Di lavoro, non ne parliamo per favore

di Andrea Inglese

Parliamo di lavoro, del nostro lavoro, nelle vetrine personali di Facebook? Mi sembra poco. Le nostre esperienze lavorative, in genere, per entrare nella vetrina personale devono essere in qualche modo attraenti: un contratto ottenuto, soprattutto se prestigioso, si può celebrare in collettività ristretta. Nulla si dirà, invece, se ce ne fossero, sui retroscena: attese, spaventi, umiliazioni, piccole o grandi sopraffazioni, machiavellismi. È che il mondo del lavoro è un po’ il buco nero delle nostre vite. Lo si riesce a poetizzare davvero a fatica. E quando qualche poeta si specializza in una sfida così ardua, lo si saluta come un caso eccezionale, quasi avesse inventato un sottogenere. Lavorare è necessario, lavorare molto è spesso indispensabile, e lavorare male è quanto accade quasi sempre. Il male e il lavoro sono ancora una volta strettamente, biblicamente, legati. La rivoluzione socialista non c’è stata, non si parla più di alienazione, e se qualche soprassalto contestatario emergesse, si ricorda subito, con fare seccato, che la pandemia mondiale non fa sconti. Chi ha problemi in ufficio o in fabbrica, sofferenze strane, si rivolga allo psicologo o al medico, ma lasci perdere il sindacalista. Siamo ritornati al punto di partenza: possiamo rileggerci William Morris o Marx come se fossero novità editoriali. Eppure nessuno vuole parlare davvero male del proprio lavoro, ovvero nessuno vuole parlare male di sé, mettere in cattiva luce quella fetta importante della sua vita passata a svolgere un’attività salariata. Che ne sarebbe del nostro narcisismo di persone civilizzate, di preziosi individui quali siamo, densi di potenzialità, competenze, talenti semisepolti, che bisogna estrinsecare a tambur battente, prima dell’arrivo inopinato della vecchiaia?

Un giorno, nel nuovo secolo, sbarcò un termine magico e liberatorio: “precariato”. Sembrava una moda generazionale, si appiccicava meravigliosamente ai giovani, che entravano allora nel mondo del lavoro. Poi si è capito che era la forma che aveva preso il lavoro salariato nel suo insieme. Di colpo, le vite stesse di quelle persone semisommerse nel tempo costretto, a volte malandato, del lavoro, per il principio dei vasi comunicanti si sono precarizzate. Tutta l’instabilità è risalita nelle fibre intime, psichiche, delle persone. Ma non tutto il male viene per nuocere: si è aperto così un nuovo filone, dove è ormai indissociabile l’attività produttiva e da quella di consumo: l’identità. Se ne fanno circolare a mucchi. Ma in modo anarchico, libero: di-ai-uai, Do It Youself. Ognuno si rimbocchi le maniche, e quando è uscito dal buco nero del lavoro salariale, vada altrove, sui social network ad esempio, a strofinare, laccare, addobbare la propria identità. Tutti abbiamo una vita fuori dal lavoro: bisogna pur farne qualcosa, esibirla, fotosciopparla, brandirla come la prova di un’esistenza degnamente umana e individualizzata. Nel caso, invece, che il lavoro funzioni abbastanza bene – a volte accade –, si tratta di approfittare del periodo fasto: lasciare che la brillantezza del contratto prestigioso, della mansione incoronata di ammirazione e timore, riluca sulla miseria della vostra vita privata. Avete rinunciato a ogni arcaica, sorpassata, forma di vita affettiva, privata, familiare? Illuminate tutto grazie al fascio di luce installato nel tempo lavorativo: sere e fine settimana vuoti, troppo ordinati e prevedibili, saranno redenti dallo sfavillio dei successi professionali.

Di tutto il lavoro salariato del nuovo secolo, quello culturale è il più crumiro. Serve davvero ricordarlo? Ma che dire, allora, di tutta quella attività culturale – come questa che sto realizzando nella mattinata libera dalle ore d’insegnamento – che non rientra neppure nella categoria del lavoro salariato, in quanto non è poco o mal pagata, ma allegramente gratuita? È possibile scrivere un pezzo di scontentezza generale sul buco nero del lavoro salariale nelle nostre vite, senza essere remunerato? È un gesto liberatorio, emancipatore, o l’ennesimo rituale innocuo del coglionazzo? Qual è il più compromesso, corrotto, inquinato alla radice, dei lavori: quello culturale a pagamento o quello culturale gratuito? Sto lavorando, in questo momento, per esorcizzare le mie ore d’insegnamento – il mio lavoro salariato, di cui non parlerò nella pubblica piazza, nel caso il mio datore di lavoro ci passasse per caso? Oppure sto lisciando l’identità dello “scrittore impegnato”, che dovrò poi far circolare anche nei social network, aggiungendo al tempo speso nella redazione quello speso nella diffusione? Queste contraddizioni sono frutto solo di scostumatezza, sbrindellamento intellettuale, mollezza di carattere, o già radicano in quella che è quasi una contraddizione antropologica: come è possibile non identificarci nel lavoro che facciamo? Non nutrirlo della nostra vita più intima e più vasta? La circolazione delle identità sui social è forse il prezzo che si paga quando questa identificazione è diventata impossibile o semplicemente quando è troppo faticoso, doloroso, sostenerla?

13 Commenti

  1. Se un artista/scrittore è un sabotatore di visioni normalizzate della realtà, un critico di passività e vita ordinaria, un obiettore al “così va il mondo”, un contestatore di “ciò che va per la maggiore”, non si capisce perché un sistema in tutt’altra direzione orientato dovrebbe anche retribuirlo per il suo lavoro, per i suoi attacchi più o meno diretti. Sarebbe come pretendere da parte di un attivista no-Tav di essere pagato dallo Stato per la sua azione lungimirante ed ecologista. L’azione lungimirante ed ecologista c’è, ma lo Strato non la vede, vede solo un impedimento al procedere di qualcosa che è stato legalmente approvato. D’altra parte, se lo Stato e la maggioranza dell’opinione pubblica fosse capace di visioni chiare e lungimiranti, di autocritica costante e autorrezione, l’intervento o la voce dell’artista sarebbe a quel punto molto meno importante e significativa di quello che è attualmente.

  2. Cara Roberta, è interessante il tuo intervento, ma penso che bisogna distingue i diversi piani. Innanzitutto, un conto è l’attività politica un conto è l’attività lavorativa. L’attività politica si puo’ fare o meno, l’attività lavorativa si deve fare e basta (salvo eccezioni di rentiers, ecc.). Tra i vari lavori che si possono fare ci sono anche quelli culturali. E questi lavori implicano attività anche molto diverse: insegnare un programma di liceo a degli alunni di sedici anni, scrivere una recensione su un supplemento di un quotidiano culturale, tradurre un libro dal tedesco, correggere delle bozze di un’enciclopedia, organizzare un festival di cinema. Un lavoratore culturale, naturalmente, non deve per forza essere un artista / scrittore – sabotatore o meno -, puo’ anche essere una persona che ama la cultura, che ha fatto studi umanistici, che vuole campare grazie alle competenze che si è creato in anni di studi, e che magari, per sovrappiù, ha una consapevolezza critica della realtà che tenta di tradurre nel suo lavoro. Parlare di lavoro (salariato), significa ovviamente parlare di “datori di lavoro”. Ora, in ambito culturale, il datore di lavoro non è “il sistema”, ma a volte un datore di lavoro privato, a volte statale, a volte puo’ essere una cooperativa di “compagni”, o un organo istituzionale “sensibile” a atteggiamenti critici nei confronti della realtà. I problemi iniziano ad emergere già in questo contesto. Non sto organizzando, a mio rischio e pericolo, un’azione contro una multinazionale, e pretendo pure che mi paghi. (Ma magari ho voglia di poter scioperare senza rischiare licenziamento, mobbing, punizioni indirette. Esiste il diritto dei lavoratori proprio per questo). Ma continuamo. Scrivo per una testata di sinistra – mettiamo -, perché non dovrei essere pagato per il mio lavoro? E’ militanza si dirà. Ma io potrei rispondere: la militanza la faccio andando in manifestazione, impegnandomi ad appoggiare certe campagne, ecc. Qui sto semplicemente lavorando, e preferirei scrivere cose di sinistra in un giornale di sinistra che mi paga, piuttosto che scrivere cose magari più neutre politicamente, in un giornale di destra che mi paga. Veniamo poi all’attività culturale come forma di militanza (questo sito ne è un esempio). E’ un’attività che mi è possibile fare solo nel tempo libero, dopo che ho svolto il mio lavoro salariato, passato del tempo in famiglia, gestito le urgenze del quotidiano, ecc. E qui la mia attività non si limita a “scrivere come un artista/scrittore che vuole sabotare qualcosa”. Qui faccio un lavoro redazionale spesso su testi altrui. Ma se qualcosa ho da fare come artista/scrittore sabotatore devo limitare allora questa attività redazionale, per trovare tempo per semplicemente scrivere le cose mie. La maggior parte delle cose mie (sabotatrici o meno) non mi permettono di campare, quindi devo condurre un doppio lavoro: uno pagato e uno non pagato. E cosi è già. Ma tutto cio’ ha un impatto molto limitato sul cambiamento del mondo. Per cui ad un certo punto bisogna decidersi: cosa vuoi privilegiare la militanza culturale o quella politica? Il pezzo critico sul blog (tre ore di impegno) o tre ore di assemblea per preparare la manifestazione? Si cerca di fare entrambe le cose, ma la prima è quella – tutto sommato – più facile da fare, per tante ragioni. Insomma, dalle contraddizioni oggi non si salta fuori magicamente. O almeno, una buona parte di noi non ne salta fuori. Ma almeno cominciare a farci i conti qualcosa puo’ servire.

  3. Chiedere un pagamento alla testata di sinistra (o “comunista” come per es. si definisce Il manifesto)… Dipende se quella testata riesce a sopravvivere con le sue vendite oppure se si affida soprattutto ai contributi dei volontari. In ogni caso non tutti i compensi sono di natura pecuniaria: un giornale o una rivista possono sempre sostenere con articoli, citazioni ecc. l’attività culturale di qualcuno.

  4. E qui abbiamo appunto uno dei noccioli del problema: chi puo’ permettersi di scrivere gratuitamente in modo da incrementare la propria visibilità culturale? Certamente qualcuno che per ragioni di militanza, o passione, o pura ambizione non ha necessità economica di essere pagato. Chi avrà meno necessità economica sarà allora maggiormente “sostenuto” come dici tu. Malaugurato colui che non ha un primo lavoro sufficientemente pagato o una prosperità familiare che gli permettono di scrivere sempre per compensi di ordine simbolico. E inoltre, il compenso di ordine simbolico è spesso il veleno del lavoro culturale. Cito da editore prestigioso che rispetto alle richieste di un proprio traduttore risponde: “Ma ti rendi conto che tu traduci per X!”. Come dire: quel po’ di soldi + il blasone simbolico dovrebbe bastarti e avanzarti. No, non sempre basta. E’ forse un segreto che le professioni intellettuali sono sempre meno aperte a persone che vengono dai ceti popolari? Insomma, io credo che non tutto vada bene nel mondo del lavoro culturale o dell’attività militante “culturale”.

  5. È proprio vero. Fermo restando che sui social si sciorina l’identità appealing e non certo quella che ha a che vedere con le insicurezze, le umiliazioni, i problemi insormontabili, uno spazio per la lamentatio condivisa pure resta: però non riguarda il lavoro. Perché, presumo, il lavoro è troppo intimamente legato alla propria rappresentazione sociale, dunque non si scherza: i propri studenti sono sempre brillantissimi, i propri capi sempre amiconi, nel proprio ufficio arriva sempre un raggio di sole ad illuminare il fiore regalato da un collega; accanto al proprio computer c’è sempre una moleskine con gli appunti o una tazza di caffè fumante.
    Lo svilimento, la percezione incontournable che il sistema stia tracollando sotto i nostri occhi in qualsiasi settore, rimane fuori dagli schermi ed è dunque una delle poche cose “autentiche” che restano. E il precariato è il termine glamour per definire quella condizione in cui non hai abbastanza stabilità – economica, emotiva, identitaria – per raccontare tale svilimento. Buon 2021!

  6. Ornella, scrivi: ” uno spazio per la lamentatio condivisa pure resta: però non riguarda il lavoro. Perché, presumo, il lavoro è troppo intimamente legato alla propria rappresentazione sociale, dunque non si scherza: i propri studenti sono sempre brillantissimi, i propri capi sempre amiconi, nel proprio ufficio arriva sempre un raggio di sole ad illuminare il fiore regalato da un collega; accanto al proprio computer c’è sempre una moleskine con gli appunti o una tazza di caffè fumante.”
    Ecco, è esattamente l’impressione che ho io sulla questione, e anche se non sono uno sfegatato di social, è ormai da un po’ di anni che ci sguazzo, come una gran parte di noi.

  7. Ho usato espressioni un po’ esagerate e paradossali per suscitare qualche reazione (fermo restando che purtroppo la produzione culturale in questo nostro spazio-tempo è ancora, per la mia esperienza, una produzione di chi, nella maggior parte dei casi, può permettersi di non annullarsi totalmente nel lavoro alienato, ma almeno riesce a ricavare dalle necessità della vita buoni margini di pensiero ecc., margini maggiori o minori a seconda del periodo, delle circostanze, ma pur sempre margini). Nonostante il restyling e l’impegno di molti redattori di NI, infatti non si può non constatare l’assenza di dialogo e il vero e proprio silenzio in cui naufragano post anche provocatori o decisamente “tranchant”. Per es. il post di Biagio Cepollaro sui criteri del valore estetico del 19.4.21 o il mio post del 23.5.20 “Se l’io è una proliferazione immaginaria”, che avrebbe potuto suscitare una levata di scudi per una presa di posizione molto personale e discutibile sulla prima persona narrativa, sono caduti quasi nel silenzio. Cito questi due post non perché li consideri superiori agli altri (anzi, molti semplici racconti a mio parere meriterebbero qualche commento in più da parte dei lettori, come ho già osservato, essendo spesso originali; e oltre ai racconti, tanti interventi) ma perché mi parevano sassi gettati in uno stagno che avrebbero potuto sollevare qualche ondina. Dal momento che possiamo usufruire di questa tavola rotonda offerta dal blog Nazione Indiana, mi pare un peccato che ognuno si pubblichi il suo intervento sulla propria pagina Facebook e aspetti lì il sostegno emotivo degli amici, un’attesa comprensibile di molti like e frasi carine… Ma è tutto qui? Perché insomma questa rinuncia al dialogo e questo rifugio nel silenzio o in un proprio luogo sicuro? Si temono giudizi troppo terribili gli uni verso gli altri?

  8. Roberta: “Dal momento che possiamo usufruire di questa tavola rotonda offerta dal blog Nazione Indiana, mi pare un peccato che ognuno si pubblichi il suo intervento sulla propria pagina Facebook e aspetti lì il sostegno emotivo degli amici, un’attesa comprensibile di molti like e frasi carine… Ma è tutto qui? Perché insomma questa rinuncia al dialogo e questo rifugio nel silenzio o in un proprio luogo sicuro? Si temono giudizi troppo terribili gli uni verso gli altri?”
    E’ una vera domanda che poni Roberta. La poni ai redattori di Nazione Indiana, che sono una ventina. E la poni alle centinaia di lettori di Nazione Indiana. Nazione Indiana è stata per anni un luogo di dibattito, di sterili polemiche, di dialoghi a volte sorprendenti e imprevisti. Da parecchio tempo non lo è più. Ma nelle riviste cartacee, sui supplementi culturali, in radio, su altri siti, è davvero diverso? (Vado sul sito Le Parole e Le Cose, e due recentissimi pezzi su temi d’attualità hanno ricevuto in tutto un solo commento per ora.) Di una cosa sono sicuro: 1) i dialoghi a volte utili a volte sterili su un blog hanno comunque i loro grossi limiti. Perché un dialogo sia fecondo si debbono avere dei territori comuni d’esperienza: ci dev’essere un “noi” abbastanza forte. 2) In altri tempi, i peggio conflitti qui non facevano paura quasi a nessuno. Non credo che siamo diventati tutti paurosi. Detto questo ti rigiro la domanda che hai posto. Perché secondo te?

  9. E’ un momento storico in cui il dialogo, come possibilità/interesse per l’ascolto e come orizzonte in cui ci si aspetti di arrivare a una comprensione se non addirittura a una sintesi, è stato messo in soffitta. E’ possibile che venga resuscitato in altri luoghi che non siano una rivista, in forme meno impegnate, che richiedano meno sforzo argomentativo, più sbarazzine o al contrario più aggressive, aggressive con azzardo, con minima esigenza di argomentazione. La minore richiesta di argomentazione può essere dovuta alla brevità del tempo a disposizione perché quasi tutti lavorano (o hanno faccende personali-familiari da sbrigare); in ogni caso anche chi non lavora studia o si pone l’obiettivo di far fruttare il proprio tempo senza disperderlo completamente. FB è considerato un luogo in cui si può perdere un po’ di tempo senza danni, cogliendo magari qua e là suggerimenti per cose che interessano. Vi si possono dire anche sciocchezze, spiritosaggini più o meno esagerate senza troppa gravità: è un luogo di ricreazione che dà una piccola carica emotiva all’occorrenza e permette di coltivare alcune amicizie e conoscenze che non si frequentano tutti i giorni senza troppa fatica. Inoltre i propri ragionamenti talvolta più meditati vengono accolti pur sempre da qualche “Mi piace”, tanti più quanto più seguito si ha. Pubblicarsi il proprio articolo sulla pagina FB è un modo per metterlo al sicuro dai nemici o da opinioni contrarie. E’ difficile che uno ti venga a sfidare proprio nel tuo territorio, dove sei circondato dai tanti “Mi piace” che ti sostengono da tempo. Questo tratto narcisistico deriverà, immagino, dal sentirsi fragili da parte di poeti e narratori. Essi sanno che abitualmente poesie e racconti interessano una minoranza, c’è chi sostiene che i racconti in rete neppure vengano letti, forse le poesie, più sintetiche e guizzanti, catturano qualche istante di attenzione in più (Le parole e le cose, “Salutando”, 10.1.19). Questa atto di fuga e arroccamento nel proprio territorio è dunque prima conseguenza di un mondo ostile: la società non è che accolga a braccia aperte chi scrive poesie o prose che non siano poliziesche, noires, di spionaggio, scandalistiche o giornalistiche. Pare che la maggioranza delle persone sia indifferente alla letteratura, intesa come opera letteraria e come intervento critico su prodotti letterari. C’è poi la questione di cosa sia una rivista letteraria. Dagli esempi passati, non dura più di qualche anno perché i fondatori-redattori se ne vanno ciascuno per la sua strada, avendo maturato una personalità ben distinta dagli altri. Qualcuno emerge, qualcuno meno, qualcuno scopre di non avere nulla a che spartire. Gli autori/autrici che hanno raggiunto maggiore visibilità divengono quelli meno interessati alla rivista, possono fare segnalazioni qualche volta, aiutare qualcuno che stimano. Questa rivista attualmente interessa probabilmente di più a chi non è propriamente redattore/trice, qualcuno che spera di essere pubblicato ogni tanto, tipo me, pur non facendo parte di riviste, benché questo sito abbia già attraversato anni fa il suo momento di maggior splendore e risonanza. Nulla vieta che si utilizzi ancora qualche volta per brevi dibattiti, anche se dire quello che si pensa resta difficile, soprattutto per personalità fragili (logorate dall’ambiente) come poeti, scrittori, artisti.

  10. È molto interessante questo scambio sul bel pezzo di Andrea Inglese, grazie Roberta Salardi. Io (my2cents) riporto intanto “a casa” un breve dialogo, proprio su questo articolo, avvenuto tra Andrea e il sottoscritto su FB.

    d.o. – un bel pezzo, e finisce con un sacco di domande! Ne abbiamo anche parlato in passato, Andrea. Il lavoro culturale sembra davvero un tabù. Altri lavoratori usano i social media per organising, mobilitazione, rappresentanza. Noi li usiamo più per una rappresentazione teatrale del sé (e ha comunque a che fare con l’identità, immagino).

    a.i – si, Davide, per questo ti ho taggato. (Scrivendolo ho anche ripensato a certi tuoi interventi.) Niente di nuovo sotto il sole, ma mi sono domandato stavolta quanto la “rappresentazione teatrale di sé” sia più o meno sotterraneamente legata (e determinata) da quello che accade (o non accade), nell’altra vita, quella “cieca”, un po’ vergognosa, del proprio lavoro salariato.

    d.o. – le due vite sono legatissime! Provo a seguire, o a ribaltare, il filo del tuo ragionamento. Se un minimo di consapevolezza sindacale, dei limiti, dei diritti, delle agibilità, la conserviamo solo nella vita “cieca” salariata, e l’altra vita la intendiamo come una zona franca di espressione e rappresentazione del sé, possiamo commettere gravissimi errori di valutazione del nostro lavoro culturale e della sua, spesso non equilibrata, gratuità (e qui non mi sto riferendo se non in minima parte alla “militanza” o al volontariato sui blog). A questo punto quale sia la vita cieca e quale quella che ci vede bene è difficile dirlo, ma entrambe finiscono col compensare male, e in modo un po’ disfunzionale, l’una i limiti dell’altra.

    a.i. – cogli nel segno Davide, e con grande chiarezza. Questo vuol dire che uno dei nostri compiti, non solo di scrittori, ma di semplici esseri umani che lavorano è cercare di riunire le due vite, parlarne come fosse una sola, anche se non è né facile né piacevole.

  11. Grazie Davide di aver riportato qui quello scambio.

    Per Roberta. Scrivi: “Questa rivista attualmente interessa probabilmente di più a chi non è propriamente redattore/trice, qualcuno che spera di essere pubblicato ogni tanto, tipo me, pur non facendo parte di riviste, benché questo sito abbia già attraversato anni fa il suo momento di maggior splendore e risonanza. Nulla vieta che si utilizzi ancora qualche volta per brevi dibattiti, anche se dire quello che si pensa resta difficile, soprattutto per personalità fragili (logorate dall’ambiente) come poeti, scrittori, artisti.” Mi sembri un po’ ingenerosa. Un blog come Nazione Indiana non esiste per forza inerziale. I pezzi non si pubblicano da soli. Per farlo esistere bisogna metterci energia e anche l’elaborazione grafica non cade dal cielo. E’ stata pensata, discussa in gruppo e poi ci sono persone come Orsola Puecher che ci hanno messo tanta energia per puro amore di questa avventura. Tu tocchi senz’altro un punto problematico e reale: la scomparsa di un certo dibattito in rete, e la dispersione degli scambi sui social in un forma meno conflittuale, e anzi di rafforzamento dell’io. (E m’interessa il tuo discorso sulla fragilità delle personalità legate alla creazione letteraria e artistica.) Quello che non funziona, mi sembra, è il proporre una situazione asimmetrica, dove alcuni godrebbero di (o sarebbero indifferenti a) questa situazione (i redattori) e altri ne soffrirebbero (i collaboratori saltuari).

  12. Mi piace questa conversazione che tocca temi diversi. C’è quello del lavoro intellettuale in ambito culturale (dal giornalismo alla traduzione alla formazione) e di come debba essere remunerato. C’è il tema del volontariato e dell’impegno civile, che alla fine se guardiamo altri settori (primo soccorso, assistenza) finisce per professionalizzarsi almeno sul lato organizzativo. C’è il tema del lavoro per sé stessi (scrivere, studiare, creare).
    Io qui riprendo il tema della comunità, attraverso i commenti e i social media. La conversazione si sposta dove è più comodo o più gratificante, e i social media hanno modi sofisticati per farsi usare che hanno prosciugato quasi del tutto i commenti dei blog come li si conosceva negli anni 00. Non è però un destino ineluttabile e ci sono esempi del contrario.
    Esempio 1: Noi di Nazione Indiana usiamo un forum interno che avevo inizialmente pensato come piattaforma per la comunità più ampia dei lettori; la comunità non funzionò come speravo, ma senza il forum ora difficilmente potremmo far vivere il progetto NI.
    Esempio 2: Il Post, quotidiano diretto da Luca Sofri, ha una sezione commenti agli articoli che spesso è molto interessante. Sono riservati agli abbonati e funzionano, credo, grazie al forte patto con il lettore e alla professionalità (anche tecnica) investita nel progetto.
    Questo ragionamento mi porta all’idea che la professionalizzazione sia inevitabile, e questo non mi piace per nulla, forse perché progetti analoghi in ambito culturale o diventano aziende, o diventano molto pallosi.

  13. Anche secondo me il discorso più interessante venuto fuori è quello del narcisismo-fuga nella propria pagina FB come rifugio considerato più protetto (anche se qualche incursione indesiderata può capitare anche lì, nonostante il controllo dei moderatori dello stesso FB). Epoca più narcisistica e meno dialogica di altre epoche del nostro passato prossimo (es. anni Sessanta), la nostra; ma non per colpa di qualcuno, forse per l’ambiente ostile e competitivo che ognuno percepisce intorno a sé. Soprattutto non vorrei accusare la redazione di ingenerosità, tutt’altro (forse si è equivocato): è grazie al vostro lavoro che gli esterni come me possono vedersi pubblicato ogni tanto qualche scritto, ed è veramente molto perché tutto il lavoro grafico (lodevole la nuova veste) e redazionale lo fate voi: per noi è tutto regalato. Non è mia intenzione muovere rimproveri (a chi poi? nemmeno io riesco a leggere tutti i post) se talvolta qualche articolo di redattori o esterni cade nel vuoto; mi limito a registrare l’impressione che la comunità che ruotava intorno a NI qualche anno fa si sia in parte dispersa in parte orientata altrove (dove forse continua a mantenere i contatti, non so). Ma, commenti a parte, i testi poetici e narrativi proposti mi sembrano spesso di qualità.

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Andrea Inglese (1967) originario di Milano, vive nei pressi di Parigi. È uno scrittore e traduttore. È stato docente di filosofia e storia al liceo e ha insegnato per alcuni anni letteratura e lingua italiana all’Università di Paris III. Ora insegna in scuole d’architettura a Parigi e Versailles. Poesia Prove d’inconsistenza, in VI Quaderno italiano, Marcos y Marcos, 1998. Inventari, Zona 2001; finalista Premio Delfini 2001. La distrazione, Luca Sossella, 2008; premio Montano 2009. Lettere alla Reinserzione Culturale del Disoccupato, Italic Pequod, 2013. La grande anitra, Oèdipus, 2013. Un’autoantologia Poesie e prose 1998-2016, collana Autoriale, Dot.Com Press, 2017. Prose Prati, in Prosa in prosa, volume collettivo, Le Lettere, 2009; Tic edizioni, 2020. Quando Kubrick inventò la fantascienza. 4 capricci su 2001, Camera Verde, 2011. Commiato da Andromeda, Valigie Rosse, 2011 (Premio Ciampi, 2011). I miei pezzi, in Ex.it Materiali fuori contesto, volume collettivo, La Colornese – Tielleci, 2013. Ollivud, Prufrock spa, 2018. Romanzi Parigi è un desiderio, Ponte Alle Grazie, 2016; finalista Premio Napoli 2017, Premio Bridge 2017. La vita adulta, Ponte Alle Grazie, 2021. Saggistica L’eroe segreto. Il personaggio nella modernità dalla confessione al solipsismo, Dipartimento di Linguistica e Letterature comparate, Università di Cassino, 2003. La confusione è ancella della menzogna, edizione digitale, Quintadicopertina, 2012. La civiltà idiota. Saggi militanti, Valigie Rosse, 2018. Con Paolo Giovannetti ha curato il volume collettivo Teoria & poesia, Biblion, 2018. Traduzioni Jean-Jacques Viton, Il commento definitivo. Poesie 1984-2008, Metauro, 2009. È stato redattore delle riviste “Manocometa”, “Allegoria”, del sito GAMMM, della rivista e del sito “Alfabeta2”. È uno dei membri fondatori del blog Nazione Indiana e il curatore del progetto Descrizione del mondo (www.descrizionedelmondo.it), per un’installazione collettiva di testi, suoni & immagini.