesso se sei un tunisino musulmano approdato col barcone a Lampedusa o appartieni alla </span><i><span style="font-weight: 400">middle class</span></i><span style="font-weight: 400"> bianca del North Carolina. Non vogliamo vedere che la partecipazione alle dinamiche del reale si basa su una ricerca identitaria perennemente in bilico tra Qualcunismo e Sestessità. Non vogliamo vedere che l’unico modo per essere Testesso e Qualcuno allo stesso tempo è accettare l’etichetta che ti viene offerta. Non vogliamo capire che, in taluni casi, l’etichetta che ti appiccichiamo in fronte può portarti a sequestrare un camionista polacco, costringerlo a lanciare il camion su una folla sconosciuta, per finire sparato dai poliziotti a Sesto San Giovanni.</span></p>
<p><b>Lorenzo</b><span style="font-weight: 400">. Bel film. Che finirebbe bene secondo la narrazione che ci stiamo dando a bere, se davvero l’attentatore avesse urlato Allah Akbar prima di morire, invece che ACAB o una cosa del genere, come invece è accaduto.</span></p>
<p><b>Anatole</b><span style="font-weight: 400">. Peccato che è vero.</span></p>
<p><b>Lorenzo</b><span style="font-weight: 400">. Parecchio vero. Ci si è provato stamattina a chiudere il cerchio, a inserire Amri nel ciclo. Nell’ennesimo varco spaziotemporale trans-vero il terrorista urlava “Allah akbar” prima di morire. Repubblica nel titolo poi cancellato scriveva “prima di morire l’islamista ha urlato Allah akbar”. Laddove il tag “islamista” sussume in sé tutto il discorso delle etichette che abbiamo appena fatto (tralasciamo le 15 pagine di introduzione a “Islam 20 parole”, Laterza, 2016, nelle quali ho spiegato perché la parola “islamista” è pesantemente </span><i><span style="font-weight: 400">biased </span></i><span style="font-weight: 400">oltre che ambigua). </span></p>
<p><b>Anatole. </b><span style="font-weight: 400">E tutti dietro a dir minchiate. </span></p>
<p><b>Lorenzo. </b><span style="font-weight: 400">Era proprio una cazzata, una sonora immensa cazzata, un fantasma che prendeva corpo chissà come, smentita dal questore. Però le minchiate le hanno dette lo stesso, nel frattempo, la storia delle etichette ha funzionato perfettamente. E’ l’ultima puntata del capitolo che avevo iniziato a scrivere su Vice nel luglio di quest’anno. Il titolo era “</span><a href="https://www.vice.com/it/article/come-allah-akbar-diventato-meme-italia"><span style="font-weight: 400">Come la frase Allah akbar è diventata uno spauracchio</span></a><span style="font-weight: 400">”. Attualmente su Repubblica il titolo fa: “L’attentatore di Berlino Anis Amri ha urlato poliziotti bastardi”. </span></p>
<p><b>Anatole</b><span style="font-weight: 400">. *facepalm*.</span></p>
<p><b>Lorenzo.</b><span style="font-weight: 400"> Mi sa che ci abbiamo preso anche stavolta, ma non abbiamo vinto niente.</span></p>
<p><b>Anatole. </b>Malgrado<span style="font-weight: 400"> gli sforzi di tinteggiare in maniera comica, si rimane comunque con una brutta sensazione addosso.</span></p>
<p><b>Lorenzo.</b><span style="font-weight: 400"> E se non fosse che si è fatta una certa proverei a tirar su il morale instillando d’embée il sospetto del complottone ordito da Minniti per convincere gl’italiani che il suo “schema” funziona. Cioè: ha funzionato praticamente in maniera istantanea. Il questore, di certo non volendolo fare, l&#8217;ha confermato. Anche perché Minniti, occorre dirlo, è il destinatario ultimo dell&#8217;insulto generico lanciato da Amri alle nostre forze dell&#8217;ordine nel suo ultimo minuto di esistenza.</span></p>
<p><b>Anatole.</b><span style="font-weight: 400"> E l’aereo libico, allora? E chiaro che Loro&#8230;</span></p>
<p><b>Lorenzo.</b><span style="font-weight: 400"> Esatto, l&#8217;aereo libico. Però ci ho una vita, e pure tu.</span></p>
<p><b>Anatole.</b><span style="font-weight: 400"> Vabbene, chiudiamola così, che col complottismo abbiamo dato.</span></p>
]]></content:encoded>
					
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		<title>Il qualcunismo omicida dei lupi solitari e la sindrome di Lee Oswald</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2016/12/21/qualcunismo-omicida-dei-lupi-solitari-la-sindrome-lee-oswald-pistolero-del-comet-fantasma-del-camion-berlino-la-performance-del-poliziotto-turco/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[Lorenzo Declich]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 21 Dec 2016 17:00:27 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[allarmi]]></category>
		<category><![CDATA[indiani]]></category>
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					<description><![CDATA[di Lorenzo Declich e Anatole Pierre Fuksas Una conversazione sul Pizzagate ed il pistolero del Comet, il Fantasma del Camion di Berlino e la performance del poliziotto turco  Anatole. È molto difficile uscire dalla spirale del complottismo, nella quale ci siamo avvitati inevitabilmente da più di un mese, ma sapevamo che sarebbe stato così e proprio per questo [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Lorenzo Declich</strong> e <strong>Anatole Pierre Fuksas</strong></p>
<p><em>Una conversazione sul </em>Pizzagate<em> ed il pistolero del </em>Comet<em>, il Fantasma del Camion di Berlino e la performance del poliziotto turco </em></p>
<p><b>Anatole.</b><span style="font-weight: 400"> È molto difficile uscire dalla spirale del complottismo, nella quale ci siamo avvitati inevitabilmente da più di un mese, ma sapevamo che sarebbe stato così e proprio per questo abbiamo evitato di tuffarci in questo argomento sublime quanto inquietante finché ci è stato possibile. </span></p>
<p><b>Lorenzo. </b><span style="font-weight: 400">Non credo che ne usciremo mai completamente, abbiamo capito che si tratta del formato standard della comunicazione via telefonone. Però proviamo.</span></p>
<p><b>Anatole. </b><span style="font-weight: 400">Vorrei suggerire una via di uscita, che forse non porta da nessuna parte, cioè non fuori dal complottismo che ci circonda, perché forse non c’è un fuori in assoluto, ma almeno ci riallaccia ad un altro tema sul quale avevamo avuto modo di intrattenerci in un passato che ormai parrebbe sepolto e invece non lo è. Lo spunto ce lo offre un fatto di cronaca al quale non abbiamo dedicato la dovuta attenzione nel prossimo passato, cioè la notizia  del «Comet Ping Pong shooting», che proviamo a sintetizzare a posteriori, inquadrandolo, appunto, nella cornice della smentita teoria complottistica del pizzagate, </span><a href="https://en.wikipedia.org/wiki/Pizzagate_(conspiracy_theory)#Comet_Ping_Pong_shooting"><span style="font-weight: 400">riprendendo i termini nei quali è già formulata come parte dell’ontologia corrente su wikipedia</span></a><span style="font-weight: 400">. </span></p>
<p><b>Lorenzo.</b><span style="font-weight: 400"> Lo vedi? Da complotto non si esce. Racconta.</span></p>
<p><b>Anatole. </b><span style="font-weight: 400">Praticamente all’inizio di Dicembre, il 4 per l’esattezza, un ventottenne del North Carolina di nome Edgar Welsh ha fatto irruzione al Comet Ping Pong, un locale in Connecticut Avenue a Washington DC, con la pretesa di investigare abusivamente su un circuito di pedofilia che, stando ai termini della teoria complottista basata sulla fantasiosa “decodifica” delle email del consigliere di Obama John Podestà rese pubbliche da Wikileaks, avrebbe coinvolto un certo qual numero di pizzerie della capitale americana e membri del partito democratico, tra i quali sono stati fatti i nomi di Hillary e Bill Clinton (per via della frequentazione di </span><a href="http://nypost.com/2016/10/09/the-sex-slave-scandal-that-exposed-pedophile-billionaire-jeffrey-epstein/"><span style="font-weight: 400">Jeffrey Epstein, finanziere di Bear Sterns, condannato per pedofilia</span></a><span style="font-weight: 400">). </span></p>
<p><b>Lorenzo.</b><span style="font-weight: 400"> Accidempoli.</span></p>
<p><b>Anatole. </b><span style="font-weight: 400">No, ma infatti. Comunque. Nel corso dell’irruzione Welsh ha sparato tre colpi, ma poi si è arreso alle forze dell’ordine, non avendo trovato nessuna conferma alle illazioni in base alle quali aveva pianificato la sua azione. Arrestato per assalto a mano armata, ha spiegato alla polizia che aveva letto online la storia del circuito di pedofilia è voleva appunto accertare da solo se si trattasse di una notizia vera e, nel caso, salvare i minori dagli abusi. Stando alla </span><a href="http://www.reuters.com/article/us-washingtondc-gunman-idUSKBN14213S"><span style="font-weight: 400">ricostruzione dei fatti che hanno preceduto l’attentato</span></a><span style="font-weight: 400">, pare che Welsh abbia cercato dei complici tra i suoi amici prima di percorrere da solo i quattrocento chilometri che lo separavano da Washington DC, perché «raiding a pedo ring, possibly sacraficing (sic) the lives of a few for the lives of many&#8230; The world is too afraid to act and I&#8217;m too stubborn not to». </span></p>
<p><b>Lorenzo.  </b><span style="font-weight: 400">Pauroso.</span></p>
<p><b>Anatole. </b><span style="font-weight: 400">Sì, però ora, soprassediamo sulla natura del complotto, che di per sé meriterebbe un libro intiero (il gioco dei collegamenti abusivi tra informazioni irrelate è davvero avvincente), come anche la questione del controcomplotto, o </span><i><span style="font-weight: 400">false-flag</span></i><span style="font-weight: 400">, </span><a href="https://www.washingtonpost.com/lifestyle/style/false-flag-planted-at-a-pizza-place-its-just-one-more-conspiracy-to-digest/2016/12/05/fc154b1e-bb09-11e6-94ac-3d324840106c_story.html?utm_term=.d0c16ce79118"><span style="font-weight: 400">di cui parlava un articolo del Washington Post</span></a><span style="font-weight: 400">. Teniamo anche per un attimo da parte in caldo i vari filoni di ragionamento che suggeriscono un approfondimento del ruolo dei siti di fake news coinvolti nella campagna elettorale americana (la storia del </span><i><span style="font-weight: 400">Pizzagate</span></i><span style="font-weight: 400"> è stata ripresa e propagandata pochi giorni prima delle elezioni da </span><i><span style="font-weight: 400">Infowars </span></i><span style="font-weight: 400">e Cernovich) e della composizione della squadra di Trump (nella quale figura come National Security Advisor il generale Michael Flynn, che ha accreditato il </span><i><span style="font-weight: 400">Pizzagate</span></i><span style="font-weight: 400"> in un suo tweet). Prendiamo invece la direzione che ci riporta sull’</span><a href="https://www.nazioneindiana.com/2016/07/24/lesile-sentiero-dei-lupi-solitari-un-altro-dialogo-sullemergenza/"><span style="font-weight: 400">esile sentiero dei lupi solitari </span></a><span style="font-weight: 400"> di cui parlavamo ai tempi dell’attentato di Monaco di Baviera, partendo dal fatto che il nostro <em>lone ranger</em> parrebbe aver elaborato il suo piano criminale sulla base di notizie acquisite in rete e si sia dunque improvvisato supereroe giustiziero. È un caso eclatante che testimonia quanto le parole siano azioni e quante e quali conseguenze possano produrre in una società che si scopre ossessionata dal problema dell’accertamento della verità di un fatto o di una notizia. Meno eclatante, ma comunque significativo, è anche il caso della pizzeria Roberta’s di Brooklyn a NY, coinvolta anch’essa nel Pizzagate, e per questa ragione bersagliata da atti ostili sulla base di evidenze caratteristiche del complottismo più sbroccato, quali ad esempio l’insegna, che raffigura uno scheletro con una pala da pizza. Il</span><span style="font-weight: 400"><a href="http://www.nytimes.com/2016/12/07/nyregion/robertas-restaurant-brooklyn-threatened-fake-news-pizzagate-conspiracy.html"> New York Times</a> riportava che</span><span style="font-weight: 400">: «One person drawn by the hoax came at the restaurant to live-stream activity there. Others have stood outside holding signs». Già Cedric L. Alexander parlava a questo proposito sulla CNN del fatto che</span><a href="http://edition.cnn.com/2016/12/07/opinions/fake-news-can-kill-alexander-opinion/"><span style="font-weight: 400"> Fake News is Domestic Terrorism</span></a><span style="font-weight: 400">, discorso che ci ricollega alla questione che ponevamo mesi fa’ circa la natura di questi solitari atti di violenza, all’epoca collegati in via esclusiva al radicalismo islamico, per ragioni che già ci sembravano chiaramente riconducibili ad una questione di agenda mediatica. </span></p>
<p><b>Lorenzo.</b><span style="font-weight: 400"> Perché, ricordiamolo, c&#8217;era in atto uno spezzatino delle evidenze fattuali secondo le linee del conflitto di civiltà.</span></p>
<p><b>Anatole. </b>Mentre invece aveva già cominciato a funzionare<span style="font-weight: 400"> quello che potremmo chiamare lo schema Lee Oswald, cioè un meccanismo mediante il quale fai talmente tanto casino attorno ad una questione che il matto pronto ad intervenire a una certa salta fuori, in Europa come negli Usa, radicale ‘slamico o semplice cojone che conduce la sua vita demmerda nel Fly-Over-State. E le due figure a noi, peraltro, sono sempre parse molto simili, se non identiche, indipendentemente dagli stereotipi culturalisti detti male che si leggono in giro. Ora, se non fosse tragico, farebbe anche ridere che stavamo scrivendo di lupi solitari prima dell’assassinio dell’ambasciatore russo in Turchia e dell’attentato a Berlino, no?</span></p>
<p><b>Lorenzo. </b><span style="font-weight: 400">Un po’ angosciante, in effetti, ma forse la cosa avviene semplicemente perché i lupi solitari is the new “ciò che avviene”. Quindi se non era ieri sarebbe stato oggi. O domani. E noi non è che stiamo qui a far dialoghi perché non abbiamo nient’altro da fare. In queste ore, comunque, i pensieri mi si accavallano &#8211; complice anche l’estrazione di n. 2 denti e conseguente stato di malessere sia generalizzato che localizzato. Ma forse qualche pensiero lucido l’ho fatto. Il primo è che nel mondo superliberalissimo in cui viviamo, nel quale la società è sommariamente strutturata attorno a un comporsi caotico di volontà individuali, la solitudine dei lupi è consustanziale. Cioè: la sensazione è che queste persone, </span><a href="http://www.repubblica.it/esteri/2016/06/17/news/omicidio_cox_brexit-142208183/"><span style="font-weight: 400">mettiamo il nazista assassino della deputata Jo Cox</span></a><span style="font-weight: 400"> o il pakistano richiedente asilo della strage di Berlino, sembrano essere ineludibilmente guidati dalla propria “coscienza”, ispirata da qualche delirio altrui, da un qualcosa che il solitario percepisce come parte di sé: spesso una comunità virtuale, con tutto quel portato di </span><i><span style="font-weight: 400">falsità</span></i><span style="font-weight: 400"> e <em>autenticità</em></span><i><span style="font-weight: 400"> </span></i><span style="font-weight: 400">che essa si porta dietro, o anche una piccola comunità reale che si connette a una comunità virtuale più grande. A questo proposito è ancora illuminante</span><a href="https://www.nazioneindiana.com/2016/11/29/tronismo-di-massa-e-sestessita-scatologica/"><span style="font-weight: 400"> il pensiero di Jesurum sulle microculture di cui parlavamo qui</span></a><span style="font-weight: 400">. Parafrasando: a ognuna di queste azioni macroscopiche compiute da lupi solitari corrisponde l’uso psichico personale di una qualsivoglia narratsione, dalla pedofilia, all’invasione islamica. Sì, è un po’ una sindrome di Lee Oswald. Una cosa variamente diffusa che funziona alla grande, cioè diventa quasi di massa, con l’upgrade tecnologico.</span></p>
<p><b>Anatole. </b><span style="font-weight: 400">Questa cosa del dente estratto penso che si possa tamponare solo con la ketamina, sostanza che qualche anno fa in giro per la città andava per la maggiore e potrebbe, pensandoci, rappresentare anche una buona soluzione allo sbrocco generalizzato di queste ore, nel corso delle quali mi pare di capire che sia partito lo spin definitivo, quello secondo il quale Assad è il campione delle democrazie minacciate dall’ISIS, mentre Merkel è un’autocrate responsabile delle stragi in Europa. </span></p>
<p><b>Lorenzo</b><span style="font-weight: 400">. Sì, il livello di allucinazione è indubbiamente ketaminico. Un esempio del livello: ora che abbiamo confermato l’esistenza della bambina Bana &#8211; che insieme ai suoi genitori twittava da Aleppo &#8211; e che dovremmo piangere sul fatto che è stata strappata alla sua città presso la quale forse non tornerà mai più, <a href="https://twitter.com/LinaArabii/status/811142163614593024">dobbiamo sorbirci</a> – in funzione &#8220;anti-Bana&#8221; – la storia diramata dall’infame Ministero degli Interni egiziano – l’Egitto supporta Asad – secondo cui a Suez stavano fabbricando un video falso con testimonianze false di bambini non-profughi non-aleppini. Intanto, nei commenti <a href="https://www.youtube.com/watch?v=484kNkBnh5w">al video dell&#8217;intervista a Bana</a> interviene un account intitolato ad Adolf Hitler.</span></p>
<p><b>Anatole</b><span style="font-weight: 400">. Accanto a questa continua produzione di false notizie, si osserva uno spiraleggiare a vuoto attorno a costrutti ideologici di soggetti che si esprimono in assenza di un confronto con dati di sostanza, sulla base dei quali sarebbe davvero possibile farsi un’idea di cosa stia accadendo. Da parte nostra credo che il punto sul quale possiamo andare abbastanza sicuri, che rappresenta peraltro un po’ la cornice di tutto il discorso, è questo rapporto tra il singolo isolato e la costruzione ideologica, dal quale sembrerebbero scaturire i gesti di violenza dei quali tanto si parla, dal pistolero del <em>Comet</em> all’assassinio dell’Ambasciatore russo in turchia, , ma anche all’attentato di Berlino, che somiglia molto, almeno in apparenza, a quello di Nizza. Poi</span><a href="https://www.foreignaffairs.com/articles/western-europe/2016-07-26/myth-lone-wolf-terrorism?cid=nlc-fatoday-20161220&amp;sp_mid=53035785&amp;sp_rid=YS5sYW5uaS5tYWlsQGdtYWlsLmNvbQS2&amp;spMailingID=53035785&amp;spUserID=MjI4MTMzNzg4NDE2S0&amp;spJobID=1063915597&amp;spReportId=MTA2MzkxNTU5NwS2"><span style="font-weight: 400"> Daveed Gartenstein-Ross and Nathaniel Barr in questo articolo di Foreign Affairs</span></a><span style="font-weight: 400">, proprio parlando degli attentati di Nizza, Ansbach e Rouen, dicevano che in realtà questa etichetta del lupo solitario la si affibbia nelle prime 24 ore dopo l’attentato, prima che emergano indizi dei più stretti legami tra questi individui e un più articolato ambiente terroristico. </span></p>
<p><span style="font-weight: 400"><strong>Lorenzo.</strong> In realtà in nessuno di quei casi, né in quello dell’attentatore di Monaco, è poi emersa l’appartenenza ad una vera e propria cellula radicalizzata, come quella, per capirsi, che ha operato per l’attentato contro Charlie Hebdo, nato e svolto in una dimensione di terrorismo molto più tradizionale, a cominciare dalla selezione del bersaglio. Ma un discorso analogo potrebbe facilmente emergere comparando l’attentato omofobo di Orlando con quello parigino al Bataclan, con tutto che la selezione del bersaglio è simile (ma, appunto, declinata in maniera contestualmente pertinente), le differenze sul piano organizzativo permangono. La cosa che meno convince dell’approccio secondo il quale tutto il terrorismo islamico ha legami solidi con lo Stato Islamico è che si basa su collegamenti dimostrati molto labili e non situa il fenomeno all’interno di una dimensione sociale, come quella europea o americana, che funziona più o meno allo stesso modo per il lone ranger del Comet e per il pistolero suicida pakistano. Cioè, sarà pure vero che «ISIS has capitalized on evolving communications technologies, building cohesive online communities that foster a sense of “</span><a href="http://www.terrorismanalysts.com/pt/index.php/pot/article/view/444/html"><span style="font-weight: 400">remote intimacy</span></a><span style="font-weight: 400">” and thus facilitate radicalization» e sarà anche vero che «the group has also established a team of “</span><a href="http://warontherocks.com/2016/07/bloody-ramadan-how-the-islamic-state-coordinated-a-global-terrorist-campaign/"><span style="font-weight: 400">virtual planners</span></a><span style="font-weight: 400">” who use the Internet to identify recruits, and to coordinate and direct attacks, often without meeting the perpetrators in person», ma siamo alle solite etichette che si appoggiano su stereotipi culturalisti, per non dire proprio razzisti.</span></p>
<p><strong>Anatole.</strong> Ci mancherebbe. Q<span style="font-weight: 400">uando l’attentatore è un trentenne di origine afghana, allora è un attacco jihadista alle libertà occidentali, non violenza repressa di carattere omofobo, se invece è un americano bianco della </span><i><span style="font-weight: 400">middle class</span></i><span style="font-weight: 400"> riscattata da Trump che vuole salvare i ragazzini dalla pedofilia liberal, invece cos’è?  Cioè, se sei ‘slamico non solo non puoi essere gay, che non sia mai, ma manco omofobo, figurati le due cose insieme! Devi essere dell’ISIS e non rompere il cazzo. Poi, se vai a leggere bene la storia dell’attentatore del </span><i><span style="font-weight: 400">Comet</span></i><span style="font-weight: 400">, scopri che aveva anche degli amici che la pensavano come lui, ma non se la sono sentita di seguirlo nel suo folle gesto. Se fosse stato afgano, o pakistano, ecco che i suoi amici sarebbero diventati parte di un tessuto articolato di radicalismo che si organizza in rete. Forse sarebbe più corretto vedere l’uno e l’altro come aspetti di un problema simile, cioè mitomane uno, mitomane l’altro, indipendentemente dalla matrice etnica, culturale o religiosa. Oppure facciamo valere quella per tutti.</span></p>
<p><b>Lorenzo. </b><span style="font-weight: 400">Ma infatti. L’uno e l’altro, alla fine, si propongono come aspetti diversi, cioè classificabili all’interno delle rispettive subculture, della stessa cosa. Sembrano vivere una condizione in cui alla fine si cerca &#8211; per come si può &#8211; di essere </span><i><span style="font-weight: 400">qualcuno</span></i><span style="font-weight: 400">, magari per una sola volta nella vita, cioè quando si muore, non riusciendovi. Fra le frasi convulse pronunciate dall’assassino dell’ambasciatore russo ad Ankara c’erano anche queste (sempre che la traduzione di cui dispongo sia affidabile ma credo di sì):</span></p>
<blockquote><p><span style="font-weight: 400">Solo la morte potrà allontanarmi da qui.</span></p></blockquote>
<p><span style="font-weight: 400">E così è stato. E che dire dello sparatore del centro islamico di Zurigo, ritrovato morto a 350 metri dal luogo della sparatoria? Lui addirittura non dice niente, lo trovano morto e basta. Sappiamo solo che un uomo ha tentato di fare una strage (e non ci è riuscito). Il fatto che trovo centrale è che la loro morte, o la loro vita, torna a essere immediatamente irrilevante, come lo era 5 minuti prima del loro “atto”. </span></p>
<p><b>Anatole</b><span style="font-weight: 400">. Certo, </span><a href="https://www.nazioneindiana.com/2016/11/29/tronismo-di-massa-e-sestessita-scatologica/"><span style="font-weight: 400">il qualcunismo di cui parlavamo a proposito del tronismo di massa</span></a><span style="font-weight: 400">. La sestessità scatologica, quella della violenza verbale, ha un pendant abbastanza inquietante nella violenza delle armi, come si diceva a proposito di Welsh al Comet, ma anche dell’attentatore di Monaco a suo tempo. Ci sono sbroccatoni che si sfogano con gli insulti sui social network, altri che invece escono proprio dalla grazia di dio e si concedono il momentone di celebrità definitivo, quello che li santifica e li redime. Da una parte il problema non parrebbe l’ideologia alla quale il gesto violento s’ispira, quanto piuttosto la rabbia che canalizza, dall’altra la modalità che la canalizza, più o meno ricompresa nel campo del socialmente accettabile, a volte, con tutta evidenza, per niente. Di sicuro il lupo solitario, così come le mute di cani anonimi che si scatenano sulla rete, hanno in comune uno scollegamento totale dal dato di realtà, che dipende dalla quantità di balle che sostengono l’inquadramento ideologico della rabbia.</span></p>
<p><b>Lorenzo</b><span style="font-weight: 400">. A volte, addirittura, questo scollegamento determina l’effetto opposto rispetto a quello che il lupo solitario voleva produrre. La condizione degli asilanti in Germania probabilmente peggiorerà dopo l’attentato al mercatino di Berlino, e l’attentatore è un richiedente asilo. Urlando &#8220;non dimenticate Aleppo&#8221; l’ex poliziotto &#8216;assassino di Karlov ha contribuito a cancellare dalla memoria le sofferenze di quella città. E non ha spostato di un millimetro le relazioni fra Putin e Erdogan. Anzi: ora Erdogan è nelle mani di Putin e da quello che vediamo in queste ore tutta la vicenda non ha fatto che silenziare quasi definitivamente chi criticava Erdogan per essersi avvicinato a Putin e &#8211; dunque &#8211; aver abbandonato Aleppo. Un atto più idiota di questo non si poteva fare. Cioè: non mi viene in mente una cosa più controproducente. E per far questo è morto volendo morire. Dell’attentatore di Berlino non abbiamo ancora un profilo certo, però. Anche se è chiaro che ISIS, come ha fatto in tanti altri casi, se lo caricherà in carrozza.</span></p>
<p><b>Anatole. </b><span style="font-weight: 400">Lorenzo, guarda le news</span></p>
<p><b>Lorenzo. </b><span style="font-weight: 400">eh?</span></p>
<p><b>Anatole. </b><span style="font-weight: 400">Guarda le news</span></p>
<p><b>Lorenzo. </b><span style="font-weight: 400">Oh. Non ci credo. Hanno arrestato la persona sbagliata a Berlino. Non ci riesco a credere. Sono le 13.44 del 20 dicembre. <em>Bild</em> online titola “la polizia ha il falso uomo?”. Transverità, come posso definire tutto questo?</span></p>
<p><b>Anatole</b><span style="font-weight: 400">. Una roba che ci riporta direttamente da capo, alla questione dell’indecidibilità di quasi tutto. Cosa dobbiamo credere? Cosa dobbiamo pensare? Che la polizia abbia preso per strada il primo disperato «dal sapor mediorientale» che passava?  L’Attentatore Fantasma mette un po’ in crisi la nostra visione schiacciata sul qualcunismo. Il fatto che si sia dileguato, rimanendo nell’anonimato, apre tutta una situazione di complottismo alla Oliver Stone, dove pareva che Lee Oswald avesse finalmente reclamato il centro della scena. Non c’è niente da fare, dal complottismo non si esce.</span></p>
<p><b>Lorenzo. </b><span style="font-weight: 400">Infatti. Non se ne esce. E il lupo solitario ne è l’espressione compiuta, sembra quasi il protagonista naturale del romanzo complottista. Fermo restando che, nel frattempo, pescando l&#8217;attentatore sbagliato in mezzo alla folla, si è dato modo ai populismi di tutto il mondo di riprendere a suonare il disco rotto dei terroristi che si spacciano per profughi richiedenti asilo. E a me fanno male i denti. Penso che dovremmo chiudere con la foto dell’anno, no?</span></p>
<p><span style="font-weight: 400"><strong>Anatole.</strong> Quella che ritrae l’omicidio di Andrey Karlov, l’ambasciatore russo in Turchia durante l’inaugurazione della mostra intitolata «From Kaliningrad to Kamchatka, from the eyes of travelers» ci sta dentro benissimo alla faccenda del qualcunismo omicida, che trascende le appartenenze, o meglio le attraversa, anche se forse ci proietta in una dimensione ancor più estrema, inquietante, straniante. Anzi, forse rappresenta proprio la forma patetica estrema di questa cosa. Un </span><a href="https://newrepublic.com/article/139418/photograph-year?utm_content=buffer7c94a&amp;utm_medium=social&amp;utm_source=twitter.com&amp;utm_campaign=buffer"><span style="font-weight: 400">bell’articolo uscito ieri su New Republic</span></a><span style="font-weight: 400"> di Ryu Spaeth descrive lo scatto di Burhan Ozbilici così bene, che non c’è nemmeno bisogno di riproporlo:</span></p>
<blockquote><p><span style="font-weight: 400">It was like a scene from Godard or Tarantino. A man splayed on his back on the polished floor of an art gallery, his scuffed soles facing the camera as if he had been flattened like the Wicked Witch of the East. Another man is in the foreground: black suit, black tie, the muzzle of a black gun pointed at the ground. His finger is aimed at the sky, and his face is contorted into a shout. Behind him are a row of pastoral images, tilted at such an angle that they appear to be running toward the ground.</span></p></blockquote>
<p><span style="font-weight: 400">Spaeth nota delle inquietanti affinità tra la foto in questione e la famosa performance di Chris Burden del 1971 intitolata <em>Shoot</em>, nel corso della quale l’artista americano si faceva sparare addosso in una austera galleria di Santa Ana in California, riportando la scioccante dichiarazione del fotografo: «When a man in a dark suit and tie pulled out a gun, I was stunned and thought it was a theatrical flourish». E invece manco per niente, era proprio tutto vero. Mevlut Mert Altintas, 22 anni, diplomato nel 2014 all&#8217;accademia di polizia Rustu Unsal, originario di Smirne, faceva parte delle unità anti-sommossa di Ankara e aveva anche prestato servizio nella scorta di Erdogan, a Konya nel 2014 e a Bursa nel febbraio 2015. Stiamo a vedere cosa salterà fuori, ma l&#8217;apparenza del caso è ancora quella del lupo solitario che trova i suoi quindici minuti di celebrità, gli ultimi della sua vita, compiendo un gesto estremo quanto teatrale davanti alle telecamere.</span></p>
<p><b>Lorenzo.</b><span style="font-weight: 400"> Abbiamo parlato parecchio nel corso dell’ultimo anno di questa clamorosa tra fiction e verità, che rappresenta probabilmente la vera cifra stilistica della temperie culturale nella quale ci troviamo immersi. Forse, più che Godard o Tarantino, il rapporto tra lo scatto e la realtà che ritrae fa venire in mente Lynch o Kubrik, o qualcosa a metà tra i due. Siamo in quel punto in cui il teatro della vita prende il sopravvento sulla capacità mimetica del gesto artistico. Non si sa più come chiamare questo effetto, che trascende anche le categorie più estreme della Società dello Spettacolo. La foto ritrae tante cose vere allo stesso tempo, ma ogni verità nasconde un potenziale spazio di ambiguità inquietante. Da parte di chi si cerchi la vendetta per i fatti di Aleppo è tutto meno che chiaro, così come non si capisce a chi si riferisca l&#8217;attentatore quando dice che «noi moriamo in Siria e voi morite qua». </span></p>
<p><b>Anatole.</b> <i><span style="font-weight: 400">False Flag</span></i><span style="font-weight: 400">? Complotto? Controcomplotto? Anche in questo caso i margini per lo sviluppo di teorie di ogni genere sono vastissimi e certamente le più varie stanno già prendendo forma, <a href="http://www.nytimes.com/2016/12/20/world/europe/turkey-assassination-erdogan.html">come emerge chiaramente da un articolo del New York Times</a>. Il lupo solitario che mantiene grandi margini di ambiguità non facilita una lettura univoca dei fatti più del Camionista fantasma. Ma, appunto, con Lee Oswald non è andata meglio. </span></p>
<p><b>Lorenzo.</b><span style="font-weight: 400"> Se nel caso del Fantasma del Camion di Berlino sembrerebbe evidente il quadro ideologico al quale l&#8217;azione individuale si ispira in maniera più o meno isolata, in quello del poliziotto turco è un po&#8217; il contrario: l&#8217;omicida è noto, ma lo scenario di riferimento appare ambiguo, anche perché le cose che ha dichiarato prima di essere abbattuto non è che proprio rimandino in maniera così diretta al terrorismo di ispirazione Gulenista, su cui si sta indagando. Senza contare che il portavoce di Gulen negli Stati Uniti, Y. Alp Aslandogan ha etichettato come totale <em>nonsense</em> i collegamenti gulenisti di Altintas, da ricondurre secondo lui, invece, alla militanza &#8220;islamista&#8221; («this clearly was an Al-Nusra or Isis thing», <a href="http://www.nytimes.com/2016/12/20/world/europe/turkey-assassination-erdogan.html">ha dichiarato al New York Times</a>). Q</span>uale narrazione trovi senso in questo gesto, quanto comprovabile, quanto grigia è difficile dire e meno ancora se e quanto pesi l’esperienza diretta di chissà quali fatti vissuti in prima persona. D’altra parte ogni qualcunismo che si rispetti, anche quello dall&#8217;apparenza più chiara e lineare, non può che sostanziarsi di tante cose, mescolate insieme in una maniera che forse solo un buon romanziere saprebbe raccontare.</p>
<p><b>Anatole.</b><span style="font-weight: 400"> Forse ogni qualcunista deve necessariamente maturare un’idea romanzesca di se stesso, anche se poi si mette in scena in maniera teatrale, cinematografica, o magari caratteristica della performance art. Come ipotesi di lavoro, dico.</span></p>
<p><b>Lorenzo.</b><span style="font-weight: 400"> Lavoriamoci.</span></p>
<p><strong>Anatole.</strong> Mi viene ancora da pensare alla questione della verità delle emozioni, che determina la realtà in cui viviamo allo stesso modo di quella dei fatti, anche perché i fatti non si spiegano senza una forte carica emotiva che li produca a livello autoriale, anche dove l&#8217;opera in questione sia un omicidio, e aiuti a capirli a livello del pubblico. Le etichette giornalistiche rimuovono quel processo empatico che dovrebbe collegare questi due piani, al fine di capire davvero, senza banalizzare, facendosi carico dei vari elementi che determinano il quadro problematico. Le soluzioni adottate, ad esempio radere al suolo Aleppo o eleggere leader populisti, sono evidentemente il frutto di una banalizzazione, della ricerca di una soluzione in assenza di un&#8217;analisi del problema.</p>
<p><strong>Lorenzo.</strong> Certo. Non capiamo cosa stia succedendo, ma facciamo qualcosa, la più stupida e banale che ci venga in mente.</p>
<p><strong>Anatole.</strong> Esatto.</p>
<p><strong>Lorenzo.</strong> Dunque, prevedibilmente, la cosa non potrà che peggiorare.</p>
<p><strong>Anatole.</strong> Se per risolvere un problema adotti soluzioni che sono interne al problema, non vedo come potrebbe migliorare.</p>
<p><strong>Lorenzo.</strong> Esatto.</p>
<p><strong>Anatole.</strong> Purtroppo.</p>
<p><strong>Lorenzo.</strong> Infatti.</p>
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		<title>Appunti nomadici 2</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Lorenzo Declich]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 09 Dec 2016 13:00:58 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[archivio]]></category>
		<category><![CDATA[blocco sovietico]]></category>
		<category><![CDATA[giuseppe cossuto]]></category>
		<category><![CDATA[nomadi]]></category>
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					<description><![CDATA[di Giuseppe Cossuto Proseguiamo il nostro viaggio nel passato di coloro che venivano considerati nomadi, scrivendo qualche nota sulla situazione degli zingari nell&#8217;ex mondo del “Socialismo Realmente Esistente” (la prima puntata è qui). Elevare il grado socio-culturale distruggendo la cultura tradizionale Dopo la Seconda Guerra Mondiale, la fine del nazismo e del fascismo come sistemi [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Giuseppe Cossuto</strong></p>
<p><em><span style="font-weight: 400">Proseguiamo il nostro viaggio nel passato di coloro che venivano considerati nomadi, scrivendo qualche nota sulla situazione degli zingari nell&#8217;ex mondo del “Socialismo Realmente Esistente” (la prima puntata è <a href="https://www.nazioneindiana.com/2016/09/21/appunti-nomadici-1/">qui</a>).</span></em></p>
<p><b>Elevare il grado socio-culturale distruggendo la cultura tradizionale</b></p>
<p><span style="font-weight: 400">Dopo la Seconda Guerra Mondiale, la fine del nazismo e del fascismo come sistemi di governo rappresentò per gli zingari sopravvissuti alle politiche di sterminio la fine di un tremendo incubo. Ancora scossi, molti sopravvissuti spesso rifiutavano di fornire le proprie generalità sia alle autorità americane che a quelle sovietiche. Molti, in vari Paesi europei, riconoscendo fascisti, nazisti e delatori, compirono vendette private e furono puniti dai tribunali militari alleati.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400">Tuttavia, nessuno zingaro venne mai chiamato a testimoniare contro gli aguzzini nei processi di Norimberga e, in quanto legalmente non perseguitati per motivi razziali ma per i “loro precedenti sociali e delinquenziali”, a buona parte dei superstiti non venne concesso alcun risarcimento da parte del governo della Repubblica Federale Tedesca.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400">Ciò nonostante un numero notevole di zingari provenienti dall&#8217;Europa Centrale ed Orientale continuò a scegliere proprio l&#8217;Austria e la RFT come luogo di immigrazione dopo l&#8217;instaurazione dei governi comunisti.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400">Il motivo dell&#8217;emigrazione è abbastanza complesso, e si lega soprattutto all&#8217;applicazione della concezione dogmatica marxista riguardo il “nomadismo” come stadio evolutivo primitivo dal quale emancipare gli zingari (ed altri gruppi nomadici).</span></p>
<p><span style="font-weight: 400">Per l&#8217;emancipazione sociale degli zingari (e dei nomadi e dei vaganti) secondo i gradi progresso che contrastavano nettamente con i loro modi di vita, i governi del socialismo realmente esistente, investirono molte energie e risorse, sia economiche che di impegno umano.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400">Sedentarizzazione, collettivizzazione, lotta al presunto nomadismo si accompagnavano a politiche di acculturazione e di elevazione sociale, il più delle volte non gradite agli zingari, specialmente a chi da secoli viveva spostandosi. </span></p>
<p><span style="font-weight: 400">Si erano avuti antecedenti di queste politiche già nei primi anni della presa di potere dei bolscevichi in URSS con attivisti comunisti di origine rom, come Ivan Ivanovich Rom-Lebedev, che molto si prodigarono nell&#8217;opera di combattere le “pratiche nemiche del lavoro produttivo”, intendendo per queste soprattutto la mendicità e la chiromanzia. Già nel 1925, era stata autorizzata la creazione dell&#8217;Unione Rom Pan-Russa, che aveva giurisdizione su tutta l&#8217;Unione Sovietica.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400">Con la creazione della prima fattoria collettiva per Rom, a Rostv, nel 1925, si intensificarono le pratiche anti-nomadiche e tra il 1926 e il 1928, ben 5000 rom si insediarono stabilmente in fattorie collettive in Crimea,  Ucraina e Caucaso settentrionale. Nel 1927 venne creato un alfabeto </span><i><span style="font-weight: 400">romanes </span></i><span style="font-weight: 400">avente per base il cirillico, mentre la prima grammatica, la </span><i><span style="font-weight: 400">Tziganskji Jazik </span></i><span style="font-weight: 400">(La lingua zingara), apparve nel 1931, così come l&#8217;anno prima era stato dato alle stampe il dizionario zingaro-russo, comprendente circa 10.000 vocaboli.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400">Oltre alla sedentarizzazione in fattorie collettive, tipica dei primissimi anni del bolscevismo, nei primi anni Trenta si iniziò ad “industrializzare” gli zingari, in appositi gruppi di lavoro chiamati </span><i><span style="font-weight: 400">artel&#8217; </span></i><span style="font-weight: 400">(cooperative industriali specialmente chimiche e meccaniche). </span></p>
<p><span style="font-weight: 400">Tuttavia l&#8217;Unione Rom Pan-Russa, già nel 1927-28 era stata oggetto di indagini e meticolosi controlli statali e polizieschi, che ne minarono l&#8217;azione, incarcerando e destituendo con vari capi di imputazione, molti dirigenti, per finire nello scioglierla definitivamente.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400">Sempre nei primi anni Trenta, numerosi zingari non di lingua russa, ma riconducibili ai Vlax, si accamparono nei dintorni di Mosca per venire poi radunati in un numero di 5470, per essere successivamente inviati nei campi di lavoro in Siberia.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400">Queste azioni del governo centrale contro i rom, colpirono, fino al 1938, numerose altre piccole nazionalità.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400">Grandi passi nella cultura ma che comportarono la distruzione dello stile di vita tradizionale.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400">Lo stesso schema fu applicato, con alcune varianti e differenze tra Stato e Stato, nei diversi Paesi del “Blocco Socialista”.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400">Ad esempio la lotta contro il nomadismo (o meglio, contro la non-stanzialità) come sistema di vita portò alla creazione di immensi ghetti zingari, come “Fakultet” a Sofia o di città abitate quasi esclusivamente da zingari come in Romania e in Bulgaria.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400">In Slovacchia, coloro che praticavano il “nomadismo”, dal 1958, potevano essere messi in carcere per sei mesi e, nel 1972, le politiche governative cercavano di invogliare le donne zingare a farsi sterilizzare.</span></p>
<p><span style="font-weight: 400">Come “zingari” venivano classificati tutti i nomadi e, probabilmente, è proprio a causa di queste politiche assimilative “ziganizzanti” che si è perduta la maggior parte delle culture nomadiche, molte delle quali antichissime, che sopravvivevano, sia pur con difficoltà, nell&#8217;Europa orientale.</span></p>
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		<title>La geopolitica der paesello, la matita di Pelù e l&#8217;ecologia del seggio elettorale</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Lorenzo Declich]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 06 Dec 2016 17:00:19 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[di Lorenzo Declich e Anatole Pierre Fuksas Lorenzo. Leonardo Bianchi si è messo a scavare su pagine facebook semi-dormienti, Tipo “800.000 iscritti per Homer Simpson presidente del Consiglio”. Consiglio una rapida visione, il mondo lì sembra fatto al contrario. Tutto assomiglia al mondo pentastellato, fatto di ka$sta e “!1!!!” e “a casaa!”, di toni accesi, [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di<b> Lorenzo Declich e Anatole Pierre Fuksas</b></p>
<p><b>Lorenzo. </b><span style="font-weight: 400">Leonardo Bianchi </span><a href="http://www.vice.com/it/read/le-pagine-buongiorniste-passate-a-fare-campagna-per-il-s-al-referendum"><span style="font-weight: 400">si è messo a scavare</span></a><span style="font-weight: 400"> su pagine facebook semi-dormienti, Tipo “</span><a href="https://www.facebook.com/homersimpsonpresidentedelconsiglio/?ref=page_internal"><span style="font-weight: 400">800.000 iscritti per Homer Simpson presidente del Consiglio</span></a><span style="font-weight: 400">”. Consiglio una rapida visione, il mondo lì sembra fatto al contrario. Tutto assomiglia al mondo pentastellato, fatto di ka$sta e “!1!!!” e “a casaa!”, di toni accesi, ma i contenuti sono integralmente antigrillini. Leonardo mappa il tutto e dice alla fine che si tratta di un’operazione di marketing politico. Mattia Salvia, in ottobre, si era “</span><a href="http://www.vice.com/it/read/settimana-facebook-movimento-5-stelle"><span style="font-weight: 400">informato solo tramite pagine facebook per una settimana</span></a><span style="font-weight: 400">” e la differenza c’è: sta proprio nel fatto che la prima delle due </span><i><span style="font-weight: 400">echo chambers </span></i><span style="font-weight: 400">è costruita attorno al sì al referendum, la seconda descrive un intero universo di riferimento (oggi c’è il referendum, ieri c’era qualcos’altro, domani ci sarà qualcos’altro ancora). Si vede che qualcuno ha studiato </span><a href="http://www.francoangeli.it/Ricerca/scheda_libro.aspx?CodiceLibro=666.9"><i><span style="font-weight: 400">Misinformation</span></i></a> <span style="font-weight: 400">e segue le regole del </span><i><span style="font-weight: 400">confirmation bias</span></i><span style="font-weight: 400">. Qualcuno che ha preso atto di come funziona e prova a lavorarci su, applicando una semplice strategia </span><a href="https://it.wikipedia.org/wiki/Tit_for_tat"><span style="font-weight: 400">tit-for-tat</span></a><span style="font-weight: 400"> (cioè brutalmente “pan per focaccia”). Avrà successo? I numeri dei like, il commentario pletorico di queste pagine buongiorniste per il sì sono grossi ma boh, più di questo non si può dire. Si può dire però con certezza che qui termina ufficialmente l’era dei cacciatori di bufale e dei debunkers: loro combattono con il fioretto mentre sul campo di battaglia esplodono bombe atomiche. Soprattutto si configurano come qualcosa di “neutrale”, cioè un qualcosa che non ha il formato del social network, dunque sono destinati a sparire col fiorire di falsi cacciatori di bufale, debunkers bufalari ecc.</span></p>
<p><b>Anatole</b><span style="font-weight: 400">. Disvelatori di complottoni di tutto il mondo unitevi! Auguriamogli miglior sorte di quella alla quale è andato incontro Iacoboni, perché la merita. Questa cosa dei siti buongiornisti riconvertiti alla propaganda renziana del sì, che scimmiotterebbe er peggio der peggio del grullismo, nella nostra prospettiva è davero affascinante. E tutto sommato rispecchia bene i temi di questa campagna elettorale, che se vince il sì pare che ormai ti ricrescano pure i capelli. Ugualmente interessante sul fronte del debbunking abbestia è</span><a href="https://www.buzzfeed.com/albertonardelli/italys-most-popular-political-party-is-leading-europe-in-fak?utm_term=.pqLLVwR9JD%23.hj3RgDkOAG"><span style="font-weight: 400"> l’articolo di Nardelli e Silverman uscito su </span><i><span style="font-weight: 400">BuzzFeedNews</span></i></a><span style="font-weight: 400">, che collega l’hacker russo ai siti moldavi, impelagati con Trump, al movimento cinquestello italiano, ma anche a Putin e Assad. Tenendo da parte il fatto che il buongiornismo è un complottone di suo, meritevole di un approfondimento (l’</span><a href="http://www.vice.com/it/read/ho-usato-facebook-come-un-cinquantenne-per-una-settimana"><span style="font-weight: 400">articolo di Mattia Salvia su </span><i><span style="font-weight: 400">Vice</span></i></a><span style="font-weight: 400">, che abbiamo già citato da qualche parte nelle puntate precedenti scoperchiava il dramma in tutta la sua tragica evidenza), si può parallelamente pensare che se andiamo avanti così potremo scoprire che in realtà è tutta una manovra propagandistica per promuovere il film di Stone su </span><i><span style="font-weight: 400">Snowden</span></i><span style="font-weight: 400">, che ho scaricato da un sito russo, appunto, proprio ieri. La battuta meglio è quella della fidanzata, che a un certo punto si dichiara molto lusingata del fatto che le sue #fotoditette possano essere una cosa che ha a che fare con la sicurezza nazionale, quando lui, paranoico, le dice di cancellarle dall’hd. Neanche male il cerotto sulla telecamera del laptop, che potrebbe spiarli mentre scopano, perché l’hacker russo sa attivarle anche da remoto col computer </span><i><span style="font-weight: 400">idle</span></i><span style="font-weight: 400">. Insomma, siamo un po’ al punto che anche la #fotodicazzo in DM assume un rilievo drammatico per le sorti del mondo intero, cosa che probabilmente riflette il dramma schizoparanoico degli utenti buongiornisti dei social network. Ma la cosa che forse fa più ridere di tutte dell’articolo di </span><i><span style="font-weight: 400">BuzzFeedNews</span></i><span style="font-weight: 400"> è l’emergere sotto traccia di una questione inedita e inaudita, cioè la possibilità, ma che dico l’eventualità, non so bene come dirlo nemmeno, di una politica estera grillina. Cioè, cos’è il mondo cinquestello? L’estero, concetto che ci rimanda indietro agli anni ‘cinquanta (“sei stato all’estero?”), appare di per sé come grande complottone. I ghiacci polari sono già squagliati? Gli americani hanno tutti il chip sottopelle? La trivalente è una trasfusione di sangue rettiliano proveniente dall’Africa? Anche senza scherzare, la storia dell’immigrato spedito in Italia dagli americani per destabilizzarci, sotto le mentite spoglie del profugo siriano fa veramente tagliare in due da ridere. </span></p>
<p><b>Lorenzo</b><span style="font-weight: 400">. Fa molto ridere in effetti. Gli “esteri” per queste persone qui sono qualcosa che ha molto a che vedere nel migliore dei casi col concetto di </span><i><span style="font-weight: 400">mirabilia</span></i><span style="font-weight: 400">. </span></p>
<p><b>Anatole. </b><span style="font-weight: 400">Le meraviglie dell’India je spicciano casa a questi, veramente! Prete Gianni who? Marco Polo facce ‘na pippa!</span></p>
<p><b>Lorenzo. </b><span style="font-weight: 400">Nel peggiore – e temo che ci avviciniamo molto al peggiore – il tutto è inquadrabile in un quadro pesantemente xenofobo: gli unici amici che avremmo sarebbero autocrati e tiranni con cui fare affari. Laddove la xenofobia è proprio una delle cifre dei regimi dittatoriali, con buona pace di chi, in tempi lontani, </span><a href="http://in30secondi.altervista.org/2011/09/23/con-lislam-non-si-parla/"><span style="font-weight: 400">rendeva “neutro”</span></a><span style="font-weight: 400"> il concetto di </span><i><span style="font-weight: 400">xenofobia </span></i><span style="font-weight: 400">associandolo a quello di </span><i><span style="font-weight: 400">xenofilia</span></i><span style="font-weight: 400">.</span></p>
<p><b>Anatole. </b><span style="font-weight: 400">Una Camboggia.</span></p>
<p><b>Lorenzo. </b><span style="font-weight: 400">Un marasma insopportabile, nel quale dovremmo imparare a nuotare per non affogare.</span></p>
<p><b>Anatole.</b><span style="font-weight: 400"> Daje</span></p>
<p><b>Lorenzo. </b><span style="font-weight: 400">Ad esempio si possono fare le mappe delle storie e delle parole, per capirci qualcosa. </span></p>
<p><b>Anatole. </b><span style="font-weight: 400">Spiegati.</span></p>
<p><b>Lorenzo. </b><span style="font-weight: 400">Cioè, invece di impegnarci stupidamente in un </span><i><span style="font-weight: 400">debbunking</span></i><span style="font-weight: 400"> (ormai ci piace con due b) teso a stabilire se in questi deliri ci sia aderenza o meno  alla realtà, possiamo utilizzare due o tre strumenti di analisi, per avere qualcosa di sensato su cui ragionare. Per fare questa cosa bisogna prima di tutto disinteressarsi della relazione tra fatti e racconto. Esempio: i miti di fondazione raccontati oralmente sulla costa Swahili. Da essi non riusciamo a ricostruire un fatto storico positivamente dimostrabile in quanto tale, ma possiamo inferire che nelle città-stato in formazione ci doveva essere una contesa politica tra le parti, ognuna delle quali aveva il suo mito di fondazione (</span><a href="http://assets.cambridge.org/97805213/23086/sample/9780521323086ws.pdf"><span style="font-weight: 400">questo</span></a><span style="font-weight: 400"> è un punto di partenza su questo tema). Ora: prendiamo </span><a href="http://www.lantidiplomatico.it/"><span style="font-weight: 400">l’</span><i><span style="font-weight: 400">Antidiplomatico</span></i></a><span style="font-weight: 400">: non riusciamo davvero a capire cosa succede “all’estero” (ed è perfettamente inutile che diciamo “voi dite cazzate”), ma capiamo benissimo che “gli esteri” per i cinquestelli sono uno dei campi di battaglia della politica interna, capiamo, insomma, che nel mondo cinquestello si parla di esteri in relazione al fatto che i cinquestelli vogliono vincere le prossime elezioni. La cartina di tornasole si ottiene valutando cosa dicono i cinquestelli che stanno al parlamento europeo. Lo dicevo </span><a href="https://news.vice.com/it/article/assad-siria-fascisti-sinistra-italia"><span style="font-weight: 400">qui</span></a><span style="font-weight: 400">: </span></p>
<blockquote><p><span style="font-weight: 400">Più ci si allontana da Roma più i grillini </span><a href="https://vicinoriente.wordpress.com/2016/01/17/schizofrenia-a-5-stelle/"><span style="font-weight: 400">diventano meno assadiani</span></a><span style="font-weight: 400"> — i loro rappresentanti al Parlamento Europeo, ad esempio, hanno a suo tempo denunciato le torture di Assad, dopo aver visto le fotografie di Caesar.</span></p></blockquote>
<p><span style="font-weight: 400">E questo è un evento che non ha avuto alcuna risonanza qui in Italia. Facendo questa sorta di analisi areale (o meglio calcolando sommariamente il </span><i><span style="font-weight: 400">fetch</span></i><span style="font-weight: 400">) delle opinioni cinquestelle su Putin e Asad scopriamo insomma la loro funzione. Da lassù i cinquestelli non “percepivano” che il putinismo e l’asadismo del loro movimento funzionasse davvero bene in politica interna. </span></p>
<p><b>Anatole</b><span style="font-weight: 400">. È interessante questa cosa che dici e ci permette di leggere il complottismo in una chiave estremamente provinciale. Abbiamo sottolineato poco questo aspetto che è invece caratteristico e decisivo, che cioè quando vivi ar paese, e l’Italia in particolare è un posto dove la gente vive ar paese, anche quando si è trasferita in una metropoli cosmopolita da generazioni, l’unica cosa di cui ti frega è il paese e la canizza del paese. Voglio dire che qualunque cosa accada nel mondo ti interessa solo se riferita agli effetti che ha sul paesello in cui vivi e siccome non ne ha nessuno, ma devi trovare di necessità un punto di contatto tra quello che succede nel mondo e la tua vita, per non dover concludere che è inutile e priva di significato, ecco che il mondo intero diventa un complotto contro di te, ovvero contro il paesello e i suoi valori genuini.</span></p>
<p><b>Lorenzo. </b><span style="font-weight: 400">Sì, infatti. Che poi, se inseriamo tutto nella dinamica telefonone-Bello Figo, possiamo in questo modo intercettare quello che è definibile come “effetto Gorino”, se ci pensi. Di fronte a un evento assolutamente irrilevante e microscopico, cioè l’arrivo di poche persone bisognose e tranquille in un villaggio, dei criptofascisti hanno bloccato la viabilità innalzando pseudo-barricate.</span></p>
<p><b>Anatole. </b><span style="font-weight: 400">E così, anche, si spiegano bene i complotti americani per invadere l’Italia di africani, da Cerasito di Mezzo, per dire, a Gorino appunto, luoghi che, in realtà non esistono (soprattutto il primo, che è in Molise e non so se abbia a che fare con l’immigrazione, in realtà) fuori dalla mente di chi li popola. In sintesi, il complottismo, oltre a tutte le cose che abbiamo detto fin qui, è una forma profondamente provinciale. La scia chimica è un chiaro esempio: il mondo entra nel tuo campo visivo per il tramite di un aereo che solca il cielo e sparisce alla vista, l’impronta che lascia non può che essere nociva, perché vorresti essere su quell’aereo, ma non lo sai nemmeno, perché il tuo scenario di desiderio è sotto il tuo stesso livello di percezione, invece stai in un buco di culo sperduto e ci morirai sepolto senza che sia fregato niente a nessuno di chi eri e di chi non eri. Perché non eri assolutamente un cazzo di niente.</span></p>
<p><b>Lorenzo.</b><span style="font-weight: 400"> Mentre il telefonone ti segnala che al mondo succedono miliardi di cose importantissime che ti stai perdendo, facendoti scattare l’unico succedaneo del desiderio che sei capace di percepire: l’ansia.</span></p>
<p><b>Anatole. </b><span style="font-weight: 400">Esatto, è evidente che, date queste premesse, ogni ingresso del mondo nel campo percettivo del grande provincialismo che ci circonda non può che diventare una minaccia delle multinazionali, della finanzia internazionale, delle </span><i><span style="font-weight: 400">elité</span></i><span style="font-weight: 400"> liberal, che vogliono frocizzare i tuoi figli, farli copulare coi negri, contaminare le abitudini tradizionali, stanarti da quel buco in cui ti senti al sicuro. Una grande verità che Corbin O’Brien, il </span><i><span style="font-weight: 400">supervisor</span></i><span style="font-weight: 400"> alla NSA dice a Snowden durante una scena di caccia del film di cui sopra è che “non vogliono libertà, vogliono sicurezza”. Stiamo perfettamente dentro questo </span><i><span style="font-weight: 400">frame</span></i><span style="font-weight: 400">. Il complotto è la forma che la minaccia costituita dall’enormità, dalla vastità, dalla grande complessità del mondo, assume agli occhi provinciali degli individui insignificanti sepolti nel paese sperduto, programmati, in realtà, dal battesimo all’estrema unzione (e quello è il vero complotto, cioè, il complotto sono loro).</span></p>
<p><b>Lorenzo</b><span style="font-weight: 400">. L’altro esempio che mi piace fare è sull’arrivo in Italia della parola “wahhabismo”, che si riferisce al movimento nato nel XVIII secolo nel Najd, attuale Arabia Saudita e che poi è divenuta la confessione ufficiale in quel paese e in Qatar. Notare: i wahhabiti non si definiscono wahhabiti: sono altri soggetti che chiamano i seguaci di Ibn Abd al-Wahhab in questo modo. Loro si definiscono semplicemente “musulmani” o (usando una semplificazione) “unitari” (muwahhidun) cioè “coloro che professano l’unicità di Dio” (unico vero caposaldo teologico dell’islam). In Italia la “fortuna” della dicitura è recente e si deve all’ingresso della propaganda russa, che ha fatto irruzione in Italia con la questione siriana e più precisamente da quando la Russia ha iniziato a uscire allo scoperto in Siria. Diciamo, sommariamente, a partire dal 2013. I russi chiamavano i jihadisti ceceni in questo modo perché una volta finita l’Unione Sovietica i sauditi iniziarono a fare proselitismo nelle ex-repubbliche sovietiche a suon di corani lanciati dagli aeroplani e/o costruendo moschee a tutto spiano. Prima si preferiva parlare di salafismo (che poi sarebbe meglio chiamarlo neo-salafismo ma lasciam perdere). Oggi chi parla di wahhabiti a sproposito è spesso individuabile come persona che subisce o si associa a quella propaganda russa, usando fonti come </span><i><span style="font-weight: 400">Russia Today</span></i><span style="font-weight: 400"> o </span><i><span style="font-weight: 400">Sputnik</span></i><span style="font-weight: 400">. Ovviamente l&#8217;uso si espande anche ad altri soggetti ma riusciamo ancora a fare una mappa della provenienza delle notizie usando come bussola la parola “wahhabita”. Tante altre cose le possiamo mappare così.</span></p>
<p><b>Anatole</b><span style="font-weight: 400">. Si aprono vari fronti, se inquadri il problema così. Innanzitutto quello dell’approssimativa “precisione” nella descrizione dei fenomeni sociali e culturali, ma anche nei fatti della cronaca e della politica in genere. </span></p>
<p><b>Lorenzo. </b><span style="font-weight: 400">Il </span><i><span style="font-weight: 400">tagging</span></i> <i><span style="font-weight: 400">accazzo</span></i><span style="font-weight: 400"> al quale qualsiasi cosa, per essere intercettata da un pubblico, deve essere sottoposta.</span></p>
<p><b>Anatole. </b><span style="font-weight: 400">Esatto. Ci sono tantissime etichette </span><i><span style="font-weight: 400">accazzo</span></i><span style="font-weight: 400"> che si usano per apparire più credibili e affidabili che alla fine non sono per niente pertinenti, non più che se, appunto, chiamassi tutti “gli arabi”. E questa cosa rimanda al problema che più volte abbiamo notato, che cioè o le cose le sai, o non le sai e se non le sai faresti meglio a interpellare chi le sa per capirle, invece di lanciarti in sbandatissime improvvisazioni.</span></p>
<p><b>Lorenzo. </b><span style="font-weight: 400">Sì, il fenomeno è di portata universale.</span></p>
<p><b>Anatole. </b><span style="font-weight: 400">Più in generale c’è quest’altro livello di analisi che caratterizza la formazione di opinioni sulla contemporaneità, che da una parte fa, diciamo così, </span><i><span style="font-weight: 400">pendant</span></i><span style="font-weight: 400"> con il complottismo, basato sull’associazione abusiva di fatti irrelati, e dall’altra con la gestazione delle </span><i><span style="font-weight: 400">fake news</span></i><span style="font-weight: 400"> basata su un’inversione del rapporto tra dato e metadato, tra fatti che accadono e categorie che li spiegano, con le seconde che, paradossalmente, producono i primi. Si tratta del fatto che le posizioni su un determinato argomento, diciamo la crisi dei rifugiati, la guerra in Siria, il terremoto, se deve uscire tizio o caio a un talent show o a quell’altro, se era rigore o no, qualunque cosa, non dipendono più tanto da come veramente la pensi, ma da quello che ti fa comodo per polarizzare l’opinione pubblica su un altro tema. </span></p>
<p><b>Lorenzo. </b><span style="font-weight: 400">Assolutamente. E qui si spiega molto di quello che entra in gioco nei complottismi. Anche in questo caso ignorando l’aderenza dei racconti alla realtà fattuale e ragionando sulle proprietà dei nessi causali messi in ruolo si riesce a capire chi polarizza, come e perché.</span></p>
<p><b>Anatole. </b><span style="font-weight: 400">Possiamo quindi aggiungere alle due modalità che abbiamo accertato anche questa terza, che è lo spostamento continuo dell’oggetto del contendere, con risultante distanziamento dai fatti in quanto tali, dei quali in fondo non te ne frega veramente nulla. Cioè, se affonda un altro barcone nel mediterraneo non te ne frega di per sé, perché sei di fronte ad una catastrofe umanitaria e devi in qualche modo trovare una soluzione per farla finire, ma perché ti interessa dire che questo o quell’altro ti sta facendo invadere dagli africani su mandato di una potenza straniera che avrà un suo qualche vantaggio (mai chiaro).</span></p>
<p><b>Lorenzo. </b><span style="font-weight: 400">Proprio così. Per anni mi sono dato pena di discutere sulla Siria, poi ho capito che della Siria a questi discussori non fregava assolutamente niente. Che a questi interessava dire qualcosa su, che ne so, l’antimperialismo o Renzi. </span></p>
<p><b>Anatole. </b><span style="font-weight: 400">Si tratta di una nuova versione del mondo fatto a nostra immagine e somiglianza, in maniera anche più stupida e vana che in passato. Cioè, non usiamo categorie nostre per descrivere cose che non capiamo, come i culturalismi ci hanno abituato a pensare. Parrebbe che adesso, pur avendo eventualmente gli strumenti per capire, non lo facciamo di proposito, perché un mondo disegnato in maniera intenzionalmente proiettiva serve a costruire opinioni su altri temi. Oppure, peggio ancora, relativizziamo qualunque cosa, perché la dobbiamo ricondurre alla dinamica della canizza paesana.</span></p>
<p><b>Lorenzo.</b><span style="font-weight: 400"> Usando le nostre categorie: è evidente che una visione complottistica che metta insieme da una parte Soros, Renzi, la Clinton, il compagno del liceo che su facebook scrive cose sarcastiche e il saccente barista, dall’altra Murdoch, Grillo, Trump, il tassinaro e lo zio picchiatello è più rapido, semplice e comunicabile che non provare a capire fatti complicatissimi come quelli che attraversano la contemporaneità, che determinano assetti apparentemente improbabili, geometrie variabili di accordi e disaccordi di un sistema polimorfico, difficile da ridurre a questi contro quegli altri.</span></p>
<p><b>Anatole</b><span style="font-weight: 400">. Di sicuro se vuoi catalizzare l’attenzione, secondo il modello Povia o Marco Carta, di cui abbiamo parlato nelle puntate precedenti, piuttosto che discettare dei precari equilibri tra le tribù sunnite in Iraq, o ragionare sulle problematiche che emergono dal rapporto ISTAT, fai prima a tirare fuori il complotto della matita copiativa appena uscito dalla cabina referendaria, come Piero Pelù, un altro cantante in via di santonizzazzione:</span></p>
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<p><img loading="lazy" class="wp-image-66138 aligncenter" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/12/peloo-300x154.png" alt="peloo" width="668" height="343" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/12/peloo-300x154.png 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/12/peloo-768x395.png 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/12/peloo.png 990w" sizes="(max-width: 668px) 100vw, 668px" /></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><span style="font-weight: 400">A seguito di ciò possiamo riportare indizi di un paese intero che, nella domenica del derby, per dire, si ritrova in preda alla psicosi della matita. Un complotto di Alfano che poi dà ordine di scancellare i voti no? In che modo c’entra di mezzo l’hacker russo? L’invasione degli africani? La scia chimica che traccia il cielo sopra al tuo paesello natio?</span></p>
<p><b>Lorenzo. </b><span style="font-weight: 400">Questa è molto istruttiva. La mente complottista è fortemente adattativa, e trova soluzioni (sbagliate) in tempi brevissimi. Mi allungo un po’ però sta cosa mi sembra importante: <a href="http://www.drjuliashaw.com/research.html">nel libro di Shaw</a> sulle false memorie si spiega molto bene il fatto che il pilastro della memoria è di tipo associativo. Ogni memoria, e ogni pensiero che ne deriva, vive in una sua ecologia fatta di altre memorie che vi si associano in forme più o meno stabili e/o corrette. L’esempio che fa è molto semplice: quando dico “poliziotto” penserò a qualcosa che è associato in maniera molto forte al concetto di “legge” e molto poco a quello di “tavolo”. Bene, in una mente complottista queste ecologie sono sostanzialmente sostituite da quella del complotto, che si associa praticamente a ogni cosa, essendo una specie di carattere jolly, molto comodo (ma anche riflesso di un sottile malessere, o forse proprio di una modalità psichiatrica), che si attiva ogni qual volta l’ecologia di quel concetto è assente o scarsa. In altre parole: se dici “Soros” o “ISIS” molti non hanno quasi altro concetto da associare se non “complotto”. La memoria interviene quando ragioni sulle cose ma anche quando hai esperienza di qualcosa. Nel caso peluviano, il cantante stava vivendo l’esperienza di votare e probabilmente si sentiva profondamente a disagio in quella situazione dovendo in qualche modo esprimere “protesta”, cioè rappresentarsi come il Cantante Rock anti-establishment. Niente di più facile, in quelle condizioni, che accendere il neurone del complottone, poiché così attivi l’ecologia protestataria che hai alimentato a modo tuo per una vita intera, dando un senso a quel momento di assoluta solitudine che è l’Esperienza dell’Urna. E poiché davanti all’autore di </span><i><span style="font-weight: 400">Eroi nel Vento</span></i><span style="font-weight: 400"> c’è solo un foglio e una matita, una delle due cose dovrà pur rappresentare un problema. La scelta cade sulla matita. Il tutto poi incontra il </span><i><span style="font-weight: 400">sentiment </span></i><span style="font-weight: 400">di masse infinite di persone che manco la matita avevano pensato ed erano uscite dall’urna con un attacco di panico incipiente, determinato dall’evidente sensazione di non contare un emerito niente e/o aver sbagliato tutto nella vita. Ecco fatto, il complotto espresso. Niente di più probabile, stando a ciò che diciamo.</span></p>
<p><b>Anatole</b><span style="font-weight: 400">. Inteso dall’angolazione ecologica il caso della matita di Pelù diventa comprensibilissimo. Il seggio elettorale è per Pelù un luogo che si collega in automatico ad un complotto: il posto dove si esercita il più sacrosanto momento della democrazia non può che essere associato ai brogli, perché le istituzioni sono corrotte e ti inoculano vaccini autistici testati dai rettiliani sulle scimmie che l’animalismo cerca di proteggere eccetera. Automaticamente la sua interazione con la matita porta con sé un’idea di mondo, è cioè ibridata da un sistema di credenze, fatto caratteristico delle ecologie umane, come dicevamo con una collega estone </span><a href="http://ojs.uniroma1.it/index.php/cogphil/article/view/9602"><span style="font-weight: 400">in un articolo mirato a sviluppare tecniche di apprendimento situato della letteratura</span></a><span style="font-weight: 400">. Quindi la matita sarà scancellabile pefforza, perché ti pare che non ti scancellano il voto per rendere l’esito della consultazione elettorale conforme ai desideri della finanza internazionale? </span></p>
<p><b>Lorenzo</b><span style="font-weight: 400">. Niente di più ovvio.</span></p>
<p><b>Anatole</b><span style="font-weight: 400">. Ma pensiamo a quelli che la leccano: proprio un’altro livello di interazione corporea, altra gestualità, è un tema sul quale dovremmo interpellare minimo Vittorio Gallese, veramente!</span></p>
<p><b>Lorenzo</b><span style="font-weight: 400">. [Cade dalla sedia in preda a convulsioni provocate dal riso]</span></p>
<p><b>Anatole</b><span style="font-weight: 400">. [Continuando però imperterrito a parlare] In realtà, se ci pensi, può essere anche un modo fantastico di drammatizzare situazioni a bassa intensità. Quando vai a votare, dai il documento, ti danno la scheda, voti e te ne vai. Che palle. Cioè, dopo mesi di isteria sui social network vorresti qualcosa di più avventuroso. </span></p>
<p><b>Lorenzo</b><span style="font-weight: 400">. [Da sotto al tavolo, in lieve ripresa] Che almeno il presidente del seggio si riveli essere un Grigio.</span></p>
<p><b>Anatole</b><span style="font-weight: 400">. Sì. O che almeno esploda il cesso della scuola in cui vai a votare. Dunque ti inventi la matita che non scrive, la lecchi, poi denunci l’accaduto, scatti una foto, la pubblichi, tutto il mondo parla di te… che figata. <a href="https://www.nazioneindiana.com/2016/11/26/sticazzi-mecojoni-lo-spoof-del-complottismo-ghost-the-machine/">Da “sticazzi” a “mecojoni!”</a>, senza gran sforzo.</span></p>
<p><b>Lorenzo</b><span style="font-weight: 400">. Ritorniamo lì. Al Graal del “mecojoni!” che dà senso al telefonone. </span></p>
<p><b>Anatole</b><span style="font-weight: 400">. Il cerchio si chiude di nuovo.</span></p>
<p><b>Lorenzo</b><span style="font-weight: 400">. E per ora direi che è tutto.</span></p>
<p><b>Anatole</b><span style="font-weight: 400">. Passo a chiudo quindi.</span></p>
<p><b>Lorenzo</b><span style="font-weight: 400">. Passo e chiudo, sì.</span></p>
]]></content:encoded>
					
					<wfw:commentRss>https://www.nazioneindiana.com/2016/12/06/mondo-cinquestelle-la-matita-peluviana-lecologia-del-seggio-elettorale/feed/</wfw:commentRss>
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