Dan Brown a Frosinone e il Qualcunismo Rambista

9 gennaio 2017
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di Lorenzo Declich e Anatole Pierre Fuksas

Anatole. Non si sa bene più da che parte cominciare per controbattere con gli scarsi mezzi di cui si dispone alla grancassa guerrafondaia di religione che proprio in questi giorni, dopo l’attentato della notte di Capodanno a Istanbul, ha ricominciato a rullare poderosa, accompagnata dallo starnazzare dei soliti tromboni.

Lorenzo. Tempesta di monnezza. C’è il momento in cui tutto congiura, la marea monta e non si può che fare surf. Stavolta poi c’è stato questo balletto degli identikit del terrorista. Davvero penoso. Dovremo parlarne a un certo punto. La caratteristica più evidente nell’infotainment italiano in questi giorni è stato questo voler pensare a Istanbul come a Parigi, cioè si è voluto dire “hanno attaccato NOI”, cosa che invece non era avvenuta in altri casi costantinopolitani. Ha pesato, chiaramente, il fatto del Capodanno. Ma guardando bene, come faremo, si scoprirà che questa è stata una cosa molto turca, come d’altronde l’assassinio dell’ambasciatore russo. Così come Parigi era stata una cosa molto francese, il Pulse una cosa molto statunitense eccetera. Ma nel pensare a quell’attacco come un attacco “a noi” si è dimenticata la geografia: la Turchia ha la guerra alle porte, la Francia no, gli Stati Uniti no. Guerra vera, dico. Non quella cosa che gli altri muoiono sotto le bombe e tu commenti su facebook. E si è dimenticata anche un’altra cosa: le notizie che arrivano dalla Turchia sono sempre meno affidabili, vista appunto la guerra e anche la repressione. Si è applicata insomma una lente prespite per cui la Turchia è tornata a essere Europa dopo mesi in cui la si situava ormai in Oriente.  

Anatole. Cadevano le braccia a leggere Panebianco sul Corriere della Sera, pronto a spiegarci che «i terroristi non sono folli, ma soldati del terrore» e «non dobbiamo negare il ruolo che la religione ha nell’arruolamento dei militanti per la guerra che l’Isis ci ha dichiarato». Soggiungeva che ci sono «atteggiamenti del mondo islamico nei confronti della società aperta occidentale e sugli aspetti della loro tradizione che hanno generato la sfida jihadista», senza spiegarci cosa intenda per «mondo islamico», quali siano questi famosi atteggiamenti, cosa dovrebbe mai essere la sfida jihadista. E parlando dei personaggi che stiamo ormai profilando da un anno uno per uno, comparandoli e cercando di capirne le specificità diceva che, poiché non si tratta di «folli attentati», ma di una «guerra dichiarata da qualche organizzazione (ieri Al Qaeda, oggi l’Isis, domani un’altra)», i soldati che la combattono sono «la versione contemporanea dei combattenti per la causa islamica dell’età medievale e della prima età moderna». Ora, da medievista io, islamista te, cosa abbiamo mai fatto per dover leggere una stronzata del genere? Certo, potevamo non studiare, siamo d’accordo, ma nessuno ci aveva detto all’epoca che avremmo dovuto soffrire così. A peggiorare le cose ci si mette anche Roberto Calasso, sempre sul Corriere della Sera, che ha preso ormai una linea fallaciana, nel senso che l’Islam è cattivo e liberticida e noi lo dobbiamo combattere, quella cosa che in altre occasioni abbiamo sintetizzato nei termini che la guerra santa “la fa l’ACI”, come nell’epico sketch di Guzzanti.

Lorenzo. Ah, bellissimo! Calasso dice che secondo lui dobbiamo analizzare i proclami rivendicativi dell’Isis, come si sarebbe dovuta dare maggiore importanza a Mein Kampf a suo tempo, che seppure si trattasse di testi deliranti, anche Freud ha costruito la sua teoria appresso ai deliri di Schreber, in un mattone di circa cinquecento pagine.

Anatole. Laddove tu m’insegni che ‘sti proclami sono ormai uno standard.

Lorenzo. Sì, sono più o meno lunghi come un tweet, tipo. Ai tempi di Bin Laden, che parlava via fax o video, c’era anche un motivo serio per studiarli con acribia (e li si studiò) perché registravano l’evoluzione di elaborazioni ideologiche. Oggi è un po’ diverso. Quelle elaborazioni ci sono più o meno già tutte, e l’ISIS non fa che accomodarsele in base alla situazione in cui si trova. Non vedere come è cambiata la propaganda dell’ISIS in questi anni è – quello sì – molto stupido. E’ poco utile esaminare queste rivendicazioni, è molto utile capire quando e per quale canale passano. La cosa è tanto più angosciante perché poi questo cappello di Calasso introduce il più grande delirio (il suo) mai letto nella storia dell’orientalismo dilettantistico, un’analisi demenziale della rivendicazione dell’attentato al Reina di Istanbul, secondo la quale si dice che l’azione ha colpito «dove i cristiani stavano celebrando la loro festa pagana». Non conoscendo l’Islam e meno ancora l’arabo, Calasso non capisce che la traduzione «pagani» individua una categoria di persone estranee all’Islam, non già una sofisticata lettura del mondo occidentale, che riconfiguri il jihad non già come guerra alla cristianità, ma ad un generico occidentalismo. Ora, questa clamorosa imbecillata, scaturita dall’incapacità di posizionarsi all’interno del discorso che si intende «analizzare» a causa dell’ignoranza in materia, vorrebbe andare a compattare il mondo occidentale, cristiani e non, dietro la bandiera islamofoba. Infatti, «tutti i fieri laici occidentali, convinti di essersi liberati di ogni impaccio religioso, ora dovranno rassegnarsi a riconoscere di essere soltanto dei vecchi pagani», quindi anch’essi sono «passibili di essere colpiti non meno dei cristiani, nella nuova guerra di religione». Ora cosa gliene freghi mai ai militanti dell’Isis se un non musulmano sia cristiano, ebreo o laico secolare, romanista, vegano o quello che vi pare non si capisce davvero. Tradizionalmente, spiegatelo a Calasso, i cristiani se la sarebbero cavata infinitamente meglio degli atei sotto una dominazione musulmana, poiché la gente del libro è storicamente giudicata affine ed è tollerata molto meglio di tutti gli altri (c’è lo statuto giuridico di dhimmi, che tradizionalmente si applica appunto ad Ebrei e Cristiani). Ma a ben vedere, come tante altre costumanze caratteristiche dell’Islam storico, anche questa parrebbe svanita nel nulla, in una riconfigurazione astorica, diremmo noi postmoderna, di ciò che l’Islam sia davvero.

Anatole. Anyway, dopo un approssimativo spiegone del fatto che la guerra è tradizionalmente guerra di religione e solo rari sono i casi di guerre guerre (da capire davvero che storia abbia studiato, costui), Calasso si risente della posizione pavida dei governi occidentali e della Cattolica Romana Chiesa soprattutto, che sarebbe al centro dell’attacco jihadista. La verità è che al Vaticano di Islam ne sanno infinitamente più di Calasso e si rendono perfettamente conto che non è in corso nessuna guerra di religione, certo non contro quella cristiana cattolica, che, peraltro, è apparsa piuttosto marginale come bersaglio, rispetto alla cultura laica progressista. Da Charlie Hebdo al Bataclan, dal Pulse al Reina, pur volendo intendere questi bersagli come obiettivi di un’unica organizzazione, e così non è, non si vede cosa c’entri la Chiesa Cattolica Romana con un locale gay, il giornale più anticlericale del mondo, una venue di concerti rock, eccetera.

Lorenzo. In Europa, tolto quello del parroco sgozzato vicino a Rouen in Francia nel luglio scorso, il caso di terrorismo più eclatante che riguarda la chiesa è certamente quello del lupo solitario quarantaduenne ciociaro con precedenti per droga e disturbi psichici, che a Roma giusto qualche giorno fa ha sfregiato due frati a Santa Maria Maggiore con un coccio di bottiglia, perché “La Chiesa non mi ha capito”. Peraltro, come riporta Repubblica, i due frati feriti, padre Gaeta e padre Ralph

sono tra gli “accusatori” di padre Stefano Manelli, il fondatore dei Francescani dell’Immacolata esautorato nel 2013 da Papa Francesco a causa di presunti abusi di potere, di gestione economica e anche sessuali. Nell’inchiesta vaticana emersero molte circostanze che sono successivamente diventate oggetto di indagini della Procura di Avellino, in quanto la maggior parte dei fatti avvenne a Frigento. Alcuni reati risultarono però prescritti. Tra l’altro, nel dossier ci sono due morti le cui cause non sono state chiarite: quella di un frate filippino e quella dello stesso commissario inviato dalla Santa Sede, padre Fidenzio Volpi.

Siamo ad un passo dallo sconfinare una volta di più nel complottismo, che Dan Brown spicciace casa!

Anatole. Spettacolare, meraviglioso, sublime. Ad ogni modo, la cosa più divertente dell’intervento illuminante di Calasso è la risposta al quesito «che fare?». Quest’altro gigante della cultura contemporanea ci dice che bisogna «rispondere combattendo a una guerra dichiarata, come sempre è avvenuto nella storia» e cioè «innanzitutto studiare il nemico, non temere di osservare le sue parole e i suoi argomenti, in tutti i dettagli». Ora, se questa guerra dichiarata fosse una cosa vera, sarebbe davvero meglio che il nemico lo studiasse qualcun altro, non Calasso, cioè qualcuno che sappia di che cazzo si stia parlando. E se consulti costoro, quello che ti dicono è che non è in corso una guerra dichiarata, quindi punto. Nel frattempo, giusto per la cronaca, Panebianco è passato ad occuparsi del Veganismo che sta scristianizzando l’Europa, per dire. Quel tuo libro col pollo in copertina è di per sé una risposta a tutto questo genere di imbecillate, quindi credo che possiamo passare oltre.

[Segue un lungo e silenzioso Double Facepalm tipo quello classico di Star Trek, poi…]

Lorenzo. Vabbe’, che dire, siamo al livello del troll di Facebook che pochi giorni fa mi ha accusato di sottostimare il problema del terrorismo, perché sarei troppo concentrato a impedire il diffondersi delle idee di Salvini&co. Faceva proprio riferimento ad alcune nostre precedenti conversazioni su Nazione Indiana. Io gli ho risposto che no, io e te non sottostimiamo niente. E anzi, hahhà (qui ci andrebbe tutta la mia bibliografia sul tema “terrorismo di matrice islamica” ma ve la risparmio). Lui allora se l’è presa e ha detto: ci sentiamo al prossimo attentato. Io ho trovato questo appuntamento molto interessante, cioè: definiscimi “attentato”. In cronologia abbiamo questa cosa che non so come vogliamo chiamarla di uno che all’aeroporto prende a pistolettate la gente. E’ un attentato? Devo incontrare il troll di Facebook per un check della situazione? Mi sa che conosco già la risposta che mi darebbe: non è un attentato perché non è rivendicato. Bene, allora si vede che questo “rivendicare” lo dobbiamo un po’ ragionare, altrimenti facciamo male i conti. Nel farlo consiglierò la lettura di Giuliano Battiston che nel suo ottimo Arcipelago jihad  a un certo punto ricorda il lascito teorico e operativo di uno dei jihadisti “dimenticati” di questi ultimi anni – Abu Mus’ab al-Suri. Battiston intitola un paragrafo “Il sistema, non l’organizzazione” perché questo è il concetto su cui si basa il pensiero teorico di questo jihadista. In tempi abbastanza lontani al-Suri è stato un teorico dei lupi solitari. Diceva sostanzialmente che bisognava mettere il cappello su alcuni profili umani che avrebbero fatto attentati. E così, mi sembra, è stato. L’ISIS questa cosa la fa benissimo.

Anatole. Certo, se ascoltassimo i vari Panebianco e Calasso, dovremmo abboccare a quest’amo, accettare la propaganda che l’ISIS elabora attorno attorno a questi profili dicendo: siamo in guerra, una guerra di religione, siamo crociati e dobbiamo trovare il modo di combattere questa guerra. Mentre invece siamo convinti che dobbiamo concentrare la nostra attenzione su quei profili, invece che su ciò che l’ISIS di quei profili vorrebbe farci credere, sul lavoro che l’ISIS fa utilizzandoli. Mi sembra che questa è la cosa che abbiamo fatto io e te in tutto questo tempo. Abbiamo capito che di personaggi profilabili come combattenti di una guerra santa è pieno il nostro mondo, indipendentemente dalla loro origine, razza, religione, appartenenza politica o tifo calcistico. Abbiamo registrato che questi personaggi si attivano in risposta a sollecitazioni che percepiscono come vicine, parte della loro vita, anche se non lo sono per niente. Per questo ci concentriamo sui lupi solitari e in cronologia mettiamo a questo punto anche Esteban Santiago, il massacratore di Fort Lauderdale.

Lorenzo. E qui veniamo all’aspetto più tragicomico della demenza collettiva attorno al problema che stiamo cercando di inquadrare da un anno, che cioè pochi giorni dopo che i tromboni al seguito della grancassa della Guerra Santa hanno trombonato la loro stonata cantilena, ecco che salta fuori un altro attentatore che scombina completamente il quadro e costringe a ripensare tutta la questione da capo. Infatti, anche ammettendo che il forse kirghiso o forse turcocinese uiguro uzbeko che entra in un locale di Istanbul e ammazza gente a caso abbia qualcosa a che fare con il killer forse gulenista forse no dell’ambasciatore russo ad Ankara o l’omofobo di origini pachistane del Pulse di Orlando, non si vede in che modo si possa situare nello stesso frame, quello della Guerra Santa, appunto, l’attentatore di Fort Lauderdale, tal Esteban Santiago, ventiseienne portoricano di Peñuelas, amante della boxe, reduce della guerra in Iraq, dalla quale è tornato con un disturbo mentale conclamato, come risulta dalle prime ricostruzioni.

Anatole. Parrebbe la risposta esatta alle domande stupide di Calasso e Panebianco, che cioè non si vede in che modo una guerra in Iraq o in Siria o dove ci pare possa metter fine a questa carneficina. Anzi, parrebbe proprio che quella in Iraq sia all’origine di quest’ultimo episodio. Inoltre possiamo dire che esce rafforzata la nostra idea, secondo la quale non è in corso nessuna guerra di religione, i collegamenti tra gli attentati che si susseguono sono labilissimi e fanno capo al modo in cui singoli attentatori si declinano come parte di un conflitto contro coloro i quali credono ancora nella possibile convivenza civile di tutti con tutti, che soltanto loro e Panebianco stanno combattendo. Ad esempio Santiago si declina in questo conflitto come un mezzo matto che sente le «voices in his head telling him to commit acts of violence» come risulta da un articolo del New York Times. Inoltre, si rafforza anche l’ipotesi che la vera guerra in corso sia quella tra apocalittici e integrati, cioè tra tutti coloro che trovano un posto nel mondo e quelli che invece no. In assenza di canalizzazioni classiche, che ne so, la lotta di classe, si produce questo luposolitarismo qualcunista incontrollato, che abbiamo etichettato come sindrome di Lee Oswald, ma stavolta somiglia parecchio a una cosa tipo Rambo, ma flippata debbrutto. Intervistato dal New York Times, Bryan Santiago Ruiz, un manager di Boxe a Peñuelas, piccola città portoricana dove Esteban è cresciuto, dice che il fratello «said he heard certain voices, that the U.S. government wanted to enroll him in certain groups for ISIS, and he was very paranoid […] that the C.I.A. controlled him through secret messages over the internet and told him the things he had to do». Anche Christopher Tolley, il capo della polizia di Anchorage in Alaska, dove Esteban abitava (!), sostiene che«Santiago was having terroristic thoughts and believed he was being influenced by ISIS». Cioè, posseduto dall’Isis a causa della CIA che gli passava messaggi segreti via internet. Gravemente debordante nel complottismo, nel senso che sto tipo si è praticamente costruito un complotto su misura contro di lui, secondo il modello qualcunistico che abbiamo abbondantemente sviscerato, ed ha agito di conseguenza. Ma sul caso sta investigando Agent George Piro dell’FBI, lo stesso che interrogò Saddam, vedremo cosa salta fuori. Ora, come di consueto, si tratterebbe di mettere a confronto questo profilo con quello del “cinese”, che nel gergo prêt-à-porter sbocciato negli ultimi giorni sarebbe l’attentatore del Reina di Istanbul.

Lorenzo. Al netto delle notizie che escono dai meandri più profondi del Ministero degli interni turco si impone subito un problema di passaporti. Si diceva “il cinese” perché si pensava fosse uiguro, cioè un turco uiguro coi documenti cinesi. Poi si è passati al kirghiso, cioè a una persona con passaporto kirghiso ma non necessariamente un kirghiso perché non è affatto detto che se hai il passaporto kirghiso sei kirghiso. In Kirghizistan ci sono un 65% di kirghisi, un 12,5 di russi, un 14% di uzbechi, ci sono anche degli ucraini, dei tagichi, dei tatari. Non tutti parlano il kirghiso, anzi. Ma il nome proprio di questo qui, Iakhe (cioè in ultima analisi Giovanni passando per il Yahya coranico), ricordava che la sua famiglia doveva essere in qualche modo di origine musulmana. Col kirghiso si apriva un file, oltre a quello della turcofonia (uiguri e kirghisi appartengono al mondo turcofono e si poneva dunque la questione di un panturchismo ripreso da Erdogan in politica estera). Si apriva il file delle repubbliche “islamiche” ex-sovietiche che si chiamano in quel modo ma non è che siano davvero “nazioni” in senso classico: sono agglomerati istituzionali-politici eredi del vecchio sistema dell’URSS. In Uzbekistan, per dire, ci sono tanti uzbeki, più o meno l’80%, ma anche dei kirghisi (pochi, meno dell’1%, ma ci sono), oltre a tagichi, tatari, russi, caralpachi. Cioè: si apriva anche il tema del terrorismo islamico in queste aree, della reislamizzazione ad opera dei sauditi, della repressione del terrorismo e dei foreign fighters provenienti da queste aree e andatisi a sfracellare in Siria. Insomma una babele, che sui giornali è diventata una cambogia a partire dal fatto che, certo, se il terrorista era uiguro, bisognava dire del dramma degli uiguri in Cina, ma se era kirghiso toccava mettersi a ragionare sulla radicalizzazione in Kirghizistan e così via. Il che poneva una serie di temi, anche storiografici, molto seri.

Anatole. Che voglia di porseli ”sarteme addosso”, si dice a Roma. Quanto fai prima a parlare di una guerra di religione tra Islam liberticida e Occidente libero? Una cifra. Quindi mi pare che si sia proceduto in questo senso, senza darsi il tempo di approfondire.

Lorenzo. Sì, il problema tornato fuori quando l’interpretazione era già confezionata, quindi in sostanza non gliene frega già più niente a nessuno.

Anatole. A noi pare che freghi.

Lorenzo. Infatti.

Anatole. Dunque?

Lorenzo. Dunque ad oggi le notizie provenienti dalla Turchia dicono che l’attentatore del Reina dovrebbe essere uzbeko, e questa cosa la si lascia così, senza commento, perché ormai se ne sono dette di tutti i tipi sugli uiguri e sui kirghisi (sempre che le persone con quei passaporti appartengano alle comunità linguistiche maggioritarie nei loro paesi). Senonché qualcosa salta all’occhio: il cognome di questo soggetto uzbeko – che, ricordiamolo ancora, non è stato catturato – è praticamente lo stesso del soggetto kirghiso – Mashrapov vs Masharipov. Il che da un punto di vista suona anche normale, essendo che, appunto, al di là della nazionalità, in quell’area c’è un bel miscuglio, oltre alla tabula rasa elettrificata generata dall’imperialismo russo-sovietico in decenni di russizzazione. Guardando al volo la distribuzione dei cognomi Mashrapov e Masharipov si vede che sono molto ben distribuiti in tutta quell’area. Questa normalità tuttavia non rende meno acre il sapore strano che una quasi omonimia lascia in bocca: viene da pensare che la polizia turca abbia avuto l’imbeccata su un cognome e da lì sia partita per la ricerca del terrorista. Comunque: sia il kirghiso che l’uzbeko sono narrativamente legati all’organizzazione dell’ISIS. Il kirghiso era, secondo ciò che è stato detto dalle autorità turche, un foreign fighter in arrivo dalla Siria. L’uzbeko invece era proprio parte di una cellula uzbeka dell’ISIS assopitasi a Konya, sembra. E qui c’è un’altra sovrapposizione: Konya. La famiglia del kirghiso è stata arrestata a Konya. Quindi l’imbeccata doveva essere una cosa come: “cercate Mashrapov/Masharipov a Konya”, una cosa che prima si è tradotta nell’individuazione del kirghiso e della sua famiglia e poi nella ricerca dell’uzbeko in dormienza.

Anatole. Quindi?

Lorenzo. Quindi boh. Non so dove arriva questo discorso, sinceramente, perché se fonti traballano. Posso concludere con una riflessione su questo: in Turchia non c’è all’oggi tutta questa libertà di espressione. Cioè i giornalisti li arrestano e ci dobbiamo fidare di quello che dicono gli investigatori. Alla domanda “chi è l’attentatore del Reina” rispondo sinceramente con un “ah, saperlo”. E se mi chiedi: “era un lupo solitario”? Io ti dico: tutte le versioni date finora non lo identificano come un lupo solitario, ma ci sono tante ragioni per mettere in circolo versioni tarocche. Poi, vista la prossimità con la Siria, dove si combatte davvero, tutto è possibile.

Anatole. Ok, quindi, ricapitolando: ci sono vari tentativi di ricollegare il nostro al famoso fronte della Guerra Santa che starebbe insanguinando le strade europee, perché l’Islam è liberticida e l’Occidente je sta sur cazzo. Ma la domanda che alla fine resta in piedi, alla quale come al solito dobbiamo dare una risposta, è quale guerra stiano davvero combattendo Mashrapov/Masharipov e Santiago. Cioè, è la stessa guerra o no? Come si colloca il veterano della Puerto Rico national guard che torna dall’Iraq e spara a caso all’aeroporto di Fort Lauderdale nella guerra che l’uzbeco jihadista porta dentro un locale di Istanbul? E ancora, in che modo entrambi combattono la stessa guerra dell’attentatore di Monaco, quello che gridava «turchi di merda» sparando dal tetto di un supermercato, del pluripregiudicato tunisino che si spaccia per calabrese alla stazione di Milano, dopo aver schiantato un camion contro un mercato natalizio a Berlino, dell’attentatore omofobo di origini pachistane che ha sparato sulla folla al Pulse di Orlando, di quello forse gulenista forse no che ha sparato all’ambasciatore russo ad Ankara, di quello francese che a Nizza ha lanciato un TIR contro la folla il 14 di luglio? È la stessa davvero o no? È santa? Non è santa?

Lorenzo. Io penso che ognuno di loro abbia fatto proprio un discorso bellico, sempre più sdoganato nel senso comune. C’è una guerra vera e una guerra percepita. Chi dice “c’è una guerra santa” alimenta questa percezione.

Anatole. Cioè, nell’ultimo anno abbiamo provato a dire perché secondo noi non è in corso nessuna crociata in risposta a nessun jihad, che cioè il frame della guerra santa è una cazzata atomica, elaborata sulla base di evidenze esigue e competenze ancor più labili. Abbiamo ipotizzato, piuttosto, che, invece, ci sono gli estremi per identificare una guerra mondiale più profonda in corso tra apocalittici ed integrati, della quale il frame della guerra santa è solo uno dei tanti prodotti. Abbiamo ritenuto urgente demistificare i collegamenti abusivi tra i vari attentati avvenuti in Europa negli ultimi anni, provando a capire perché e percome non fossero tutti la stessa cosa, cioè perché i vari attentatori non combattessero tutti la stessa battaglia, colpendo vittime innocenti più o meno a caso in Europa, come in Medio Oriente, in Africa come negli Stati Uniti. Gli ultimi eventi sanguinosi ci danno ragione? Ci danno torto?

Lorenzo. Non ci danno torto. L’impressione continua ad essere la solita, che ognuno di questi figuri sinistri combatta la sua guerra, collegandosi in maniera variabile, più o meno diretta, a quello che succede o a quello che essi pensano che succeda. In taluni casi i collegamenti col famoso Califfone sembrano più stretti, in altri molto meno, in altri per niente significativi, certe volte capita che a sparare sulla folla inerme siano i soldati della guerra vera, quella che si combatte sul serio, altre volte sono personaggi che arrivano a partecipare a questo conflitto in maniera del tutto individuale, dopo trascorsi di tutt’altro genere. Insomma, penso che il nostro impianto sia ancora quello che spiega meglio la complessità delle cose che accadono, di certo meglio della presunta Guerra Santa tra Islam e Occidente. Quello dell’ISIS è solo uno spezzone, di certo molto significativo e su cui ragionare molto, di qualcosa che avviene qui, cioè in un posto dove la guerra non c’è, e non avviene lì, dove la guerra c’è.

Anatole. Se questo doveva essere un crash test per le nostre teorie penso che l’abbiamo superato.

Lorenzo. E come al solito abbiamo vinto una cosa tipo un buono per acquistare le pentole di Padre Pio col 25% di sconto, ma senza panino, che fatalmente costa un botto. Ma aspetta, facciamo un ultimo check, l’attentato di Gerusalemme di qualche giorno fa.

Anatole. Ok

Lorenzo. Allora: il camion è Nizza, Berlino.

Anatole.

Lorenzo. Quindi Netanyahu dice che è un attentato dell’ISIS.

Anatole.

Lorenzo. Hamas dice: “bene così, avanti con l’intifada”.

Anatole. Quindi si intesta la cosa.

Lorenzo. Sì. E mentre Netanyahu, iscrivendo questo attentato nella lista degli atti di guerra contro l’Occidente fa bingo sottintendendo che ISIS e Hamas sono la stessa cosa, Hamas può continuare a dire che sta facendo la guerra contro Israele.

Anatole. Benissimo.

Lorenzo. Sì.

Anatole. E però è una cosa israelo-palestinese.

Lorenzo. Esatto. L’obiettivo è militare.

Anatole. È una guerra santa medievale dell’Islam contro l’Occidente pagano ecc.? Cioè, situandosi nel frame di Panebianco, pure i giudei sono pagani come i cristiani e i laici progressisti, praticamente. Ci sta.

Lorenzo. È un’ulteriore capitolo della terribile vicenda israelo-palestinese. L’attentatore ha tratto ispirazione da Nizza e Berlino, ma prima ancora da Baghdad e simili, ovviamente. Soprattutto:  attacchi con veicoli in Israele se ne vedono dal 2001.

Anatole. E in base a questo c’è chi, qui, dice: lo vedete? Siamo in guerra.

Lorenzo. Direi di sì.

Anatole. Ma contro chi?

Lorenzo. È una guerra che ognuno si confeziona a suo piacimento contro chi gli pare di giorno in giorno, a geometria variabile, poi all’indomani di eventi terribili salta fuori questa “gran voglia di ISIS”, cioè di dire che c’è questo grosso nemico unico da sconfiggere. Lo si fa un po’ perché così si taglia corto su cose assai complicate e allarmanti per molti motivi. Ad esempio questo fatto che a un certo punto quasi chiunque qui si può mettere a fare stragi per i motivi più diversi è molto preoccupante. Cioè, il fatto che esci per strada e uno qualunque (anzi, uno Qualcuno) pone fine alla tua vita perché questo nostro pianeta è ormai fatto così è difficile da digerire. Le soluzioni a questa cosa sono complicate e presuppongono impegni che nessuno neanche lontanamente vuole iniziare a prendersi. Quindi daie, famo che è l’islam, famo che è l’ISIS. Se leggi “Le tre armi impugnate dal Califfo” di Maurizio Molinari capisci di cosa parlo.

Anatole. Temo di sì, ma mi sa che me lo risparmio. Ad ogni modo l’attentatore ciociaro ex tossico di Santa Maria Maggiore parrebbe l’unico che ce l’avesse su dichiaratamente con la chiesa: ha urlato “preti demmerda”, tipo, invece che il solito banale ”Allah Akbar”, o “guardie infami”, come il tunisino calabrese. Sarà forse stato ispirato dalla canzone di Calcutta: “Noi a questa America daremo un figlio / Che morirà in jihad / Ti chiedo scusa se non è lo stesso / Di tanti anni fa / Leggo il giornale e c’è Papa Francesco / E il Frosinone in Serie A”.

Lorenzo. O forse ha rosicato che è tornato in B, il Frosinone.

Anatole. E no la Lazio.

Lorenzo. Purtroppo.

Anatole. Infatti.

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One Response to Dan Brown a Frosinone e il Qualcunismo Rambista

  1. […] quasi quasi, sembrano aver letto i manuali di Abu Mus’ab al-Suri (sistema vs organizzazione, del quale dicevamo l’altra volta). Qui, come abbiamo detto ormai fino alla noia, il tema sarebbe un altro, collegato, come abbiamo […]

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