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	<title>alfabeta2 &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>Essi vivono</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2016/11/24/essi-vivono/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[andrea inglese]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 24 Nov 2016 06:00:25 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[alfabeta2]]></category>
		<category><![CDATA[Andrea Inglese]]></category>
		<category><![CDATA[Essi vivono]]></category>
		<category><![CDATA[prosa italiana contemporanea]]></category>
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					<description><![CDATA[[Nell&#8217;ambito del Primo Festival di DeriveApprodi 25/26/27 novembre, Nanni Balestrini, Maria Teresa Carbone, Andrea Cortellessa, presentano presso il Nuovo Cinema Palazzo &#8220;L&#8217;invasione aliena&#8221;, il nuovo almanacco di Alfabeta2, coedito insieme a DeriveApprodi Editore. Presento qui il mio testo incluso nel volume. Indicazioni sugli autori e i materiali raccolti, in coda al post. a. i.]  . [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<div class="text_exposed_root text_exposed"><img loading="lazy" class="aligncenter size-medium wp-image-65808" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/11/invasione-aliena-alfabeta2-300x148.jpg" alt="invasione-aliena-alfabeta2" width="300" height="148" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/11/invasione-aliena-alfabeta2-300x148.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/11/invasione-aliena-alfabeta2-768x378.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/11/invasione-aliena-alfabeta2.jpg 960w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /></div>
<div id="id_5832b2e81897a3387396394" class="text_exposed_root text_exposed">[Nell&#8217;ambito del <a href="https://www.facebook.com/events/196647097445081/?acontext=%7B%22action_history%22%3A%22null%22%7D" data-hovercard="/ajax/hovercard/event.php?id=196647097445081&amp;extragetparams=%7B%22directed_target_id%22%3A1781231405457886%7D">Primo Festival di DeriveApprodi 25/26/27 novembre</a>, Nanni Balestrini, Maria Teresa Carbone, Andrea Cortellessa, presentano presso il <a id="js_aes" href="https://www.facebook.com/salavittorioarrigoni/" data-hovercard="/ajax/hovercard/page.php?id=210305922359205&amp;extragetparams=%7B%22directed_target_id%22%3A1781231405457886%7D">Nuovo Cinema Palazzo</a> &#8220;L&#8217;invasione aliena&#8221;, il nuovo almanacco di <a href="https://www.facebook.com/alfabetadue/" data-hovercard="/ajax/hovercard/page.php?id=109951809363848&amp;extragetparams=%7B%22directed_target_id%22%3A1781231405457886%7D">Alfabeta2</a>, coedito insieme a <a href="https://www.facebook.com/DeriveApprodiEditore/" data-hovercard="/ajax/hovercard/page.php?id=264941436923559&amp;extragetparams=%7B%22directed_target_id%22%3A1781231405457886%7D">DeriveApprodi Editore</a>. Presento qui il mio testo incluso nel volume. Indicazioni sugli autori e i materiali raccolti, in coda al post. a. i.]</div>
<div class="text_exposed_root text_exposed"><span style="color: #ffffff;"> .</span></div>
<p>di <strong>Andrea Inglese</strong></p>
<p>Essi vivono malgrado i nostri tentativi di reperimento per pattugliamenti celesti e radiocronache degli spazi profondi, essi vivono oltre i nostri sforzi d’immaginarli in formato cinematografico, <span id="more-65500"></span>essi vivono nonostante l’incontro ravvicinato, l’ospitalità ipocrita, la pugnalata alla schiena, essi vivono pur nel cruccio nostro di studiarne le forme di commercio e di circolazione sanguigna, essi vivono malgrado i nostri servizi d’anatomia e antropologia comparata, passati indenni attraverso le visite coatte, le reclusioni in quarantena, i test cognitivi, le alleanze politiche, la colonizzazione economica, essi vivono anche se gli abbiamo fatto cattiva pubblicità, e hanno subito diversi gradi di diffamazione planetaria, essi vivono pur essendo stati messi al bando, ed avendo perso tutto, persino la voce, essi vivono con la schiuma dei nostri sputi freschi sul dorso, con gli abiti da cerimonia inzuppati dal nostro piscio, essi vivono come l’ultima nostra speranza, puramente regressiva, puerile, di uscire da noi stessi, di punirci in altre spoglie, di trovare l’occasione buona per liberarci di noi.</p>
<p>Essi sono giunti, forse per contagio chimico, o semplice infiltrazione fisica, o per sentito dire, come cosa mentale, senza spessore e consistenza, ma sono ora imparentati, con le madri prima di tutto, le nostre, e diventeranno fratellastri, sono anche impiantati su tutta la superficie, con radici orizzontali moltiplicate, e germogliano, sono qui da noi, nei pressi, come le ombre e le correnti d’aria, si posano e scivolano oltre, entrano ed escono, sono dentro di noi, e sono come noi, hanno caratteristiche simili, ci assomigliano straordinariamente, non sono mai distinguibili, sono la stessa cosa, siamo noi e loro, in una lunga, irresoluta incertezza, e non si sa mai chi sta parlando o scrivendo, se noi o loro, che poi è lo stesso, sono semplicemente <em>noi</em>, lo giurano sulla loro madre, perché li abbiamo assimilati così bene, così a forza, oppure noi tutti siamo diventati come loro, per semplice mimetismo psico-fisico o alienazione spontanea, quindi siamo alieni puri, sempre migliorati, più extraumani, extravivi, siamo fuori dal pianeta alfine, pencolando vani.</p>
<p>Essi hanno strane abitudini alimentari, non toccano cibo per mesi, ma divorano cose non commestibili spesso solo con lo sguardo, ungono tutto quello che mangiano, ma ciò che mangiano non entra mai, non è mai assimilato, integrato, è un’intenzione, un’ipotesi, si muovono con tutti questi cibi addosso, sono coperti di cibi, ingranditi da essi, corazzati, tanto che quasi stanno fermi, come se il cibo e l’abitazione fossero una stessa cosa, una zona di lenta fermentazione, non riescono a consumarlo, in realtà, ma cresce intorno a loro, lo conservano e cumulano con maestria, sono molto avanti in questo, per anni non ne fanno nulla, attendono l’attimo propizio per un pasto risolutivo, decennale, in mezzo a quell’immondezzaio, a quella catasta di cose rotte, inservibili, umettate con cura, da quella saliva loro, ma non trovando mai un organo mandibolare e inghiottitore, nulla che mastichi, che deglutisca, ci navigano dentro, si scavano un angolo, un rifugio, non è come finire sotto terra, ben tumulati, loro da sotto, spalle al suolo, se lo guardano il cibo, come sepolti sotto una piramide gelatinosa, putrefatta, perché con la fame verrà un giorno anche la maturazione dei sistemi digerenti e ingerenti, loro ci credono nel cibo, hanno fede nel pasto finale, sboccerà un giorno, non si sa come, una bocca autentica, sulla loro compatta epidermide.</p>
<p>Essi non ammazzano quasi mai, hanno un profondissimo rispetto per la vita altrui, e anche evitano, fintantoché è possibile, lo spostamento di cose inanimate, alla carezza preferiscono uno sguardo lontano, e considerano le conversazioni di strada o di condominio delle elementari forme d’intrusione e manipolazione, amano le languidezze asiatiche, la meditazione durante il sonno, l’oblio durante gli svenimenti, ma fanno molto uso di sostanze che ammorbidiscono l&#8217;udito e la vista, e che divaricano pericolosamente il cervello, organo che hanno molto sviluppato, ma disfunzionante per un lungo periodo della loro esistenza, durante la quale si lasciano quasi morire, ma inquinando con i loro residui corporei l’intera catena alimentare, e prima di cominciare a disintossicarsi, riacquistando il pieno uso della loro mente brillante, hanno fatto terra bruciata intorno, avvelenato le falde, contaminato l’aria, sfigurato le specie amiche e circostanti.</p>
<p>Essi hanno un rapporto non facile con il denaro, alla carta-moneta preferiscono in genere forsennate dimostrazioni di comunismo carnale, durante le quali non sanno distinguere gli organi appropriati da quelli ostruzionistici, età propizie o meno, generi sessuali tra loro commisurati secondo natura o semplice arbitrio, e dentro gli orifizi soffiano infinite note per sinfonie sorde, ma appena hanno un minuto libero dal fottimento indiscriminato subito si mettono seduti a fare i conti, si procurano scrivanie e seggiole da ufficio, per contabilizzare, assegnando una cifra, ossia un valore economico assoluto, ad ogni piccolo contributo mentale o fisico alla loro esistenza, si chiudono saldamente nella privatezza dei calcoli, non dividono né spese né profitti, capitalizzano anche i battiti di ciglia e gli starnuti, e soprattutto sono enormemente tesi, e quei minuti di contabilità crescono, si dilatano, diventano settimane, intere stagioni, dove non trovano più la via dei cazzi e dei culi, delle bocche e delle fighe, e sono lì a contarsi le macchie sulla pelle, le mosche dentro la camera, i semi nella fetta di cocomero, guardandosi tutti in cagnesco, ognuno riparato, accartocciato, sulla seggiolina girevole, dietro la sua scrivania triste.</p>
<p><span style="text-decoration: underline;">________________________________________________________________________</span></p>
<p><span style="color: #ffffff;">.</span></p>
<p><strong>L’invasione aliena</strong></p>
<p>A cura di <strong>Nanni Balestrini, Maria Teresa Carbone, Andrea Cortellessa</strong></p>
<p><em>Contributi</em> di Andrea Cortellessa, Franco Berardi Bifo, Alberto Burgio, Letizia Paolozzi, Maria Teresa Carbone, Lucia Tozzi, Furio Colombo, Fabrizio Tonello, Giovanni Battista Zorzoli, Andrea Grignolio, Antonella Moscati, Paolo Godani, Franca Cavagnoli, Valentina Parisi, Daniele Cianfriglia e Chiara Veltri. Testi di Nanni Balestrini, Gherardo Bortolotti, Alessandra Carnaroli, Gabriele Frasca, Marco Giovenale, Andrea Inglese, Guido Mazzoni e Laura Pugno. Con immagini e una intervista a Luigi Ontani.</p>
<p>*</p>
<p><em>L’almanacco. Cronaca di un anno</em></p>
<p>Una selezione di materiali da www.alfabeta2.it (settembre 2015-agosto 2016). Fra gli autori Giancarlo Alfano, Daniele Balicco, Mario Barenghi, Cecilia Bello Minciacchi, Franco Berardi, Dalila D&#8217;Amico, Lelio Demichelis, Valerio De Simone, Michele Emmer, Lorenzo Esposito, Francesco Fiorentino, Gianfranco Franchi, Federico Francucci, Andrea Fumagalli, Mario Gamba, Lisa Ginzburg, Angelo Guglielmi, Francesca Lazzarato, Michele Mezza, Paolo Morelli, Giulia Niccolai, Tommaso Ottonieri, Gabriele Pedullà, Maria Concetta Petrollo, Maria Cristina Reggio, Gigi Roggero, Enrico Testa, Antonello Tolve, Valentina Valentini, Riccardo Venturi e Paolo Zublena. Immagini da WAW</p>
<p>Women Artist of the World, a cura di Manuela Gandini e Francesca Pasini.</p>
<p>In apertura, Paolo Fabbri ricorda Umberto Eco.</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Scuola: elogio del ritardo</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2015/12/16/elogio-del-ritardo/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[andrea inglese]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 16 Dec 2015 13:00:29 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[incisioni]]></category>
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					<description><![CDATA[[Questo saggio è incluso in Almanacco alfabeta2 2006, cronaca di un anno POST-FUTURO (Alfabeta edizioni &#8211; DeriveApprodi 336 pagine illustrate a colori) a cura di Nanni Balestrini, Maria Teresa Carbone, Andrea Cortellessa, Nicolas Martino.] &#160; Di Andrea Inglese Me lo spiegava il gestore della vineria di Matera, che gli interessava la cultura, e voleva associarla alla riuscita [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/12/quaderno-di-scuola-anni-50.jpg"><img loading="lazy" class="aligncenter size-medium wp-image-58822" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/12/quaderno-di-scuola-anni-50-300x220.jpg" alt="quaderno di scuola anni 50" width="300" height="220" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/12/quaderno-di-scuola-anni-50-300x220.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/12/quaderno-di-scuola-anni-50-900x661.jpg 900w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/12/quaderno-di-scuola-anni-50.jpg 994w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /></a></p>
<p>[Questo saggio è incluso in <em><a href="http://www.alfabeta2.it/2015/11/17/e-arrivato-lalmanacco-alfabeta2/">Almanacco alfabeta2 2006, cronaca di un anno POST-FUTURO</a> </em>(Alfabeta edizioni &#8211; DeriveApprodi 336 pagine illustrate a colori) a cura di Nanni Balestrini, Maria Teresa Carbone, Andrea Cortellessa, Nicolas Martino.]</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Di <strong>Andrea Inglese</strong></p>
<p>Me lo spiegava il gestore della vineria di Matera, che gli interessava la cultura, e voleva associarla alla riuscita economica, ospitando eventi musicali, letterari, gli sarebbe piaciuto davvero, ma ne diffidava, perché era forse impossibile per via della domanda inesistente, anche se lui, ad esempio, pur avendo fatto economia e commercio, amava il jazz. <span id="more-58651"></span><em>Era colpa della scuola</em>, che si capiva quel disinteresse culturale, per il problema degli insegnanti e della loro arretratezza, che non stanno più dietro a nulla; con internet gli studenti ne sanno ormai più di loro e si annoiano, ma disse anche che il problema erano in effetti questi giovani, non rispettavano più niente, perché una volta l’insegnante parlava, aveva una sua autorità, mentre oggi viene zittito, e trionfa il consumismo e l’assenza di curiosità. Così ho potuto appurare che idea avesse della scuola un trentenne italiano qualificato, con tanto di spirito imprenditoriale e aspirazioni culturali, un’idea confusa, anzi perfettamente contraddittoria: la scuola va male perché non tiene il passo con la modernizzazione e perché ha perso i valori tradizionali. Ma quella confusione era anche la mia, era una confusione diffusa. Anche se a me, come insegnate, almeno un punto è chiaro: l’arretratezza culturale della scuola, durante tutto il ventennio berlusconiano, è ciò che l’ha resa abbastanza impermeabile a tutte le propagande revisioniste, razziste, superomiste, e tra i banchi di scuola, ancora oggi, è più facile farsi un’idea chiara della sconvenienza sociale di essere razzisti, truffatori, manipolatori, prepotenti, assassini, che in qualsiasi altro ambito della società.</p>
<p>Una volta, per quelli di sinistra, se uno diceva “Modernizziamo la scuola”, si tirava un sospiro di sollievo, perché chi modernizzava era contro l’oscurantismo e lo stato di minorità delle masse, e quindi “modernizzazione” e “progresso” erano parole amiche. E, salvo modernizzazioni folgoranti come quelle realizzate durante le fasi rivoluzionarie, dal dopoguerra in poi le nostre società democratico-liberali si erano assestate su di un ritmo riformistico più o meno sostenuto, e volente o nolente di miglioramenti sociali se ne sono visti, come figli di contadini che diventavano medici professionisti, o figli di operai che insegnavano all’università. E, a sinistra, la gloria dei movimenti di contestazione, come quello del Sessantotto, stava nella capacità di accelerare il processo riformistico, così che si faceva un bel balzo in avanti nell’ambito del lavoro, della scuola o della famiglia. Oggi per via della complessità, che impone un pensiero sottile e sfumato, si è costretti a pensare con una certa complicatezza, ma anche confusamente, perché più il pensiero è sottile più è facile a confondersi. Per cui sulle parole non si può più stare tranquilli, e anche se uno dice “Modernizziamo”, magari è una sciagura, come quando uno dice “Riforme strutturali”, che lì sono addirittura visioni da film dell’orrore.</p>
<p>Questa faccenda del vocabolario, che è come se fosse anche lui, come certe aree geografiche, tutto un po’ inquinato, con dei veleni invisibili, che a occhio nudo, al momento, non si vedono, e poi ti guastano a poco a poco tutto l’organismo, non è facile da risolvere, ad esempio, se uno vuole preoccuparsi della scuola. La scuola infatti è un’istituzione umana, cioè un’invenzione di qualcosa che in natura non esiste, e non è una cosa che si può studiare scientificamente come il funzionamento del formicaio, facendo delle osservazioni regolari o mettendosi dietro un microscopio, bisogna far leva sui nostri vocabolari: perché qualcosa si possa <em>fare </em>a proposito della scuola, bisogna cominciare a <em>parlarne</em>, ossia a trovare le parole adatte, sufficientemente non inquinate e non brumose.</p>
<p>Perché prima di “modernizzarla” o di “salvaguardarla”, sarebbe anche bello capire cosa sia, a cosa serva la scuola. Nel mondo odierno della complicatezza non è che risulti così chiaro.</p>
<p>Partiamo dall’alto, dall’istruzione secondaria superiore – l’aulica università –, e prendiamo quelli che dovrebbero intendersene, e che guidano i processi, i ministri europei dell’Istruzione, con i loro programmi di lunga durata, le periodiche conferenze, loro un’idea chiara dovranno averla e pure i divulgatori, coloro che traducono tutto l’indaffaramento politico in resoconti intelligibili. Infatti, a leggerlo, l’apposito sito Eurydice (“la rete d’informazione sull’istruzione in Europa”) qualcosa persino si capisce. Anche se non sembra, i ministri dell’istruzione delle strategie le hanno, e sebbene suoni strano a chi ci metta piede, o addirittura ci lavori, l’università è <em>il</em> settore chiave “affinché l’Europa possa diventare l’economia basata sulla conoscenza più competitiva e dinamica a livello mondiale”. Quindi, è in questa lotta che si tuffano gli iscritti all’università, quale sia la loro motivazione o il loro ambito di studi, devono far sì che la conoscenza sia carburante per l’economia, e carburante buono, da far filare la macchina europea meglio di quella sudcoreana o statunitense. Potrebbe anche sembrare brutto questo intruppamento della gioventù, che subordina l’approccio generale alla conoscenza – quello che caratterizza tutte le istituzioni educative fino all’università – alla sola logica della crescita economica, dal momento che una competizione è in atto tra Europa e resto del mondo, e ogni talento fresco deve parteciparvi. Certo, contro i catastrofisti, va detto che è meno incruento intruppare nelle aule che dentro trincee o carri armati, come è avvenuto invece il secolo scorso in due davvero catastrofiche occasioni. Lascia comunque perplessi scoprire che il concetto di “capitale umano” circoli in questi testi ufficiali, e che costituisca uno dei mattoni semantici principali della finalità dell’istruzione europea: c’è del capitale umano, e il compito dei formatori pubblici è quello di valorizzarlo. Anche perché, come già evidenziato, nella guerra economica globale, il settore determinante ha bisogno sì di braccia e macchine, ma soprattutto di cervelli, possibilmente raziocinanti e freddi, come li prevede la teoria economica di stampo liberista che ha perfezionato il concetto di cui sopra. Sì, perché tirando le fila delle parole “ufficiali”, le strategie europee appaiono debitrici di un vocabolario che risale a Gary Becker  allievo di Milton Friedman e rappresentante della celebre scuola economica di Chicago. È chiaro, allora, come va intesa l’universalmente auspicata “modernizzazione” della scuola: siamo nel medesimo terreno ideologico (terrorizzante) delle “riforme strutturali”. Mobilità, aggiornamento tecnologico, flessibilità, formazione permanente, eccellenza, ricerca del massimo profitto economico, e le maggiori risorse ai pochi migliori. Ognuno si vada a leggere le priorità connesse al “processo di Bologna”, che è una sorta di piano ormai ventennale per uniformare e riformare i sistemi universitari europei. (Troverà anche riferimenti scarsi e generici alla “dimensione sociale dell’istruzione”, ma si tratta probabilmente di un eco delle Costituzioni nazionali, che non erano ancora ossessionate dalle crescita economica e dal libero mercato.) In uno dei resoconti più recenti sulle attività dei conferenzieri europei , si legge: “Partendo dai risultati degli ultimi 15 anni, le nuove priorità si concentreranno adesso sull’aumento della mobilità internazionale, sull’uso delle tecnologie digitali nell’apprendimento e sul miglioramento delle competenze richieste dai datori di lavoro”.</p>
<p>Proviamo ora, passando dalle parole ai fatti, a considerare queste priorità in riferimento a una situazione concreta. E il discorso non vale solo per l’istruzione secondaria superiore, ma anche per tutto il percorso formativo precedente. L’adeguamento tra finalità della scuola pubblica ed esigenze del mercato del lavoro, così come tra metodi d’insegnamento e tecnologie digitali assomiglia da tempo alla competizione tra Achille e la tartaruga, e questo perché una volta che il sistema d’istruzione è subordinato al mercato del lavoro e all’innovazione tecnologica, esso sarà sempre “secondo”, in ritardo, costretto ad agire di rimbalzo. Sarebbe, allora, opportuno considerare questo <em>ritardo cronico </em>della scuola come il suo fattore più prezioso e specifico. Ma un tale rovesciamento di prospettiva ha senso, se si considerasse l’istruzione come un settore <em>autonomo</em> dell’attività umana, non più definito in funzione di un altro settore specifico come l’economia – intesa poi attraverso il filtro ideologico del liberismo. Si potrebbero così abbandonare tutti gli enormi e fallaci sforzi per trasformare scuole e università in aziende che erogano servizi formativi a singoli individui, in vista di <em>garantire</em> loro un salario elevato in futuro. Allo stesso modo, si potrebbe rinunciare a formare il consumatore all’uso dei prodotti in perpetuo rinnovamento dell’industria digitale. Si frequenterebbe la scuola, semmai, per ritardare l’assunzione di tali orizzonti ideologici e delle mansioni che ad essi conseguono, senza per questo dover introdurre un qualche catechismo libertario e anticapitalista. Sarebbe sufficiente riconoscere il ritardo che già oggi è presente all’interno delle istituzioni scolastiche e valorizzarlo per il suo aspetto sia inerziale sia creativo. Ci vorrebbe, appunto, un rovesciamento di prospettiva, come quello realizzato da Michel de Certeau  nella sua analisi delle pratiche di consumo popolari. Se la scuola non tiene il passo con l’economia della conoscenza, è perché la conoscenza stessa, nel laboratorio collettivo, conflittuale, costituito di affetti e creazioni immaginarie, che è la scuola delle persone reali, ha uno statuto incerto e imprevedibile, e non si lascia somministrare lisciamente come le classi dirigenti auspicherebbero.</p>
<p>L’autonomia della scuola sarebbe, allora, uno spazio allestito per <em>interrogare il sapere, </em>attraverso il primo compito dell’insegnante adulto che è quello di presentare un’eredità culturale allo studente giovane, per comprendere con lui, attraverso le sue reazioni e iniziative, come questa eredità possa essere usata, diffusa, criticata, elaborata, ecc. E tutti quei fattori considerati di “disturbo”, che interferiscono sulla trasmissione dei contenuti o l’acquisizione delle competenze, dovrebbero essere considerate come <em>situazioni tipicamente educative</em>, ossia legittime, inevitabili, e preziose in quanto mettono a confronto le pratiche attestate dell’insegnante e quelle informali dello studente e permettono che nello spazio protetto della scuola entrambe abbiano corso, possano emergere, evitando di sfociare nella reciproca distruzione.</p>
<p>Uno spazio di autonomia e d’interrogazione sul sapere ereditato non può che essere uno spazio collettivo e polifonico, dove è questione di un <em>noi</em>, problematico finché si vuole, ma posto come realtà che precede gerarchicamente ogni <em>io</em>, ed anche di una pluralità di voci, discorsi, lingue, che nessun esperanto “didattico-pedagogico” può illudersi di riassorbire.</p>
<p>Ritornando, allora, al gestore della vineria di Matera, mi vien da dire che gli insegnanti non aggiornati e gli allievi non rispettosi sono in effetti una contraddizione interna alla scuola, sono degli autentici problemi, a patto di considerare che la scuola è, in via ordinaria, una <em>fabbrica di problemi </em>e che proprio questa è la sua funzione, al contrario di quanto vogliamo credere, anche a sinistra, immaginando la scuola come una <em>macchina risolutrice di problemi</em>, di quelli specialmente che nascono fuori di essa. Prendiamo il problema della mancata parità uomo-donna. La scuola di certo non lo inventa, ma permette innanzitutto di <em>inscenarlo </em>e di sperimentare nei casi migliori una possibile <em>soluzione</em>, ossia il trattamento equo di studenti e studentesse. Non sarà però la scuola a risolverlo, con i suoi soli mezzi educativi e in tempi brevi.</p>
<p>A conclusione di questo tentativo di immaginare parole diverse, e quindi un senso e un futuro diverso per la scuola, un’ultima constatazione. Se la scuola produce, nella sua vita istituzionale ordinaria, una gran quantità di problemi <em>legittimi</em>, ve ne sono almeno due del tutto <em>illegittimi </em>che continuano invece a minarla. Non sono anomalie misteriose, ma pubblicamente additate e conosciute da cittadini e governanti. In primo luogo, l’esistenza ormai accettata universalmente di due tipologie d’insegnanti, quelli di ruolo e quelli precari, con diversità importanti di garanzie, privilegi e retribuzioni. (A ciò si aggiunga l’indecente storia delle modalità di reclutamento dell’ultimo quindicennio.) In secondo luogo, l’Italia è tra i paesi europei con le medie peggiori relative sia all’abbandono scolastico sia alla scolarizzazione superiore. D’altra parte, nessuna di queste aberrazioni italiane potrà essere corretta da una politica scolastica di fattura europea e modernizzante, fintantoché quest’ultima abbia come presupposto culturale l’idea che, di fronte ai docenti, soggiornino chili di capitale umano da valorizzare.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>Scritti dopo gli attentati di Parigi &#8211; un e-book di Nazione Indiana</title>
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		<dc:creator><![CDATA[andrea inglese]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 08 May 2015 16:00:42 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[incisioni]]></category>
		<category><![CDATA[indiani]]></category>
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					<description><![CDATA[di <strong>Andrea Inglese</strong> <br /> Proponendo un e-book che raccoglie quanto è stato scritto su questo blog e sul blog amico <em>alfabeta2</em> dopo gli attentati di Parigi di gennaio, viene subito da chiedersi se tale operazione editoriale abbia minimamente senso. C’è qualcuno a più di tre mesi di distanza da quegli eventi, che ha ancora voglia di rileggere questi testi, o di leggerli, magari, la prima volta? ]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/05/Scritti-dopo-gli-attentati-di-Parigi.pdf"><img loading="lazy" class="alignleft wp-image-53883 size-medium" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/05/copertina-charlie-225x300.jpg" alt="copertina-charlie" width="225" height="300" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/05/copertina-charlie-225x300.jpg 225w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/05/copertina-charlie.jpg 500w" sizes="(max-width: 225px) 100vw, 225px" /></a>di <strong>Andrea Inglese</strong></p>
<p><em>Scarica l&#8217;ebook qui: <a title="Scritti dopo gli attentati di Parigi (pdf)" href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/05/Scritti-dopo-gli-attentati-di-Parigi.pdf">pdf</a>, <a title="Scritti dopo gli attentati di Parigi (epub)" href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/05/Scritti_dopo_gli_attentati_di_Parigi_-_AAVV.epub">epub</a>, <a title="Scritti dopo gli attentati di Parigi (mobi)" href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/05/Scritti_dopo_gli_attentati_di_Parigi_-_AAVV.mobi">mobi</a></em></p>
<p>Proponendo un e-book che raccoglie quanto è stato scritto su questo blog e sul blog amico <em>alfabeta2</em> dopo gli attentati di Parigi di gennaio , viene subito da chiedersi se tale operazione editoriale abbia minimamente senso. C’è qualcuno a più di tre mesi di distanza da quegli eventi, che ha ancora voglia di rileggere questi testi, o di leggerli, magari, la prima volta? Un fatto è certo, gli attentati di Parigi hanno costituito un <em>trauma</em> per i francesi, ma anche probabilmente per tutti gli europei, e forse addirittura per tutti noi “occidentali”, anche se non mi è poi così chiaro cosa voglia dire “occidentali”. Il trauma in Francia c’è stato: lo conferma la mobilitazione straordinaria di quattro milioni di persone in occasione delle manifestazioni “ufficiali” di domenica 11 gennaio contro il terrorismo. Io ho seguito gli avvenimenti dalla Francia, dove vivo, e il mio coinvolgimento è stato intenso, come quello della maggior parte dei cittadini francesi. Negli altri paesi, come l’Italia ad esempio, l’impatto dell’evento potrebbe essere misurato considerando sia l’attenzione mediatica che gli attentati hanno riscosso nei canali ufficiali d’informazione, sia la quantità di materiali e discussioni in circolazione sui social network e sui blog durante quelle settimane. Si è reso evidente, tra l’altro, un fenomeno che io chiamerei di <em>opportunismo mediale</em>. Di fronte all’irruzione della violenza terroristica nel tessuto familiare della vita ordinaria, non vi è uso pregiudiziale dei <em>media</em>: tutto può servire, tutto può essere utile. Ogni gerarchia si dissolve: le grandi testate giornalistiche sono divorate con altrettanta curiosità del blog minoritario e indipendente, il social network più apolitico veicola dibattiti e materiali altrettanto politici della rivista di studi strategici. Ma questo consumo abnorme d’informazioni, come ci insegna Nietzsche, ha qualcosa dell’esorcismo: la conoscenza è una forma di neutralizzazione dello spavento.</p>
<p>Posto quindi che gli attentati di Parigi hanno probabilmente <em>toccato da vicino</em> anche chi non è francese e non abita in Francia, varrebbe la pena di chiedersi cosa sia rimasto oggi di quell’urto nelle nostre vite. Potrebbe darsi che l’evento sia stato abbondantemente <em>consumato</em>, che di esso non rimangano più residui, schegge disturbanti, a tenere vive la memoria e l’analisi. Il lavoro di ricerca e riflessione non ci riguarderebbe più <em>in prima persona</em>, e sarebbe stato nuovamente delegato ai media d’informazione di massa, come in genere avviene per le “grandi questioni” che agitano la nostra società. Il carattere traumatico dell’evento è consistito, infatti, non nella semplice scossa emotiva, ma in qualcosa di ben più importante che a questa scossa si accompagnava: l’esigenza di voler capire, e di prendere la parola. Il sentirsi bersaglio quasi in prima persona, confrontati alla violenza indiscriminata fin dentro la dimensione intima, domestica, del vivere, ci ha chiamati in causa tutti <em>in un primo momento</em> e non solo per condannare, ma anche per ragionare. Oggi, forse, si è accettato nuovamente che siano soprattutto gli opinionisti, gli esperti, i capi di stato o dei servizi segreti ad occuparsi di questa faccenda.</p>
<p>In Francia, il vivo dibattito che si era reso visibile sulla stampa durante tutto il mese di gennaio, e che si sforzava di far emergere il contesto più ampio e variegato all’interno del quale situare gli attentati, fa spazio oggi all’iniziativa del governo, che con procedura d’urgenza vuole imporre un disegno di legge sulle attività dei servizi segreti, per rendere più efficaci le procedure di controllo e prevenzione degli atti di terrorismo. Di fatto, questa legge rende legali tutte le attività di sorveglianza informatica generalizzata che erano finora considerate illegali, e amplia i motivi che legittimano l’azione dei servizi segreti nei confronti della vita dei cittadini, inserendo voci estremamente generiche quali “prevenzione di attentati alla forma repubblicana delle istituzioni” o “interessi prioritari della politica estera” (<a href="http://www.lettera43.it/politica/la-francia-verso-una-sorveglianza-di-massa-del-web_43675165388.htm">www.lettera43.it/politica/la-francia-verso-una-sorveglianza-di-massa-del-web_43675165388.htm</a>). Contro questa legge si sono già mobilitati in molti, dalle organizzazioni di difesa dei diritti umani e dai sindacati della magistratura fino agli stessi provider. Essa sancisce comunque la scomparsa del dibattito sulle cause e i motivi degli attentati di Parigi, spostando tutta l’attenzione sulla questione “sicurezza”. Il governo, in questo modo, non è solo l’autore di un disegno di legge liberticida, ma anche colui che definisce le priorità del dibattito pubblico. Il terrorismo da fenomeno ambiguo e complesso, che richiede di essere indagato e chiarito nei suoi molteplici aspetti, diviene un assunto indiscutibile, un semplice dato di fatto, che suscita semmai una discussione sui metodi scelti dallo Stato per combatterlo.</p>
<p>Nel frattempo il rumore di fondo mediatico e politico alimentato dal fantasma dello “scontro di civiltà” è ancora percepibile, e cresce semmai d’intensità. L’idea che sia in atto una sorta di guerra contro l’occidente, e che questa guerra si generi nel seno di un soggetto dai contorni vaghi e ampi, come il mondo arabo-musulmano, è qualcosa che piace sia ai giornalisti sia ai politici, in Italia e altrove. Negli scritti apparsi a caldo su <em>Nazione Indiana</em> e <em>alfabeta2</em>, pur nella diversità di approcci e di posizioni, ci si è tenuti ben lontani da un tale schema interpretativo, non solo perché ritenuto infondato, ma anche perché foriero di ulteriori sofferenze e violenze.</p>
<p>Non si troveranno in questi testi analisi geo-politiche sul Medio Oriente e sul Maghreb, sul bilancio catastrofico delle politiche statunitensi e europee in tali regioni del mondo; neppure studi sulla genesi storica, sociale e politica del jihadismo o sulle guerre intestine che, in nome delle diverse confessioni musulmane, s’innestano su conflitti regionali di origine politica ed economica. Ognuno di questo testi, però, ha colto negli eventi traumatici di Parigi come una cristallizzazione di molteplici realtà, che richiedono di essere pensate assieme, approfonditamente e senza alcuna scorciatoia. Non ha senso, ad esempio, celebrare astrattamente la libertà di espressione, senza considerare ogni contesto determinato in cui tale libertà è esercitata. Non esiste un metro campione di tale libertà, al di fuori della dialettica storica che vede concrete battaglie per salvaguardare tale libertà da minacce di diversa natura. Non ha senso considerare gli attentatori di Parigi come dei puri prodotti della propaganda jihadista internazionale, come se essi non fossero stati dei cittadini “occidentali”, ossia dei francesi nati e vissuti in Francia, e quindi ampiamente impregnati di esperienze fatte in seno alla società francese.</p>
<p>Vorrei, per concludere, aggiungere un paio di considerazioni. La prima riguarda nuovamente l’idea mediaticamente e politicamente prediletta dello scontro di civiltà o di culture. Ora, mi sembra che già da un punto di vista teorico una tale idea sia una completa assurdità. Per avere uno “scontro fra civiltà” bisognerebbe innanzitutto che esistessero due entità sufficientemente omogenee e discrete in grado di opporsi. Dubito che queste “entità” esistano. Qualcuno ha un’idea chiara di cosa sia la civiltà occidentale? E soprattutto questa civiltà occidentale ha una personalità semplice, dai confini precisi e una volontà univoca, a cui potremmo opporre un’altra personalità altrettanto semplice e precisa, dalla volontà anch’essa univoca? E quale sarebbe quest’altra civiltà? Quella araba? O quella musulmana? O quella frutto del mosaico stratificato di culture, regimi politici, identità nazionali, che si snodano dal Maghreb al Mashrek e che hanno intricatissime storie locali, nazionali e internazionali? Uno dei presupposti principali che dovremmo ormai accettare, all’alba del XXI secolo, quando parliamo di civiltà, è che <em>ogni</em> civiltà porta con sé elementi di progresso umano e di barbarie. E che ogni visione manichea, da questo punto di vista, è già un partito preso verso la barbarie.</p>
<p>La seconda considerazione riguarda la giovane età dei jihadisti, e indico con questo termine coloro che, da varie parti del mondo, dagli Stati Uniti all’Europa, dall’Africa all’Asia, cercano di raggiungere la Siria o l’Iraq o qualsiasi altro luogo dove sembra svolgersi la battaglia campale tra i santi valori dell’Islam e le forze della corruzione e del male, siano esse rappresentate da un regime arabo considerato illegittimo o da forze militari e politiche occidentali o filooccidentali. Durante tutte le guerre, ma anche tutte le rivoluzioni, alcune delle cose più straordinarie e generose e molte delle cose più terribili e disumane <em>sono state fatte da ventenni</em> o <em>sono state fatte fare a dei ventenni</em>. Da europei celebriamo ogni giorno con orgoglio la nostra condizione di cittadini di paesi che vivono in pace, che non conoscono la guerra a casa loro. Bisognerà, però, interrogarsi su questo numero, minoritario certo, ma significativo, di giovani e giovanissimi europei pronti a partecipare ad una guerra, a sacrificare le loro vite, e a distruggerne delle altre. Anche in questo caso non ci sono risposte semplici, ma le caratteristiche del Corano non sono di certo sufficienti, ancora una volta, per spiegare questi comportamenti. Nel suo articolo su <em>Le Monde diplomatique</em> di aprile, <em>Pour en finir (vraiment) avec le terrorisme</em>, Alain Gresh cita uno specialista statunitense dell’islam ed ex funzionario della CIA, Graham Fuller. Quest’ultimo scrive: “Anche se non ci fosse una religione chiamata islam o un profeta chiamato Maometto, lo stato delle relazioni tra l’Occidente e il Medio Oriente oggi sarebbe più o meno identico. Ciò può sembrare controintuitivo, ma mette in luce un punto essenziale: esiste almeno una dozzina di buone ragioni per le quali le relazioni tra l’Occidente e il Medio Oriente siano cattive (…): le crociate (…), l’imperialismo, il colonialismo, il controllo occidentale delle risorse energetiche del Medio Oriente, la promozione di dittature pro-occidentali, gli interventi politici e militari occidentali senza fine, le frontiere ridisegnate, la creazione da parte dell’Occidente dello Stato d’Israele, le invasioni e le guerre americane, le politiche americane (…) riguardanti la questione palestinese, ecc. Nulla di tutto ciò ha alcun rapporto con l’Islam. ” Il fatto che le molteplici ragioni di conflitto tra Medio Oriente e Occidente, pur avendo carattere sociale, economico e politico, siano formulate prevalentemente in termini culturali e religiosi, non ci deve esimere dal compito di identificare lucidamente le cause principali di questo conflitto e di considerare la responsabilità dei dirigenti occidentali, quelli statunitensi in testa, nel perpetrarsi di tale situazione.</p>
<p><strong>* * * *</strong></p>
<p>[I testi di Alain Badiou (la traduzione italiana), Andrea Inglese (<em>Note su “Io sono Charlie” e il suo contraltare</em>), Enrico Donaggio, Franco Buffoni, Youssef Rakha, Davide Gallo Lassere sono apparsi sul sito di <em>alfabeta2</em> nello speciale <em>Toujours Charlie? </em>a cura di Andrea Inglese (impaginazione web Nicolas Martino) il 7 febbraio 2015. Tutti gli altri testi, presentati in ordine cronologico, sono apparsi su Nazione Indiana tra l’8 gennaio e il 27 febbraio 2015.]</p>
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		<title>Castoriadis e il vocabolario dell&#8217;autonomia</title>
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		<pubDate>Tue, 04 Feb 2014 07:03:55 +0000</pubDate>
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<p>di <strong>Andrea Inglese</strong></p>
<p><em>[Ho curato per il n° 34 di &#8220;alfabeta2&#8221;</em>, con l&#8217;aiuto di Massimo Rizzante, un dossier dal titolo Rileggere Castoriadis. <em>I materiali proposti non possono cogliere che molto parzialmente i contorni della figura di Cornelius Castoriadis (1922-1997), poliedrica e multidisciplinare, giunta alla filosofia e alla psicanalisi dopo un ventennio di assidua militanza nel collettivo politico </em>Socialismo o barbarie<em> (1948-1967) e un’esperienza professionale come economista. Sul sito www.alfabeta2.it è possibile leggere una scheda bibliografica aggiornata sia sul versante francese che italiano e un suo scritto, inedito in Italia, del 1981 (attualissimo oggi sopratutto). </em><em>Quello che segue è il mio contributo.]</em></p>
<p><em><span style="font-size: 12pt; font-family: 'Times New Roman';"><span id="more-47470"></span></span></em></p>
<p>All’inizio degli anni Ottanta, in un libro dedicato in gran parte allo studio dell’Unione Sovietica, Cornelius Castoriadis rifletteva sugli effetti perversi che quel peculiare regime di dominio e di sfruttamento della popolazione aveva prodotto anche sulla lingua, e non solo su quella russa, ma anche su tutte quelle ad essa contemporanee nell’Occidente cosiddetto democratico. <!--more-->L’Impero Sovietico e le altre dittature comuniste erano riuscite a mettere fuori uso tutta una serie di parole e di significati che erano stati fondamentali nella storia del movimento operaio e che avrebbero potuto esserlo per il futuro delle lotte sociali. Dopo l’apparente trionfo, tra il 1989 e il 1991, delle società del libero mercato e delle libere elezioni, un fenomeno simile si è prodotto anche in Europa e nel Nord America per quanto riguarda la parola “democrazia” e tutti i significati ad essa associati. Oggi questa parola ha finito per indicare una pura mistificazione, il paravento che nasconde la struttura oligarchica delle società capitalistiche del Nord del mondo e questo ben oltre le cerchie di coloro che si rifanno al vocabolario marxista e alla distinzione tra democrazia “formale” e “sostanziale”. Ma la rovina della parola ha oltrepassato, anche in questo caso, le frontiere delle lingue occidentali, grazie all’uso propagandistico che ne hanno fatto i governi statunitensi, legittimando una pratica dell’esportazione armata dei valori universali che la democrazia incarnerebbe in paesi che ne sono privi. Ce n’è abbastanza per suscitare, da un lato, profonda disillusione e disprezzo e, dall’altro, per annunciare il declino irreversibile dell’Occidente e seppellire con esso gli ideali di emancipazione, considerati ormai con diffidenza o rassegnato cinismo.</p>
<p>Non è questa una congiuntura dalla quale si esca con le semplici prediche sulla responsabilità del voto, sull’argine dell’istituzione parlamentare alle derive autoritarie, sulla funzione educativa (durante i bei tempi che furono) dei partiti di massa. Né basterà riporre tutta la propria fiducia nella salvifica dialettica tra forze produttive e rapporti di produzione, che fatalmente trasformerà la galassia dei lavoratori cognitivi in nuova classe rivoluzionaria. Non si può pensare, ci ricorda Castoriadis, che il linguaggio sia nato oggi, in perfetta sintonia con la nostra mattiniera buona volontà. La difficoltà è infatti duplice: non solo sono inquinate le significazioni ereditate della tradizione socialista, ma sono inquinate le significazioni legate alle lotte democratiche per l’emancipazione individuale e collettiva, e assieme ad esse le istituzioni che le esprimevano socialmente: sindacati, partiti, assemblee, votazioni, dibattiti, ecc. Di fronte a questo disorientamento, che aveva colto già all’altezza degli anni Ottanta del secolo scorso, Castoriadis ha scelto d’interrogarsi sull’eredità e il senso del progetto d’autonomia che, da un punto di vista storico-antropologico, ha caratterizzato l’eccezione occidentale. Si è quindi dedicato ad esplorare con particolare tenacia la vicenda di quella democrazia greca che, pur germinale, e quindi imperfetta e incompleta, ha istituito simultaneamente l’interrogazione filosofica illimitata e la riflessività critica della società sulle proprie norme e valori.</p>
<p>Sono queste, per lui, due creazioni umane indissociabili e decisive, in quanto riconoscono ciò che tutte le culture religiose devono occultare: il fondamento umano, esclusivamente umano, e quindi mutevole e fragile, delle leggi e più in generale delle significazioni sociali. Questo volgersi indietro, però, ha in Castoriadis una funzione strategica e prospettica: si tratta qui di dissociare ciò che, indebitamente, la modernità ha presentato come unitario: il progetto prometeico di controllo razionale e di espansione illimitata, e il progetto di emancipazione individuale e collettiva. In Marx ancora, questi due aspetti sono connessi: sviluppo delle forze produttive ed emancipazione sociale condividono uno stesso destino. Uno dei contributi più importanti di Castoriadis è stato quello di isolare concettualmente due esperienze umane che il processo storico ha presentato come contemporanee ed illusoriamente indissociabili. Non solo, ma egli ha posto il progetto d’autonomia sotto il segno contrario a quello dell’affermazione illimitata del sé, sia essa da intendersi nelle fogge liberatrici della macchina desiderante o in quelle autoritarie della macchina di sopraffazione. L’autonomia è, essenzialmente, autolimitazione, posizione consapevole del limite, dal momento che nessun limite assoluto verrà né dalle leggi sovrannaturali né dalle troppo poco ferree leggi della storia.</p>
<p>Gli odierni tentativi, dopo anni di turbinio semiotico post-strutturalista, di riconquistare una postura più definita e responsabile, infittendo gli appelli alla realtà (dopo tanti <i>back to Marx</i>, un solenne <i>back to reality</i>), paiono nell’ottica di Castoriadis una diversa forma di sviamento. (Il ritorno alla realtà, per altro, sembra sposarsi particolarmente bene con le raccomandazioni al sano realismo delle attuali politiche d’austerità europee e nazionali.) Non c’è là fuori, oltre le istituzioni immaginarie della società, nulla di sufficientemente solido per condurre per mano l’umanità fuori dai suoi disastri. La realtà, se parla, parla non come un parapetto in grado di condurre la specie umana lungo una suggestiva ma protetta passeggiata. La realtà parla per muri contro cui si sbatte o dirupi nei quali si precipita. Ciò significa ridare centralità al concetto di creazione, intesa come creazione di significati e forme di vita. La creazione, a differenza della creatività, non è quel tipo di competenza che un individuo vende sul mercato del lavoro cognitivo odierno, bensì una possibilità inscritta nell’azione e nelle riflessione collettiva, mai completamente prevedibile e determinabile da un qualsiasi piano o teoria. E perché creazione collettiva ci sia è indispensabile uscire dalle forme della rappresentanza politica, per orientarsi verso forme di democrazia diretta e di autogoverno. Come scrive Castoriadis, l’autonomia significa “dare a tutti gli individui la massima possibilità effettiva di partecipazione a qualsiasi potere esplicito e la sfera più estesa possibile di vita individuale autonoma”(1). Solo in queste condizioni è sensato parlare di responsabilità: esigere responsabilità da elettori sprovvisti di qualsiasi presa sulle decisioni cruciali che riguardano i loro destini è una semplice beffa. In nessun modo, l’intellettuale o il filosofo possono per virtù propria indirizzare l’azione umana, dal momento che la prassi precede e sopravanza sempre la teoria. Ma il filosofo, che creda ancora alla possibilità di riattualizzare e rilanciare il progetto d’autonomia, può contribuire a ridefinire un vocabolario, una lingua, entro la quale tutta una serie di parole siano nuovamente o diversamente pronunciabili, e con esse una rete di significati in grado di essere investiti dagli affetti e dalla volontà delle persone, oltreché dal loro pensiero.</p>
<div>
<p>&nbsp;</p>
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<hr align="left" size="1" width="33%" />
<hr align="left" size="1" width="33%" />
<div>
<p><a title="" href="#_ftnref1">[1]</a> Cornelius Castoriadis, <i>Le monde morcelé. Les carrefours du labyrinthe III</i>, Seuil, Paris, 1990, p. 138.</p>
</div>
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		<title>&#8220;alfabeta2&#8221; n° 34 (gennaio / febbraio)</title>
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		<pubDate>Wed, 29 Jan 2014 13:22:29 +0000</pubDate>
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		<title>Per una poesia irriconoscibile</title>
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		<pubDate>Mon, 23 Sep 2013 06:30:34 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[[Questo testo è apparso sul numero 32 di &#8220;alfabeta2&#8221; di settembre-ottobre, in un dossier dedicato alla poesia contemporanea, con interventi di A. Cortellessa, M. Giovenale, M. Manganelli, C. Petrollo Pagliarani.] di Andrea Inglese C’è qualcosa di così palesemente inattuale nella figura del poeta da renderla nonostante tutto ancora allettante e carismatica. Nessuno sa più bene [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><em><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/09/9.jpg"><img loading="lazy" class="alignleft size-medium wp-image-46426" alt="9" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/09/9-300x300.jpg" width="300" height="300" style="float:left; margin:0 10px 0 0;" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/09/9-300x300.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/09/9-150x150.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/09/9-1024x1024.jpg 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/09/9-60x60.jpg 60w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /></a>[Questo testo è apparso sul numero 32 di &#8220;alfabeta2&#8221; di settembre-ottobre, in un dossier dedicato alla poesia contemporanea, con interventi di A. Cortellessa, M. Giovenale, M. Manganelli, C. Petrollo Pagliarani.]</em></p>
<p>di <strong>Andrea Inglese</strong></p>
<p>C’è qualcosa di così palesemente inattuale nella <i>figura</i> del poeta da renderla nonostante tutto ancora allettante e carismatica. Nessuno sa più bene cosa farsene, ma sembra impossibile rinunciarvi una volta per tutte. <span id="more-46425"></span>Ciò dipende, credo, da una buona ragione. Si percepisce oscuramente che il poeta è un po’ l’antitesi degli eroi del nostro tempo: i manager, gli imprenditori, le star dello sport e dei media di massa, gli scrittori di best-seller planetari. D’altra parte, la poesia nella sua forma moderna, ossia lirica, nasce con questa precisa connotazione ideologica: nella metropoli ottocentesca, l’attitudine del poeta, almeno da Baudelaire in poi, si costruisce per opposizione a quella dell’uomo d’affari; da un lato, l’enunciato lirico che corrisponde alla singolarità di un oggetto o di un’esperienza, dall’altro, il denaro come equivalente universale e la <i>ratio </i>economica che ne governa l’uso<a title="" href="#_ftn1">[1]</a>.</p>
<p>A questa buona ragione, però, se ne aggiungono alcune cattive, che contribuiscono a mantenere vivo, seppure in modo intermittente e disinvolto, il culto del poeta. Le pagine culturali dei quotidiani ce ne forniscono alcuni esempi quando saltuariamente decidono di evocare le bizzarre vicende biografiche di un poeta defunto, oppure di onorarne la senile saggezza. L’antitesi di cui sopra, con tutto ciò che implica di irrisolto e problematico, diviene nella versione giornalistica una pacifica divisione del lavoro: al poeta, il privilegio di predicare e di promettere un supplemento d’anima, a tutti gli altri di dedicarsi impietosamente, per quanto è possibile, alle carriere redditizie e ai lauti consumi. Da qui una convinta retorica della <i>resistenza</i>, che piace molto ai poeti del nuovo secolo, giovani e meno giovani. Ecco allora la poesia farsi custode di autenticità, di valori antichi (bellezza formale), di cura artigianale per il linguaggio, di rurale immaginazione, ma anche di civili indignazioni e velleità epiche. Di fronte alle minacce dell’incultura e dello spettacolo ad oltranza, la poesia sarebbe l’espressione, e dunque la garanzia, di una qualche incontaminata interiorità: sentimenti schietti, immagini profonde, significati ultimi.</p>
<p>Questo vario fronte poetico, che resta in qualche modo dominante in Italia, e soprattutto ben <i>riconoscibile</i> all’interno del mondo letterario, ignora però – o si comporta come se le ignorasse – alcune circostanze storiche: nella società tardo-capitalistica in cui viviamo, l’autenticità è una merce, e l’intimità un mercato estremamente dinamico e in espansione. L’industria dell’informazione ha compiuto meglio di qualsiasi altra il ciclo che va dalla produzione generalista a quella individualizzata. E soprattutto ha fornito ad ogni individuo, come nel sogno delle avanguardie novecentesche, le protesi tecnologiche per una (sedicente) libera creazione di sé. Ogni consumatore degno di questo nome è oggi sorgente e terminazione di un flusso in entrata e in uscita di immagini ed enunciati, che gli forniscono l’illusione di essere padrone se non della propria vita, almeno della fetta più intima di essa – quella comprimibile in uno smartphone o nella propria pagina Facebook. Nessuno vuole qui dire che il doppio flusso non comporti un qualche grado di creatività, di libera e marxiana produzione di se stessi, a patto però di riconoscere a monte una coesistenza inestricabile di stereotipi e invenzione, d’idiozia e intelligenza, di autonomia e alienazione, di regressione ed emancipazione.</p>
<p>Solo accettando di esplorare questo intreccio in modo assolutamente spregiudicato, mi sembra sia possibile alimentare ancora oggi la componente critica insita nella poesia. Ciò significa che la scrittura poetica si pone non solo in conflitto con l’ideologia dominante e i suoi modelli di percezione della realtà, ma anche con qualsiasi discorso <i>edificante</i>, fosse pure quello associato a prospettive antagoniste e rivoluzionarie. La scrittura poetica, infatti, si fa carico soprattutto di ciò che mina quella indispensabile articolazione tra discorso e azione, tra dicibile e visibile, su cui si erge ogni ordine sociale, ma anche ogni organizzata forma di contestazione<a title="" href="#_ftn2">[2]</a>. Da qui il carattere tendenzialmente non narrativo della scrittura poetica, che si specializza nella configurazione di <i>paesaggi</i> più o meno disastrati e discontinui. Gli elementi primi di questi paesaggi sono inevitabilmente “parole vuote” e “oggetti muti”, e più generalmente residui inerti di flussi che tendono a fondersi con l’inesauribile e insignificante materialità del mondo. Per questo motivo chi pretende di scrivere in nome o a difesa della nostra <i>umanità</i> si muove nel cerchio rassicurante di ciò che dà <i>senso</i> e corrisponde alle figure conosciute dell’umano, senso e figure ogni giorno smentite non solo dal volto disumano della storia, ma anche dalla distruzione del non-umano a cui la nostra specie è dedita con crescente successo. Il “partito preso delle cose” significa, allora, privilegiare nella costruzione del paesaggio tutto ciò che <i>non è umano</i>, viaggiando attraverso salti di scala che oscillano tra il micro e il macro, e discontinuità temporali che giustappongono cronologie individuali e collettive, di specie e planetarie. La concentrazione sul dato materiale e oggettivo non implica la riproposizione di qualche caricaturale azzeramento del soggetto. Il soggetto, infatti, è ciò che ogni volta, seppure in modo incompiuto e provvisorio, tenta di comporre il paesaggio di cui fa parte. È una sorta di agente rivelatore, che con cura lascia emergere quanto le narrazioni individuali e collettive della società attuale lasciano nell’ombra, sorta di universo residuale, estraneo ai piani ordinari di soddisfacimento o sfruttamento dell’esistente. Ma l’orientamento all’oggetto neppure dev’essere salutato come l’occasione per liquidare la specifica materialità del linguaggio in favore di un’ideale trasparenza comunicativa. Si tenga a mente la nettezza concettuale del <i>Tractatus </i>di Wittgenstein: “Il mondo si divide in fatti”, “Noi ci facciamo immagini dei fatti”, “L’immagine è un fatto”. Francis Ponge ce lo ha ricordato a sufficienza: il poeta vive tra il mondo delle cose e quello delle parole, mondi diversi, ma entrambi materiali e dotati di un ineliminabile grado di opacità.</p>
<p>Queste indicazioni non hanno come scopo di indicare tendenze o poetiche, che dovrebbero garantire in qualche modo della <i>qualità letteraria </i>di chi scrive poesia. La poesia che più ci interessa, oggi, non è (spesso) nemmeno riconosciuta come tale. Invece di resistere si fa invadere o invade, invece di esprimere l’interiorità si fa strumento di ricezione dell’esteriorità del mondo, invece di procedere secondo ordini formali ereditati costruisce di volta in volta forme al limite del disordine, invece di celebrare i grandi significati si espone al non-senso e all’insignificanza. A dirla tutta, molti scrittori in Italia rinuncerebbero volentieri ai dubbi privilegi della figura del poeta, per praticare semplicemente, indifferenti alle corsie editoriali e alle tassonomie critiche, una <i>letteratura generale</i>.</p>
<div><strong>*</strong></div>
<div><br clear="all" /></p>
<hr align="left" size="1" width="33%" />
<div>
<p><a title="" href="#_ftnref1">[1]</a> “Ma economia monetaria e dominio dell’intelletto si corrispondono profondamente. (…) L’uomo puramente intellettuale è indifferente a tutto ciò che è propriamente individuale, perché da questo conseguono relazioni e reazioni che non si posso esaurire con l’intelletto logico – esattamente come nel principio del denaro l’individualità dei fenomeni non entra.” Georg Simmel, <i>La metropoli e la vita dello spirito</i> [1903], Armando, Roma, 1995, p. 38.</p>
</div>
<div>
<p><a title="" href="#_ftnref2">[2]</a> È forse Jacques Rancière, nel suo <i>Politique de la littérature</i> (2007), ad aver meglio di altri indagato le ragioni che distinguono la scrittura letteraria dall’oratoria rivoluzionaria.</p>
</div>
</div>
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		<title>Su 3 chapbook poetici</title>
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		<dc:creator><![CDATA[andrea inglese]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 17 Jul 2013 06:00:48 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[alfabeta2]]></category>
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		<category><![CDATA[critica letteraria]]></category>
		<category><![CDATA[Gherardo Bortolotti]]></category>
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		<category><![CDATA[n° 31 luglio-agosto 2013]]></category>
		<category><![CDATA[poesia contemporanea statunitense]]></category>
		<category><![CDATA[Rachel Blau DuPlessis]]></category>
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					<description><![CDATA[Lyn Hejinian, Un pensiero è la sposa di cosa pensare, traduzione di Gherardo Bortolotti, Marilena Renda, Michele Zaffarano, Arcipelago, 2012, pp. 41, € 3,00. Rachel Blau DuPlessis, Bozza 111: Arte Povera,   traduzione di Renata Morresi, Arcipelago, 2012, pp. 27, € 3,00. Nathalie Quintane, La foresta dei vantaggi, traduzione di Michele Zaffarano, Arcipelago, 2012, pp. 37. [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Lyn Hejinian, <i>Un pensiero è la sposa di cosa pensare</i>, traduzione di Gherardo Bortolotti, Marilena Renda, Michele Zaffarano, Arcipelago, 2012, pp. 41, € 3,00.</p>
<p>Rachel Blau DuPlessis, <i>Bozza 111: Arte Povera</i>,   traduzione di Renata Morresi, Arcipelago, 2012, pp. 27, € 3,00.</p>
<p>Nathalie Quintane, <i>La foresta dei vantaggi</i>, traduzione di Michele Zaffarano, Arcipelago, 2012, pp. 37.</p>
<p>Di <b>Andrea Inglese</b></p>
<p>Il termine <i>poesia</i> suscita oggi un caratteristico fraintendimento. <span id="more-46048"></span>Per un certo numero di persone, maggioritario in Italia e probabilmente altrove, “poesia” designa ciò che del genere lirico novecentesco è ancora circolante innanzitutto come patrimonio da studiare e conservare, ma anche, seppure in misura ridotta, come eredità suscettibile di sviluppi non puramente epigonali. Una minoranza di persone, però, frequenta e concepisce il termine “poesia” in un modo assai diverso. Esse considerano la poesia non più come un genere letterario, codificato e condizionato storicamente, ma come una pratica di scrittura all’interno della quale si possa esplorare ed interrogare non solo la natura dei diversi generi letterari, ma della letteratura stessa. Rovesciando il noto pregiudizio che suole giustapporre “scrittori” e “poeti”, ossia professionisti che <i>stanno</i> nel mercato del libro e amatori senza le responsabilità della letteratura adulta, bisognerebbe cominciare a chiedersi se, oggi, non sia dalle parti di certa poesia che si ha ancora l’audacia di fare letteratura <i>tout court</i>. Tale domanda ha senso a patto di abbandonare alcuni feticci teorico-critici come quello della <i>letterarietà</i>. Come ci ricorda Jacques Rancière, il regime moderno e democratico della letteratura nasce proprio dall’instabilità costitutiva “tra il linguaggio dell’arte e quello della vita qualunque”. Il fatto che la scrittura poetica si situi da tempo ai margini del mercato editoriale, le consente almeno un vantaggio: essa vive al di fuori di tutta una serie di pressioni e di imperativi di adattamento. Lo stato di abbandono e sfacciata libertà in cui versa, le ha permesso non solo di consolare tanti narcisismi derelitti, ma di far nascere anche delle forme di scrittura che si pongono risolutamente alla frontiera tra il letterario e il non-letterario. Se queste forme sono ancora nominalmente riconducibili alla “poesia”, se ne distanziano radicalmente per strategie testuali, materiali, e procedimenti.</p>
<p>Chi volesse, oggi, esplorare da questa visuale la produzione non solo italiana ma anche francese e statunitense può fare affidamento sul tenace lavoro di apripista di due poeti e traduttori: Gherardo Bortolotti e Michele Zaffarano. Dal 2006, nella <a href="http://gammm.org/index.php/chap/">collana Chapbook</a> da loro diretta per l’editore Arcipelago, hanno pubblicato 21 piccoli libri, che costituiscono un prezioso campione delle pratiche di scrittura nate nell’ambito della poesia a cavallo tra XX e XXI secolo. Tra i vari titoli usciti quest’anno, ne sceglierò tre che bene illustrano il discorso fatto finora. Uno è tratto dal panorama della poesia francese: <i>La foresta dei vantaggi</i> di Nathalie Quintane; gli altri due provengono da quello statunitense: <i>Un pensiero è la sposa di cosa pensare</i> di Lyn Hejinian e <i>Bozza 111: arte povera</i> di Rachel Blau DuPlessis. Hejinian e DuPlessis, entrambe del 1941, hanno come riferimento comune sia la stagione degli oggettivisti americani sia quella successiva della <i>language poetry</i>, che elaborano ognuna in modo peculiare anche attraverso riflessioni critico-teoriche. Quintane, nata nel 1964, contribuisce a partire dagli anni Novanta ad innovare la scena poetica post-avanguardista, assieme ad autori quali Christophe Tarkos, Katalin Molnàr e Charles Pennequin. Il suo è un lavoro di radicale decostruzione dei generi mai fine a se stesso e che non si limita ad agire sul linguaggio in quanto tale, ma interviene sul <i>discorso</i> e le sue infinite nervature ideologiche: discorso narrativo, politico, di genere, d’attualità, dell’identità nazionale, ecc. Quintane scrive per lo più in prosa come Hejinian. In <i>Un pensiero è la sposa di cosa pensare</i> è cancellata ogni frontiera tra il saggio e il diario, tra la speculazione e la registrazione degli eventi quotidiani più elementari, in una sorta di eterna lotta tra senso e non-senso. In DuPlessis, invece, prevale la scrittura in versi, che si organizza secondo una strategia dell’inventario iniziata negli anni Ottanta e proseguita fino ad oggi attraverso una serie di opere che condividono tutte uno stesso vocabolo chiave: <i>Drafts</i>, ossia “schizzi”, “studi”, “abbozzi”. Riattualizzando la lezione di Ponge, DuPlessis fa della scrittura poetica questo laboratorio ininterrotto, e sempre provvisorio dell’espressione. Ciò che conta, allora, non è lo splendore dell’ordine formale, ma la tensione che si genera, ad ogni passo, tra l’armatura culturale e la nuda vita, tra i grandi significati sociali e l’opacità dei minimi fatti quotidiani.</p>
<p>*</p>
<p><em>[Questo pezzo è apparso su &#8220;alfabeta2&#8221;, n° 31, luglio-agosto 2013.]</em></p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>do you remember TQ?</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2013/07/04/do-you-remember-tq/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[francesco forlani]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 04 Jul 2013 09:30:59 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[a gamba tesa]]></category>
		<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[alfabeta2]]></category>
		<category><![CDATA[Generazione TQ]]></category>
		<category><![CDATA[Vincenzo Ostuni]]></category>
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					<description><![CDATA[Che fine ha fatto TQ? Pubblicato il 4 giugno 2013 · in alfabeta2, di Vincenzo Ostuni Che fine ha fatto TQ, gruppo di intellettuali trenta-quarantenni, le cui prime mosse vennero seguite con clamore dai quotidiani nella primavera del 2011, il seguito con qualche interesse, poi con degnazione, gli ultimi sviluppi passati sotto silenzio (se non [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<div class="youtube-embed" data-video_id="8cSH5QmvFoQ"><iframe loading="lazy" title="Tq-incontro Laterza.m4v" width="696" height="392" src="https://www.youtube.com/embed/8cSH5QmvFoQ?feature=oembed&#038;enablejsapi=1" frameborder="0" allow="accelerometer; autoplay; clipboard-write; encrypted-media; gyroscope; picture-in-picture" allowfullscreen></iframe></div>
<p><strong>Che fine ha fatto TQ?</strong><br />
<em>Pubblicato il 4 giugno 2013 · <a href="http://www.alfabeta2.it/2013/06/04/che-fine-ha-fatto-tq/">in alfabeta2,</a>  </em><br />
di<br />
<strong>Vincenzo Ostuni</strong></p>
<p>Che fine ha fatto <a href="http://www.generazionetq.org/other-languages/">TQ</a>, gruppo di intellettuali trenta-quarantenni, le cui prime mosse vennero seguite con clamore dai quotidiani nella primavera del 2011, il seguito con qualche interesse, poi con degnazione, gli ultimi sviluppi passati sotto silenzio (se non da questa rivista)? Hanno pesato, sì, le caldane della stampa, sempre più disattenta, spettacolare, conservatrice. Ma c’è dell’altro.</p>
<p>Va detto: Generazione TQ, che oggi langue, è stata il tentativo meno fallito di articolare proposte collettive radicali – di stampo grosso modo marxiano – e di uscir fuori dal pelago d’irrilevanza, o d’ignavia che ha impeciato gli intellettuali di quella generazione. TQ ha lasciato documenti e forse qualche eredità; eppure ha finito di funzionare. Non perché le sue proposte non siano state realizzate; ma perché neppure sono state ascoltate: le parti con cui TQ avrebbe potuto dialogare le hanno opposto un muro di disinteresse. Si ricordi il bel manifesto TQ sui beni culturali, battezzato da Salvatore Settis su «Repubblica» e poi escisso, come cisti antiliberista, dal dibattito in cui giganteggiava il documento nano, e moderato, del «Sole 24 Ore». Ma c’è ancora dell’altro.</p>
<p>Le forze vitali di TQ, tutti i suoi membri più influenti, se ne sono progressivamente disamorati. Come anche, infine, il sottoscritto. Decisiva l’indifferenza delle controparti: stampa, politica, industria culturale; ma forse per alcuni è troppo tardi per scimmiottare un radicalismo che non hanno mai avuto, cresciuti negli anni Ottanta a retorica antiradicale, pasciuti nei Novanta a fine della storia. Troppe influenze negative, troppo pochi anticorpi. Prima generazione precaria nelle bolge della gerontocrazia, ci siamo fatti un «culo tanto» per un reddito decente, per pubblicare qualche libretto, per sciorinare in tagli secondari di quotidiani maggiori, o almeno in festival letterari, la nostra sfavillante tuttologia postideologica: ora dovremmo anche marciare contro il mercato, che ha già vinto ovunque, e nei resti del cui camembert abbiamo rosicchiato fin qui?</p>
<p>Noi siamo scrittori e – così si esprimeva qualcuno poco prima di confluire in TQ – nostro dovere è creare capolavori. Del resto si occupino i politici di professione, i nevrotici dell’idealismo. A noi cavalcare la tigre dell’arte. Anche se, come un’auto da corsa, tappezzata di adesivi del Male: è sempre stato così. TQ ha avuto anche il merito di una visione, oltre che radicale, intellettivamente impegnativa. Primo risultato: alcuni se ne allontanarono presto perché troppo moderati, troppo compromessi; altri perché consapevoli di non rispondere ai pur laschi criteri di qualità letteraria che si andavano promuovendo.</p>
<p>Ma, anche fra chi rimase, qualcuno è a disagio nel vedersi attribuire una difesa della «qualità», quest’incubo zdanoviano; arrossisce all’idea che lo si scambi per un movimentista da strapazzo; teme forse d’essere espulso da editori e giornali come un sottosegretarietto ammonito a più diplomatica mitezza d’accenti. E poi non ammette un grado eccessivo di intellettualismo. Ah, l’antintellettualismo, il culto pseudodemocratico della volgarizzazione non come alto strumento pedagogico ma come unica via alla conoscenza! L’odio – tranne salamelecchi d’obbligo – di qualunque specialismo, di qualunque scrittura che resista alla nostra facilità d’interpretazione, di qualunque discorso che implichi più di due subordinate per periodo!</p>
<p>È l’antintellettualismo la tabe della nostra generazione, il motivo per cui non reagisce alle più triviali apologie del mercato, all’appannarsi dell’editoria generalista in un giulebbe mid-low-cult. Esso coinvolge anche alcuni ottimi scrittori: che i loro capolavori, glielo auguro, rimangano; ma la loro coscienza politica è d’acqua fresca. Forse meritiamo la nostra, o meritano la loro, irrilevanza sociale, cognitiva e spesso, in fondo, estetica.</p>
<p>Forse dovremmo scioglierci e accostarci, come singoli, ai pochi barlumi che si apprezzano in giro, nei teatri occupati, nei movimenti politici. E ricominciare, novecentescamente da soli o in gruppi sparuti, a lanciare ormai flebili urletti d’allarme. Forse invece no: forse è ancora possibile e utile una voce radicale collettiva e qualificata, più omogenea e agguerrita di TQ. Le due chance sono separate da un crinale strettissimo, e alcuni di noi lo percorrono senza realmente decidere da che parte discendere.</p>
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		<title>Alfabeta2+Argo a Parigi: presentazione+performance</title>
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		<dc:creator><![CDATA[andrea inglese]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 18 Jun 2013 16:56:27 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[vasicomunicanti]]></category>
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		<category><![CDATA[Alice Martins]]></category>
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		<category><![CDATA[Stefano Lodirio]]></category>
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					<description><![CDATA[A Parigi, venerdì 21 giugno 2013, dalle ore 19.00 presso la libreria Marcovaldo (61, rue Charlot, 75003) nell’ambito di Letti di Notte, la notte bianca della letteratura  Per un uso performativo delle riviste. Alfabeta2+Argo: Presentazione, smontaggio e performance Presenteranno le riviste: Andrea Inglese, redattore di “Alfabeta2” mensile d’intervento culturale, Filippo Furri e Tommaso Gragnato, redattori [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p align="center">A <b>Parigi</b>, venerdì <b>21 giugno</b> 2013, dalle ore <b>19.00</b></p>
<p align="center">presso la libreria <b>Marcovaldo</b> (61, rue Charlot, 75003)</p>
<p align="center">nell’ambito di <i>Letti di Notte</i>, la notte bianca della letteratura</p>
<p align="center"> <i>Per un uso performativo delle riviste. Alfabeta2+Argo: Presentazione, smontaggio e performance</i></p>
<p align="center">Presenteranno le riviste: <b>Andrea Inglese</b>, redattore di “Alfabeta2” mensile d’intervento culturale, <b>Filippo Furri</b> e <b>Tommaso Gragnato</b>, redattori di “Argo” rivista d’esplorazione.<span id="more-45868"></span></p>
<p align="center">Le due riviste saranno in seguito messe in scena, musicate, campionate e mixate tra loro attraverso il coinvolgimento di un attore (<b>Stefano Lodirio</b>), dei musicisti (<b>Giacomo Baldelli</b> e <b>Paolo Tarsi</b>), e una performer (<b>Alice Martins</b>).</p>
<p align="center">Saranno eseguiti brani di <b>Erik Satie</b> (<i>Prélude de la porte héroïque du ciel</i> accanto a una versione per chitarra elettrica e pianoforte di<i> Vexations</i>), <b>John Cage</b> (<i>In a Landscape</i> e <i>Dream</i>,<i> </i>quest’ultimo in una trascrizione per chitarra elettrica a cura di Giacomo Baldelli), di <b>Fausto Romitelli</b> (<i>Trash TV Trance</i>, accompagnato da un video live a cura di OOOPStudio), <b>Paolo Tarsi</b> (<i>Bende elastiche</i>,  brano dedicato all’esponente dell’arte analitica Paolo Cotani).</p>
<p align="center"><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/06/loghi.jpg"><img loading="lazy" class="aligncenter size-medium wp-image-45869" alt="loghi" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/06/loghi-300x110.jpg" width="300" height="110" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/06/loghi-300x110.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/06/loghi.jpg 960w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /></a></p>
<p align="center">
]]></content:encoded>
					
		
		
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		<title>Oltre i titoli di coda</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2013/06/14/oltre-i-titoli-di-coda/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[andrea inglese]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 14 Jun 2013 05:58:17 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[alfabeta2]]></category>
		<category><![CDATA[Giovanna Marmo]]></category>
		<category><![CDATA[poesia italiana contemporanea]]></category>
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					<description><![CDATA[di Giovanna Marmo . Scomparendo dallo schermo Benvenuti. Accendete la luce, ma non guardatemi, perché io non posso riconoscervi, così come voi non siete in grado di riconoscermi. Tornate pure al vostro lavoro, rientrate nella cabina di proiezione, niente si modifica: ho accettato di essere un duplicato in una stanza fatta di carne. Non indosso [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: left;">di <strong>Giovanna Marmo</strong></p>
<p style="text-align: right;">.</p>
<p><strong>Scomparendo dallo schermo</strong></p>
<p>Benvenuti. Accendete la luce, ma non guardatemi,<br />
perché io non posso riconoscervi, così come voi<br />
non siete in grado di riconoscermi. <span id="more-45827"></span></p>
<p>Tornate pure al vostro lavoro,<br />
rientrate nella cabina di proiezione,<br />
niente si modifica: ho accettato<br />
di essere un duplicato in una stanza fatta di carne.</p>
<p>Non indosso nulla, solo una luce nella bocca.<br />
Nonostante il disagio mi stendo<br />
sul tavolo di vetro tra tubi al neon.</p>
<p>Respiro dopo respiro l’aria circonda la mia testa.<br />
È difficile capire chi davvero stia scrivendo.<br />
Sento la mia voce mentre vi parlo in terza persona<br />
e desidero strofinarmi contro una porta.</p>
<p>La luce si spegne nella cabina di proiezione.<br />
Gli attori entrano in scena uno ad uno<br />
mostrando il catalogo dei volti</p>
<p>ma lei è scomparsa dallo schermo.<br />
Si vede solo la parete alle sue spalle.<br />
Vi siete mai chiesti se questo è giusto?</p>
<p>Nella stanza di carne il tavolo di vetro<br />
è avvolto da un lenzuolo bianco.</p>
<p>Il giorno nasce e muore,<br />
è ora di andare a dormire.</p>
<p>Ancora una volta, arrivederci.</p>
<p>*</p>
<p><strong>Cinema muto</strong></p>
<p>Conosco una sola distanza rispetto a cui le immagini<br />
appaiono nitide. Ho deciso di abbandonarla<br />
e fare a meno della profondità di campo,<br />
avvicinerò l’obiettivo.</p>
<p>Mi muovo in un alone sfocato. La macchina da presa<br />
accarezza le stanze, i corridoi oscuri, i segni sui muri,<br />
le macchie sulle poltrone. Sto attraversando le scene<br />
di un film che non può appartenere ad una vita sola:<br />
la confusione aumenta sulla pellicola.</p>
<p>E non sono più sicura che questa voce sia la mia,<br />
non vedo tracce sonore.</p>
<p>Ormai la casa è vuota e questi sono i resti di una sala<br />
cinematografica. Forse, però, qualcosa dura ancora<br />
nonostante il trasloco, nonostante l’arteria si sia rotta<br />
e il proiettore non funzioni da tempo. Ricordo che dal buco<br />
del pavimento filtrava il chiarore.</p>
<p>Come sarà la notte senza oggetti?<br />
Il silenzio ha raggiunto i soffitti alti.</p>
<p>*</p>
<p><strong>La curva dell’oblio</strong></p>
<p>Non distinguo nessuno, confondo le persone,<br />
anche io voglio essere confusa con gli altri.<br />
Ho perso tutte le informazioni acquisite.<br />
Inutile tracciare l’ombra sul muro<br />
ogni cellula di memoria bruciata<br />
non può essere ricostruita.</p>
<p>Dormo in un film dal montaggio sempre uguale,<br />
con paesaggi di taglio e scorci in cui non compaiono<br />
persone. Solo sagome, vaghi contorni in un parcheggio<br />
vuoto, nell’aeroporto dallo spazio trasparente.</p>
<p>Il viso incollato al vetro, lei guarda verso il basso<br />
la curva dell’oblio. Aspetta che ritorni l’automatismo<br />
dello scatto fotografico, l’istante che ha congelato gli altri.</p>
<p>Pioggia scura, densa come olio per motore.<br />
Solo nell’ultima scena, per una frazione di secondo,<br />
sulla pellicola il richiamo di un volto-latte.</p>
<p>*<br />
<strong><br />
Oltre i titoli di coda</strong></p>
<p>Prigionieri in due inquadrature distinte,<br />
ma speculari, non potevano incontrarsi.<br />
Tuttavia la loro direzione era la stessa.</p>
<p>Attraversavano chilometri e chilometri di pellicola.<br />
Si muovevano con sicurezza, perché conoscevano<br />
il ramo paludoso che collega tutti questi luoghi.</p>
<p>Raccoglievano gli oggetti morti nella contemplazione.<br />
Adoperavano la lente sfocata della malinconia<br />
per osservare il presente.</p>
<p>A tratti credevano di parlare ad alta voce,<br />
la vista diventava udito. I sensi si confondevano.</p>
<p>Consapevoli della presenza dell’altro,<br />
per comunicare tra di loro stendevano le braccia<br />
in avanti e guardavano verso la macchina da presa.<br />
In questi momenti mettevano in difficoltà gli spettatori,<br />
perché non erano loro i protagonisti.</p>
<p>Solo una volta, in uno stacco nero sullo schermo,<br />
si parlarono attraverso i sottotitoli:<br />
come sai il mio nome?<br />
Non posso proteggerti, cosa hai fatto?</p>
<p>Erano le comparse di un film senza traccia sonora,<br />
girato in due piani sequenza paralleli. Si incontrarono<br />
oltre i titoli di coda.</p>
<p>*</p>
<p><strong>I volti nelle teche</strong></p>
<p>Siate immobili, sopprimete ogni pensiero<br />
non voltatevi verso la macchina da presa,<br />
ci fareste sentire a disagio.</p>
<p>Attenti a non riempire lo schermo con i vostri volti.<br />
Poche inquadrature, niente più stacchi. Per favore,<br />
un’inquadratura sfumi nell’altra.</p>
<p>Che il proiettore possa agganciare sempre la pellicola,<br />
farla scorrere davanti al fascio di luce.</p>
<p>Tutto deve rimanere intatto nelle teche di vetro,<br />
come stabilito. Esposto allo sguardo<br />
dello spettatore, senza sapere cosa accade,<br />
affinché l’ombra non renda mai cavo lo spazio.</p>
<p>*</p>
<p><strong>Il suo punto di fuga</strong></p>
<p>La macchina da presa la segue.<br />
Per proteggerla dalle altre comparse<br />
si adegua al suo percorso lento,<br />
non la trascina con sé.</p>
<p>Cieli di rame, strade invase dal fango,<br />
sfregi di pallottole esplose sui muri,<br />
facciate distrutte. La guerra è dichiarata.</p>
<p>Ma non accade niente.<br />
Per lei tutto ciò che conta<br />
è già avvenuto fuori campo.</p>
<p>Si muove quasi senza spostare l’aria,<br />
nonostante gli arti lunghi e arrugginiti.<br />
E non chiede mai: cosa avete fatto alle mie gambe?</p>
<p>Non ha bisogno di mantenersi in equilibrio,<br />
non capisce niente della sua esistenza.</p>
<p>Ha un nome di copertura, ha scelto di vedersi<br />
come se fosse un’altra. Quando si specchia<br />
nell’obiettivo il volto che appare sullo schermo<br />
è una città assente nel ricordo.</p>
<p>Nel film pronuncia due battute:<br />
&#8211; Dissolvenza al nero.<br />
&#8211; Fine.</p>
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