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	<title>amore &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>Non c’è bisogno della terza guerra mondiale per estinguersi!</title>
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		<dc:creator><![CDATA[andrea inglese]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 26 Jun 2025 05:39:23 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[a gamba tesa]]></category>
		<category><![CDATA[inediti]]></category>
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					<description><![CDATA[di <strong> Andrea Inglese</strong><br /> sono tutti programmi catastrofici e violenti, quelli che vengono portati avanti sia dal “regime change” sia dal “climate change”: bombe di qui e di là, oppure tandem di tsunami e desertificazioni. Grazie al cielo, qualcuno ha capito che solo un’IA ci può salvare, quella generativa, di ultimo conio.]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Andrea Inglese</strong></p>
<p style="text-align: right;"><em>L’uomo è ciò che mangia, perciò non fidarti dei cannibali.</em></p>
<p style="text-align: right;">Mariano Baino</p>
<p>Cerchiamo di farlo capire a Netanyahu, a Trump, a Putin, a tutti quelli che fremono per scatenare un finimondo su scala sempre più grande. Certo, la democrazia è un imbarazzante freno riguardo ai progetti davvero avanzati di estinzione dell’umanità. Ma, con un po’ di volontà politica, l’idea anche vaghissima di una qualche sovranità popolare finirà per sprofondare nell’oblio, come il ricordo sgradevole di un vecchio incubo.</p>
<p>I trans e post-umanisti sono anche loro d’accordo sull’obbiettivo – l’umanità ha fatto il suo tempo, quindi circolare! – ma ancora tentennano, laddove gli umanisti terminali (dotati di un superlativo arsenale militare) hanno un progetto più coerente: finirla <em>subito</em>, prima che i disastri climatici ci abbrustoliscano lentamente, fino all’ustione completa. Già, perché sono tutti programmi catastrofici e violenti, quelli che vengono portati avanti sia dal “regime change” sia dal “climate change”: bombe di qui e di là, oppure tandem di tsunami e desertificazioni. Grazie al cielo, qualcuno ha capito che <em>solo un’IA ci può salvare</em>, quella generativa, di ultimo conio. Con la dose adeguata e il giusto abuso, l’intelligenza artificiale ci condurrà per mano al niente, senza stressanti maremoti o funghi atomici*.</p>
<p>C’è gente del tutto aggiornata sulla questione, e con le idee chiare in testa, nonostante gli allarmi dei complottisti che vedono minacce e pericoli dappertutto, come se gli Stati non avessero mai osato controllare i cittadini, come se l’imprenditoria capitalista non si basasse su distruzioni-creative e ondate di licenziamenti, come se la manipolazione delle coscienze l’avesse inventata Open IA e non invece, da noi almeno, l’Istituto Luce. Come dicono anche certi intellettuali del lontano oriente: tutto è brodo psichico, mica bombe e frammenti di corpi. Basta rimestare nel brodo più veloci degli altri, e si vedrà che belle composizioni cromatiche e concettuali verranno fuori, degne di un caleidoscopio da fanciullino e di una supercazzola da maturandi. Insomma, bando ai disfattismi dei vecchi, che proprio per aver vissuto tanto, mancano della virtù antropologica fondamentale: la giovinezza. Con tale primavera di bellezza e un buon chat bot, l’estinzione è finalmente a portata di mano, ma in maniera del tutto <em>cool</em>, senza morti ammazzati. Però noi genitori, noi vecchi, dobbiamo darci dentro: facilitare il piano, oliare gli ingranaggi, portare acqua al mulino, facilitare la svolta. L’obiettivo sembra immane – far scomparire l’umanità in modo incruento – ma la ricetta è veramente elementare: da 15 minuti di preparazione, un cucchiaio d’olio, sale e pepe quanto basta, e niente più.</p>
<p>Dicevo i genitori: senza la loro complicità, non si va lontano. La giovinezza primavera di bellezza ci mette l’idea, ma la prole ce la dobbiamo mettere noi (i vecchi), quanto ai chat bot ci pensano le aziende sempre fiorenti della Tech statunitense. Le femministe anche devono dare una mano. Poi spiego perché.</p>
<p>Si piglia il figlio o la figlia adolescenti, che hanno già capito tutto delle nuove tecnologie, e quindi dell’essenza del mondo, ma che tentennano ancora, per via di tremendi atavismi, tra slinguata reale e sesso verbo-virtuale. La “limonata”, purtroppo, e quel che ne consegue in termini di manipolazioni corporee, implica un maledetto partner in carne e ossa, effimero e stronzo finché si vuole, ma a tre dimensioni. La sessione erotica con il chatbot, invece, implica solamente un qualche abbonamento e il proprio apparecchio elettronico. L’adolescente la sa molto lunga, in quanto privo dei paraocchi dell’esperienza e dei dogmatismi analogici, ma è pur sempre adolescente, cioè un po’ bamba, con quella tipica tendenza ad atteggiarsi ad asino di Buridano. Quindi ci vuole la spinta, la sorveglianza parentale. Bisogna far pendere l’ago della bilancia sul chatbot mica sul partner antropico, sul petting digitale mica sullo smanazzamento carnale, sul dialogo idilliaco via schermo mica sulla rugosità imprevedibile degli incontri tra intelligenze naturali. Blindate in casa i vostri figli, abbonateli a tutte le applicazioni possibili, disperdete fuori dalle mura domestiche spasimanti e morose di razza umana! I risultati non tarderanno a farsi vedere: legami duraturi e rapporti sessuali protetti, consentiti, in quanto puramente virtuali. Femministe e antiabortisti alla fine d’accordo. Non solo è impossibile essere messe incinta da un chatbot, ma anche essere prese a coltellate. Zero interruzioni di gravidanza, zero femminicidi. Una situazione bipartisan e incredibilmente win win. E poi niente figli tra le palle! Spese per i pannolini e il conservatorio, per le ripetizioni di matematica e le scarpe da calcio! Niente più dilemmi, se regalare al maschio la macchinina o la barbie, o alla femmina i nunchaku da kung-fu o la scarpette con gli strass e i brillantini.</p>
<p>Inoltre, diciamolo, con il chatbot è <em>l’amore vero</em>, l’essenza, il distillato puro. Non c’è più quell’intrusione dell’alterità, che rende tutto più complicato, appesantito da compromessi, negoziazioni, voltafaccia. Altro che tinder e i maledetti date, che sono una perdita di tempo e soldi, per risultati sempre aleatori. Anche perché ognuno il proprio partner se lo parametrizza come vuole: fedele o infedele, sado o maso, omo o etero, binario o meno. Quindi basta sceneggiate e musi, lente cumulazioni di rancore o detonazioni improvvise d’odio. Basta separazioni. Basta rischi di violenze o ammazzamenti. Tutto si svolge a casa, dopo aver incamerato la cenetta deliveroo menu singolo, con la porta chiusa a doppia mandata e senza più intrusione d’esseri umani scapestrati. Il risultato è sicuro: utilizzatori individuali contenti come pasque, istinto della specie sabotato alla radice. L’estinzione si farà con tutta calma, senza che nuove generazioni siano ogni volta convocate e poi spinte in un paesaggio sempre più sgangherato e temibile. Tutta quella paura della macchina che prende il sopravvento sull’uomo e lo sottomette, una bolla di sapone. Anzi, la macchina sarà fino all’ultimo giorno, in mezzo a un consesso di esseri umani loschi e inaffidabili, l’unica garanzia di fedeltà, di riflesso limpido del nostro desiderio: avere qualcuno che ci dica sì in modo sistematico e illimitato.</p>
<p>⇒ ⇒</p>
<p>*Da uno spunto di <span class="qu" tabindex="-1" role="gridcell" translate="no"><span class="gD" data-hovercard-id="niccolo.argentieri64@gmail.com" data-hovercard-owner-id="17">Niccolò Argentieri.</span></span></p>
<p>⇒ ⇒</p>
<p>Foto da Claude Closky, <em>8002-9891</em>, mac/val, 2008.</p>
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		<title>Malanotte &#8211; racconto inedito</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2022/11/08/racconto-gabriele/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[giuseppe schillaci]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 08 Nov 2022 06:04:03 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[amore]]></category>
		<category><![CDATA[infanzia]]></category>
		<category><![CDATA[notte]]></category>
		<category><![CDATA[racconto inedito]]></category>
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					<description><![CDATA[di <strong>Gabriele Galligani</strong> <br />Malanotte racconto inedito Apre gli occhi. Sul soffitto della cameretta la spuma dei sogni arretra al riaffiorare dei ricordi. Quando stropiccia le palpebre, sente il trucco pizzicarle il viso....]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Gabriele Galligani</strong></p>
<p style="text-align: center;"><strong>Malanotte</strong></p>
<p><img loading="lazy" class="size-medium wp-image-99992 aligncenter" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/11/Malanotte_MaurizioBonfanti-300x300.jpg" alt="" width="300" height="300" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/11/Malanotte_MaurizioBonfanti-300x300.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/11/Malanotte_MaurizioBonfanti-1024x1024.jpg 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/11/Malanotte_MaurizioBonfanti-150x150.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/11/Malanotte_MaurizioBonfanti-768x768.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/11/Malanotte_MaurizioBonfanti-696x696.jpg 696w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/11/Malanotte_MaurizioBonfanti-1068x1068.jpg 1068w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/11/Malanotte_MaurizioBonfanti-420x420.jpg 420w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/11/Malanotte_MaurizioBonfanti.jpg 1280w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /></p>
<p style="text-align: center;">racconto inedito</p>
<p>Apre gli occhi. Sul soffitto della cameretta la spuma dei sogni arretra al riaffiorare dei ricordi. Quando stropiccia le palpebre, sente il trucco pizzicarle il viso. I suoi piedi scivolano fuori coperta fino alla porta. La sua guancia si appoggia alla superficie senza che le orecchie incontrino rumori. Gonfia i polmoni per prepararsi alla scoperta e tira la maniglia, ma la porta resta chiusa. Molte ore ancora la separano dalla scuola di indomani.</p>
<p>«Ti sbrighi?!»</p>
<p>Chissà quante ore prima, il suo pugno aveva bussato al bagno. Era quasi il <em>coprifuoco</em> e la casa era ordinata come un albergo, non fosse stato per la muffa alle pareti e gli aloni dei mobili assenti. «Ho sistemato tutto, Silvia!»</p>
<p>Nessuna risposta era giunta dal bagno e la bambina aveva ricacciato giù la sensazione di venire esclusa. Il suo occhio si era avvicinato alla serratura a guardare il caleidoscopio di colori, mentre la puzza di fumo iniziava a infastidirle le narici.</p>
<p>«Dobbiamo sbrigarci!»</p>
<p>Aveva controllato attorno che non fossero rimasti indizi di sé: anche fossero entrati a casa loro, gli <em>spazzacattivi</em> non dovevano trovarla.</p>
<p>Aveva strattonato la maniglia inutilmente. Era corsa al ripostiglio dove aveva sottratto la chiave; anni di giochi solitari le avevano insegnato che le chiavi delle stanze di casa erano intercambiabili. Ma la porta del bagno si era aperta da sola e una donna ne era uscita scalza. Lungo fino a metà coscia, l&#8217;accappatoio le lasciava libere le gambe: «Hai sistemato tutto, Aurora?»</p>
<p>«Secoli fa ho sistemato, Silvia».</p>
<p>«Perché non mi chiami <em>mamma</em> come fanno le tue amiche?»</p>
<p>Aurora si era fermata a riflettere mentre la mano deponeva la chiave in tasca.</p>
<p>«Le mie amiche non ti chiamano <em>mamma</em>».</p>
<p>«A me no, perché non sono la <em>loro</em> mamma. Ma la <em>tua</em>, sì».</p>
<p>«Ti chiamerò <em>mamma</em> quando tu mi chiamerai <em>figlia</em>».</p>
<p>«Va bene. Non hai lasciato tracce per gli spazzacattivi, <em>figlia</em>?»</p>
<p>«Ovvio. Ma che facevi chiusa dentro?»</p>
<p>La donna aveva sorriso e se ne era andata in camera. Aurora le era corsa dietro cercando di seminare il senso di esclusione che la puzza di fumo le suscitava. «Facevi le cose dei grandi?».</p>
<p>La donna si era fermata allo specchio e la sua mano era affondata nel beauty case.</p>
<p>«Mi preparavo per dormire».</p>
<p>«E la puzza di fumo?»</p>
<p>Dopo un attimo di silenzio, la madre aveva risposto senza voltarsi: «Andava a fuoco la vasca e l&#8217;ho spenta».</p>
<p>Aurora si era bloccata e il suo cervello aveva preso a macinare: «Va a fuoco quando l&#8217;acqua è caldissima?»</p>
<p>La madre aveva annuito mentre la punta della matita le sfiorava l&#8217;occhio: «Sì, ma solo dopo una certa ora».</p>
<p>«È per questo che si chiama <em>coprifuoco</em>?».</p>
<p>La fronte corrucciata le dava un&#8217;aria da cartone buffo. Gli occhi rifiniti di nero della madre si erano voltati a guardarla. Aurora adorava trattenere la sua attenzione e sarebbe restata ore con gli occhi in quelli della donna, se il cellulare non avesse ronzato. La donna l&#8217;aveva estratto dall&#8217;accappatoio e zittito con un tocco, dopo aver controllato lo schermo.</p>
<p>Aurora aveva raddrizzato il collo: «Chi ci chiama a quest&#8217;ora?»</p>
<p>«Nessuno ci chiama. Avevo messo una sveglia».</p>
<p>«Sveglia? Per cosa, se andiamo a dormire?»</p>
<p>«Per sbrigarci e non fare tardi».</p>
<p>«E perché ti pitturi il viso?»</p>
<p>La madre aveva sorriso e una ventaglio di rughe minuscole si era aperto alle estremità degli occhi: «Per essere bella nei sogni».</p>
<p>«Anch&#8217;io voglio essere bella in sogno».</p>
<p>Gli occhi della bambina avevano seguito le mani della madre che appoggiavano il cellulare. La donna le aveva camminato incontro con lo sguardo delle cose serie e si era inginocchiata.</p>
<p>«A te non servono trucchi».</p>
<p>«Ma voglio colorarmi la faccia».</p>
<p>«Prima o poi lo potrai fare».</p>
<p>«E quando?»</p>
<p>La madre aveva sorriso: «Tra un bel po&#8217;».</p>
<p>«Quando dici <em>un bel po&#8217;</em> vuol dire che non succederà mai».</p>
<p>La madre aveva alzato il braccio ad accarezzarle i capelli, mentre gli occhi della bambina scendevano a vagare nella scollatura per sfuggire all&#8217;espressione triste della donna.</p>
<p>«Speriamo».</p>
<p>La madre era risalita a livello adulto con fatica, aveva raggiunto l&#8217;armadio e si era sfilata l&#8217;accappatoio: «Corri a letto che arrivo per la buonanotte».</p>
<p>«La <em>buonanotte</em>? Non dormiamo insieme?»</p>
<p>«Stanotte no».</p>
<p>Aurora aveva fatto due passi prima di fermarsi davanti al cellulare incustodito. Aveva gettato un&#8217;occhiata alla madre nascosta dietro l&#8217;anta e aveva allungato la mano come a sottrarre una caramella. Aveva premuto l&#8217;unico tasto e si era imbattuta nella richiesta del codice a quattro cifre. Immaginando fosse una parola magica per superare il livello, si era chiesta quale numero fosse così importante per sua madre. Aveva composto le cifre del proprio <em>giorno-della-torta</em>, ma lo schermo aveva tremato come scuotendo la testa a negarle l&#8217;accesso. La sua bocca si era piegata per la delusione di essere esclusa, un&#8217;altra volta.</p>
<p>«Quando è il tuo <em>giorno-della-torta</em>, mamma?»</p>
<p>«Perché, <em>figlia</em>?» Parti del corpo della donna sbucavano da dietro l&#8217;anta di tanto in tanto.</p>
<p>«Per farti una torta!»</p>
<p>«Non serve».</p>
<p>«Non serve?», Aurora si era fermata a rovistare nel cervello: «Tutte le mie amiche fanno la torta alle <em>loro</em> mamme!»</p>
<p>«Va bene. Il quindici marzo».</p>
<p>Le unghie smangiucchiate si erano mosse a digitare le cifre. Il cellulare era stato un secondo immobile. Poi, come generandolo dal nulla, lo schermo aveva materializzato uno scambio di messaggi.</p>
<p>La maestra non aveva avvisato Aurora del dolore che provoca il saper leggere. La piccola si era tenuta al ripiano mentre il petto aveva tremato per la bugia: non avrebbe mai creduto che la scoperta che <em>gli spazzacattivi</em> non esistono potesse provocarle quel dolore. In realtà, non avrebbe mai creduto che potesse esistere, <em>quel</em> dolore.</p>
<p>Dopo che nessuno, a casa come a scuola, era mai riuscito a spiegarle cosa fosse la morte, quel messaggio le rivelava come tutto il bello vissuto nei sette e passa anni precedenti fosse finto, un inganno inscenato da colei che ti ha messo al mondo: ti ha promesso la felicità e poi ti esclude mandandoti a letto mentre gli altri fanno festa.</p>
<p>Il beauty stava incustodito poco sopra la sua spalla. L&#8217;apertura zigrinata era semiaperta come una bocca da cui la lingua dispettosa del rossetto faceva capolino. Aurora aveva spalmato di nero gli occhi e preso a colorarsi il viso come se lo specchio in cui si rifletteva fosse un ritratto da pasticciare.</p>
<p>Quando il busto della madre l&#8217;aveva affiancata nello specchio, quattro occhi dipinti avevano preso a studiarsi dentro la cornice. La mano della donna aveva acchiappato il braccio della bambina.</p>
<p>«Non è il momento, ti ho detto».</p>
<p>Aveva tentato di spostarla piano, ma Aurora si era dimenata facendo cadere il rossetto aperto. Una striscia rossa e sottile si era allungata a terra, come traccia del sorriso che Aurora non aveva più. «Sei una bugiarda. Non esistono <em>gli spazzacativi</em>, non esiste babbo natale e magari neanche i pompieri».</p>
<p>Lo schiaffo le era piovuto sopra come un temporale.</p>
<p>Immobilizzata da una sensazione mai provata, Aurora aveva osservato le stanze di casa scorrerle davanti agli occhi mentre la madre la trascinava via. Solo una volta ingabbiata sotto il peso del piumino, aveva sentito la voce della donna parlarle calda.</p>
<p>«Dammi la buonanotte, dormiamo e dimentichiamo tutto».</p>
<p>Aurora aveva sbattuto le palpebre senza staccare lo sguardo dal soffitto: coperto dal velo di lacrime, le sembrava il fondo di una piscina quasi vuota.</p>
<p>La madre si era fermata un&#8217;ultima volta dietro l&#8217;uscio. Aurora aveva visto il ventaglio di luce restringersi e udito la serratura chiudersi. Si era promessa di non dormire, ma il sonno le era crollato addosso prima che il fuoco dello schiaffo sulla guancia  fosse estinto.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>A sette anni, la notte è un oceano che separa i continenti diurni. Aurora guarda la porta dietro cui era scomparsa la madre chissà quante ore prima. Porta la mano alla tasca e afferra la chiave sentendosi protagonista di un gioco ben congegnato: nel livello precedente se ne era impossessata e solo per questo potrà proseguire. Si sistema i capelli e avvicina la chiave alla caverna della toppa. Malgrado ci metta tutta la delicatezza delle sue mani bambine, lo scattare della serratura straccia il silenzio come fosse un foglio di carta. Il cigolio che segue è come quello di un forziere.</p>
<p>La notte copre le superfici di casa col suo lenzuolo scuro. Aurora avanza finché il bagliore della finestra la richiama. Quando la raggiunge, riconosce il riflesso del proprio viso sul vetro. Il verde degli occhi è grigio e altri colori messi a caso le coprono le guance fino al mento: il trucco seccato la fa sembrare figlia di un clown in malora. Dietro la propria faccia impalpabile, o davanti, oltre a lei oppure dentro di lei, vede le strade, i tetti, i parchi e i lampioni della città. Allunga il dito sul vetro a contare le palle di luce crepitanti. Prova a farle scoppiare come bolle di sapone, mentre si chiede se è forse quello il divertimento da cui la madre vuole escluderla.</p>
<p>Non sembrano umane le voci che si avvicinano. Quando si volta, la porta d&#8217;ingresso si sta aprendo. Aurora percorre il corridoio e si rifugia nella stanza, dove il lettone della madre è liscio come se nessuno l&#8217;avesse mai sfiorato. Le voci occupano la casa mentre la porta esterna si richiude. Le risa risuonano in camera un attimo dopo che Aurora si è murata viva nell&#8217;armadio. Le pareti sono fredde contro le sue braccia. Il profumo di lavanda la stordisce malgrado le prese d&#8217;aria nelle ante, feritoie orizzontali che l&#8217;accecano quando la luce in stanza viene accesa.</p>
<p>La madre ride come non l&#8217;aveva mai sentita: una risata tagliente che non comunica gioia ma reclama attenzione. Dagli spiragli, vede un uomo bloccarsi sull&#8217;uscio. Quell&#8217;uomo le sembra uguale a tanti altri.</p>
<p>«Hai figli?»</p>
<p>«No».</p>
<p>«E questo?» L&#8217;uomo sventola un disegno che Aurora deve aver lasciato chissà dove.</p>
<p>«L&#8217;ho fatto io», risponde la madre.</p>
<p>«Allora siamo soli?»</p>
<p>Aurora guarda il profilo della madre. Sono così vicine che, se allungasse il braccio, la toccherebbe.</p>
<p>«Solissimi», la sente dire.</p>
<p>Il colpo della schiena contro l&#8217;anta la fa sobbalzare dentro. La notte scende nell&#8217;armadio e dura a lungo. Pochi centimetri di legno separano Aurora dai corpi che coprono la luce e gemono come in lotta.</p>
<p>Quando i due s&#8217;allontanano, gli occhi della piccola faticano a vedere. Oltre le feritoie, nella stanza è calata la penombra. La testa della bambina si svuota e i pensieri la abbandonano, mentre gli abiti appesi nell&#8217;armadio le pendono sulle spalle come fantasmi senza gambe di persone ormai andate. I due corpi sono una massa accartocciata a terra: uno straccio contorto sul pavimento che si muove a cancellare la macchia di rossetto che Aurora ha creato.</p>
<hr />
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Gabriele Galligani</strong> insegna italiano, storia e geografia alle scuole medie e audiovisivo e multimediale alle superiori. Suoi racconti sono usciti online e su antologie italiane ed europee. Il suo romanzo d&#8217;esordio, &#8220;Transagonistica&#8221; è pubblicato nel 2021 da Battaglia Edizioni con prefazione di Wu Ming 2.</p>
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		<title>Estratto da L&#8217;inganno</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2022/10/19/veronica-tomassini/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[giuseppe schillaci]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 19 Oct 2022 07:16:58 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[amore]]></category>
		<category><![CDATA[scrittrice]]></category>
		<category><![CDATA[veronica tomassini]]></category>
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					<description><![CDATA[di <strong>Veronica Tomassini</strong> <br />Un estratto del romanzo "L'inganno" di Veronica Tomassini, in uscita per La nave di Teseo. Jan riposava. Attraverso i nembi, il sole tornava a infilarsi tra le colonne,...]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Veronica Tomassini</strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align: center;"><em>Un estratto del romanzo &#8220;L&#8217;inganno&#8221; di Veronica Tomassini, in uscita per La nave di Teseo.</em></p>
<p><img loading="lazy" class="wp-image-99688 aligncenter" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/10/NT_Oceani_ita_182_EXE_Tommasini_Inganno_Piatto-211x300.jpg" alt="" width="309" height="439" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/10/NT_Oceani_ita_182_EXE_Tommasini_Inganno_Piatto-211x300.jpg 211w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/10/NT_Oceani_ita_182_EXE_Tommasini_Inganno_Piatto-719x1024.jpg 719w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/10/NT_Oceani_ita_182_EXE_Tommasini_Inganno_Piatto-768x1094.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/10/NT_Oceani_ita_182_EXE_Tommasini_Inganno_Piatto-1079x1536.jpg 1079w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/10/NT_Oceani_ita_182_EXE_Tommasini_Inganno_Piatto-1438x2048.jpg 1438w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/10/NT_Oceani_ita_182_EXE_Tommasini_Inganno_Piatto-150x214.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/10/NT_Oceani_ita_182_EXE_Tommasini_Inganno_Piatto-300x427.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/10/NT_Oceani_ita_182_EXE_Tommasini_Inganno_Piatto-696x991.jpg 696w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/10/NT_Oceani_ita_182_EXE_Tommasini_Inganno_Piatto-1068x1521.jpg 1068w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/10/NT_Oceani_ita_182_EXE_Tommasini_Inganno_Piatto-295x420.jpg 295w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/10/NT_Oceani_ita_182_EXE_Tommasini_Inganno_Piatto.jpg 1783w" sizes="(max-width: 309px) 100vw, 309px" /></p>
<p>Jan riposava. Attraverso i nembi, il sole tornava a infilarsi tra le colonne, ribatteva dai ballatoi, sulla cima degli abbaini, sopra le finestrelle, sui tetti. Camminai lungo la via. La signora Erminia mi aspettava per il pranzo. Così mi decisi a tornare, nell’ora inconsueta. Presi l’autobus. La luce indebolita mi raccontava la desolazione che avrei raggiunto. Come ogni sera.</p>
<p>La destinazione popolare, meneghina e negletta. Mi ero abituata a un ingranaggio smorzato. La luce livida dopo la pioggerellina impastava colori scuri e accidiosi.</p>
<p>Avevo imparato a memoria ogni traccia di quel passaggio: la 69, il verduraio con le erbe amare già mondate. Il trillo del campanello, la signora Erminia che apre l’uscio serrato a doppia mandata. La cucina, il profumo oleoso e ruffiano del burro a rosolare, l’usciolo del tinello. La carta violacea e plumbea delle pareti. Il pendolo.</p>
<p>La tavola era apparecchiata. Il pane bianco tagliato a fette nella cesta, l’acqua corrente nella caraffa. Il vino di un supermercato ancora nel bricco di cartone.</p>
<p>Mangiammo in silenzio, la signora Erminia aggiungeva un mestolo di pietanza al mio piatto. Dolciastra, burro, verdure, non saprei distinguere. Mi piaceva osservare fuori le ombre in anticipo sulla fine del giorno. La nuvolaglia che avevo imparato a riconoscere, non più oscurità sfuggenti, strane sagome buie sul cielo senza rondini, ma sarebbero tornate le rondini, anche a Milano.</p>
<p>Quando sopravvenne l’ora tarda, erano le tre del pomeriggio. Per molti anni, le tre del pomeriggio era l’ora della tristezza non riferibile. L’ora che rifiutava il linguaggio, un assenso umano. L’ora definitiva. Ho capito molto dopo l’ora della tristezza, l’ora in cui il Cristo moriva.</p>
<p>Tutto questo agiva in me, ma io non avevo realizzato ancora che comunque sarebbe accaduto in futuro, che attraverso il nostro vestito di carne e sangue a pulsare, si riponevano verità eterne a dimorarvi. Quel che ci avrebbe disorientato, rimasto appresso al momento in cui avremmo inteso la tristezza, la disperazione, la preoccupazione, era il trabattello di un tramato inalterabile che ci avrebbe lambito con la ferocia purificatrice del fuoco, depositando brani di certezze perenni. Nella nostra inquietudine o concitazione o inutile rodìo c’era anzitempo deciso un destino, il castigo, la conversione. Consegnavamo tutti la riconferma, la replicazione ancor meglio, della vicenda biblica. Ne portavamo indosso una specie di marchio. Un crisma.</p>
<p>Ogni profeta ci aveva annunziato, lungo i millenni.</p>
<p>Conclusi il pranzo con una mela turgida e rosea. Zuccherina. L’acqua corrente aveva un retrogusto di erba umida, muschio. Stranezza che scioccamente confidai alla signora Erminia. Riuscivo a farla ridere delle mie ingenuità.</p>
<p>Andai a riposarmi. Riposai come riposava Jan, distesa, le mani incrociate sul petto. Chiusi gli occhi e pensai a Jan. Non al francese di Tolosa.</p>
<p>Mi addormentai e sognai un viaggio. Un treno antico, correvo per il corridoio di una vecchia locomotiva. Cercavo qualcuno. Il treno si arrestò di colpo. Mi affacciai dal finestrino e oltre non c’era niente. Un biancore traverso e un vuoto, un vuoto che sprofondava nel mistero. Dove?</p>
<p>In lontananza intercettavo un binario, l’odore del carbone, del brecciolino.</p>
<p>Mi svegliai nel buio della sera anonima. Tirai giù la tapparella. Sostituiva i battenti, ma prima notai, nel cavedio che porta alle cantine, proprio sotto la mia finestra, un colle di mondezza. Mondezza organizzata in sacchi, pronta per essere riconvertita in qualcos’altro di produttivo. Non un fatto che non servisse ad altro.</p>
<p>Mi sembrò avvilente che persino la mondezza avrebbe potuto ingannare il mio sguardo, nutrendo un campo di fiori selvatici, nel getto irrorato di un fertilizzante. Era forse un bel messaggio, l’ennesima metafora da apprendere e meditare, nei minuti sazi.</p>
<p>Io avevo bisogno soltanto di esistere. Non meditare, accidenti! Esistere. Il mio corpo, esiste? Cos’è il mio corpo?</p>
<p>Guardai il viso sciupato nello specchio sopra il lavabo del bagno.</p>
<p>Io esisto. Ma non so riconoscermi. Guardo i miei occhi nello specchio. Non è la stessa cosa, penso.</p>
<p>Quale viso io abbia deve dirmelo un altro.</p>
<p>Un uomo.</p>
<p>Lavai la faccia e indossai un rossetto fragola che trovai nel beauty case della signora Erminia.</p>
<p>Fissavo i miei occhi.</p>
<p>L’iride è gialla o marroncina o verde.</p>
<p>La lettera del francese concludeva così: “I tuoi occhi, Mademoiselle”. Senza aggiungere altro.</p>
<hr />
<p><strong>Veronica Tomassini</strong>, siciliana, di origini umbre. Esordisce con il romanzo “Sangue di cane”, Laurana editore, nel 2010. Fu un caso letterario.  Nei suoi scritti tornano spesso ambientazioni suburbane, storie intestine e periferiche. Nel 2012, pubblica con Feltrinelli l’e-book “Il polacco Maciej”. Nel 2014, pubblica con Gaffi il romanzo “Christiane deve morire”. Partecipa con un suo testo all’antologia “La formazione della scrittrice”, edita da Laurana, curata da Chicca Gagliardo e Gabriele Dadati, per un’idea di Giulio Mozzi. Nel 2017, torna in libreria con il romanzo “L’altro addio”, per Marsilio editore. Nel 2019, pubblica il romanzo “Mazzarrona (Miraggi, edizioni) candidato al Premio Strega. Nel 2020, pubblica “Vodka Siberiana”.</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
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		<item>
		<title>Amor, ch&#8217;a nullo amato amar perdona</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2022/07/08/amor-cha-nullo-amato-amar-perdona-2/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[antonio sparzani]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 08 Jul 2022 05:00:06 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[amore]]></category>
		<category><![CDATA[Giuliano Boccali]]></category>
		<category><![CDATA[india]]></category>
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					<description><![CDATA[di <strong>Antonio Sparzani</strong>  <br /> Quando trovo un libro che mi piace molto, il mio istinto di rozzo e incapace recensore sarebbe di gridare semplicemente: “lasciate cadere quello che avete in mano e correte subito a comprare il libro tale e leggetelo tutto d’un fiato”. ]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><img loading="lazy" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/07/copertina-Boccali-218x300.jpg" alt="" width="218" height="300" class="aligncenter size-medium wp-image-98377" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/07/copertina-Boccali-218x300.jpg 218w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/07/copertina-Boccali-743x1024.jpg 743w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/07/copertina-Boccali-768x1058.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/07/copertina-Boccali-1115x1536.jpg 1115w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/07/copertina-Boccali-150x207.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/07/copertina-Boccali-300x413.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/07/copertina-Boccali-696x959.jpg 696w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/07/copertina-Boccali-1068x1471.jpg 1068w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/07/copertina-Boccali-305x420.jpg 305w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/07/copertina-Boccali.jpg 1134w" sizes="(max-width: 218px) 100vw, 218px" /></p>
<p>di <strong>Antonio Sparzani</strong></p>
<p>Quando trovo un libro che mi piace molto, il mio istinto di rozzo e incapace recensore sarebbe di gridare semplicemente: “lasciate cadere quello che avete in mano e correte subito a comprare il libro tale e leggetelo tutto d’un fiato”. Ma poiché questo non invoglierebbe se non forse i pochi che mi conoscono bene e condividono i miei gusti, mi pare che sia meglio, e anche più giusto, usare mezzi più persuasivi per invogliare il potenziale lettore, raccontandogli almeno qualcosa del libro stesso. Così:</p>
<blockquote><p>«Oggi ancora, lei, che splende inghirlandata<br />
di magnolia d’oro,<br />
volto di loto in fiore, tenue la linea della pelurie<br />
sul ventre,. . .»</p></blockquote>
<p>così cominciavo <a href="https://www.nazioneindiana.com/2019/03/23/le-stanze-dellamor-furtivo/">qui</a>, nel 2019, a parlare di un volume di <strong>Giuliano Boccali</strong>, nel quale l’autore traduceva e illustrava alcuni poemetti (<em>Nuvolo messaggero, Centuria d’amore e Le stanze dell’amor furtivo</em>) della letteratura indiana. Ma lo scorso febbraio è uscito questo suo nuovo libro <em>Il Dio dalle frecce fiorite – miti e leggende dell’amore in India </em>(Il Mulino, 243 pp., €16), tra l’altro molto ben corredato di quasi una trentina di immagini a colori, nel quale l’autore, allargando assai la prospettiva, si propone di dare un quadro più complessivo dell’amore nelle sue molteplici sfaccettature nella letteratura indiana (e il titolo dantesco di questo post è citato da Boccali stesso in uno dei molti racconti).</p>
<p>Quando si iniziano a leggere i primi capitoli, si comincia ad avere davanti agli occhi uno straordinario, rutilante turbinio di storie, di poesie, di vicende, in gran parte mitologiche anche se non completamente, nelle quali dèi supremi (Vishnu, Shiva e la Dea, in sanscrito <em>Devi</em>), il dio creatore (Brahma), dèi meno importanti, antidèi (asura), demoni, umani di varie caste si mescolano continuamente in intrighi, innamoramenti, tradimenti, rinunce, ascetismi alla base dei quali incontrastato – o meglio – talvolta assai contrastato ma sempre presente, comunque regna l’amore, il <em>Leitmotiv </em>dell’intero scritto, come del resto dichiara il sottotitolo.<br />
Mi pare che le prime righe del testo, quelle con le quali inizia il <strong>Prologo </strong>(il cui titolo, già significativo, è <em>In principio fu il Desiderio</em>), siano la migliore illustrazione possibile di tutto il tema, per cui ve le riporto così come sono: </p>
<blockquote><p>“Le fattezze di Kamadeva, l&#8217;indiano dio dell&#8217;amore, certo sono molto affascinanti, anche se piuttosto pericolose, e le sue attività genialmente multiformi, anche se talora disastrose. È stato generato con un atto mentale spontaneo dal Creatore Brahma, invaghito della sua precedente creazione, la sublime Sandhya impareggiabile per bellezza, che infatti incontreremo lungo il filo dei nostri racconti. Al pari del suo collega greco-romano Cupido &#8211; kama in sanscrito significa proprio cupido, «desiderio» -, egli si presenta come un meraviglioso giovane armato di arco e frecce, che la fantasia indiana concepisce in maniera molto immaginosa. Infatti l&#8217;arco di Kama è di canna da zucchero, la corda è costituita da una fila di grandi api nere, emblema in India del desiderio volubile e insaziabile, mentre le punte delle sue frecce sono fatte di fiori, cinque fiori identificati con precisione: loto bianco, ashoka [<a href="https://it.wikipedia.org/wiki/Saraca_asoca">saraca asoka</a>], mango, gelsomino e ninfea blu, donde l&#8217;epiteto molto frequente di «Dio dalle frecce di fiori», «Dio dalle frecce fiorite». È sprovvisto di ali mentre il suo animale veicolo e compagno è il pappagallo. Suo amico e alleato di elezione è Vasanta, «Primavera» (maschile in sanscrito), pure nato dalla mente di Brahma. In altra, più inquietante circostanza hanno origine sempre dal Creatore le truppe del dio, i Mara, «Assassini» (già!), ai quali viene affidato il compito di confondere le menti di chi è colpito dai suoi dardi e di ostacolare in ogni maniera i ricercatori nella via della conoscenza del mondo. Sull’insegna di Kama è raffigurato. . . un po’ scherzosamente non riveliamo per ora quale animale sia effigiato sulle bandiere del dio, rinviando la risposta al termine del percorso . . .”</p></blockquote>
<p>Anch’io mi guarderò bene dal fare spoiling rivelando a voi quale sia questo sorprendente e inaspettato animale simbolo, che viene rivelato verso la fine del libro, dirò che non è certo un animalino dolce e grazioso come uno si potrebbe aspettare. Il libro contiene tante storie, la maggior parte delle quali risalgono a testi assai antichi, dal Rigveda e dal Mahābhārata in poi e anche raccontarne per disteso una sola occuperebbe molto spazio. Mi limiterò dunque a cercare di centrare un punto che Boccali, la cui conoscenza e competenza in tutto questo ambito di sapere sembrano davvero sconfinate, sottolinea verso la fine del libro (p. 180) e che suona così:</p>
<blockquote><p>“Come già si è detto, a partire da Brahma stesso non c&#8217;è infatti alcun maschio, dio, asceta, saggio, eremita, re-veggente &#8211; ma proprio nessuno &#8211; che non abbia ceduto almeno una volta al fascino femminile, pur avendo pronunciato voti che gliela proibivano tassativamente. Il racconto delle loro storie occuperebbe una intera collana di libri, non un solo capitolo di un libro come questo. E ciò inequivocabilmente significa che per la visione indiana diffusa l&#8217;esperienza dell&#8217; amore è fondamentale, insostituibile, proprio ai fini dell&#8217;adempimento del destino spirituale più alto: conoscenza e amore sono inscindibili, fusi l&#8217;una nell&#8217;altro. Su questo terreno germoglia e cresce la convinzione espressa dai tantra che il sesso è uno dei mezzi principali per accedere rapidamente ai livelli superiori di coscienza e alla liberazione.”</p></blockquote>
<p>Aggiungo solo la considerazione (un po’ fuori tema) che mi piacerebbe molto che l’attuale primo ministro Indiano Narendra Modi, fondasse davvero la sua amministrazione sull’amore (così come, in un mondo assai diverso dall’attuale, dovrebbero fare tutti i governanti).<br />
<figure id="attachment_98378" aria-describedby="caption-attachment-98378" style="width: 231px" class="wp-caption aligncenter"><img loading="lazy" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/07/la-dea-Kali-in-Boccali-231x300.jpg" alt="" width="231" height="300" class="size-medium wp-image-98378" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/07/la-dea-Kali-in-Boccali-231x300.jpg 231w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/07/la-dea-Kali-in-Boccali-788x1024.jpg 788w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/07/la-dea-Kali-in-Boccali-768x998.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/07/la-dea-Kali-in-Boccali-150x195.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/07/la-dea-Kali-in-Boccali-300x390.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/07/la-dea-Kali-in-Boccali-696x904.jpg 696w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/07/la-dea-Kali-in-Boccali-323x420.jpg 323w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/07/la-dea-Kali-in-Boccali.jpg 936w" sizes="(max-width: 231px) 100vw, 231px" /><figcaption id="caption-attachment-98378" class="wp-caption-text">la terribile dea Kali</figcaption></figure></p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Amore e scienza della fine dell’amore</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2021/08/31/amore-e-scienza-della-fine-dellamore/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[andrea inglese]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 31 Aug 2021 06:30:19 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[amore]]></category>
		<category><![CDATA[Andrea Inglese]]></category>
		<category><![CDATA[eros]]></category>
		<category><![CDATA[parapsicologia erotica]]></category>
		<category><![CDATA[prosa italiana contemporanea]]></category>
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					<description><![CDATA[di <strong>Andrea Inglese</strong><br /> Quando mi sono reso conto con sufficiente sicurezza, in virtù di varie prove ogni giorno ripetute e di ogni genere, che io e Hélène ci amavamo, che sì davvero io amavo Hélène, ed Hélène amava me, proprio allora ho cominciato a prepararmi alla fine, alla fine dell'amore, alla totale distruzione dell'amore, al grande falò, all'abbandono...]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Andrea Inglese</strong></p>
<p><em>Frammento</em></p>
<p>…</p>
<p>Quando mi sono reso conto con sufficiente sicurezza, in virtù di varie prove ogni giorno ripetute e di ogni genere, che io e Hélène ci amavamo, che sì davvero io amavo Hélène, ed Hélène amava me, proprio allora ho cominciato a prepararmi alla fine, alla fine dell&#8217;amore, alla totale distruzione dell&#8217;amore, al grande falò, all&#8217;abbandono, al ritrovarmi solitario cane su di una banchina desolata e battuta dal vento, senza barche in vista sul mare né persone sulla terraferma.</p>
<p>Tutte le prove dell&#8217;amore mio e di Hélène, amore impetuoso e ricambiato, tutte queste prove, che ogni giorno vengono offerte e raccolte, anche involontariamente, non sono discutibili, non vi è ragione che possa respingerle o confutarle, e basterebbe l&#8217;intuizione semplice, senza applicazione argomentativa e analitica, per capire quanto io ed Hèlène ci amiamo, e che proprio ora, anche se non si sa bene fino a quando, noi siamo nel pieno del nostro amore, portati sulla cresta dell&#8217;onda dell&#8217;amore, senza davvero nessuno sforzo, poiché l&#8217;amore è una spinta, un motore, qualcosa che eccede le singole motivazioni e i singoli significati, e trasporta ogni cosa, ogni gesto e ogni ora, senza chiedere e rendere conto, tutto l&#8217;amore è dentro questo movimento senza fatica, continuo, eccessivo, e mai stancante.</p>
<p>Io so che amo Hélène, e sono per approssimazione certo che Hélène mi ama, anzi sono almeno altrettanto certo del fatto che Hélène mi ami quanto del fatto che io la amo. E proprio in virtù di questo, per stringente conseguenza, Hèlène ama gli uomini, Hélène ama gli uomini almeno quanto io amo le donne. Hélène, pur amandomi, ama gli uomini, gli <em>altri</em> uomini, anche perché Hélène ama me, in quanto io sono un uomo, io sono uno degli uomini, quello degli uomini che lei ama, che ha deciso di amare in modo particolare ed esclusivo – certo, fino a prova contraria. D&#8217;altra parte, è pur vero che io amo Hélène in quanto amo le donne, che io amo Hèlène in quanto è donna, in quanto è la donna che io ho deciso, o che non ho potuto fare a meno di amare, tra tutte le altre donne, di un amore particolare – almeno fino a prova contraria, certo.</p>
<p>Come posso io immaginare un amore forte come quello di Hélène nei miei confronti, se Hélène non mi amasse in quanto sono uomo, in quanto gli uomini sono amabili, in quanto – nella sua vita – conta così tanto l&#8217;amore per gli uomini? Posso forse io immaginarmi di amare così tanto Hélène, se io non amassi in lei la donna, quella donna che – tra le donne che amo – ho deciso di amare in modo privilegiato, esasperato, raccogliendo tutte le mie forze amorose, per efficacemente amare almeno lei sola tra tutte le altre?</p>
<p>Ora, è anche vero che Hélène, pur amando me tra tutti gli uomini, e amandomi in quanto sono uomo, non ha cessato per questo di avere fantasie sugli uomini, ossia lei fantastica quando incontra degli uomini, poiché lei mi ama, poiché l&#8217;amore è per lei così importante, poiché il nostro amore la riempie così tanto, per questo motivo lei non cessa di fantasticare amori, e incontrando uomini s&#8217;immagina grandi amori, grandi almeno quanto il nostro. Poiché Hélène sente così intenso, raro e speciale il nostro amore, ciò fornisce a lei un modello narrativo particolarmente efficacie di amore riuscito, di amore d&#8217;eccezione, e per ciò stesso lei può fantasticare, ora, a maggior veduta, sugli uomini che incontra. A tal punto lei è innamorata, coinvolta senza riserve nel nostro amore, pervasa d&#8217;entusiasmo e di allegria, così a me dedita e fedele, che il nostro amore è l&#8217;archetipo principale su cui si modellano le sue fantasie d&#8217;amore, archetipo e motore, da cui le sue fantasie traggono sempre nuova energia, a ogni nuovo incontro di uomini.</p>
<p>Non c&#8217;è uomo davvero interessante e bello che Hélène incontri, rispetto al quale non agisca, con tempestività, la carica energetica dell&#8217;amore che lei prova per me, catturando il nuovo venuto dentro lo scenario solidissimo del nostro amore, utilizzandolo come marionetta, cascatore, comparsa, per variazioni ulteriori, mascherate, carnevali dell&#8217;esperienza amorosa che così potentemente ci trasporta, e invade. Tale è l&#8217;amore di Hélène per me, che il suo amore per gli uomini ne risulta moltiplicato, e crescendo esso d&#8217;intensità crescono anche le fantasie d&#8217;amore che ogni <em>altro</em> uomo può suscitare, ricordando ad Hélène quanto l&#8217;amore che lei sperimenta sia forte, quanto possa essere forte l&#8217;amore, e quindi primeggiare sempre, e manifestarsi nel mondo, prendendo spazio all&#8217;improvviso tra due persone.</p>
<p>L&#8217;amore di Hélène per me, così certo, indiscutibile, evidente, minaccia costantemente di distruggermi, di portarmi al punto dell&#8217;inevitabile rottura, dell&#8217;abbandono che nessuna supplica potrà più differire. Quale garanzia ho che la carica energetica, che costantemente trascina nello scenario del nostro rapporto amoroso ogni uomo nuovo e attraente incontrato da Hélène, spogliandolo della sua particolarità ai fini di un&#8217;azione dimostrativa di marionetta, permanga superiore a quella che quell&#8217;<em>altro </em>uomo potrebbe scatenare? Chi mi dice che, una volta inserito nel nostro scenario al fine di confermarlo una volta di più, con qualche accento inedito, con una sfumatura fisica o morale differente, egli non rimbalzi come proiettile contro l&#8217;archetipo, bruciando la sua struttura, consumando i dettagli splendidi che lo rendevano ipnotico e vincente, devastando per sempre l&#8217;equilibrio fortuito e misterioso dell&#8217;amore reciproco? Chi mi dice che Hélène non si comporti, nelle sue fantasie amorose rivolte agli altri uomini, come un apprendista stregone, secondo una nota e triste parabola, finendo col divenire succube dei fantasmi che lei stessa ha evocato per rafforzare ancora una volta di più il suo amore per me? E chi mi dice che quel figlio di puttana, selezionato per l&#8217;audizione a causa di un portamento fisico particolarmente efficace o per la guida sbrigliata di un&#8217;automobile potente, non si riveli un usurpatore di copioni, capace di manipolare a proprio favore le battute, stravolgendo interamente l&#8217;intreccio e gettando una luce impietosa sulla mia persona, fondamento dell&#8217;intero edificio narrativo?</p>
<p>Pur essendo certo dell&#8217;amore di Hélène nei miei confronti, come lo sono del mio nei suoi, io non vivo più tranquillo, e fisso negli occhi la catastrofe con una stoica fissità. Da quando il nostro amore funziona oltre ogni ragionevole dubbio, ed è entrato in una fase di entusiasmo senza precedenti, io mi preparo giornalmente alla sua fine, ne studio con anticipo le circostanze e i tratti più fatali, spietati, ineludibili. Da quando io ed Hélène ci amiamo di questa così grande passione, e con questa così inattaccabile fiducia, io scorgo con nitidezza nella vita di Hélène la vastità degli incontri a cui è destinata, innumerevoli per tipologia e riuscita, costantemente imprevedibili, paurosamente decisivi. Sono incontri con uomini, ma senza che ciò escluda incontri con donne. Sono incontri con uomini capaci di suscitare in lei l&#8217;amore, ma non si escludono donne in grado di farlo. Sono incontri con uomini che, per uno slancio autentico o per un calcolo cinico, vogliono suscitare in lei l&#8217;amore, e vogliono dunque distruggere l&#8217;amore già presente, o meglio sfigurarlo, o piuttosto smascherarlo per quello che è: uno solo tra i possibili, uno solo costruito su un fondamento incerto di circostanze fortuite, uno solo e quindi inevitabilmente parziale, incompleto, fallace. Mentre amo Hélène, mentre Hélène mi ama, un mare sterminato di incontri con altri uomini le si avvicina, ogni incontro essendo occasionale supporto di fantasia amorosa, e quindi azione ostile più o meno efficace nei confronti del nostro amore.</p>
<p>Nello stesso modo in cui Hélène ama gli uomini e realizza, incontrandoli, delle fantasie amorose, nutrite dalla forza del nostro amore, io che amo le donne, tendo a mettere in atto un comportamento analogo: sulle donne che vedo, sulle donne che incontro, lascio divagare una fantasia amorosa. Ma ora non lo posso più fare innocentemente. Ora sono preso in una complessa dinamica, di cui è probabilmente impossibile venire a capo, e che non avevo previsto in alcun modo. È opportuno illustrare questa dinamica, questo movimento mentale confuso ed intricato, affinché il progresso della psicologia possa un giorno portare lenimento ai tanti inutili dolori che sono disseminati nell&#8217;animo umano, e in quello di colui che ama in particolare.</p>
<p>Quando io vedo una donna, oggi, che non sia Hélène, e la vedo venirmi incontro in modo fortuito, quando sale su di un mezzo pubblico e si siede di fronte a me, o quando occupa un posto dietro lo sportello al quale approdo, o quando mi rivolge la parola per strada alla ricerca di una via o di un panettiere aperto, o quando ancora la osservo soltanto camminare, in mezzo a un carosello disordinato di passanti, ebbene io non fantastico innocentemente su quella donna, che ha suscitato il mio interesse senza dubbio per qualche ragione precisa. Io non posso abbandonarmi alla mia fantasia amorosa o erotica, conducendola qua e là sovrappensiero. Io devo lasciare che si dispieghi spontaneamente, per poi sorvegliarla con severità ad ogni passaggio, variazione di figura, modulazione emotiva. Io devo, infatti, capire cosa mi accade quando fantastico su di una donna incontrata, su di un&#8217;<em>altra</em> donna, così come Hélène fantastica sugli uomini che incontra, sugli <em>altri </em>uomini. Avendo detto questo, è già possibile comprendere a qual punto sia faticosa e complessa la dinamica: a) io devo spontaneamente fantasticare, b) devo sorvegliare severamente questa fantasia, c) devo trasporla in un gioco delle parti rovesciato, dove non sono io uomo a fantasticare su una donna, ma è Hélène donna a fantasticare su di un uomo (per non introdurre, almeno in questa prima fase, la variabile omosessuale).</p>
<p>Perché io inauguro con tale convinzione una stagione di così tormentati esperimenti? Perché mi presto a questo complesso andirivieni del pensiero in mezzo a un fluido succedersi di emozioni? Perché mi procuro problemi ed enigmi del tutto nuovi, che dovrò mantenere in luce costantemente con sforzo e tormento, fino al momento in cui, per lo meno, non li avrò risolti – seppure con dolore e dispetto? La risposta è semplice e disarmante: <em>io devo avere scienza della fine del mio amore</em>. Ora che io finalmente amo, ora che ho la straordinaria fortuna di essere riamato almeno con la stessa intensità da Hélène, ho bisogno di avere in mente ogni momento la legge, la ragione, la sequenza completa di ciò che distruggerà questo amore, spogliandomi di esso, e di tutta la forza che sprigionava. Non si tratta solo di anticipare, per completa e definitiva idiozia, una fine, laddove si vive tutta la magica esuberanza dell&#8217;inizio; si tratta piuttosto di esercitarsi quotidianamente, come un atleta in vista di una gara olimpionica, che non tralascia un attimo della sua giornata di sollecitare un muscolo, ripetere un gesto, provare l&#8217;elasticità di un&#8217;articolazione. Conoscendo la fine, mi preparo ad essa, mi alleno per la sfida che essa mi imporrà, investendo l&#8217;intera mia configurazione psico-fisica come un avversario ostile in una gara di pugilato. Mi alleno alla distruzione del nostro amore, e lo faccio proprio ora, che ho piena coscienza di quanto esso sia forte e radicato, resistente e massiccio, in modo tale da prefigurarmi la forza mostruosa dell&#8217;avversario, di colui che con colpi sicuri e continui libererà Hélène dal suo amore per me, tirandola via, altrove, presso di lui, in un amore divergente, diretto altrove, che io osserverò da un luogo remoto, sconcertato e impotente.</p>
<p>…</p>

<p>&nbsp;</p>
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		<title>La versione di Alessio</title>
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		<dc:creator><![CDATA[mariasole ariot]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 15 Nov 2019 05:00:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[Alessio]]></category>
		<category><![CDATA[amore]]></category>
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					<description><![CDATA[di Stefano Zangrando &#160; C&#8217;è una forma del male che nasce nel linguaggio, ed è quando quest’ultimo abdica alla sua funzione più necessaria e labile: la condivisione della verità. Dell’uso distorto del concetto di fake news si parla già abbastanza nel dibattito pubblico, ma è nel privato che il “tutto è relativo” si presta all’edificazione [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: right;">di<strong> Stefano Zangrando</strong></p>
<p><img loading="lazy" class="alignleft size-full wp-image-81494" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/11/FB_IMG_1573782910682.jpg" alt="" width="720" height="960" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/11/FB_IMG_1573782910682.jpg 720w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/11/FB_IMG_1573782910682-225x300.jpg 225w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/11/FB_IMG_1573782910682-250x333.jpg 250w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/11/FB_IMG_1573782910682-200x267.jpg 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2019/11/FB_IMG_1573782910682-160x213.jpg 160w" sizes="(max-width: 720px) 100vw, 720px" /></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>C&#8217;è una forma del male che nasce nel linguaggio, ed è quando quest’ultimo abdica alla sua funzione più necessaria e labile: la condivisione della verità. Dell’uso distorto del concetto di fake news si parla già abbastanza nel dibattito pubblico, ma è nel privato che il “tutto è relativo” si presta all’edificazione dell’incubo.<br />
&nbsp;</p>
<p>Alessio, laureato quarantenne, separato e con un figlio, conosce Gaia, di poco più giovane, nubile e senza figli, in una chat per incontri, dove l’esposizione di sé come merce-immagine è al tempo stesso superficie di proiezione dei bisogni e desideri di ciascuno. Dopo il “match” è lei a farsi viva per prima. Chattano quanto basta a ritenere, l’uno riguardo all’altra, di non essere due infoiati alla mera ricerca di un coito. Si scambiano i numeri di telefono e proseguono fuori da lì. Emerge presto qualche problema di comunicazione, di comprensione reciproca, ma lo attribuiscono entrambi allo strumento: finché il linguaggio è solo scritto, i margini di fraintendimento restano troppo ampi. Occorre vedersi, muoversi, respirarsi. Concordano un primo incontro, lei propone casa propria. Alessio trova una ragazza sorridente ed estroversa, non avverte quanto sia agitata, ma nota fin da subito brevi, improvvisi, inspiegabili accessi di rabbia o di gelo. Ci passa sopra, trova che Gaia sia bella, glielo dice, le fa un’avance, lei dice: “Sì”. Finiscono a letto, dove subito lei, in lacrime, gli fa confidenze su di sé e sul suo passato – abusi, obesità, una laurea mancata, non può avere figli – che a lui paiono eccessive per un primo incontro. O Alessio è già così speciale ai suoi occhi da meritarsele? Per non parlare dei complimenti che lei gli rivolge dopo il sesso in un tono incantato. Alessio ne è lusingato.<br />
&nbsp;<br />
La frequentazione prosegue, soprattutto in chat, e i problemi di comunicazione aumentano. Alessio e Gaia sembrano spesso non capirsi, o interpretarsi in modo diverso dall’intenzione di ognuno. Quando accade, lei diventa aggressiva e lo attira in scambi verbali via via più volgari e rabbiosi. Una volta, dopo un climax di attacchi reciproci, lo blocca in chat e sul telefono per una notte. Quando si risentono, Alessio cerca di mantenere la calma, prova a suggerirle che non è colpa di nessuno, ma non è facile. Tanto più che a lei quei momenti passano quasi subito – salvo poi ripetersi di lì a poco, con Alessio che, nello sforzo di trovare un linguaggio comune, torna a chiederle di affrontare insieme questa difficoltà. Meglio incontrarsi di persona, concordano. Si vedono una seconda volta, finiscono di nuovo a letto, ma stavolta ai complimenti subentra uno strano registro: Gaia suona sincera, schietta, ma pare non poter fare a meno di criticare Alessio, trovando insufficiente o ridicolo molto di quel che lui dice o fa. Lui ne è spiazzato, non sa come prenderla, anche perché lei alterna questa sorta di disprezzo a pur sporadici momenti di passione travolgente. Così Alessio soprassiede, dopotutto nessuno è perfetto, potrebbe essere un’occasione per cambiare, migliorarsi, e poi l’intensità in amore è impagabile – perché è amore quello che sta nascendo tra di loro, no? Solo quell’aggressività così frequente, e il modo che ha Gaia di scagionarsi e rispedire ogni colpa al mittente quando Alessio si dichiara ferito, lo inducono a una certa cautela. Che sia solo una questione d’incompatibilità?<br />
&nbsp;<br />
Continuano a scriversi. Non si vedono molto, un po’ perché lei a volte gli propone un incontro, poi però disdice all’ultimo momento senza scuse né motivazioni che ad Alessio non appaiano poco plausibili; un po’ perché lui è spesso fuori regione, a volte con il figlio, e questo a lei non piace. Se ne lamenta, lo vorrebbe più presente, ma anche più disposto a comprendere la sua volubilità: lei è in un periodo difficile, ha problemi di lavoro, soffre d’ansia e mal di stomaco. Un giorno sembra proprio sull’orlo di un baratro interiore, e il modo in cui glielo spiega in un messaggio, stavolta vocale, fa sentire Alessio importante, proprio come lui vuol far sentire lei manifestando vicinanza, offrendole il supporto che può, proponendole una vacanza con lui e suo figlio. La voce non mente, si dice. Ma dura poco, un giorno o due e di nuovo la versione cambia: Gaia sta meglio, riappare l’aggressività, quel che lui dice o fa per lei non le basta mai o è sbagliato, e adesso pare preferisca respingerlo che accoglierlo. Poi gli dice: “Io tuo figlio non lo vorrò mai vedere”. Alessio ci rimane male, non capisce, tuttavia ci passa sopra e si mette seriamente in discussione: che abbia ragione lei? Sono davvero, come lei dice, così poco empatico, così incapace di capirla?<br />
&nbsp;<br />
Poi si accorge di una cosa: a ogni critica o attacco di Gaia gli sembra di reagire in modo sempre più aggressivo, assumendo lo stesso registro di lei, diventando altrettanto instabile. Il suo linguaggio sta cambiando e lui con esso, gli sembra. Si sente attratto in una mutazione, in balia di un universo indecifrabile in cui non sa come muoversi. Diventa ansioso, si scopre geloso, perde autostima, dorme male. Una volta anche lui blocca lei, non ne può più delle sue stilettate. Poi però la sblocca quasi subito, gli pare un gesto autoritario, inutilmente violento e puerile. Ma allora perché l’ha fatto? Che stia diventando paranoico? Gaia sfugge implacabilmente alla sua fame di chiarezza come al suo bisogno di amare ed essere amato. L’inafferrabilità delle esternazioni di Gaia, pronte a rovesciarsi in breve tempo nel loro contrario, e dei suoi comportamenti, per i quali lei trova giustificazioni sempre diverse ma in sé coerenti, generano in lui un’insicurezza e una paura mai provate. Dov’è la verità? C’è qualcosa di autentico in quello che sta vivendo, o cos’è questa sensazione crescente e inquietante che sia tutto un sistema di segni adulterati? Matrix in confronto è un idillio, si dice.<br />
&nbsp;<br />
Sempre più immerso in una costante vertigine interpretativa, Alessio percepisce in Gaia un grumo di dolore irredimibile, ne è attratto e spaventato al tempo stesso, teme le sue reazioni, la respinge e la cerca. Lo stesso sembra fare lei, incapace tanto di riavvicinarlo quanto di distaccarsene. Pare lei stessa vittima dell’instabilità che mina la sua comunicazione rendendola artificiosa, sempre pronta a rideclinarsi a seconda del suo stato emotivo, sempre sul punto di svelare un’assenza di fondamento. In che modo, inizia a chiedersi Alessio, la sofferenza può influire sul linguaggio, o sul modo di relazionarsi con gli altri? E che cos’è, se non è empatia, il processo che lo sta attirando nel diabolico ordigno semantico che è il linguaggio di Gaia? Non sospettava poi di poter diventare lui stesso tanto duro con una persona che credeva di amare: quanto c’entra Gaia e quanto invece c’è di suo, di remoto e rimosso, in questa degenerazione? Che si fa ancora più estrema quando Gaia pare finalmente allontanarsi, seguendo le preghiere di Alessio: dovrebbe esserne sollevato, invece piomba in qualcosa che somiglia molto ad una crisi d’astinenza – da una droga capace di portarti in paradiso per qualche minuto, ma che per il resto ti abbandona a una pena sempre più distruttiva.<br />
&nbsp;<br />
Così le scrive ancora. Che il legame perduri come conflitto, purché non si spezzi del tutto: ogni messaggio di Gaia, per quanto incongruo, è una dose di calmante. Ma nel giro di poco la violenza è di nuovo troppa. Perché, si chiede allora Alessio in notti insonni e cupe, non riesco a lasciarla perdere? Non è solo l’astinenza, né solo la brama che ha lui di capire, di penetrare il segreto di Gaia. Il fatto è che neanche lei si distacca del tutto. Quando si risentono ha un tono pacificato, persino sereno, ad Alessio non par vero, sembrano finalmente riuscire a parlarsi e concordare una fine conciliante. Ma non dura. Quanto più lui esprime il desiderio di rivederla, tanto più il registro di lei si rifà sprezzante, sottilmente denigratorio. Così ora ad Alessio, quando è da solo, viene spesso da piangere, di un dolore che non hai mai conosciuto prima, mentre l’astinenza lo induce a cercarla di nuovo. Un giorno finalmente, dopo che Alessio ha manifestato non richiesto il suo malessere, Gaia gli lascia un messaggio vocale in cui, con voce alterata che a lui fa venire in mente Linda Blair posseduta ne L’esorcista, lo invita a “mettere in standby i suoi cazzo di sentimenti” e lasciarla in pace. Alessio sulle prime non si accorge che quello è il colpo di grazia, ma coglie finalmente un messaggio univoco, chiaro, e lo asseconda quasi senza fatica. Poco dopo cade in una prostrazione in cui si mescolano lutto e terrore. La sua vita quotidiana è compromessa.<br />
&nbsp;<br />
Qualche tempo dopo, entrato in psicoterapia, Alessio si sentirà dire di essersi imbattuto in una donna con un disturbo della personalità. Di esserne stato, per le proprie caratteristiche, una preda ideale. Di aver accolto in sé, nel momento in cui Gaia si è presentata come vittima della propria storia, il ruolo di salvatore, secondo un triangolo interpretativo ben noto agli specialisti, salvo poi suscitare in lei con il proprio slancio, non meno disfunzionale di quello con cui Gaia si è nutrita di lui all’inizio, una reazione da carnefice che lo ha trasformato in vittima. Questo tipo di persone, si sentirà dire, boicottano presto ogni relazione, soprattutto d’amore, e lo fanno guidate dalle parti scisse del Sé che si avvicendano dentro di loro – e che prendono la parola separatamente l’una dall’altra. Alessio capirà così di essersi abbandonato, per via di carenze pregresse su cui quella persona ha fatto intuitivamente leva, a una costruzione fittizia: la costruzione cangiante e provvisoria che Gaia fa e rifà in continuazione della propria esistenza per colmare una voragine affettiva che ha origini traumatiche e lontane. Sono persone “in credito col mondo”, gli spiegherà la psicologa, e il loro linguaggio è interamente al servizio di questa loro impalcatura fragilissima. Non al servizio della verità né di una menzogna in malafede, ma di una manipolazione ininterrotta di sé e dell’altro per non precipitare nel vuoto. Lo stesso vuoto in cui attirano i loro partner.<br />
&nbsp;<br />
Alessio se ne sta tirando fuori un po’ alla volta, ripensa ormai a Gaia con affetto rappezzato, e sa che d’ora in poi dovrà cercare altrove la soddisfazione dei propri desideri. E trovare anzitutto in se stesso la soluzione ai propri bisogni irrisolti. Ma la sua fiducia nel linguaggio non è più quella di prima. Per quel poco che ormai ne capisce, lui e la sua psicologa potrebbero anche sbagliarsi.</p>
<p>@fotografia di Mariasole Ariot</p>
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		<title>Confessione di un amore ambiguo</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2018/11/13/confessione-di-un-amore-ambiguo/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[mariasole ariot]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 13 Nov 2018 06:00:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[amore]]></category>
		<category><![CDATA[Angelo Di Liberto]]></category>
		<category><![CDATA[benzodiazepine]]></category>
		<category><![CDATA[Centauria edizioni]]></category>
		<category><![CDATA[Confessione di un amore ambiguo]]></category>
		<category><![CDATA[mariasole ariot]]></category>
		<category><![CDATA[romanzo]]></category>
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					<description><![CDATA[Un estratto da Confessione di un amore ambiguo di Angelo Di Liberto, romanzo edito da Centauria Edizioni, giugno 2018 di Angelo Di Liberto  Elaborazione del lutto. Fase due: rabbia. Non sono andato al lavoro oggi e manco, ormai, da una settimana. Il mio unico chiodo fisso è tenerti fuori dalla mia testa il più a [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>Un estratto da <em>Confessione di un amore ambiguo</em> di Angelo Di Liberto, romanzo edito da Centauria Edizioni, giugno 2018</p>
<p style="text-align: right;">di <strong>Angelo Di Liberto</strong></p>
<p> Elaborazione del lutto. Fase due: rabbia.<br />
Non sono andato al lavoro oggi e manco, ormai, da una settimana. Il mio unico chiodo fisso è tenerti fuori dalla mia testa il più a lungo possibile, Alma.  Chiuderò ciò che ti appartiene in un magazzino e lo lascerò lì finché vorrò. Se tornerai.<br />
Ci metterò disegni e vestiti. E tutte le scarpe che hai lasciato. E le creme. E i libri della Woolf. E la tazza con Betty Boop che usi da dopo il viaggio a Stoccolma. E le calamite attaccate al frigo: coccinelle di tutte le misure, colori e materiali, rivolte verso l’angolo sinistro in alto, tranne una che va esattamente nel senso opposto. Ti ho chiesto il perché e non me l’hai saputo dire. Un vezzo, ho pensato, un modo per affermare una volontà. Mi sono inchinato ai tuoi desideri, alle tue decisioni. Ero pronto a qualsiasi cosa pur di continuare a restare nel tuo destino. Alla stazione di Barcellona la prima volta che ci siamo stati, mi sono sorpreso nel leggere lo spagnolo destino che sta per “destinazione”. Tutte le direzioni sono un destino. Attraversare un binario sapendo che non è possibile incrociare le nostre sorti, invertirne il senso di marcia. Uscire dalla città senza rallentamenti, fermate, ritardi. Seduto con lo sguardo fuori dal finestrino. In mente la sensazione di trovarti all’altro capo del mondo.</p>
<p>Il Lorazepam fa al caso mio ma non so se ne ho in casa. Devo averlo buttato quando ho scoperto che ne abusavi. Capitava che rimanessi in piedi tutta la notte negli ultimi tempi, così ho nascosto le confezioni di sotto, nel bagno dei miei genitori attiguo alla loro camera da letto che dà sulla strada. Non ci siamo mai risolti a utilizzarla quella stanza. Sopra si stava meglio e si vedeva il mare.<br />
I tuoi disturbi del sonno sono recenti, non giustificano il numero di pillole che ho trovato. Quattro confezioni nel mobile basso, sotto il lavello, alcune stanno per scadere, altre l’anno prossimo. Inghiotto tre compresse bevendo dal rubinetto. Benzodiazepine: sedative, anestetiche, ansiolitiche. Togliere di mezzo l’amore da tutte le cose.<br />
Prendevi sotto gamba la tua insonnia. Simone diceva che a volte dormivi fino a quando rientravo.<br />
Attribuivo la tua stanchezza alle ore forzate davanti alle tele. I tuoi soggetti, prima tradotti sulla carta dalla china, ora dai colori. I rossi avevano preso il sopravvento rimandando a riti simbolici in cui il sangue purificatore esigeva la sua centralità.<br />
Penso a tutte le volte che hai lasciato le bottiglie d’acqua col tappo svitato in bilico sul tavolo troppo vicine ai tuoi lavori; a quando non trovavi il pennino col manico d’osso, salvo poi a recuperarlo nella borsetta dei trucchi in bagno. E poi le tisane lasciate a metà, quando non avevi voglia d’alcol e di spostarti dal divano. Al cuscino che ti mettevo sotto i piedi nudi, che finiva puntualmente sopra l’altro a reggerti la testa. Per non parlare dei tuoi vestiti. Tanto brava a scegliere i colori sulla tela quanto a confonderteli addosso.<br />
Ho improvvisamente bisogno di sedermi per terra, le gambe si piegano e a nulla vale che io faccia resistenza aggrappandomi al lavello.<br />
Sono debole e non riesco a muovermi. Le benzodiazepine hanno fatto effetto. Tra poco sarò libero per un po’ dai pennini d’osso e le tisane, dai cuscini, i vestiti e i colori sulle tele. Alma diamoci appuntamento davanti alle fontane magiche di Barcellona o nel Burren, dov’è tutto calcare e somiglia alla tua pelle, o nel negozietto di ambra bianca a Stoccolma, nel reliquiario dei tuoi denti.</p>
<p>Colpi alla porta. La sensazione è amniotica, arrivano attutiti. Un altro colpo. Il verde del tetto si è schiarito, le pareti si disgregano. Qui avevi sostituito il cielo con un prato. Ancora un po’ e non vedrò più nulla.<br />
Mi sento sollevare. Non può essere! Il Lorazepam gioca brutti scherzi: Roberto non è qui ma a Londra. Cerco di non addormentarmi. Ci sono pure Simone e Marilina. Mi mettono seduto e mi bagnano il viso.</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
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		<title>Discorsi per un grande amore il giorno del suo funerale</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2018/06/20/discorsi-per-un-grande-amore-il-giorno-del-suo-funerale/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[giacomo sartori]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 20 Jun 2018 05:00:32 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[amore]]></category>
		<category><![CDATA[disegno]]></category>
		<category><![CDATA[Elena Tognoli]]></category>
		<category><![CDATA[morte]]></category>
		<category><![CDATA[poesia contemporanea]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.nazioneindiana.com/?p=74487</guid>

					<description><![CDATA[di Elena Tognoli Cercavo una tua foto (odiavi farti fotografare come d’altronde ballare) Ho paura che tu muoia. La differenza d’età è così grande. Succede così quando si ama, dicevi. Tu hai paura che io muoia? Sei così giovane, hai detto. &#160; (Ho sempre pensato che morirò molto giovane o molto vecchia. Non so quale [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Elena Tognoli</strong></p>
<p>Cercavo una tua foto</p>
<p>(odiavi farti fotografare</p>
<p>come d’altronde ballare)</p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/06/funerale4_tognoli_small_rid.jpg"><img loading="lazy" class="wp-image-74612 alignnone" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/06/funerale4_tognoli_small_rid-300x241.jpg" alt="" width="400" height="322" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/06/funerale4_tognoli_small_rid-300x241.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/06/funerale4_tognoli_small_rid-250x201.jpg 250w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/06/funerale4_tognoli_small_rid-200x161.jpg 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/06/funerale4_tognoli_small_rid-160x129.jpg 160w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/06/funerale4_tognoli_small_rid.jpg 500w" sizes="(max-width: 400px) 100vw, 400px" /></a></p>
<p><span id="more-74487"></span>Ho paura che tu muoia. La differenza d’età è così grande.</p>
<p>Succede così quando si ama, dicevi.</p>
<p>Tu hai paura che io muoia?</p>
<p>Sei così giovane, hai detto.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/06/funerale2_tognoli_small.jpg"><img loading="lazy" class="alignnone wp-image-74586" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/06/funerale2_tognoli_small-271x300.jpg" alt="" width="450" height="498" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/06/funerale2_tognoli_small-271x300.jpg 271w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/06/funerale2_tognoli_small-250x277.jpg 250w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/06/funerale2_tognoli_small-200x221.jpg 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/06/funerale2_tognoli_small-160x177.jpg 160w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/06/funerale2_tognoli_small.jpg 500w" sizes="(max-width: 450px) 100vw, 450px" /></a></p>
<p>(Ho sempre pensato che morirò</p>
<p>molto giovane o</p>
<p>molto vecchia.</p>
<p>Non so quale delle due preferirei)</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/06/funerale3_tognoli_small.jpg"><img loading="lazy" class="alignnone wp-image-74587" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/06/funerale3_tognoli_small-300x260.jpg" alt="" width="500" height="432" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/06/funerale3_tognoli_small-300x260.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/06/funerale3_tognoli_small-250x216.jpg 250w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/06/funerale3_tognoli_small-200x173.jpg 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/06/funerale3_tognoli_small-160x138.jpg 160w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/06/funerale3_tognoli_small.jpg 600w" sizes="(max-width: 500px) 100vw, 500px" /></a></p>
<p>Continuo a pensare al problema della foto.</p>
<p>Per la lapide la foto ci vuole.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/06/funerale7_tognoli_small.jpg"><img loading="lazy" class="alignnone wp-image-74591" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/06/funerale7_tognoli_small-242x300.jpg" alt="" width="450" height="558" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/06/funerale7_tognoli_small-242x300.jpg 242w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/06/funerale7_tognoli_small-250x310.jpg 250w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/06/funerale7_tognoli_small-200x248.jpg 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/06/funerale7_tognoli_small-160x198.jpg 160w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/06/funerale7_tognoli_small.jpg 500w" sizes="(max-width: 450px) 100vw, 450px" /></a></p>
<p>Non si sapeva che occhiali metterti,</p>
<p>chissà se preferisci quelli da vicino o quelli da lontano</p>
<p>per vederci meglio dove sei</p>
<p>chissà dove sei</p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/06/funerale1_tognoli_small.jpg"><img loading="lazy" class="alignnone wp-image-74585" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/06/funerale1_tognoli_small-300x247.jpg" alt="" width="550" height="453" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/06/funerale1_tognoli_small-300x247.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/06/funerale1_tognoli_small-250x206.jpg 250w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/06/funerale1_tognoli_small-200x165.jpg 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/06/funerale1_tognoli_small-160x132.jpg 160w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/06/funerale1_tognoli_small.jpg 600w" sizes="(max-width: 550px) 100vw, 550px" /></a></p>
<p>Che noia questa storia dell’eterno riposo. So che ti troverai qualche caffè con wi-fi dove sederti a lavorare. Quando ti ho conosciuto eri uno straccio ma quasi in pace (ma pur sempre un impiastro di straccio). Chissà come sei quando sei bello riposato.</p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/06/funerale5_tognoli_small.jpg"><img loading="lazy" class="alignnone wp-image-74589" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/06/funerale5_tognoli_small-262x300.jpg" alt="" width="450" height="515" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/06/funerale5_tognoli_small-262x300.jpg 262w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/06/funerale5_tognoli_small-250x286.jpg 250w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/06/funerale5_tognoli_small-200x229.jpg 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/06/funerale5_tognoli_small-160x183.jpg 160w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/06/funerale5_tognoli_small.jpg 500w" sizes="(max-width: 450px) 100vw, 450px" /></a></p>
<p>Avevamo fatto l’amore per bene e io ascoltavo i tuoi battiti che si esaurivano; ognuno ne ha tre miliardi di media e chissà quanti ne avevi già consumati. Pensavo a quello da dire il giorno del tuo funerale.</p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/06/funerale6_tognoli_small.jpg"><img loading="lazy" class="alignnone wp-image-74590" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/06/funerale6_tognoli_small-233x300.jpg" alt="" width="450" height="579" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/06/funerale6_tognoli_small-233x300.jpg 233w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/06/funerale6_tognoli_small-250x322.jpg 250w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/06/funerale6_tognoli_small-200x257.jpg 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/06/funerale6_tognoli_small-160x206.jpg 160w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/06/funerale6_tognoli_small.jpg 500w" sizes="(max-width: 450px) 100vw, 450px" /></a></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>NdR: i testi e i disegni (china e matita su carta) di <a href="http://www.elenatognoli.eu/">Elena Tognoli</a> fanno parte del libro d&#8217;artista  in fieri &#8220;Discorsi per un grande amore il giorno del suo funerale&#8221;</p>
<p>&nbsp;</p>
]]></content:encoded>
					
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		<title>Il cuore è un cane senza nome</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2017/10/30/cuore-un-cane-senza-nome/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[francesca matteoni]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 30 Oct 2017 06:00:20 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[amore]]></category>
		<category><![CDATA[cane]]></category>
		<category><![CDATA[giuseppe zucco]]></category>
		<category><![CDATA[romanzo]]></category>
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					<description><![CDATA[di Giuseppe Zucco Una volta, lei, entrando in bagno, l’aveva trovato dentro. Non aveva bussato, né si era sincerata in altro modo se ci fosse qualcuno. Ma adesso lui era davanti a lei, seduto sulla tazza, i jeans e le mutande alle ginocchia. Non che ci fosse niente di male o che non fosse capitato [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>di Giuseppe Zucco</strong></p>
<p>Una vo<img loading="lazy" class="alignleft wp-image-70399" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/10/78-Zucco-Il-cuore-e-un-cane-senza-nome-210x300.jpg" alt="" width="346" height="494" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/10/78-Zucco-Il-cuore-e-un-cane-senza-nome-210x300.jpg 210w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/10/78-Zucco-Il-cuore-e-un-cane-senza-nome-768x1097.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/10/78-Zucco-Il-cuore-e-un-cane-senza-nome-717x1024.jpg 717w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/10/78-Zucco-Il-cuore-e-un-cane-senza-nome.jpg 1736w" sizes="(max-width: 346px) 100vw, 346px" />lta, lei, entrando in bagno, l’aveva trovato dentro. Non aveva bussato, né si era sincerata in altro modo se ci fosse qualcuno. Ma adesso lui era davanti a lei, seduto sulla tazza, i jeans e le mutande alle ginocchia. Non che ci fosse niente di male o che non fosse capitato altre volte. I due erano parecchio intimi, avevano passato ore a perlustrare l’uno i pori dell’altra, i difetti fisici e le irregolarità corporali non erano più tabù, in alcune occasioni potevano toccare quegli argomenti senza provocare ferite o ritorsioni. Eppure, trovarsi così, sotto lo sguardo di lei, mentre era concentrato sui propri intestini – il viso contratto e gli occhi persi sulle mattonelle – lo aveva messo pazzescamente a disagio, come se lei fosse entrata in una sfera di verità assoluta, la sfera in cui lui si conservava vero ma per se stesso, dove lei non avrebbe mai dovuto mettere piede.</p>
<p>Lui, il cane, all’inizio, mentre microscopiche goccioline cadute dagli abissi del cielo si appendevano ai suoi baffi, non sapeva cosa c’entrasse quel ricordo con quel momento. Successivamente, sentendo il freddo umido del bosco, e la paura dell’oscurità del bosco, e quella angoscia sottile che andava comprimendo i suoi punti vitali, ebbe ragione di se stesso, e arrivò a capire che avrebbe potuto sopportare anche quel senso di soffocamento, ma non che lei lo guardasse e lo scoprisse così fragile, spaurito e senza risorse. Era un bene che, perlomeno adesso, lei non fosse lì.</p>
<p>Facendo qualche passo indietro, il cane mise una zampa su quel punto, e da lì, di colpo, si sprigionò nell’aria il volo di quegli esserini, il cui corpo consisteva più che altro nel frullio di sottilissime ali nere.</p>
<p>Il cane, senza pensarci, gli corse dietro. Si issò sulle zampe posteriori e sbatté le altre due per aria. Saltò da un verso all’altro, a bocca aperta, cercando di chiudere tra i denti il palpito misterioso di quella vita che da qui, tra l’erba, sembrava rispondere solo a poche ed elementari istruzioni.</p>
<p>A più riprese, il cane, abbaiando, aiutandosi con la coda, tentò di disperdere lo stormo in invisibili e isolati ronzii. Ma per quanto ne distraesse il volo, lo stormo poi si ricompattava, si affusolava, si arrotondava, scopriva nuove e inesplorate forme con cui dare senso alla comunità, come se ogni esserino trovasse la fondatezza della propria esistenza al cospetto dell’isterico battito d’ali di tutti gli altri.</p>
<p>Senza perdersi d’animo, puntando a quello, rovinare la piccola e mobile armonia di cui era testimone – del resto, da bambino, era stato il terrore dei formicai e l’incubo delle lucertole avviticchiate ai mattoni sotto il sole – il cane continuò a inseguire e insidiare lo stormo, appostandosi dietro gli alberi e saltando fuori di colpo, al punto che, l’ultima volta, al cane, tra i denti, era rimasto quell’esserino in volo, e lui lo sentì sbattere furiosamente contro il palato, la lingua, l’interno delle guance, anche se fu più lo sgomento che la pietà a spingere il cane ad aprire la bocca e lasciarlo andare.</p>
<p>Si era perso. O, almeno, non sapeva dov’era. Così, lui, il cane, sgranando gli occhi, prese a girare su se stesso. E abbaiò. E guardò intorno se avesse lasciato orme così evidenti da essere usate come filo conduttore verso la radura. Ma l’erba, impassibile, una volta schiacciata, era tornata su.</p>
<p>A un tratto, il cane pensò di inseguire ancora lo stormo – magari, a furia di girare, lo avrebbe riportato di nuovo nello stesso punto. Ma anche lo stormo era sparito.</p>
<p>Il cane ricacciò un guaito dentro, non tutto era perduto – scoprì quell’albero, con il tronco inclinato, e saltando, arrampicandosi al tronco con le unghie, lo avrebbe scalato, riuscendo a scorgere poi da lassù, tra le fronde, dove si trovasse. Il peso non giocò a suo favore, e precipitò di schianto, lasciando solchi disperati sulla stessa tenera corteccia in cui, di solito, risaltava il profilo scheggiato di un cuoricino inciso da ragazzi in gita posseduti dal ribollire degli ormoni e da un’idea di eternità già svaporata sull’autobus di ritorno con quel bottino tra le mani – piccoli rospi rinchiusi nei barattoli di vetro.</p>
<p>Allora, lui, il cane, affidandosi al caso, prese a correre. A correre veloce mentre l’oscurità si allargava e le goccioline bucavano a intervalli l’aria.</p>
<p>Il cane prese la prima striscia d’erba rada, e la seguì. Incontrò degli alberi sulla sua direzione, lì aggirò. Sentì degli schianti tra le macchie scure, non diede tempo al proprio sangue di gelare. Filando in apnea, sacrificò allo spirito del bosco i ciuffi della coda rimasti impigliati in un intrico di rovi. E dove l’erba svettava in guglie più alte e più fitte, celando con la sua massa chissà quali trappole e disastri, il cane chinava il capo e la fendeva con audacia. Ma anche così, il cane non sanò la distanza che intercorreva tra il suo respiro rotto in piccole parti e la radura selvatica, sì, ma ricca di quel tesoro, i croccantini.</p>
<p>Forse le creature del bosco avevano già approfittato dei croccantini, pensò il cane, stipandoli nel cavo degli alberi, sotterrandoli come monete d’argento. Oppure, pensò, il bosco stesso, ripiegandosi fronda su fronda, aveva sepolto la radura, in modo che lui non potesse trovarla.</p>
<p>Non potendo di meglio, il cane, nel suo cuore di cane, maledisse il padre. E dichiarandosi per quello che era diventato, ululò a più riprese.</p>
<p>Quel verso gli si seccò in gola. Cosa ci poteva essere di più destabilizzante del dolore? Il cane non ne aveva esperienza, e già le sue narici erano attraversate da un odore fetido e dolce insieme. L’odore dell’inesauribile fermentare di cose vive e cose morte nell’oscurità del bosco.</p>
<p>Le sue orecchie si drizzarono, la coda puntò al cielo cupo. Sentì uno scricchiolio, poi un altro, lo strisciare di qualcosa, e si voltò di scatto – ma le chiome degli alberi erano ferme, i rami e i boccioli erano fermi. E per essere sicuro che quei rumori fossero reali, il cane lasciò che l’aria nauseante gli riempisse i polmoni e poi trattenne il respiro.</p>
<p>Anche così, in quel silenzio, un silenzio più carico e profondo, non trovò risposte – i suoi timpani riverberavano solo il battito accelerato del suo cuore. E in quel modo, il cane ebbe solo certezza che lui, nonostante tutto, esisteva, e che un terrore indicibile gli aveva scavato quella nicchia dentro. Era proprio quanto lei gli aveva lasciato in dote andando via. La memoria involontaria e uno spavento costante. L’idea di essere inadeguato alle situazioni. La sensazione minacciosa che tutti gli elementi cospirassero segretamente contro di lui.</p>
<p>Per questo non trasalì più di tanto quando tutto cominciò a ondeggiare. Di colpo, a grandi folate, il vento gonfiò le ombre, e gli alberi cigolarono con stridore.</p>
<p>Il cane sentì i peli più minuti prendere il verso del vento, e scoprì delle forme nerastre staccarsi dai rami in volo.</p>
<p>Gli lacrimavano gli occhi, e piegando la testa tentò di assestare i passi nel vortice dell’aria. Se per lui, grande e grosso, era così, chissà cosa ne sarebbe stato dei ragni e delle falene. Tutto si disperdeva senza rimedio. E il cane non fece in tempo a considerarsi parte di una popolazione più vasta e con un identico destino, che il vento, soffiando forte, gli infilò l’orecchio destro, procurandogli dolore.</p>
<p>Glielo disse anche lei, quella volta, uscendo dal ristorante, dopo che tutti erano andati via. Non doveva permettersi di soffiarle nell’orecchio. Le dava fastidio. Le faceva male. La metteva in imbarazzo. Soprattutto con gli amici davanti. Lui, tenendo il suo passo, disse che l’aveva fatto solo una volta, era uno scherzo. No, che non era uno scherzo, disse lei. Ah, no?, disse lui. Per niente, disse lei. E cosa sarebbe?, disse lui. Lei aprì la borsa cercando le sigarette. Ma non ti viene in mente?, disse. Lui la guardò rovistare nella borsa. Era impossibile che le trovasse. Almeno mentre camminava a quella velocità. No, non mi viene, disse. Che mi vuoi scopare, disse lei. Che cosa?, disse lui. Che mi vuoi scopare davanti a tutti, disse lei. Cosa?, disse lui. Le sigarette non saltavano fuori e la luce dei lampioni faceva il punto sul tetto delle macchine parcheggiate. Che ti annoi o che ti è venuta voglia e vorresti farmi, disse lei. Tu  non stai bene, disse lui. E tutto questo mentre ci sono altre persone. Persone che ci conoscono. I nostri amici. Ma proprio non ti viene?, disse lei. Aveva il viso contratto, dalla borsa non cavava niente, era sul punto di lanciarla tra le macchine. Lui, allungando il passo, fece per prenderla da un braccio. Lasciami, disse lei. Fermati un attimo, disse lui. Lasciami perdere, disse. Camminarono ancora, anche se avevano superato la loro macchina da un pezzo. Le loro ombre rigavano le serrande dei negozi chiusi. Ma dove stiamo andando?, disse lui. Non sei obbligato a seguirmi, disse lei. Ma che ti ho fatto?, disse lui. Mai stata così in imbarazzo, disse lei. Soffiarmi in un orecchio. Credevi fossimo soli? Che ti dice la testa?, disse lei. Che ti dice? Portare la nostra camera da letto in mezzo al ristorante. Ti rendi conto, o no?, disse.</p>
<p>Tutto era più scuro, le goccioline ripresero a cadere, anche se a causa del vento il cane sentiva gelare punti impensabili del suo corpo. Era come se minuscole dita gli toccassero il ventre.</p>
<p>La massa nera di un albero si piegò orribilmente sotto il vento. Gli arbusti solcavano l’aria fracassandosi sui tronchi. Le foglie gli filarono in bocca, gli tapparono le narici, e lui, il cane, scrollando a più riprese il capo e il dorso, avanzava completamente disorientato.</p>
<p>Non pensava più a niente, tanto era concentrato sul punto in cui posare le zampe, ma anche così, crollando improvvisamente, finì in una buca. Il cane guaì per lo spavento. Non aveva un graffio, era tutto bagnato, e strisciando fino a uscire dalla buca si portò dietro i guaiti che non ne volevano sapere di richiudersi dentro. Aveva l’erba addosso, qualcosa in un orecchio, e il cane si dimenò con forza, cercando di liberarsi anche dal peso dell’acqua, ma continuò a essere percorso da quei brividi.</p>
<p>Il cane abbaiò, il vento non si lasciò intimidire, né perse intensità davanti ai suoi denti sguainati. E si fiondò ventre a terra tra gli arbusti. Ma la notte e il cielo erano un enorme sibilo, e il cane, sentendo il vento caricare gli arbusti, ricordò la volta in cui lei gli aveva mandato quel messaggio vocale sul cellulare. Il messaggio era muto. Si sentiva l’aria, i fruscii. Quando la chiamò per capire cosa gli avesse mandato, lei disse che era una prova. Si sente il tuo respiro, disse lui. Veramente?, disse lei. Giuro, disse lui. Allora cancellalo, disse lei. Se poi ci lasciamo, ti resta l’unica cosa di me che non dovresti avere – anche se lui lo salvò comunque nella memoria del cellulare, il suo respiro carico di anidride carbonica, il suono di una dissipazione continua.</p>
<p>Gli arbusti furono sradicati dal vento, il cane filò via. Il vento soffiò più forte, e preso alla sprovvista, il cane rovinò su un albero, e sfregò il fianco sulla corteccia, e fu come se vi avesse lasciato qualcosa di sé, perché poi ululò come se l’avesse perduto per sempre. La pioggia centrava la ferita, sentiva caldo e freddo insieme. Ma invece di accucciarsi e leccarsi, immaginò la cima di una lunga radice strisciare silenziosamente, stringersi intorno a una sua zampa e trascinarlo via.</p>
<p>Così, raccogliendo un legno da terra, pensò a lei, solo a lei, le sue labbra. Serrò il legno tra i denti, e continuò a infilare l’oscurità, e quando sentì una fitta più forte, affondò i denti nel legno, e trattenendo in bocca un sapore di resina e terra, fu investito da una bufera di cose appuntite.</p>
<p>Avanzò con gli occhi chiusi. Tutto perse gravità, ogni cosa si convertì in una frequenza sonora, e nel fragore assoluto, inaspettatamente, il cane fu in grado di cogliere i crepitii dei rami, i gemiti degli steli, lo stridore delle foglie, e in quel modo, anche lui diventato suono nella notte scura – tutti quei guaiti a denti stretti – si sentì parte della materia viva e pulsante del creato.</p>
<p>Fu quella sensazione a tradirlo, non era mai saggio sentirsi parte di qualcosa, si finiva per equivocare e abbassare le difese – il cane seguitò a strisciare le zampe a terra con gli occhi chiusi, e in un attimo fu invaso da un rumore terribile, atroce, sepolcrale, spaventosamente al di là della sua capacità di sopportazione. Una luce rischiarò la notte, perfino quella trattenuta sotto le sue palpebre serrate, e si adunò e si disperse un boato a cui seguirono altri boati ancora, come se il cielo si stesse strappando dalle fondamenta.</p>
<p>L’orrore fu tale che il cane si piegò sulle zampe. Gli si era contratta la gola, non guaiva più, tremava senza riuscire a tendere le zampe. E avvertì un freddo, un freddo spietato, un freddo che risaliva le sue cellule e le declassava da piccoli giardini brulicanti di vita a roccia inerte ricoperta da uno strato di ghiaccio.</p>
<p>Lui, il cane, ripiegato su se stesso, pensò alla morte. La morte, sì, ecco tutto. E subito dopo ricordò che, una volta, neanche così lontano da casa, aveva visto la faccia della morte, e quel giorno lei era con lui. Camminavano per strada. Tornavano dal supermercato. Lui reggeva le buste cariche di spesa, lei un sacchetto di carta colmo di arance. Davanti a loro, su uno strato di foglie sgualcite, una ragazza peruviana spingeva una sedia a rotelle su cui era accomodata una vecchia dall’età indefinita. La vecchia, avvolta in un giaccone bianco, il cappuccio bianco sulla cuffia blu, un plaid allungato sulle gambe, aveva la faccia marmorizzata in un’espressione vacua. Gli occhi sbarrati, la pelle tesa sugli zigomi e incavata sulle guance, la bocca aperta in un ovale scuro e senza denti. La possibilità che le labbra chiarissime e irrigidite fossero attraversate dagli insetti era altissima. Lei guardò la vecchia che le veniva incontro, guardò lui. Mi amerai anche quando sarò così?, disse lei. Certo, disse lui. Mi amerai anche in quelle condizioni?, disse lei. Sempre, disse lui. Mi amerai anche quando sarò vecchia e mi colerà la saliva sul mento e non potrò scendere con le mie gambe dal letto e dovranno spogliarmi, lavarmi e rivestirmi ogni volta che sentirò la necessità di andare in bagno, liberandomi lì dove sono?, disse lei. Facciamo così, disse lui. Ti chiamo Catetere. Cancello il tuo nome dalla rubrica del telefono, metto Catetere. Così, mentre arriva quel momento, mi abituo, tutti i giorni, mille volte al giorno, ogni volta che mi chiami, disse. Ma devi sempre scherzare?, disse lei. E chi scherza?, disse lui. Poso le buste a terra, e cambio il tuo nome sulla rubrica, disse lui. Giuro, disse. E la guardò – le sue guance rosse per via del freddo o di qualche altra cosa che le aveva sospinto il sangue in superficie.</p>
<p>Effettivamente, doveva essersi strappato qualcosa nell’altezza irraggiungibile del cielo – il cane, tremando ancora, alzò gli occhi, e dietro alcuni corpi neri e sfilacciati, salì la luna, la luna piena.</p>
<p>Dov’era prima? Dove si trovava? Era mai possibile nascondere un’enormità simile?, pensò il cane. La luna sgusciò via dalle ultime velature, si dimostrò per quello che era. Maestosa, freddissima, distaccata – era bastato quel bagliore perché tutto mutasse. La luna aveva suscitato le forme del creato, e ora non c’era tronco, fronda, rovo sbattuto dal vento che non saltasse via dall’oscurità con un profilo netto e illuminato.</p>
<p>Non che prima il cane non vedesse o non capisse dove fosse – ogni oscurità possedeva un suo intimo chiarore. Solo che in quel momento, sotto quella luce, il bosco era così nero e così chiaro che il cane allentò la morsa dei tremori concentrandosi sui dettagli mai notati prima. Le foglioline lanceolate. Le spine appuntite. La corteccia a scaglie.</p>
<p>Il vento e la pioggia vennero a riprendersi il cane. E il cane, uggiolando, si alzò sulle zampe. Imboccando una via tra gli alberi, avvertì una stretta allo stomaco – il cane guaì e pensò fosse per la pioggia. Ma quella sensazione andava oltre il freddo che il vento incollava al pelo zuppo d’acqua. Era il peso di una nostalgia insostenibile, nostalgia per la vita con lei che non si sarebbe più verificata, una nostalgia del futuro, di tutto ciò che avrebbe potuto essere e che, paradossalmente, nel fitto del bosco, sentiva ancora a portata di mano – il modo in cui lei infilava la testa nel collo di un maglione chiudendo gli occhi, il modo in cui lei apriva la porta di casa non dosando mai la spinta, tanto che nel tempo, a furia di battere la porta, si era formata quella concavità nella parete, una nicchia polverosa che ricordava gli angoli di certe chiese svuotate dai santi.</p>
<p>Il cane sollevò gli occhi al cielo, e la luna gli restituì lo sguardo. Erano crateri che si specchiavano nei crateri. E il cane prese a ululare.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><a href="https://www.minimumfax.com/shop/product/il-cuore-e-un-cane-senza-nome-1980"><strong>Tratto da: Giuseppe Zucco, <em>Il cuore è un cane senza nome</em> (minimum fax, 2017)</strong></a></p>
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		<title>Variazioni su un tema originale, malato nel sesso</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2017/08/06/variazioni-un-tema-originale-anche-piu/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[francesca fiorletta]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 06 Aug 2017 05:00:15 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[indiani]]></category>
		<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[amore]]></category>
		<category><![CDATA[André Aciman]]></category>
		<category><![CDATA[Guanda Editore]]></category>
		<category><![CDATA[letteratura contemporanea]]></category>
		<category><![CDATA[racconti]]></category>
		<category><![CDATA[recensione]]></category>
		<category><![CDATA[romanzo]]></category>
		<category><![CDATA[sesso]]></category>
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					<description><![CDATA[di Francesca Fiorletta Non eravamo né amici, né sconosciuti, né amanti: eravamo in bilico, proprio come mi sentivo io, in bilico […] Anrdé Aciman pubblica per Guanda le “Variazioni su un tema originale”: cinque racconti, o meglio &#8211; a ben vedere &#8211; un unico romanzo, attraverso cui l’autore sviscera e analizza la delicata e complessa [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Francesca Fiorletta</strong></p>
<p><i><img loading="lazy" class="alignleft size-medium wp-image-69242" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/08/88235177539788823517752-4-194x300.jpg" alt="" width="194" height="300" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/08/88235177539788823517752-4-194x300.jpg 194w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/08/88235177539788823517752-4-768x1190.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/08/88235177539788823517752-4-661x1024.jpg 661w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/08/88235177539788823517752-4.jpg 1678w" sizes="(max-width: 194px) 100vw, 194px" />Non eravamo né amici, né sconosciuti, né amanti: eravamo in bilico, proprio come mi sentivo io, in bilico</i></p>
<p><i>[…]</i></p>
<p>Anrdé Aciman pubblica per Guanda le “Variazioni su un tema originale”: cinque racconti, o meglio &#8211; a ben vedere &#8211; un unico romanzo, attraverso cui l’autore sviscera e analizza la delicata e complessa sfera dei rapporti umani, la loro morbida e scioglievole fugacità e insieme la loro ostinata, ossuta persistenza nello sviluppo intero di una vita. <span id="more-69241"></span></p>
<p>Il libro si apre con un protagonista bambino, poco meno che adolescente, alle prese con le sue prime pulsioni erotiche, ancora razionalmente ignaro di ciò che queste torsioni del cuore e della carne potranno significare in futuro, ma in realtà già perfettamente consapevole della loro più intima, e diremmo duplice essenza.<br />
Paul, infatti, è bisessuale; se poi abbia davvero un senso utilizzare questa definizione, starà al lettore stesso poterlo valutare, col procedere della narrazione.<br />
Perché in queste quasi 300 pagine, in effetti, l’autore delle <i>Variazioni </i>fornisce gentilmente una miriade di spunti di riflessione, una quantità di dettagli minuziosi, una pletora di rimeditazione filosofiche, argute e puntualissime, con le quali il lettore potrà agevolmente confrontarsi, e tutte fanno ovviamente perno attorno ad un unico, grande <i>tema</i> (<i>originale</i>): il sesso.<br />
Il sesso come atto di conoscenza, come presa d’atto di se stesso e degli altri, della propria storia, del proprio Paese, delle proprie convinzioni, anche e soprattutto di quelle più difficili da sradicare, quelle più inconfessabili da condividere ad una cena fra amici, quelle più pericolose che s’annidano nel buio di una città (New York) che stenta sempre un poco ad addormentarsi.<br />
Paul è un giovanissimo uomo, dunque, all’inizio della nostra storia; è un ragazzo con una figura paterna ingombrante, ma anche ammantata di una sorta di patina quasi mitica. Poi, rapidamente, crescerà: avrà amori, amanti, molti amici, persino un matrimonio.<br />
Sarà mai felice, Paul? Potrà mai dirsi veramente, pienamente soddisfatto di se stesso, della sua vita, dei suoi sentimenti, della sua sessualità?<br />
<i>“Malato nel sesso”</i> è una frase formulare che ritorna spesso, specie in uno dei cinque spaccati che compongono la vita di Paul, e il libro di André: un ricordo che riaffiora all’improvviso dal delicato periodo universitario, che sta ad indicare un’affezione, in entrambi i sensi che può assumere questo termine, una malinconia nostalgica per qualcosa che non si è mai vissuto appieno, un terrore atavico verso qualcosa che probabilmente non si proverà mai. O mai più, nei casi più fortunati. Come quello, ad esempio, di chi abbia <i>“bevuto il vino della vita” </i>almeno una volta: è questo il monito che amava ripetere un professore di letteratura, forse nemmeno troppo vecchio e sicuramente non troppo cinico per abbandonarsi ancora all&#8217;amore. O quantomeno al sesso.<br />
Ma questa lettura non deve risultare fuorviante: Paul è un fobico del contatto umano, è vero, è molto probabilmente un narcisista cronico, diremmo oggi, un insicuro patologico, un soggetto da psicanalizzare? Certamente.<br />
Eppure è dotato di una capacità primordiale, inestirpabile, e assolutamente degna di stima e ammirazione: Paul è in grado di amare <i>davvero</i>, nonostante o forse proprio in virtù dei suoi mille tentennamenti e delle sue più di mille parossistiche elucubrazioni. Paul ama, e lo fa con un tale trasporto, con una tale energia, con un tale sperpero &#8211; sembrerebbe, alle volte &#8211; di forze e di energie, da risultare per questo, paradossalmente, una persona difficilissima da tollerare accanto a noi, una persona che probabilmente allontaneremmo, che non vorremmo mai ritrovarci vicino nella nostra più blanda quotidianità; ma è proprio questa indomita capacità d’amare che lo fa assurgere ad un rango tutto nuovo e diverso, luminoso, lo fa diventare un meraviglioso personaggio letterario da incontrare in un romanzo, o in una raccolta di racconti &#8211; che dir si voglia &#8211; com’è questo bel testo di André Aciman.<br />
Paul ci attira irresistibilmente nel vortice delle sue “Variazioni su un tema originale”, che solamente per convenzione editoriale sono ridotte a cinque, ma che in realtà sarebbero potenzialmente infinite.<br />
*</p>
<p><i>Quel giorno cambiò tutto. Ero devastato, sommessamente, come se i binari avessero fatto incursione nella mia vita e si fossero dimenticati di uccidermi dopo aver massacrato tutti gli altri e sradicato ogni cosa, anche la memoria. Non ricordavo più che cosa volevo da te, né come avessi anche solo potuto pensare di venire a letto con te, notte dopo notte, con l’immagine del nostro amore bocca a bocca che mi rubava ore di sonno. Mi sforzavo di ricordare le pure e semplici fantasie, ma la loro eccitante colonna sonora si era fatta muta. Dopo aver sentito quella parola impronunciabile che cominciava con la c, mi restava solo un castello di carte crollato, che avevo costruito in un’infinità di tempo. Ciò che stava dentro quel castello, il motivo per cui l’avevo costruito, la bufera che era servito a fronteggiare i piaceri che sperava di ospitare… tutto svanito. Un nonnulla ed era tutto finito.<br />
Fine della nostra storia.</i></p>
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