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	<title>dispatrio &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>Un appunto. A proposito di Ramstein</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2026/04/30/un-appunto-a-proposito-di-ramstein/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[andrea inglese]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 30 Apr 2026 10:31:33 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[al volo]]></category>
		<category><![CDATA[dispatrio]]></category>
		<category><![CDATA[Air Base di Ramstein]]></category>
		<category><![CDATA[anna chiarloni]]></category>
		<category><![CDATA[Germania]]></category>
		<category><![CDATA[guerra in iraq]]></category>
		<category><![CDATA[militarismo]]></category>
		<category><![CDATA[poesia tedesca contemporanea]]></category>
		<category><![CDATA[Seconda Guerra Mondiale]]></category>
		<category><![CDATA[volker braun]]></category>
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					<description><![CDATA[di <strong>Volker Braun</strong> <br /> a cura di <strong>Anna Chiarloni</strong> <br /> Un intervento inedito in Italia dello scrittore Volker Braun sui nuovi orientamenti politici e militaristi della Germania attuale. "La Germania ha perso il suo volto. Ha un’espressione fiacca, indecifrabile. Il mondo la ignora e lei non sorride più al mondo."]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Volker Braun</strong></p>
<p>a cura di <strong>Anna Chiarloni</strong></p>
<p><em>[Volker Braun (Dresda 1939) è uno degli autori più rappresentativi della letteratura tedesca contemporanea. Orfano di padre caduto in guerra, si profila appena ventenne quale esponente della società letteraria della DDR: minatore e macchinista negli anni tra il liceo e gli studi di filosofia, collabora col Berliner Ensemble, il teatro di Bertolt Brecht. Debutta nel 1965 con la prima raccolta poetica,</em> Provokation für mich, <em>centrata &#8211; come in generale tutta l&#8217;opera, sia poetica che narrativa e teatrale &#8211; sull&#8217;analisi delle contraddizioni insite nella società tedesca, prima e dopo la caduta del Muro. Nel 2000 viene insignito del prestigioso “Büchner Preis”. Col suo ultimo testo,</em> Luf-Passion <em>(2022), Braun indaga i massacri perpetrati dal colonialismo tedesco al tempo di Bismarck, leggendovi un raccordo con l&#8217;attuale dilagare della violenza razzista nel mondo occidentale. A. C..]</em></p>
<p><span style="color: #ffffff;">.</span></p>
<p>La Germania ha perso il suo volto. Ha un’espressione fiacca, indecifrabile. Il mondo la ignora e lei non sorride più al mondo.</p>
<p>Il Ministro della Difesa, si legge, “ha siglato un patto militare per l’Indopacifico”.<em> Deal</em>: ecco la ratio politica  di Trump. Un tempo si trattava di difendere un principio, adesso si fanno affari. In piena guerra – e con la guerra. Non è nostra questa guerra ma ci speculiamo sopra. Esportare armi risolleva il bilancio tedesco. La vacillante industria pesante cerca salvezza nel riarmo. Queste le ultime notizie.</p>
<p>Nella biblioteca di mio padre c’era uno smilzo volumetto, edizioni Kosmos: <em>Perché si muore</em>, Stuttgart 1914. Dentro c’è un nome, nero d’inchiostro: Johann Friedr. Braun &#8211; e io provavo un certo orgoglio leggendo la chiusa: “La ragione per cui oggi molti finiscono precocemente al cimitero dipende dal fatto che vivono in pessime abitazioni, mangiano male e sono ridotti a malconci schiavi del lavoro. Questi sono fattori molto più decisivi che non i batteri intestinali o un metabolismo carente. È lì che dovete guardare &#8211; e raddrizzar le cose!”.</p>
<p>Ma chi era questo Johann Friedr.? Ma certo, ora ricordo: è Fritz, e sarebbe stato mio zio&#8230; Quel libro se l’era preso proprio prima di partire per il fronte. Di guerra però l’autore, il Dr. Alexander Lipschitz di Zurigo, non parla. Fritz morì il 21. 4. 1918 presso Bailleul, appena diciottenne. Il libro se lo prese poi suo fratello Erich (che comprò pure il secondo volume della collana: <em>Come invecchiare</em>, 1936). Erich morì nella seconda Guerra mondiale, il 2 aprile 1945, a Ibbenbüren, aveva 40 anni. Noi cinque figli vedemmo Dresda bruciare.</p>
<p>Dalle vite mancate ai fatti compiuti. Sul suolo tedesco alloggia la Air Base di Ramstein. <em>Alloggia</em>, dico, grazie ai suoi comodi privilegi; e naturalmente sferraglia con gran fracasso.</p>
<p>Ottant&#8217;anni dopo la fine della Seconda Guerra Mondiale, di fronte al pericolo di una Terza Guerra Mondiale, il Cancelliere Schröder si batté per tenere la Germania fuori dalla guerra in Iraq. Una decisione essenziale data la situazione interna della Germania riunificata. Tuttavia fu da Ramstein che l’attacco venne sostenuto logisticamente e operativamente condotto. Sì – Ramstein costituì il cardine portante di quella spaventosa aggressione e fu dal cielo di Dresda che sfrecciarono gli squadroni di bombardieri verso l’Iraq. Ancora una volta la guerra muoveva dalla Germania. E così succede adesso con la guerra contro l’Iran. Dire che questa guerra non è la nostra, non ci mette a riparo. Al contrario, una guerra che muove dal suolo tedesco ci rende vulnerabili. Siamo di fatto un bersaglio militare primario e non sappiamo se ci aspetta la vecchiaia o la morte. Che Ramstein fosse territorio americano lo si subodorava; in realtà è una piaga purulenta in Germania. Il suo statuto speciale si è polverizzato, vanificato con questo ripetuto utilizzo in violazione del diritto internazionale. La Germania, se ha un minimo di buon senso, questa base deve chiuderla.</p>
<p>Solo uno Stato sovrano può essere uno Stato pacifico.</p>
<p>Lo scandalo sarà di breve durata; ben altri eserciti si sono già ritirati dalla Germania! Ecco il punto – e allora avanti! Era questa la parola d’ordine di Lipschitz: cambiare la situazione!</p>
<p>Quando decisi di non intervenire sull’ Alexanderplatz il 4 novembre 1989, in quanto rivendicare la libertà di parola e di stampa mi sembrava un approccio troppo limitato rispetto a una piena sovranità popolare, non immaginavo che quella manifestazione autorizzata avrebbe portato a un’auto-organizzazione delle forze democratiche. Quella fu un&#8217;autentica esperienza di libertà.</p>
<p>Se io ora mi limito a rendere noto che un problema di Stato è in attesa di soluzione, mentre si tratta di una rivendicazione più ampia, ossia del potere di una società sulle proprie decisioni fondamentali, lo faccio nella speranza che un atto di autodeterminazione, questo coraggio ‘spagnolo’, possa generare un nuovo sviluppo degli impulsi democratici. Un’ebbrezza liberatoria in questa nostra società apatica e spenta per porre fine alla stagnazione, all’impotenza e al suo declino.</p>
<p>Quando il nostro politico più esperto, il presidente Steinmeier, assieme al neocancelliere e al nostro sonnecchiante Parlamento, si gireranno tra le mani questo foglio, ci si chiederà: Quando entra in vigore? – e nell&#8217;aria già aleggia la famosa risposta: <em>Entra in vigore… a quanto ne so… immediatamente. Senza indugio.</em></p>
<p>Questa sarebbe forse la salvezza della Germania, o semplicemente una manifestazione di ragionevolezza: sarebbe il suo sorriso al mondo.</p>
<p>*</p>
<p><em>L&#8217;intervento qui tradotto per &#8220;Nazione Indiana&#8221; è stato pubblicato il 4 aprile 2026 dalla &#8220;Berliner Zeitung&#8221; e dalla &#8220;Ostdeutsche Zeitung&#8221;. Braun esordisce con la denuncia della conversione industriale in armi pesanti, promossa dal neo-Cancelliere Merz, per innescare poi un&#8217;intensa riflessione autobiografica sul lutto che attraverso le guerre del Novecento ha colpito la sua famiglia.</em></p>
<p><em>Muovendo lungo il solco della tradizione pacifista tedesca, il poeta chiede la chiusura della base aerea statunitense di Ramstein, istituita nel 1951 in funzione antisovietica e forte di 36.000 soldati americani tuttora di stanza in Germania. Si tratta della più grande base aerea statunitense in Europa e costituisce il centro logistico principale per le operazioni militari USA tra Europa e Medio Oriente. </em></p>
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		<title>I poeti appartati: Lorenzo Foltran</title>
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		<dc:creator><![CDATA[francesco forlani]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 14 Apr 2026 05:00:26 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[dispatrio]]></category>
		<category><![CDATA[I poeti appartati]]></category>
		<category><![CDATA[Lorenzo Foltran]]></category>
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					<description><![CDATA[di <b>Lorenzo Foltran</b> <br />Una smorfia deturpa il volto umano
di chi ha compreso cosa voglia dire
essere uomo e ne ha colto il controsenso]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><img loading="lazy" class="aligncenter size-full wp-image-119233" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/03/Capture-décran-2026-03-14-à-12.39.12.png" alt="" width="351" height="561" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/03/Capture-décran-2026-03-14-à-12.39.12.png 351w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/03/Capture-décran-2026-03-14-à-12.39.12-188x300.png 188w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/03/Capture-décran-2026-03-14-à-12.39.12-263x420.png 263w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/03/Capture-décran-2026-03-14-à-12.39.12-150x240.png 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/03/Capture-décran-2026-03-14-à-12.39.12-300x479.png 300w" sizes="(max-width: 351px) 100vw, 351px" /></p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align: center;"><strong>Tre poesie</strong></p>
<p style="text-align: center;">di</p>
<p style="text-align: center;"><strong>Lorenzo Foltran</strong></p>
<p>L&#8217;eterno non contempla l&#8217;esistenza<br />
di passato, presente e di futuro.<br />
I secondi, i minuti, i giorni e gli anni<br />
sono fissi, non passano perché<br />
sincroni, non iniziano e finiscono.<br />
Insieme, gli anni sono un giorno solo<br />
e il nostro giorno è il giorno che viviamo.<br />
È oggi che non diventa mai domani<br />
e che mai ha conosciuto l&#8217;essere ieri.<br />
Noi siamo prima di ogni tempo e il tempo,<br />
senza tempo, non scorre né si perde.<br />
Che tutto questo possa continuare<br />
e che mai possa dire: «Sono stati».<br />
L&#8217;eternità sia il nostro oggi per sempre.</p>
<p style="text-align: center;"><strong>*</strong></p>
<p>lo non voglio programmi, calendari,<br />
giorni segnati in rosso sulle agende<br />
per scongiurare l&#8217;<em>horror vacui</em> dentro<br />
l&#8217;ordine numerato dei riquadri.<br />
Voglio tornare dove sono stato<br />
e vivere il vissuto.<br />
Imprigionare il tempo carceriere<br />
con le sue stesse chiavi.<br />
Costringere al silenzio<br />
il tintinnio costante dei suoi passi.<br />
Fuggire dalla ronda sempiterna.</p>
<p style="text-align: center;"><strong>*</strong></p>
<p>Conoscendo, imparando con il tempo,<br />
il saggio lascia che la barba cresca<br />
per celare alla vista la vergogna.<br />
Una smorfia deturpa il volto umano<br />
di chi ha compreso cosa voglia dire<br />
essere uomo e ne ha colto il controsenso</p>
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		<title>Les nouveaux réalistes: Claudio Bellon</title>
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		<dc:creator><![CDATA[francesco forlani]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 10 Apr 2026 05:00:04 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[dispatrio]]></category>
		<category><![CDATA[territorio]]></category>
		<category><![CDATA[Claudio Bellon]]></category>
		<category><![CDATA[les nouveaux réalistes]]></category>
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					<description><![CDATA[di <b>Claudio Bellon</b> <br />Un ufficio di vetro dove svolgo un lavoro dal titolo complicato: Principal Business Development Manager. Un groviglio di parole che non significa niente.]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><img loading="lazy" class="aligncenter size-full wp-image-119229" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/03/accc09925479a9f488709e9aa4551c67_t.jpeg" alt="" width="680" height="340" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/03/accc09925479a9f488709e9aa4551c67_t.jpeg 680w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/03/accc09925479a9f488709e9aa4551c67_t-300x150.jpeg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/03/accc09925479a9f488709e9aa4551c67_t-150x75.jpeg 150w" sizes="(max-width: 680px) 100vw, 680px" /></p>
<p style="text-align: center;"><strong>Rimprovero</strong></p>
<p style="text-align: center;">di</p>
<p style="text-align: center;"><strong>Claudio Bellon</strong></p>
<p>Avevo diciannove anni la prima volta che ho steso.<br />
Ero con Alice e Fergus, al primo anno di università.<br />
Temple Bar. Il bagno graffitato e caustico del Workman’s, locale che al martedì si riempie di studentelli alternativi; e con loro: tatuaggi, capelli viola, sguardi tristi, preservativi, spine dorsali, non-binari, biglietti dell’autobus, giacche di pelle, piercing al capezzolo, femministe.<br />
Accanto al lavandino, un ragazzo dal volto spigoloso ha estratto dal pube una pallina bianca, delle dimensioni di un dente. Dopo averlo pagato, abbiamo scartato l’involucro salmastro di sudore con le unghie, pescato la polvere con una chiave e infine l’abbiamo stesa su un iPhone. Fergus, che viene da Londra e come molti britannici ha provato buona parte delle droghe pesanti tra i quattordici e i sedici anni, si è occupato di tritare il composto adulterato fino a disegnare tre righe soffici e affascinanti. Ho arrotolato una banconota da dieci euro fino a formare un cilindro duro e ho sniffato metà della polvere con la narice sinistra e la seconda metà con la destra.<br />
Dopo abbiamo parlato con un sacco di turisti nella zona fumatori. Ho chiesto ad Alice se potevo fumare un po’ della sua sigaretta. Non solo perché sentivo gli incisivi intorpiditi dal gelo anestetico della cocaina, ma perché per la prima volta mi andava di assaggiare la sua saliva. Lei l’ha divisa con me.</p>
<p>Da quella sera sono passati: una laurea triennale, due appartamenti umidi, sei coinquilini, un master, nove colloqui, otto rifiuti, un’offerta.<br />
Oggi resto seduto in ufficio finché il sole non scompare dietro i palazzi. Un ufficio di vetro dove svolgo un lavoro dal titolo complicato: Principal Business Development Manager. Un groviglio di parole che non significa niente.<br />
Davanti a ciascun dipendente, sulla superficie laminata della scrivania, sono posizionati un laptop aziendale e un monitor aggiuntivo, in un setup studiato per ottimizzare la produttività e garantire un flusso di lavoro efficiente. Ogni mattina, gli utenti si collegano a stanze virtuali per comunicare attraverso lo schermo, anche se i corpi si trovano nello stesso identico spazio. Ogni tanto scendo a fumare una sigaretta, giocherello con il cordino del badge o interagisco con il programma di intelligenza artificiale messo a disposizione dalla ditta. Gli faccio domande del tipo: Si può morire di solitudine? È un presagio sinistro pensare sempre alla morte? Come si fa a vivere davvero le cose senza che la consapevolezza della fine le avveleni già mentre accadono?</p>
<p>Dopo il lavoro, Fergus mi aspetta al pub, anche se non sono sicuro che aspetti davvero me.<br />
Davanti a lui ci sono due bottiglie vuote di Hop House. Indossa cuffie enormi e guarda su YouTube un blogger che esplora le periferie più pericolose del pianeta. Ho la sensazione che la sua serata avrebbe la stessa intensità, con o senza di me. In fondo, non sono altro che un’entità di contorno; un eco nella solitudine. A volte mi chiedo quanti amici continuerebbero a vedersi se i bar smettessero di servire alcolici. Forse, eliminata la ritualità del consumo di alcol, caffè e droghe, molti scoprirebbero di non avere davvero bisogno della gente.<br />
Ci spostiamo dal Ferryman all’Hogan’s, dal Whelan’s al Bar With No Name, sotto i tavoli facciamo una chiavetta dopo l’altra. La coca non la prendiamo più al Workman’s: ce la recapita direttamente lo Special Deliveroo, un ragazzo in bicicletta vestito come un rider della nota multinazionale di consegne a domicilio. Prima di incontrarlo, scambio messaggi con il proprietario del coffee shop online, che mi manda regolarmente volantini disegnati con Canva raffiguranti i prodotti disponibili. Attraversiamo le strade elettriche della città, invase da: turisti, artisti di strada, fighe di legno, fighetti del Trinity, burocrati, ciglia finte, camerieri, abbronzature spray, garlic dips, dottorandi, stacanovisti, senza dio, rampolli, cervelli in fuga.</p>
<p>Questa è Dublino, e quelli là fuori sono loro, vogliosi di bere, scopare, ballare, divertirsi.<br />
Ma i pub cominciano a chiudere. La musica finisce. Le persone si riversano sui marciapiedi.<br />
Sotto casa ci facciamo geolocalizzare da un altro special Deliveroo.<br />
Chiusa la porta, Fergus toglie le scarpe e siede sul tappeto del salotto, gambe incrociate, il gomito appoggiato al tavolino anti-impronta sul quale fa cadere la polvere.<br />
&#8211; Hai saputo di Alice?<br />
Accenno un no senza dire niente.<br />
&#8211; Lo sai che si sposa con un vecchio?<br />
&#8211; Cioè?<br />
&#8211; Un manager che lavora con lei. Ha una quarantina d’anni.<br />
&#8211; Te l’ha detto lei?<br />
&#8211; No, l’ha detto a Joanna. E ovviamente Joanna non sa tenere un segreto.<br />
&#8211; Beh, &#8211; dico, abbassando lo sguardo &#8211; Buon per loro.<br />
-L’ho spiato su LinkedIn, sai? Un entusiasta che legge The Economist e altre riviste per persone senza una vita interiore. Eri meglio te.<br />
Annuisco e poi smettiamo di parlare. Continuiamo a bere e a fumare finché non arriva l’alba. Il cinguettio degli uccelli suona come un rimprovero di mia madre. Apro la portafinestra ed esco sul balcone, l’aria fredda mi punge i polmoni. Stringo le mani attorno alla balaustra per paura di lasciarmi cadere. Ripenso a una sera di Halloween di tanto tempo fa: Alice mi tinge i capelli in camera prima di una festa in maschera. Rivedo noi due sdraiati sul letto, il riflesso dell’insegna JP Morgan nel vetro della finestra e un angoscioso sentore di perdita che mi lega la lingua. Come si fa a vivere davvero le cose senza che la consapevolezza della fine le avveleni già mentre accadono? Mi soffio il naso e il fazzoletto è macchiato di sangue. Abbasso la tapparella. Un nuovo giorno è sorto, il futuro bussa alla porta e io non ho voglia di andargli incontro.</p>
]]></content:encoded>
					
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			</item>
		<item>
		<title>I poeti appartati: Véronique Pittolo</title>
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		<dc:creator><![CDATA[francesco forlani]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 23 Mar 2026 06:00:28 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[dispatrio]]></category>
		<category><![CDATA[Véronique Pittolo]]></category>
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					<description><![CDATA[di <b>Véronique Pittolo</b> <br />
Spero che funzioni.
(no, penso che funzionerà).
Venderai.
(Venderò).
Oggi basta poco, morte, depressione, colpi di
scena, funziona.]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><img loading="lazy" class="aligncenter size-full wp-image-118768" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/02/revolution-dans-la-poche_F.jpg" alt="" width="214" height="300" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/02/revolution-dans-la-poche_F.jpg 214w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/02/revolution-dans-la-poche_F-150x210.jpg 150w" sizes="(max-width: 214px) 100vw, 214px" /></p>
<p style="text-align: center;"><strong>La rivoluzione in saccoccia</strong><br />
di<br />
<strong>Véronique Pittolo</strong><br />
<em>(traduzione di Luigi Toni)</em></p>
<p>Spero che funzioni.<br />
(no, penso che funzionerà).<br />
Venderai.<br />
(Venderò).<br />
Oggi basta poco, <em>morte, depressione, colpi di </em><br />
<em>scena</em>, funziona.<br />
Il tuo tema tira, è un soggetto che vende.<br />
Appena si parla di <em>corruzione e compagni</em>, è fatta.<br />
Ma ci vuole un taglio commerciale,<br />
la tua rivoluzione va messa sul mercato<br />
e dal punto di vista del tornaconto.<br />
Devi dimostrare che le rivoluzioni fallite<br />
di oggi gettano un’ombra<br />
su quella che abbiamo vinto ieri.<br />
Per esempio, un attore interpreta Robespierre,<br />
si prende sul serio e finisci per credersi davvero l’Incorruttibile,<br />
si prende troppo sul serio,<br />
e tu, intanto, fai entrare il servizio d’ordine, di nascosto<br />
e<em> zac</em>, non resta più nessuno.<br />
Con la testa di Robespierre ci fai mil-<br />
-ioni.</p>
<p>La tua rivoluzione la puoi vendere al mercato, al<br />
Senato,<br />
alle associazioni&#8230;<br />
(andrà bene&#8230;)<br />
Bisogna fare briefing e debriefing a chi vuole entrare<br />
nel gioco.<br />
Da solo non ce la puoi fare.<br />
Un paio di amici, un anfiteatro, una selva<br />
di microfoni.<br />
Cuffie amplificate in testa, ed ecco:<br />
la rivoluzione comincia.<br />
Monta uno schermo, fai sentire le urla.<br />
Bene.<br />
Le nozioni si mescolano, corrente elettrica<br />
sulla testa di tutti.<br />
Dunque: un’inquadratura ammiccante, qualche appuntamento,<br />
una riunione.<br />
Una riunione per assegnare i ruoli.<br />
Mirabeau può fare Danton, Saint-Just somiglia<br />
a Rousseau.<br />
Crea delle squadre affiatate, una caffetteria aperta giorno e notte.<br />
Nell’anfiteatro rivoluzionario, ci saranno dei microfoni,<br />
un’infinità di microfoni, invisibili<br />
coperti dal brusio.<br />
Se è in grado di smascherare i traditori, la tua rivoluzione<br />
renderà molto.<br />
Mettili in competizione, sistema i personaggi<br />
e poi aspetta:<br />
Chi dice ridurre le disuguaglianze riceverà<br />
un timido applauso.<br />
Chi dice borghesia farà affari.<br />
Ricordatelo: ogni parola pesa.<br />
Ogni parola vale.<br />
Ogni parola può essere<br />
quotata in borsa</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Nota</strong> di<strong> Luigi Toni</strong></p>
<p>Il testo qui presentato è tratto da <em>La Révolution dans la poche</em>  della poeta e performer francese Véronique Pittolo. Nel libro, un narratore multi-funzione — insieme giornalista, poeta, consulente di comunicazione, scenografo — espone una visione dell’attualità e della storia attraverso un movimento continuo di andata e ritorno tra il mondo contemporaneo e l’immaginario del 1789. La Rivoluzione francese non vi appare come un monumento remoto, bensì come una riserva simbolica, un capitale di figure e parole che ritorna, deformato, nel linguaggio politico e mediatico di oggi.</p>
<p>Pittolo interroga con forza le nozioni di alienazione ed emancipazione, di cittadinanza e memoria collettiva, chiedendosi in che modo sia ancora possibile parlare di rivoluzione senza ricadere nella cronaca, nel commento storiografico o nella retorica vuota. La sua scrittura procede per reincarnazioni improvvise e <em>détournements</em> ironici: Robespierre, Marat, i grandi nomi dell’utopia rivoluzionaria diventano personaggi familiari, maschere disponibili, elementi di un teatro contemporaneo dove la politica si trasforma in spettacolo.</p>
<p>Con humour corrosivo, <em>La Révolution dans la poche</em> mette a nudo il lessico capitalistico e la sua logica pervasiva: la comunicazione e il marketing appaiono come le tecniche dominanti di un gioco politico ridotto a operazione commerciale. La rivoluzione stessa diventa un prodotto, un “tema che tira”, qualcosa che può essere venduto sui mercati, nelle istituzioni, nelle associazioni. In questo rovesciamento satirico si concentra una critica radicale alla ragione cinica del presente e all’impotenza di fronte all’ipercapitalismo.</p>
<p>Nata nel 1960 a Douai e attiva a Parigi, Véronique Pittolo è stata premiata dalla <em>Société des Gens de Lettres</em> nel 2004 e conduce regolarmente laboratori di scrittura per l’Éducation nationale, in scuole d’arte, in carcere e in ambito ospedaliero. La sua opera è attraversata da una fitta rete di riferimenti: la storia dell’arte, il cinema (da Hitchcock a Godard), la letteratura moderna e la cultura popolare convivono in un’estetica del montaggio, fatta di fratture, accelerazioni e cambi di registro.</p>
<p>Questa traduzione tenta di restituire, per quanto possibile, l’energia spezzata e performativa, conservando il ritmo dell’enjambement come dispositivo essenziale: è nella cesura del verso che il discorso si incrina, che la parola politica mostra la propria natura di merce e, insieme, la possibilità di un nuovo immaginario della contestazione. La poesia di Pittolo, proprio là dove smaschera la spettacolarizzazione del politico, riapre una domanda urgente: che cosa resta oggi della Rivoluzione, e come reinventarne ancora la lingua?</p>
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<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align: center;"><strong>La révolution dans la poche</strong></p>
<p style="text-align: center;">di<br />
<strong>Véronique Pittolo</strong></p>
<p style="text-align: left;">J’espère que ça va marcher<br />
(Je pense que ça va marcher).<br />
Tu vas vendre.<br />
(Je vais vendre).<br />
Aujourd’hui, dès qu’il y a mort, dépression, retourne-<br />
ments, ça marche.<br />
Ton sujet porte, c’est un sujet porteur.<br />
Dès qu’il y a corruption et camarade, c’est bon.<br />
Mais il faut un angle commercial,<br />
ta révolution doit être traitée commercialement et<br />
d’un point de vue intéressé.<br />
Tu dois montrer que les révolutions avortées<br />
d’aujourd’hui jettent une ombre<br />
sur celle qu’on a gagnée hier.<br />
Par exemple, un comédien jouera Robespierre,<br />
il se prendra réellement pour l&#8217;Incorruptible,<br />
s’échauffera,<br />
alors tu fais monter le service d&#8217;ordre en douce<br />
et couic, plus personne.<br />
Avec la tête de Robespierre, tu peux gagner des mil<br />
-lions.<br />
Ta révolution, tu peux la vendre sur les marchés, au<br />
Sénat,<br />
dans les associations&#8230;<br />
(ça va aller&#8230;)<br />
Il faut briefer et débriefer ceux qui veulent tenter<br />
L’aventure.<br />
Seul, tu n’y arrives pas.<br />
Quelques amis, un amphithéâtre, une brochette<br />
de micros.<br />
Avec un casque amplifié sur les têtes, voilà que ta ré-<br />
volution commence.<br />
Installe un écran, fais jaillir des cris.<br />
Bien.<br />
Toutes les notions vont se mêler, du courant électrique<br />
sur toutes les têtes.<br />
Donc, un angle commercial, quelques rendez-vous,<br />
une réunion.<br />
Une réunion pour l’attribution des rôles.<br />
Mirabeau peut faire Danton, Saint-Just ressembler<br />
à Rousseau.<br />
Soude les équipes, installe une cafétéria jour et nuit.<br />
Dans l’amphithéâtre révolutionnaire, il y aura des mi-<br />
cros,<br />
des micros innombrables et invisibles que le brouhaha<br />
couvrira.<br />
Si elle sait démasquer les traîtres, ta révolution rapport-<br />
era beaucoup.<br />
Sur un mode compétitif, place tes personnages puis<br />
attends :<br />
Celui qui dit qu’il faut aplanir les inégalités sera légè<br />
rement applaudi,<br />
avec l&#8217;expression bourgeoisie, il fera son beurre.<br />
Il faut considérer que chaque mot compte et peut être<br />
côté en bourse.</p>
<p>&nbsp;</p>
]]></content:encoded>
					
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			</item>
		<item>
		<title>Altrove, dove se no</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2026/03/06/altrove-dove-se-no/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[andrea inglese]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 06 Mar 2026 06:52:11 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[dispatrio]]></category>
		<category><![CDATA[poesia francese contemporanea]]></category>
		<category><![CDATA[Séverine Daucourt]]></category>
		<category><![CDATA[Silvia Marzocchi]]></category>
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					<description><![CDATA[di <b>Séverine Daucour</b>  <br />
Traduzione di <b>Silvia Marzocchi</b>  <br /> Per una risposta, o per ottenere un cessate il fuoco, preferiresti confessare, che è tutta colpa tua, ma non trovi, di cosa essere colpevole.
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Séverine Daucourt</strong></p>
<p>Traduzione di <strong>Silvia Marzocchi</strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong> </strong></p>
<p>In camera, rimbocchi le lenzuola, sugli urli, di sotto.</p>
<p>Ti avventuri, una notte dopo l’altra, fuori dal letto, metti il sonno,<br />
in un cestino, per il lupo più tardi, avrà fame.</p>
<p>Le parole rimangono sull’orlo, senza rifugio, dei tuoi denti, le tue palpebre spalancano,<br />
l’oscurità, vorrebbero chiudersi, e farla tacere.</p>
<p>Nel buio, nonostante la guerra, il bisogno di essere cullata, salvata.</p>
<p>Chi potrebbe tenere il tuo corpo, mentre soffochi la tua bambola?</p>
<p>Con cautela, dischiudi le mani, sulla tempesta.</p>
<p>Varcata la soglia, vuoi raggiungere l’uscita, vicolo cieco, che senza scampo, ti respinge.</p>
<p>Un piede dopo l’altro, prosegui, distendi le gambe piano piano, il fiato preso, in fallo,<br />
d’incomprensione.</p>
<p>I tuoi fratelli già, fanno scorrere le barricate, insieme proseguite, in geometria invariabile, contro il vento.</p>
<p>Lo spazio si dilata, intorno a voi, fatta la conta, uno due tre stretti, il piccolo battaglione.</p>
<p>Vi arrampicate per i gradini, interminabile discesa, nella tromba delle scale, un inferno da attraversare, che vi assedia, e si vendica di cosa, su di voi.</p>
<p>Il caos incalza, vi stringete, fate fronte al rischio, compatti, ciascuno si sente responsabile dell’altro, tu hai paura per il piccolo, il grande ha paura per te, insieme avete paura per i vostri genitori, non serve parlarsi o guardarsi, ogni paura circola, e una si aggira più spaventosa di un ciclone, più forte di quella di morire o di vedere morire, la paura non si sa di cosa, di essere disintegrati, dimenticati, nella propria casa.</p>
<p>L’acqua è già sgorgata, dai tuoi occhi aperti, ma i tuoi occhi si rifiutano, di annegare.</p>
<p>Il suo viso stravolto, dove gocciola il sangue, dalla pelle graffiata, dirotta il tuo sguardo, al largo dei tuoi piedi, scruti il pavimento, non puoi muoverti, ti accontenti, di fargli sentire, che si deve rialzare, tuo padre, perché cessi quell’urlo che ti sbatte contro, il cranio, ma la terra gira, sotto di voi.</p>
<p>Sei intrappolata tra quel particolare – la goccia di sangue sulla sua guancia – e il cosmo.</p>
<p>La segui, lei non dice scegliere dice seguire, dovrai rinunciare, al papà seduto, sul divano bianco, indifferente al sole dell’alba, che sta filtrando, eppure a lui piace, l’estate.</p>
<p>Esiti, a abbandonare il suo sguardo, labirintico, come sperduto, in senso unico.</p>
<p>Ma il baccano ricomincia, allora la segui, questa madre cieca, al tuo sacrificio.</p>
<p>Per abbreviare, ti alleni, a farti trasparente.</p>
<p>Per una risposta, o per ottenere un cessate il fuoco, preferiresti confessare, che è tutta colpa tua, ma non trovi, di cosa essere colpevole.</p>
<p>Vi fa svolazzare, non te la senti di ballare, né di uscire per farti notare, quando tutta agghindata, taglia le curve come un fendente.</p>
<p>Sul suo cappotto, cinturata per bene, posi il viso furtiva, il resto non ti appartiene.</p>
<p>Una volta arrivati, bisogna continuare, ascoltare la furia, spiattellare l’intimità cruda, e la tua voce inciampa, tra due raffiche, perché il piccolo, cerca il suo pupazzetto.</p>
<p>La notte rasa al suolo, allo spuntare del giorno, siete profughi, questa casa è buia, perché non è la vostra.</p>
<p>Raccogli le braccia, cerchi di tenere il corpo, fuori dall’agonia, esplorare qualcos’altro, cambiare menù, buttare via gli archivi, fare come quei vicini, carini.</p>
<p>Ti chiedi se da qualche parte puoi trovare, un rimasuglio di certezza.</p>
<p>Non dici nulla.</p>
<p>La tua mano tiene qualcuno che ti tiene.<a href="#_ftn1" name="_ftnref1">[1]</a></p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align: center;"><strong>⊗⊗</strong></p>
<p><strong>Una chiacchierata con Séverine Daucourt</strong></p>
<p>A cura di <strong>Silvia Marzocchi</strong></p>
<p>Séverine, hai cominciato a pubblicare all’inizio degli anni 2OOO, situando la tua scrittura chiaramente nell’ambito della poesia contemporanea con testi come per esempio <em>l’Île écrite (</em>Éditions Jacques Brémont, Prix Ilarie Voronca 2003) o <em>À trois sur le qui-vive</em> (Éditions La lettre volée, 2012). In questi libri spicca soprattutto il lavoro sulla lingua, in particolare una rielaborazione molto personale della sintassi e del modo di assemblare le parole, cosa che produce uno slittamento del senso e un suo diverso riverbero sul lettore mentre procedi per tocchi ‘impressionistici’, per così dire, benché incisivi. Ultimamente, invece, direi da <em>Transparaître</em> in poi (Éditions Lanskine, 2019), stai andando sempre di più verso una poesia narrativa come se volessi oggi raccontare in modo più esplicito lo svolgersi di una storia o della tua storia, cosa che fai chiaramente in <em>Décharge</em> (Éditions Lanskine, 2025) anche se rimpiazzi l’io narrante con un ‘tu’. E il tuo prossimo libro <em>Le Monsieur</em>, che uscirà in aprile 2026 per le Éditions Dalva, sarà un romanzo.</p>
<p><em>Ci puoi parlare un po’ del tuo lavoro e della sua evoluzione ?</em></p>
<p>Séverine Daucourt:</p>
<p>Con gli anni e libro dopo libro il mio rapporto alla narrazione è andato modificandosi mentre nel frattempo la mia voce si faceva via via più chiara – la marginalità e la dissidenza rispetto alla lingua andavano diminuendo come se uno spazio comune, un rapporto meno conflittuale con la norma, diventassero a poco a poco una possibilità. L’impressionismo che descrivi riflette il desiderio che avevo di lasciare emergere nella parola scritta rappresentazioni inaspettate, di stanare il senso, di giocare con tutte le polisemie, di addentrarmi sempre di più nella lingua, farla mia complice, un rifugio possibile dove sperimentare senza temere che dietro il senso di una parola se ne potesse nascondere un altro, ma di poterci anzi giocare, di uscire finalmente dallo stato di allerta permanente, di sentirmi fiduciosa nella forma poetica come in niente altro.</p>
<p>Mi sono molto tranquillizzata scrivendo e misurandomi con un’esperienza che magicamente si ripeteva e mi provava l’esistenza della lingua sulla quale potevo contare. La lingua quindi c’era, si riproduceva, e mi sforzavo di estrarne qualcosa per tradurre se non altro la sua semplice presenza. Non sapevo ancora bene quello che volevo dire. Lasciavo fare le parole, affascinata dallo loro plasticità. Mi mostravano tutte le loro possibilità.</p>
<p>La poesia è un territorio di libertà totale dove la scrittura può disorientare o affascinare e la mia ricerca si è a lungo limitata a una ricerca di confronto con l’inedito – in altre parole, a inventare la mia propria lingua, cosa che lungi dall’essere una terapia è piuttosto un sintomo recalcitrante.</p>
<p>Dai testi dove sperimentavo la lingua manipolandola radicalmente per farci entrare un’esperienza indicibile, sono via via arrivata a intravvedere, a considerare una storia, la mia, come qualcosa che poteva essere raccontata con una lingua sempre più frontale mentre la narrazione – il mio romanzo personale- si faceva al tempo stesso più chiara. Questo mi ha permesso l’evoluzione di cui parli.</p>
<p>Dopo “l’impressionismo” – queste epifanie scaturite da una forma che sfiorava a volte una sorta di ermetismo –, i testi retrospettivamente composti a partire da frammenti, e trent’anni di scrittura, sono approdata a una narrazione più lineare – per quanto si presti ancora a interpretazioni diverse.</p>
<p>Il soggetto dei miei libri quindi è sempre stata la forma insieme alla rivolta intima con la quale questa forma ha di volta in volta cercato di coincidere. Più la rivolta intima è diventata chiara più si è fatta condivisibile. Più l’intimità – che da sempre è la mia materia prima – è diventata esplicita e più si è rivelata politica e meno personale &#8211; benché paradossalmente più letteralmente aderente alla mia esperienza, a fatti precisi riaffiorati alla memoria -, ed è andata verso qualcosa di “comune”. La mia scrittura, mio malgrado, ha quindi assunto una tonalità socio-poetica.</p>
<p>I miei ultimi testi non aspirano a essere testimonianze, anche se hanno anche quel valore, ma a mostrare le violenze sistemiche – neoliberali in <em>Poudreuse</em>, (Éditions MF, 2025), patriarcali, famigliari, mediche in <em>Décharge</em>.</p>
<p>Il genere poetico, quale l’ho qui indicato, consente di nominare senza ridurre i fatti a semplici aneddoti. Apre e dispiega il tema forzandolo in una forma che lo sovverte e universalizza al contempo. Dando modo alle parole di risuonare altrimenti può testimoniare in modo sensibile di tutta la loro complessità, grazie ad addensamenti, affioramenti o germinazioni significanti (un impressionismo ancora presente, ma in modo diverso), che la prosa classica o il saggio non permettono.</p>
<p>Quando in <em>Décharge</em>, che è il mio ultimo libro di poesia pubblicato, ho realizzato quello che a mia insaputa e in filigrana contenevano già i miei libri precedenti mi sono sentita “capace”, senza averlo premeditato, di scrivere una storia in prosa. Il libro che segue <em>Décharge </em>è un romanzo breve, una favola intitolata <em>Le Monsieur</em>, che rimane comunque poetico perché costruito facendo leva abbondantemente sui meccanismi della lingua più che su un intreccio avvincente. Il mio prossimo libro è quindi un romanzo ma non lascio la poesia. Non è cambiato il mio rapporto alla lingua ma il mio rapporto alla narrazione. Mi sta sempre e ancora a cuore circoscrivere la scrittura di un libro alla necessità di designare l’innominabile, qualcosa di chiuso fuori dal linguaggio. Il prossimo libro non sfugge a questo principio. Che poi è quello che mi aspetto dalla letteratura e mi sforzo di applicare al mio lavoro.</p>
<p><em>Come rientra il tuo essere donna nella tua pratica?</em></p>
<p>Séverine Daucourt:</p>
<p>Mi è molto difficile rispondere a questa domanda, mi è difficile capirla. Ho sempre cercato, scrivendo poesia, di disfare questa differenza imposta, uomo &lt;—&gt; donna, e così disfacendo di agire se non altro sulla lingua. Da sola, però, non posso agire molto sulla lingua e ancora meno sulla poesia. In quanto poeta, basandomi su quello che costituisce la mia differenza biologica, ormonale, umorale, ho potuto contribuire, come altre “donne”, all’apertura della poesia rappresentandola da una prospettiva eterodossa più o meno benaccetta. Nei miei libri ho parlato del mio vissuto, che è quello di un essere dotato di un utero e di due ovaie, un essere che si è conformato troppo a lungo alle ingiunzioni di genere. Ma al di là di questa condizione, il tema che attraversa i miei testi è quello delle minoranze, del rapporto tra margini e centro e non ho molto da teorizzare se non quello che ho già scritto nei miei libri.</p>
<p>Cerco semplicemente, come tutt3 noi – donne ma anche pazz3, queer, immigrat3…, l’insieme degli individui all’opposto delle categorie dominanti – di agire dando voce a una parola singolare, a prescindere da comunità immaginarie, anche se senza dubbio faccio parte ad alcune di queste.</p>
<p>Se il mio essere donna impregna la mia pratica, allora spero che possa servire da antidoto al discorso scientifico, giuridico, commerciale che strutturano il pensiero generale legato a un modello che si fonda sulla differenza sessuale e sul capitalismo patriarcale. Spero che il mio corpo, insieme al corpo delle altre donne scrittrici, agirà un giorno sul corpo della lingua attraversandolo e modellandolo con le nostre ferite e che questo si ripercuoterà sul corpo sociale.</p>
<p style="text-align: center;"><strong>⊗</strong></p>
<p><strong>Cenni biografici</strong></p>
<p>Séverine Daucourt nasce a Belfort nel 1970. Sin dagli anni 2000 si è imposta come voce importante nella scena poetica francese anche esplorando la dimensione scenica e orale dei suoi testi all’incrocio tra teatro, spoken word e canzone. Dirige il laboratorio di creazione poetica del Jeune Bureau de la Comédie Française e programma ogni mese il Labo Poétique della Maison de la Poésie di Parigi. Ha animato vari laboratori di scrittura nelle scuole, università, servizi sociali e di assistenza sanitaria. La sua opera spazia dall’autobiografico alla riflessione socio-poetica. È psicologa e traduttrice dall’islandese. Il suo ultimo libro,<em> Décharge</em> (Éditions Lanskine, 2025), è un lungo poema in cui esplora come l’incesto e le violenze intra-familiari foggino un infanzia e inducano un silenzio tenace.</p>
<p><em>Bibliografia recente</em></p>
<ul>
<li>Dégelle, La Lettre Volée, 2017</li>
<li>Transparaître, Lanskine, 2019</li>
<li>Noire Substance, Lanskine, 2020</li>
<li>Les Éperdu(e)s, petit précis de psychiatrie poétique, Lanskine, 2022</li>
<li>Transparaître (encore), Lanskine, 2023</li>
<li>Poudreuse, éditions MF, 2025</li>
<li>Décharge (signé Séverine), Lanskine, 2025</li>
<li>Le monsieur (roman), di prossima pubblicazione nel marzo 2026 per le éditions Dalva</li>
</ul>
<blockquote class="wp-embedded-content" data-secret="mdAOraP6fn"><p><a href="https://severine-daucourt.com/">Homepage</a></p></blockquote>
<p><iframe class="wp-embedded-content" sandbox="allow-scripts" security="restricted" title="« Homepage » &#8212; Séverine Daucourt" src="https://severine-daucourt.com/embed/#?secret=7xoMmcpA5t#?secret=mdAOraP6fn" data-secret="mdAOraP6fn" width="600" height="338" frameborder="0" marginwidth="0" marginheight="0" scrolling="no"></iframe></p>
<p><a href="#_ftnref1" name="_ftn1">[1]</a> (N.d.T.) Sulla genesi e sulla traduzione di <em>Altrove, dove se no</em></p>
<p>Questo testo è stato scritto di getto quando Séverine si è resa conto che stava per scadere il tempo per una borsa alla quale voleva concorrere per una residenza artistica. Ed è in questa forma che è uscito sulla rivista Sarrazine n°24, 2024. In seguito l’autrice l’ha ripreso e sviluppato fino a farne un libro, <em>Décharge</em> (Éditions Lanskine, 2025) nel quale passi di questo testo embrionale sussistono qua e là. Ovviamente la forma è cambiata, per esempio le virgole che nel libro sono saltate. La versione che ho tradotto qui è quella che si trova nella rivista Sarrazine n°24, dove le virgole, che ho praticamente lasciato tali e quali, non hanno quasi mai una funzione grammaticale. Ho scelto di lasciarle perché hanno una chiara funzione ritmica: ritmano il respiro, o meglio lo rendono affannoso, ansante e infondono nel testo una sensazione di mancanza d’aria.</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Forma lavoro n°1 / Nome di un animale</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2026/03/04/forma-lavoro-n1-nome-di-un-animale/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[andrea inglese]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 04 Mar 2026 06:03:57 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[dispatrio]]></category>
		<category><![CDATA[Alessandra Cava]]></category>
		<category><![CDATA[Antoine Mouton]]></category>
		<category><![CDATA[lavoro]]></category>
		<category><![CDATA[poesia francese contemporanea]]></category>
		<category><![CDATA[ricerca letteraria]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.nazioneindiana.com/?p=118409</guid>

					<description><![CDATA[di <strong>Antoine Mouton</strong> <br /> traduzione di <strong>Alessandra Cava </strong> <br /> Buongiorno, sono ministro e ho appena messo a punto un veicolo per ricondurre le persone verso l’impiego. / Le persone deviano dall’impiego, è molto seccante. Le si vede dappertutto, tranne che al lavoro. ]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><em>[Visto che le scrittrici e gli scrittori non parlano volentieri di lavoro, di quello che fanno accanto, sopra o sotto, quello di scrivere, e parlano vagamente di come sia trattato il loro lavoro “letterario”, e visto che scrittori o no,&nbsp;<a href="https://www.nazioneindiana.com/2021/04/30/di-lavoro-non-ne-parliamo-per-favore/">nessuno ha una gran voglia di parlare del lavoro che fa</a>, ci siamo detti a Nazione Indiana che potremmo parlarne un po’ di più, un po’ programmaticamente. Cioè al di fuori dei<a href="https://www.nazioneindiana.com/2025/12/19/leggi-scrivi-crepa-3-articoli-sulla-crisi-editoriale/">&nbsp;periodici soprassalt</a>i. </em>È adesso <em>Alessandra Cava, poetessa e traduttrice, a proporre un suo personale progetto di esplorazione del &#8220;lavoro&#8221;, attraverso voci inedite in Italia della poesia francese contemporanea. Settimana scorsa <a href="https://www.nazioneindiana.com/2026/02/27/pagat%C9%99-per-scrivere/">un pezzo</a> di Gaia Benzi. </em><em>a. i.]</em></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>da <strong>Antoine Mouton</strong>, <em>Nom d’un animal</em> (La Contre Allée, 2025)</p>
<p>traduzione di <strong>Alessandra Cava</strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Ho perso il lavoro.<br />
L’ho cercato bene, non lo trovo più.</p>
<p style="padding-left: 40px; text-align: left;">Come se il solo vero lavoro<br />
fosse stato sotterrare<br />
e non lasciare tracce.</p>
<p style="text-align: right;">Impiegato per sparire.</p>
<p style="padding-left: 40px;">Ingaggiato per scavare un buco<br />
e finirci dentro.</p>
<p>Il lavoro mi è caduto dalle mani, dove avevo la testa? A quanto pare scalciava in due o tre punti del corpo. Ma se ho fatto resistenza è stato a mia insaputa. Nell’insieme ero docile, nei dettagli un po’ meno. Ho lo stomaco fazioso, il polmone sedizioso, la milza sovversiva.<br />
Basta qualche organo eversivo<br />
per creare una zona dissidente.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align: left;">Fare cancella.<br />
<span style="color: #ffffff;">&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;.</span>Fabbricare dissipa.<br />
<span style="color: #ffffff;">&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;.</span>Obbedire dissolve.<br />
Sottomettersi distrae da sé.<br />
<span style="color: #ffffff;">&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;</span>Appartenersi?<br />
<span style="color: #ffffff;">&#8230;&#8230;&#8230;</span>Perché?</p>
<p>Avevo messo in un cassetto le mie esigenze. Avevo rassettato il desiderio, rivestito le attese, pettinato l’entusiasmo. Nessun sogno aveva mai oltrepassato la porta della mia camera, nessuna collera aveva attraversato le pareti della mia pancia.</p>
<p style="padding-left: 360px; text-align: right;">Lasciavo il mondo dominare dentro di me<br />
e andavo a cercare altrove<br />
una possibile libertà fuori da me.</p>
<p>Ma ero fuori di me perché non potevo essere libero.</p>
<p>Parlare mi è successo senza premeditazione.<br />
Tutta colpa dell’aver visto<br />
quello che accadeva<br />
e quello che non.</p>
<p style="padding-left: 40px;">E poi in ogni caso<br />
i sentimenti si faranno più densi.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>E così tutto quello che ho fatto l’ho fatto con amore.<br />
Questo la dice lunga sull’amore.</p>
<p>Ho fatto i compiti, ho fatto un viaggio in Italia e la spesa, ho fatto storie e casini, ho fatto i piatti e il muso lungo, il furbetto e il palo, ho persino fatto il morto aspettando di trovare di meglio &#8211; non c’è dunque nient’altro da vivere se non fare?</p>
<p style="text-align: left;"><span style="background-color: #ffffff; color: #ffffff;">&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;</span>Che fare?<br />
<span style="color: #ffffff;">&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;</span>E come farlo?</p>
<p>E cosa posso dire<br />
quando spesso ho dovuto opporre<br />
fare<br />
e pensare?<br />
Vivere e parlare?</p>
<p>Allora ho fatto le mie ore.<br />
Le ho fatte, ogni settimana.<br />
Come la gallina l’uovo.</p>
<p style="text-align: right;">Ma ho spesso mancato d’essere.</p>
<p>E avrò fatto il mio tempo senza mai averne.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Buongiorno, sono ministro e ho appena messo a punto un veicolo per ricondurre le persone verso l’impiego.<br />
Le persone deviano dall’impiego, è molto seccante. Le si vede dappertutto, tranne che al lavoro. Le si vede per strada, le si vede sulle panchine, le si vede senza motivo.<br />
Sono ministro e terrò il volante. E metterò la sicura per i bambini.</p>
<p>Il problema del lavoro è che dentro ci sono delle persone.<br />
E ci sono addirittura delle persone che non sono dentro.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Le persone sono al bar. Bevono caffè, c’era da immaginarselo. Parlano oppure no, fanno ciò che vogliono, anche se spesso le persone fanno ciò che non vogliono.<br />
Ed ecco due che portavano avanti una bella conversazione prima di entrare, ma si sono seduti e non hanno trovato più niente da dirsi. Il caffè è servito, loro sono bloccati. Intorno a loro alcuni affrontano un tema cruciale. Aspettavano questo momento da molto tempo. Il bar offre occasioni.<br />
Quindi c’è molta gente. E poche persone si conoscono. Si incontrano dei turisti, stanchi di vedere tutto. Hanno bevuto caffè in Australia, in Italia, in Mongolia, in Cile, nel Mali, a Napoli Tripoli Bali Delhi, e adesso qui. Alla fine della loro vita avranno bevuto tutti i caffè del mondo. Ci sarà un buco nella loro pancia che li condurrà all’altro capo della Terra.<br />
Conosciamo il proprietario, simpatizziamo col cameriere, cogliamo l’occasione per fare una telefonata. Veniamo per leggere la griglia del cruciverba completata da qualcun altro, come fosse un messaggio a noi destinato. Ci concediamo un calo di pressione sotto sorveglianza. Eravamo già qui ieri alla stessa ora. E per molti di noi è il solo luogo in cui poter ordinare.<br />
Pensiamo anche a quelli che non vediamo mai. Poiché l’invisibile è al bar. Davanti alla tazzina, ci si trova al buio. Lo inghiottiamo in un lampo, provoca in noi qualcosa. L’emozione ci afferra, il ricordo si affaccia. Facciamo il buono e il cattivo tempo, oppure una lavata di capo a qualcuno che non se lo aspettava.<br />
Se è tutto pieno non mi lamento, il mio bar è anche delle persone che non conosco: tornerò domani, più tardi, mai. Un giorno le persone non tornano. Al lavoro lo si nota, qui no.<br />
Le persone si distribuiscono intorno ai tavoli a seconda dell’ora di arrivo. Di tanto in tanto vengono qui per motivi politici. Talvolta per questioni personali. Particolari. Strane. Inammissibili. Indefinite. Per cambiare aria. Per cambiare vita. Per lamentarsi di quello che è cambiato. Ogni sorta di ragioni conduce alla tazzina. Il conto arriva senza commenti. In questo grande tutto la mia tazzina è minuscola, ma mi fido di lei.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Vorrei trovare un lavoretto.<br />
Che possa stare in tasca, che entri in testa e non ne esca più.<br />
Che faccia il giro della testa per contenere i miei pensieri.</p>
<p>Cerco un lavoro che non strabocchi, come una vasca da bagno con un buco.<br />
Non mi dispiacerebbe lavorare un poco, un po’ qui e un po’ là, senza decidere. Sarebbe di mio gusto.<br />
Cerco un lavoro che abbia i miei stessi gusti. Per il momento, assaggio.</p>
<p>Cerco un lavoro senza retrogusto amaro, con note legnose nel finale.<br />
Cerco un lavoro che entri tutto intero nella mia vita senza allargarla.<br />
Cerco un lavoro compiuto, che abbia già dato i suoi frutti.<br />
Cerco un lavoro in forma di frutto, ma di cui non resti che il torsolo.</p>
<p>Cerco un lavoro docile, amabile e sorridente.<br />
Che abbia la mia stessa identica età.<br />
Con un taglio a scodella e delle lunghe ciglia.<br />
E un po’ di conversazione.</p>
<p>Cerco un lavoro che mi parli, ma solo nei giorni in cui ho voglia di ascoltarlo.<br />
Cerco un lavoro lento, che si prenda tutto il tempo. Il suo tempo, non il mio.<br />
Cerco un lavoro irregolare, con i bordi tutti storti, i contorni sfumati.<br />
Cerco un lavoro che giochi.</p>
<p>Cerco un lavoro con gli occhi bene aperti, visibile ma anche veggente, fosforescente.<br />
Cerco un lavoro effervescente, che possa dissolversi in un bicchier d’acqua.<br />
Cerco un lavoro che non mi riguardi, che non mi chieda di partecipare.<br />
Cerco il lavoro che sappia trasformarmi in ciò che non sono abbastanza. Chiudo gli occhi, mi ci vedo, mi ci trovo bene.</p>
<p>Quello che preferisco del lavoro, è cercarne uno che possa andarmi bene.<br />
Purché non mi succeda mai.<br />
Di fatto cerco un lavoro, ma non è vero.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Sono ministro e penso che non si consenta abbastanza alle persone di risollevarsi.<br />
Le persone possono strisciare, trainare, saltellare.<br />
Possono squattare, zigzagare, ondeggiare, manifestare, palpitare, mantenere la rotta o rompersi.<br />
Scorrazzano, si dimenano, vagabondano,<br />
ma non si risollevano abbastanza.</p>
<p>Sono ministro e ho un punto di vista:<br />
le persone sono troppo inoccupate.</p>
<p>Sono ministro e ho delle idee.<br />
Per esempio: ridurre la disoccupazione di massa.<br />
Ridurre la massa della disoccupazione.<br />
Rendere la disoccupazione più leggera almeno quanto lo yogurt.<br />
Creare una disoccupazione senza peso né volume, una disoccupazione diffusa, che galleggi nell’aria.<br />
La si percepisce appena. Alcune persone riescono a sentirla (c’è odore di disoccupazione qui), ma non tutte.<br />
Nella mia visione del mondo la disoccupazione diventa spettrale furtiva innocua una mollica di pane una nuvola di latte l’ultimo dei nostri pensieri l’ago nel pagliaio. Il lavoro prende peso volume muscolo grasso importanza. Il lavoro è dappertutto, impossibile evitarlo. Occupa persino i retrobottega e i binari morti.<br />
Ovunque si potesse ancora bighellonare, ormai si lavora.<br />
Il lavoro ha tentacoli allucinanti, pseudopodi deliranti.<br />
Il lavoro emana feromoni galvanizzanti.<br />
Il lavoro è talmente dappertutto che si trova anche nella disoccupazione.</p>
<p>I disoccupati diventeranno presto<br />
dei lavoratori come gli altri.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Ho delle competenze non tecniche. Condivido la mia vita con dei non-umani. La mia professione è una non-scelta. Esco da un periodo di non-attività che ho vissuto non senza timore. Il nonsense è l’umorismo che preferisco. Prima di essere un non fumatore, ero un non non fumatore.</p>
<p style="text-align: right;">Eppure ho detto sì a tutto.</p>
<p>Ho imparato a dissociarmi dalla violenza.<br />
Ma non a proteggermi da quella che mi viene inflitta.</p>
<p>A te piace quando il ministro comincia il suo discorso con: quello che i francesi non comprendono? Preferisci quando dice: quello che la gente si aspetta? Credi di aspettare qualcosa che non arriva o di non capire cosa succede veramente?</p>
<p>Testimonianza: avevo molti obblighi nel mio lavoro. Tutti i gesti che facevo erano studiati, cronometrati, sorvegliati e talvolta rettificati, o forse aggiustati, pardon, mi è scappata la lingua.<br />
E persino all’interno di questi gesti che non erano i miei ho trovato la libertà.<br />
E persino con le parole dell’azienda, ho potuto dire cose personali.<br />
All’inizio ne andavo fiero.<br />
Poi ho pensato: se un giorno finissi in galera, riuscirei a dimenticare che sono imprigionato.<br />
E all’improvviso mi sono reso conto: ma io sono imprigionato.<br />
Ed è questa libertà che trovo a ogni costo che mi impedisce di vederlo. Questa capacità che ho di trovare la libertà in qualsiasi situazione che permette l’incarcerazione.</p>
<p style="padding-left: 40px;">Le mie competenze<br />
hanno finito per darmi<br />
filo da torcere.</p>
<p>Testimonianza: ho avuto sempre tutto sotto controllo. Come un fachiro.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Andavo in ufficio tutti i giorni<br />
e tutti i giorni la stessa strada che prendevo senza riflettere<br />
ma un giorno la strada è svanita.</p>
<p>Era la fine di gennaio.<br />
Sono stato sorpreso da un odore di fiori.<br />
Ho cercato nei paraggi, non ho trovato niente<br />
mi sono avventurato più in là<br />
ho camminato e camminato ho errato<br />
non ho ritrovato la strada.</p>
<p>Più alcun ricordo dell’indirizzo<br />
il colore della porta, il nome dell’azienda<br />
non mi ricordavo più di niente.<br />
All’inizio mi sono preoccupato<br />
poi ho pensato:<br />
come ho fatto a non dimenticare prima?</p>
<p style="text-align: center;"><strong>⊗</strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Antoine Mouton</strong> è nato nel 1981. Ad oggi ha pubblicato undici libri &#8211; romanzi, racconti, poesie. <em><a href="https://lacontreallee.com/catalogue/nom-dun-animal/#:~:text=Journal%2C%20r%C3%A9cit%20introspectif%2C%20enqu%C3%AAte%2C,Couverture%20de%20Renaud%20Bu%C3%A9nerd.">Nom d’un animal</a></em> è il suo libro più recente, pubblicato dalla casa editrice francese <a href="https://lacontreallee.com/">La Contre Allée</a> nel 2025. La compagnia teatrale <a href="https://newsite.jeannesimone.com/">Jeanne Simone</a> ha ideato una versione scenica danzata di questo testo, destinata allo spazio pubblico.</p>
<p>&#8211;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>Forma lavoro</em> è un progetto di <a href="https://www.instagram.com/aleelaale/">Alessandra Cava</a> che raccoglie materiali intorno alle parole d’ordine del lavoro, per maneggiarli o manometterli attraverso pratiche di scrittura, montaggio, traduzione.</p>
<p>&nbsp;</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>I poeti appartati: Anna Ayanoglou</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2026/03/02/i-poeti-appartati-anna-ayanoglou/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[francesco forlani]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 02 Mar 2026 06:00:31 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[dispatrio]]></category>
		<category><![CDATA[Anna Ayanoglou]]></category>
		<category><![CDATA[Francesca Spinelli]]></category>
		<category><![CDATA[I poeti appartati]]></category>
		<category><![CDATA[Luigi Toni]]></category>
		<category><![CDATA[Valigie Rosse]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.nazioneindiana.com/?p=118235</guid>

					<description><![CDATA[di <b>Anna Ayanoglou</b> <br />La ragazzina e la madre al banco della carne
– frangia pazza, permanente melanzana,
che bestemmia suo malgrado e sottrae a caso –
il sorriso, meno i denti, del venditore di patate
quel che racchiudono di sfida o umanità]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><img loading="lazy" class="aligncenter size-full wp-image-118237" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/03/Ayanoglu.jpg" alt="" width="382" height="586" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/03/Ayanoglu.jpg 382w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/03/Ayanoglu-196x300.jpg 196w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/03/Ayanoglu-274x420.jpg 274w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/03/Ayanoglu-150x230.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/03/Ayanoglu-300x460.jpg 300w" sizes="(max-width: 382px) 100vw, 382px" /></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Sacco Amniotico</strong></p>
<p>Risuona e odora<br />
e se osi parlare, se superi il fossato<br />
il grande seno della lattaia<br />
strizzato nell’abito a pois bianchi ti accoglie<br />
– lei che indicando dice: non prendere questo tvorog,<br />
è andato<br />
la ragazzina e la madre al banco della carne<br />
– frangia pazza, permanente melanzana,<br />
che bestemmia suo malgrado e sottrae a caso –<br />
il sorriso, meno i denti, del venditore di patate<br />
quel che racchiudono di sfida o umanità<br />
– al mercato di Vilnius, se ognuno ti rapisce<br />
è perché ognuno indossa l’anima al di fuori.</p>
<p><strong>Poche amniotique</strong></p>
<p>Il sent et il résonne<br />
et pourvu que tu oses parler, que tu passes le fossé<br />
c’est le gros sein de la crémière<br />
compressé sous la robe à pois blanc qui t’accueille<br />
– celle qui dit en le pointant : ne prenez pas ce tvorog-là, il est passé<br />
la gamine et sa mère à la viande<br />
– frange folle, permanente betterave<br />
qui jure sans pouvoir s’empêcher et soustrait au hasard –<br />
le sourire, dents en moins, du vendeur de patates<br />
ce qu’il y a dedans d’humanité ou de défi<br />
– aux halles de Vilnius, si chacun te ravit<br />
c’est que chacun porte son âme à l’extérieur.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align: center;"><strong>*</strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Attraverso i retaggi</strong></p>
<p>Una dimora in legno<br />
una domenica a saggiare la città<br />
Due piani ambra rossa<br />
benessere furtivo</p>
<p>In fondo a un vicolo, il retro<br />
tre torri spioventi si sporgono – e rifugio<br />
e abbraccio</p>
<p>Oltre i rami, la veranda<br />
con le finestre a mezzaluna<br />
e la reminiscenza</p>
<p><em>– Ekaterina Sergeevna, prenderete freddo!</em></p>
<p>che scansa il presente<br />
nel flusso del romanzo –<br />
i cucchiai di stagno<br />
il pesante pendolo dell’orologio<br />
e i centrini bianchi</p>
<p>Oltre i tramezzi elaborati<br />
una vita estranea alle necessità<br />
del rendimento</p>
<p>nel retro del tempo</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Par les héritages</strong></p>
<p>Une demeure en bois<br />
un dimanche à éprouver la ville<br />
Deux étages ambre rouge<br />
un bien-être furtif</p>
<p>Par une allée, l’arrière<br />
les trois tours à pignon s’avançant – et refuge<br />
et étreinte</p>
<p>Derrière les branches, la véranda<br />
aux fenêtres en demi-lune<br />
et la réminiscence</p>
<p>– Ekaterina Sergueïevna, vous allez prendre froid !</p>
<p>écartant le présent<br />
dans le flot du roman –<br />
les cuillers en laiton<br />
le lourd balancier de l’horloge<br />
et les napperons blancs</p>
<p>Derrière les cloisons ouvragées<br />
une vie hors des nécessités<br />
du rendement</p>
<p>à l’arrière du temps.</p>
<p style="text-align: center;"><strong>*</strong></p>
<p><strong>A occhi chiusi</strong></p>
<p>Ti scioglierai nella sua stretta<br />
meravigliata, pregando la morte<br />
che l’ha sfiorato prima del vostro incontro<br />
di abbandonartelo –<br />
ne sposerai la terra e la memoria<br />
che s’insinueranno da ogni lato –<br />
ma ne sentirai prima solo il brivido<br />
che aggiungeranno alla sua bellezza –<br />
abbraccerai la sua follia<br />
sorda agli allarmi<br />
e credendoti immune al destino<br />
lo stringerai più forte ancora</p>
<p><strong>Les yeux fermés</strong></p>
<p>Tu te fondras dans son étreinte<br />
émerveillée, priant la mort<br />
qui l’a tâté avant que tu ne le rencontres<br />
de te l’abandonner –<br />
tu épouseras sa terre et sa mémoire<br />
qui de partout s’insinueront –<br />
mais tu n’en sentiras d’abord que le frisson<br />
qu’ils ajouteront à sa beauté –<br />
tu embrasseras sa folie<br />
sourde aux alarmes<br />
et te croyant dure au destin<br />
tu l’étreindras plus fort encore.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align: center;"><strong>Diventare la straniera:</strong><br />
<strong>Anna Ayanoglou e il corpo come conoscenza</strong></p>
<p style="text-align: center;">di</p>
<p style="text-align: center;"><strong>Luigi Toni</strong></p>
<p>Non si attraversa uno spazio per spostarsi. Lo si attraversa per non lasciarsi dissolvere. In un tempo in cui le immagini precedono l’esperienza e spesso la sostituiscono, attraversare una città può diventare un gesto minimo di resistenza. Non si tratta di accumulare visioni, ma di sottrarre lo spazio al già visto, al già montato, alla memoria prefabbricata. Attraversare significa esporsi.<br />
Nella poesia di Anna Ayanoglou – nata in Francia nel 1985 da madre francese e padre greco – tutto è movimento, tutto è esposto al divenire. Si attraversano spazio e tempo per cercare un varco, un confine da superare. Si cammina per intercettare il possibile, l’intensità del luogo non ancora provato, il non ancora sperimentato. La traversata non è semplice spostamento geografico: è tensione verso ciò che la traduttrice definisce inéprouvé, ciò che non ha ancora trovato forma, o come scrive l’autrice tenendo sempre “il mio passo”. Ci si mette in cammino per non lasciare che la vita si prosciughi. E in Ayanoglou la vita coincide sempre con la scrittura. Scrivere è restare in movimento. È non sedimentare.</p>
<p><em>Le fil des traversées</em> (‘Il filo delle traversate’) — esordio pubblicato da Gallimard nel 2019 e tradotto ora, magnificamente, in italiano da Francesca Spinelli — nasce dalla partenza nel 2011 dalla Francia verso la Lituania e l’Estonia. Quella traiettoria geografica — tra Vilnius, Tartu, Parigi, Bruxelles — conduce verso nuove realtà urbane che diventano luogo di incontro e di ascolto. La città – una città “appresa” – diventa il luogo mai pienamente familiare che si attraversa come si attraversa una soglia: non per abitarla definitivamente, ma per sostare nell’intervallo.</p>
<p>L’esperienza di Ayanoglou tocca qualcosa di più profondo dello spostamento geografico. È una forma di Unheimlichkeit, di spaesamento: non l’eccezione, ma una condizione originaria dell’esistere. Sentirsi spaesati non significa semplicemente essere lontani da casa; significa non sentirsi mai del tutto a casa propria. L’esserci vive in questa oscillazione continua, sospeso tra un dentro e un fuori che non coincidono mai. Anche la quotidianità stessa porta con sé una crepa. È in quella fenditura che la poesia si insinua e il corpo si fa strumento di conoscenza. La raccolta si apre con un impatto corporeo:</p>
<p><em>Un colpo al cuore, uno allo stomaco</em><br />
<em>mi agguanta la paura – divertiti</em></p>
<p>Qui il corpo registra prima della coscienza. Uscire è un’urgenza, una necessità: quella di sottrarsi a una palude di “cuori secchi, / culi stretti e pance piene”. La scrittura nasce da questa urgenza di vedere, di divenire, allontanandosi da ogni forma di stasi, di impossibile “quiete”.</p>
<p><em>e voglio vedere, diventare</em><br />
<em>la straniera e intera darmi all’ignoto</em><br />
<em>non costruirò mai</em><br />
<em>dove mi sono assemblata</em></p>
<p>Diventare la straniera significa abbandonare l’illusione di costruire un’identità stabile, lasciare l’io assemblato in origine. Scogliere la forma compatta, costruita, per cercare l’ignoto, ciò che è altro da sé. Mettersi in uno stato di esposizione. Prendere una strada lasciandosi attraversare, seguendo un orizzonte che lasci “venire il familiare”. Vivere in uno spazio altro, zona inesplorata guidati da battiti “che precipita l’altrove” per farne un rifugio del possibile, una sorta di <em>finis terrae</em> “preservato da neon e slogan”.</p>
<p>Diventare straniera è diventare corpo che registra: sensazioni, luoghi, culture. Decifrare e assimilare, senza mai possedere del tutto. A partire dalla lingua, che inizialmente non ha presa in un luogo sconosciuto, è trasparente. Abitare lo spaesamento diventa condizione naturale della quotidianità. Sentirsi spaesato significa non sentirsi a casa, anche “trascinando vocali e sibili”, avvolti in un’intimità fragile. Sono traversate “senza paure” consapevoli dell’impossibilità del ritorno. Il punto di partenza resta immobile nel divenire mobile, mentre si attende il calare della notte e ci si stupisce che “tutto esista ancora insieme”.</p>
<p>La poesia è insieme voce, sguardo e paesaggio – in questa raccolta soprattutto paesaggio urbano. La città non è sfondo, ma campo del possibile: luogo in cui combinare sensazioni ed emozioni, cercando di decifrarle. Come in Benjamin, la città è lo spazio in cui ci si perde tra ritratti, incontri, volti, dettagli minimi, tutti colti “di passaggio, elevati da questo luogo che intimava loro sussurrando, la pace”. Ma lo stato resta quello dello smarrimento che non è dissoluzione, ma conoscenza del mondo visto attraverso un caleidoscopio.</p>
<p><em>L’angolo di parco si fa bosco di rovi</em><br />
<em>il viale, estuario</em></p>
<p>Lo sguardo trasforma, ma non domina perché la città oppone resistenza, non diventa “materna”, né luogo definitivo:</p>
<p><em>la città si tesse – mai</em><br />
<em>ti sarà materna</em><br />
<em>mai definitiva</em></p>
<p>Resta un nucleo di impenetrabilità. I luoghi sono irriducibili, solo apparentemente familiari. Non si entra mai del tutto. Si resta sospesi. È una sospensione che la stessa raccolta nomina: Impasse. Non un blocco definitivo, ma una soglia, un momento in cui l’attraversamento sembra arrestarsi e invece prepara un altro movimento. La lingua straniera amplifica questa esposizione, nella “felice trasparenza” che concede:</p>
<p><em>Nella felice trasparenza</em><br />
<em>che la lingua straniera ci concede</em></p>
<p>Ma quella trasparenza è fragile.</p>
<p><em>Sobbalzi nella lingua – l’ubriachezza</em><br />
<em>o forse la notte</em></p>
<p>Conoscere è sempre un sobbalzo. L’amore stesso diventa territorio provvisorio.</p>
<p><em>lui da solo è per me il paese</em></p>
<p>Ma la gioia non resta vapore.</p>
<p><em>La mia gioia, vapore, si è condensata</em><br />
<em>in biglie di ghiaccio</em></p>
<p>L’esperienza si solidifica, si raffredda a contatto con la storia, con le architetture segnate dal passato — quella “bianca schiena staliniana” che incombe come memoria non rimossa. Nella poesia di Ayanoglou il movimento non è solo tematico, ma strutturale. La sua opera si sviluppa come una sorta di matrioska: ogni libro contiene il seme del successivo. Dopo Le fil des traversées sono arrivati <em>Sensations du combat</em> e <em>Appartenir.</em> La scrittura cresce per germinazione interna, come organismo autonomo.</p>
<p>Non a caso la sua poesia oltrepassa continuamente i propri confini formali. Si muove verso il romanzo, verso l’autofiction, verso una forma di autobiografia disseminata. Non è poesia dell’istante isolato, ma della traiettoria. Si colloca sempre sul limitare, sulla soglia, negli interstizi. È una scrittura che abita il dentro-fuori, eccezionale punto di osservazione del reale. Essere sul confine significa non appartenere del tutto. Ma significa anche vedere meglio. Percorrere margini, delimitarli, farne luogo di conoscenza. In un testo successivo l’autrice scrive:</p>
<p><em>Attenta, però</em><br />
<em>a non inseguire una sterile quiete</em><br />
<em>– sei nata per essere attraversata</em></p>
<p>La consapevolezza è quella di un’impossibile quiete. Non c’è approdo definitivo, solo una ricerca continua e costante dell’osservazione — o meglio, dell’essere attraversata. Il filo delle traversate non promette integrazione, né consolazione, ma una pratica: attraversare spazio e tempo per cercare un varco, attraversare la lingua per cercare il possibile, attraversare sé stessi per non irrigidirsi nella forma.<br />
Diventare la straniera significa allora assumere lo spaesamento come condizione e come scelta. Esporsi con il proprio corpo, con la propria voce, in uno spazio che non garantisce appartenenza. Restare nella soglia per interrogare il mondo.</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>«Non è ancora l’ultimo febbraio…». San Valentino da una colonia penale russa</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2026/02/21/non-e-ancora-lultimo-febbraio-san-valentino-da-una-colonia-penale-russa/</link>
					<comments>https://www.nazioneindiana.com/2026/02/21/non-e-ancora-lultimo-febbraio-san-valentino-da-una-colonia-penale-russa/#comments</comments>
		
		<dc:creator><![CDATA[ornella tajani]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 21 Feb 2026 16:49:48 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[al volo]]></category>
		<category><![CDATA[dispatrio]]></category>
		<category><![CDATA[carcere]]></category>
		<category><![CDATA[Giulia Marcucci]]></category>
		<category><![CDATA[Ornella Tajani]]></category>
		<category><![CDATA[poesia]]></category>
		<category><![CDATA[Svetlana Petrijčuk]]></category>
		<category><![CDATA[Ženja Berkovič]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.nazioneindiana.com/?p=118915</guid>

					<description><![CDATA[a cura di <strong>Giulia Marcucci </strong> <br /> Ženja Berkovič è una regista e poeta russa, in carcere dal 2023 per apologia del terrorismo e «femminismo radicale e lotta all’assetto androcentrico della Russia». Presento qui in traduzione una sua poesia scritta il 14 febbraio 2025. "Il giorno di Valentino volge alla fine/Le donne stanno mute nello spiazzo/Vista di fiaba dalla finestra della quarantena"]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>&nbsp;</p>
<p><img loading="lazy" class="size-full wp-image-118916 aligncenter" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/02/Evgeniya_Berkovich.jpg" alt="" width="960" height="640" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/02/Evgeniya_Berkovich.jpg 960w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/02/Evgeniya_Berkovich-300x200.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/02/Evgeniya_Berkovich-768x512.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/02/Evgeniya_Berkovich-630x420.jpg 630w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/02/Evgeniya_Berkovich-150x100.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/02/Evgeniya_Berkovich-696x464.jpg 696w" sizes="(max-width: 960px) 100vw, 960px" /></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>a cura di <strong>Giulia Marcucci</strong></p>
<p>Ženja Berkovič (Leningrado, 1985), regista teatrale e poetessa (ha scritto anche versi contro la guerra in Ucraina) è stata arrestata a Mosca il 4 maggio 2023, e stessa sorte è capitata alla sceneggiatrice Svetlana Petrijčuk. Accusate di apologia del terrorismo e «femminismo radicale e lotta all’assetto androcentrico della Russia» per il loro spettacolo <em>Finist jasnyj Sokol</em> (<em>Finist falco coraggioso</em>), Berkovič e Petrijčuk sono state poi condannate nel luglio del 2024 a sei anni di reclusione penale. La pièce documenta la storia di alcune donne russe che, frequentando siti d’incontri online, vengono contattate dai combattenti della jihad, con i quali si fidanzano virtualmente. Al momento dell’incontro reale, tuttavia, per le “spose dell’Isis” le promesse d’amore si trasformano in una trappola: costrette a convertirsi, diventano loro stesse complici del terrorismo islamico. Una commissione di “esperti”, frutto dell’alleanza tra il Patriarcato di Mosca e il Ministero russo della pubblica istruzione, ha facilmente snaturato l’opera – che si poneva invece l’obiettivo di denuncia e critica di un fenomeno realmente presente nella società russa –, fino a ribaltarne il senso originario e annullarne il valore artistico.<br />
Erede di una famiglia di poeti emigrati (il padre) e di appassionati di teatro (il nonno, che mai poté iscriversi a una scuola di teatro per via delle origini ebraiche), di attivisti per i diritti dei prigionieri politici (la madre e la nonna materna, quest’ultima morta a San Pietroburgo dopo l’arresto della nipote), di vittime delle purghe staliniane (il bisnonno), oggi, dalla colonia penale nella regione di Kostromà dove è stata trasferita l’8 febbraio 2025, Ženja Berkovič continua a resistere e a scrivere versi e prosa, oltre a occuparsi di progetti di teatro.<br />
La poesia che qui proponiamo in traduzione italiana, scritta il 14 febbraio 2025, è stata di recente <a href="https://www.youtube.com/watch?v=pZtEa0aHz10">musicata</a> dalla cantante Diana Loginova, in arte Naoko, che nel novembre dello scorso anno ha lasciato la Russia dopo un «arresto a carosello» durato più di un mese, con l’accusa di screditamento delle forze armate per aver eseguito nel centro di San Pietroburgo brani di artisti bollati dal Cremlino come «agenti stranieri».</p>
<p>___</p>
<p>Il giorno di Valentino volge alla fine.<br />
Le donne stanno mute nello spiazzo.<br />
Vista di fiaba dalla finestra della quarantena.<br />
Dal cielo cade informe la neve.<br />
Lo spiazzo si copre in pochi secondi.<br />
Giorno di Valentino.</p>
<p>Cuore mio, non soffrire, non soffrire.<br />
A chi è là, nella lontananza sfocata<br />
in questo istante esatto nulla accade.<br />
Cuore mio, paranoico e bugiardo,<br />
non è ancora l’ultimo febbraio,<br />
passerotta stolta.</p>
<p>Non ancora consumato è il termine,<br />
nel modulo è pieno di righe non riempite,<br />
bianche come neve, sotto il cielo pesto.<br />
Cuore mio, non è altro che cinema.<br />
Le donne si sdraiano mute sul fondo<br />
con la neve.</p>
<p>Il cielo è ricoperto da un tappeto grigio,<br />
la nube striscia, come imbottita di vapore –<br />
vista di fiaba dal pozzo vuoto.<br />
Dal cielo cade informe un anno.<br />
Il giorno di Valentino si avvicina e aspetta.<br />
E dunque – non invano.</p>
<p>14.02.2025</p>
<p>___</p>
<p>День Валентина подходит к концу.<br />
Женщины молча стоят на плацу.<br />
Сказочный вид из окна карантина.<br />
С неба бесформенный падает снег.<br />
Плац заметает за несколько сек.<br />
День Валентина.</p>
<p>Сердце моё, не боли, не боли.<br />
С теми, кто там, в непроглядной дали<br />
Прямо сейчас ничего не случится.<br />
Сердце моё, параноик и враль,<br />
Это еще не последний февраль,<br />
Глупая птица.</p>
<p>Это еще не оконченный срок,<br />
В бланке полно незаполненных строк,<br />
Белых как снег, под растоптанным небом.<br />
Сердце моё, это просто кино.<br />
Женщины молча ложатся на дно<br />
Вместе со снегом.</p>
<p>Небо затянуто серым ковром,<br />
Туча ползет, как набитый паром —<br />
Сказочный вид из пустого колодца.<br />
С неба бесформенный падает год.<br />
День Валентина подходит и ждет.<br />
Значит — дождется.</p>
<p>&nbsp;</p>
]]></content:encoded>
					
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			</item>
		<item>
		<title>Hans Magnus Enzensberger. Due poesie in traduzione collaborativa</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2026/01/07/117487/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[ornella tajani]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 07 Jan 2026 06:00:02 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[diari]]></category>
		<category><![CDATA[dispatrio]]></category>
		<category><![CDATA[Andrea Landolfi]]></category>
		<category><![CDATA[CeST Centro studi sulla Traduzione]]></category>
		<category><![CDATA[Hans Magnus Enzensberger]]></category>
		<category><![CDATA[Ornella Tajani]]></category>
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					<description><![CDATA[a cura di <strong>Andrea Landolfi </strong> <br /> Nella prima settimana dell’ottobre 2025 si è svolta a Rio nell’Elba la seconda edizione della Scuola estiva di traduzione letteraria CeST “Lorenzo Claris Appiani”, organizzata dal Centro Studi sulla Traduzione di Siena. A coronamento dell’intenso lavoro svolto, ci si è misurati con la versione collegiale, che qui si propone, di due celebri poesie di Hans Magnus Enzensberger]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><img loading="lazy" class="size-full wp-image-117490 aligncenter" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/01/Schermata-2025-12-07-alle-13.14.05.png" alt="" width="654" height="499" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/01/Schermata-2025-12-07-alle-13.14.05.png 654w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/01/Schermata-2025-12-07-alle-13.14.05-300x229.png 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/01/Schermata-2025-12-07-alle-13.14.05-550x420.png 550w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/01/Schermata-2025-12-07-alle-13.14.05-80x60.png 80w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/01/Schermata-2025-12-07-alle-13.14.05-150x114.png 150w" sizes="(max-width: 654px) 100vw, 654px" /></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>a cura di <strong>Andrea Landolfi</strong></p>
<p>Nella prima settimana dell&#8217;ottobre 2025 si è svolta a Rio nell&#8217;Elba la seconda edizione della Scuola estiva di traduzione letteraria CeST “Lorenzo Claris Appiani”, organizzata dal Centro Studi sulla Traduzione dell&#8217;Università per Stranieri di Siena in collaborazione con l’Università degli Studi di Siena e quest&#8217;anno dedicata alla traduzione dal tedesco. Erano previsti due laboratori, uno per la prosa, uno per la poesia, coordinati rispettivamente da Daria Biagi e dal sottoscritto. In quest&#8217;ultimo, a coronamento dell&#8217;intenso lavoro svolto, ci si è misurati con la versione collegiale, che qui si propone, di due celebri poesie di Hans Magnus Enzensberger (1929-2022).</p>
<p>Per l&#8217;impegno e l&#8217;entusiasmo profusi nell&#8217;impresa comune ringrazio le allieve e gli allievi Silvana Ameruoso, Giorgia Aquila, Maria Lea Cassisi, Elisa Chiaffi, Astrida Cobanaj, Caterina D&#8217;Ambrosio, Maria Di Domenico, Matteo Gallo Stampino, Sophia Goracci, Beatrice Occhini, Marta Pacciani, Annalisa Russo, Rosario Santomarco Terrano, Maria Nunzia Sciacca, Beatrice Sensini, Valentina Visone.</p>
<p><em>__ </em></p>
<p><em>Die Scheisse</em>, 1964</p>
<p>Immerzu höre ich von ihr reden als wäre sie an allem schuld.<br />
Seht nur, wie sanft und bescheiden sie unter uns Platz nimmt!<br />
Warum besudeln wir denn ihren guten Namen<br />
und leihen ihn<br />
dem Präsidenten der USA, den Bullen, dem Krieg und dem Kapitalismus?<br />
Wie vergänglich sie ist,<br />
und das, was wir nach ihr nennen, wie dauerhaft!<br />
Sie, die Nachgiebige<br />
führen wir auf der Zunge<br />
und meinen die Ausbeuter.<br />
Sie, die wir ausgedrückt haben, soll nun auch noch ausdrücken unsere Wut?<br />
Hat sie uns nicht erleichtert?<br />
Von weicher Beschaffenheit<br />
und eigentümlich gewaltlos<br />
ist sie von allen Werken des Menschen vermutlich das friedlichste.<br />
Was hat sie uns nur getan?</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>La merda</em>, 1964</p>
<p>Di continuo sento parlare di lei come fosse tutta colpa sua.<br />
Ma guardate come tenera e modesta si accomoda sotto di noi!<br />
Perché mai macchiamo il suo buon nome<br />
e lo cediamo<br />
al presidente degli Stati Uniti, agli sbirri, alla guerra e al capitalismo?<br />
Quanto effimera è lei,<br />
e quanto durevole ciò a cui diamo il suo nome!<br />
Di lei, la cedevole,<br />
ci riempiamo la bocca<br />
e intendiamo gli oppressori.<br />
Lei, di cui ci siamo liberati, deve adesso liberare anche la nostra rabbia?<br />
Non ci ha forse alleggerito?<br />
Di morbida consistenza<br />
e per natura non violenta<br />
di tutte le opere umane è probabilmente la più pacifica.<br />
Ma che c’ha fatto?</p>
<p><em>&#8211;</em></p>
<p><em>Haustier</em>, 2003</p>
<p>Meine Traurigkeit ist mein Goldhamster.<br />
Ich lasse sie nicht verhungern. Des Nachts<br />
höre ich, wie sie scharrt, kratzt, wühlt<br />
in ihrem Verschlag. Am Morgen,<br />
wenn ich gut aufgelegt bin,<br />
öffne ich manchmal das Gitter.<br />
Dann huscht sie auf rosigen Pfoten hervor,<br />
sucht mich heim, sucht nach Futter,<br />
versucht mich mit bebenden Nüstern.<br />
Sie schnuppert an meiner Hand,<br />
bis ich die Geduld verliere,<br />
sie am gesträubten Nackenhaar packe,<br />
so, dass sie panisch die Augen rollt,<br />
und setze die Quiekende nieder<br />
in ihren Käfig. Mit einem Klick<br />
lass ich den Riegel einrasten<br />
hinter ihr und bin froh.</p>
<p><em> </em></p>
<p><em>Animale domestico</em>, 2003</p>
<p>La mia tristezza è il mio criceto dorato.<br />
Non la lascio morire di fame. Di notte<br />
sento come raspa, gratta, scava<br />
nella sua casetta. Al mattino,<br />
se son di buon umore,<br />
qualche volta apro la grata.<br />
Allora lei sgattaiola fuori sulle rosee zampette,<br />
viene a cercarmi, cerca cibo,<br />
mi tenta con narici frementi.<br />
Non smette di annusarmi la mano<br />
finché, persa la pazienza,<br />
l&#8217;afferro per la collottola arruffata,<br />
e mentre lei in preda al panico<br />
squittisce e rovescia gli occhi,<br />
la rimetto nella sua gabbietta.<br />
Con un click faccio scattare il chiavistello<br />
dietro di lei e sono contento.</p>
<p>&nbsp;</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>John Berger: uno scrittore al suo specchio</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2025/11/26/john-berger-uno-scrittore-al-suo-specchio/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[mariasole ariot]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 26 Nov 2025 06:00:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[dispatrio]]></category>
		<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[AI]]></category>
		<category><![CDATA[Confabulazioni]]></category>
		<category><![CDATA[intelligenza artificiale]]></category>
		<category><![CDATA[john berger]]></category>
		<category><![CDATA[lingua]]></category>
		<category><![CDATA[lingua materna]]></category>
		<category><![CDATA[logos]]></category>
		<category><![CDATA[mariasole ariot]]></category>
		<category><![CDATA[Martina Panzavolta]]></category>
		<category><![CDATA[scrittore]]></category>
		<category><![CDATA[Specchio]]></category>
		<category><![CDATA[traduzione]]></category>
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					<description><![CDATA[di <strong> Martina Panzavolta </strong> <br />La traduzione mostra al Berger scrittore che esiste una creatura lingua, assicurandogli di riflesso che ciò che ha sempre tentato di fermare sulla pagina è una sensazione viva, che ha valore. Un’esperienza preverbale che un’intelligenza artificiale non potrà mai cogliere.]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<div class="wp-block-image td-caption-align-center"><figure class="aligncenter size-large is-resized"><img loading="lazy" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/11/5.jpg" alt="" class="wp-image-117271" width="574" height="429" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/11/5.jpg 765w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/11/5-300x224.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/11/5-562x420.jpg 562w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/11/5-80x60.jpg 80w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/11/5-150x112.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/11/5-696x520.jpg 696w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/11/5-265x198.jpg 265w" sizes="(max-width: 574px) 100vw, 574px" /><figcaption>disegno di John Berger</figcaption></figure></div>



<p>di <strong>Martina Panzavolta </strong></p>



<p>Aveva quasi novant’anni, eppure il suo bisogno più impellente era quello di scrivere. È questa l’ultima<br />immagine che ha voluto lasciare ai posteri. Nella sua vita, John Berger ha fatto tante cose – è stato un critico d’arte, un disegnatore, uno sceneggiatore cinematografico e altro ancora – ma, in fondo, si sentiva uno scrittore. Del resto, non è un caso che la sua raccolta postuma, <em>Confabulazioni </em>(Neri Pozza, 2017), sia un’ultima e più intima riflessione interamente dedicata alla scrittura.<br /><br />Nato a Londra il 5 novembre 1926, John Peter Berger è morto il 2 gennaio 2017. La sua curiosità nel leggere il mondo è stata la cifra della sua poliedricità. Come pensatore, egli era interessato alla visione in profondità.<br />Il suo programma televisivo&nbsp;<em>Ways of Seeing</em>, andato in onda sulla BBC nel 1972, rappresenta ancora oggi un punto di riferimento per tutti coloro che cercano, attraverso l’arte, nuove prospettive sul mondo.<br /><br />Di certo, in meno di dieci anni dalla sua morte, molti paradigmi umani sono cambiati, così come la<br />concezione dell’arte. Senza dubbio, la nostra intelligenza artificiale sarebbe per Berger una “way of seeing” ancora da studiare. A noi basta digitare qualche parola online per avere pronto, in pochi secondi, ogni genere di testo – dalla ricetta di una torta, alla email di lavoro, all’articolo di giornale. Chissà cosa potrebbe dirne Berger: forse che la sua amata scrittura sia destinata a scomparire?<br /><br />Invero, egli non ha lasciato i posteri senza risposta. <em>Autoritratto</em>&nbsp;(2014), il primo saggio a figurare in<br />Confabulazioni, è precisamente il suo testamento da scrittore. Qui Berger ha indicato in modo provvidenziale come guardare alla parola se non avessimo più creduto nel suo potere.<br /><br />L’intento generale dell’autore “autoritratto” è quello di risalire al germe della sua vocazione, dissotterrando il motivo per cui, da tutta una vita, scrive. Berger ha quindi bisogno di guardarsi di riflesso, ma sceglie uno specchio decisamente inedito e originale. Di fatto, non si osserva nella torsione narcisistica del sé, ma si studia da un modo di vedere “altro”, quello del traduttore. La scelta è di certo interessante e affatto banale – soprattutto, perché si può dire che Berger abbia fatto tante cose, fuorché traduzioni. Nondimeno, l’accostamento fra scrittura e traduzione sembra valido soprattutto oggi, nel mondo dell’AI: forse che anche la traduzione sia destinata a scomparire?<br /><br />È chiaro che scrittura e traduzione sono due lati del medesimo edificio: chi scrive desidera che i propri testi siano letti, e per tale ragione è ovvio che ne desidera anche una traduzione – che implica un pubblico più numeroso. Eppure, a ben rifletterci, una traduzione è qualcosa di pericoloso: dopo aver tanto meditato su quell’unica parola giusta che possa dire ciò che si vuol dire, dopo aver scritto e riscritto per mesi o anni le stesse frasi, come si può accettare di leggersi in una lingua diversa che usa, per forza di cose, diverse espressioni?<br /><br />Anche quando una traduzione è il più fedele possibile all’originale, il testo non è lo stesso. Non c’è da molto da spiegare, è un luogo comune. Si pensi alla parola per eccellenza, ovvero il <em>logos</em> degli antichi greci. Nel <em>Faust</em> goethiano l’omonimo protagonista si struggeva per tradurre il versetto giovanneo&nbsp;<em>In principium erat Verbum</em> –&nbsp;Ἐη ἀρχῇ ἦν ὁ λóγος, perché logos è l’intraducibile parola, pensiero, forza, atto. Come può una sola di queste espressioni rimandare a tutte le altre? Se, come è ovvio, non può, quale è in traduzione il termine più giusto fra tutti?<br /><br />Di certo, il medesimo problema affligge tutte le traduttrici e tutti i traduttori. Diversamente da un’intelligenza artificiale, queste e questi non lavorano con un algoritmo e si trovano continuamente di fronte a questo genere di scelta. Similmente a scrittrici e scrittori, anche loro trascorrono ore e giorni sull’unica parola, sull’unica frase, a scrivere e riscrivere.<br /><br />D’altronde, sono i momenti di ricerca e di scelta a riunire scrittura e traduzione nella costante tensione verso la lingua in quanto tale. «Se si guarda alla faccenda in modo convenzionale – scrive Berger – [le traduttrici] e i traduttori non devono far altro che studiare certe parole scritte su una pagina, per poi renderle in una lingua diversa su un’altra pagina. Il procedimento implica dunque una cosiddetta traduzione parola per parola, una successiva rielaborazione che rispetti e incorpori la traduzione e le regole della seconda lingua […]. Molte delle traduzioni seguono questo metodo e i risultati sono validi, ma di seconda qualità. Perché? Perché la vera traduzione non è una relazione binaria fra due lingue, ma una storia a tre. Il terzo punto del triangolo è ciò che sta dietro le parole del testo originale prima che venisse scritto. La vera traduzione esige che si ritorni al pre-verbale» (p. 7).<br /><br />Quando il tradurre è sentito come un compito, le parole del testo originale vengono lette e rilette non tanto per ragioni stilistiche quanto per toccare l’esperienza da cui sono scaturite. In seguito, se la si trova, la si raccoglie nel suo essere tremante e quasi muto e si tenta di collocarla dietro la lingua in cui deve essere tradotta. A quel punto, il lavoro principale di traduttrici e traduttori «è convincere la lingua ospitante ad accettare e accogliere la “cosa” che aspetta di essere articolata». Precisamente per questa postura, la traduzione mostra alla scrittura un qualcosa che appartiene a entrambe, ovvero la dimensione della lingua parlata. Quest’ultima è un vero e proprio corpo, una creatura vivente o, meglio, più corpi e più creature viventi: sono tante, del resto, le lingue che si generano nel medesimo «inarticolato oltre l’articolato» (p. 8).</p>



<p>Del resto, come spiega Berger, “lingua materna” in russo si dice <em>rodnoi-jazyk</em>, che significa la lingua “più cara” o “più vicina”. L’autore afferma che la si potrebbe chiamare la “lingua amata”. La lingua materna è la prima lingua di ciascuno e, per Berger, «è senz’altro femminile», e il suo centro è «un utero fonetico» capace di generare imparentato con tutte le altre lingue materne capaci di generare – fra queste anche i linguaggi non verbali come la lingua dei segni, la pittura, e così via (pp. 8-9). È precisamene per questa fitta rete di sorelle che ogni testo sente di trovare «il proprio posto, indescrivibile ma sicuro», in ogni altra lingua (p. 9).<br /><br />La traduzione mostra al Berger scrittore che esiste una creatura lingua, assicurandogli di riflesso che ciò che ha sempre tentato di fermare sulla pagina è una sensazione viva, che ha valore. Un’<em>esperienza</em> preverbale che un’intelligenza artificiale non potrà mai cogliere. Lo stesso autore autoritratto può infatti fermarsi a guardare, a quasi novant’anni, la sua relazione d’amore quella creatura-lingua che si muove sotto l’allitterazione e il ritmo delle parole; la osserva e la ascolta confabulare. Talvolta, gli sembra che contesti certe parole scelte e che metta in discussione il ruolo che l’autore ha loro assegnato. «Perciò modifico le battute – scrive Berger – cambio una parola o due, […] finché non c’è un lieve mormorio di provvisorio assenso. Allora procedo al paragrafo successivo». Nel suo ultimo e più maturo ritratto, Berger si dipinge quindi nella sottomissione alla lingua amata, a tal punto che ammette di essere, di mestiere, più che uno scrittore «un figlio di puttana – e potete immaginare chi è la puttana, no?» (p. 10) <br /><br /><br /><br /><br /></p>
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