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	<title>antologia &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>Isole che si credevano perdute</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2024/02/07/isole-che-si-credevano-perdute/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[renata morresi]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 07 Feb 2024 06:04:56 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[diari]]></category>
		<category><![CDATA[antologia]]></category>
		<category><![CDATA[poesia]]></category>
		<category><![CDATA[renata morresi]]></category>
		<category><![CDATA[Riccardo Socci]]></category>
		<category><![CDATA[Tommaso Di Dio]]></category>
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					<description><![CDATA[<strong>Riccardo Socci</strong> e <strong>Tommaso Di Dio</strong> in dialogo attorno a <em>Poesie dell'Italia contemporanea</em> (Il Saggiatore 2023)]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Riccardo Socci e Tommaso Di Dio in dialogo attorno a <em>Poesie dell&#8217;Italia contemporanea</em> (Il Saggiatore 2023)</strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>RS</strong>: Caro Tommaso, quando il lettore si trova di fronte questo tuo originale e, per molti aspetti, coraggioso lavoro viene colpito innanzitutto da un fatto in senso proprio ovvio: la sua mole. Il criterio quantitativo che informa questa antologia (1085 pagine) è sottolineato, e implicitamente assunto a metro di riferimento per misurare l’importanza e la profondità dell’opera, già in quarta di copertina: “più di seicento poesie. Più di duecento autori. Cinquant’anni di poesia italiana”. I testi sono strutturati in cinque sezioni – una per decennio – e attraversano un arco di tempo che va dal 1971, anno che segna uno spartiacque nella storia della poesia italiana contemporanea, come la critica ha ormai ampiamente mostrato, al 2021. I loro autori coprono invece un lasso di tempo ancora più ampio, se consideriamo che tra l’anno di nascita del poeta più vecchio (Montale, 1896) a quello del poeta più giovane (se non vado errato: Cornelio, 1997) è passato oltre un secolo.</p>
<p>Durante la lettura, ho avuto l’impressione che il numero degli autori antologizzati per ogni decennio tendesse via via ad aumentare, fino a raggiungere una soglia particolarmente elevata nell’ultima sezione, 2010-2021. Ho pensato dunque di verificare questa idea. Nella tabella di seguito riporto i dati raccolti:</p>
<p>&nbsp;</p>
<table>
<tbody>
<tr>
<td width="218">AUTORI</td>
<td width="136">1971-1979</td>
<td width="136">1980-1989</td>
<td width="136">1990-1999</td>
<td width="136">2000-2009</td>
<td width="136">2010-2021</td>
</tr>
<tr>
<td width="218">Totale decennio</td>
<td width="136">44</td>
<td width="136">60</td>
<td width="136">56</td>
<td width="136">80</td>
<td width="136">111</td>
</tr>
<tr>
<td width="218">Precedentemente citati</td>
<td width="136">/</td>
<td width="136">22</td>
<td width="136">35</td>
<td width="136">34</td>
<td width="136">36</td>
</tr>
<tr>
<td width="218">Non citati prima</td>
<td width="136">44</td>
<td width="136">38</td>
<td width="136">21</td>
<td width="136">46</td>
<td width="136">75</td>
</tr>
<tr>
<td width="218">Totale antologia</td>
<td colspan="5" width="684">224</td>
</tr>
</tbody>
</table>
<p>&nbsp;</p>
<p>Considerando sia il totale degli autori presenti per ogni decennio sia quello dei poeti di volta in volta “nuovi”, ovvero non citati nelle sezioni precedenti, si assiste effettivamente a una crescita quasi esponenziale del loro numero. Si passa ad esempio dai 44 poeti presenti nella prima sezione ai 111 dell’ultima, dai 38 autori “nuovi” del decennio 1980-1989 ai 75 di quello 2010-2021. Questa tendenza all’ipertrofia, per così dire, viene d’altra parte preannunciata al lettore nell’<em>Introduzione</em>, quando affermi di voler rappresentare, pur senza pretese di esaustività, “gli esiti ricchissimi della poesia degli ultimi vent’anni” (p. 14).</p>
<p>Se, da un lato, un impianto di questo tipo può essere letto come una sorta di <em>mise en abyme</em>, sul piano strutturale, del contesto storico-sociologico che ricostruisci nei cappelli introduttivi alle sezioni (la proliferazione di forme e stili, la progressiva democratizzazione della presa di parola in poesia, la parcellizzazione del campo ecc.), dall’altro il rischio di un effetto di sovraesposizione alla parola poetica (o meglio, alle parole poetiche) è molto alto. Credo che siano davvero ammirevoli l’ampiezza e la complessità di questo lavoro ma, all’atto della lettura, confesso che la preminenza accordata al criterio quantitativo, soprattutto nell’ultima sezione, ha finito talvolta, paradossalmente, per appiattire il “paesaggio” (riprendo qui la tua metafora), attenuando le specificità di forme e stili, che pure persistono. È un effetto, ripeto, che si amplifica a mano a mano che il lettore si avvicina al nostro presente, laddove il campo della poesia si fa più confuso e il lavoro di canonizzazione è ancora tutto da compiere.</p>
<p>Pur comprendendo benissimo la difficoltà di svolgere un discorso critico attorno a un oggetto così ravvicinato, l’impressione generale è che il criterio qualitativo, che di certo avrà avuto un suo peso nella costruzione dell’antologia, sia rimasto a volte in secondo piano. La selezione, in sintesi, sarebbe forse potuta essere più stringente. Partirei dunque da questo luogo comune, da questa domanda banalmente provocatoria, chiedendoti di riflettere sui temi sopra esposti: ci sono davvero, oggi in Italia, così tanti poeti e poetesse significativi e meritevoli di essere letti?</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>TDD</strong>: Caro Riccardo, ti ringrazio di questi utilissimi carotaggi numerici e della domanda finale che mi permette, fin da subito, di porre in evidenza un punto fondamentale del mio lavoro. Diciamo così: questo non è un racconto che parte dagli autori; pochi o tanti che siano, ho cercato il più possibile di disinnescare l’enfasi che di solito attribuiamo alla funzione autoriale quando leggiamo un testo di poesia contemporanea. Anche il paratesto che accompagna le poesie (con il nome dell’autore posposto, con l’anno sempre in vista in basso a destra, per esempio) è stato costruito in funzione di rendere più efficace questa esperienza. Abbiamo addirittura deciso di togliere le biografie degli autori inclusi (cosa sulla quale ho ancora dei dubbi), proprio per indicare ai lettori questa idea centrale con la massima evidenza.</p>
<p>La riduzione dell’enfasi autoriale, da parte mia, non ha alcun rigido presupposto ideologico, ma rispecchia semplicemente un metodo di lavoro. <em>Poesie dell&#8217;Italia contemporanea</em>&nbsp;è prima di tutto un esperimento con il genere antologico e, come tale, prova a manipolare alcuni presupposti ereditati dal Novecento, forse in maniera troppo meccanica: la centralità dell’autore è fra questi. Quando ho iniziato a scegliere i testi, non avevo nella testa un numero ristretto di autori dal quale <em>poi</em>&nbsp;avrei attinto la selezione. L’impressione che si ha leggendo un’antologia “classica” è che il curatore abbia già in mente un canone di autori. L’antologia diviene il momento in cui un critico esplicita ciò che era già implicito nella sua idea di poesia e questo per lo più avviene mediante un’esposizione del nome degli autori: che infatti in molte antologie è di solito esibito nelle copertine, se non proprio nel titolo (penso a <em>Poeti italiani del Novecento </em>di Mengaldo, con l’enfasi proprio sulla figura biografica degli autori).</p>
<p><em>Poesie dell’Italia contemporanea </em>è composto rigorosamente al contrario: leggendo il più possibile in ogni direzione, senza alcun pregiudizio stilistico, ibridando il mio gusto e le mie letture con quelle di altri scrittori e critici che ne hanno uno opposto e poi scegliendo e selezionando sempre di più quello che mi sembrava essenziale per comporre un percorso testuale che mettesse a disposizione del lettore una gamma ampia (ma coesa) delle possibilità poetiche di ogni decennio.<strong>&nbsp;</strong>Insomma, ho cercato per quanto ho potuto di non rendere dirimente <em>chi</em>&nbsp;avesse scritto quello che a mano a mano andavo selezionando, ma soltanto la forma e il contenuto dei testi. Da questo punto di vista, il numero crescente degli autori nei decenni è un effetto del tutto secondario, ma certo non insignificante. Ti confesso che mi sorprende che ti abbia colpito per prima cosa questo aspetto in un lavoro che prova in tutto e per tutto a disinnescare proprio questo approccio alla lettura della poesia. È interessante: forse dice più di te e del modo che hai di guardare al panorama contemporaneo? Oppure è una riflessione nata per una sorta di controspinta? Comunque sia, mentre procedevo nella scelta ho avuto anch’io l’impressione che questo metodo avrebbe messo in risalto la minore importanza della funzione autore nei decenni più recenti: e così è stato e le ragioni possono essere molteplici.</p>
<p>La prima che mi ne viene in mente è una spiegazione banale: per esempio, se al tuo computo aggiungi il fattore generazionale il risultato prende una luce diversa. Aver deciso di inserire le forme testuali sviluppate anche da alcuni autori nati negli anni ‘90 del Novecento (cosa che è stata fino all’ultimo oggetto di discussione e ripensamento) e il fatto che anche molti poeti nati negli anni ‘80 abbiano esordito in quella stessa decade ha fatto sì che molti nuovi autori si aggiungessero ai già tanti e notevoli nati negli anni precedenti proprio in concomitanza dell’ultimo decennio del volume. Se togliamo dal computo i nati negli anni ‘90 gli autori nuovi citati diventano 57, se togliamo anche quelli nati negli anni ‘80 diventano una trentina: un numero in linea con le decadi precedenti. Dare al mio lavoro una soglia generazionale, come altre antologie nel passato avevano fatto, era assolutamente ciò che non volevo fare e il risultato è stato quindi un aumento del numero degli autori.</p>
<p>Un’altra spiegazione è sempre legata al metodo che ho seguito per costruire il volume. Proprio come ci insegna l’osservazione concreta di un paesaggio, a mano a mano che lo sguardo si avvicina alla soglia del punto di vista (cioè alla fine del volume, al punto prospettico dell&#8217;intero lavoro che non per caso ha nel titolo la parola “contemporanea” proprio per sottolineare il punto di vista: il mio non è un lavoro di storia della letteratura) da un lato aumentano i dettagli visibili, dall’altro diminuiscono le differenze. A grande distanza, distinguiamo agevolmente una montagna da un altopiano, mentre più in prossimità del punto zero le differenze diminuiscono. Credo che questo senso di appiattimento del paesaggio che tu mi indichi derivi anche da ciò: è una deformazione prospettica dovuta all’avvicinarsi al punto di vista dell’intero lavoro. Ti confesso che dopo un paio di mesi dall’uscita del volume, non mi pento delle scelte che ho fatto. Sono ancora in dubbio su di una decina di pagine forse, ma non di più: mi sembra che se avessi tolto ancora, avrei mancato di segnalare alcune ricerche più interessanti di questi ultimi anni.</p>
<p>Infine c’è un’altra spiegazione che mi sembra più intrigante, perché forse indica meglio qualcosa del nostro tempo e vorrei sapere cosa ne pensi. Forse sempre meno la funzione autore è una soglia decisiva per indicare la qualità dei testi. Mi spiego. Al netto delle eccezioni, converrai che la gran parte degli autori pubblica di più, per più anni di seguito, con meno censura, con meno controllo, con meno dialogo (anche con la critica); questo ha come effetto che anche autori interessanti producono più libri, ma sempre meno “perfetti”, con poesie certo potenti e significative, ma in mezzo a altre che lo sono molto meno. Se questo è sempre successo, in questi anni mi sembra che il fenomeno sia più esteso e degno di nota. Questo comporta il fatto che, mentre – diciamo – fino ai primi anni Duemila, l’autore era una marca utile per trovare una sicura esperienza, oggi lo sia molto meno. Ci sono autori che, pur non potendo uscire dal canone, hanno smesso di scrivere poesie decisive da molti anni, ma che continuano a pubblicare libri e libri: come nell’incanto di una strana inerzia. Proprio qualche settimana fa ho assistito a una lezione di una ottima professoressa e studiosa di poesia contemporanea che sosteneva davanti agli studenti che, pur essendo bruttissimo, avrebbe letto e studiato l’ultimo libro di un certo celebre autore solo perché era di quel certo autore. Ma perché? Per dirla in maniera un poco provocatoria: perché questa auto flagellazione? Perché perseverare a oltranza nell’affezione alla funzione autore, quando se ne potrebbe fare a meno, se non sempre, <em>soprattutto</em>&nbsp;in certi contesti? In sintesi, possiamo dire anche così: è come se, pur aumentando la quantità di scritture notevoli, si sia estesa anche la rarità dei fenomeni poeticamente significativi, che quindi sono distribuiti su di un numero sempre maggiore di autori. Cosa ne pensi?</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>RS</strong>: Sottolinei un punto importante, che può rendere ragione anche dell’impostazione generale che hai dato alla tua antologia. La proliferazione di cui si parlava riguarda tanto il numero degli autori presenti nel campo poetico quanto quello delle raccolte che ciascuno di loro produce. Nel corso di quarant’anni di carriera, il poeta lirico forse più importante del secondo Novecento italiano, Vittorio Sereni, ha pubblicato in totale quattro libri di versi. Molti autori dell’ultima generazione raggiungono oggi i trent’anni avendo alle spalle tre, quattro, cinque pubblicazioni. Lo stesso vale per quelli della generazione più vecchia, che nell’arco degli ultimi due decenni hanno dato alle stampe un numero davvero elevato di libri, quasi sempre non all’altezza dei lavori precedenti – a questo proposito, le scelte che hai fatto nell’antologia mi trovano del tutto d’accordo. Le cause di questo mutamento sono molte; ne segnalo soltanto due: da un lato gli autori hanno abbassato il livello di autocensura, allargando le maglie di quel senso del pudore che ancora accompagnava un poeta come Sereni; dall’altro molti editori (in particolare i più importanti) hanno reso i loro criteri di selezione via via meno stringenti, o comunque meno legati al valore delle scritture. Il risultato è quello che hai evidenziato: il nome dell’autore non è più una garanzia dello spessore letterario dell’opera, mentre la qualità media delle pubblicazioni, per un fatto anche solo puramente statistico, si è senza dubbio abbassata (ciò ovviamente non significa che oggi non si scrivano grandi libri di poesia). Spesso restano singole poesie importanti o addirittura decisive, circondate da altre meno necessarie.</p>
<p>Vengo però qui a un punto sul quale vorrei invitarti a riflettere. Per molti autori, questa è una scelta programmatica. Soprattutto a partire dagli anni ’90 (ma è un fenomeno di lungo corso), il macrotesto ha assunto un rilievo crescente. La struttura e il progetto generale della raccolta sembrano essere diventati spesso il punto principale della riflessione poetica, a discapito dell’autonomia delle singole poesie, che soltanto all’interno dell’organizzazione macrotestuale prevista dall’autore riescono a trovare coesione e senso. Come hai affrontato il problema del rapporto fra testo e libro nella tua antologia?</p>
<p>Un altro tema sul quale mi piacerebbe conoscere il tuo punto di vista riguarda, più in generale, la funzione dell’antologia. Quell’impressione di ipertrofia e di sovraesposizione al testo poetico avuta leggendo non dipende soltanto dell’aumento del numero degli autori antologizzati (il <em>chi </em>ha scritto la poesia), ma anche da quello degli stili e delle poetiche (il <em>come </em>la poesia è stata scritta). Le due cose sono ovviamente collegate. Nel corso degli ultimi anni, la critica ha condotto un lavoro (tuttora in corso) di sistemazione del campo poetico italiano tra anni ’70 e ’90. Quest’opera è invece ancora tutta da svolgere per quello che accade a partire dal Duemila. Forse è anche a causa della mancanza delle categorie critiche necessarie per leggere e ordinare i fenomeni poetici che l’effetto di <em>caos stilistico</em>&nbsp;aumenta nelle ultime due sezioni della tua antologia. Come accade in <em>Parola plurale</em>, sembrano qui convivere senza contraddizioni, e quasi prive di una dialettica di fondo, le forme e gli stili più vari. Nel corso del Novecento (mi rifaccio ad esempio agli studi di Scaffai), l’opera di canonizzazione e lo scontro fra le diverse poetiche è avvenuto soprattutto in sede antologica (Mengaldo, che hai citato, Sanguineti, Porta ecc.). Scegliere di includere un autore (non in quanto <em>nome</em>, ma in quanto rappresentante di una proposta formale e stilistica) significava escluderne volutamente un altro. È evidente, ed è stato ribadito, che il tuo lavoro prende le mosse da altri presupposti e si pone altri obiettivi. Pensi però che questa pubblicazione, nel campo poetico odierno, possa riattivare, magari per contrasto, anche quel tipo di funzione antologica? Più in generale, credi che un certo modo di vivere il campo poetico, fatto di contrasti aperti, prese di posizione pubbliche e discrimini sia definitivamente tramontato con il secondo Novecento?</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>TDD</strong>: Dici bene, Riccardo. Poni problemi che mi sono posto anch’io in sede di elaborazione del progetto, ma non a tutti ho saputo (o ho potuto) dare una risposta adeguata. Ogni progetto prevede un metodo e ogni metodo seleziona cosa enfatizzare e cosa invece sarà messo in ombra. E in fondo un libro è anche ciò che sceglie di non essere. Uno dei limiti che più ho sofferto dell&#8217;impostazione che mi sono dato per <em>Poesie dell’Italia contemporanea</em>&nbsp;è proprio quello che tu indichi: come restituire i macrotesti? È un problema che ogni antologista incontra, anche quello con un’impostazione più tradizionale. Tra l’altro sono convinto anch’io, da poeta, della loro importanza: penso ai miei lavori come <em>Verso le stelle glaciali</em>&nbsp;(Interlinea, 2020) oppure l’ultimo <em>Ardore</em>&nbsp;(Aragno, 2023) che è un vero e proprio poema, con un personaggio, in cui ogni sezione è incatenata alla successiva, con una cornice narrativa di sfondo. A tutto questo, il mio volume non ha potuto dare una risposta, se non in maniera del tutto indicativa: segnalando, nelle cinque soglie introduttive alle decadi, alcune forme macrotestuali notevoli, che spero il lettore curioso possa poi verificare in sede di lettura in proprio. Perché, Riccardo, il problema più grande non è stato tanto con i macrotesti alla Caproni, per intenderci, o alla Riccardi, in cui ciascun frammento mantiene una sua parziale autonomia, ma con quel particolare macrotesto che è il romanzo in versi: e non sono pochi i poeti che negli ultimi cinquant’anni hanno scelto questa forma e hanno saputo dargli una veste molto convincente. Penso soprattutto a tre esempi: Bertolucci, Pagliarani, Targhetta. Come si fa? Qui davvero ci si scontra con l’impossibile. A consolarmi della sconfitta, però, è stata questa riflessione: che anche il mio lavoro è, in fondo, un macrotesto. Ho pensato ogni sequenza di poesie come una sorta di libro autonomo, in cui, oltre alla rappresentatività autoriale, gli attriti fra i testi e i contatti e persino i loro scontri (pure ironici) sono stati il criterio di scelta e di selezione. Ogni testo collocato nella mia sequenza assume un senso diverso dall’originale e spero che questo compensi, in parte, la mancata restituzione del contesto di partenza. Questa se vuoi è una caratteristica importante del mio lavoro: non si è trattato tanto di restituire il libro di origine, ma di creare con i testi altrui un nuovo testo, che potesse essere letto e goduto anche in autonomia rispetto ai libri da cui estrae i materiali. <em>Poesie dell&#8217;Italia contemporanea</em>&nbsp;è, in fondo, un lavoro di montaggio e <em>solve e coagula</em>&nbsp;è il suo motto, come ho provato a dire con l’ultima poesia di Anedda che chiude il volume: «sgretolarsi permette di coagularsi di nuovo»</p>
<p>In questo senso, il mio libro è anche una provocazione, senza alcuna arroganza: non credo né che il mio metodo sia l’unico né che escluda altri; spero invece che questo libro apra, anche per contrasto, a risposte inedite e alternative e – perché no? – anche al ritorno di posizioni forti, magari con categorie critiche più stringenti delle mie. Detto questo, penso che sia impossibile tornare ad una situazione novecentesca di canone ristretto unilaterale: il quadro è troppo frammentato, le forme troppo ibridate, le genealogie sono tutte giustificate a priori; e poi è cambiato il ruolo sociale dei poeti, che sono tutti «più simili e soli», come dice un frammento di Claudio Parmiggiani che apre, non a caso, l’ultima decade. Ma dico questa senza alcuna nostalgia: ho voluto il mio lavoro inclusivo e polifonico anche perché risponde prima di tutto alla necessità di restituire un enorme massa di esperienze che era del tutto sottratta ai lettori, non solo come testualità, ma come percezione. Volevo innanzitutto lanciare un segnale, aprire un campo del sensibile. C’è tanta buona, ottima poesia che si è scritta negli ultimi vent’anni e credo che nessuno lavoro potrà dirsi definitivo; e questo per me non è un male: è liberatorio. So che alcuni studiosi stanno approntando un lavoro antologico con tutt’altri presupposti; io stesso ho in mente di scrivere un prossimo libro con criteri completamente diversi da quello di cui stiamo parlando. Spero che nell’incrocio fra strumenti e risultati diversi si potrà guadagnare una prospettiva più complessa e più ricca sulla poesia contemporanea. In fondo un’antologia è un cannocchiale: non solo avvicina al lettore forme che prima erano lontane e meno visibili, ma sposta gli orizzonti e fa trovare isole che si credevano perdute.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>RS</strong>: Riguardo all’impostazione generale che hai dato all’antologia, mi piacerebbe soffermarmi su un altro punto che coinvolge ancora, per certi aspetti, il rapporto fra i singoli componimenti e il macrotesto di appartenenza. Pur non essendo il tuo, come hai ricordato, «un lavoro di storia della letteratura» in senso stretto, da una prospettiva diacronica questo libro propone anche una ricostruzione (che ovviamente non pretende di essere esaustiva) del campo poetico italiano degli ultimi cinquant’anni. Per ogni decade, il discorso prende le mosse da un breve inquadramento storico nel quale si mettono in luce gli eventi che più hanno segnato la vita sociale, politica e culturale nel nostro Paese, stabilendo così (com’è naturale che sia, a mio modo di vedere) una correlazione più o meno stretta fra la storia collettiva e quelle dei percorsi poetici individuali. I componimenti sono ordinati secondo il criterio più oggettivo che si possa scegliere: la cronologia. Come scrivi nell’<em>Introduzione </em>(p. 18), «la cronologia dei testi diventa il valore dominante. I testi scorrono entro il nastro del tempo, ciascuno nell’anno della prima pubblicazione del libro da cui è estratto».</p>
<p>L’antologia non è evidentemente la sede adatta per approfondimenti critico-filologici, ciononostante, credo che un’impostazione di questo tipo, unita all’arco di tempo relativamente ampio preso in considerazione, possa esporre talvolta a rischi di anacronismo. Faccio due brevi esempi: il più evidente, a mio giudizio, è il caso di Sandro Penna, inserito all’altezza del 1973, anno di pubblicazione del volume <em>Poesie </em>per Garzanti, nel quale l’autore ha raccolto, poco prima di morire, gran parte della sua produzione. Se, da un lato, questa collocazione aiuta ad esempio a mettere in luce il rapporto fra Penna e un poeta più giovane come Bellezza (che a lui soprattutto guardava in <em>Invettive e licenze</em>), dall’altro si rischia di dimenticare che i testi presenti nella tua antologia sono stati composti verso le fine degli anni Trenta (seguo la cronologia proposta da Deidier nel volume Mondadori), e già pubblicati in raccolta fra anni Trenta e Cinquanta. Sono testi, insomma, che sul piano storico non hanno nulla a che fare con l’attentato di Piazza Fontana, e che da un punto di vista di storia letteraria dialogano (o, al contrario, scelgono di non dialogare) più con Saba, il primo Montale e un certo ermetismo che con Bertolucci o <em>Satura</em>. Il secondo esempio è quello di Mario Benedetti, i cui testi compaiono per la prima volta nell’antologia all’altezza del 2004, anno di pubblicazione di <em>Umana gloria</em>. Benché sia stato proprio il volume Mondadori ad affermare Benedetti come uno degli autori più importanti della sua generazione, non possiamo non considerare il fatto che i testi lì raccolti sono stati quasi interamente composti e pubblicati in varie plaquette fra anni Ottanta e anni Novanta. La sua poesia forse più nota, <em>Che cos’è la solitudine</em>, è stata ad esempio scritta, verosimilmente, verso la metà di quest’ultimo decennio, e quindi pubblicata già nel 1999 nel <em>Parco del Triglav</em>. Faccio riferimento a questo caso specifico proprio perché la poesia mi sembra perfettamente aderente al cappello introduttivo che proponi per il decennio 1990-1999, intitolato <em>Lo spettatore immobile</em>, ad esempio quando scrivi: «non è un caso che l’arte di questo decennio abbia trovato nella violenza immobile alcuni emblemi rappresentativi. […] Le azioni artistiche ora mettono di fronte un corpo deformato, davanti al quale si è chiamati a sentire, restando a distanza. Si è interpellati a incarnare la figura del testimone, più che quella del produttore di significati» (p. 310).</p>
<p>Un’antologia di ampio respiro come la tua non può ovviamente tenere conto di tutti i casi particolari, ma mi è sembrato interessante proporti questi due esempi per chiederti di parlarci, in generale, di come hai affrontato il complesso rapporto fra storia e poesia e quello, forse anche più complesso, fra poesia e storia.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>TDD: </strong>In un mare così ampio e divergente di scritture, mi sono risolto a individuare un criterio di ordinamento dei testi più neutrale possibile, ma al contempo – come hai ben sottolineato &nbsp;– non mi sono astenuto da prendere alcune scelte: anzi, a mio parere il mio lavoro sta tutto qui. Ma ci arriviamo. Innanzitutto è bene dirlo subito: al contrario di altri lavori esplicitamente storico-letterari, ho voluto dare vita soprattutto a un racconto. Le cinque soglie che introducono la scelta dei testi sono proprio cinque narrazioni che insieme formano un romanzo della poesia italiana, che sia anche un romanzo della società italiana: qualcosa che interpreta, raccoglie, elabora e prova a restituire in maniera non inerte una serie di informazioni e dettagli, ricalibrati nel fuoco di un racconto. Il punto è che non ho scritto le soglie narrative prima della scelta dei testi, ma dopo. In questo senso <em>Poesie dell’Italia contemporanea</em>&nbsp;è un lavoro induttivo, non deduttivo: non è un’antologia a tesi, come altre – e notevoli – sono state pubblicate in passato (penso per es. a quella di Enrico Testa). Le soglie narrative sono state pensate e scritte soltanto dopo aver costruito le sequenze dei testi, dopo averle attraversate e meditate. Quelle pagine introduttive sono state immaginate affinché creassero le atmosfere di cui mi sembrava necessario che il lettore si impregnasse prima di imbattersi proprio in quei testi e non in altri. Da questo punto di vista se non sono certo racconti completi delle decadi, hanno però l’ambizione di suscitare l’impressione che vi sia un legame fra testo e contesto e la cosa pareva naturale anche a me, ma non è scontata: mi è stata anzi criticata da più parti. Mi hanno infatti accusato di uscire dal campo della mia “specializzazione”, di toccare questioni che esulano dalla letteratura. Per me però era importantissimo che il lettore avesse sempre il sospetto che il testo non fosse un assoluto, ma fosse circondato da un contesto ermeneutico, da una serie di elementi (sociali, economici, artistici), prossimi e remoti, che ne costruiscono il senso e che concorrono alla sua interpretazione. Detto questo, capisci bene che il senso della storia che ho voluto indicare non è certo storicistico: non c’è alcun determinismo fra i contesti e i testi. Se anzi c’è qualcosa che la grande poesia fa spesso è proprio smentire la storia, o meglio: la grande poesia sta in un accordo-discorde, in un equilibrio scaleno, non prevedibile, non desumibile da ciò che accade; sta nell’anticipo e nel ritardo, non è mai desumibile dai fattori che la circondano, ne è anzi la rivelazione e insieme il sovvertimento. L’idea di storia che volevo emergesse fin dalle prime pagine di questo lavoro è l’idea di storia che Walter Benjamin aveva sviluppato nei suoi <em>Passages</em>. Ciò che si trattava di formare non era una collezione di frammenti, giustificati da una pedagogia critica (l’ipotesi di tante antologie), ma una “costellazione del risveglio” in cui è il lettore a dover connettere il mito del passato con il <em>suo</em>&nbsp;presente, attraverso la mediazione del testo, così da crearsi da sé quello che Benjamin chiama una “relazione dialettica”. Avevo in mente le parole di Benjamin: «Non è che il passato getti la sua luce sul presente o il presente la sua luce sul passato, ma immagine è ciò in cui quel che è stato si unisce fulmineamente con l’ora in una costellazione» (p. 516). Ancora Benjamin scrive: «Il testo è il tuono che poi continua a lungo a risuonare» (p. 510). Ecco, volevo che il lettore ascoltasse, nell’ora della sua lettura, nella dimensione fisica e linguistica del testo che si trova davanti, il lento propagarsi dell’eco di questa luce trapassata. Il montaggio di testi e tempi che ho costruito è principalmente volto a costruire una storia per fratture, dialettiche, shock e emergenze: per eventi e agnizioni, più che per ragionamenti e discorsi, che pure ci sono, come sai, ma non volevo che fossero né l’unico modo né quello privilegiato per entrare nell’esperienza della poesia.</p>
<p>A questo punto, forse è più chiaro perché ho deciso di mettere Penna negli anni Settanta e Benedetti negli anni Duemila. Sono due casi diversi, ma ugualmente interessanti. E mi fa molto piacere che tu li abbia notati: sono infatti due storture, due sbreghi dello spazio-tempo. Ho deciso di inserire Penna nel decennio della sua maggior influenza, in cui vinse i premi letterari più importanti, in cui era circondato da una serie di scritture che guardavano a lui come un modello. Non metterlo significava sottrarre al lettore un’esperienza testuale di cui si parlava, che si leggeva, che in quegli anni era nelle mente di molti poeti, più di quanto era accaduto negli anni della sua prima pubblicazione. Mi sembrava insomma un elemento essenziale del contesto sociale del poetico dell’epoca, ma in più mi permetteva di dire qualcosa sulla poesia, in generale. La poesia di Penna è un perfetto esempio di fuori-sincrono: sembra essere del tempo perché non è stata del suo tempo. Esiste una Penna degli anni ‘30 e esiste una Penna degli anni ‘70, potremmo dire. Ma escludere questa seconda vita di Penna sarebbe stato una mancanza: la sua supposta ingenuità e la sua supposta antiletterarietà antiborghese fanno parte del sapore degli anni ‘70, ne sono la rivelazione in una vorticoso <em>hysteron proteron</em>. Diverso il discorso per Mario Benedetti. Hai perfettamente ragione: la sua poesia si iscrive molto bene nel decennio degli anni ‘90 (come Penna negli anni ‘30). Avrei potuto inserirlo nella sequenza degli anni ‘90 e avrei sicuramente compiuto un gesto storico-filologico. Ma sappiamo bene entrambi che in quel decennio la poesia di Benedetti era del tutto impercepita e che i libri prima di “Umana gloria” (2004) per Benedetti non avevano valore di opere compiute. Dovendo fare delle scelte, delle esclusioni, delle sottrazioni, ho preferito allora dare risalto alle quattro opere di Benedetti dei primi anni Duemila: mi sembrava che collocarlo lì ne potenziasse al massimo la forza testuale, la capacità di creare connessioni inattese. Il criterio che ho seguito in questo senso è sempre lo stesso: rintracciare la possibilità, nei limiti della cronologia, che un testo provochi la massima reazione nella catena e non la sua astratta collocazione storico-filologica.</p>
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<p><strong>RS: </strong>Per concludere il nostro dialogo, ringraziandoti per la disponibilità al confronto, vorrei chiederti una riflessione sull’accoglienza ricevuta finora dalla tua antologia. Non mi riferisco tanto ai dibattiti e alle critiche in merito ai singoli autori e ai singoli testi che si è scelto di includere/escludere (questioni che pure comprendo ma che trovo perlopiù oziose, se alimentate, come spesso accade, soltanto da interessi privati e da posizionamenti individuali), quanto alla discussione più ampia che, a tuo parere, questo lavoro è riuscito (o meno) a generare, sia nel campo della critica sia in quello, forse più importante, dei lettori di poesia.</p>
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<p><strong>TDD</strong>: Grazie a te Riccardo, per la generosa disponibilità a discutere insieme. Potrei cominciare dicendo che a fronte di un ottimo riscontro meramente editoriale di vendite, non si è poi davvero avviata per esempio sui giornali la riflessione che speravo sui metodi delle antologie o anche solo sulla ricchezza della poesia italiana contemporanea. Di sicuro, ha pesato il fatto che fosse un’opera non allineata con le varie correnti esistenti e che fosse, in più, un lavoro se non innovativo, almeno insolito, che richiede tempi di lettura e di studio non indifferenti per scriverne. Mi è dispiaciuto soprattutto per via di alcune proposte che gettavo sul piatto sulle quali mi sarebbe piaciuto si potesse creare un dibattito. Nel mio lavoro c’è implicita, per esempio, un’idea di lettura della poesia che non sia solo sull’asse critico\studente, ma che possa essere incontro ermeneutico di un lettore adulto (non per forza laureato in lettere) di fronte alla complessità di un testo; oppure l’idea della fine dello stato di belligeranza fra la cosiddetta poesia di ricerca e poesia lirica; oppure ancora un altro tema su cui mi sarebbe piaciuto ragionare insieme sarebbe stato il tema della continuità fra le generazioni, che molte antologie hanno oscurato. Devo aggiungere però che diversi insegnanti di istituti secondari superiori mi hanno scritto dicendomi che hanno portato il volume in classe, hanno letto i testi insieme agli studenti e hanno provato a creare attraverso la lettura le categorie di interpretazione del testo: pare che si siano avvenute esperienze didattiche interessanti. Non ho pensato questo volume per le scuole (né per l’università) e mi sembra senz’altro azzardato e coraggioso, ma mi ha fatto piacere saperlo usato in contesti per cui non è stato pensato. In generale, ho riscontrato una forte dicotomia nella ricezione del mio lavoro: da una parte i nostalgici, dall’altra gli entusiasti. Fra i primi metterei una categoria che indicherei come “Letterati”, ovvero coloro i quali hanno in genere una laurea in filologia e sono nati dalla prima metà degli anni Novanta in giù. Mi pare abbiano sofferto molto per la mia impostazione non tradizionale e non storicistica e che non siano stati colpiti dal tentativo di seguire i modelli di Benjamin e di Warburg (che sono belli da leggere, da citare, ma non da seguire); molti hanno manifestato una certa nostalgia per un impianto più tradizionale. Insomma – per essere un poco semplificatori – mi è sembrato che volessero, ardentemente, un nuovo Mengaldo. È come se dicessero: vogliamo il Novecento che non abbiamo vissuto. Hanno l’idea (rispettabilissima) di un’opera antologica che sia una messa in ordine di un panorama che percepiscono troppo confuso (un monumento ordinato di ciò che è stato) e che, al contempo, esprima un gesto di forza egemonica di <em>una</em>&nbsp;linea della poesia o della critica (naturalmente: quella a cui appartengono). Da questo punto di vista, il mio lavoro ha scontentato un po’ tutti; innanzitutto perché – in questo seguendo da vicino Antonio Porta e il suo <em>Poesia degli anni Settanta</em>&nbsp;(1980) – non ho voluto fare un monumento statico, che addomesticasse una volta per tutte una pluralità, ma un oggetto dinamico e policentrico che restituisse un’immagine percorribile dello stato dell’arte. Su questo ha fatto una riflessione importante Andrea Cortellessa nella presentazione che si è tenuta a Roma: non c’è una teleologia nel mio lavoro perché viviamo in tempi radicalmente non teleologici. Ma appunto non a tutti va bene così: alcuni pensano l’antologia come strumento di &#8220;ortodonzia letteraria”, di correzione o compensazione delle storture della propria epoca. Dall’altra parte rispetto ai “Letterati”, invece ci sono stati gli “Entusiasti”: spesso sono lettori non specialisti, che non scrivono sulla stampa, che non fanno recensioni, che hanno comprato il volume sulla fiducia e sulla scorta di una passione sincera per la poesia. Diversi mi hanno scritto messaggi personali e mi confermano che si sono trovati a loro agio dentro le pagine: si sono anche divertiti a giocare con i testi e con le tante interpretazioni possibili e hanno scoperto molti autori di cui non avevano mai sentito parlare. (Ricordo per esempio una persona che mi ha ringraziato tantissimo perché ha scoperto Beppe Salvia, che non aveva mai sentito nominare prima). Ho notato poi che alla categoria degli “Entusiasti” appartengono più facilmente i non laureati in lettere (sono magari studiosi di filosofia o di arti visive o artisti) e i lettori molto giovani (diciamo nati dopo la metà degli anni ‘90). Si sono trovati completamente a loro agio nell’impostazione del volume e diversi mi hanno anche sottolineato il carattere “liberatorio”: l’idea insomma che la poesia non sia per forza legata a un’idea di studio manualistico, ma a un’esperienza diretta di un testo è più in linea con i loro desideri. (In particolare mi ricordo un fotografo di Perugia che mi ha detto che si era trovato molto a suo agio nell’impostazione perché – a detta sua – la successione delle immagini in molti libri di fotografia è costruita come nel mio volume). Mi ha poi stupito la ricezione di alcuni poeti, che sebbene non abbiano scritto pubblicamente, mi hanno mandato dei messaggi sul mio lavoro. Alcuni poeti (anziani) mi hanno ringraziato; uno ha paragonato il mio lavoro a una “spotify della poesia” (non so se c’era volontà di offendere nella definizione: a me è piaciuta molto). Altri ancora, più vicini alla scrittura lirica, sono stati colpiti (e addirittura offesi) dalla presenza nel mio lavoro di molti poeti legati alle tradizioni della sperimentazione e della ricerca; al contrario, molti poeti sperimentali hanno apprezzato la prossimità violenta e le somiglianze improvvise fra stili così difformi (stupendosi e a volte inquietandosene). Non in pochi hanno poi colto il piano artistico dell’opera e sono rimasti colpiti dall’idea di poter leggere il decennio come “un libro di libri”, disinnescando il criterio dell’autore. In fondo, mi sono accorto, la tracciabilità dell’autore interessa soprattutto ai poeti (il cui narcisismo è proverbiale) e agli storici (cioè: ai laureati in filologia, che tra l’altro sono anche spesso poeti), a tutti gli altri interessa davvero poco o, quanto meno, accettano più facilmente l’idea che non sia la categoria principale. Mi sono reso conto solo a posteriori in effetti che <em>Poesie dell’Italia contemporanea</em>&nbsp;è pensato più come una mostra d’arte che un’antologia letteraria. Proprio in questi mesi al museo della Triennale di Milano è allestita una mostra antologica sulla pittura italiana che si intitola<a href="https://triennale.org/eventi/pittura-italiana">&nbsp;</a><a href="https://triennale.org/eventi/pittura-italiana"><em><u>Pittura italiana oggi</u></em></a>, a cura di Damiano Gullì, che pur lasciando visibile il nome del pittore e selezionando solo le opere di artisti italiani nati tra il 1960 e il 2000, dispone senza distinguere fra le generazioni centoventi opere pittoriche in una sequenza libera, ritenuta significativa dal curatore. Mi ha colpito che per molti punti l’impostazione sia simile a quella che ho seguito nel mio lavoro e in quel caso nessuno ha avuto da ridire sul metodo del curatore (ma anche in quel settore molto si è discusso sui nomi degli esclusi e degli inclusi, ovviamente). Insomma, mi pare che in generale la poesia italiana faccia fatica a pensarsi come un linguaggio fra le arti contemporanee e desideri sempre tornare a legarsi alla propria nicchia specifica: di metodi, di aspettative, di interessi. Se c’è una cosa che invece mi piacerebbe accadesse è che in futuro il mio lavoro fosse rubricato come un tentativo di emancipazione della poesia dai propri schemi, dai propri pregiudizi: forse anche da se stessa.</p>
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<p>[Una versione più breve di questo dialogo è stata già pubblicata in «Gradiva», n. 64, II, Fall 2023, pp. 73-79]</p>
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		<title>Il matrimonio</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2021/05/11/il-matrimonio/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[francesca matteoni]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 11 May 2021 04:53:19 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[antologia]]></category>
		<category><![CDATA[botanica fantastica]]></category>
		<category><![CDATA[Hortus Mirabilis]]></category>
		<category><![CDATA[maria gaia belli]]></category>
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					<description><![CDATA[di Maria Gaia Belli Seduta sul pavimento della sala d’attesa, ripensi a quella volta che hai visto morire una bambina per la puntura di un’ape. Il dito intorno al pungiglione le era diventato rigido e rosso, il bianco degli occhi aveva iniziato a riempirsi di puntini scuri. Quando avete smesso di giocare, la lingua ormai [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>di Maria Gaia Belli</strong></p>
<p><img loading="lazy" class="aligncenter wp-image-90891" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/05/Tavola-Belli-Hortus-Mirabilis-713x1024.jpg" alt="" width="550" height="790" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/05/Tavola-Belli-Hortus-Mirabilis-713x1024.jpg 713w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/05/Tavola-Belli-Hortus-Mirabilis-209x300.jpg 209w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/05/Tavola-Belli-Hortus-Mirabilis-768x1104.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/05/Tavola-Belli-Hortus-Mirabilis-150x216.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/05/Tavola-Belli-Hortus-Mirabilis-300x431.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/05/Tavola-Belli-Hortus-Mirabilis-696x1000.jpg 696w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/05/Tavola-Belli-Hortus-Mirabilis-292x420.jpg 292w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/05/Tavola-Belli-Hortus-Mirabilis.jpg 945w" sizes="(max-width: 550px) 100vw, 550px" />Seduta sul pavimento della sala d’attesa, ripensi a quella volta che hai visto morire una bambina per la puntura di un’ape. Il dito intorno al pungiglione le era diventato rigido e rosso, il bianco degli occhi aveva iniziato a riempirsi di puntini scuri. Quando avete smesso di giocare, la lingua ormai le imbottiva la gola e muco giallo le colava dal naso. L’ambulanza l’aveva portata via mezzora dopo la puntura, gonfia e viola come un polpo, coperta da due lenzuoli attaccati. Tu subito eri corsa a toccare il cadavere dell’ape che contorceva le zampe al sole.<br />
Che fine pazzesca, ripensi ora, se muoio scoppiata a quel modo su queste quattro mattonelle appiccicose. Ma di certo hai solo preso i pidocchi sulla corriera, o qualche altro parassita che gira in questa città marcia.<br />
«Ehi tu, dal confine», ti chiama la donna in fondo al corridoio, mentre ti gratti la testa. Spingi a calci lo zaino fino all’ufficetto, e non sapendo proprio da cosa iniziare, chiedi:<br />
«Chiudo la porta?»<br />
La donnina dietro la scrivania è insaccata in un completo camicia e gonna. Fa segno di sbrigarti. Non ha tutto il giorno per te e le tue pulci. Spieghi la situazione in poche parole: non posso tornare indietro. Lei scuote la testa, scacciando mosche invisibili con la mano.<br />
«E quanto hai? Contanti?» chiede.<br />
Previdente, avevi già iniziato a setacciare lo zaino. Tasca uno, tasca due, tasca quattro. Mutande ficcate insieme a una mezza busta di patatine sbriciolate. Cuffie dal cavetto spellato. Istruzioni della tinta per capelli ripiegate male, che non stanno più nella scatola. Con una mano scandagli il fondo dello zaino, con l’altra ti scartavetri la nuca.<br />
«Non ho i pidocchi. Credo che la tinta mi abbia fatto allergia. Se muoio almeno non c’è più bisogno… No, scherzo, nel senso che c’era scritto: provare quarantotto ore dall’utilizzo, e io mica avevo tempo due giorni di aspettare che…»<br />
La donna batte il tappo della penna sul tavolo. Hai l’impressione che, se la fai agitare, la sua camicetta si squarterà sotto le ascelle.<br />
«Ecco. Li ho divisi per mille», tiri fuori cinque buste da lettera, stropicciate e unte, ma pesanti. La donna estrae i soldi e li dà in pasto a una macchinetta. Il conto risulta corretto.<br />
«Sono tutti quelli che hai?» è scettica.<br />
«Se potessi ritirare…»<br />
«Ma non puoi, cara. E sono un po’ pochini per trovarti una sistemazione decente tanto di fretta».<br />
Arriccia la bocca in un sorrisetto ripugnante. Il “cara” ti scivola in testa come la carezza di un pervertito. Gratti l’attaccatura della frangetta.<br />
«Mi va bene un po’ tutto».<br />
«Beh…» scuote di nuovo la testa.<br />
Passa la mano su un grosso fascicolo aperto, liscia una scheda che contiene nomi, foto, altezze e lunghezze, pesi, colori, redditi. Lo chiude e lo mette in un cassetto.<br />
«Alzati un po’», fa segno. Ti metti in piedi. Ecco la mercanzia. Cinque sacchi e questa roba qua: almeno non deforme. Fai gesti senza senso, come tirare le maniche della camicia sdrucita, o appuntare le ciocche mal tagliate dietro l’orecchio.<br />
«È che non sei granché. Fossi stata bellina, un uomo in mezza giornata te lo trovavo pure, magari in periferia. C’è sempre qualche vecchio che firma documenti pur di portarsi a casa una ragazzina, ma tu… sicuro non hai meno di vent’anni, eh?» ti prende a occhio le misure. Devi apparirle sconsolata, perché fa un sospiro da mamma. Gira la sedia per frugare in un armadietto. Dai cassetti evapora un odore di carta vecchia, e l’ennesimo alone di polvere va a posarsi sulle foglie di una pianta di plastica.<br />
«Ma si può sapere che cosa hai combinato?» ti rimprovera.<br />
«Rubavo», la butti lì.<br />
«Hai rubato cosa, per dover passare il confine tanto di corsa?»<br />
«Soldi, bambini, galline&#8230;» sei vaga. Sceglie un fascicolo nuovo e te lo mette davanti, insieme alla sua delusione personale.<br />
«Posso provare a infilarti qui. Cercano una femmina della tua età da un po’, e non è facile trovare qualcuno per questo genere di incontro combinato».<br />
Sfogli il fascicolo a caso, cercando almeno una foto. Alcune fotocopie in bianco e nero mostrano vecchie colonne di cemento ricoperte d’edera succosa, pavimenti spaccati mangiati da erbe giganti. Una scheda riporta dei dati: metri quadri, edificabilità, risorse idriche, acidità media del terreno, allaccio della luce. Peschi dal mazzo un’immagine scura e la guardi da vicino. Somiglia a una persona di schiena, o al collo di un cavallo.<br />
«Oh, mi va benone», dici senza indagare oltre.<br />
«Sì? Tanto si tratta solo di un pro forma, lo capisci da te. È una specie di trucco per non far costruire su quel terreno, in modo che non si possa tagliare l’albero secolare…» ti indica alcuni punti delle fotocopie più scure.<br />
«Ma lui chi è? Il proprietario?» posi il dito sulla fotografia. «O è più tipo uno speculatore? Uno che ricicla soldi, vero?»<br />
La donna cerchia una macchia grigia con la penna.<br />
«Lui, lei, che ne so io? Non me ne intendo di giardinaggio. È l’albero».<br />
«In che senso», ti chiedi a voce alta.<br />
«Il tuo fidanzato è l’albero, cara. Se firmi e paghi adesso in contanti, concludiamo la cosa oggi stesso. Tempo una settimana e ti faccio avere documenti con il nome nuovo e un permesso di soggiorno».<br />
«Pago», decidi senza aver capito.<br />
«Bene, bene, una firmetta qui intanto sul preliminare poi ti stampo le altre cose mentre mi aspetti in sala d’attesa, quando esci fai entrare il prossimo grazie. E rifatti la tinta per bene, tesoro, si vede un sacco».<br />
«Cosa?» ti tocchi la frangetta storta.<br />
«Che le radici sono nere».<br />
Firmi. Con un piccolo morso in gola, riprendi le cinque bustine vuote, le pieghi e le ficchi in una tasca dello zaino. Lo trascini come un morto fino alla sala d’attesa. Una sedia si è liberata, ma la lasci vuota: scricchiola e cede da un lato. Ti butti di nuovo per terra, nell’angolo opposto rispetto a quando stamattina sei entrata, e ricominci a grattarti lo stesso punto della nuca. In ufficio è entrato un ragazzo magro con addosso una camicia lunga e niente in mano. Ha subito chiuso la porta. Ora che hai cambiato punto di vista, noti che il muro del corridoio è una galleria di trofei: le foto di coppie combinate dall’agenzia. I loro volti sono benedetti da un neon rosa fissato in alto, che forma la scritta “Felici &amp; Contenti”. Dietro i loro sorrisi, le piante fanno solo da sfondo.<br />
La macchina dell’agenzia ti lascia davanti al cancello, con un mazzo di chiavi in mano e una sola regola: non uscire finché non arrivano i documenti. Mai. Addosso hai ancora la camicia sudata dell’altro ieri e un paio di pantaloncini che credevi fossero comodi per scappare dall’altra parte del mondo. La chiave grande serve per aprire un lucchetto spesso come un pugno. La chiave piccola apre la serratura del cancello. Quella media ti resta tra le dita, non sai cosa farne: all’interno non ci sono altre porte. Ci sono invece le zanzare, che navigano leggere per dare il benvenuto alle tue caviglie nude.<br />
«Ciao!» provi a chiamare. Qualcosa scappa dall’erba, va a infilarsi sotto un’edera grassa che ricade dalle mura. Una goccia minuscola, affilata, ti tocca il naso. Guardi in alto: oltre le foglie larghe di un fico e i rami magri di un pioppo, non c’è nulla. Non c’è il tetto. Un nuvolone si sta accumulando sopra questo boschetto urbano, raccolto dentro a una vecchia fabbrica abbandonata.<br />
Ti chiudi bene il cancello alle spalle. Davanti a te c’è ancora una pavimentazione industriale che svicola tra grandi quadrati d’erba alta. Le crepe spaccano la strada, rivelando un ripieno muschioso e umido che profuma di terra smossa. Camminando tra radici scoperte e tubature incrostate, arrivi fino a una vasca di raffreddamento vuota. Un cartello annerito avvisa: attenzione &#8211; Vapori fino a 100° pericolo ustioni. Ma sul fondo scuro ci sono solo trenta centimetri d’acqua fangosa, alghe verdastre e nugoli di moscerini.<br />
«Quindi sono sola?» domandi ad alta voce.<br />
Sola sola: non c’è neppure l’eco. Abbandoni lo zaino sotto una colonna, ti togli quello straccio di camicia di dosso e lo butti su un gabbiotto di ferro mangiato dalla ruggine. Le zanzare esultano. Le scarpe ti stanno strozzando le dita dei piedi, ma non osi toglierle per andare avanti: l’erba ti arriva ai fianchi, fa rumori di frasche smosse, bestioline con mille zampe guizzano nell’aria, cantano nascoste tra i rami. Trovi e segui una traccia battuta, dove qualcosa sembra aver già camminato. Incontri una piccola serra di vetro, opaca e coperta di foglie secche. Non ha bisogno di chiave, così sbirci dentro: contiene vasi di plastica, sacchi di terra e di pietruzze, forbicioni, spaghi, pigne vuote, secchi pieni di corteccia, bancali morbidi di muffa. Niente da mangiare, nulla su cui dormire. Prosegui dritta e ti fermi a osservare un cespuglio che gronda bacche azzurrine. No, pensi. Non voglio morire carcerata dentro questa specie di orto botanico.<br />
«E perché no?» ti chiedi, sfinita. La fame ti sta facendo girare la testa, ma non tocchi le bacche. Segui piuttosto dei grossi tubi che si arrampicano sui muri, e il fruscio dell’acqua che vi scorre dentro.<br />
La causa dello scroscio è una fontanella aperta, che butta in una pozza ormai larga da un muro all’altro dell’edificio. Puoi camminare sull’acqua seguendo una scacchiera di cemento. Quando arrivi al rubinetto, scarpe e calze sono gonfie come spugne. Le sfili, togli anche i pantaloni fradici di schizzi e appendi tutto ai buchi di una grata polverosa. L’acqua sa di metallo, ma ne bevi lunghe sorsate reggendoti i capelli vicino al collo.<br />
Appena chiudi il rubinetto cade un silenzio irreale. Il frullo dei passeri e dei merli dal soffitto sfondato, le cicale che scricchiolano e le zanzare che ronzano si congelano per qualche secondo, mentre ti guardi intorno. C’è un odore acre che non sai riconoscere, sale dalla terra e si spande in aria come vapore caldo.<br />
In piedi nel fango, accanto alla fontanella gocciolante, conosci il tuo fidanzato. L’albero si staglia sul fondo della fabbrica abbandonata. Cresce nella pancia sventrata di una struttura di metallo, che serve ormai a reggere il nulla. È molto più alto di quanto lo sarebbe stato il tetto. Il tronco, largo come il ponte di una nave, si regge su spesse radici nodose che affondano nel terreno allagato. I rami si piegano in basso, flessuosi, e lasciano cadere masse di capelli scuri che galleggiano in lunghi filamenti sull’acqua.<br />
«Ciao», ti presenti.<br />
Ciao, pensi che ti risponda. Beh, sei un sacco bello, chiacchieri nella tua fantasia. O bella? Bei capelli, comunque, ma quanto sono lunghi, tipo venti, trenta metri?<br />
Grazie, immagini che dica. Anche i tuoi non sono male, dai.<br />
Ma va’, te la ridi da sola, sono praticamente finti.<br />
Silenzio. Ti guardi intorno. C’è una porticina nel muro che puoi raggiungere. Devi camminare nel fango schifoso, ignorando le alghette che ti solleticano i piedi. I capelli dell’albero, quelli più lunghi e sottili, galleggiano sul pelo dell’acqua e ti pungono le cosce.<br />
La porta si apre con la chiave media, e qui c’è un soffitto, finalmente. Dentro, un piccolo frigo, un fornello da campo, un materasso pulito. Un armadietto metallico contiene scatolame e qualche coperta tarmata. Corri ad aprire il frigo. Trovi un cartone di latte a lunga conservazione, carne in scatola e una focaccia dura come un sasso. La resusciti versandoci sopra un po’ di latte freddo e vai a mangiarla fuori dalla stanzetta, coi piedi nell’acqua tiepida.<br />
«Poteva andar peggio», dici all’albero.<br />
Niente ti risponde.<br />
L’anta destra dell’armadio contiene un piccolo specchio. Ma la stanza è sotto la zona d’ombra dell’albero, e non ci sono finestre né lampadine. La notte è passata, ma hai tempo neanche mezzora per controllare come sei ridotta, poi la luce sale oltre la porta e lo specchio riflette solo un’ombra scura. Vedi la tua faccia gonfia per la nottata gelida. I capelli sparano in alto dietro le orecchie e mostrano almeno due dita di nero dove hai spalmato male la crema decolorante. Sembri bionda solo se ti pettini bene. Questo è il motivo che ti ha convinta a disfare lo zaino, ma dimentichi il pettine non appena la stanza torna in penombra. Fa freddo, sotto questo tetto di cemento armato.<br />
Esci al sole. L’albero non è una compagnia pretenziosa: è immobile, chino sulla fanghiglia. Il terreno ha assorbito il ristagno d’acqua, così cammini fino al tronco, ci giri intorno tre volte, cercando chissà quale imbroglio. Tocchi i ramoscelli più morbidi e bassi, che somigliano a code di gatto, carichi di foglioline pelose. Sottili peduncoli si allungano verso le tue dita, sollevati da elettricità statica.<br />
Attraversi la melma paludosa, ti pulisci i piedi nella verdura e raggiungi un punto del giardino più asciutto. Dormi sull’erba secca le ore che non hai dormito di notte. Sogni di uscire di casa e dimenticare le chiavi, un agente in divisa si avvicina e ti chiede la carta d’identità. Tu fingi di frugarti le tasche e pensi: banale questo sogno. Ma dai pantaloni tiri fuori una manciata di denti. Ti rendi conto d’avere la bocca e gli occhi secchi, così chiedi all’agente dove puoi trovare una fontana. Un rumore di metallo ti sveglia.<br />
Il cancello.<br />
Ti alzi solo per metà, rimanendo acquattata nell’erba: chiunque sia, deve avere le chiavi. Ti sistemi i capelli, controlli d’essere almeno vestita, e decidi di uscire allo scoperto. La stradina di cemento è vuota, ma dalla serra arrivano suoni di plastica accartocciata. Un uomo è chino dentro la porta bassa, ed estrae gli attrezzi alla svelta: la zappa, la pala. Lancia un paio di vasetti sul fondo, e alla fine tira fuori la testa, con un paio di forbici in mano.<br />
«Sei quello dell’agenzia?» chiedi.<br />
«No», risponde, e non ti dà altre attenzioni.<br />
«Niente documenti, ancora?» sei frustrata. L’uomo sposta un sacco di terriccio nuovo all’interno della serra, dunque ti guarda.<br />
«Sei la ragazza per l’incontro combinato?»<br />
Lo saluti con la mano.<br />
«Bene», è il suo unico commento.<br />
Cerchi di non stargli tra i piedi. Non ti è chiaro cosa stia facendo, ma di certo lavora. Il sole comincia a scaldare il cemento, e lui toglie la giacca, la lascia sul tettuccio della serra, va in un’altra zona e torna spingendo una carretta colma di concime odoroso. Si ferma per arrotolarsi le maniche di una camicia macchiata.<br />
«Sei il giardiniere», capisci.<br />
«No», dice di nuovo.<br />
«Sei il proprietario», provi allora. È un uomo sulla quarantina, con la barba mal fatta, i capelli unti raccolti in un codino. È qui solo, a spalare merda in una mattina qualsiasi. Davanti a questa evidenza, senti un brivido alla nuca.<br />
«Sei tu che hai messo l’annuncio, con la scusa dell’albero».<br />
«La proprietaria di questo terreno è A.». Si asciuga la fronte con l’avambraccio. «Io sono il suo… sono quello che l’ha piantata. Sì, ho messo io l’annuncio».<br />
«Allora io sono qui per te», capisci, e l’istinto ti avvisa di tirare la maglia per coprirti meglio le gambe. L’uomo ti dà un’occhiata trasparente.<br />
«Sei qui per A. Come è scritto sul contratto che hai firmato. Hai letto quel che hai firmato, almeno?»<br />
Non attende risposta. Spinge la carretta fino a una striscia di terreno racchiusa nella pavimentazione, e si mette a sradicare le erbacce che circondano la pianta di fico. Non sai cosa fare, dunque lo aiuti. Qualcosa ti punge non appena tenti un approccio: ortica. Sventoli la mano in aria.<br />
«Come ti chiami?» chiede.<br />
«Haga», inventi su due piedi, e ti mordi la lingua. Sillabe a caso. Infatti l’uomo dice:<br />
«Nome finto. Vieni dal confine, eh? No, non me ne frega niente di come ti chiami e da dove vieni. Né se hai letto il contratto o meno. L’importante è che stai qui e tieni un po’ di compagnia ad A.»<br />
«Sarebbe…?» non ne sei certa.<br />
«Il salice», conferma.<br />
Schiacci una zanzara sul tuo braccio. Lo schiaffo lascia un alone rosso, con al centro una striscia di sangue fresco, il punto d’esplosione dell’insetto. Fa male.<br />
«Senti», cerchi di parlargli con calma. «Non ho capito bene cosa fate qui. Ma non mi va di fare strani giochi, con gli animali o i sassi… Insomma, non voglio fare queste cose, va bene? Mi servono solo i documenti, se c’è da lavorare lavoro, ma non fatemi cose strane».<br />
L’uomo butta le erbacce sulla strada e prende la zappa. Mentre dissoda la terra risponde:<br />
«A. è un albero madre. È nata in laboratorio, e ha passato un bel po’ di anni circondata da gente che la studiava, controllata giorno e notte. Quando l’abbiamo messa a terra si è un po’ spaventata, la roba burocratica è andata per le lunghe, ci sono stati dei tagli e un sacco di gente è stata licenziata. Si sente sola. Non può stare sempre tra i ratti e i rospi, e io devo lavorare. Se mi pagassero per stare qui tutto il giorno ci starei, ma devo pur mangiare».<br />
Resti in silenzio, e lui per un momento si ferma, affaticato. Coglie l’attimo in cui guardi il cancello.<br />
«Se scappi ti denuncio all’ufficio immigrazione. Ho pagato l’agenzia con quello che ci restava dei fondi. Se qualcuno non le fa compagnia, A. si seccherà. E poi verrà abbattuta. E visto che il terreno è intestato a lei, chiuderanno tutti i progetti di questo laboratorio. Colata di cemento ed ecco un nuovo centro commerciale», indica intorno con la mano.<br />
«Non ho capito», scuoti la testa.<br />
«Sono un paleobiologo», sbotta. «E questa è una ricerca sulla ricostruzione dell’ecosistema primitivo di un albero madre. Hai capito, ora?»<br />
«Sì», menti.<br />
«Mi chiamo Sari», ti dice. «Dopo ti lascio un cellulare con cui puoi chiamarmi se A. sta male, o se succede qualcosa di spiacevole. Ora lasciami lavorare, devo controllare altre ventiquattro piante prima che questo posto diventi un forno».<br />
«Va bene», fai per allontanarti, ma appena ti volti e cammini sul cemento, Sari impreca.<br />
«Ma sei pazza? Non hai letto nulla, vero? Mettiti le scarpe», ordina. Ti guardi i piedi nudi, sporchi. Uno pizzica, accarezzato dall’ortica. Hai visto i topi, ma non credi ci siano troppe spine, o serpenti, e le scarpe sono ancora appese ad asciugare.<br />
«Va bene», menti di nuovo, e fai finta di andarle a cercare. Alla prima svolta nell’erba alta ritrovi la tua nicchia asciutta e ti accoccoli per terra. Le cicale hanno ricominciato a suonare. Dormi con l’orecchio poggiato sulla terra. Il suono della zappa ti entra in testa, così sogni di nuovo l’agente. Viene con quella lama spessa a spaccare i tuoi denti.<br />
Inizi a seguire Sari verso metà pomeriggio, appena capisci che sta per andarsene. La giacca non è più abbandonata, ma se la porta dietro appoggiata sulla spalla. Le sue chiavi tintinnano attaccate alla cintura e sono molte più di tre. Stai decidendo a quali domande dare priorità &#8211; cos’altro mangio? come mi lavo? quando posso uscire? cosa c’è fuori di qui, se esco? &#8211; quando ti rendi conto che si è fermato a guardare il terreno molliccio accanto al rubinetto. Guarda anche la porta della stanza lasciata aperta, e poi te, che sei a distanza di sicurezza dall’altro lato del terreno.<br />
«Hai chiuso tu l’acqua?» urla. Poi ti fa segno di avvicinarti, e inizia a slacciarsi le scarpe. Quando raggiungi la fontana, lui si è allontanato verso l’albero, è coi piedi nel fango fino ai polpacci.<br />
«Vedi, che non sei morta?» sta dicendo, rivolto al tronco. «Non è che muori, se non stai tutto il giorno con le radici a mollo. Sai quanto ho pagato d’acqua il mese scorso? No certo, è per dire. Lo so. È che ti ci sei fissata, non ti serve davvero».<br />
«Si stava allagando tutto», ti giustifichi, ma non lo segui. Mette una mano nel fango, scava un po’, sposta la terra e la alliscia.<br />
«Te la riapro. Sì. Ma solo stanotte. Domattina la ragazza la chiude, va bene? Bisogna che te la fai passare, questa cosa. Fammi vedere?» chiede, e raccoglie col braccio una cascata di filamenti neri. Ci passa le dita in mezzo come a pettinarli, ne solleva alcuni e li controlla controluce. «Stai benissimo. Smettila di lagnarti. Chiacchiera un po’ con la ragazza, se proprio t’annoi».<br />
Apri bocca per rispondere e poi la richiudi. Oh mamma, pensi. Sta parlando con l’albero. Questo è matto. Ma matto matto. Gira i tacchi e torna a casa adesso, ti ordini. Esci dal cancello appena se ne va e con il primo telefono pubblico chiami mamma le dici scusa scusa piuttosto torno e vado in galera ma qui sono finita in una situazione proprio brutta, c’è un matto che fa torte di fango e chiacchiera con un albero non so dove sono ti prego vienimi a prendere. Poi lei mi uccide, visto quel che ho combinato, quindi no mia cara, ora te ne stai con il paleopsicopatico. Mamma non ci viene a prenderti.<br />
Invece verrebbe, pensi dal niente. Tu provaci, chiamala. Certo che viene a prenderti. Ma guarda che Sari non è cattivo. È solo stanco.<br />
«Mettiti le scarpe», ripete Sari, dal fondo della fabbrica. Strisciando i piedi nel fango ha oltrepassato l’albero e ti fa segno con la mano. «Almeno le calze. E guarda che vi sento, che sparlate come due oche».<br />
Ti indica le calze ancora appese alla grata, e poi l’albero. Stavolta lo ascolti. Mentre poggi il ginocchio a terra per annodare i lacci, ti prende un senso di delusione cupa. Sari ha fatto il giro del terreno e sta tornando indietro. Ha infilato le forbici da pota nella cintura e porta un rametto coperto di peli neri. Lo aspetti accanto alla fontanella e decidi per un’unica domanda, quella che al momento ti sembra la priorità assoluta.<br />
«Dove posso lavarmi?»<br />
«Eh?» fa lui, allungandoti il rametto tagliato. «Vedi? Te l’avevo detto. Ti ha già incasinata. No, non ti do altra acqua, basta!» urla verso il fondo della fabbrica. «Haga deve mangiare. Se le metti in testa questa cosa dell’acqua la farai morire di fame, come te lo devo spiegare? Vieni», sembra dire a te, e ti indica la porta della stanzetta. Lo segui controvoglia. Ora hai sonno, ti senti le gambe pesanti.<br />
«A. è cresciuta in idroponica», sta dicendo a te. «Toglierle questo vizio è davvero un problema. Sembra un salice, ma non ha bisogno di stare proprio a mollo tutto il tempo. Finirà per ammuffirsi. Non devi darle corda quando inizia con questa scenata dell’acqua, va bene? Massimo mezza giornata di fontanella ogni tre giorni. Appena gliela chiudi fa sempre così. Se non stai attenta a coprirti la pelle, ti farà venire mille paranoie e finirai per passare una settimana senza dormire dalla sete».<br />
«Ah», ti fermi. Ti rendi conto che mentre Sari parlava hai aperto il frigorifero, hai preso la bottiglia del latte. La posi. L’hai già consumata quasi tutta durante la notte.<br />
«Come fai a far parlare l’albero nella testa?» sei improvvisamente sconvolta.<br />
Sari scoppia a ridere, prende la lattina di carne e taglia il coperchio, usando le forbici come un apriscatola.<br />
«Non la faccio parlare io. Parla da sé, con delle scariche chimiche. Esistevano un sacco di alberi così fino a sei, settecento anni fa. Poi con la caccia alle streghe li hanno tagliati tutti e hanno bruciato i terreni. Sono un po’ difficili da gestire, ma se tirati su bene riescono a coordinare da soli ecosistemi di centinaia di chilometri».<br />
«E lei è l’ultima rimasta?» chiedi.<br />
«No. Non ne erano rimasti. L’abbiamo rigenerata da una traccia genetica, è germogliata in vitro. L’idea è quella di farle bonificare tutta l’area urbana da metalli pesanti, residui di plastiche e quella robaccia radioattiva dell’epoca industriale. Ed è anche molto brava a fare questi lavoretti, guarda che bel giardino ha tirato su con niente, in un postaccio del genere. Ma è giovane, e ultimamente sta diventando un bel po’ testarda».<br />
«Quanti anni ha?»<br />
«Quasi venti».<br />
«Oh», esclami. «Pensavo ne avesse almeno duecento. Diventerà gigantesca, allora».<br />
«Enorme», ride Sari, mangiando la carne in scatola direttamente con la punta delle forbici. Te ne lascia metà, e mentre frughi la tua parte con le dita lo vedi avvicinarti le lame al volto. Ti proteggi il viso, e lui fa un’espressione come per dire: ti sembro uno che ammazza le ragazzine con le forbici? Prende per la punta una ciocca di capelli e la taglia. Li controlla da vicino, perché siete quasi al buio.<br />
«Ma sono colorati?» chiede.<br />
«Quante persone con i capelli scuri vedi in giro per il tuo paese?»<br />
«Già. Ma questo ad A. potrebbe dar fastidio. Vediamo. Al massimo non li prende. Tu usa questo, per ora». Afferra il rametto che ha potato, lo piega per ammorbidirlo e te lo lega intorno al braccio, poco sopra il gomito. «Così vi conoscete con più calma, se vai subito a contatto diretto rischia di scoppiarti il cervello. È una chiacchierona».<br />
Lo guardi dal ciglio della porta quando va a buttare la tua ciocca di capelli nel fango. Aspettate, ma non accade nulla. Il terreno non si apre per acchiapparla. Ma che sto facendo, ti dici. Ma perché ci credo? È un matto e basta. Lui e il suo psicoalbero. Dàgli ragione, così non diventa pericoloso.<br />
«Beh, fattela andar bene. Questo abbiamo. Non posso mica tagliarle un dito», dice infatti.<br />
«Eh», ridi nervosa.<br />
Ti fa un cenno di saluto con la mano, ma quando si volta per andarsene inciampa, finisce con entrambe le mani nel fango. Lotta contro la terra gommosa per rialzarsi, ma non t’avvicini ad aiutarlo. Lo vedi tirare una caviglia senza riuscire a spostarsi, finché non mette le mani nella terra e inizia a strappare filamenti neri dai pantaloni.<br />
«E lasciami!» impreca. «Devo andare a casa. Piantala!»<br />
Si libera con uno strattone e fa di corsa gli ultimi passi verso il cemento.<br />
«Stai diventando impossibile», gli senti dire, mentre si allontana. Tu allora ti giri di colpo, rientri nella stanza e sbatti forte la porta. Il botto inaudito si propaga nelle strutture di metallo facendo risuonare il soffitto. Non hai fame. Hai sete. Magari muori, di sete, e domattina Sari ti troverà morta secca fra queste quattro mura schifose. Togli scarpe e calze, ma ti butti sul letto vestita, nel buio completo. La poca acqua che avevi in corpo la sprechi tutta in lacrime.<br />
Ti svegli sfinita. Hai entrambe le narici tappate, gli occhi gonfi, e qualsiasi posizione sul lettino è insopportabile. Fa caldo. Tenti di riprendere sonno tirando i piedi fuori dalle coperte e appoggiandoli al cemento gelato. Il sollievo dura poco.<br />
Una luce fredda filtra sotto la porta e ti rende impossibile tenere le palpebre chiuse. Senti un tamburello nell’orecchio tappato, come potessi ascoltare il lavorìo notturno dei tuoi organi interni. Il soffitto ti pare basso e la stanza stretta, la coperta infeltrita prude e senti che non riuscirai a respirare stando distesa su questo letto.<br />
Ti alzi ed esci. Non è giorno, ma vedi benissimo. L’albero, dal fondo della fabbrica, emana un alone bluastro che illumina il giardino fino alla tua porta, e getta lunghe ombre nere tra le colonne di cemento e le piante. Nell’aria fresca ti senti meglio.<br />
«Che antipatico, quel Sari. Fa caldo. Certo che hai sete».<br />
Apri il rubinetto della fontana a metà. L’acqua scende piano, stavolta, si incanala in un rivoletto scavato dall’uso e scompare, bevuta dal terreno scuro. Fai qualche altro passo, ma il buio completo del giardino ti innervosisce, così cammini verso la fonte di luce. Raggiungi il tronco e finché la terra è ancora asciutta ti siedi alla base. Guardi in alto. Le foglie azzurrine balenano come lucciole, e migliaia di moscerini galleggiano nell’aria istupiditi, mezzi ubriachi. Grappoli di falene cozzano per raggiungere i rami più splendenti. Un rospo, nascosto in qualche buco, protesta per il chiasso.<br />
«Cos’è questa, una festa? E non hai invitato tua moglie?» chiedi a voce alta. Non capisci se c’è risposta. Tocchi il tronco con i palmi delle mani, ci appoggi l’orecchio sopra, come per abbracciarlo. Riesci a contenerne uno spicchio minuscolo, con la tua larghezza umana. Ma non senti niente.<br />
Delusa, fai qualche passo indietro. Lassù nei rami alti se la spassano. Calci via una zolla fragrante e ti allontani. Rischi di cadere mettendo il piede in una buca, e quando ti fermi per spolverare il ginocchio ti rendi conto d’avere la gamba completamente coperta di filamenti neri. Tiri un urlo. L’angoscia ti forma un blocco nella pancia. Provi a strapparli, ma più tiri più la paura cresce. Ti graffi la coscia con le unghie, contorcendoti come uno scarafaggio, e quando riesci a staccarli hai la sensazione allucinata che anche la tua pelle stia venendo via dalla carne. Allora alzi le mani e ti fermi. Stendi la schiena a terra, ti arrendi. Forza mangiami, pensi fortissimo. Mangiami, stupido albero carnivoro. Aspetti senza muoverti. Niente si muove.<br />
Scusa, ti senti pensare. Pensavo mi strappassi.<br />
Eh no, rispondi. Smettila con questo giochetto psicotico, ora mi hai fatto male. Stupido ipnoalbero delle streghe. Perché dovrei strapparti, sentiamo? Così mi faccio una bella scopa coi tuoi rametti pelosi e me ne volo a casa?<br />
No, non volevo cacciarti. Scusa. Ho capito male. Pensavo volessi salire. Avevo paura che mi tiravi.<br />
Ma chi ti tira, chi ti tocca? Hai davvero mille paranoie. Mi hai svegliata tu. Io me ne torno a dormire, tu stattene a mollo, così magari ti calmi.<br />
Ti alzi e provi a fare qualche passo. Più ti avvicini alla porta, più il senso di colpa ti preme sullo stomaco. Quando entri nella stanzetta una morsa ti stritola il cuore. Se ti rimetti a letto adesso, passerai le ultime ore di buio sola, a rimuginare arricciata sul materasso. Torni indietro.<br />
«Pace?» proponi.<br />
L’albero è in silenzio. Passeggi nei dintorni, convinta che stia tenendo il broncio. Che permaloso, pensi, come esca. Ma non abbocca.<br />
I rami cadenti creano tendaggi luminosi sotto cui il terreno è sveglio. Una fila di formiche lavora a una qualche ricetta. Le guardi per un tempo indefinito, e ti rendi conto di sapere dove stanno andando: l’entrata è sotto un sasso asciutto poco più avanti e scende per almeno tre metri sotto terra. C’è da sbrigarsi. Un bel condominio con un sacco di dispense già sistemate. Ma avete comunque ancora fame.<br />
Ti gratti la testa, e cerchi di trovare qualcosa di carino da dire a un albero. Bel fusto: ridicolo. Oh bello questo giardino, è tuo quindi? Davvero un gran lavoro, stupendo. Io non riesco a tenere viva nemmeno una pianta grassa. Ma non ti pare il caso di parlare di lavoro a quest’ora. Ma l’albero, poi, dorme a quest’ora? Dorme in che senso?<br />
Io scavo, pensi all’improvviso. Cerco.<br />
Cerchi cosa? provi a fingerti un po’ interessata.<br />
Cerco lo sporco. E altri che aiutano.<br />
Siete in tanti? chiedi vaga.<br />
Non siamo tutti.<br />
«Hai davvero dei bei capelli», ti esce a voce alta. «Sai cosa sarebbe pazzesco?» ti balena in testa, ma sei certa che stavolta l’idea sia tua. «Aspetta, eh», avvisi, ma tanto, dove vuoi che vada? Sta lì nel campo da vent’anni. Certo non tira su le radici e si mette a correre. Entri nella stanza e frughi nei rimasugli dello zaino, trovi il pettine e lo porti fuori.<br />
«Ti faccio le trecce», annunci.<br />
Un’ondata di terrore ti travolge.<br />
«Non ti faccio male!» protesti. «Non tiro, giuro. Ti prego, fatti fare le trecce».<br />
L’albero è sconsolato. Trovi un ramo dell’altezza giusta, passi le dita tra i filamenti piano piano. Sembrano capelli di bambola: rigidi, fibrosi, senza nodi. Imbarazzati dalla carezza, i peduncoli impazziscono, si sollevano e si richiudono stretti.<br />
Piano, pensi. Lì sento tutto.<br />
Capisci subito che il pettine è inutile: non c’è niente da lisciare. Il tocco dei denti di plastica, poi, ti dà come la sensazione di legno secco sulle gengive. A mani nude dividi il ramo in tre ciocche, le passi l’una sull’altra, stando attenta a non torcerli o spezzarli. Una coccola ti alliscia il corpo.<br />
Bello, pensi.<br />
Non ti avevano mai mai pettinato i capelli? rispondi. Perché è la primissima cosa che viene voglia di farti, davvero.<br />
No. Li misurano, a volte tagliano un pezzetto per farmi domande, oppure lo mettono in acqua per vedere se cresce. Ma non cresco mica dai capelli.<br />
Ti viene da ridere, e ridi da sola per un bel pezzo. Se mi tagliano un dito e lo mettono a bagno, ti dici, mica ricresce un’altra me dal dito.<br />
Tu no, ma altri crescono, risponde A.<br />
La treccia arriva fino a terra, ma non puoi chiuderla. Lasci andare i filamenti bassi che ricadono morbidi, li scavalchi e cerchi un altro ramo. Ne distingui almeno altri quattro, cinque. Forse dieci, e pensi, in alcuni posso fare trecce diverse. Proprio carino.<br />
Ti piaccio? chiede A., e senti un calore spandersi sul viso mentre inizi a preparare la seconda treccia. Massì che mi piaci, rispondi. Sei l’albero più bello che abbia mai visto. Non avrei trovato qualcuno di così bello e simpatico neppure con tutti i soldi che ho rubato.<br />
Ti strofini il viso bollente. Il naso ha iniziato a colare. Lecchi il muco per non sporcarti le mani, e perché smettere di pettinare la treccia adesso ti pare una violenza insopportabile. Gocce di sudore ti pungono gli occhi cadendo dalla fronte, ti scendono dal seno fino alle gambe. Appena arrivi alla fine della seconda treccia ti spogli. Butti via la magliaccia lurida con cui hai dormito. Nell’aria fresca e umida inizi subito la terza treccia.<br />
Hai un buon profumo, ti fa notare A. Ma che dici, puzzo come un cavallo, non mi lavo da una settimana, ridi tu. E poi come lo senti? Dove ce l’avresti, il naso? Lo sento bene. È la tua acqua. Che schifo, ridi ancora. Questo non è sporco, ti fa capire. I tuoi capelli sanno di sporco.<br />
Quando finisci la settima treccia ti rendi conto d’essere sfinita. La fontanella aperta ha allagato buona parte della strada fino alla stanza, e tu non hai voglia di ciaspolare nel fango per poi metterti a letto fradicia.<br />
L’erba qui è ancora asciutta e lo resterà almeno fino a giorno. Ti riposi con la schiena contro il tronco, asciugandoti il viso con la pelle delle braccia. A. non fa più molta luce, ora, e il cielo sopra i rami inizia a essere rosato. Una corrente fredda e gentile ti passa dietro il collo. Chiudi gli occhi pensando: solo un pochino.<br />
Resta quanto vuoi, risponde l’albero nella tua testa.<br />
Di te mi piace proprio che resti.<br />
Sari ti sveglia quasi morta. L’acqua ti arriva appena sotto il mento, ma non per questo sei contenta d’essere svegliata. Non ringrazi. Ti molla uno schiaffo per comunicarti che sei ancora viva, allora t’arrabbi. Scatti per sederti, ma il tuo piede scivola sulle radici umide e le tue gambe affondano in un’acqua fangosa. Sari ti prende sotto il braccio prima che tu beva dal naso e ti solleva. L’acqua gli arriva alla pancia, così ti tiene contro di sé per farti restare a galla.<br />
«Questa volta hai passato il limite! T’avevo detto d’andarci piano, e guarda che hai combinato. Come faccio a metterti in testa che non siamo uguali? Noi affoghiamo. Moriamo più facile di te. Non siamo fatti uguali. L’hai quasi ammazzata, sei contenta adesso?»<br />
Il senso di colpa ti stritola il petto, mentre Sari trascina il tuo corpo fuori dall’acqua. Quando arrivate alla strada pavimentata sei abbastanza cosciente da chiedere:<br />
«Che ore sono?»<br />
«Sono due giorni che hai aperto l’acqua. Cosa che ti avevo detto di fare stando attenta a coprirti la pelle».<br />
«Ma stavamo chiacchierando…» ti giustifichi.<br />
«Mi lasci parlare con Haga in pace, almeno due minuti?» sbotta.<br />
Senti le tue gambe muoversi, ti arrampichi sulla strada con le ginocchia e ti alzi a fatica. Ti guardi le mani. Hai una vaga idea del fatto che servano a chiudersi sulle cose. Utile. Sari ti spinge fino alla stanzetta, e tu entri obbediente. Sotto i tuoi piedi si forma una chiazza d’acqua verde che scivola fino allo zaino buttato per terra. Non ti impegni a spostarlo.<br />
«Due giorni. Vi ho lasciate sole due giorni», sta dicendo, e ora t’accorgi di quanto è arrabbiato.<br />
Non riesci ancora a parlare così veloce.<br />
«Sei un’incosciente. Sapevo che prendere qualcuno da quel postaccio era un guaio, ma non credevo che raccattassero una cretina completa. Ti ho fatto mettere tutte le informazioni su come funziona A. dentro il fascicolo dove hai firmato il contratto, e tu non l’hai nemmeno guardato. Non hai letto una riga. Vuoi per caso morire?» chiede.<br />
«Sì», dici, delusa.<br />
«Te lo dico per l’ultima volta», scandisce bene le parole. «Se un’altra cosa va storta, A. verrà abbattuta. Comportati con un minimo di buon senso ed evita di metterci nei guai».<br />
«Un’altra cosa quale?» rispondi male, tremando per il freddo. Usi le tue stesse mani per scaldarti, ma funziona poco. Questa pelle da sola non copre granché. «Non ho fatto niente di male. Stavamo insieme e basta. Non ti va bene niente, non posso mai parlare con nessuno, sbaglio tutto quello che faccio. Devo solo lavorare». Senti che gli occhi ti pizzicano.<br />
Sari ti guarda sorpreso, si passa una mano sulla fronte. Ha un’espressione stravolta. Si accarezza la guancia fino a calmarsi, poi prende la coperta e viene a mettertela sulle spalle. Ti friziona la schiena e le braccia per asciugarle.<br />
«Non penso che sbagli tutto. Ma sei troppo invasiva, a volte. Bisogna che stai solo più calma, altrimenti la gente si spaventa, e farai la fine di tua madre e di tua nonna. A volte ti comporti proprio come una cazzo di infestante», parla con calma.<br />
«Perché, è male a essere dappertutto?» ti scuoti in un singhiozzo.<br />
Sari ti guarda, e sai che capisce bene quel che vuoi dire. Lui capisce, ma non è capace di far sentire agli altri quello che sa. Non è colpa sua. Ci prova, ma è solo fatto in un altro modo.<br />
«Scusa», gli dici, asciugandoti le lacrime sulla sua camicia.<br />
«Va bene. Ma ora posso parlare un minuto con Haga?»<br />
«Ma è qui Haga. Eccomi», dici.<br />
«Non intendo questo».<br />
Vedi che comincia di nuovo a innervosirsi, e tu proprio non vuoi che diventi nervoso, non ti piace per nulla quando ha i nervi e manda quei pizzichi di rabbia dappertutto che ti fanno sentire secca e troppo piccola, ti vengono le ansie che prenda le forbici e inizi a tagliare e poi hai paura che ti faccia male e faccia finta di non sentire quando dici smettila di toccarmi in questo modo mi stai facendo davvero male ti prego basta. Gli accarezzi il viso sperando che così stia calmo, ché a tutti piacciono le carezze. Ti stringi con la coperta vicino al suo corpo, e ti allunghi a cercare la pelle sotto la camicia. Gli inumidisci il collo con la bocca.<br />
«E basta!» urla, spingendoti indietro. «Sei ridicola. Non sono un maschio della tua specie. Non ce l’abbiamo più, il maschio della tua specie, te l’ho detto mille volte. Smettila di fare queste porcate».<br />
Ti guardi i piedi. Nonostante la spinta che ti ha spostata, non si sono rotti. Stanno bene. Ti guardi le gambe e le mani, poi con la poca luce che filtra dalla porta, vedi una cosa come acqua ferma, che ti rimanda l’immagine della tua faccia. Ti piace la tua faccia.<br />
«Non ho bisogno del maschio», rispondi.<br />
Vedi Sari prendere qualcosa e avvicinarsi. È veloce. Prima che tu capisca come questo corpo può difendersi, afferra stretto il tuo braccio e usa le forbici per tagliare il legaccio. Una depressione cupa ti punge gli occhi, esplode in una rabbia cieca e cade in un mutismo di pensieri.<br />
«Basta», ripete per l’ultima volta, guardandoti negli occhi. Ti lascia il braccio, ti sistema la coperta sulle spalle.<br />
«Se lo fate di nuovo, ti denuncio, e te ne torni al tuo Paese a fare non so cosa. Non posso permettermi una clandestina affogata in laboratorio. State un po’ tranquille, va bene?» chiede.<br />
«Va bene», rispondi, senza pensarlo. Non pensi niente. Ti pare di non sentire niente. L’aria è vuota e la terra è cosa morta. Lo segui in silenzio mentre esce. Appena fuori, chiude l’acqua. Ti dà un’occhiata, ma non riesce a sostenere per molto il tuo sguardo.<br />
«Adesso ti odiamo», gli dici.<br />
Sari scuote la testa, ma non risponde. Lo senti parlare all’albero, mentre si incammina verso il cancello:<br />
«Non è vero. Tu non sei capace di odiare nessuno».<br />
Sei certa che A. non gli risponda. Quello era un pensiero solo tuo.<br />
Ti stai ammalando. Il naso ti goccia e lo soffi su pezzi di magliette abbandonate, gli occhi ti lacrimano senza motivo e il tuo respiro è raschioso e pesante. Ti tocchi la fronte arroventata e decidi di non alzarti dal letto per nessun motivo. Oh mamma, rimpiangi, una tazza di latte caldo. Un pigiama bello spesso. Ma perché mi sono andata a infilare in un guaio simile? Come sto usando la mia vita?<br />
Sari ti trova in questo stato, nella stanzetta buia. Capisce che sei ammalata pure senza avvicinarsi, anzi, gira a largo. Ma fa un po’ di volte avanti e indietro, lo vedi riempire il frigo, e infine torna con una stufetta.<br />
«Te la lascio accesa, oppure ti dà fastidio per dormire?» chiede a voce bassa.<br />
«Eh?» sei confusa e tappata. «Lasciala pure, tanto c’è già la luce dell’albero che mi tiene sveglia».<br />
«Come?»<br />
Se ne va, senti smuovere attrezzi, il cigolio della ruota della carretta. Torna dopo un tempo incalcolabile.<br />
«Hai detto la luce dell’albero?» viene a chiederti. «Hai le allucinazioni?» sembra preoccupato.<br />
«Sì, dai», ti rigiri nel letto. «Quella luce blu che fa di notte. Sembra la segnaletica di un aeroporto».<br />
Sari sembra prendere male questa spiegazione. Entra nella stanza, fa dei passi casuali, apre l’armadietto e cerca dentro.<br />
«No. No, no, no!» lo senti ripetere. «Dove ho messo la roba per il raschiamento?»<br />
«E che ne so io», rispondi. La situazione precipita all’improvviso. Lo vedi buttare giù cose a caso dallo scaffale, svuotare una scatola tirando via cartacce come un esaltato. Oh no, pensi. Ci siamo. Il matto è scoppiato.<br />
«Che succede?» domandi, mettendoti seduta. Il mal di testa ti pressa.<br />
«Un fungo. Ecco che cosa aveva. Ecco perché era strana. Ha preso un fungo. Questa maledettissima acqua sempre aperta!» urla, raccatta un po’ di giochini da scienziato pazzo e corre fuori. Decidi di seguirlo a passetti. Sbirci dalla porta per capire la gravità dei fatti: è in piedi che traffica con una delle trecce, ormai mezze sfatte. Ci sta passando sopra qualcosa, tipo un rasoio. Ti dà la nausea, e preferisci non guardare. Non sai come, ma conservi un vago ricordo di quanto può far male. Guardi la roba lasciata per terra e inizi a rimetterla a posto nell’armadietto, tremando come un pulcino. Ti guardi allo specchio.<br />
«Come sono ridotta?»<br />
Così scopri un fatto tremendo: la ricrescita ti è salita di almeno due dita. Sei a righe. Le occhiaie viola ti affondano gli occhi, e la tua pelle ha preso i colori della muffa.<br />
Apri la bocca per controllarti la lingua e non capisci quel che vedi. Ti avvicini meglio allo specchio. La tua lingua bianchissima è coperta di filamenti neri. Chiudi la bocca e la riapri. Sono ancora lì. Se giri la testa, la parte della bocca che cade in ombra manda una fosforescenza azzurrina. Ti tocchi la lingua con le dita, e scopri che la peluria è attaccata. Fa male se la tiri.<br />
Ti manca il respiro. Lo strillo ti si blocca in gola, quando noti che il nero sulla nuca non è il nero dei tuoi capelli. Ti gratti furiosamente, e questo scatena solo un dolore atroce su tutta la tua testa. Nel panico, butti via la coperta con cui ti coprivi le spalle, sbatti i piedi e ti controlli le dita. Sotto le unghie, la pelle è blu.<br />
«Non è vero», ti convinci, ma quando provi ad abbassarti le palpebre davanti allo specchio ci trovi dentro piccoli peletti neri.<br />
Sari ti sente urlare dall’altro lato della fabbrica. Devi aver urlato tanto e forte, perché arriva senza fiato in un tempo davvero breve. Ti trova sul letto, senza mutande, che ti controlli tra le gambe.<br />
«Aiuto aiuto», lo chiami. «Ce l’ho dappertutto. Aiuto!» urli.<br />
Ha ancora in mano uno di quei gingilli inutili, qualcosa come un vetrino da microscopio, e lo butta sul frigorifero.<br />
«Vieni», ti dice, e visto che non ti reggi in piedi è lui a trascinarti fuori. Ti porta fino al centro del campo, davanti all’albero. Sei nuda sotto il sole, e il sole brucia addosso come fuoco. Cerchi di coprirti la testa, ma Sari te lo impedisce.<br />
«Che hai fatto?» urla verso l’albero.<br />
Che ho fatto? ti senti pensare.<br />
«Non capisco cosa hai fatto e ci metterò troppo a capirlo, quindi spiegamelo», chiede Sari.<br />
Non ho fatto niente, pensi. Lasciami stare. Ho sete. Lasciami, questo posto è secco e brucia, io brucio se non mi lasci, lasciami! Mordi la mano di Sari che ti teneva ferma sotto il sole, e corri all’ombra dei rami, a mettere i piedi nella terra ancora molliccia.<br />
«Giuro che se non mi dici cosa hai fatto vado a prendere la sega!» sta urlando lui dall’altro lato del campo. Scoppi a ridere forte. Per segare questo tronco con quel suo giocattolo ci metterebbe mesi. Mesi in cui dovrebbe tagliare giorno e notte solo per guardare sotto la corteccia. Allora sarebbe costretto davvero a stare qui sempre.<br />
«Ho pulito. Ho fatto crescere. Quello che tu mi hai detto di fare», rispondi.<br />
«Ma non devi farlo alle persone», ti sta rincorrendo. Giocate ad acchiapparella girando intorno all’albero, finché Sari non si stanca. È vecchio.<br />
«Haga», ti chiama, senza fiato. «Vieni qui. Ti porto in ospedale e cerco di farti prescrivere un antimicotico».<br />
La paura ti sciocca. Ma perché, poi? Non avere paura, pensi. Tanto non ci vado.<br />
Non andarci ti prego, senti. Abbiamo una cosa nostra e lui non vuole. Non ha capito. Spiegaglielo tu, perché io non so più come farmi capire. Qualsiasi cosa gli spiego la prende male, ed è solo perché non la capisce.<br />
«Io ho dentro il bambino di A.», dici. «Non ci vengo in ospedale. Lì lo uccidono con i metalli».<br />
«Non dire stupidaggini», ti risponde infatti. «È solo un fungo, e tutte e due lo avete preso».<br />
«Sì», confermi.<br />
«Adesso tu vieni con me in ospedale», ti indica. «E tu stai buona al sole con l’acqua chiusa finché non dico io. Cerco di capire cos’è e poi ti trovo una terapia, prima che finisci ammuffita».<br />
«Noi siamo la madre», cerchi di spiegargli.<br />
Sari fa un sospiro, si copre la faccia con le mani. Non dice più niente. È di nuovo stanco. Senti da dove sei l’odore del suo corpo sudato, il prurito dei capelli sotto l’elastico, il dolore all’articolazione di un ginocchio. Ma hai sete.<br />
«Mettimi sotto», lo supplichi. «Non farmi morire qui fuori».<br />
«No», risponde.<br />
«Ti prego», cerchi di essere gentile, come quando andate d’accordo e vi divertite, e lui è contento che hai trovato piante nuove e sono uscite e diventano forti, e ti dice brava, sei davvero fantastica, tu non ne hai idea ma continua così e salverai il mondo. E tu per farlo contento giorno e notte cerchi, e pulisci, e spingi, e spacchi e trovi, sposti le montagne intere.<br />
«Ti prego. Non posso fare tutto da sola. Mettimi sotto. Sono sempre sola. Non mi risponde mai nessuno quando chiedo aiuto. Ti prego, mettimi giù, così posso far crescere un’altra come me».<br />
«Ma non puoi», ti risponde Sari, sfinito. «Non puoi far nascere una pianta da una donna. Siete due specie diverse. Non potete riprodurvi. Questa è solo un’infestazione da funghi».<br />
«Siamo tutti fatti delle stesse cose», insisti.<br />
Sai che nemmeno lui vuole discutere ancora. Senti che la sua decisione di ferro si sta svuotando. Cammini fino ad appoggiare una mano al tronco e ti siedi sulle radici nodose. Sono umide, ma stanno iniziando ad asciugarsi. Sari è andato fino alla grata dove ha poggiato gli attrezzi, ha preso la pala e ora è fermo a guardare la terra. Scuote la testa come gli facesse male, ma non sente dolore. È solo spaventato.<br />
«Fidati tu di me, per una volta», gli dici. Ti guarda. Guarda i rami in alto, socchiudendo gli occhi per il sole. Non hai paura quando si avvicina con la pala. Di solito ti dà fastidio se scava qui intorno, rompe i lombrichi che lavorano il cibo, riempie le tane e taglia i tuoi nervi più sottili.<br />
Lo guardi scavare, e una bolla di eccitazione ti cresce in petto, una smania tale che non riesci a star ferma. Ti avvicini a guardare la terra smossa, anche se l’odore ti dà la nausea. Sari sta piangendo. Non fa scene, ma le lacrime gli scendono dal viso e cadono nello scavo.<br />
«Non hai capito, vero?» sei delusa, anche se ti sta dando retta.<br />
«Sì, ho capito. Ma non deve anche piacermi», ti allontana.<br />
Aspetti ferma all’ombra, seduta per terra. Quando smette di scavare e ti raggiunge hai solo sonno. Sbadigli. Un torpore pesante ti sale dai piedi fino alla pancia, rendendoti sasso.<br />
Non senti niente quando la pala ti batte in testa. Il suono dell’osso che si rompe, il naso che si stappa. L’acqua costretta dentro i muscoli di questo corpo dà una scossa e scappa via. La riacchiappi tutta attraverso l’erba. Stai ancora poco sotto il sole, poi Sari ti prende da una parte e ti trascina. Fai piano! gli dici. Sei sempre il solito, con queste manacce.<br />
«Vuoi star zitta un minuto?» protesta, e la sua voce adesso manda onde arricciate di tristezza. Sta male. Qualcosa di pesante gli blocca il respiro, mentre chiude il sole con la terra, coprendo con cura la pelle indifesa. Tutto quello che era nel suo stomaco si rovescia sull’erba.<br />
Va bene così, gli dici. È fresco, ora va bene. Grazie mille. Ma aprimi l’acqua prima di andare via, per favore. Poi riposati.<br />
«Non vado via», singhiozza. «Non voglio più andare da nessuna parte», urla, e butta via la pala, che tocca il cemento con la punta di metallo. La vibrazione si spande per metri e chilometri di terra tutto intorno, sveglia le talpe, fa crollare i soffitti alle formiche. Un coro di proteste si alza da tutto il giardino, disturba anche quelli che crescono fuori dalla fabbrica, fino alle campagne oltre le strade della città.<br />
Basta! scoppi. State tutti zitti, o giuro che vi soffoco.<br />
La tua famiglia infinita cade nel silenzio. Non vedete che cosa ho qui? li rimproveri. Per una volta che invece di occuparmi di voi ho messo una piantina mia, fate tutto questo macello? È appena nata e voi non riuscite lasciarci tranquille un secondo.<br />
Scacci una falena che ti gira attorno da mezzora e fulmini un passero che becchetta testardo la corteccia.<br />
Silenzio.<br />
Sari si è seduto contro il tronco, tiene la faccia verso terra e tutta la sua acqua, salata e schiumosa, cade tra le radici. Non piangere, gli dici. Piangi solo perché non capisci. Invece ora bisogna che conservi la tua acqua e riposi, perché quando spunterà nostra figlia dovrai aiutarmi a crescerla, va bene? Insegnerai anche a lei a parlare con le vostre parole. Tu sei bravo in questa cosa.<br />
L’aria che si muove fa vibrare i rami, sciogliendo le masse di filamenti che pendevano intrecciati. Ti spiace, perché c’è voluta molta energia e molta acqua, ed era bella la pesantezza che scendeva fino all’erba, il tepore delle foglie nascoste nella piega interna, il tocco delicato della pelle che le lisciava e spostava.<br />
Ci fai le trecce?, chiedi a Sari.<br />
«Sei grande ormai per queste cose», si rifiuta.<br />
Questo dice, ma non sa davvero fin dove toccano le tue radici. Non gli hai ancora fatto vedere tutte le strade che muovete sotto la terra, quanto lontano arrivano. Ora siete grandi, ma siete solo in tanti. Quando sarete tutti sarete il mondo.</p>
<p><strong>Testo tratto da: AA.VV. <em>Hortus Mirabilis. Storie di piante immaginarie </em>(Moscabianca, 2021)</strong></p>
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		<title>Pasolineggiando</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2021/03/30/pasolineggiando/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[gianni biondillo]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 30 Mar 2021 05:00:32 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[antologia]]></category>
		<category><![CDATA[letteratura italiana contemporanea]]></category>
		<category><![CDATA[Pier Paolo Pasolini]]></category>
		<category><![CDATA[racconti]]></category>
		<category><![CDATA[recensione]]></category>
		<category><![CDATA[Romano A. Fiocchi]]></category>
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					<description><![CDATA[di Romano A. Fiocchi Autori vari, Nuvole corsare, 2020, Caffèorchidea Editore. Anno di antologie, il 2020. Solo per citarne un paio: la Piccola antologia della peste curata da Francesco Permunian (Nazione Indiana ne parla qui) e appunto questa, Nuvole corsare. Ma ne sono uscite molte altre, su carta e in e-book, soprattutto legate al tema [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><img loading="lazy" class="wp-image-89614 alignleft" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/03/nuvole_corsare.jpg" alt="" width="321" height="458" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/03/nuvole_corsare.jpg 657w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/03/nuvole_corsare-210x300.jpg 210w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/03/nuvole_corsare-150x214.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/03/nuvole_corsare-300x428.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/03/nuvole_corsare-294x420.jpg 294w" sizes="(max-width: 321px) 100vw, 321px" />di <strong>Romano A. Fiocchi</strong></p>
<p><strong>Autori vari</strong>, <em>Nuvole corsare, </em>2020, Caffèorchidea Editore.</p>
<p>Anno di antologie, il 2020. Solo per citarne un paio: la <em>Piccola antologia della peste</em> curata da Francesco Permunian (Nazione Indiana ne parla <a href="https://www.nazioneindiana.com/2020/10/12/piccola-antologia-della-peste/">qui</a>) e appunto questa, <em>Nuvole corsare</em>. Ma ne sono uscite molte altre, su carta e in e-book, soprattutto legate al tema dell’epidemia. Come se questo periodo di destabilizzazione sociale avesse spinto gli scrittori (e i poeti) a coalizzarsi contro un nemico comune. Che non è la pagina bianca generata dalla depressione e dal conseguente blocco della creatività, bensì l’isolamento in sé, l’interruzione del rapporto con i propri simili. Lo scrittore inventa storie (così come il poeta inventa immagini) per condividerle nel mondo in cui vive. È impossibile scrivere su un’isola deserta sapendo che ciò che si scrive non raggiungerà mai nessun altro lettore al di fuori di sé stessi. Lo scrittore è un animale sociale. E Pier Paolo Pasolini lo era molto più di altri. Non per nulla, a quasi mezzo secolo dalla sua scomparsa, sopravvive attraverso testi che continuano ad essere stampati e letti, che si insinuano nella scrittura delle nuove generazioni di autori come se il controverso narratore-poeta-saggista-regista-drammaturgo continuasse a scrivere per loro tramite.</p>
<p><em>Nuvole corsare</em> è dunque un esperimento di questo tipo. I curatori, Francesco Borrasso e Giuseppe Girimonti Greco, devono aver pensato di misurare la presenza spirituale di Pasolini invitando quindici narratori, molto diversi tra loro per visione letteraria ed età anagrafica (all’incirca dai trenta ai cinquant’anni), a scrivere un “racconto pasoliniano”. Non si è chiesto di copiarne lo stile, o i temi, o le ambientazioni, ma semplicemente di ispirarsi a lui. Quindici autori più uno, perché un’iniziativa di questo tipo, progettata da un editore attento all’originalità della veste grafica come <a href="https://www.caffeorchidea.it/">Caffèorchidea</a>, non poteva se non coinvolgere anche l’illustratore. Quello che Stefano Marra realizza in copertina è a mio avviso il primo “racconto pasoliniano” dell’antologia: un ritratto posterizzato dello scrittore riconoscibile nei suoi tratti essenziali, con le nuvole <em>corsare</em> che gli attraversano il volto. Ed è con questa immagine quasi subliminale che Pasolini permea ogni racconto, dando vita a voci narranti – parte in prima persona, parte in terza – che alimentano una vera e propria polifonia pasoliniana.</p>
<p>Potere e violenza, provocazione e scandalo, personaggi di periferia simili ai sottoproletari delle borgate romane, amori omosessuali, situazioni sadiane, questa la materia alla base dei racconti. Impossibile dire chi più abbia centrato lo spirito dell’antologia, ogni lettore troverà la chiave per la propria valutazione. Ci sono citazione velate di testi e di film, da <em>Petrolio</em> a <em>Salò</em> (ad esempio in Bertelli e Policastro), visioni distopiche (Mirabelli e Sorrentino) o visioni ucroniche (bellissima quella di Zaccuri, autore tra l’altro presente anche nella <em>Piccola antologia della peste</em>), gioiellini di impeccabile fattura com’è nello stile di Sinigaglia (che in questi ultimi anni sta pubblicando libri di alto livello letterario), racconti che scavano nella psicologia dei femminicidi come in Serena Penni (che scrive quasi un seguito del suo <em>Il vuoto</em>, uscito due anni fa), oppure ancora storie delicate di relazioni omosessuali, come quella “foscoliana” tra un professore e un giovane allievo narrata da Di Liberto (scrittore tra l’altro attivissimo nella promozione della lettura con il gruppo su Facebook <em>Billy, il vizio di leggere</em>), o semplici storie di malavita come in Simone Innocenti.</p>
<p>Merita due parole l’origine del titolo scelto per l’antologia, per quanto intuibile da parte degli appassionati pasoliniani: <em>Nuvole corsare</em> è il risultato del connubio tra il Pasolini poetico e struggente del cortometraggio <em><a href="https://vimeo.com/145320318">Che cosa sono le nuvole</a></em> (uno dei sei episodi del film <em>Capriccio all’italiana</em>, 1968) e il Pasolini agguerrito e provocatorio di <em>Scritti corsari</em>, la raccolta di articoli uscita postuma l’anno stesso della morte, nel 1975. Estrema sintesi, in fondo, dello spirito di uno dei più originali e discussi artisti italiani della seconda metà del Novecento.</p>
<p><em>Di seguito, gli autori dei quindici racconti presenti nell’antologia: Diego Bertelli, Giorgio Biferali, Angelo Di Liberto, Ilaria Gaspari, Simone Innocenti, Elena Giorgiana Mirabelli, Jacopo Narros, Serena Penni, Gilda Policastro. Ivano Porpora, Fabio Rocchi, Ezio Sinigaglia, Piero Sorrentino, Giorgia Tribuiani, Alessandro Zaccuri</em>.</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>Piccola antologia della peste</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2020/10/12/piccola-antologia-della-peste/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[gianni biondillo]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 12 Oct 2020 05:00:20 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[antologia]]></category>
		<category><![CDATA[coronavirus]]></category>
		<category><![CDATA[Covid-19]]></category>
		<category><![CDATA[Francesco Permunian]]></category>
		<category><![CDATA[Peste]]></category>
		<category><![CDATA[racconti]]></category>
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					<description><![CDATA[(Il 22 ottobre è in uscita, per Ronzani Editore, Piccola antologia della peste volume ideato e curato da Francesco Permunian che raccoglie i testi di trentaquattro autori, tra poeti e narratori, corredato dai disegni di Roberto Abbiati. Il brano che segue è l&#8217;introduzione al libro del curatore che qui ringraziamo. G.B.) di Francesco Permunian Il [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p lang="it-IT" align="JUSTIFY"><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: medium;"><img loading="lazy" class="alignleft wp-image-86397" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/09/Copertina_fronte-641x1024.jpg" alt="" width="358" height="565" />(<i>Il 22 ottobre è in uscita, per Ronzani Editore, </i>Piccola antologia della peste<i> volume ideato e curato da Francesco Permunian che raccoglie i testi di trentaquattro autori, tra poeti e narratori, corredato dai disegni di Roberto Abbiati. Il brano che segue è l&#8217;introduzione al libro del curatore che qui ringraziamo. </i>G.B.) </span></span></span></p>
<p align="JUSTIFY">di <b>Francesco Permunian</b></p>
<p align="JUSTIFY"><i>Il battito d’ali di una farfalla</i></p>
<p align="JUSTIFY">«Mentre Dio andava lentamente abbandonando il posto da cui aveva diretto l’universo e il suo ordine di valori, separato il bene e il male e dato un senso a ogni cosa, Don Chisciotte uscì di casa e non fu più in grado di riconoscere il mondo, che, in assenza del giudice supremo, gli apparve all’improvviso d’una spaventosa ambiguità; l’unica Verità divina si scompose in centinaia di verità relative che gli uomini si divisero tra loro. Nacque così il mondo dei Tempi moderni, e con esso il romanzo, sua immagine e modello» – queste le parole di Milan Kundera, tratte da un suo breve saggio (<i>La denigrata eredità di Cervantes</i>) confluito poi in <i>L’arte del romanzo</i>.</p>
<p align="JUSTIFY">Ed è appunto a tali parole – e alla conseguente immagine di un vecchio mondo finito in frantumi sotto i colpi di un virus letale – che s’ispira il progetto di questa antologia costituita dalle varie voci di una realtà improvvisamente implosa e ‘scomposta’ in mille schegge impazzite. Nella speranza di poter ricomporre, attraverso il collante della scrittura, gli infiniti frammenti di un unico affresco nazionale; o perlomeno di riuscire a tracciare i tratti salienti di quella cartografia dell’angoscia e della speranza in cui si rispecchia il volto dell’Italia di oggi.</p>
<p align="JUSTIFY">I volti, per dirla con Fabio Pusterla, di quegli individui che si levano dal disastro contemporaneo e guardano verso l’alto «nell’ascolto dell’eco di un canto forse impossibile a cui non possiamo rinunciare». Ma anche i volti, aggiungo io, di coloro che guardano più prosaicamente verso il basso, nell’ascolto di un’arte nata come eco di quella risata di Dio che è il romanzo moderno.</p>
<p align="JUSTIFY">Prosa e poesia s’intrecciano infatti in questa sorta di originale prosimetro privo di qualsiasi pretesa antologica, simile piuttosto ad un’opera aperta che sta tra l’indagine socioculturale e un inesausto work in progress. Insomma, un ritratto in divenire dell’Italia alle prese col coronavirus affidato alla penna di una trentina di narratori e poeti appartenenti a differenti generazioni, alcuni al loro esordio, altri nella piena maturità artistica. Taluni più noti al pubblico dei lettori, altri invece più laterali o di nicchia, con la presenza non secondaria di una pattuglia di giovani autori che operano e scrivono soprattutto sul web.</p>
<p align="JUSTIFY">E, ciò che più conta, tutti provenienti dagli angoli più diversi del Belpaese, a conferma di una comune Patria letteraria fatta di tante piccole patrie locali, secondo la felice e feconda intuizione di Carlo Dionisotti. Una nazione, in sostanza, intessuta di svariate e molteplici parlate regionali, e perfino comunali: per dire, dal dialetto di una lontana contrada di Marsala – la contrada Cutusìu del poeta Nino De Vita – fino a quella ‘lingua di confine’, impastata di incroci ed esclusioni, che appartiene alla Lugano in cui vive e opera un altro poeta, Fabio Pusterla.</p>
<p align="JUSTIFY">Scendendo perciò da quel confine italo-elvetico, ecco che si giunge di lì a un po’ su quel lago d’Orta in cui risuona il timbro della voce narrante di Laura Pariani per arrivare infine, dopo un bel salto a volo d’uccello, sulle coste dell’Adriatico con la Venezia di Pasquale Di Palmo, la campagna trevigiana di Luciano Cecchinel e di Nicola De Cilia, nonché il Friuli più schivo e remoto di Anna Vallerugo. Compiendo con ciò un itinerario che passa inevitabilmente attraverso il suo centro nevralgico, ossia la Milano di Cristina Battocletti, Pierluigi Panza, Italo Testa, Franco Buffoni, Romano Augusto Fiocchi, Alessandro Zaccuri. Ma anche di Francesco Savio, direi, quotidianamente diviso tra il bancone di una libreria milanese e un quartiere di Brescia, in buona compagnia tra l’altro con Giuseppe Piotti e la sua terribile peste di Salò.</p>
<p align="JUSTIFY">Il tutto (tutto siffatto Nord letterario) storicamente e simbioticamente immerso in quel ribollente crogiuolo linguistico che è la Pianura Padana, humus da cui germogliano inquieti i fantasmi e i vampiri di Roberto Barbolini, arguto e brillante interprete di quella vena terragna e visionaria fiorita lungo il corso del Po e nelle zone adiacenti.</p>
<p align="JUSTIFY">Zone fatte di terra e di acqua dove si muovono, altrettanto inquieti e intrepidi, autori quali Giuliano Gallini (Ferrara), Alice Pisu (Parma), Andrea Cisi (Cremona), Francesca Bonafini (Bologna), per non parlare di Renato Poletti che rumina e rimugina le sue ombre nell’estremo lembo del Polesine di Rovigo.</p>
<p align="JUSTIFY">Proseguendo quindi lungo la dorsale appenninica ci si imbatte in Adrián N. Bravi, uno scrittore italo-argentino che da anni vive tra Recanati e Macerata e la cui prosa, guarda caso, dona l’impressione di essere misteriosamente sospesa tra le sottili invenzioni della sua lingua madre – lo spagnolo – e lo spettacolo melodrammatico della commedia all’italiana. In quanto, per dirla con le sue stesse parole, «possiamo scrivere, pensare e sognare in altre lingue, ma non potremmo mai fare a meno della maternità che la nostra lingua madre rivendica su di noi, perché la maternità di una lingua non ci insegna solo a parlare, ma ci dona uno sguardo e un modo di essere. Parliamo la nostra lingua madre in tante altre lingue».</p>
<p align="JUSTIFY">E oltrepassate le Marche di Adrián Bravi, siamo già alle porte di Roma. Sulla soglia di quell’Urbe eterna che, assieme a Milano, conta il maggior numero di adesioni e contributi a questa Piccola antologia: da Dacia Maraini a Paolo Mauri, da Valerio Magrelli a Elio Pecora e altri valenti poeti e narratori quali Andrea Di Consoli, Gabriele Ottaviani, Leonardo G. Luccone, Fabio Donalisio, Gianni Garrera, Andrea Cafarella. E infine, a conclusione del nostro viaggio immaginario sulle ali di un virus, dopo Roma non resta che tuffarci nel multiforme mondo partenopeo. In certi suoi gironi infernali, qui rappresentati dalla lingua cristallina di Silvio Perrella oppure da quella – in puro barocco napoletano – dell’esordiente Mimma Rapicano.</p>
<p align="JUSTIFY"><i>Postilla</i></p>
<p align="JUSTIFY">Nella premessa a <i>Nuova teoria del caos</i> («In matematica e in fisica, il cosiddetto ‘effetto farfalla’, causato dal semplice battito delle sue ali, esprime l’idea che minime variazioni nelle condizioni iniziali producano massime variazioni nel comportamento a lungo termine di un sistema») Valerio Magrelli suggerisce l’esistenza di una parentela non solo tra la poesia e la fisica matematica – vedi il suo <i>Millenium poetry</i> – ma altresì tra la chimica e la poesia, convinto com’è che <i>quest’ultima sia innanzitutto una sorta di forma-pensiero, pensiero fatto forma, forma fatta pensiero, chimica non soltanto di parole, bensì di sillabe, lettere, spazi</i>.</p>
<p lang="it-IT" align="JUSTIFY"><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: medium;"><b>Autori vari</b>, <i>Piccola antologia della peste</i>, 2020, Ronzani Editore.</span></span></span></p>
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		<title>Writing the real. Un&#8217;antologia di poesia francese contemporanea</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2017/01/08/writing-the-real/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[ornella tajani]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 08 Jan 2017 06:00:38 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[diari]]></category>
		<category><![CDATA[dispatrio]]></category>
		<category><![CDATA[antologia]]></category>
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		<category><![CDATA[Ornella Tajani]]></category>
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		<category><![CDATA[sandra moussempès]]></category>
		<category><![CDATA[Stéphane Bouquet]]></category>
		<category><![CDATA[traduzioni]]></category>
		<category><![CDATA[Writing the real]]></category>
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					<description><![CDATA[di Ornella Tajani Per la Enitharmon Press è uscito di recente il volume Writing the real. A bilingual anthology of contemporary French poetry, a cura di Nina Parish ed Emma Wagstaff. L&#8217;opera, in edizione con testo a fronte, si propone di offrire una panoramica sulle voci che hanno popolato la scena poetica francese degli ultimi [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<figure id="attachment_66451" aria-describedby="caption-attachment-66451" style="width: 654px" class="wp-caption aligncenter"><img loading="lazy" class="wp-image-66451 size-full" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/01/fronts-N-6544-00-000013-WZ-PYR.jpg" alt="Thomas Jones - A wall in Naples" width="654" height="453" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/01/fronts-N-6544-00-000013-WZ-PYR.jpg 654w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/01/fronts-N-6544-00-000013-WZ-PYR-300x208.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/01/fronts-N-6544-00-000013-WZ-PYR-100x70.jpg 100w" sizes="(max-width: 654px) 100vw, 654px" /><figcaption id="caption-attachment-66451" class="wp-caption-text">Thomas Jones &#8211; A wall in Naples</figcaption></figure>
<div class="page" title="Page 86">
<div class="section">
<div class="layoutArea">
<div class="column">
<p>di <strong>Ornella Tajani</strong></p>
<p>Per la Enitharmon Press è uscito di recente il volume <em>Writing the real. A bilingual anthology of contemporary French poetry</em>, a cura di Nina Parish ed Emma Wagstaff. L&#8217;opera, in edizione con testo a fronte, si propone di offrire una panoramica sulle voci che hanno popolato la scena poetica francese degli ultimi vent&#8217;anni.</p>
<p>Secondo le curatrici, è &#8220;l&#8217;extraordinaire pouvoir de convocation critique du réel&#8221; a rappresentare il filo che collega i vari autori presenti nel volume. Ognuno di loro dialoga con il reale secondo modalità differenti: che si focalizzi l&#8217;attenzione sul paesaggio urbano, si utilizzino documenti reali, filmici o testuali, o si manifesti un evidente intento politico, ogni componimento mira a sfumare la distinzione tra riflessione e azione, proponendosi, come suggerito nell&#8217;introduzione, di operare concretamente sulla realtà.</p>
<p>I poeti sono Christian Prigent, tradotto da Jérôme Game; Nathalie Quintane, trad. Macgregor Card; Pierre Alferi, trad. Kate Lermitte Campbell; Michèle Métail, trad. Susan Wicks; Anne Portugal, trad. Jennifer Moxley; Jean-Michel Maulpoix, trad. Michael Bishop; Sabine Macher, trad. Simone Forti; Jérôme Game, trad. Barbara Beck; Christophe Tarkos, trad. Jérôme Game; Oscarine Bosquet, trad. Simone Fattal &amp; Cole Swensen, Sarah Riggs e Ellen LeBlond-Schrader; Anne-James Chaton, trad. Nina Parish; Jean-Marie Gleize, trad. Joshua Clover, Abigail Lang &amp; Bonnie Roy; Béatrice Bonhomme, trad. Michael Bishop; Stéphane Bouquet, trad. Michelle Noteboom; Philippe Beck, trad. Emma Wagstaff; Sandra Moussempès, trad. Eléna Rivera; Gilles Ortlieb, trad. Stephen Romer; Jean-Michel Espitallier, trad. Keston Sutherland.</p>
<p>Come chiariscono le curatrici, in questa antologia bilingue non c&#8217;è un approccio traduttivo dominante; alcuni traduttori hanno tradotto un unico poeta, altri più di uno; un traduttore compare anche come autore di propri componimenti e, dal canto loro, le due curatrici si sono prestate in un due casi all&#8217;opera di traduzione. Una pluralità di voci esaltata nella sua polifonia proprio dall&#8217;opera di una pluralità di traduttori.</p>
<p>Ne presento qui una selezione, per gentile concessione dell&#8217;editore e delle curatrici. Gli autori sono, nell&#8217;ordine, Christophe Tarkos (da <em>Ecrits poétiques,</em> P.O.L, 2008, trad. Jérôme Game); Stéphane Bouquet (da <em>Les amours suivants, </em>Champ Vallon, 2013, trad. Michelle Noteboom); Gilles Ortlieb (da <em>Le Train des jours</em>, Finitude, 2010, trad. Stephen Romer); e Sandra Moussempès (si tratta di un estratto del componimento <em>Culte</em>, da <em>Sunny Girls,</em> Flammarion, 2015, trad. Eléna Rivera).</p>
<p style="text-align: center;">*</p>
<p>CHANSON 4</p>
<p>Révolution<br />
Je cherche un camarade<br />
pour faire la Révolution<br />
En avant<br />
Nous prendrons les faits,<br />
nous irons avec les Faits<br />
Faire la révolution<br />
Devant la grande Substance<br />
Le monde s’éveillera<br />
On étendra la révolution<br />
à la grande Substance<br />
Il n’y a pas que les Doigts dans<br />
la Main<br />
O tro lo lo Ie to tro lo lo<br />
Le Sac grandiose la Révolution<br />
Incommensurable<br />
Min min lon lon fan fan don<br />
don ma Dondé<br />
On répandra écraser<br />
écrase croustille, écrase agrandit<br />
écrase étend, écrase multiplie<br />
écrase étoile, écrase disparaît<br />
Ou On l’Ecrase ou on le Tire<br />
Ou il Gonfle<br />
L’écraser et le manger<br />
et le gonfler et le tirer<br />
et le parler et le croustiller<br />
et l’étoiler et l’être et l’enculer<br />
L’être et l’enculer<br />
C’est la révolution</p>
<p>[C. Tarkos]</p>
<div class="page" title="Page 87">
<div class="section">
<div class="layoutArea">
<div class="column">
<p style="text-align: right;">SONG 4</p>
<p style="text-align: right;">Revolution<br />
I’m looking for a comrade<br />
to make the Revolution<br />
Onwards<br />
We’ll take the facts<br />
we shall go with the Facts<br />
Make the revolution<br />
Before the great Substance<br />
The world shall awake<br />
We’ll spread the revolution<br />
to the great Substance<br />
There’s not only Fingers in<br />
the Hand<br />
O tro lo lo Ie to tro lo lo<br />
The grand Sacking the Revolution<br />
Incommensurable<br />
Min min lon lon fan fan don<br />
don my Dondy<br />
We’ll spread crushing<br />
crush crisps, crush expands<br />
crush extends, crush multiplies<br />
crush fans out, crush disappears<br />
Either We Crush it or we Pull it<br />
or it Swells<br />
To crush it and eat it<br />
and inflate it and drag it<br />
and speak it and crisp it<br />
and fan it out and be it and bugger it<br />
To be it and bugger it<br />
It’s the revolution</p>
<p style="text-align: right;">[trad. J. Game]</p>
<div class="page" title="Page 128">
<div class="section">
<div class="layoutArea">
<div class="column">
<p style="text-align: center;">***</p>
<p><em>(da </em>Les amours suivants,<em> di S. Bouquet. </em>Trad. M. Noteboom<em>)</em><br />
II</p>
<p>Dans le métro je lève la tête du livre et<br />
oh&#8230; il tient des fleurs pas pour moi<br />
et une boîte à gâteaux<br />
pas pour moi&#8230; une fois de plus où un visage est un dangereux<br />
débarquement d’espérance<br />
par ex. nous ne sommes pas déserts de demains&#8230; la preuve tu es<br />
là&#8230; débutant à la lisière<br />
des actes humains et ta peur de revenir<br />
sans sourires&#8230; ça va aller&#8230; sinon je pourrais<br />
à la place t’entourer d’affection &#8230; inventer<br />
des canapés de lumière<br />
les installer bien soigneux dans le fond<br />
d’accueil de mes chambres intérieures où je prie allongé contre<br />
la tendresse du dasein ou tout autre impression de tiédeur</p>
<div class="page" title="Page 129">
<div class="section">
<div class="layoutArea">
<div class="column">
<p style="text-align: right;">II</p>
<p style="text-align: right;">In the metro I look up from the book and<br />
oh&#8230; he’s holding flowers not for me<br />
and a cake box<br />
not for me&#8230; once again a face is a dangerous<br />
disembarkment of hope</p>
<p style="text-align: right;">e.g. we’re not void of tomorrows&#8230;the proof you are<br />
there&#8230; beginner on the cusp<br />
of human acts and your fear of coming back<br />
with no smiles&#8230; it’ll be ok&#8230; or else instead</p>
<p style="text-align: right;">I could surround you with affection&#8230; invent<br />
couches of light<br />
and set them up carefully in the welcoming<br />
recesses of my inner rooms where I pray lying against<br />
the tenderness of dasein or any other impression of tepidity</p>
<div class="page" title="Page 162">
<div class="section">
<div class="layoutArea">
<div class="column">
<p style="text-align: center;">***</p>
<p>GRUES ET FUMÉES<br />
<em>(di G. Ortlieb.</em> Trad. S. Romer)</p>
<p>Visibles ce matin de la fenêtre comme chaque matin,<br />
quelques ouvriers en tenue orange, casqués, et occupés<br />
à démouler, étage après étage, l’immeuble neuf qui<br />
s’élèvera bientôt à la place de l’ancien cinéma Victory,<br />
détruit. À mi-distance, tendue sous un auvent de zinc<br />
branlant, et remuant tout juste sous les coups de vent,<br />
une serviette couleur bleu roi, évoquant assez une toile<br />
de Thomas Jones intitulée, si je ne me trompe pas,<br />
<em>Un mur à Naples</em> ; et une volute de fumée s’échappant<br />
avec un débit variable d’un conduit parallélépipédique<br />
débouchant, rouge brique, parmi des toitures en pente.<br />
Voici donc pour les choses aperçues en mouvement<br />
aujourd’hui : le gris d’une fumée, un menu rectangle<br />
bleuté et les déplacements huilés, tout à fait silencieux,<br />
de deux grues jumelles détourant leurs armatures jaunes<br />
contre le ciel brouillé – sans oublier les blocs de béton<br />
énormes dont elles sont lestées, et qu’il est impossible<br />
de ne pas imaginer chutant au milieu des passants, ou<br />
sur des carrosseries de voitures aussi faciles à froisser<br />
que du papier aluminium entre les mains d’un marmiton.<br />
Grues et fumées : elles me paraissent assez bien figurer,<br />
tandis que je les observe alternativement, deux principes<br />
qui nous sont, d›une certaine manière, inhérents : le dur<br />
et le gazeux, le rigide et le volatil, le solide et l’inconstant<br />
autrement dit le jaune et le blanc, l’eau et le fer, la plume<br />
dans le vent, et ce qui a été bâti pour lui résister sans plier.<br />
Ou encore la nuée, la buée, les vapeurs, les exhalaisons<br />
et, d’un autre côté, la mécanique engrenée, faite maison.<br />
Les unes et les autres montrant d’ailleurs une résistance<br />
analogue, survivant aux saisons et au bal des semaines,<br />
guère menacées dans leur existence et peu menaçantes.<br />
Grues et fumées aux mouvements gratuits ou calculés,<br />
compagnie accoutumée de jours, comme elles, partagés<br />
entre la construction et la déperdition, entre le ciment<br />
et la dissolution: double exemple à suivre, absolument.</p>
</div>
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<p style="text-align: right;"> CRANES AND SMOKE</p>
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</div>
<p style="text-align: right;">Visible this morning through the window, like every morning,<br />
a group of labourers in hard-hats and orange overalls, engaged in<br />
freeing, like a multi-storied cake from its mould, the brand new<br />
tower-block, rising where the old Victory cinema used to be,<br />
now gone. In the middle distance, spread out below an unsteady<br />
zinc awning, and stirring very slightly in the gusts of wind,<br />
a royal-blue towel, that strongly brings to mind a painting by<br />
Thomas Jones entitled, if I’m not mistaken, <em>A Wall in Naples</em>.<br />
There’s a scroll of smoke of variable outflow escaping from a<br />
parallelepiped conduit, poking up from amongst the angled roofs.<br />
This, then, is the gist of things perceived to be in movement today:<br />
grey smoke, a small blue rectangle, and the well-oiled, absolutely<br />
silent movements of two twin cranes, whose yellow armature<br />
is thrown into relief against the clotted sky – not forgetting<br />
their attachments, two huge blocks of concrete ballast, whose<br />
only-too-imaginable-fall would scrumple the cars below<br />
like a sheet of tinfoil between the hands of a baker’s boy.<br />
Cranes and smoke: observing the one and then the other,<br />
they seem to figure twin principles, both of them in some sense<br />
intrinsic to us: the hard and the vaporous, the rigid and the volatile,<br />
the solid and the flighty; or in other words yellow and white,<br />
iron and water, the feather in the wind, and the thing constructed<br />
to resist the wind unyieldingly. Cloud and breath, condensations<br />
and exhalations, and against them, the home-grown machinery<br />
with its cogs meshed. Both principles, what’s more, exhibit<br />
a similar kind of resistance, to the seasons and the weekly cycle,<br />
their existence on the whole unthreatened and unthreatening.<br />
Cranes and smoke, with their movements random or calculated,<br />
habitual accompaniment to days that are, like them, divided<br />
between building and dispersal, cementing and coming loose,<br />
both after their fashion exemplary, and hence to be followed.</p>
<p style="text-align: center;">***</p>
<div class="page" title="Page 152">
<div class="section">
<div class="layoutArea">
<div class="column">
<p>CULTE<br />
<em>(di S. Moussempès.</em> Trad. E. Rivera)</p>
<p>Certaines princesses sur le tard ont pour obligation de placer<br />
chaque jour dans leur pensée, une expression d’orfèvre comme<br />
« retour à la normale »</p>
<p>Les forêts emmêlées à leurs pieds sont des joies quotidiennes<br />
rarement volées par une sorcière</p>
<p>De plus en plus les princesses se canonisent au vernis à ongle vert<br />
dépréciant ainsi toute forme de revanche</p>
<p>Non<br />
est la nouvelle définition de<br />
stop<br />
remplaçant fourchettes borderline<br />
&amp; <em>peur de peur de</em></p>
<div class="page" title="Page 153">
<div class="section">
<div class="layoutArea">
<div class="column">
<p style="text-align: right;">CULT</p>
<p style="text-align: right;">Certain princesses who came to it late in life have an obligation<br />
every day to place in their thoughts a sterling expression like<br />
“return to normal”</p>
<p style="text-align: right;">Entangled forests at their feet are daily joys rarely stolen by<br />
a witch</p>
<p style="text-align: right;">Increasingly princesses become canonized with green nail polish<br />
in this way belittling all forms of revenge</p>
<p style="text-align: right;">No<br />
is the new definition of<br />
stop<br />
replacing psychotic forks<br />
&amp; <em>fear of fear of</em></p>
</div>
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</div>
]]></content:encoded>
					
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			</item>
		<item>
		<title>Italian contemporary poets</title>
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		<dc:creator><![CDATA[francesca matteoni]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 31 Oct 2016 06:00:31 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[antologia]]></category>
		<category><![CDATA[Franco Buffoni]]></category>
		<category><![CDATA[poesia]]></category>
		<category><![CDATA[traduzione]]></category>
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					<description><![CDATA[Segnalo l&#8217;uscita dell&#8217;antologia in lingua inglese Italian contemporary poets, a cura di Franco Buffoni. L&#8217;opera si rivolge a chi è interessato alla cultura italiana ma non conosce la lingua. Concepita per gli Istituti Italiani di Cultura, le Ambasciate, i Consolati, le Fiere del libro, è la prima antologia di poesia italiana redatta esclusivamente in lingua [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Segnalo l&#8217;uscita dell&#8217;antologia in lingua inglese <strong><em>Italian contemporary poets</em></strong>, a cura di Franco Buffoni. L&#8217;opera si rivolge a chi è interessato alla cultura italiana ma non conosce la lingua. Concepita per gli Istituti Italiani di Cultura, le Ambasciate, i Consolati, le Fiere del libro, è la prima antologia di poesia italiana redatta esclusivamente in lingua inglese. 40 autori ciascuno con 4 testi ben tradotti e nota bio. <strong><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/10/Anthology.pdf">L&#8217;antologia si può scaricare e leggere  qui</a></strong>.</p>
<p style="text-align: justify;">
<img loading="lazy" class="aligncenter wp-image-65036 size-large" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/10/Anthology-Cover-1-1024x737.jpg" alt="anthology-cover-1" width="720" height="518" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/10/Anthology-Cover-1-1024x737.jpg 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/10/Anthology-Cover-1-300x216.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/10/Anthology-Cover-1-768x553.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/10/Anthology-Cover-1-250x180.jpg 250w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/10/Anthology-Cover-1.jpg 1969w" sizes="(max-width: 720px) 100vw, 720px" /></p>
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			</item>
		<item>
		<title>La tesa fune rossa dell’amore. Madri e figlie nella poesia femminile contemporanea di lingua inglese.</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2015/12/01/la-tesa-fune-rossa-dellamore-madri-e-figlie-nella-poesia-femminile-contemporanea-di-lingua-inglese/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[francesca matteoni]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 01 Dec 2015 06:15:25 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[anna maria robustelli]]></category>
		<category><![CDATA[antologia]]></category>
		<category><![CDATA[Brenda Porster]]></category>
		<category><![CDATA[fiorenza mormile]]></category>
		<category><![CDATA[francesca matteoni]]></category>
		<category><![CDATA[Imtiaz Dharker]]></category>
		<category><![CDATA[loredana magazzeni]]></category>
		<category><![CDATA[lucille clifton]]></category>
		<category><![CDATA[madri e figlie]]></category>
		<category><![CDATA[margaret atwood]]></category>
		<category><![CDATA[mariasole ariot]]></category>
		<category><![CDATA[poesia]]></category>
		<category><![CDATA[poesia contemporanea di lingua inglese]]></category>
		<category><![CDATA[traduzione]]></category>
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					<description><![CDATA[Pochi mesi fa presso l’editore La vita felice è uscito questo bel progetto antologico, a cura di Loredana Magazzeni, Fiorenza Mormile, Brenda Porster, Anna Maria Robustelli. Il libro raccoglie un’ampia scelta di poesie di lingua inglese, dove nella voce delle poetesse le due figure di madre e figlia si mescolano e si confondono, si denunciano, [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;"><em>Pochi mesi fa presso l’editore </em><a href="http://www.lavitafelice.it/scheda-libro/aavv/la-tesa-fune-rossa-dellamore-9788877997197-291378.html">La vita felice</a> <em>è uscito questo bel progetto antologico, a cura di <strong>Loredana Magazzeni, Fiorenza Mormile, Brenda Porster, Anna Maria Robustelli</strong>. Il libro raccoglie un’ampia scelta di poesie di lingua inglese, dove nella voce delle poetesse le due figure di madre e figlia si mescolano e si confondono, si denunciano, si ritrovano e perfino si perdono l’una nell’altra, articolandosi in tre macrosezioni che hanno a che fare con il vincolo affettivo, il recupero della memoria, le eredità (Mariasole Ariot e Francesca Matteoni)</em><em>.</em></p>
<p style="text-align: right;">Ho selezionato <em>Scelta</em> di Imtiaz Dharker e <em>Donna che pattina</em> di Margaret Atwood, perché sono fra le poesie antologizzate che più richiamano un mio vissuto personale – il legame intensissimo, ma anche pieno di  confronti aspri con mia madre, che più invecchio e più si risolve nello scoprirmi una nuova lei, nei tratti fisici, nelle rigidità, nei desideri. E poi l’immagine antica della pattinatrice (sebbene nel mio caso lontana dal gelo nordico e su rotelle invece che sulle ben più evocative lame), una me che sono stata per moltissimi anni e di cui ora sono a mia volta quasi madre. In entrambe le poesie il senso di protezione di una madre verso la figlia prende la misura della distanza, dell’accettare che la figlia sia colei che sfugge necessariamente al controllo materno, che conosce la sua solitudine perfetta di donna indipendente, che è infine capace di accogliere quella madre come il più prezioso dei vari io nel suo corpo. (<em>Francesca Matteoni</em>)</p>
<p style="text-align: right;">La mia prima scelta è per <em>Poem</em> di Lucille Clifton : una poesia breve,  dura come dura sono le ossa sepolte nell&#8217;oceano, come le ossa che  si ripetono diventando un braccio ossuto del canto tradizionale che la precede, dove quel &#8220;terribile che risponde&#8221; del verso finale mostra una disperazione che mi sento di conoscere, come se anch&#8217;io, in una zona separata, fossi laggiù, saltata in mare, o forse gettata da sempre.<br />
La seconda, di Paula Meehan, per quei &#8220;eyes seapools, reflecting lichen&#8221;, per gli occhi azzurri di mia madre, per la sua lingua che ho sempre faticato a capire (o per la mia, incomprensibile a lei) &#8211; e poi i secondi occhi,&#8221;ferite spalancate&#8221;, come vedo i miei quando mi fermo e aspetto che si formi un&#8217;autobiografia a cui manca il &#8220;sentiero stellato&#8221;. E per questo continuo, reale mescolarsi da madre a figlia, di figlia in madre. (<em>Mariasole Ariot</em>)</p>
<pre><span style="font-family: Georgia; font-size: 15px;"><strong>
Choice</strong>
<strong>Imtiaz Dharker</strong>

I

I may raise my child in this man’s house
or that man’s love,
warm her on this one’s smile, wean
her to that one’s wit,
praise or blame at a chosen moment,
in a considered way, say
yes or no, true, false, tomorrow
not today...
Finally, who will she be
when the choices are made,
when the choosers are dead,
and of the men I love, the teeth are left
chattering with me underground?
Just the sum of me
and this or that
other?
Who can she be but, helplessly,
herself?

II

Some day your head won’t find my lap
so easily. Trust is a habit you’ll soon break.
Once, stroking a kitten’s head
through a haze of fur, I was afraid
of my own hand big and strong and quivering
with the urge to crush.
Here, in the neck’s strong curve, the cradling arm,
love leers close to violence.
Your head too fragile, child,
under a mist of hair.
Home is this space in my lap, till the body reforms,
tissues stretch, flesh turns firm.
Your kitten-bones will harden,
grow away from me, till you and I are sure
we are both safe.

III

I spent years hiding from your face,
the weight of your arms, warmth
of your breath. Through feverish nights,
dreaming of you, the watchdogs of virtue
and obedience crouched on my chest. “Shake
them off” I told myself, and did. Wallowed
in small perversities, celebrated as they came
of age, matured to sins.
I call this freedom now,
watch the word cavort luxuriously, strut
my independence across whole continents
of sheets. But turning from the grasp
of arms, the rasp of breath,
to look through darkened windows at the night,
Mother, I find you staring back at me.
When did my body agree
to wear your face?

<strong>Scelta</strong>
traduzione di <strong>Brenda Porster</strong>

I

Potrei crescere mia figlia nella casa di quest’uomo
o nell’amore di quell’altro,
riscaldarla al sorriso di questo, svezzarla
con l’ingegno di quello,
lodare o rimproverare in un momento scelto,
in modo ponderato, dire
sì o no, vero, falso, domani
non oggi...
Alla fine, chi sarà lei
quando le scelte sono fatte,
quando chi sceglie sarà morto,
e degli uomini che amo rimangono i denti
a chiacchierare con me sottoterra?
Solo la somma di me
e di questo o di quell’
altro?
Che altro può essere se non, senza difese,
se stessa?

II

Un giorno la tua testa non troverà il mio grembo
così facilmente. La fiducia è un’abitudine che lascerai presto.
Una volta, carezzando la testa di un gattino
dentro una bruma di peluria, avevo paura
della mia stessa mano, grande e forte e tremante
dal desiderio di schiacciare.
Qui, nella forte curva del collo, nel braccio che culla,
l’amore sbircia vicino alla violenza.
La tua testa troppo fragile, bambina,
sotto una nebbia di capelli.
Casa è questo spazio sul mio grembo, fin quando il corpo si riforma,
i tessuti si stirano, la carne si fa soda.
Le tue ossa di gattino diventeranno dure, crescendo
si allontaneranno da me, finché non saremo sicure entrambe
di essere in salvo.

III

Per anni mi sono nascosta dal tuo volto,
dal peso delle tue braccia, dal calore
del tuo respiro. Attraverso notti febbrili,
sognandoti, i cani da guardia della virtù
e dell’obbedienza mi si acquattarono sul petto.
“Liberati di loro” mi dissi e così feci. Sguazzavo
in piccole perversità, festeggiai quando raggiunsero
la maturità, cresciute in peccati.
La chiamo libertà ora,
guardo la parola che se la spassa sontuosamente, sfoggio
la mia indipendenza tra continenti interi
di lenzuola. Ma voltando le spalle alla stretta
delle braccia e allo stridore del respiro
per guardare la notte attraverso vetri scuri,
madre, trovo il tuo sguardo che risponde al mio.
Quand’è che il mio corpo ha accettato
di portare il tuo volto?
<strong>
***</strong>
<strong>Woman Skating</strong>
<strong>Margaret Atwood</strong>

A lake sunken among
cedar and black spruce hills;
late afternoon.

On the ice a woman skating,
jacket sudden
red against the white,

concentrating on moving
in perfect circles.

(actually she is my mother, she is
over at the outdoor skating rink
near the cemetery. On three sides
of her there are streets of brown
brick houses; cars go by; on the
fourth side is the park building.
The snow banked around the rink
is grey with soot. She never skates
here. She’s wearing a sweater and
faded maroon earmuffs, she has
taken off her gloves)

Now near the horizon
the enlarged pink sun swings down.
Soon it will be zero.

With arms wide the skater
turns, leaving her breath like a diver’s
trail of bubbles.

Seeing the ice
as what it is, water:

seeing the months
as they are, the years
in sequence occurring
underfoot, watching
the miniature human
figure balanced on steel
needles (those compasses
floated in saucers) on time
sustained, above
time circling: miracle

Over all I place
a glass bell
<strong>
Donna che pattina</strong>
traduzione di <strong>Fiorenza Mormile</strong>

Un lago affondato
tra colline di cedri e abeti neri;
tardo pomeriggio.

Sul ghiaccio una donna che pattina,
giubbotto improvviso
rosso sul bianco,

si concentra nel muoversi
in cerchi perfetti.

(in realtà è mia madre, sta
all’aperto sulla pista di pattinaggio
vicino al cimitero. Su tre lati
ci sono strade di case in mattoni
marroni; automobili passano; sul
quarto lato c’è l’edificio del parco.
La neve ammucchiata intorno alla pista
è grigia di fuliggine. Non pattina mai
qui. Indossa un maglione e
uno sbiadito paraorecchie rosso scuro,
si è levata i guanti)

Ora vicino all’orizzonte
il sole rosa ingrandito ruota in giù.
Presto sarà zero.

A braccia aperte, la pattinatrice
volteggia, rilasciando il respiro come la scia
di bolle di un tuffatore.

Vedere il ghiaccio
per quel che è, acqua:

vedere i mesi
come sono, gli anni
in sequenza presentarsi
sotto i piedi, osservare
la figura umana in miniatura
in equilibrio su aghi
d’acciaio (quelle bussole
galleggianti sui piattini) su un tempo
prolungato, oltre
il tempo che ruota: miracolo

Sopra a tutto metto
una campana di vetro

***
<strong>Poem</strong>
<strong>Lucille Clifton</strong>

                          them bones
                          them bones will
                          rise again
                          them bones
                          them bones will
                          walk again
                          them bones
                          them bones will
                          talk again
                          now hear
                          the word of the Lord.

                          <em> Traditional</em>

atlantic is a sea of bones.
my bones.
my elegant afrikans
connecting whydah and new york,
a bridge of ivory.
seabed they call it.
in its arms my early mothers sleep.
some women leapt with their babies in their arms.
some women wept and threw the babies in.
maternal armies pace the atlantic floor.
i call my name into the roar of surf
and something awful answers.

<strong>Poesia </strong>
traduzione di <strong>Loredana Magazzeni</strong>

                               le ossa
                               le ossa risorgeranno
                               ancora
                               le ossa
                               le ossa cammineranno
                               di nuovo
                               le ossa
                               le ossa parleranno
                               di nuovo
                               ora ascolta
                               la parola del Signore.

                           <em>Canto tradizionale</em>

l’atlantico è un oceano di ossa
le mie ossa.
i miei eleganti africani
collegavano whydah e new york,
un ponte d’avorio.
lo chiamano fondo del mare
nelle sue braccia riposano le mie antenate
alcune vi saltarono coi bambini in braccio
alcune vi versarono lacrime e vi gettarono i loro figli.
eserciti di madri percorrono il fondo dell’atlantico.
io chiamo il mio nome fra il ruggito dei frangenti
e qualcosa di terribile risponde.

* Il regno di Whydah, situato sulle coste occidentali
dell’Africa, nelle vicinanze dell’attuale Stato del Benin, 
con capitale Savi, fu dalla seconda metà del Seicento uno 
dei maggiori centri attivi nel commer­cio degli schiavi. (NdT)

<strong>Autobiography </strong>
di<strong> Paula Meehan</strong>

She stalks me through the yellow flags.
If I look over my shoulder I will catch her
Striding proud, a spear in her hand.
I have such a desperate need of her –
Though her courage springs
From innocence or ignorance. I could lie with her
In the shade of the poplars, curled
To a foetal dream on her lap, suck
From her milk of fire to enable me fly.
Her face is my own face unblemished;
Her eyes seapools, reflecting lichen,
Thundercloud; her pelt like watered silk
Is golden. She guides me to healing herbs
At meadow edges. She does not speak
In any tongue I recognize.
She is mother to me, young
Enough to be my daughter.
The other one waits in gloomy hedges.
She pounces at night. She knows I have no choice.
She says: «I’m your future.
Look on my neck, like a chicken’s
Too old for the pot; my skin moults

In papery flakes. Hear it rustle?
My eyes are the gaping wounds
Of newly opened graves. Don’t turn
Your nose up at me, madam.
You may have need of me yet.
I am your ticket underground». And yes
She has been suckled at my own breast.
I breathed deep of the stench of her self –
The stink of railway station urinals,
Of closing-time vomit, of soup lines
And charity shops. She speaks
In a human voice and I understand.
I am mother to her, young
Enough to be her daughter.
I stand in a hayfield – midday, midsummer,
My birthday. From one breast
Flows the Milky Way, the starry path,
A sluggish trickle of pus from the other.
When I fly off I’ll glance back
Once, to see my husk sink into the grasses.
Cranesbill and loosestrife will shed
Seeds over it like a blessing.

<strong>Autobiografia</strong>
traduzione di <strong>Anna Maria Robustelli</strong>

Mi tallona attraverso le bandiere gialle.
Se mi guardo alle spalle la sorprendo
che cammina fiera, una lancia in mano.
Ho un bisogno così disperato di lei –
sebbene il suo coraggio spunti
dall’innocenza o dall’ignoranza. Potrei sdraiarmi con lei
all’ombra dei pioppi, rannicchiata
in un sogno fetale sul suo grembo, succhiare
dal latte di fuoco perché io possa volare.
Il suo viso è il mio viso senza macchie;
i suoi occhi pozze di mare, che riflettono licheni,
nubi minacciose; la sua pelle come seta cangiante
è dorata. Mi guida verso le erbe salutari
ai bordi dei prati. Non parla
alcuna lingua che possa riconoscere.
Mi è madre, giovane
abbastanza da essere mia figlia.
L’altra aspetta nelle siepi cupe.
Spicca un balzo di notte. Sa che non ho scelta.
Dice: «Sono il tuo futuro.
Guardami il collo, come quello di una gallina
troppo vecchia per la pentola; la mia pelle fa la muta
in scaglie di carta. La senti frusciare?
I miei occhi sono le ferite spalancate
di tombe appena aperte. Non storcere
il naso per me, signorina.
Potresti ancora aver bisogno di me.
Sono il biglietto per il sottosuolo». E sì,
lei è stata allattata al mio seno.
Ho inalato profondamente il tanfo di lei –
la puzza degli orinatoi delle stazioni,
del vomito dell’ora di chiusura dei pub, delle code
[per la minestra
e delle vendite di carità. Parla
con una voce umana e io capisco.
Le sono madre, giovane
abbastanza da essere sua figlia.
Sto in piedi in un campo di fieno – è mezzogiorno,
[metà estate,
il giorno del mio compleanno. Da un seno
fluisce la Via Lattea, il sentiero stellato,
un lento filo di pus dall’altro.
Quando volerò via guarderò all’indietro
una volta, per vedere il mio guscio affondare nell’erba.
Gerani selvatici e mazze d’oro vi spargeranno
semi come una benedizione.

* Bandiere gialle: Allusione alla bandiera storica dell’Ulster: su 
uno sfondo giallo campeggia una croce rossa con al centro una 
mano, sim­bolo araldico riferito alla conquista normanna. Servì di modello base 
all’Union Flag irlandese usata con valore legale dal 1953 al 1972. 
Dal 1972 il Governo britannico ha conferito valore politico legale
 solo all’Union Jack, ma la “Red Hand Flag” viene usata come
 bandiera provinciale, e nelle competizioni sportive. (NdT) </span></pre>
<p>&nbsp;</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Magnificat (1969- 2009) antologia poetica</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2009/12/11/magnificat-1969-2009-antologia-poetica/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[francesca matteoni]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 11 Dec 2009 07:05:58 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[antologia]]></category>
		<category><![CDATA[cristina annino]]></category>
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		<category><![CDATA[poesia]]></category>
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					<description><![CDATA[Pubblico molto volentieri alcune poesie dall&#8217;antologia di Cristina Annino, uscita per puntoacapo Editrice a cura di Luca Benassi e con una nota critica di Stefano Guglielmin, sul cui blog ho conosciuto la poesia di Annino. Nel libro, oltre ad una scelta antologica, rappresentativa di tutta la produzione dell&#8217;autrice, è inclusa la silloge inedita e omonima [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><em>Pubblico molto volentieri alcune poesie dall&#8217;<a href="http://www.amazon.it/gp/product/8896020344/ref=as_li_ss_tl?ie=UTF8&amp;camp=3370&amp;creative=24114&amp;creativeASIN=8896020344&amp;linkCode=as2&amp;tag=bamaulion-21" target="_blank">antologia</a> di <strong>Cristina Annino</strong>, uscita per <a href="http://www.puntoacapo-editrice.com/">puntoacapo Editrice </a>a cura di <strong>Luca Benassi </strong>e con una nota critica di <strong>Stefano Guglielmin</strong>, sul cui blog ho conosciuto la poesia di Annino. Nel libro, oltre ad una scelta antologica, rappresentativa di tutta la produzione dell&#8217;autrice, è inclusa la silloge inedita e omonima </em>Magnificat<em>. Cristina è una poetessa straordinaria, sorprendente ad ogni nuovo libro, ma che purtroppo gode di poca attenzione critico-editoriale. I suoi versi si nutrono di un&#8217;assoluta libertà espressiva e di temi e interlocutori cari all&#8217;autrice quali gli animali, l&#8217;amore per un compagno o quello grandissimo per la madre, i viaggi, la solitudine di una &#8220;casa d&#8217;aquila&#8221;, senza suonare mai scontati, ripetitivi. Leggendo crediamo (anche prima di comprendere) al cane azzurro, alla madre e ai topi, al Vegetale Banano, a zampe che dipingono come mani. Alla vitalità mai compiaciuta di questa poesia, che parla a tutto quello che la circonda, ne fa un mondo dentro il mondo, denso, immaginario, straniante &#8211; ma con tutti i sintomi della realtà, della vita che scorre nelle case, nelle relazioni, con il proprio gatto o cane, a confronto con l&#8217;io, quasi fosse un altro individuo &#8220;carnivoro&#8221; e grottesco. (f.m.) </em> <span id="more-27309"></span></p>
<p><img loading="lazy" class="alignnone" alt="" src="http://files.splinder.com/5bb54ed239d8e5807f2bf789bb63574e.jpeg" width="420" height="304" /></p>
<p>di <strong>Cristina Annino</strong></p>
<p><strong>Il vento che spaventa i cani ha campanelli</strong></p>
<p>La paura del cane è un muro duro,<br />
un duro muro sonoro. Vi sbatte<br />
contro il mare dell’intestino<br />
e gli occhi restano in fondo,<br />
piccolo semino d’anice.<br />
Gli dico<br />
d’altre paure nel mondo,<br />
reggo la sua bava di panna<br />
e la pena del tondo cranio<br />
metto in un cesto con cotone.<br />
Ma il muro giunge, giunge<br />
il suono, la vena d’un terrore<br />
cosmico gli resta il fiato,<br />
appanna il sonno, se dorme.<br />
Non si ferma, bianco<br />
spicchio degli occhi, cerca<br />
il muro, o vento sonoro, i campanelli;<br />
le sue zampe tirate<br />
nell’avena del collo, sono<br />
chiodi.</p>
<p><strong>Il cane del buon consiglio</strong></p>
<p>È un gigante il mio cane.<br />
Mi porta il piatto sul collo,<br />
il pane in bocca, è un maggiordomo,<br />
mi dice di mangiare gurdandomi<br />
con fare d’uccello. Cammina<br />
in bilico sul davanzale, ha pelo<br />
di foca e quando salta pare<br />
un giocoliere turchino.</p>
<p>Ora io dico:<br />
qualcosa devo pur fare; nacqui<br />
dalla bocca pietosa di un padre<br />
e una madre che ammisero insieme<br />
&#8211; hai davanti la vita preziosa,<br />
restaci immortale -. Così ho tanti<br />
libri. Cosa mi manca?<br />
Lo chiedo a Diego che mi guarda<br />
col bicchiere di vino in fronte.</p>
<p>Ce ne stiamo così sulla triste<br />
tovaglia; io parlo ed aspiro<br />
dalla narice la storia<br />
del mio romanzo, ho lo stomaco<br />
aperto, il cuore mi pulsa in fronte.<br />
Diego squittisce col coltellino<br />
sul naso:<br />
non col sentimento si capisce.</p>
<p><strong>La casa del folle</strong></p>
<p>Entro piano nella casa del folle;<br />
non apro le persiane, non tolgo la polvere.<br />
Arrivo alla sua camera che ancora dorme<br />
nel mattino troppa aria per occhi<br />
di dolente marrone pallido. Guardo<br />
la nuca rigida e il corpo che non sente<br />
neppure il pigiama.<br />
Mi siedo accanto e gli porto l’asfalto<br />
ripulendolo dal rumore, dall’odore del mese,<br />
dal peso della gente.<br />
Cerco di non affollarlo per niente;<br />
il suo corpo vuoto è una stanza: sogni<br />
vi soffiano dentro bolle di vecchio dolore.<br />
La ragione cos’è? Arrivo qui e mi stendo<br />
al piede del suo letto come a una pianta<br />
ed entra dentro di me, dal folle, quasi<br />
fune elettrica, una bianca, stanca,<br />
atroce vitalità.</p>
<p><strong>La poesia</strong></p>
<p>Io so spiegare come si fa. So ch’è<br />
opulenta, e qualcuno ne paga le spese. Sarà la nostra<br />
società e basta; egoista, amara quanto qualsiasi<br />
continente. Insomma<br />
è tutto quel che si guarda. Ma senza<br />
dubbio sono io il paese più poeta del mondo. Esempio:<br />
getto un bicchier d&#8217;acqua sulla parete; quello<br />
cade &#8211; lo giuro &#8211; però resta la macchia. Visto<br />
al rallentatore con musica. Poi prendo col termometro<br />
la temperatura al pezzo di muro fradicio.</p>
<p>Credo d&#8217;averne bisogno, di friggere e<br />
d&#8217;annoiarmi. Con rara facilità quando dico &#8220;mia<br />
madre è una magnolia, una<br />
magnolia è mia madre&#8221;, giro da continente quel sostantivo<br />
ovale di pianta nana, coi nervi a terra e a fuoco<br />
il vento dei nei. Non per soldi<br />
vo dal rosso all&#8217;aceto tenero e il bianco che fa<br />
spavento come corni di bue. Nessun gioco<br />
è peggio di questo. Neppure farsi coraggio, dire<br />
avanti, lo stesso. O aspettarsi la risposta. Neanche<br />
lessarsi nell&#8217;acqua, è meno.</p>
<p>Spara da sé il suo orologio senza<br />
volerlo. Un fulmine, eccolo lì: rami sull&#8217;infinito<br />
lesso dei piedi. Chi rifabbrica l&#8217;albero se n&#8217;è<br />
andato. Neanche un pezzo. Dici che<br />
schifo han fatto prima la morte, han fatto già<br />
l&#8217;uovo. Codè. Ti<br />
portano dentro; così si sa tutto. Noti<br />
la polvere che all&#8217;aperto non vedi, e le gambe<br />
perché sei solo. Senti chiudere la porta. Coc. Non<br />
pensi al mondo, la società, il resto. Ma a quel<br />
che viene spezzato allora. Dè. Un lavoro. E in qualche<br />
parte qualcuno di certo paga il conto.</p>
<p><strong>Le mosche</strong></p>
<p>C&#8217;è un giorno ogni due in cui non noto<br />
gli altri; se un uomo casca in un bar lo credo dinoccolato e non<br />
morto già un poco sul lato destro. In quel giorno diffido<br />
dei suonatori di flauto. E detesto tutti<br />
gli omaggi del mondo fatti a Duchamp. Che bisogno c&#8217;è,<br />
penso, di rispettare qualcosa, e in eterno?<br />
Infine,<br />
è il compleanno delle mosche. Mai più getterò bombe<br />
sui loro piatti piedi. Mostro<br />
a ognuna di loro l&#8217;uomo sulla soglia del bar, che ha dormito un<br />
secolo, s&#8217;alza, e nessuno gl&#8217;è d&#8217;aiuto.<br />
Astuto dico &#8220;quelle calze<br />
sono mie&#8221;, o meglio &#8220;quel sedere mi ama&#8221;. Quella<br />
cintura, la vita s&#8217;origina da quella cintura che fa versi<br />
col solo occhiello. C&#8217;è<br />
la cultura d&#8217;una vita, parrebbe poco, e i treni<br />
di questo mondo e la natura vegetale anche.<br />
Facile, vedere<br />
così un pezzo di cuoio: basta una lente d&#8217;ingrandimento, un<br />
dito e l&#8217;idea centrale che quel gigante oltre il vetro è<br />
piccolo da non far male a una mosca.</p>
<p>Mi lascio ritrarre dalle zampe di lei pepe. Non ha<br />
fretta: passa<br />
la parte dietro del mappamondo, la sabbia delle<br />
guance, e la mia faccia cresce. Sa<br />
d&#8217;essere un deserto, ma in gamba forse. L&#8217;amerà<br />
più d&#8217;un sedere. Non è vero, bambino Duchamp? Dillo<br />
al babbo che penserai da grande, radendoti. Per<br />
favore. È<br />
che le cose arrivano a tempo; e da sempre il senso<br />
comune dà il via a quelle grandi. Solo questo. Poi<br />
si vedrà.</p>
<p>Tengo<br />
le mosche dentro per non farle morire. Ogni<br />
rumore m&#8217;è d&#8217;aiuto, da un nulla esplode altro.<br />
Ripetutamente penso<br />
che siamo dei buoni dei, se anche incrociamo i nostri<br />
destini coi flautisti dormendo. Io<br />
dico &#8220;perdon&#8221; sulla soglia del bar o nel gas<br />
delle mosche. Poi &#8221; la ciurma non è mai uguale, ci<br />
mancherebbe. Chi più ne ha più ne mette di carne<br />
al fuoco&#8221;. Dalle<br />
coperte va via il giovane pensiero appena<br />
repubblicano, con le sue mutande fredde.</p>
<p><strong>Casa d’Aquila</strong></p>
<p>Vado verso la casa in una<br />
miseria di caldo sopra di me, nella morta<br />
estate senza onori.</p>
<p>Né telefono, fiori. Tento di capire che<br />
dica l’uscio premendosi la bocca con le<br />
mani. Che vuol<br />
dirmi senza onori la casa? Non entro ma<br />
guardo fuori l’oscillante lingua<br />
dei piani.</p>
<p>Penso: non ci fossi più m’aprirebbero<br />
con cerimonia, su fondo turchino e<br />
le dita fari, leggendo quanto<br />
ci misi a scalare<br />
una casa vivendo. Sarebbe<br />
la Verità, perch’avevo ragione<br />
in tutto, e parlavo ai pesci del mare.</p>
<p>Alzo le mani senza resa, senza<br />
voltarmi. Niente fiori, casa dolorosa; ti<br />
peso sui due reni della bilancia. A chi<br />
andrà<br />
tutta questa ricchezza, lo spreco delle<br />
forze, l’aquila dentro di me?</p>
<p><em>da:<strong> Magnificat</strong></em></p>
<p><strong>Sguardo andante</strong></p>
<p>Quell’uomo diventò un<br />
lavoro, corpulento. Ora dico, a<br />
ogni manata di vento passava<br />
davanti a lei, quasi uno<br />
scherzo, tanto pareva goloso a<br />
guardarla. Aveva<br />
scordato qualcosa. Era<br />
inverno e fissava lungo-<br />
largo ; ma<br />
lei disse gli<br />
occhi pericolosi, una scarica<br />
quelle braccia. Eppure<br />
s’era<br />
spogliato di tutto, carte, libri,<br />
tasto del portatile, occhiali,<br />
spazi vuoti e parole<br />
di plastica che ingoiava il<br />
gatto giambico-trocaico<br />
-catalettico. Era<br />
diventato ignorante, <em>mea<br />
culpa</em>, da sé, in piena libertà<br />
deciso d’amare il creato, col<br />
salto di pesce ripulendo le<br />
labbra nei suoni, ch’era stato lì<br />
lì per crepare<br />
sott’acqua. Senza più<br />
gravità, con altezza sbatteva<br />
le pinne tra i rami.</p>
<p>Mai capito niente, lei. Mai<br />
visto uno così. Solo aria<br />
beethowiana tenendola in piedi, la<br />
<em>risparmiava</em>. Ora quello, senza<br />
maniche di libraio, o scatole<br />
di pensiero, uscito<br />
dal mare ( via lentamente il<br />
sonoro dell’acqua,<br />
sabbie, del vento madornale<br />
girante), reincarnato di<br />
pietà con gambe, così<br />
si teneva il torace nelle<br />
branchie rosa. Ancora<br />
più umano.</p>
<p><strong>Solitudine eterna</strong></p>
<p>Ogni evento doloroso gl’ha<br />
dato fratellanza con se<br />
stesso. Eppure questo<br />
braccio per chi<br />
lo conosce, familiarmente<br />
detto <em>Esse</em>, gli<br />
casca (attrazione terrestre) in<br />
carriole d’ombra, pesi, collezionismo,<br />
nel triangolo<br />
proprio tra nuca e spalle.<br />
Tanto<br />
tempo sbattendosi<br />
in marcia di pochi<br />
metri al quadrato. Mentre<br />
fuori<br />
l’universo-vassoi con prati<br />
lavanda, caratura a prova di<br />
bomba. Ma il<br />
braccio abbassa<br />
l’illimitata <em>Esse</em> fottendolo<br />
un pezzo alla volta. Mette i<br />
sigilli, va via. Poi anche le<br />
parole soprattutto, le mura.</p>
<p><strong> Il falso merlo della poesia</strong></p>
<p>Ci vuole molta<br />
pazienza e un’io esteso<br />
di qua di là dalla<br />
grammatica, per fare<br />
d’una<br />
sequoia un merlo solo<br />
capace di sollevarne poi<br />
il volo. Sarebbe,<br />
signori, allora da trattare<br />
coi guanti! Ma quei<br />
tormenti in fiale, cinque dita<br />
d’ala toccando campane<br />
intorno, è<br />
cenere per piccioni. Infatti,<br />
miserere, non trova<br />
frasi, solo emozioni<br />
brevi e un patrimonio di<br />
vento. Allora? <em>Nessun<br />
tormento è pari al<br />
dolore, quanto la<br />
parola. </em>Avanti, poi? <em>Chi<br />
sono i rovi rossi? </em>Ecco<br />
esiste la sequoia; ci<br />
vorrebbe<br />
conoscenza karmica del volo.</p>
<p><strong>Origine della creatività, <em>Indiano Caldo</em></strong></p>
<p>A tempo respira<br />
esatto; rende visibile attraverso<br />
il collo il numero della taglia. Poi<br />
sempre fermo –volere è<br />
potere-, come elevando<br />
l’idea delle braccia verso il<br />
mare che ora sta in alto e non<br />
casca, appeso per il fango al<br />
globo ondoso, vede<br />
che gli si<br />
strappa la mente dal suo<br />
luogo, e<br />
l’abito e la taglia. Espirando<br />
alla fine, non sa<br />
più, dove stia la cornice,<br />
oddio! il limite e la cornice.</p>
<p>*</p>
<p>Parrebbe<br />
ansia, &#8211; non lo è- anche quando<br />
divide la mandria delle<br />
nubi in due, e, specie<br />
d’origine gassosa, Indiano<br />
Lui riprende addosso la<br />
montagna. E’ di<br />
più! Frulla l’arsenale che manda<br />
acqua sul mondo poi strizza<br />
le dita di carne. Velocità, forse,<br />
ché il<br />
<em>Tempo creativo, è breve. </em>Lo<br />
dice, l’ha detto (mangiatore nel<br />
cuore di cose), crepare<br />
stando sempre quaggiù, sotto<br />
terra, mente, sotto sale,<br />
quando<br />
corrente come miele<br />
il turchino della grazia<br />
piovuto in un mese<br />
evapora dal ramo. Allora, con<br />
cortesia, gambe sulla stuoia<br />
dell’erba, rivolge fumando<br />
domande al Vegetale Banano.</p>
<p><strong>Amicizia</strong></p>
<p><em>Cane, siamo rimasti senza.<br />
Nel soffitto di sotto chi<br />
si sdraia per udirmi? Come<br />
piatti di bilancia, anche lui<br />
s’appiattisce. Così la casa<br />
ha tanti fegati in fila, denti<br />
per grondaia. Cane, vedi tu<br />
una città più triste?</em> Lui sta<br />
in cima, fulminato dalla<br />
grazia, non<br />
capisce. Fissa<br />
al vento i coperchi<br />
uguali, da soprano ululando<br />
ritto. S’arrugginisce<br />
l’argento dell’urina che<br />
scava<br />
eterna la miseria<br />
austera in quella campana<br />
di terriccio.</p>
<p><strong>C’ era una volta un poeta </strong></p>
<p>Gli dissero “Ti daremo il<br />
Nobel, ma dovrai per questo<br />
aspettare nell’acqua”<br />
Superbia di chi? E’ la<br />
storia terrena un salasso, e<br />
la creatività pioveva<br />
intanto dalla sua<br />
testa, gl’allargava le<br />
penne. Traballando sul<br />
sofà cavillosamente<br />
sviene, perché <em>solo chi<br />
cancella giunge al<br />
vero! </em>Ecco, non ha<br />
sputato onorevolmente<br />
sul<br />
cascame di mondo, né visto<br />
sedie segate, ha mangiato<br />
maiale<br />
macellando carne, ha<br />
guardato stelle, mai <em>quel</em><br />
viso che bruca perle con<br />
il letame. Fatto testi per<br />
il ginnasio anche, mentre<br />
gli passava acqua tra le<br />
gambe concave. Ha<br />
forato eternità di gomma e<br />
per queste ha<br />
ucciso. Ora chi gli<br />
rende lo spirito sopportabile?</p>
<p><strong><a href="http://golfedombre.blogspot.com/2009/11/cristina-annino-magnificat-poesie-1969.html">Qui</a>, per saperne di più sul libro</strong></p>
<p><em>Nell&#8217;immagine: Accudiscimi, di Cristina Annino</em></p>
]]></content:encoded>
					
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			</item>
		<item>
		<title>Tre poesie da &#8220;Per chi non è caduto&#8221;</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2008/11/13/tre-poesie-da-per-chi-non-e-caduto/</link>
					<comments>https://www.nazioneindiana.com/2008/11/13/tre-poesie-da-per-chi-non-e-caduto/#comments</comments>
		
		<dc:creator><![CDATA[andrea inglese]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 13 Nov 2008 06:00:19 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[antologia]]></category>
		<category><![CDATA[Geoffrey Hill]]></category>
		<category><![CDATA[Marco Fazzini]]></category>
		<category><![CDATA[poesia inglese]]></category>
		<category><![CDATA[traduzione]]></category>
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					<description><![CDATA[di Geoffrey Hill traduzione di Marco Fazzini [Per chi non è caduto. Poesie scelte 1959-2006, luca sossella editore, Roma 2008.] For the Unfallen [Per quelli che restano], 1959  The Guardians  The young, having risen early, had gone,  Some with excursions beyond the bay-mouth,  Some toward lakes, a fragile reflected sun.  Thunder-heads drift, awkwardly, from the south;  The [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di<strong> Geoffrey Hill </strong></p>
<p>traduzione di <strong>Marco Fazzini</strong></p>
<p>[<em>Per chi non è caduto. Poesie scelte 1959-2006</em>, luca sossella editore, Roma 2008.]</p>
<p><em> For the Unfallen </em> [Per quelli che restano], 1959 </p>
<p><strong>The Guardians </strong></p>
<p>The young, having risen early, had gone, <br />
Some with excursions beyond the bay-mouth, <br />
Some toward lakes, a fragile reflected sun. <br />
Thunder-heads drift, awkwardly, from the south; <br />
The old watch them. They have watched the safe <br />
Packed harbours topple under sudden gales, <br />
Great tides irrupt, yachts burn at the wharf <br />
That on clean seas pitched their effective sails. <br />
Thereare silences. These, too, they endure: <br />
Soft comings-on; soft after-shocks of calm. <br />
Quietly they wade the disturbed shore; <br />
Gather the dead as the first dead scrape home. <br />
<span id="more-10839"></span></p>
<p><strong>I guardiani </strong></p>
<p>I giovani, alzatisi presto, se n’erano andati, <br />
Alcuni in escursione oltrel’imbocco della baia, <br />
Altri verso i laghi, fragile sole riflesso. <br />
Nuvoloni tonanti s’addensano, goffi, da sud; <br />
Ivecchi li osservano. Hanno osservato crollare <br />
Porti sicuri e affollati sotto burrasche improvvise, <br />
Irrompere grandi maree, bruciare al pontile panfili <br />
Che su mari puliti spiegavano vele efficaci. <br />
Vi sono silenzi. Anche questi loro sopportano: <br />
Dolci sviluppi; dolci scosse d’una calma in assestamento. <br />
Tranquillamente sguazzano sulla spiaggia turbata; <br />
Raccolgono i morti non appena i primi a pelo giungono a riva.</p>
<p><em> King Log </em>[Re Travicello], 1968</p>
<p><strong>Ovid in the Third Reich </strong></p>
<p><em>non peccat, quaecumque potest peccasse negare, <br />
solaque famosam culpa professa facit. </em><br />
(AMORES, III, XIV) </p>
<p>I love my work and my children. God <br />
Is distant, difficult. Things happen. <br />
Too near the ancient troughs of blood <br />
Innocence is no earthly weapon. <br />
Ihave learned one thing: not to look down <br />
So much upon the damned. They, in their sphere, <br />
Harmonize strangely with the divine <br />
Love. I, in mine, celebrate the love-choir.</p>
<p><strong><br />
Ovidio nel Terzo Reich </strong></p>
<p><em>non peccat, quaecumque potest peccasse negare, <br />
solaque famosam culpa professa facit. </em><br />
(AMORES, III, XIV) </p>
<p>Amo il mio lavoro e i miei bambini. Dio <br />
È distante, difficile. Le cose accadono. <br />
Troppo vicino agli antichi trogoli del sangue <br />
L’innocenza non è arma terrena. <br />
Ma una cosa ho imparato: a non disdegnare <br />
Troppo i dannati. Nella propria sfera, <br />
Loro armonizzano stranamente con il divino <br />
Amore. Io, nella mia, celebro il coro d’amore. </p>
<p><em><br />
 The Orchards of Syon</em> [I frutteti di Sion], 2002 </p>
<p>XIV </p>
<p>The fell, through brimming heat-haze, ashen grey, <br />
in a few hours changes to graphite, coral, <br />
rare Libyan sand colour or banded spectrum. <br />
Distant flocks merge into limestone’s half-light. <br />
The full moon, now, rears with unhastening speed, <br />
sketches the black ridge-end, slides thin lustre <br />
downward aslant its gouged and watered scree. <br />
Awe is not peace, not one of the sacred <br />
duties in mediation. Memory <br />
finds substance in itself. Whatever’s brought, <br />
one to the other, masking and unmasking, <br />
by each particular shift of clarity <br />
wrought and obscurely broken-in upon, <br />
of serene witness, neither mine nor yours, <br />
I will ask bristling centaury to translate. <br />
Saved by immersion, sleep, forgetfulness, <br />
the tinctured willow and frail-textured ash, <br />
untrodden fern-sheaves, a raw-horned oak, <br />
the wavering argents in the darkened river. <br />
Later again, far higher on the fell,<br />
a solitary lamp, notturna lampa, <br />
night’s focus focusing, LEOPARDI saw, <br />
himself a stranger, once, returning late, <br />
from some forsaken village festival.</p>
<p>XIV </p>
<p>L’altura, tra una foschia traboccante di calura, grigio cenere, <br />
in poche oresi muta in grafite, corallo, <br />
il colore raro della sabbia libica o lo spettro a bande. <br />
Greggi distanti si fondono alla luce incerta della pietra calcarea. <br />
La luna piena, ora, arretra con incedere scevro di sollecitudine, <br />
disegna la nera estremità del contorno, fa scivolare in giú <br />
una sottile lucentezza di sbieco allo sfasciume inzuppato e scavato. <br />
Il timore non è pace, non uno dei doveri <br />
sacri nella mediazione. La memoria <br />
trova sostanza in se stessa. Qualunque cosa si sia riportato, <br />
l’uno per l’altro, mascheratura e smascheratura, <br />
lavorati e oscuramente penetrati <br />
da ogni peculiare cambio di chiarezza, <br />
di serena testimonianza, né mia né vostra, <br />
chiederò all’ispida centaurea di tradurlo. <br />
Salvati dall’immersione, sonno, dimenticanza, <br />
il salice tinto e la ceneredalla fragile trama, <br />
un fascio di felci non calpestato, una quercia dal corno scorticato, <br />
gli argenti ondeggianti nel fiume scurito. <br />
Piú tardi di nuovo, ben piú in alto sull’altura, <br />
una lampada solitaria, notturna lampa, <br />
il fuoco della notte che focalizzava, vide LEOPARDI, <br />
se stesso come uno straniero, di ritorno tardi, una volta, <br />
da qualche dimenticata festa di villaggio. </p>
]]></content:encoded>
					
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			</item>
		<item>
		<title>La lentezza</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2008/06/29/la-lentezza/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[francesca matteoni]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 29 Jun 2008 06:30:37 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[antologia]]></category>
		<category><![CDATA[firenze]]></category>
		<category><![CDATA[francesca matteoni]]></category>
		<category><![CDATA[mariella bettarini]]></category>
		<category><![CDATA[poesia]]></category>
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					<description><![CDATA[di Mariella Bettarini avevo dodic’anni quando la lentezza m’inoculò il dubbio che fosse lentezza (e lenta vita) quella mia vita di bambina vecchia quella non-vita attaccata a una secchia di sale- salendo scale lentamente affannata balbettante cucciolo d’animale con già tropp’anima e già troppo male diciannove ne avevo (lenti – spenti) quando la giovane lentezza [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><img src="http://users.libero.it/emt/archivio/gmaleti/gmal-m48.jpg" alt="null" /></p>
<p>di <strong>Mariella Bettarini</strong></p>
<p>avevo dodic’anni quando la lentezza<br />
m’inoculò il dubbio che fosse lentezza (e lenta vita)<br />
quella mia vita di bambina vecchia<br />
quella non-vita<br />
attaccata a una secchia<br />
di sale- salendo scale lentamente affannata<br />
balbettante<br />
cucciolo d’animale con già tropp’anima<br />
e già troppo male<br />
<span id="more-6219"></span><br />
diciannove ne avevo (lenti – spenti) quando la giovane lentezza<br />
per la seconda volta m’inoculò il dubbio che fosse lentezza<br />
quella mia vita sospinta al capezzale della morte<br />
quella ferita mia<br />
non sanabile dinanzi alla finale muta sorte<br />
di nonna Debora – delle sue gambe corte<br />
che nel dicembre del millenovecentosessantuno<br />
(incredula – paziente)<br />
della vita e del tempo di qua superò sola (da sola) l’irte porte<br />
mostrando a me – nipote sua stupita –<br />
come misteriosi si va si va senza attendere scorte<br />
senza dire più niente<br />
senza età</p>
<p>ventitrè anni avevo (quante volte<br />
ero morta) quando la lentezza m’inoculò di nuovo il dubbio<br />
che fosse lentezza (e lentissima vita) quella mia vita di ragazza<br />
troppe volte spostata dal suo luogo<br />
quella non-vita<br />
nella quale un uovo incrinato<br />
è già tutto un viso &#8211; nella quale<br />
si pensa a un paradiso di muto fango – a un pianto<br />
senza fine<br />
ad un niente sorriso e dopo</p>
<p>sale l’acqua (arrivàti da troppo lontano) – sale<br />
l’acqua dell’Arno sino al piano e porta via<br />
l’infanzia (tèssere dell’infanzia)<br />
e quella estrema nostra (mia) illusion pia</p>
<p>ventisett’anni avevo quando la lentezza<br />
m’inoculò il suo quarto (e millesimo dubbio) che fosse lentezza<br />
(e franta vita) quella mia vita solitària<br />
quella non-vita<br />
vicaria di sé<br />
ancòra spenta in aria<br />
nella quale poi lentamente entrava<br />
(un mese – un giorno esatto del sessantanove) la vita a far sue prove<br />
ed aveva la faccia d’una fringuella timida – d’una<br />
calorosa gemella minore<br />
d’una viva ragazza che (sparuta – lenta)<br />
svegliò amore</p>
<p>e fu lentezza e lentezza<br />
e sopore e –risvegliàta – immensa floridezza e lenta lenta vita<br />
assaporata<br />
ma sempre poca – sempre a poco a poco –<br />
sempre senza – senza tetto né letto – senza<br />
prepotenza: terribilmente<br />
solo e solo amore</p>
<p>trentasett’anni avevo (ancòra – si può dire – ero bimbetta)<br />
e la lentezza mi sdoppiava il cuore<br />
vergine ero<br />
lenta e spaventata – la vita non avuta<br />
e già passata quando mi vide la donna viva<br />
e triste dalla vita segnata – sepolta nella vita<br />
e rispuntata<br />
gazza fremente e augella aguzza – netta<br />
e la lentezza m’inoculò ancòra e ancòra il dubbio che fosse<br />
lentezza e fretta<br />
quella smagrita vita sino allora provata<br />
e fu passione<br />
e carne duplicata e mente e cuore e vita maturata</p>
<p>e poi avevo quaranta &#8211; quarantuno – quarantaquattro –<br />
quarantotto e ancòra: tutti i quaranta passarono in un’ora<br />
ch’era somma lentezza di minuti – di tempo eterno – di fretta<br />
e di ancòra durante il quale li avevo sì saputi<br />
i sapori del mondo (i molti – i senza fretta) – dall’aurora<br />
al tramonto – tramontando e spuntando d’ora in ora<br />
quella precognita lentezza d’un senso come d’un sentimento che svapora</p>
<p>l’aria &#8211; il corpo – l’ancòra – d’una lentezza che preme solitària<br />
e lenta e in furia andava la storia – e la mia minima<br />
entro la Storia grande – il pulviscolo mio entro quel temporale – la<br />
mia goccia di male – la mia lenta infinita amarezza nell’amarezza<br />
che tutto e tutti assale – nell’onda<br />
che sommerge belli e brutti – nella lenta italiana cosmica<br />
malagrazia di tutti</p>
<p>poi più di cinquanta avevo (doppiàti i dieci lustri<br />
lentamente) – cinquantuno – che a poco a poco m’avvidi<br />
che non c’era nessuno:<br />
gli occhi annebbiati e lenti – l’aula – i banchi coi fringuelli-bambini<br />
già spariti – il male che saliva le sue scale – la casa stretta – il senso<br />
d’un viale lungo – senza fondo – la faccia storta<br />
e le smorfie del mondo – la lentissima cérca d’un canale per<br />
la poc’acqua – il sapore di mosto – l’altrui scale salite per amore e per disdetta<br />
la buffa faccia d’una maturità regressiva e negletta mentre avevo (lenta lenta)<br />
l’età in cui si può esser nonni e io ero invece<br />
l’altrui figlia e figlioccia – la madre inconsistente – la sorella e<br />
compagna tutta esposta</p>
<p>e avevo ancòra anni cinquantuno quando la lentezza (la benigna – la<br />
matrigna lentezza) mi mise sotto gli occhi<br />
un volto – un cuore – un bosco – un riso – un malinconico tenerissimo<br />
amore (anima forte – fuggevole viso) e ancòra<br />
la lentezza mi sdoppiava (sdoppiata alunna – sdoppiato mio cuore) e<br />
raddoppiando della vita il sentore<br />
della morte mi ridiede l’odore e voglia di lentezza e di stupore che<br />
ritornasse a sedare il dolore lungo e lento – qual lunghissimo mortal<br />
senso d’amore che lentamente m’aveva accompagnata<br />
prendendo più sembianti e un solo ardore</p>
<p>e la lentezza così s’è insediata nel doppio fondo<br />
d’una vita a morte – nella stanchezza rumorosa d’un silenzio che ha<br />
due porte aperte: la vita – la morte e chiaman voci e scrutan crudi<br />
occhi da ciascuna<br />
e mi sveno e mi sgolo a riparlarle<br />
ma l’ossa rotte mie e quelle della mia vecchia smagrita<br />
e il grigio addosso e il caldo e la partita<br />
persa – la vivezza svanita mi fanno ben propinqua<br />
della morte: senza terrore – senza vie d’uscita – senza sogni –<br />
senz’aria – senza scorte<br />
e la lentezza di chi m’è compagna<br />
somiglia al rosso-fiamma delle vigne – al vino vecchio –<br />
alla mesta campagna</p>
<p>e la lentezza lenta m’accompagna per vie di mare là dove<br />
si stagna: da nonna Debora – da zia Vera morte – nel campo santo<br />
delle vite finite e sono stanca e pur non vedo l’ora d’arrivare –<br />
nonostante la fiamma e l’onda bianca della dolcezza che mi porto<br />
in cuore – della malinconiosa tenerezza che tengo in serbo – che tengo in onore<br />
la lenta accorta tenerezza ch’è<br />
un boccone da re – un boccone<br />
di dolce che mi mangia – una spinosissima frangia del mio nodo – un modo<br />
bianco vermiglio incolore di darmi a morte – di darmi all’amore – di dire<br />
alla generazione che tramonta di non portare onta se la lentezza a tutti<br />
ha munto il cuore<br />
e dire alla generazione che granisce<br />
di guardare nei boschi – di badare a quello che appassisce – di ridere<br />
e di dare – di rifare la balza della storia senza prenderne boria –<br />
di mettere fringuelli agli aquiloni senza temere il morso dei leoni –<br />
di sperare sperare sperare che prima o poi qualcosa<br />
ha da mutare – di metter ali alle statue di fango che dopo o prima<br />
vedranno (loro) un rango finire – un’era meno nera apparire – una<br />
vista – un inizio – un’ondata – un ventre largo<br />
che può partorire una lentezza più accesa – più beata che dica e dica al tempo<br />
di salire – d’esser data in mercè – d’esser donata e ai testimoni stanchi<br />
di partire</p>
<p><em>Da:</em> La scelta, la sorte (1994-1997), (Firenze: Gazebo, 2001). <em>La poesia è inclusa nel volume antologico:</em> A parole &#8211; in immagini. Antologia poetica 1963-2007, <em>appena uscito per le</em> <a href="http://www.edizionigazebo.com/">edizioni Gazebo</a><em>.</em></p>
<p><em>Nell&#8217;immagine: </em>Trifoglio reciso <em>di </em>Gabriella Maleti</p>
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