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	<title>algeria &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>&#8220;Il trauma coloniale&#8221;. L&#8217;indagine psicopolitica di Karima Lazali</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2023/02/21/il-trauma-coloniale-lindagine-psicopolitica-di-karima-lazali/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[ornella tajani]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 21 Feb 2023 06:00:22 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[diari]]></category>
		<category><![CDATA[algeria]]></category>
		<category><![CDATA[Barbara Sommovigo]]></category>
		<category><![CDATA[Il trauma coloniale. Indagine psicopolitica della colonialità in Algeria]]></category>
		<category><![CDATA[Karima Lazali]]></category>
		<category><![CDATA[Ornella Tajani]]></category>
		<category><![CDATA[trauma coloniale]]></category>
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					<description><![CDATA[di <strong>Karima Lazali</strong> <br /> Ancora oggi l’“Algeria”, significante, oggetto e luogo, è associata a una devastazione e a un’esplosione, in un disconoscimento degli effetti a lungo termine della sua storia coloniale. Questa situazione è il riflesso di una colonialità che ha organizzato una sospensione del tempo, una compressione dello spazio e una cancellazione del memoriale per tutti i suoi membri]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>&nbsp;</p>
<figure id="attachment_101651" aria-describedby="caption-attachment-101651" style="width: 664px" class="wp-caption aligncenter"><img loading="lazy" class="size-full wp-image-101651" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/02/c583eee_167679-3258894.jpg" alt="" width="664" height="451" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/02/c583eee_167679-3258894.jpg 664w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/02/c583eee_167679-3258894-300x204.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/02/c583eee_167679-3258894-150x102.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/02/c583eee_167679-3258894-618x420.jpg 618w" sizes="(max-width: 664px) 100vw, 664px" /><figcaption id="caption-attachment-101651" class="wp-caption-text">Alger, 1961 &#8211; Ph. RAYMOND DEPARDON</figcaption></figure>
<p>&nbsp;</p>
<p>[A fine 2022 è uscito per Astarte <em>Il trauma coloniale. Indagine psicopolitica della colonialità in Algeria</em> di Karima Lazali, tradotto da Barbara Sommovigo, con prefazione di Roberto Beneduce e Simona Taliani. È un volume ricco e complesso, in cui l&#8217;autrice, alla luce della propria esperienza di psicanalista, rilegge la storia psichica e sociale del paese e indaga forme e conseguenze del trauma della colonizzazione. Pubblico le prime pagine dell&#8217;ultimo capitolo, dal titolo &#8220;Uscire dal patto coloniale&#8221;, ringraziando l&#8217;editore. <em>ot</em>]</p>
<p>di <strong>Karima Lazali</strong><br />
<em>traduzione di Barbara Sommovigo</em></p>
<div>
<p class="esergaLIVORNO" style="text-align: right;">Che cosa ci fa fare, la stronza!<br />
Di chi stai parlando? chiese a Bouzid.<br />
Della libertà.<br />
&#8211; Malek Haddad,<i> La dernière impression</i></p>
</div>
<div style="text-align: right;">
<p class="esergaLIVORNO">Non inventare nuove ferite, ma nuove profondità ai sorrisi e alle gioie:<br />
il mondo è lì, posto nel tuo gesto, come la stella disegnata dall<span dir="RTL" lang="AR-YE">’</span>astro della mano.<br />
&#8211; Nabile Farès, <i>L’exil et le désarroi</i></p>
</div>
<div>
<p class="TestoLIVORNO">Ancora oggi l’“Algeria”, significante, oggetto e luogo, è associata a una devastazione e a un’esplosione, in un disconoscimento degli effetti a lungo termine della sua storia coloniale. Questa situazione è il riflesso di una colonialità che ha organizzato una sospensione del tempo, una compressione dello spazio e una cancellazione del memoriale per tutti i suoi membri. In Francia, questa storia intesse tanto i mormorii dei discorsi quanto il loro pesante silenzio. Il coloniale e le sue tracce assumono l’aspetto di un’assenza di memoria o, per riprendere l’espressione di Daniel Mesguich a proposito della guerra di liberazione, di un “grande vuoto di memoria”<a title="" href="applewebdata://6C1CE5C0-21F6-4162-817B-CC1FAB6AA9B8#_ftn1" name="_ftnref1"><span class="apiceGruppodistili1">[1]</span></a>. Questi fruscii, avvertiti nel profondo, che riguardano l’“Algeria” indicano che c’è dell’<i>impossibile da dimenticare</i>, innominato ma pienamente attivo. Ed è per questo che è ancora difficile, dopo molte generazioni, entrare in una storicizzazione e in un racconto degni delle memorie e del tempo del passato: la violenza persiste a <i>vuoto</i>, sorda e assordante. Deve rimanere?</p>
</div>
<div>
<p class="TestoLIVORNO">Questa difficoltà di archiviazione, fortemente attiva, va di pari passo con l’oblio. Come abbiamo visto, la colonialità produce uno strano fenomeno in cui, come scrive il romanziere Salim Bachi, «la nascita della memoria è iniziata con l’assenza di tracce»<a title="" href="applewebdata://6C1CE5C0-21F6-4162-817B-CC1FAB6AA9B8#_ftn2" name="_ftnref2"><span class="apiceGruppodistili1">[2]</span></a>. Si tratta di un paradossale tumulto della memoria, che cattura la Storia nel politico: al lavoro degli storici viene impedito di aprire un dibattito pubblico che avrebbe conseguenze sulla società civile. La passione per l’“Algeria” continua a ossessionare il politico, anche in Algeria attraverso un “nazionalismo” svuotato di progetto politico, evidenziando un “amore incondizionato” per Lei, la patria. Il minimo scarto rispetto alla <i>causa</i> “nazionale” è trattato come un appello al tradimento e al rilancio del colonialismo. L’immaginario della <i>hogra</i> persiste come stimolo al pensiero e al con-vivere.</p>
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<p class="TitoloparagrafiLIVORNO"><strong>Dopo la liberazione, l’instancabile reiterazione della colonialità in seno alle soggettività e alla politica</strong></p>
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<p class="TestoLIVORNO">La colonialità è per il politico portatrice di guerra civile. In diverse occasioni, intorno all’Algeria, si è verificata in Francia un’incrinatura negli apparati politici che organizzavano la società coloniale. Ricordiamo che, anche per la “metropoli”, la cosiddetta “guerra d’Algeria” fu guerra civile per via dell’inclusione della colonia nel corpo della Repubblica. Ha altresì portato a un’importante destabilizzazione della politica francese e a un grave rischio di guerra civile sul suo territorio. E infine, questo scontro ha avuto luogo sul territorio algerino in una guerra interna al suo microcosmo, prima nell’estate del 1962 e poi durante la guerra civile degli anni Novanta.</p>
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<p class="TestoLIVORNO">Il fratricidio, strumento della colonialità, indica così una pericolosa filiazione tra essa e il politico. Questa situazione si sposta, e al momento sta minando il Medio Oriente dove, in nome della “democrazia”, si sta dispiegando l’immortalità dell’impero. Il capitalismo veglia sulla sua eternità e sulla sua conservazione, provocando guerre civili e lotte tribali. Viene anche qui confermato il fatto che la colonialità sposti altrove il ​​fratricidio sopito in seno alla Repubblica. Le logiche attuali dell’impero e i suoi attacchi in Medio Oriente sono inoltre quotidianamente e molto vivacemente commentati dai soggetti degli ex paesi colonizzati, tanto che questo legame tra colonialità e politica è diventato per loro una banalità. Mentre, anche all’interno delle ex potenze coloniali, è troppo spesso dimenticato, ricoperto dalle buone intenzioni della “democrazia” e dal pensiero, ancora corrente, di civilizzare il “mondo” attraverso la democrazia, ignorando completamente i presupposti storici.</p>
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<p class="TestoLIVORNO">È quindi comprensibile che a partire dagli anni Duemila, i discorsi e gli atti di guerra dei leader delle maggiori potenze occidentali in Medio Oriente abbiano ravvivato nella popolazione algerina l<span dir="RTL" lang="AR-YE">’</span>idea che la loro ricorrente invocazione alla<span dir="RTL" lang="AR-YE"> “</span>democrazia<span dir="RTL" lang="AR-YE">” </span>indicasse un ritorno alla colonialità<span dir="RTL" lang="AR-YE">. </span>Fra le altre cose, questo ha avuto come effetto quello di rafforzare la sfiducia nei confronti di qualsiasi richiesta di democratizzazione a livello della società civile. La domanda dei cittadini di avere accesso alla pluralità politica e al fatto di essere cittadini ne è uscita indebolita. Il dietro le quinte della<span dir="RTL" lang="AR-YE"> “</span>democrazia<span dir="RTL" lang="AR-YE">” </span><i>made in France</i> nasconde infatti, in Algeria, un potenziale di inibizioni e paure di fronte alla prospettiva di porre fine a un certo tipo di schiavitù. Poiché la colonialità – è importante ricordarlo costantemente – si è basata sulla Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo e del cittadino. In Algeria, questo aspetto rientra nell’indimenticabile, poiché questa dichiarazione per molto tempo è servita come copri-miserie per ben altre poste in gioco: la politica dell’universale è stata solo uno strumento di oppressione e di giustificazione di diverse forme di segregazione. Ciò che ne rimane è una grandissima sensibilità al motivo dell’universo e alla “cosa” democratica come viene praticata oggi dalla politica francese.</p>
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<p class="TestoLIVORNO">L’attuale situazione dei paesi del Medio Oriente rafforza quindi in Algeria la parte indimenticabile della storia coloniale. Qualsiasi cambiamento strutturale del politico comporta un rischio di degenerazione con molteplici poste in gioco. Nel 1959 Frantz Fanon scriveva:</p>
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<blockquote>
<p class="citazioniLIVORNO">[&#8230;] un bambino di sette anni, segnato da profonde ferite provocate da un filo d’acciaio con cui è stato legato mentre i soldati francesi picchiavano e uccidevano i suoi genitori e le sue sorelle. Un luogotenente lo ha costretto a tenere gli occhi aperti, affinchè vedesse e ricordasse a lungo&#8230;. [&#8230;] Ebbene, crediamo sia facile far dimenticare a questo bambino l&#8217;assassinio dei suoi genitori, e il suo enorme desiderio di vendetta? Questa infanzia orfana, che cresce in un’atmosfera da fine del mondo: è questo il messaggio che lascerà la democrazia francese?<a title="" href="applewebdata://6C1CE5C0-21F6-4162-817B-CC1FAB6AA9B8#_ftn3" name="_ftnref3"><span class="apiceGruppodistili1">[3]</span></a>.</p>
</blockquote>
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<p class="TestoLIVORNO">Come uscire da quella logica di ciò che non si può dimenticare, marchiata da un ferro rosso che ha instaurato nel tempo un’atmosfera di minaccia e di suscettibilità?</p>
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<p class="TestoLIVORNO">Da un lato, in Algeria, la colonialità è diventata una matrice storica: continua a occupare le soggettività e il politico, e funge da causa univoca per ogni questione legata alla responsabilità. D’altro lato, in Francia, tende a scomparire dalla Storia pur essendo pienamente attiva negli <i>spazi bianchi</i> dei discorsi e delle pratiche politiche. A questo proposito, un esempio è il modo in cui il politico cerca di spogliarsi, in Francia, della storia coloniale, preferendo pensare che si tratti solo di un affare degli ex “colonizzati”. Qui e là, la colonialità continua quindi la sua opera di “annullamento” [<i>mise à blanc</i>] attraverso l’espropriazione, la cancellazione e la sparizione.</p>
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<p class="TestoLIVORNO">In Algeria, la questione dello spossessamento è al centro della <i>governance</i> e del rapporto con l’altro. Il gesto coloniale è ribadito dal potere politico, ma questa situazione si ritrova anche e soprattutto al centro delle soggettività, qualunque sia l’appartenenza sociale degli individui. Spogliare l’altro di un presunto potenziale di cui potrebbe disporre rimane una costante nelle relazioni interpersonali: non si tratta solo di monopolizzare il potere al fine di accumulare profitto, ma <i>quasi</i> di spogliare per il gusto di spogliare. Tutto accade come se il tempo si fosse fermato nel momento in cui si trattava di sottrarre all’altro qualcosa che possedeva. Lì risiede la vera traccia invisibile dell’opera coloniale, che si trasmette tale e quale, generazione dopo generazione.</p>
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<p class="TestoLIVORNO">Il politico è dunque la traduzione in atto delle deflagrazioni lasciate nelle soggettività. Viceversa, i soggetti in quanto cittadini partecipano alla costituzione degli apparati di potere, come diceva Frantz Fanon nel 1961: «Un governo e un partito hanno il popolo che si meritano. E a più o meno lunga scadenza un popolo ha il governo che si merita»<a title="" href="applewebdata://6C1CE5C0-21F6-4162-817B-CC1FAB6AA9B8#_ftn4" name="_ftnref4"><span class="apiceGruppodistili1">[4]</span></a>. Uno strano monito sul modo in cui i cittadini, chiunque essi siano, si adattano e soprattutto partecipano alle scelte del regime, quand’anche lo denuncino e gridino costantemente al “tradimento nazionale”. Non basta quindi evocare la possibilità di un’identificazione con una posizione di coloni dei detentori dell’attuale potere politico algerino, occorre anche pensare al modo in cui le soggettività dei cittadini sono esse stesse attrici dell’assoggettamento al quale contribuiscono al fine di riaffermare nel microcosmo il tempo iniziale dello spossessamento.</p>
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<p class="TestoLIVORNO">Ecco perché la liberazione acquisita non significa un’uscita dalla colonialità. L’indipendenza può ricreare una modalità di legame coloniale che funge da bussola nel legame sociale. La liberazione è un momento fondamentale per accedere al senso dell’esistenza e della cittadinanza. Ma questa liberazione può trasformarsi in un rifiuto di separarsi dal momento traumatico dell’irruzione coloniale. Qualcosa impedisce di emergere definitivamente come un essere separato, preso nella Storia senza essere identificato con essa. Questa non-separazione con lo <i>spirito</i> del coloniale fa della Storia un fatto del presente.</p>
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<p class="TestoLIVORNO">Lo spettro coloniale ritorna dunque a invadere la psiche e il politico. Questo aspetto è essenziale, poiché, in Algeria come in Francia, l’interferenza memoriale è al servizio di un rifiuto di separazione, che mantiene inaffrontabile la passione “Algeria”. La cancellazione e le difficoltà di archiviazione danno a questa passione i suoi pieni poteri. Lo spossessamento della Storia e del senso delle responsabilità è la continuazione dell’ordine coloniale nell’epoca contemporanea. Significa forse che i coloni e i colonizzati vi restano aggrappati? Come abbandonare, allora, il gesto coloniale di spossessamento che opera come memoria e Storia su entrambe le sponde del Mediterraneo?</p>
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<p class="TestoLIVORNO">Il lavoro storico perde di continuo la necessaria autonomia, a volte spogliato del politico in Francia, a volte messo sotto il sigillo del politico in Algeria. Lo spossessamento in Algeria, come abbiamo visto, ha colpito gli ancoraggi simbolici per indurre un ripopolamento delle menti attraverso lo <i>spazio bianco</i>. Questo meccanismo ancora operante è una memoria in atto, celebrata e condivisa da tutti i membri della colonia, anche se i crimini, la distruzione e l’ossessione della sparizione fanno parte dell’indivisibile. Qua e là, questa vicenda attraversa il tempo e lo spazio inalterata. Esiste forse uno strano “patto coloniale” (Frantz Fanon), firmato in <i>bianco</i> senza autori né responsabili? E come pensare allo stesso tempo alla simmetria del patto e all’asimmetria che lo ha costituito? Infatti, se c’è stato un patto tra coloni e colonizzati, questi non lo hanno stipulato né allo stesso modo né allo stesso tempo. La violenza dell’effrazione coloniale è stata infatti la prima e senza precedenti nel suo grado di distruzione e nella sua trasmissione alle generazioni successive. A posteriori possiamo porci questa domanda: a che cosa acconsente la parte colonizzata ribadendo il gesto coloniale all’indomani di una liberazione?</p>
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<p class="TestoLIVORNO">Una lettura eccessivamente militante degli scritti di Frantz Fanon ha spesso contribuito a schiacciare i suoi contributi decisivi come psichiatra. Tuttavia, è proprio dalla pratica clinica con gli “indigeni” oltre che con gli “Europei” affetti da disturbi psichici che, dal 1953 al 1956, ha messo in discussione le posizioni del colono e dei colonizzati come operatori del sistema e non semplici esecutori testamentari o vittime<a title="" href="applewebdata://6C1CE5C0-21F6-4162-817B-CC1FAB6AA9B8#_ftn5" name="_ftnref5"><span class="apiceGruppodistili1">[5]</span></a>. Così, quando nel 1961 scrive che «il colonizzato sogna sempre di impiantarsi al posto del colono»<a title="" href="applewebdata://6C1CE5C0-21F6-4162-817B-CC1FAB6AA9B8#_ftn6" name="_ftnref6"><span class="apiceGruppodistili1">[6]</span></a>, ritaglia un’altra porzione di comprensione. Perché l’invidia funziona come corollario dello spossessamento, in assenza di un ricordo che restituisca la vicenda come risultato di uno shock vissuto in passato. La reiterazione si ripete infatti in assenza di un testo memoriale su cui potrebbe basarsi per creare punti di sosta. L’indebolimento degli ancoraggi simbolici comporta che l’iscrizione ricercata, non potendo essere incisa, scompare a sua volta.</p>
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<div>
<p class="TestoLIVORNO">Si è quindi verificata la falsificazione del luogo di ancoraggio (e della Storia) e la cancellazione delle filiazioni per far scomparire un popolo. Le conseguenze di questa «ferita genealogica»<a title="" href="applewebdata://6C1CE5C0-21F6-4162-817B-CC1FAB6AA9B8#_ftn7" name="_ftnref7"><span class="apiceGruppodistili1">[7]</span></a> sono un attacco al simbolico, come ciò che tiene insieme il corpo, la lingua e lo psichismo. La distruzione del luogo ancestrale nella colonialità ha spinto ogni “indigeno” in varie forme di malinconia e abbandono. Scrive Nabile Farès:</p>
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<div>
<blockquote>
<p class="citazioniLIVORNO">Ho spinto la porta del luogo e qualcosa si è spezzato in me. Come una lama. O un piacere. Disarmato. Ho spinto la porta del luogo e sono riuscito a raggiungere l’interno della mia durata, perché l’interno si era appena incrinato<a title="" href="applewebdata://6C1CE5C0-21F6-4162-817B-CC1FAB6AA9B8#_ftn8" name="_ftnref8"><span class="apiceGruppodistili1">[8]</span></a>.</p>
</blockquote>
</div>
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<div>
<p>&nbsp;</p>
<hr align="left" size="1" width="33%" />
<div id="ftn1">
<p class="notepiedipaginaLIVORNO"><a title="" href="applewebdata://6C1CE5C0-21F6-4162-817B-CC1FAB6AA9B8#_ftnref1" name="_ftn1"><sup>[1]</sup></a>  Cfr. capitolo 3.</p>
</div>
<div id="ftn2">
<p class="notepiedipaginaLIVORNO"><a title="" href="applewebdata://6C1CE5C0-21F6-4162-817B-CC1FAB6AA9B8#_ftnref2" name="_ftn2"><sup>[2]</sup></a>  Salim Bachi, <i>Le chien d’Ulysse</i>, Gallimard/barzakh, Paris/Alger 2001, p. 287.</p>
</div>
<div id="ftn3">
<p class="notepiedipaginaLIVORNO"><a title="" href="applewebdata://6C1CE5C0-21F6-4162-817B-CC1FAB6AA9B8#_ftnref3" name="_ftn3"><sup>[3]</sup></a>  F. Fanon, <i>L&#8217;anno V della rivoluzione algerina</i>, in<i> Scritti Politici</i>, vol. 2, p. 33.</p>
</div>
<div id="ftn4">
<p class="notepiedipaginaLIVORNO"><a title="" href="applewebdata://6C1CE5C0-21F6-4162-817B-CC1FAB6AA9B8#_ftnref4" name="_ftn4"><sup>[4]</sup></a>  F. Fanon, <i>I dannati della terra</i>, p. 140.</p>
</div>
<div id="ftn5">
<p class="notepiedipaginaLIVORNO"><a title="" href="applewebdata://6C1CE5C0-21F6-4162-817B-CC1FAB6AA9B8#_ftnref5" name="_ftn5"><sup>[5]</sup></a><span lang="EN-US"> </span><span lang="FR"> F. Fanon, <i>Écrits psychiatriques</i>,<i> </i>in<i> Écrits sur l’aliénation&#8230;</i></span></p>
</div>
<div id="ftn6">
<p class="notepiedipaginaLIVORNO"><a title="" href="applewebdata://6C1CE5C0-21F6-4162-817B-CC1FAB6AA9B8#_ftnref6" name="_ftn6"><sup>[6]</sup></a>  F. Fanon, <i>I dannati della terra</i>, p. 18.</p>
</div>
<div id="ftn7">
<p class="notepiedipaginaLIVORNO"><a title="" href="applewebdata://6C1CE5C0-21F6-4162-817B-CC1FAB6AA9B8#_ftnref7" name="_ftn7"><sup>[7]</sup></a><span lang="EN-US"> </span><span lang="FR"> N. Farès<b>, </b><i>Le champ des Oliviers</i>, p.<b> </b>126.</span></p>
</div>
<div id="ftn8">
<p class="notepiedipaginaLIVORNO"><a title="" href="applewebdata://6C1CE5C0-21F6-4162-817B-CC1FAB6AA9B8#_ftnref8" name="_ftn8"><sup>[8]</sup></a><span lang="EN-US"> </span><span lang="FR"> N. Farès<b>, </b><i>Le champ des Oliviers</i>, p. 37.</span></p>
<p class="notepiedipaginaLIVORNO"><span lang="EN-US"> </span></p>
</div>
</div>
</div>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>2084. La fine del mondo</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2017/08/10/2084-la-fine-del-mondo/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[gianni biondillo]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 10 Aug 2017 05:00:08 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[algeria]]></category>
		<category><![CDATA[Boualem Sansal]]></category>
		<category><![CDATA[george orwell]]></category>
		<category><![CDATA[gianni biondillo]]></category>
		<category><![CDATA[letteratura araba]]></category>
		<category><![CDATA[recensione]]></category>
		<category><![CDATA[romanzo]]></category>
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					<description><![CDATA[di Gianni Biondillo Boualem Sansal, 2084. La fine del mondo, Neri Pozza, 254 pagine, traduzione di Margherita Botto Ati, dopo un lungo periodo di convalescenza in un sanatorio arroccato alle pendici di una montagna, è pronto ad affrontare il lungo viaggio di ritorno a casa, nella città di Qodsabad. Il rientro alla sua vita civile [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><img loading="lazy" class="alignnone size-full wp-image-68962" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/06/sansal.png" alt="" width="601" height="352" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/06/sansal.png 601w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/06/sansal-300x176.png 300w" sizes="(max-width: 601px) 100vw, 601px" /></p>
<p>di <strong>Gianni Biondillo</strong></p>
<p align="LEFT"><b>Boualem Sansal, </b><i><b>2084. La fine del mondo</b></i>, Neri Pozza, 254 pagine, traduzione di Margherita Botto</p>
<p align="JUSTIFY">Ati, dopo un lungo periodo di convalescenza in un sanatorio arroccato alle pendici di una montagna, è pronto ad affrontare il lungo viaggio di ritorno a casa, nella città di Qodsabad. Il rientro alla sua vita civile è colmo di dubbi esistenziali. Che realtà è quella che gli tocca vivere, in un impero smisurato, qualcuno dice grande come l&#8217;intero globo, sotto l&#8217;egida di un governo teocratico che non ammette alcun pensiero autonomo? In una società dove tutto è nelle mani di una burocrazia capricciosa è considerabile blasfemo anche solo pensare al concetto di “libertà” (figuriamoci parlarne con qualcuno)? Chi sono esattamente i membri della Giusta Fraternità, sacerdoti inflessibili dell&#8217;unico credo, il culto del divino Y<span style="font-family: 'Times New Roman', serif;">ö</span>lan e di Abi, il sacro Delegato di cui nessuno ha mai visto il volto?</p>
<p align="JUSTIFY"><i>2084. La fine del mondo</i>, già dal titolo vuole rimandarci al grande fratello orwelliano di <i>1984</i>, e ai suoi temi etici. Cos&#8217;è un individuo di fronte alla grande macchina omologatrice del potere centrale? Come viene utilizzato, e con quale ferocia, il dispositivo propagandistico che invade la coscienza privata di ogni abitante di questa dittatura religiosa?</p>
<p align="JUSTIFY">La difficoltà di ogni romanzo ucronico sta nella capacità di creare un mondo e uno scenario credibili e coerenti. Boualem Sansal ci riesce benissimo. Grazie all&#8217;ausilio di una scrittura che sa essere enfatica, come è ogni lingua di ogni regime teocratico, senza mai essere pedante. Si parteggia per la solitudine di Abi e per la sua ricerca della verità, anche a costo della sua probabile sconfitta di fronte alla macchina repressiva. La critica all&#8217;uso della religione come arma del consenso è potentissima in questo romanzo visionario. Il più laico che abbia letto da molto tempo, non a caso scritto da un intellettuale che conosce le derive ideologiche del mondo arabo di questi anni. Perché è di oggi che si parla, come è ovvio, in questo romanzo ambientato in un futuro medievale, spaventosamente orwelliano. Sansaliano, anzi.</p>
<p align="JUSTIFY">(<em>precedentemente pubblicato su</em> Cooperazione <em>numero 16 del 19 aprile 2016</em>)</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
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		<title>Le idiozie di Houellebecq, la violenza, il dialogo, la fraternité: una lettera agli amici francesi</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2015/01/12/quellidiota-di-houllebecq-la-fraternite-legalite-una-lettera-agli-amici-francesi/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[giacomo sartori]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 12 Jan 2015 04:00:54 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[algeria]]></category>
		<category><![CDATA[anni di piombo. terrorismo]]></category>
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					<description><![CDATA[di Giacomo Sartori &#160; &#160; &#160; &#160; &#160; &#160; &#160; &#160; &#160; Cari amici francesi, vi scrivo perché vi conosco, perché vi amo. I vostri principi mi hanno formato,  io che venivo da un paese con flebili e spesso pusillanimi valori e un ineluttabile disprezzo per l’individuo, per il comune cittadino, per l’essere umano non [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Giacomo Sartori</strong></p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/2015/01/12/quellidiota-di-houllebecq-la-fraternite-legalite-una-lettera-agli-amici-francesi/houellebecq_ch_resize/" rel="attachment wp-att-50503"><img loading="lazy" class="alignleft size-medium wp-image-50503" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/01/Houellebecq_CH_resize-236x300.jpg" alt="Houellebecq_CH_resize" width="236" height="300" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/01/Houellebecq_CH_resize-236x300.jpg 236w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/01/Houellebecq_CH_resize.jpg 600w" sizes="(max-width: 236px) 100vw, 236px" /></a></p>
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<p>Cari amici francesi, vi scrivo perché vi conosco, perché vi amo. I vostri principi mi hanno<span id="more-50474"></span> formato,  io che venivo da un paese con flebili e spesso pusillanimi valori e un ineluttabile disprezzo per l’individuo, per il comune cittadino, per l’essere umano non legato a nessuna combriccola e parrocchia (ciò che io ero e sono), per le mie capacità, per la mia laicità, e mi hanno ridato la fiducia nell’esistenza. Io a voi devo tutto. Il vostro esempio e le vostre battaglie hanno aperto la strada a quello che è diventato il mondo nel quale viviamo, che ha certo molti difetti, ma che almeno in certi paesi (che sono in realtà sempre di più), ha permesso a tante persone di vivere una vita degna, creandosene da soli il senso, liberati da quella che è stata per secoli la schiavitù morale e sociale della religione. Ma lasciando la libertà, a chi vuole, di vivere in pienezza una propria esperienza religiosa o spirituale. Io non sono un intellettuale, queste cose non le ho imparate all’università, le ho respirate per la strada e ai banconi dei bar, nei letti nei quali ho dormito, nelle canzoni che ho ascoltato, nei fiati delle persone che ho conosciuto. Certo, ho anche letto molti romanzi e molte poesie, e da autodidatta qualche libro più teorico, ma la mia vera scuola sono stati i vostri esempi, che mi hanno appunto salvato la vita. Perché tutto questo voi lo avete nel sangue. Gli italiani questa libertà la respirano, quando sono fortunati, sui banchi liceali o universitari (la maggior parte di loro, a cominciare da tanti governanti e uomini potenti, non l’ha mai incrociata). Per questo vi ammiro, come si ammirano coloro che sono per certi versi più fortunati, ma anche pronti a condividere la loro ricchezza. Intendiamoci, non sto mitizzando la vostra situazione, conosco bene i limiti delle vostre istanze e i tanti problemi nei quali vi dibattete (molti dei quali appartengono del resto a dinamiche transnazionali), le vostre abissali contraddizioni.</p>
<p>Cari amici francesi, considerate, vi sembrerà incongruo che lo dica ora, che ogni forma di terrorismo ha una sua parabola, che è una infernale discesa verso la sconfitta. Quando il terrorismo colpisce duro, e mostra la sua sete di sangue, come è successo adesso, è che ha cominciato, sta cominciando, a perdere. Colpisce degli innocenti, si accanisce anzi su chi gli è più vicino (i dissacranti disegnatori sterminati – nessuno coglie questo aspetto &#8211; erano gli unici che, a loro modo, dialogavano da pari a pari con il radicalismo islamico: anche l’essere nemici è un legame, e non parliamo dell’accanimento), perché proprio questi potrebbe instaurare un dialogo (una vignetta sbracatamente o scatologicamente satirica è pur sempre dialogo). Ha bisogno di farlo, per alimentare la propria folle illusione, la propria irrealistica strategia. È successo in Italia, è successo in Spagna, è successo in tanti paesi dell’America Latina, in Algeria, in molti altri paesi. Più si dibatte più ha sete di sangue e più commette azioni repellenti. E più è cruento più riduce, più si taglia il ramo sotto i piedi, più si avvia verso la propria drammatica estinzione. Il destino di ogni terrorismo è quella di respingere e ridurre viepiù la propria base, di allontanarsi sempre più non solo con dalla società, ma da chi all’inizio lo vedeva di buon occhio, o comunque come un membro della famiglia. Quell’idiota e sopravvalutassimo scrittore che è Houellebecq – al secolo Michel Thomas, nato in un “dipartimento d’oltremare”, transitato nell’infanzia, per un altro, guarda caso, l’Algeria &#8211; agita lo spettro del dominio islamista, e certo ora nei suoi deliri alcolici crederà di aver visto giusto, e invece quello che è successo dimostra l’impotenza di chi questo miraggio lo sogna e lo vorrebbe.</p>
<p>Cari amici francesi, il giorno dopo dell’eccidio di <em>Charlie Hebdo</em> mia moglie, anche lei francese, e che lavora in un istituto tecnico “difficile”, ne ha parlato con tutti i suoi studenti. In ogni classe c’erano almeno alcuni alunni che simpatizzavano con gli assassini, in qualche classe uno o due allievi prendevano apertamente posizione per loro. Non fingete che non sia così (c’è appunto chi queste situazioni le conosce a menadito), prendete atto che è questo il vero problema, e non abbiatene paura. Uscite dalle vostri privilegiate torri di avorio, andate a parlare con questi ragazzi, che sono francesi esattamente come voi lo siete. Cercate di capirli, provate in tutti i modi a farli cambiare idea. Mia moglie in una giornata di battaglie verbali c’è riuscita. Ha trasformato un clima di violenza in uno di dialogo rispettoso, e perfino di affetto reciproco (quella che la vostra fondamentale rivoluzione ha battezzato <em>fraternité</em>, e che negli ultimi decenni avete perso per strada, tutti presi dalla <em>liberté</em>). Si è dovuta arrendere solo con un ragazzo, che inneggiava apertamente e con modi inaccettabili all’assassinio, e che ha dovuto essere allontanato (se ne è poi occupato il preside, grande e ammirabile dialettico). Ma con molti altri ha vinto lei. Fatelo anche voi. Non vi sarà facile, perché avete tanti pregi ma anche pregiudizi e tanta boria. Nelle vostre politiche quotidiane pensate anche a loro, soprattutto a loro.</p>
<p>Cari amici francesi, io non vi parlo del vostro modo con il quale siete usciti dal vostro passato coloniale, e dal suo fulcro simbolico, la guerra d’Algeria (quale è l’origine delle famiglie dei ragazzi che hanno fatto questo massacro, ci avete pensato?), senza mai fare i conti (proprio come noi dal fascismo; e non a caso nei due casi è dai nodi non risolti che nasce la violenza), non parlo dei ghetti che avete creato nelle periferie delle vostre ricche città, dove quasi nessuno ha la pelle chiara, della spirale materialista nella quale vi siete lasciati prendere, della vostra deriva verso una nuova oligarchia che i poveracci e gli esclusi li ha a stento sentiti nominare, della vostra incapacità di far accedere grosse fette di vostri cittadini a questa vostra nuova follia, di farli vivere come vivete voi. Non vi parlo della vostra difficoltà a confrontarvi con pratiche sempre più diffuse – al vostro stesso interno, nelle vostre cerchie &#8211; che non sono un rigurgito religioso, come avete tendenza a chiamarle, sono percorsi spirituali, quasi sempre areligiosi, legittimi e per certi versi ammirabili (perché l’uomo, e ce ne accorgiamo adesso che ci siamo liberati dai poteri religiosi, senza spiritualità è destinato al suicidio). Non vi parlo delle religioni, che da sempre si sono piegate, come è successo in passato alla nostra, e come sta succedendo all’islam, a ogni tipo di strumentalizzazione del potere e legate alle dinamiche sociali. Illustri storici, filosofi, sociologi, etnologi, psicanalisti, potrebbero farlo mille volte meglio di me. E soprattutto questo non è il momento. Vi dico solo, in maniera intuitiva, che quello che è successo prova che in qualche modo siete corresponsabili.</p>
<p>Non sto giustificando la violenza non fraintendetemi. Sto dicendo che la violenza nasce quando non c’è più dialogo. E se non c’è più dialogo la colpa non sta mai da una parte sola, sta da entrambe le parti. È successo in Italia quarant’anni fa, e voi avete saputo evitarlo proprio perché avevate una classe politica più elevata e perché nel vostro genoma culturale c’erano degli anticorpi, su quel terreno lì, che hanno disinnescato sul nascere la scintilla della violenza. Da noi nessuno ha provato davvero a parlare a chi simpatizzava con la lotta armata (l’unico che aveva la statura e la libertà di spirito per cimentarsi, Pasolini, era morto, non a caso di morte violenta), e anzi ogni parte si chiudeva in rigidità che nei fatti hanno alimentato la violenza. A destra come a sinistra. Sento già il coro nostrano che mi accusa di giustificare la violenza, e allora invito ad andare in biblioteca e riaprire i giornali (io l’ho fatto) del tempo: l’incredibile violenza non stava da una parte sola, stava egualmente nella becera classe politica, nel linguaggio usato negli articoli dei quotidiani, veri e propri bollettini di guerra, nell’aria che si respirava. Ma appunto la violenza chiama violenza, aizza quella tragica discesa agli inferi, quel crescendo di bestialità, che è l’ineluttabile destino di ogni dinamica terrorista. Quella stessa crescente bestialità che conduce al graduale assottigliamento della base di simpatizzanti senza la quale essa non può sopravvivere, né materialmente-logisticamente, né “politicamente”. Adesso la bomba è innescata, nessun artificiere, nessuna polizia o forza speciale, non illudetevi, possono togliervi dalle peste. Sta a voi, a tutti voi (non sarà certo la vostra oligarchia politica, preoccupata prima di tutto di salvaguardare i propri interessi, e si compiace della propria “fermezza”), a ognuno di voi, provare a limitare i danni, cercare di tenere aperto il dialogo. In nome appunto di questa parola d’ordine che avete messo in soffitta, la <em>fraternité</em>, e di quell’altra, l’<em>egalité</em>. È molto difficile, lo so.</p>
<p>Cari amici francesi, questo è un momento molto delicato per voi, un momento in cui la forza delle vostre sacrosante ragioni può essere controproducente. Questo è il momento di pensare ai vostri torti e alle ragioni degli altri, sforzo che non è affatto in contraddizione con la fierezza per quello che siete e per la vostra tradizione laica. Si può essere fieri e nello stesso tempo umili, aperti alle istanze dell’altro. Voi avete ragione, ma avete anche grossi torti. Questo è il momento di non chiudervi, di non arroccarvi. Se vi arroccate, come già sembrano fare i vostri governanti, ma anche molti di voi (non parlo ora di tutti quelli attratti dalla destra xenofoba), l’incendio sarà molto cruento. In altre occasioni della vostra storia, anche recente, avete saputo farlo.</p>
<p><em>(questo pezzo, scritto prima delle enormi e determinatissime marce di ieri, senza precedenti, e dell&#8217;incredibile serata su France2-France Inter-France Culture, un vero soprassalto di cultura laica e senza veli di sorta, ma anche tollerante, anch&#8217;essa senza precedenti, sulle quali ci sarebbe molto da dire, è stato pubblicato, sempre ieri, sul quotidiano &#8220;Il Trentino&#8221;)</em></p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/2015/01/12/quellidiota-di-houllebecq-la-fraternite-legalite-una-lettera-agli-amici-francesi/tignous_42172298/" rel="attachment wp-att-50490"><img loading="lazy" class="alignleft size-medium wp-image-50490" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/01/Tignous_42172298-300x300.jpg" alt="Tignous_42172298" width="300" height="300" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/01/Tignous_42172298-300x300.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/01/Tignous_42172298-150x150.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/01/Tignous_42172298-60x60.jpg 60w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/01/Tignous_42172298-144x144.jpg 144w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2015/01/Tignous_42172298.jpg 360w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /></a></p>
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		<title>Il potere degli incubi: la vittoria fantasma &#8211; di Adam Curtis</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2008/06/03/il-potere-degli-incubi-la-vittoria-fantasma-di-adam-curtis/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[jan reister]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 03 Jun 2008 07:00:55 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
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		<category><![CDATA[neoconservatori]]></category>
		<category><![CDATA[osama bin laden]]></category>
		<category><![CDATA[politics of fear]]></category>
		<category><![CDATA[power of nightmares]]></category>
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					<description><![CDATA[The Power of Nightmares &#8211; The Rise of the Politics of Fear, di Adam Curtis (2004). Un documentario che descrive la nascita del movimento neoconservatore americano e quella del movimento radicale islamico, osservandone le ambigue similitudini. Seconda parte &#8220;The Phantom Victory&#8221; 59 minuti, in inglese, trascrizione, schermo pieno. [googlevideo:http://video.google.com/videoplay?docid=4602171665328041876] La seconda puntata del documentario racconta [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>The Power of Nightmares &#8211; The Rise of the Politics of Fear, di Adam Curtis (2004).<br />
Un documentario che descrive la nascita del movimento neoconservatore americano e quella del movimento radicale islamico, osservandone le ambigue similitudini.</p>
<p>Seconda parte &#8220;The Phantom Victory&#8221;<br />
59 minuti, in inglese, <a href="http://www.daanspeak.com/TranscriptPowerOfNightmares2.html">trascrizione</a>, <a href="http://video.google.com/videoplay?docid=4602171665328041876">schermo pieno</a>.<span id="more-5963"></span></p>
<p>[googlevideo:http://video.google.com/videoplay?docid=4602171665328041876]</p>
<p>La seconda puntata del documentario racconta gli effetti della vittoria contro l&#8217;invasione societica in Afghanistan, dove l&#8217;amministrazione Reagan e le fazioni islamiste si sono trovate strategicamente alleate:</p>
<ul>
<li> i movimenti islamisti tentano di estendere la vittoriosa rivoluzione islamista ad Egitto ed Algeria, ma le loro strategie terroriste falliscono e si inasprisce la violenza verso gli stessi musulmani, Zawahiri e bin Laden fuggono in Afghanistan e lanciano una nuova strategia di attacco direttamente verso gli USA;</li>
<li> dal lato americano, i neoconservatori sono spiazzati dall&#8217;elezione di George H. W. Bush ed in seguito di Bill Clinton nel 1992, i tentativi di demonizzare Clinton ed ottenere il supporto degli americani falliscono ed i neoconservatori si ritrovano isolati;</li>
</ul>
<p>[segue]</p>
<p>Il documentario è visibile anche su <a href="http://www.archive.org/details/ThePowerOfNightmares">Archive.org</a> a diverse risoluzioni.</p>
<p>Guarda su Nazione Indiana:<br />
Prima parte: &#8220;<a href="https://www.nazioneindiana.com/2008/05/26/il-potere-degli-incubi-e-la-politica-della-paura-un-documentario-di-adam-curtis/">Baby It&#8217;s Cold Outside</a>&#8221;<br />
Seconda parte &#8220;The Phantom Victory&#8221; (questa)<br />
Terza parte &#8220;The Shadows in the Cave&#8221; (lunedì prossimo)</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
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		<title>Manca un tassello</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2003/11/21/manca-un-tassello/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[dario voltolini]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 20 Nov 2003 22:31:11 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[allarmi]]></category>
		<category><![CDATA[algeria]]></category>
		<category><![CDATA[Bolzaneto]]></category>
		<category><![CDATA[Guerra]]></category>
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		<category><![CDATA[Iraq]]></category>
		<category><![CDATA[islam]]></category>
		<category><![CDATA[Nassiriya]]></category>
		<category><![CDATA[torture]]></category>
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					<description><![CDATA[di Marco Lodoli Al dibattito sulla strage di Nassiriya a mio avviso manca un tassello importante, che stranamente nessuno ha voglia di piazzare. Molto è stato scritto &#8211; forse a cuor troppo leggero, stabilendo nessi avventati &#8211; sulle truppe coloniali italiane, sui carabinieri protagonisti prima dell&#8217;orrido episodio della caserma Bolzaneto e poi dell&#8217;occupazione in Irak, [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Marco Lodoli</strong></p>
<p><img loading="lazy" src="https://www.nazioneindiana.com/archives/wood.jpg" alt="wood.jpg" align="left" border="1" height="125" hspace="4" vspace="2" width="160" />Al dibattito sulla strage di Nassiriya a mio avviso manca un tassello importante, che stranamente nessuno ha voglia di piazzare. Molto è stato scritto &#8211; forse a cuor troppo leggero, stabilendo nessi avventati &#8211; sulle truppe coloniali italiane, sui carabinieri protagonisti prima dell&#8217;orrido episodio della caserma Bolzaneto e poi dell&#8217;occupazione in Irak, e via così.<br />
<span id="more-210"></span><br />
Ci siamo presi le nostre responsabilità e le nostre autobombe, e quasi quasi pare, a leggere i siti più scafati, che in fondo ci siamo meritati questa punizione. L&#8217;impulsivo Genna, la sera dell&#8217;attentato, ha scritto che non provava alcun dispiacere per quanto era accaduto, semmai solo per non aver denunciato per primo le malefatte dei carabinieri italiani. Insomma, ci stiamo strappando tutte le pagliuzze dagli occhi, ma forse è il caso, se ci rimane un briciolo di vista, di guardare anche il trave che ha accecato intere popolazioni e che ormai ruota incandescente verso di noi. Abbiamo completamente dimenticato i centomila (dico: centomila) morti ammazzati in Algeria? Donne e bambini scannati senza pietà dalla furia islamica.</p>
<p>I processi agli omosessuali egiziani, le torture nei carceri siriani, la persecuzione e gli assassinii degli scrittori e dei musicisti magrebini sono già caduti nel dimenticatoio? L&#8217;intellettuale iraniano condannato a morte per aver avanzato qualche dubbio sul Corano, l&#8217;abbiamo già cancellato? E i giornalisti accoppati come cani, sempre in Iran, li abbiamo sbianchettati così in fretta? E non abbiamo proprio niente da dire sulle chiese bruciate nelle zone mussulmane dell&#8217;Africa, sulle discoteche e sui bar fatti esplodere a Bali e in Marocco? Eppure i morti sono stati tanti, persone innocenti che volevano solo passare un&#8217;ora pregando o ubriacandosi. Davvero non vi fa per niente paura l&#8217;avanzata dell&#8217;integralismo islamico, non vi pare giusto preoccuparsi per la sua spaventosa violenza che vediamo all&#8217;opera ogni giorno? Noi che scriviamo sui giornali e su Internet, che pubblichiamo libri, li leggiamo, andiamo al cinema, corteggiamo le donne sulle spiagge e alle feste, votiamo, scendiamo in piazza, incontriamo chi ci pare, noi che possiamo essere atei, buddisti, testimoni di Geova, anarchici, niente, non proviamo un pizzico di solidarietà per chi può solo tacere e obbedire, tacere e temere? Si parla tanto del pensiero unico occidentale eppure, all&#8217;interno di questo recinto, io posso essere di sinistra e fare lo scrittore, mio fratello può essere di destra e fare l&#8217;avvocato, mia nipote se vuole può essere qualunquista e mignotta: ognuno ha ancora discreti margini di libertà per scegliersi le proprie idee e il proprio percorso, può almeno protestare se qualcuno prova a ostacolarlo. Ma nel pensiero unico islamico non si può fare niente, neanche bersi un peroncino al bar o lasciarsi scappare una bestemmia. Forse è il caso, dopo aver criticato duramente i soldati di Bush, di Blair e di Berlusconi, di cominciare a dedicare un po&#8217; di attenzione a chi ogni giorno soffre per una libertà ormai perduta, per la violenza subita nel corpo e nella mente. Insomma, togliamoci per bene tutti i sassolini dalle scarpe, ma non dimentichiamoci di chi muore dilaniato dalle bombe, lapidato, sgozzato, in galera, in eterno silenzio.</p>
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