<?xml version="1.0" encoding="UTF-8"?><rss version="2.0"
	xmlns:content="http://purl.org/rss/1.0/modules/content/"
	xmlns:wfw="http://wellformedweb.org/CommentAPI/"
	xmlns:dc="http://purl.org/dc/elements/1.1/"
	xmlns:atom="http://www.w3.org/2005/Atom"
	xmlns:sy="http://purl.org/rss/1.0/modules/syndication/"
	xmlns:slash="http://purl.org/rss/1.0/modules/slash/"
	
	xmlns:georss="http://www.georss.org/georss"
	xmlns:geo="http://www.w3.org/2003/01/geo/wgs84_pos#"
	>

<channel>
	<title>calcio &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
	<atom:link href="https://www.nazioneindiana.com/tag/calcio/feed/" rel="self" type="application/rss+xml" />
	<link>https://www.nazioneindiana.com</link>
	<description></description>
	<lastBuildDate>Sun, 31 Aug 2025 16:24:02 +0000</lastBuildDate>
	<language>it-IT</language>
	<sy:updatePeriod>
	hourly	</sy:updatePeriod>
	<sy:updateFrequency>
	1	</sy:updateFrequency>
	<generator>https://wordpress.org/?v=5.7.15</generator>
	<item>
		<title>Quando Dio entra in gioco</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2025/08/30/quando-dio-entra-in-gioco-2/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[giacomo sartori]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 30 Aug 2025 05:00:06 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[antropologia]]></category>
		<category><![CDATA[brasile]]></category>
		<category><![CDATA[calcio]]></category>
		<category><![CDATA[Claude Petrognani]]></category>
		<category><![CDATA[Rogas Edizioni]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.nazioneindiana.com/?p=114733</guid>

					<description><![CDATA[di <b>Claude Petrognani</b><br />Lo spogliatoio ribolle di energia, di “sacro”. L’altare rigorosamente allestito dal magazziniere sprigiona spiritualità da tutti i pori, candele, immagini di santi e orixás si mescolano, mescolandosi e sovrapponendosi come fosse una grande festa sincretica.]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Claude Petrognani</strong></p>
<p><em>Il brano che segue è tratto dal saggio &#8220;<a href="https://www.rogasedizioni.net/product-page/quando-dio-entra-in-gioco-di-claude-petrognani">Quando Dio entra in gioco</a>&#8221; dell&#8217;antropologo Claude Petrognani, recentemente pubblicato da Rogas Edizioni, che ringraziamo della disponibilità</em></p>
<p><img loading="lazy" class="alignleft wp-image-115391" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/08/813JYPwGdwL._SL1500_-721x1024.jpg" alt="" width="380" height="540" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/08/813JYPwGdwL._SL1500_-721x1024.jpg 721w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/08/813JYPwGdwL._SL1500_-211x300.jpg 211w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/08/813JYPwGdwL._SL1500_-768x1091.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/08/813JYPwGdwL._SL1500_-150x213.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/08/813JYPwGdwL._SL1500_-300x426.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/08/813JYPwGdwL._SL1500_-696x989.jpg 696w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/08/813JYPwGdwL._SL1500_-296x420.jpg 296w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/08/813JYPwGdwL._SL1500_.jpg 1056w" sizes="(max-width: 380px) 100vw, 380px" />Siamo pronti finalmente a “scendere in campo”.<br />
Ci siamo, per così dire, “riscaldati” per la (nostra) “partita” – di vita -, introducendo &#8211; così come fa un bravo “allenatore” &#8211; le nozioni principali riguardo al nostro “protagonista”: il Brasile. Nel gioco metaforico delle parti, abbiamo cercato di alternare la “tattica” (lo sguardo “da lontano”) &#8211; alcuni aspetti teorici riguardo la relazione che i brasiliani intrattengono con i loro “dei” – e la “pratica” (lo sguardo “da vicino”) – alcuni aspetti “etnografici” di questa intricata relazione-. Abbiamo constatato, dunque, che per ragioni storiche, sociologiche, antropologiche, il Brasile si caratterizza come un paese “laico” e ad “alto contenuto” di “religiosità”. Tutto – o quasi – è permeato da un’aura “sacra”: la politica, il Parlamento, la Costituzione, la scuola, la vita di tutti i giorni, la socializzazione, lo sport (il calcio). Nelle mie ricerche ho cercato di mostrare che quest’aspetto di complementarità e d’intersezione tra sfera “religiosa” e “secolare” &#8211; personificato dal “Dio” sincretico dei brasiliani – è una “chiave” di lettura  &#8211; ermeneutica, simbolica, di significazione – “ buona da pensare” per “accostarsi” &#8211; un po’ &#8211; all’<em>ethos </em>religioso  &#8211; e secolare &#8211; dei brasiliani.<br />
Sempre nel gioco delle analogie, abbiamo, successivamente, elencato le principali caratteristiche di questi “giocatori” che “entreranno” sul “terreno di gioco” “socio-religioso” e mostrato, inoltre, in che modo si “esibiscano” &#8211; nello sport e nella vita- : l’“(iper)-visibilità” “neo-pentecostale”, l’“indifferenza” &#8211; “diffusa” &#8211; “cattolica” e l’“invisibilità” “afro-brasiliana”.<br />
In questa terza parte del nostro itinerario, cercheremo di capire &#8211; rimbalzando ancora una volta tra “calcio”, “religione” e “società” (e vice-versa) – in che modo queste “personalità” “religiose” <em>e</em> “secolari”, apparentemente così diverse ed in competizione, riescano, il “giorno della partita”, ad “incorporare” – e qui “entra in gioco” il “<em>talento culturale</em>” di cui parlava Turner (1993) &#8211;  lo “spirito” “sincretico” del “Dio” del pallone -e della vita-.</p>
<p><strong><em>Il rituale del “</em></strong><strong><em>fechamento</em></strong><strong><em>” dei calciatori brasiliani</em></strong></p>
<p>Immergiamoci subito all’interno dello spogliatoio dello <em>Sport Club Internacional de Porto Alegre<a href="#_ftn1" name="_ftnref1"><strong>[1]</strong></a>. </em></p>
<p><em>“Fermento, confusione, </em><em>voci che si sovrappongono. Il silenzio “assordante” che regnava nello spogliatoio viene “spezzato”. C’è quel cigolio “arrugginito” di un tacchetto di ferro che si ostina a non avvitarsi, c’è la voce forte, autoritaria, del mister che ricorda le ultime disposizioni, ci sono le preghiere dei giocatori … “porto sempre con me la foto di Nostra Signora </em><em>Aparecida</em><em>, due o tre baci prima di giocare…”; “io sono evangelico, chiudo gli occhi, mi concentro, recito alcuni versicoli della Bibbia”; “io accendo delle candele per pregare il mio </em><em>orixá, axé</em><em>” … I preparativi fervono.  Si preparano meticolosamente “fiumi” di bende e fasciature, si “accarezzano” le scarpe, le si “parla”, le si “coccola” come fosse l’oggetti più prezioso (ed in effetti, lo sono!); i parastinchi, pezzi di corazza, pronti per essere indossati. I giocatori sono pronti. Lo spogliatoio ribolle di energia, di “sacro”. L’altare rigorosamente allestito dal magazziniere sprigiona spiritualità da tutti i pori, candele, immagini di santi e </em><em>orixás si </em><em>mescolano, mescolandosi e sovrapponendosi come fosse una grande festa sincretica. Tutto è pronto, manca poco, 5 minuti e si entra!</em><br />
<em>A quel punto Carlos, l’allenatore, Marco il coordinatore, il magazziniere Eduardo, lo staff, i giocatori si riunisco al centro dello spogliatoio. Formano un circolo, si danno la mano. Anch’io partecipo. Mi sento un corpo estraneo, tuttavia, ascolto le indicazioni e mi preparo al grande rituale ecumenico. Marco mi ha avvisato categoricamente di non “spezzare” il circolo affinché la “trasmissione di energie” possa confluire da una mano all’altro, da un corpo all’altro. Obbedisco. Stringo le mani di due ragazzi, li osservo. Prende la parola il leader. Usa parole forti, cariche di significato: “Dio” ripete “è la nostra forza”. Il circolo si carica di “intensità”, “eccitazione”. A quel punto, a pieni polmoni e all’unisono, ecco l’irruzione del “trascendente”, ciò che più caratterizza il rituale dei calciatori brasiliani:</em><br />
<em>“PadrenostrocheseineicielisiasantificatoiltuonomevengailtuoregnosiafattalatuavolontàcomeincielocosìinterradaccioggiilnostropanequotidianoerimettianoiinostridebiticomeanchenoilirimettiamoainostridebitorienonabbandonarciallatentazionemaliberarcidalmaleAmen”</em><br />
<em>Si tratta &#8211; per rendere l’idea della performance la preghiera dev’essere letta in un solo respiro – del momento più sublime e importante del rituale: il Padre nostro, preghiera di matrice cattolica, è gridato ad alta voce, tutto d’un fiato. Io non prego, rispetto il rituale. Osservo i ragazzi, sguardo al cielo, pregare “ognuno a modo loro” questo repertorio. Dopodiché, il circolo si spezza. L’effervescenza collettiva è percettibile. I ragazzi, come fossero in “trance<a href="#_ftn2" name="_ftnref2"><strong>[2]</strong></a>”, cominciano a saltellare qua e là, disordinatamente, dandosi dei colpetti sulle spalle e gridando di forma incontrollata. Il circolo, poco dopo, si ricompone e l’ordine viene ristabilito. Il gruppo questa volta è ridotto agli 11 “eletti” che scenderanno in campo. Si guardano, mano nella mano, intonando a gran voce il Club che rappresentano: 1,2,3, Inter, Inter, Inter …”.</em></p>
<p><a href="#_ftnref1" name="_ftn1"></a></p>
<p><a href="#_ftnref1" name="_ftn1">[1]</a>  L’originale si trova in Petrognani (2016).</p>
<p><a href="#_ftnref2" name="_ftn2">[2]</a> Come ha correttamente rimarcato Barba (2007, p.23) “<em>il concetto di trance è un concetto mutato dalle religioni che prevedono la “possessione”, ovvero la discesa di un’entità nel corpo di un fedele (…) in più nelle religioni di possessione, lo stato di “trance” è un comportamento culturalmente appreso, come ben detto da Bastide (1979)</em>”.<br />
Quando parlo di “trance”, dunque, sono cosciente di “forzare” un concetto “complesso” del mondo delle religioni che prevedono la possessione. Nel contesto “metafisico” del “<em>fechamento</em>”, con questa espressione intendo enfatizzare un momento molto particolare del “rituale” che si caratterizza, per analogia, corrispondenza e a livello di performance teatrale (Schechner, 2011), con quello in cui l’adepto delle religioni afro-brasiliane e neo-pentecostali entra in “trance”.</p>
<p>&nbsp;</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Il secondo romanzo sul calcio che leggo</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2024/07/11/il-secondo-romanzo-sul-calcio-che-leggo/</link>
					<comments>https://www.nazioneindiana.com/2024/07/11/il-secondo-romanzo-sul-calcio-che-leggo/#comments</comments>
		
		<dc:creator><![CDATA[giacomo sartori]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 11 Jul 2024 05:00:12 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[argentina]]></category>
		<category><![CDATA[calcio]]></category>
		<category><![CDATA[Edizioni Atlantide]]></category>
		<category><![CDATA[marco drago]]></category>
		<category><![CDATA[Marco Ferrari]]></category>
		<category><![CDATA[marino magliani]]></category>
		<category><![CDATA[romanzo contemporaneo]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.nazioneindiana.com/?p=109001</guid>

					<description><![CDATA[di <strong>Marco Drago </strong>  <br />Ho riso molto, mi sono commosso, ho strabuzzato gli occhi e trattenuto il respiro, cosa chiedere di più?]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Marco Drago</strong></p>
<p><img loading="lazy" class="alignleft wp-image-109003" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/07/9791280028952_0_536_0_75.jpg" alt="" width="350" height="494" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/07/9791280028952_0_536_0_75.jpg 536w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/07/9791280028952_0_536_0_75-213x300.jpg 213w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/07/9791280028952_0_536_0_75-150x212.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/07/9791280028952_0_536_0_75-300x423.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/07/9791280028952_0_536_0_75-298x420.jpg 298w" sizes="(max-width: 350px) 100vw, 350px" /></p>
<p>Sono un lettore ingenuo, cerco strenuamente di conservarmi tale, leggo per divertirmi, per passare il tempo, per ammirare la capacità degli autori di raccontare storie nei modi più diversi. Oltretutto ho così tante lacune (i russi, i sudamericani, gli antichi) che spesso mi entusiasmo per libri che poi scopro essere opere epigonali di qualche russo, sudamericano o antico. Faccio questa premessa per parlare del romanzo “Sporca faccenda, mezzala Morettini”  di Marco Ferrari e Marino Magliani (<a href="https://www.edizionidiatlantide.it/prodotto/sporca-faccenda-mezzala-morettini/">Blu Atlantide, 2024</a>) proprio perché mi ha entusiasmato. Il mio è un entusiasmo genuino, privo di consapevolezza, l’entusiasmo di un lettore qualsiasi, non quella di un lettore forte. Credo sia il secondo romanzo sul calcio che leggo (il primo furono i racconti di <em>10 </em>di Dario Voltolini) ed è quasi sicuramente il primo romanzo che leggo con un’ambientazione argentina (ma forse qualche remoto libro di Magliani con l’Argentina l’ho letto una quindicina d’anni fa, chi si ricorda più?). E dunque ho trovato sia l’aspetto calcistico sia quello argentino, per me assolute novità, entusiasmanti. Ho riso molto, mi sono commosso, ho strabuzzato gli occhi e trattenuto il respiro, cosa chiedere di più?<br />
In certi momenti mi pareva di leggere un vecchio giallo di Sanantonio, quel tipo di comicità grottesca anni ‘60 che non accenna a invecchiare, resta sempre fresca come quando è stata creata, una specie di miracoloso procedimento di messa sottovuoto che mantiene intatti sapori ed effluvi originari.<br />
In certi altri momenti ecco Magliani con il suo incedere conradiano, quel suo girare a vuoto della coscienza, quel suo continuo tentativo di afferrare l’inafferrabile. La combinazione di due autori così diversi tra loro risulta vincente: difficile capire dove finisce l’uno e comincia l’altro, ma l’istinto mi dice che la sceneggiatura sia di Ferrari e le <em>matite</em> siano invece di Magliani e, proprio come in un fumetto, anche in questo romanzo è impossibile separare l’una dalle altre. Che cosa leggiamo quando leggiamo un fumetto? Le parole nei balloon o le tavole disegnate? Tutto e niente, niente e tutto, e così succede anche con <em>Sporca faccenda, mezzala Morettini, </em>la vicenda ci tiene ancorati tanto quanto la lingua che la racconta, e la vicenda ha a che fare con i primi vagiti della dittatura fascista in Argentina, con il mestiere di procuratore di calciatori, con la mezza sparizione di una mezzala, con uno scandalo finanziario che colpisce una squadra di calcio di Genova, con le A di Amore e Anarchia.<br />
C’è tanta sapienza, dietro questo romanzo. E tanta passione coltivata bene.</p>
]]></content:encoded>
					
					<wfw:commentRss>https://www.nazioneindiana.com/2024/07/11/il-secondo-romanzo-sul-calcio-che-leggo/feed/</wfw:commentRss>
			<slash:comments>1</slash:comments>
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Il mio primo maestro era svedese</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2024/02/06/il-mio-primo-maestro-era-svedese/</link>
					<comments>https://www.nazioneindiana.com/2024/02/06/il-mio-primo-maestro-era-svedese/#comments</comments>
		
		<dc:creator><![CDATA[giacomo sartori]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 06 Feb 2024 13:00:34 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[calcio]]></category>
		<category><![CDATA[Fiorentina]]></category>
		<category><![CDATA[narrativa contemporanea]]></category>
		<category><![CDATA[necrologio]]></category>
		<category><![CDATA[paolo morelli]]></category>
		<category><![CDATA[racconto]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.nazioneindiana.com/?p=106808</guid>

					<description><![CDATA[di <strong>Paolo Morelli </strong>  <br /> È stato il mio primo maestro. Di sicuro è stato lui a convincermi di giocare tutte le mie fortune all’ala destra.
Avevo sei o sette anni quando è arrivato alla Fiorentina, di cui già ero tifoso.]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Paolo Morelli</strong></p>
<p><em><img loading="lazy" class="alignleft wp-image-106810" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/02/sdlsp08bb83-nh-225x300.jpg" alt="" width="300" height="400" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/02/sdlsp08bb83-nh-225x300.jpg 225w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/02/sdlsp08bb83-nh-768x1024.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/02/sdlsp08bb83-nh-150x200.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/02/sdlsp08bb83-nh-300x400.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/02/sdlsp08bb83-nh-696x928.jpg 696w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/02/sdlsp08bb83-nh-315x420.jpg 315w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/02/sdlsp08bb83-nh.jpg 960w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" />Lo scorso 4 febbraio si è spento a 89 anni a Firenze Kurt Hamrin, calciatore di Juventus, Padova, Milan e Napoli, ma soprattutto e innanzitutto della Fiorentina, tuttora al nono posto dei marcatori italiani di tutti i tempi. Una leggenda, una delle tante storie infinite che il calcio contiene come forse nessun’altra vicenda umana.</em></p>
<p>È stato il mio primo maestro. Di sicuro è stato lui a convincermi di giocare tutte le mie fortune all’ala destra.<br />
Avevo sei o sette anni quando è arrivato alla Fiorentina, di cui già ero tifoso. Era il 1958 e la palla, tra un rimbalzo e l’altro, occupava almeno il 90% del mio tempo, col vantaggio ulteriore che non me ne rendevo conto. La prima volta che ho visto una palla non me lo ricordo, ma lo potrei inventare. Mi sembrava che fosse tutto lì il senso, nel reagire al suo movimento, cercare di addomesticarlo, insomma capirlo. Lo studio era immersivo, si direbbe oggi, in ogni momento delle giornate della vita e senza nemmeno un dubbio o una stanchezza, tutto il resto spariva su altri piani meno interessanti, rimandabili di fronte a una necessità più che evidente, lampante, in perenne mutamento. Interno o esterno, anfratti, muri per ore, lampadari, da solo o con gli altri. Bisognava studiare, fare meglio, qualcuno faceva meglio di altri, il controllo totale però era escluso a priori, qualcosa di mai del tutto addomesticabile era costantemente sotto i nostri occhi stupiti da tanto insegnamento. All’epoca era il primo addestramento e l’unico nel vero senso della parola, i libri scolastici non reggevano il paragone. Ognuno sceglieva il suo punto di vista da cui operare nello studio e, proprio allo stesso tempo è costretto a sceglierlo dalle peculiari caratteristiche fisiche e psicologiche che ora, man mano, scopre di avere o non avere. Si imparano anche le regole del gioco, le prime regole di gioco di cui si sente parlare, chiare, intoccabili, così si crede, provenienti forse dall’inizio di tutto, per il resto si va a tentoni ma con i piedi, tra la polvere o il fango a seconda delle epoche dell’anno che sono tutte sterminate, senza limiti di campo. Si impara che siamo una squadra e che ci sono limiti utili dell’individualismo, mai oltre quelli che servono a superare l’ostacolo. A volte i campi di gioco sono così vasti che sconfinano nel fiume, qualcuno di noi c’è anche morto per recuperare la palla sacra, divina.<br />
Quando lo svedese Kurt Hamrin arriva, la Fiorentina è una grande squadra. Io da romano ero diventato viola per la vita perché in quel periodo mio padre faceva il cuoco durante il ritiro estivo all’Abetone e Miguel Montuori mi aveva carezzato sulla testa. Miguel Montuori era il primo grande 10 della Fiorentina, dotato poi di una sfortuna grandissima.<br />
Ed ecco che arriva l’esempio, l’insegnamento, la prima via da seguire. Ripeto, anche col vantaggio ulteriore di non rendersene conto, con quell’unico grande vantaggio di non saperlo non sapevamo che lo studio della Via consiste solo nel seguire, caso per caso, il corso degli eventi. A pensarlo e a dirlo semmai abbiamo imparato dopo.<br />
E all’epoca poi bastava giocare a pallone coi calzettoni abbassati fino alle caviglie per scoprire chi si voleva essere al mondo e dichiararlo. O almeno quello per cui si veniva portati da un certo tale detto Destino di cui non sospettavamo l’esistenza. Un ribelle, un irregolare e, badiamo bene ancora, la fortuna stragrande è di non saperlo. La prima sfida che ne prometteva molte altre, senza sapere nemmeno che le sconfitte supereranno talmente le vittorie tanto da cancellarle. C’è da dire che portare i calzettoni giù, arrotolati fino sui rozzi scarpini era un gesto da attaccante, un gesto irridente e puro, voleva dire agli arcigni terzini avversari coi calzettoni alle ginocchia, non solo che incarnavano gli sbirri di ogni epoca e luogo nella storia del mondo ma che mai ci avrebbero preso. Coi calzettoni giù infatti non si portavano i parastinchi, così quelli avrebbero potuto farti male, magari spaccarti una gamba ma il chiaro messaggio era: non mi prenderai mai sbirro!, e poi ci si poteva comportare di conseguenza, con la libertà e l’agilità che il più delle volte si credeva solo di avere ma bastava e avanzava per tentare. Sivori, Meroni, Corso, Hamrin erano gli esempi da seguire per quelli che volevano rovinarsi la vita nella cerchia più stupida e insensata al mondo, chiamata svagata libertà. Per me soprattutto l’ultimo, Hamrin Kurt, basso biondino svedese, soprannominato l’Uccellino. Il mio primo maestro è stato uno svedese, e io qui lo onoro per questo.<br />
L’ultima volta l’ho visto in un video, già qualche anno fa. Era a Firenze dove viveva, sotto la sede della Fiorentina Calcio. Non ricordo in che occasione erano lì con Giancarlo Antognoni, l’Eterno Dieci e alcuni tifosi. Siccome c’era un pallone in circolo se lo passavano come si fa da sempre, ognuno provava qualche palleggio prima di darlo agli altri. I tifosi erano scarsi al riguardo, perfino Giancarlo ha avuto qualche problema coi pantaloni e le scarpe da città, poi l’hanno data a lui. Quasi non riusciva a alzare i piedi, lui che certe volte pareva proprio volare, radente ai prati per poi atterrare improvviso nell’area di rigore, difatti era sunnominato l’Uccellino e sfidava la legge con l’onestà del coraggio.<br />
Piccolo, biondo, col ciuffo ci ha regalato pochi momenti come questi belli, come dice il poeta. Io all’inizio avevo capito Hambrim.<br />
Era il periodo degli svedesi. La loro nazionale era arrivata in finale ai Campionati del Mondo, l’aveva persa col Brasile di Pelè. L’allenatore di quella nazionale aveva dichiarato di essersi ispirato alla tattica della Fiorentina, in quel momento una delle squadre più forti sul globo terracqueo. Kurt era arrivato in viola subito dopo la vittoria del primo scudetto per sostituire Julinho all’ala destra, e ci è rimasto fino alle soglie del 1968, proprio quando il mio interesse defluiva, scemava, ma solo per una pausa confusa di qualche anno.<br />
Quello irridente non è il modo giusto per affrontare un dribbling, insegnava Hamrin, soprattutto a gambe nude. Non come i sudamericani, Sivori ad esempio. Tanto, il terzino o chi per lui si sentirà comunque irriso, è nella sua natura. L’ideale sarebbe coinvolgerlo nell’euforia del gioco, ma siccome è impossibile ognuno stia al posto suo. Se vuoi irriderlo sei già nella posizione coinvolta della sua eventuale violenza, sei nella combriccola ed è facile che reagisci. Non mi ricordo che Kurt sia mai stato espulso per un fallo di reazione, e non ho voglia né bisogno di guardare le statistiche. Fateci caso, altro insegnamento: il fallo di reazione, anche se lieve, viene considerato più grave perfino della violenza bruta e comunque scatenante, anche moralmente intendo. Si imparava molto allora, era un campo talmente vasto da sconcertare, con le gambe marcate a vita da lividi e cicatrici. È il gran vantaggio di essere ignoranti.<br />
Lui insegnava la calma, nella lotta, ma questo per noi era veramente troppo, lo è anche oggi: il vincente prima vince poi scende in campo, il perdente prima scende in campo poi cerca il modo di vincere. Il dribbling di Hamrin presupponeva la calma, in stile nordico, ma non significa per niente algido.<br />
Scendeva sulla fascia destra saltando gli avversari come birilli, così si dice in gergo, voleva arrivare in porta con la palla al piede, così si dice, una volta l’ho visto con i miei occhi già sulla linea tornare indietro, perché gliene mancava uno e voleva completare il suo compito con diligenza. Depositare alla fine la palla nella rete veniva come istanza solo necessaria, e non era mettere ma depositare, fin lì giungeva l’eleganza.<br />
Altezza 1,69, peso 69 kg., come sottotitolavano le figurine, biondo figlio di un imbianchino di Stoccolma, col ciuffo che certo doveva scuotersi all’aria alle sue movenze, figuratevi un canarino, altrettanto svagato all’apparenza. Passetti brevi, e bravi, il manto erboso lo piluccava con cura. Scatto, dribbling stretto, allungo, guizzo. Essere basso, avere il baricentro basso era un vantaggio allora più di quanto lo sia oggi, permetteva il movimento improvviso, lo scattare, lo sgusciare, permetteva la fuga. Gli alti, i rocciosi, i difensori dell’ordine costituito ci mettevano più tempo per scuotersi e provare a seguirti, braccarti, era la loro natura. Il 2 febbraio 1964, io avevo dodici anni, una domenica certo, segnava 5 goal nel 7-1 a Bergamo con l’Atalanta, un record ineguagliato. Io e mio padre mettevamo la radio al centro del tavolo di formica, solo posso inventare cosa sia successo al centro nel mio cuore basandomi su cosa mi succede adesso a raccontarlo.<br />
E qui si apre uno squarcio, l’interrogativo gigante: io la racconto al naturale, ma come facevamo a sapere, a vedere tutto se scarsi, sfocati e traballanti erano i riflessi cosiddetti in tivù, le immagini delle partite? Eppure giuro che eravamo in grado di descrivere per ore i gesti di ognuno, al <em>ralenti</em>, imitarli <em>frame by frame</em>, farli fruttare come orientativi, educativi. Delle due l’una: o avevamo facoltà adesso dimenticate o mi sto inventando tutto. O sono i miracoli dell’elaborazione fantastica, per me allora ne eravamo capaci e nessuno mi può smentire.<br />
Fiducia, mi insegnava la fiducia Kurt perfino quando è scriteriata, e che altro modo non c’è come questo bello. La mente resta alta pure se la testa bisogna tenerla bassa, a seguire le voglie del pallone, per assecondarlo e sottrarlo a chi vuole te soprattutto, per punirti, la palla in fondo gli interessa meno. Per forza che a volte gli si risponde con un tunnel, la palla sotto le gambe, l’affronto.<br />
Fino dall’antichità si vocifera che ci sia un dio dentro, nell’aria lì racchiusa, e la riprova la vediamo nei rimbalzi e nei contrasti che fa ogni volta che uno di costoro, i benedetti, gli eletti se ne appropria, va da loro ogni volta, l’attirano come se gli appartenesse per diritto imperituro, per una qualità della giustizia.<br />
Devo inventarmi pure questo, non del tutto forse. Forse dopo il suo insegnamento e l’addestramento che ne è seguito in ogni partita in cui non c’era l’arbitro, nel dubbio dei falli chiedevano a me, la mia opinione era risolutiva nelle contese, anche gli acerrimi avversari, come se uno potesse essere autorevole a dieci anni.<br />
Oggi e da tempo portare i calzettoni abbassati è considerato illegale e la scusa è la solita: è per il tuo bene, per la tua sicurezza. Vale a dire non solo le gambe, puoi rovinarti la vita. Ipocritamente, velatamente qualche arbitro permette a qualche eletto di portarli a mezz’asta, Totti ad esempio, o K&#8217;varatskhelia.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>NdR: Kurt Roland Hamrin era nato a Stoccolma il 19 novembre 1934, figlio di un imbianchino. Da adolescente ha lavorato come zincografo, anche mentre giocava nell&#8217;AIK Stoccolma dato che le squadre svedesi erano semiprofessionistiche. Dopo il secondo posto della Svezia ai Campionati del Mondo, finale persa contro il Brasile di Pelè, viene in Italia, preso e poi scartato dalla Juventus. Dal Padova passa alla Fiorentina, e dopo nove anni al Milan dove vince la Coppa dei Campioni. Conclude la carriera tra Napoli e IFK di Stoccolma. Viveva a Coverciano.</em></p>
<div dir="ltr"></div>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
]]></content:encoded>
					
					<wfw:commentRss>https://www.nazioneindiana.com/2024/02/06/il-mio-primo-maestro-era-svedese/feed/</wfw:commentRss>
			<slash:comments>2</slash:comments>
		
		
			</item>
		<item>
		<title>L’ultima formazione titolare della Cecoslovacchia ai Mondiali</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2024/01/04/lultima-formazione-titolare-della-cecoslovacchia-ai-mondiali/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[giacomo sartori]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 04 Jan 2024 06:00:55 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[calcio]]></category>
		<category><![CDATA[Cecoslovacchia]]></category>
		<category><![CDATA[galaad edizioni]]></category>
		<category><![CDATA[lorenzo mari]]></category>
		<category><![CDATA[mondiali di calcio]]></category>
		<category><![CDATA[narrativa italiana]]></category>
		<category><![CDATA[racconti]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.nazioneindiana.com/?p=105972</guid>

					<description><![CDATA[di <strong>Lorenzo Mari </strong>  <br /> Per molti anni, almeno fino al 2005, Giuseppe era stato considerato all’unanimità, Giuseppe compreso, come lo scemo del paese di P***.
Ma non era vero.
]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Lorenzo Mari</strong></p>
<p><img loading="lazy" class="wp-image-105973 alignnone" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/12/9791280737281-200x300.jpg" alt="" width="300" height="450" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/12/9791280737281-200x300.jpg 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/12/9791280737281-150x225.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/12/9791280737281-300x450.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/12/9791280737281-280x420.jpg 280w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2023/12/9791280737281.jpg 427w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /></p>
<p>Per molti anni, almeno fino al 2005, Giuseppe era stato considerato all’unanimità, Giuseppe compreso, come lo scemo del paese di P***.</p>
<p>Ma non era vero.</p>
<p>Giuseppe era scemo, se si vuole, ma non era l’unico in paese. Toni, almeno, diceva questo: Giuseppe non era l’unico.</p>
<p>Bastava guardare ai risultati delle elezioni negli ultimi anni, diceva, oppure ascoltare le storie su questo o quell’altro personaggio nativo di P*** o del vicino paese di San F*** e guardare negli occhi chi si faceva latore di questa o quella vicenda. Scemo, in quel caso, era almeno uno dei due: chi raccontava la storia o chi ne era protagonista, e a volte tutt’e due, per non parlare di chi stava ad ascoltare.</p>
<p>Probabilmente, diceva Toni, era sufficiente contare il numero di persone che andavano in chiesa o in sezione, spesso intrecciando le strade &#8211; un fatto sempre possibile in un paesino molto piccolo e perennemente afflitto da una nebbia impenetrabile in pieno stile<br />
ventesimo secolo &#8211; e guardarle confondersi lungo il percorso. Frotte di persone sconfitte dalla nebbia che varcavano un portone indistinguibile e finivano per ascoltare un’omelia diversa dal previsto, storcendo, chi più chi meno, il naso.</p>
<p>Toni, però, ce l’aveva con tutto e con tutti, in paese e fuori, toccando nelle sue sfuriate qualche nativo di G*** e un sacco di politici e calciatori; non era sempre affidabile, di conseguenza, anche se era spesso in grado di strappare una risata a chi si prendeva la briga di ascoltarlo.</p>
<p>Magari, poi, gli episodi che s’inventava non erano successi davvero, ma era in ogni caso acclarato che Giuseppe fosse considerato all’unanimità lo scemo del paese di P***, e questo si doveva, in primo luogo, al fatto che a differenza di tutti i compaesani, inclusi i nativi di San F*** e G***, sapeva a memoria la formazione titolare della Cecoslovacchia ai Mondiali di Italia ’90.</p>
<p>Stejskal, Bielik, Kadlec, Hašek, Kocian, Bílek, Straka, Chovanec, Moravčik, Skhuravy, Knoflíček.</p>
<p>L’ultima squadra di calcio della storia della Cecoslovacchia.</p>
<p>Giuseppe, però, non era un nostalgico: recitava i nomi dei calciatori cecoslovacchi di punto in bianco, interrompendo una qualsiasi conversazione, guardan­do fisso nel vuoto, oltre il gruppo dei presenti, e alzando il bicchiere, quando beveva, in un brindisi immaginario. A dire il vero alzava il bicchiere anche quando non beveva, e se si trovava per strada si metteva a guardare eroicamente l’orizzonte, nebbia permettendo. E malgrado la posa da eroe dei film di una volta, non era un nostalgico nemmeno da un punto di vista più squisitamente cinematografico. Quanto ai nomi, li diceva a raffica, senza sbagliare una pronuncia.</p>
<p>Stejskal, Bielik, Kadlec, Hašek, Kocian, Bílek, Straka, Chovanec, Moravčik, Skhuravy, Knoflíček.</p>
<p>I suoi compaesani, fatta eccezione per i malati e i coscritti del pallone, si ricordavano soltanto di Skhu­ravy e non avevano mai controllato che la formazione snocciolata da Giuseppe fosse effettivamente quella giusta.</p>
<p>Solo una volta, si ricordava Toni, c’era stato qualcuno che aveva avuto l’ardire di contraddire Giuseppe alla fine del suo rosario cecoslovacco.</p>
<p>Era successo in una gelida domenica invernale, al termine di una combattuta ma in fin dei conti noiosa Fiorentina-Inter. Giuseppe era partito in quinta, passando in rassegna la formazione della Cecoslovacchia ai Mondiali di Italia ’90 senza prendere fiato. Le sue cantilene non avevano un obiettivo ben definito, ma in quel caso era parso a quasi tutti i presenti che la tirata avesse lo scopo di interrompere una delle tirate di Angelo sulle malefatte del sindaco del paese di San F***, all’epoca poco apprezzato a P*** per la questione della discarica al confine tra i due paesi.</p>
<p>Erano discussioni infinite che non portavano mai a un risultato concreto, se non a rivangare qualche rancore personale o a rifugiarsi in una battuta sulla Juve di Agnelli o sul Milan di Berlusconi, e poi a una chiosa rassicurante, del tipo “tanto non cambierà mai nulla” o altre variazioni sul tema. Rassicurazione che fu usata anche quella volta, ma durò ben poco, perché Angelo tornò subito alla carica, dicendo a mezza voce ma abbastanza forte da poter essere udito dall’intero consesso di allenatori e agitatori elettorali in riunione plenaria: «Sì, tanto non cambierà mai nulla, ma intanto la diossina cambia le cose».</p>
<p>E a quel punto Giuseppe, con la sua nenia prima in sottofondo poi con un discreto crescendo che aveva zittito tutti: «Stejskal, Bielik, Kadlec, Hašek, Kocian, Bílek, Straka, Chovanec, Moravčik, Skhuravy, Knoflíček».</p>
<p>«E Kubík allora?» sbottò qualcuno dalle retrovie. Franco, probabilmente: l’unico a tifare Fiorentina, e a distanza di anni dal suo trasloco in paese nessuno sapeva esattamente perché. Lui diceva che era per via del prozio materno, il solo della sua famiglia che avesse vissuto in Toscana tutta la vita e che fosse stato un vero tifoso di calcio. Il prozio di Franco era stato il primo e unico famigliare a portarlo allo stadio a vedere la Fiorentina quando lui aveva dieci, undici anni al massimo. All’epoca non era nemmeno intitolato ad Artemio Franchi, era semplicemente lo stadio Comunale.</p>
<p>In effetti Kubík mancava davvero all’appello nelle litanie di Giuseppe, e questo contribuì a zittire l’udito­rio, in attesa di una reazione da parte di Giuseppe.</p>
<p>«Luboš! Luboš Kubík!» disse Franco alzando progressivamente la voce e dando l’impressione di una maggior sicurezza di sé, sfoderando per di più un accento cecoslovacco che, anche in quel caso, nessuno parve in grado di contraddire.</p>
<p>Seguì una pausa di silenzio, e poi la voce di Franco che snocciolava vita, morte e miracoli di Luboš Kubík, centrocampista “di sostanza”, come si diceva all’epo­ca, e forse si dice ancora, all’interno di una linea mediana che rasentava la perfezione, insieme a Dunga e Iachini. E poi Baggio, naturalmente.</p>
<p>Kubík aveva segnato una doppietta al Pisa in trasferta, nel derby espugnato per quattro a zero nell’ot­tobre del 1990, con la curva che qualche tempo dopo si era messa a cantare “Attenti al Luboš”, in uno stralunato, rumoreggiante omaggio a Kubík, ma anche a quel Lucio Dalla che era, com’è noto, tifoso di un’altra squadra con la quale c’era un derby ancora più sentito di quello con il Pisa.</p>
<p>«Ai Mondiali Kubík ha pure fatto gol al Costarica, non ricordi? Come fai a non ricordarti se reciti a memoria la formazione, per filo e per segno, della Cecoslovacchia?»</p>
<p>La frase si era andata via via spegnendo, come se Franco, a metà della sua sfuriata, avesse colto negli occhi di Giuseppe una ferita ancora più viva di quella che esibiva quando alzava il bicchiere. Non soltanto le parole di Franco si ritirarono, ma anche il suo corpo tornò languidamente a scivolare sulla sedia del bar, abbandonando il tavolino che aveva appena preso d’assalto. In fondo, la guerra è la continuazione del calcio con altri mezzi, finché non c’è spargimento di sangue, almeno, e forse anche quando c’è il sangue.</p>
<p>Ma non erano solo il calcio e la guerra; tutto sembrava passare inesorabilmente e incessantemente da uno stato fisico all’altro, da una condizione all’altra nella prospettiva del piccolo paese di P***, salvo forse la diossina.</p>
<p>Intanto, il bar era piombato nel più assoluto silenzio dopo la battuta di Franco, il quale aveva infine sentito la necessità di tornare a spingere, giocando però su un altro terreno, che doveva essergli sembrato meno insanguinato.</p>
<p>«Kubík, dai, Kubík! Quello che poi hanno venduto in Inghilterra per prendere Maiellaro e Orlando, che pure Montanelli s’era incazzato.»</p>
<p>Silenzio, e tutti a guardare Giuseppe, che intanto fissava il vuoto davanti a sé, come un pugile suonato. Fu allora che a Franco sembrò di avere un colpo di genio. Con l’aria che hanno quelli che stanno per rivelare una gran verità, lui che con Giuseppe, che diceva essere suo amico, ma in fondo era anche il matto del paese, non aveva mai intrattenuto grandi rapporti, disse: «Ma non ricordi che casino aveva fatto Kubík con quell’altro, Nòflice, come si chiama…».</p>
<p>«Knoflíček» lo aveva corretto Giuseppe, senza alzare lo sguardo.</p>
<p>«Nòflice, sì, quello!»</p>
<p>«Mi ricordo, certo. Se ne sono andati in Germania Ovest a giocare e poi non sono voluti tornare indietro. Un po’ li capisco. Ma poi gliel’hanno fatta pagare! Meno male che c’erano entrambi a Italia ’90.»</p>
<p>Mentre raccontava questa storia, Giuseppe non aveva mai alzato lo sguardo dal punto sul quale l’aveva inchiodato. La voce, però, mostrava i segni di un leggero sollievo e l’incidente diplomatico legato a Luboš Kubík si era chiuso così.</p>
<p>Quello che però non poteva passare in sordina era la conoscenza sfoderata da Giuseppe su un fatto giunto in modo talmente marginale agli onori delle cronache italiane che poteva essere conosciuto solo da un tifoso viscerale della Fiorentina come Franco.</p>
<p>Certo, Giuseppe sapeva a memoria la formazione titolare della Cecoslovacchia ai Mondiali di Italia ’90, ma quel dettaglio su Kubík e Knoflíček, quel tipo di conoscenza storica e politica era eccessivo, e da quel momento, se Giuseppe si assentava per quattro o cinque giorni &#8211; assenze sulle quali mai nessuno si era permesso di metter becco con lui, considerandole perfettamente compatibili con i suoi lavoretti occasionali, con la dedizione all’alcol e, in ultima istanza, con il suo essere considerato all’unanimità lo scemo del paese di P*** &#8211; non si diceva più che era andato a Praga, in Cecoslovacchia (per i più colti in Boemia o in Moravia e per i più aggiornati in Repubblica Ceca o Slovacchia). Si diceva invece che se n’era andato in Germania Est, oppure Ovest, e poi da lì &#8211; nonostante la riunificazione delle due Germanie fosse un dato di fatto ormai da tempo &#8211; la si buttava di nuovo in politica.</p>
<p>E così via fino al 2005; anzi, per l’esattezza fino al 30 ottobre di quell’anno.</p>
<p>Nelle discussioni di inizio campionato, riferite quasi esclusivamente alla vittoria per 3 a 1 del Milan sulla Juve avvenuta il giorno precedente (Seedorf, Kakà e Pirlo nel primo tempo, Trezeguet nella ripresa), si era infiltrato chissà come, forse a causa di un accenno a Vieri, partito dalla panchina ed entrato a risultato pressoché acquisito, un breve battibecco sulla bellezza delle compagne dei calciatori.</p>
<p>«Ma a te lei proprio non piace, Giuseppe?» era stata la domanda di Toni, posta senza pensarci troppo.</p>
<p>Giuseppe non aveva risposto, occhi bassi, bicchiere immobile sul tavolo.</p>
<p>«Dai, davvero non ti piace?» aveva rincarato Danilo, aiutandosi con un paio di gesti piuttosto eloquenti, che Giuseppe non aveva visto.</p>
<p>Un breve silenzio, poi: «Stejskal, Bielik, Kadlec, Ha­šek…».</p>
<p>Angelo: «Eh no, basta! Non puoi fare sempre così».</p>
<p>Giuseppe: «Haaašek, Kocian…».</p>
<p>Danilo: «Ancora con ’sta Cecoslovacchia, che manco c’è più da vent’anni!».</p>
<p>Danilo esagerava, come al solito, sul tempo e sulla storia, e si aiutava con gesti sempre più espliciti e bellicosi che Giuseppe continuava a non vedere.</p>
<p>«Ma non può essere che non ti interessino le donne.»</p>
<p>Giuseppe si era alzato, senza rispondere, lasciando il bicchiere mezzo pieno, cosa che non era da lui, gli occhi spenti, più spenti di tutte quelle volte in cui il bicchiere l’aveva finito, e si era diretto alla porta.</p>
<p>Due voci in sovrapposizione: l’affondo tagliente di Danilo, che ormai non teneva la bocca a freno, «Vai in Germania Ovest, vai?! Attento a Charly!», e in sottofondo la litania che arrivava dalle spalle di Giuseppe, «Straka, Chovanec, Moravčik, Knoflíček…».</p>
<p>Giuseppe uscì dalla porta del bar senza girarsi, senza salutare, dimesso e spento, più dimesso e spento della luce incerta che entrava ancora dalla porta in quel tardo pomeriggio di fine ottobre.</p>
<p>Da quel momento nessuno l’aveva più visto né aveva avuto sue notizie, alternando una preoccupazione crescente a un crescente disinteresse, anche per il calcio, fino a quando, alcuni mesi più tardi, in una domenica di maggio assolata e calda, Toni ci aveva detto di aver letto per caso, sulle pagine della cronaca di un quotidiano nazionale, che un tal Giuseppe era stato trovato impiccato da una vicina, dopo molti giorni, in un appartamentino minuscolo di Genova che in un lontano passato questo Giuseppe aveva condiviso con una donna e due figlie.</p>
<p>«Figlie ormai grandi» aveva rimarcato Toni.</p>
<p>Toni era sicuro che si trattasse di Giuseppe, scemo del paese votato all’unanimità, Giuseppe compreso, dal paesino di P***.</p>
<p>Genova, Giuseppe, una famiglia alle spalle: come poteva essere diversamente.</p>
<p>Quella domenica e nei giorni a seguire nessuno osò parlare di Cecoslovacchia e Germania Ovest, forse per rispetto, forse perché la vita prima o poi si separa dalle sue immagini, o forse per paura, ma più d’uno si ricordò della domenica d’ottobre in cui Giuseppe era uscito definitivamente di scena, dicendo, con un filo di voce che si perdeva nel rumore della porta che si richiudeva: «E poi Skhuravy, Skhuravy…».</p>
<p>Breve silenzio, poi un tuono attraverso la porta: «Skhuravy era immenso!».</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>NdR: questo racconto fa parte della raccolta di testi brevi &#8220;In ordine sparso&#8221;, pubblicata di recente da <a href="https://www.galaadedizioni.com/in-ordine-sparso/">Galaad Edizioni</a></em></p>
<p>&nbsp;</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Il calcio in camicia nera: &#8220;Mondiali senza gloria&#8221; di Giovanni Mari</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2023/01/14/il-calcio-in-camicia-nera-mondiali-senza-gloria-di-giovanni-mari/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[ornella tajani]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 14 Jan 2023 06:00:29 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[diari]]></category>
		<category><![CDATA[calcio]]></category>
		<category><![CDATA[Daniele Ruini]]></category>
		<category><![CDATA[fascismo]]></category>
		<category><![CDATA[Giovanni Mari]]></category>
		<category><![CDATA[Mondiali senza gloria]]></category>
		<category><![CDATA[Ornella Tajani]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.nazioneindiana.com/?p=100768</guid>

					<description><![CDATA[di <strong>Daniele Ruini </strong> <br /> Chissà se gli appassionati di calcio si sono mai chiesti che ci fa una maestosa torre sulla sommità dei distinti dello stadio Dall’Ara di Bologna... E qualcuno avrà mai notato che il Franchi di Firenze, se visto dall’alto, rivela una struttura a forma di D?]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><img loading="lazy" class="wp-image-100769 aligncenter" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/12/ef130c_b9873fa6cf7b416cb53509ba84e987e9_mv2.jpeg" alt="" width="513" height="751" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/12/ef130c_b9873fa6cf7b416cb53509ba84e987e9_mv2.jpeg 1653w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/12/ef130c_b9873fa6cf7b416cb53509ba84e987e9_mv2-205x300.jpeg 205w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/12/ef130c_b9873fa6cf7b416cb53509ba84e987e9_mv2-699x1024.jpeg 699w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/12/ef130c_b9873fa6cf7b416cb53509ba84e987e9_mv2-768x1125.jpeg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/12/ef130c_b9873fa6cf7b416cb53509ba84e987e9_mv2-1049x1536.jpeg 1049w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/12/ef130c_b9873fa6cf7b416cb53509ba84e987e9_mv2-1398x2048.jpeg 1398w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/12/ef130c_b9873fa6cf7b416cb53509ba84e987e9_mv2-150x220.jpeg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/12/ef130c_b9873fa6cf7b416cb53509ba84e987e9_mv2-300x439.jpeg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/12/ef130c_b9873fa6cf7b416cb53509ba84e987e9_mv2-696x1019.jpeg 696w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/12/ef130c_b9873fa6cf7b416cb53509ba84e987e9_mv2-1068x1564.jpeg 1068w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2022/12/ef130c_b9873fa6cf7b416cb53509ba84e987e9_mv2-287x420.jpeg 287w" sizes="(max-width: 513px) 100vw, 513px" /></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>di <strong>Daniele Ruini</strong></p>
<p style="font-weight: 400; text-align: right;"><em>In genere un cieco amor di patria è affetto incongruente con l’attività storiografica e critica<br />
</em>(G.E. Gadda)</p>
<p style="font-weight: 400;">Chissà se gli appassionati di calcio si sono mai chiesti che ci fa una maestosa torre sulla sommità dei distinti dello stadio Dall’Ara di Bologna… E qualcuno avrà mai notato che il Franchi di Firenze, se visto dall’alto, rivela una struttura a forma di D? E ancora, quanti conoscono la figura del fascista bolognese Leandro Arpinati, presidente della FIGC (Federazione italiana giuoco calcio) che ebbe un ruolo non secondario nei primi dei 6 scudetti vinti dalla squadra della sua città tra il ’24 e il ’41?</p>
<p style="font-weight: 400;">A illuminare questi aspetti è Giovanni Mari nel suo recente <em>Mondiali senza gloria</em> (edizioni People), un’approfondita panoramica sugli intrecci tra politica e pallone durante il ventennio fascista. L’investimento mussoliniano sulla propaganda coinvolse, infatti, anche lo sport, e il calcio in particolare: le vittorie italiane al Mondiale casalingo del 1934, alle Olimpiadi di Berlino del ’36 e al Mondiale francese del ’38 furono la conseguenza di una precisa pianificazione ordinata dallo stesso Mussolini, nonché di un’evidente pressione da parte del governo italiano sulle istituzioni internazionali dello sport.</p>
<p style="font-weight: 400;">Si scopre quindi che il fascismo è stato anticipatore anche su questo aspetto, avendo intuito quanto il calcio poteva tornare utile come spettacolo di distrazione di massa e veicolo di visibilità per lo stesso regime. Si tratta di un aspetto a cui ormai siamo assuefatti e che ha conosciuto uno dei suoi apici con i recenti mondiali in Qatar, definiti da Mari «una grande operazione di <em>sportwashing</em>» (col loro contorno di migliaia di lavoratori stranieri morti durante la costruzione degli stadi, divieti di esibizione di simboli LGBT+, e indagini sulla possibile corruzione di parlamentari europei per favorire un ritorno di immagine in occidente).</p>
<p style="font-weight: 400;">Se «il calcio è politica», Mussolini lo capì dunque con largo anticipo e dalla fine degli anni ’20 impiegò molte risorse per fare della nazionale italiana di calcio l’ambasciatrice del regime: ecco allora il saluto romano imposto ai calciatori prima e dopo le partite, la diffusione di <em>Giovinezza</em> prima del fischio d’inizio e l’obbligo di iscrizione al Partito fascista per i giocatori convocati in nazionale. Ma a venire permeato dalla dittatura fu tutto il sistema dello sport, come dimostra l’imposizione di presidenti fascisti alla guida del CONI, o le ingerenze dei vari potentati locali nelle società sportive.</p>
<p style="font-weight: 400;">Dopo aver deciso di investire sul pallone, Mussolini fece quindi di tutto per ottenere l’assegnazione della seconda edizione dei Campionati mondiali di calcio, disputati nel 1934. E ci riuscì garantendo alla FIFA rigore assoluto –come solo uno stato dittatoriale poteva fare– in materia di ordine pubblico; oltre a ciò, offrì all’evento una copertura finanziaria straordinaria, promettendo di sostenere le spese per tutte le squadre che avrebbero partecipato al torneo (cosa mai più accaduta in seguito in nessuna competizione internazionale). E una volta occupatosi degli aspetti organizzativi (tra cui rientravano anche la costruzione o il rifacimento degli stadi), il governo si preoccupò di realizzare le condizioni migliori per favorire la vittoria della propria nazionale. Tale strategia prevedeva di pilotare i sorteggi e, soprattutto, di disporre di arbitraggi favorevoli, un aspetto che si rivelò decisivo nel percorso degli azzurri verso la vittoria finale. La doppia sfida ai quarti vinta contro la Spagna, la semifinale contro l’Austria –la vera favorita del torneo– e pure la finale contro la Cecoslovacchia furono infatti macchiate da grossolani favoritismi arbitrali a vantaggio dell’Italia, mentre gli avversari subirono torti colossali (evidenti a tutti eccetto ai giornali italiani). E ci furono episodi ancora più inquietanti, come le minacce denunciate dal fortissimo portiere spagnolo Zamora a cui fu di fatto vietato di scendere in campo nella ripetizione del match dei quarti di finale.</p>
<p style="font-weight: 400;">Naturalmente Mussolini s’intestò la vittoria, celebrandola come il trionfo del fascismo e il riscatto del popolo italiano. Va anche detto che tale successo fu favorito dall’assenza di Inghilterra e Uruguay (all’epoca le compagini più forti) e dalla circostanza per cui l’Argentina aveva inviato al torneo una squadra fatta di riserve. Quest’ultima decisione era stata presa per evitare un’ulteriore deriva di quel fenomeno che aveva visto molti calciatori sudamericani “comprati” dai club di serie A e trasformati in italiani da poter convocare in nazionale. Bastava infatti rinvenire una –anche molto lontana– origine italiana e proporre loro grossi ingaggi per convincerli a vestire la maglia azzurra. L’Italia vincente del ’34 poté così contare in formazione diversi oriundi, nonostante in molti casi ciò rappresentasse una violazione delle regole stabilite dalla FIFA (che imponeva ai calciatori l’obbligo di residenza per almeno 3 anni nella nuova nazione come condizione per poterne vestire la maglia).</p>
<p style="font-weight: 400;">Dopo che la nazionale era riuscita ad imporsi anche al torneo di calcio delle Olimpiadi tedesche del 1936, due anni dopo fu la volta dei Mondiali di calcio assegnati alla Francia, gli ultimi ad essere disputati prima della lunga pausa imposta dalla Seconda guerra mondiale. In realtà già su questa edizione si allungarono le ombre dell’aggressiva politica estera nazista: in seguito all’annessione dell’Austria da parte dello stato tedesco, la compagine austriaca dovette infatti rinunciare alla partecipazione. Anche la Spagna, lacerata dalla violenta guerra civile del ’36-’39, non poté prendervi parte. Come già ai Mondiali precedenti, inoltre, anche in questo caso mancavano Inghilterra e Uruguay, a cui si aggiunse la defezione dell’Argentina, offesa con la FIFA per non aver assegnato il torneo ad una nazione sudamericana.</p>
<p style="font-weight: 400;">Facilitata da queste assenze, e potendo contare su una squadra molto forte, la nazionale italiana –ancora sotto la direzione del commissario tecnico Vittorio Pozzo (un ex alpino che aveva partecipato alla Grande Guerra e che era considerato un sostenitore del regime)– riuscì a confermarsi campione del mondo; e Mussolini, che organizzò un fastoso ricevimento a Palazzo Venezia per celebrare la nazionale, «costruì su quel bis una gigantesca e capillare opera di comunicazione». Se questa volta non fu necessario ricorrere alla corruzione degli arbitri, gli azzurri dovettero invece fare i conti con le contestazioni di migliaia di antifascisti in esilio in Francia: di fronte ai fischi che arrivavano dagli spalti, gli azzurri vennero invitati a non abbassare i loro bracci tesi e si presentarono ai quarti contro i padroni di casa indossando addirittura una casacca nera (per la prima e ultima volta in una gara ufficiale).</p>
<p style="font-weight: 400;">Come controstoria di questi trionfi ottenuti in maniera tutt’altro che onesta, Mari non dimentica poi i nomi di alcuni calciatori antifascisti le cui carriere vennero apertamente ostacolate: come il sindacalista Vittorio Staccione, consegnato ai nazisti e ucciso a Mauthausen; o Ferdinando Valletti, calciatore-operaio che per la sua opposizione alla Repubblica di Salò venne deportato al campo di Gusen; o ancora il comunista Bruno Scher, obbligato a lasciare la serie A per non aver accettato di italianizzare il proprio cognome. E molti furono gli allenatori ungheresi di religione ebraica costretti, in seguito alle leggi razziali del 1938, a lasciare i loro posti alla guida di squadre italiane e a scappare dal paese; tra di essi il più noto è Arpád Weisz, vincitore di 3 scudetti e che, ai tempi dell’Inter, aveva lanciato in prima squadra un giovane Giuseppe Meazza. Proprio mentre quest’ultimo, con la fascia di capitano al braccio ed esibendo il saluto romano, alzava la coppa del mondo, Weisz era obbligato a fuggire in Olanda, dove alcuni anni dopo sarà catturato dai nazisti: spedito ad Auschwitz, vi troverà la morte insieme a tutta la famiglia.</p>
<p style="font-weight: 400;">In conclusione, dal libro di Giovanni Mari (ora diventato anche un <a href="https://open.spotify.com/show/5JlX7qxPZTRsbPMqxFHZFX?si=cnGxIBnZSBa1KhyvjUIoCQ&amp;utm_source=whatsapp&amp;nd=1">podcast</a>) s’impara come Mussolini sia stato un abile precursore della strumentalizzazione politica dello sport; d’altra parte proprio la storia recente dei Campionati mondiali di calcio dimostra come i paesi ospitanti continuino a cercare di sfruttare al massimo tale evento a fini propagandistici (vedi l’edizione russa del 2018), talvolta non facendosi scrupoli ad impiegare mezzi illeciti per favorire apertamente la squadra di casa (come accadde nel 2002, quando la Corea del Sud riuscì ad arrivare in semifinale grazie agli evidenti aiuti arbitrali nella sfida degli ottavi contro l’Italia). E abbiamo ancora davanti agli occhi la surreale scena di Lionel Messi a cui l’emiro del Qatar fa indossare il <em>bisht </em>arabo durante la cerimonia di premiazione degli ultimi Mondiali; nelle foto del capitano dell’Argentina che suggella una carriera straordinaria festeggiando una vittoria a lungo rincorsa rimarrà così impresso il marchio del paese qatariota: poteva forse esserci una conclusione migliore per una monarchia assoluta in cerca di visibilità internazionale?</p>
<p>&nbsp;</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Elogio del calciatore violento: Boban, Cantona, Zidane</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2022/08/13/elogio-del-calciatore-violento-boban-cantona-zidane/</link>
					<comments>https://www.nazioneindiana.com/2022/08/13/elogio-del-calciatore-violento-boban-cantona-zidane/#comments</comments>
		
		<dc:creator><![CDATA[ornella tajani]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 13 Aug 2022 05:00:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[diari]]></category>
		<category><![CDATA[Boban]]></category>
		<category><![CDATA[calcio]]></category>
		<category><![CDATA[Cantona]]></category>
		<category><![CDATA[Daniele Ruini]]></category>
		<category><![CDATA[Elogio del calciatore violento: Boban]]></category>
		<category><![CDATA[eric cantona]]></category>
		<category><![CDATA[Ornella Tajani]]></category>
		<category><![CDATA[zidane]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.nazioneindiana.com/?p=98816</guid>

					<description><![CDATA[di <strong>Daniele Ruini </strong> <br /> Tre immagini divenute iconiche, tre momenti in cui tre grandi giocatori hanno, per così dire, rotto gli schemi, finendo al centro dell’attenzione non per meriti sportivi quanto per demeriti comportamentali]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>&nbsp;</p>
<p>di<strong> Daniele Ruini</strong></p>
<p><strong> </strong></p>
<p style="text-align: right;"><em>Non si può esser grandi se non pensando e operando contro ragione.</em><br />
(G. Leopardi)</p>
<p><strong> </strong></p>
<p>Anche in questi mesi estivi durante i quali si consuma il rito del calciomercato, il calcio mostra la sua duplice natura: da un lato, un passatempo per benestanti, in cui la fanno da padrone finanza, gestione manageriale di ogni aspetto, diritti televisivi, cura tecnologica dei giocatori e prezzi (di biglietti, abbonamenti e merchandising) sempre più alti; dall’altro lato, la stessa capacità di sempre di accendere le passioni e le pulsioni dei tifosi, che –nonostante il disgusto verso un mondo gonfiato dai soldi e che ha perso identità­ e spirito comunitario– non smettono di essere emozionalmente sopraffatti ogni volta che un pallone rotola tra i piedi di 22 contendenti.</p>
<p>Messo anch’io di fronte a questo giano bifronte, tra repulsione e trasporto, sono attraversato dalla rievocazione di tre immagini divenute iconiche, tre momenti in cui tre grandi giocatori hanno, per così dire, rotto gli schemi, finendo al centro dell’attenzione non per meriti sportivi quanto per demeriti comportamentali. Censurati e additati come contro-esempi, le loro azioni violente mi sembra possano servire a controbilanciare il moralismo ormai imperversante nel mondo del calcio, dove i calciatori sembrano obbligati ad esibire esistenze tanto patinate quanto integerrime (potrebbe mai esserci un Maradona oggigiorno?), e dove il racconto sportivo rimane spesso soffocato tra enfasi eccessiva e tecnicismi tattici.</p>
<p>I tre momenti risalgono al 1990, al 1995 e al 2006: ovvero durante e subito dopo quegli anni ’90 che, tra decisioni politiche (la <a href="https://it.wikipedia.org/wiki/Sentenza_Bosman">sentenza Bosman</a> è del 1995), evoluzioni tecniche (con i calciatori uniformati a quell’atletismo che ha invaso tutti gli sport) e affarismo dilagante (si pensi al sempre più decisivo ruolo dei procuratori), rappresentano una spartiacque tra un prima e un dopo.</p>
<p>E i tre protagonisti non sono calciatori qualunque: si tratta di tre fuoriclasse che, ad un talento naturale, hanno unito una personalità non comune e un carattere facilmente irascibile.</p>
<p><strong>Zvonimir Boban, 13 maggio 1990</strong></p>
<p>Prima di essere uno dei leader del Milan supervincente degli anni ’90 e della nazionale croata, Zvonimir Boban è stato il giovanissimo capitano della Dinamo Zagabria, squadra con cui ha partecipato alle ultime edizioni del campionato jugoslavo prima dello scoppio della Guerra dei Balcani. E fu proprio quando le prime iniziative politiche in Slovenia e Croazia stavano dando il la alla dissoluzione della Jugoslavia che una partita di calcio calamitò su di sé tensioni che andavano ben al di là dello sport.</p>
<p>Il 13 maggio 1990 la Stella Rossa di Belgrado, già matematicamente vincitrice del campionato, si presentò a casa della Dinamo Zagabria, seconda classificata, ma la partita non poté nemmeno essere disputata. I supporter della squadra serba, guidati dal famigerato Arkan e reclutati tra futuri criminali di guerra, scatenarono una vera e propria guerriglia urbana, e le due tifoserie si affrontarono in campo. Vedendo la polizia prendersela soprattutto con i supporter croati, Boban, capitano ventunenne della Dinamo, rimase in campo insieme ad alcuni compagni di squadra a dare man forte ai propri tifosi; e fu in quel momento che la sua rabbia esplose e si scatenò contro un poliziotto colpevole di aver preso a manganellate un tifoso:</p>
<div class="youtube-embed" data-video_id="FVmFDpaHzME"><iframe loading="lazy" title="La patada de Boban a un policía serbio en un Estrella Roja-Dinamo de Zagreb | Diario AS" width="696" height="392" src="https://www.youtube.com/embed/FVmFDpaHzME?feature=oembed&#038;enablejsapi=1" frameborder="0" allow="accelerometer; autoplay; clipboard-write; encrypted-media; gyroscope; picture-in-picture" allowfullscreen></iframe></div>
<p>&nbsp;</p>
<p>Una ginocchiata volante scagliata con la grazia di un ballerino e l’orgoglio di chi si sentiva in dovere di difendere una nazione intera dai soprusi del regime. Un atto ribelle che costò all’agente la frattura della mascella e a Boban un processo e la successiva squalifica a 9 mesi.</p>
<p><strong>Éric Cantona, 25 gennaio 1995</strong></p>
<p>Se c’è un giocatore che ha fatto della sua esuberanza e della sua strafottenza un marchio di fabbrica quello è proprio Éric Cantona. Della stessa generazione di Boban, figlio di madre catalana e di padre di origini sarde, Cantona è nato e cresciuto a Marsiglia. Ma con la squadra della sua città, l’Olympique, ha potuto giocare solo un campionato e mezzo: nonostante il suo evidente talento, i dirigenti non ne hanno sopportato le tante irrequietezze disciplinari (tra allenatori mandati a quel paese e risse con i compagni), spedendolo in prestito in altre squadre. Fino a quando, dopo una squalifica per aver lanciato la palla contro un arbitro, Cantona decide di iniziare una seconda vita calcistica in Inghilterra (decisione tutt’altro che scontata all’epoca, soprattutto per un calciatore francese).</p>
<p>Dopo una stagione con il Leeds United, con cui vinse il campionato, Cantona si trasferì al Manchester United, squadra che lo consacrò nella leggenda. Le sue giocate, i suoi gol, il suo colletto alzato e la sua mitica maglia numero 7 (la stessa che sarà indossata da David Beckham e Cristiano Ronaldo: due calciatori simboli perfetti del calcio mediatizzato e così diversi dall’anarchico Cantona) lo renderanno l’idolo dei tifosi e un’icona sportiva.</p>
<p>E a farlo diventare ancora più celebre fu ciò che successe il 25 gennaio 1995, all’inizio del secondo tempo di Crystal Palace-Manchester United: dopo essere stato espulso per un calcio tirato a un difensore avversario, Cantona si avvia verso gli spogliatoi e, improvvisamente, fa questo:</p>
<div class="youtube-embed" data-video_id="Hh9NA5fu5NA"><iframe loading="lazy" title="Eric Cantona fight with supporter [Real KUNG FU Kick]" width="696" height="522" src="https://www.youtube.com/embed/Hh9NA5fu5NA?feature=oembed&#038;enablejsapi=1" frameborder="0" allow="accelerometer; autoplay; clipboard-write; encrypted-media; gyroscope; picture-in-picture" allowfullscreen></iframe></div>
<p>&nbsp;</p>
<p>Rincorsa, calcio volante e pugno in faccia ai danni di un tifoso del Crystal Palace, reo di averlo offeso. Squalificato fino a fine stagione e condannato a 120 ore di lavoro socialmente utile, ancora nel 2017 Cantona, ritornando sull’episodio, così <a href="https://www.soccerladuma.co.za/news/articles/international/categories/english-premier-league/i-don-t-regret-my-kung-fu-kick-i-should-ve-kicked-harder/244962?next=true">dichiara</a>:</p>
<p><em>Ho detto in passato che avrei dovuto colpirlo in modo più forte […]. Non posso pentirmene. È stata una bellissima sensazione.</em></p>
<p>Una bellissima sensazione. E forse, in fondo, anche un atto di giustizia verso tutti quegli spettatori il cui massimo godimento consiste nell’offendere i calciatori in campo, compresi quelli della propria squadra. Un’usanza purtroppo diffusissima negli stadi di calcio: e allora, qual è il cattivo esempio?</p>
<p><strong>Zinédine Zidane, 9 luglio 2006</strong></p>
<p>Figlio di genitori algerini e cresciuto a Marsiglia come Cantona, Zinédine Zidane è stato forse il più elegante calciatore ad aver calcato un campo di calcio. Campione del mondo con la nazionale francese, vincitore del Pallone d’Oro, faro di Juventus e Real Madrid (squadra che ha poi guidato anche da allenatore ottenendo una serie di vittorie sorprendenti, tra cui tre Champions League consecutive), il fantasista francese ha più volte mostrato in campo un carattere irruento.</p>
<p>Tra i suoi scatti di nervi più celebri vi fu la testata rifilata a un difensore dell’Amburgo nel 2000 punita dalla UEFA con una squalifica di cinque giornate. Ma ovviamente nulla può equiparare la celeberrima testata a Marco Materazzi (trasformata in <a href="https://ambikarajgopal.files.wordpress.com/2016/01/zidane-par-adel-abdessemed.jpg">scultura</a> dall’artista algerino Abdel Abdessemed), atto</p>
<p>che valse a Zidane l’espulsione in quella che fu la sua ultima partita da calciatore: la finale di Coppa del mondo del 2006 persa contro l’Italia.</p>
<p>All’inizio del secondo tempo supplementare, con il risultato bloccato sull’1-1, il campione francese non resiste alle provocazioni verbali del rude difensore italiano e decide di abbatterlo in questo modo:</p>
<div class="youtube-embed" data-video_id="0til0lv-a5g"><iframe loading="lazy" title="Falli   Zidane testata a Materazzi" width="696" height="392" src="https://www.youtube.com/embed/0til0lv-a5g?feature=oembed&#038;enablejsapi=1" frameborder="0" allow="accelerometer; autoplay; clipboard-write; encrypted-media; gyroscope; picture-in-picture" allowfullscreen></iframe></div>
<p>&nbsp;</p>
<p>Si poteva scegliere un modo più memorabile per chiudere una carriera straordinaria? Tra il bullo difensore italiano, figlio d’arte e di note simpatie destrorse, e il fuoriclasse che danzava sul pallone e che, anche dopo aver vinto tutto, non ha mai perso la rabbia di chi ha imparato a giocare a calcio in uno dei quartieri più poveri di Marsiglia… beh, non mi è mai sembrato difficile scegliere. Come ha scritto Jay McInerney, «C’è una specie di nobiltà, nell’andare al patibolo tutto solo»: Zidane è uscito di scena condannandosi alla reprimenda pubblica, eppure con quella reazione violenta si è mostrato in tutta la sua nobile fragilità. Chi ha detto che anche da questo non si possa imparare qualcosa?</p>
]]></content:encoded>
					
					<wfw:commentRss>https://www.nazioneindiana.com/2022/08/13/elogio-del-calciatore-violento-boban-cantona-zidane/feed/</wfw:commentRss>
			<slash:comments>4</slash:comments>
		
		
			</item>
		<item>
		<title>AMARE IL PALLONE, COMPRENDERE IL MONDO</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2020/12/05/amare-il-pallone-comprendere-il-mondo/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[giacomo sartori]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 05 Dec 2020 06:00:18 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[balcani]]></category>
		<category><![CDATA[Besa Editrice]]></category>
		<category><![CDATA[calcio]]></category>
		<category><![CDATA[ex yugoslavia]]></category>
		<category><![CDATA[giuseppe Samonà]]></category>
		<category><![CDATA[Guerra]]></category>
		<category><![CDATA[narrativa contemporanea]]></category>
		<category><![CDATA[Sergej Roic]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.nazioneindiana.com/?p=87091</guid>

					<description><![CDATA[di Giuseppe A. Samonà Divagazioni su: Sergej Roić, Achille nella terra di nessuno, Zandonai 2012 (nuova edizione Besa 2017, 188 p.) Per chi come me ama la letteratura e il calcio – sì, questo mio testo è insieme una recensione e una confessione&#8230; – uno dei sogni più potenti è di riuscire un giorno a [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: medium;"><span lang="it-IT">di <strong>Giuseppe A. Samonà</strong></span></span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: medium;"><span lang="it-IT">Divagazioni su: Sergej Roić, </span></span></span><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: medium;"><span lang="it-IT"><i>Achille nella terra di nessuno</i></span></span></span><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: medium;"><span lang="it-IT">, Zandonai 2012 (nuova edizione Besa 2017, 188 p.)</span></span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: medium;"><span lang="it-IT"><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/12/9788849711202_0_221_0_75.jpg"><img loading="lazy" class="alignleft size-medium wp-image-87373" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/12/9788849711202_0_221_0_75-193x300.jpg" alt="" width="193" height="300" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/12/9788849711202_0_221_0_75-193x300.jpg 193w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/12/9788849711202_0_221_0_75-200x311.jpg 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/12/9788849711202_0_221_0_75-160x249.jpg 160w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/12/9788849711202_0_221_0_75.jpg 221w" sizes="(max-width: 193px) 100vw, 193px" /></a>Per chi come me ama la letteratura e il calcio – sì, questo mio testo è insieme una recensione e una confessione&#8230; – uno dei sogni più potenti è di riuscire un giorno a raccontare dal di dentro alcuni momenti, il senso di quella travolgente epica che ci parla delle nostre umane grandezza e miseria, come lo ha dimostrato Osvaldo Soriano sul campo (eh già!), lontano cioè da ogni astratta e insopportabile speculazione sociologica: anche se con la penna appunto al posto del pallone. Del resto, se uno degli obiettivi chiave della letteratura, della poesia, è l’esplorazione, la dissoluzione del tempo, la possibilità di farcelo attraversare </span></span></span><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: medium;"><span lang="it-IT"><i>à rebours</i></span></span></span><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: medium;"><span lang="it-IT">, per riappropriarci, reiventandole, della nostra infanzia, della nostra prima giovinezza, non c’è argomento più letterario, poetico del calcio: cioè giocarlo, che tuttavia nel suo trasformarsi in poesia è da subito un </span></span></span><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: medium;"><span lang="it-IT"><i>averlo giocato</i></span></span></span><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: medium;"><span lang="it-IT">, per poi guardarlo, riguardarlo, viverlo – proprio come quelle gesta di eroi sgranate dai poemi omerici, in cui i personaggi agiscono aspettando di essere raccolti dal canto dei futuri aedi, che dovranno immortalarne la gloria. Similmente, nel calcio, gli eroi sono sempre </span></span></span><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: medium;"><span lang="it-IT"><i>giovani e forti</i></span></span></span><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: medium;"><span lang="it-IT">, anzi, fondalmente ragazzini, e immancabilmente, all’apice del loro itinerario, svelano il proprio τέλος: cioè la fine, anzi, la disfatta, o semplicemente il desiderio segreto contro tutto e tutti di farsi passato, di scomparire – anche chi non ama il calcio ricorda probabilmente la famosa testata di Zidane a Materazzi&#8230; – perché sanno che è proprio in quel momento che sboccia il loro futuro immortalizzante. Il </span></span></span><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: medium;"><span lang="it-IT"><i>per sempre</i></span></span></span><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: medium;"><span lang="it-IT">. </span></span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: medium;"><span lang="it-IT">Eppure, ed è curioso, di rado ama il calcio chi ama la letteratura – fosse anche soltanto leggerla, non necessariamente crearla: esistono infatti grandi artisti muti, che nulla creano se non la loro stessa vita – e così si priva non solo di poter sognare dentro questa grande epopea contemporanea, ma anche di alcune vere esaltanti pagine di epica letteraria: come quelle sublimi appunto di Soriano (ne esistono di migliori? io non ne conosco</span></span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: medium;"><span lang="it-IT">, anche se è doveroso avvicinargli sul podio il suo amico Eduardo Galeano&#8230;). Ecco, tali pagine</span></span></span></span><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: medium;"><span lang="it-IT"> risultano incomprensibili a chi non abbia acquisito per altre strade una conoscenza vera del</span></span></span><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: medium;"><span lang="it-IT"><i> gioco più bello del mondo</i></span></span></span><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: medium;"><span lang="it-IT">. </span></span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: medium;"><span lang="it-IT">In questa prospettiva il libro di Sergej Roić, </span></span></span><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: medium;"><span lang="it-IT"><i>Achille nella terra di nessuno,</i></span></span></span><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: medium;"><span lang="it-IT"> occupa un posto molto particolare: perché parte dal calcio, promette calcio (il suo protagonista, Achille, è un </span></span></span><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: medium;"><span lang="it-IT"><i>promettente </i></span></span></span><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: medium;"><span lang="it-IT">calciatore), strizza continuamente l’occhio a chiunque sia tifoso e </span></span></span><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: medium;"><span lang="it-IT"><i>letterato</i></span></span></span><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: medium;"><span lang="it-IT">, lo avvolge e rassicura, ma a differenza dei racconti-capolavoro di Soriano può essere, mi sembra, goduto anche da un pubblico non calciofilo. Certo, i non addetti ai lavori rimarranno spaesati di fronte ad alcuni passaggi – su tutti, il singolare concorso letterario sulla lettera N, come Nazionale, promosso dalla Biblioteca nazionale di Firenze alla vigilia del Mondiale ‘90 in Italia, e vinto da un </span></span></span><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: medium;"><span lang="it-IT"><i>irriverente scritto</i></span></span></span><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: medium;"><span lang="it-IT"> che si conclude proponendo una surreale </span></span></span><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: medium;"><span lang="it-IT"><i>piramide</i></span></span></span><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: medium;"><span lang="it-IT">, cioè il leggendario 2-3-5, composta solo da giocatori che cominciano appunto per N: N’Kono, Nela, Niltos Santos / Notaristefano, Niccolai, Noby Stiles, / Nené, Neeskens, Nordahl (o Nereo Rocco), Niels Liedholm, Nilis&#8230; (Eppure – mi ostino? – se solo provasse a declamare ad alta voce quei nomi, anche il più convinto sostenitore dell’anticalcio sentirebbe risuonargli dentro l’eco degli esametri iliadici, quelle indimenticabili liste&#8230;: </span></span></span><a href="https://homer.library.northwestern.edu/html/show_grammar.cgi?loc=1.2.494&amp;word_id=1&amp;display_lang=lang_grk&amp;" target="browsemargin"><span style="color: #000080;"><span lang="zxx"><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: medium;">Β</span></span></span></span></span><span style="color: #000080;"><span lang="zxx"><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: medium;"><b>οι</b></span></span></span></span></span><span style="color: #000080;"><span lang="zxx"><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: medium;">ωτ</span></span></span></span></span><span style="color: #000080;"><span lang="zxx"><u><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: medium;"><b>ῶ</b></span></span></span></u></span></span><span style="color: #000080;"><span lang="zxx"><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: medium;">ν</span></span></span></span></span></a><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: medium;"><span lang="it-IT"> </span></span></span></span><span style="color: #000080;"><span lang="zxx"><a href="https://homer.library.northwestern.edu/html/show_grammar.cgi?loc=1.2.494&amp;word_id=2&amp;display_lang=lang_grk&amp;" target="browsemargin"><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: medium;">μὲν</span></span></span></a></span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: medium;"><span lang="it-IT"> | </span></span></span></span><a href="https://homer.library.northwestern.edu/html/show_grammar.cgi?loc=1.2.494&amp;word_id=3&amp;display_lang=lang_grk&amp;" target="browsemargin"><span style="color: #000080;"><span lang="zxx"><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: medium;">Π</span></span></span></span></span><span style="color: #000080;"><span lang="zxx"><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: medium;"><b>η</b></span></span></span></span></span><span style="color: #000080;"><span lang="zxx"><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: medium;">νέλε</span></span></span></span></span><span style="color: #000080;"><span lang="zxx"><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: medium;"><b>ω</b></span></span></span></span></span><span style="color: #000080;"><span lang="zxx"><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: medium;">ς</span></span></span></span></span></a><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: medium;"><span lang="it-IT"> | </span></span></span></span><span style="color: #000080;"><span lang="zxx"><a href="https://homer.library.northwestern.edu/html/show_grammar.cgi?loc=1.2.494&amp;word_id=4&amp;display_lang=lang_grk&amp;" target="browsemargin"><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: medium;">καὶ</span></span></span></a></span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: medium;"><span lang="it-IT"> </span></span></span></span><a href="https://homer.library.northwestern.edu/html/show_grammar.cgi?loc=1.2.494&amp;word_id=5&amp;display_lang=lang_grk&amp;" target="browsemargin"><span style="color: #000080;"><span lang="zxx"><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: medium;">Λ</span></span></span></span></span><span style="color: #000080;"><span lang="zxx"><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: medium;"><b>ή</b></span></span></span></span></span><span style="color: #000080;"><span lang="zxx"><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: medium;">ϊτος</span></span></span></span></span></a><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: medium;"><span lang="it-IT"> </span></span></span></span><a href="https://homer.library.northwestern.edu/html/show_grammar.cgi?loc=1.2.494&amp;word_id=6&amp;display_lang=lang_grk&amp;" target="browsemargin"><span style="color: #000080;"><span lang="zxx"><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: medium;"><b>ἦ</b></span></span></span></span></span><span style="color: #000080;"><span lang="zxx"><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: medium;">ρχον</span></span></span></span></span></a><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: medium;"><span lang="it-IT"> / </span></span></span></span><a href="https://homer.library.northwestern.edu/html/show_grammar.cgi?loc=1.2.495&amp;word_id=1&amp;display_lang=lang_grk&amp;" target="browsemargin"><span style="color: #000080;"><span lang="zxx"><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: medium;"><b>Ἀ</b></span></span></span></span></span><span style="color: #000080;"><span lang="zxx"><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: medium;">ρκεσίλ</span></span></span></span></span><span style="color: #000080;"><span lang="zxx"><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: medium;"><b>α</b></span></span></span></span></span><span style="color: #000080;"><span lang="zxx"><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: medium;">ός</span></span></span></span></span></a><strong><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: medium;"><span lang="it-IT">  </span></span></span></span></strong><a href="https://homer.library.northwestern.edu/html/show_grammar.cgi?loc=1.2.495&amp;word_id=2&amp;display_lang=lang_grk&amp;" target="browsemargin"><span style="color: #000080;"><span lang="zxx"><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: medium;">τ</span></span></span></span></span><span style="color: #000080;"><span lang="zxx"><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: medium;"><b>ε</b></span></span></span></span></span></a><strong><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: medium;"><span lang="it-IT"> | </span></span></span></span></strong><a href="https://homer.library.northwestern.edu/html/show_grammar.cgi?loc=1.2.495&amp;word_id=3&amp;display_lang=lang_grk&amp;" target="browsemargin"><span style="color: #000080;"><span lang="zxx"><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: medium;">Προθο</span></span></span></span></span><span style="color: #000080;"><span lang="zxx"><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: medium;"><b>ή</b></span></span></span></span></span><span style="color: #000080;"><span lang="zxx"><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: medium;">νωρ</span></span></span></span></span></a><strong><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: medium;"><span lang="it-IT">  </span></span></span></span></strong><a href="https://homer.library.northwestern.edu/html/show_grammar.cgi?loc=1.2.495&amp;word_id=4&amp;display_lang=lang_grk&amp;" target="browsemargin"><span style="color: #000080;"><span lang="zxx"><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: medium;">τ</span></span></span></span></span><span style="color: #000080;"><span lang="zxx"><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: medium;"><b>ε</b></span></span></span></span></span></a><strong><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: medium;"><span lang="it-IT"> | </span></span></span></span></strong><a href="https://homer.library.northwestern.edu/html/show_grammar.cgi?loc=1.2.495&amp;word_id=5&amp;display_lang=lang_grk&amp;" target="browsemargin"><span style="color: #000080;"><span lang="zxx"><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: medium;">Κλονί</span></span></span></span></span><span style="color: #000080;"><span lang="zxx"><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: medium;"><b>ο</b></span></span></span></span></span><span style="color: #000080;"><span lang="zxx"><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: medium;">ς</span></span></span></span></span></a><strong><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: medium;"><span lang="it-IT">  </span></span></span></span></strong><strong><span style="color: #000000;"><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: medium;">τε</span></span></span></strong><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: medium;"><span lang="it-IT"><i>&#8230;</i></span></span></span><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: medium;"><span lang="it-IT">.) Globalmente però questo libro sviluppa, attraverso il suo protagonista calciatore, tutto ciò che insieme al calcio appartiene anche alla vita: la miseria e la grandezza dell’umanità, che avvincono tutti coloro che la letteratura avvince, qui non s’intravedono come in Soriano dietro le quinte: occupano il davanti della scena – che invece in Soriano è occupato proprio dal calcio: quasi che fra i due approcci ci fosse un rapporto d’inversione&#8230; </span></span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: medium;"><span lang="it-IT">La miseria: il prepararsi e l’esplodere della guerra che porterà alla disintegrazione della Jugoslavia. La grandezza: il sogno, cioè l’utopia, di una lingua di pace, come antidoto proprio a quella guerra che, come e più di tutte le guerre, si è attaccata innanzitutto a contaminare la lingua, la ricca lingua una e molteplice del pluriculturale spazio jugoslavo, sino a frantumarla in diverse lingue l’una contra l’altra armata. Questo, nessuno potrebbe raccontarcelo meglio di Roić: che essendo svizzero ticinese scrive in italiano, ma per “origini” – virgolette d’obbligo, perché è proprio separando le origini dalla propria storia complessiva che cominciano i guai&#8230; – è croato, cioè serbo, cioè serbo e croato, serbocroato, croatoserbo, jugoslavo, e soprattutto cosmopolita&#8230; Per di più, ce lo racconta con una lingua italiana magistralmente, persino classicamente dominata, ma che si arricchisce appunto di tutte queste onde di mondo, che scuotono proficuamente la scrittura: ne esce fuori uno stile non a caso ondivago, nel contempo sobrio e sanguigno, a tratti persino barocco, affatto originale (e non nel senso delle “origini”!). E non sto parlando della presunta originalità delle cosiddette scritture migranti – spesso appiattite l’una sull’altra da un poderoso lavoro di editing – ma di quella, più profonda, che dovrebbe caratterizzare ogni scrittura che si voglia originale, cioè sovversiva – come lo dice </span></span></span><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: medium;"><span lang="it-IT">Proust in un celebre passo del </span></span></span><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: medium;"><span lang="it-IT"><i>Contre Sainte-Beuve: </i></span></span></span><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: medium;"><span lang="it-IT"> “les beaux livres sont écrits dans une sorte de langue étrangère” – il che vuol dire, al di là e contro ogni retorica della (inesistente) purezza, che l’estraniamento agisce al cuore di chiunque pensa e scrive, anche dentro</span></span></span><i> </i><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: medium;"><span lang="it-IT">la propria lingua: sempre strappiamo senso, traduciamo, reiventiamo una lingua a partire da un’altra, anche se per ventura lavoriamo con una lingua soltanto&#8230; (Ma una delle cose che apprendiamo, leggendo questo libro, è che una lingua non è mai sola&#8230;) </span></span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: medium;"><span lang="it-IT">Già, Proust&#8230; </span></span></span><span style="color: #333333;"><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: medium;"><span lang="it-IT">Ahil Duimovi</span></span></span></span><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span lang="it-IT">ć</span></span><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: medium;"><span lang="it-IT">, cioè Achille (nome di cui non occorre, credo, ricordare la matrice omerica), il calciatore protagonista, ama la filosofia e legge proprio lo scrittore della </span></span></span><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: medium;"><span lang="it-IT"><i>Recherche</i></span></span></span><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: medium;"><span lang="it-IT">&#8230; Non è un caso: se infatti dentro il mondo del calcio bolle, come lo dicevo all’inizio, la molto letteraria ossessione del proprio “tempo perduto”, e del come riconquistarlo, è impossibile trovare guida migliore di Marcel Proust! </span></span></span><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: medium;"><span lang="it-IT">Il calcio allora, in queste pagine, vive – come l’amore&#8230; – di entusiasmo, di passione e soprattutto di nostalgia, una nostalgia assoluta, come quelle per le grandi glorie calcistiche di un passato che non si è mai conosciuto, un po’ come a volte abbiamo nostalgia dell’epoca in cui vivevano i nostri nonni, prima della nostra nascita&#8230;</span></span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: medium;"><span lang="it-IT">Così orientato il libro si costruisce in parte come un agile romanzo di poco più di centocinquanta pagine, e racconta appunto la storia del biondo Achille – lo stesso color di capelli dell’eroe della guerra di Troia – da prima della sua nascita, perché nel calcio come nell’epica, cioè nel potente scorrere della vita, le storie hanno i contorni sfumati, non hanno veramente inizio, non hanno veramente fine&#8230; Siamo nella letterariamente gloriosa isola dalmata di Hvar / Lesina, in Croazia, verso la metà degli anni Cinquanta: il futuro padre di Achille, Čedo, allora tredicenne, accudisce il proprio padre malato; unici suoi passatempi, il gioco degli scacchi e quello del pallone, che pratica in un campo spelacchiato sulla collina di fronte al porto (deve esistere quel campetto, lo vediamo, lo rivediamo, diventa quasi un luogo dell’anima&#8230;): giochi intrecciati fra loro, perché si muovono i pezzi sulla scacchiera, come a dribblare quelli dell’avversario, e si deve pensare nel campo di calcio, per poter sperare di vincere – e subito si entra nella mitologia, con il vecchio Mikula, che gli ha insegnato insieme entrambi i giochi, e soprattutto racconta, come un cantore dalle molte primavere e pur immortale: per esempio di quel primo campionato del 1930 in Uruguay, anzi a Montevideo, che si trova di fronte a Buenos Aires, dall’altra parte del </span></span></span><span style="color: #202122;"><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: medium;"><span lang="it-IT">Río de la Plata</span></span></span></span><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: medium;"><span lang="it-IT">, luoghi e anni mitici per chi ama il calcio e insieme, è inevitabile, il tango&#8230; La Jugoslavia aveva battuto il Brasile; era arrivata in semifinale proprio contro l’Uruguay; era passata in vantaggio; ma poi – si narra – nella </span></span></span><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: medium;"><span lang="it-IT"><i>cancha</i></span></span></span><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: medium;"><span lang="it-IT">, nel campo, era entrato un gatto nero, e la Jugoslavia era stata travolta, 6 a 1: vittima del maleficio felino, o forse, rieccolo, del prototipico 2-3-5 praticato dai gloriosi </span></span></span><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: medium;"><span lang="it-IT"><i>charr</i></span></span></span><span style="color: #202122;"><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: medium;"><span lang="it-IT"><i>ú</i></span></span></span></span><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: medium;"><span lang="it-IT"><i>as&#8230;</i></span></span></span><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: medium;"><span lang="it-IT"> (Uno dei punti di forza di questo libro, specie per gli amanti di calcio e di antiche greche epopee, è il suo saper fondere insieme la realtà, la leggenda e la pura invenzione: non è mai sicuro del dove si trovi, il lettore, è spaesato: e finalmente, è proprio questo il bello&#8230;) </span></span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: medium;"><span lang="it-IT">Morto il padre, alle soglie dei suoi vent’anni, Čedo si trasferisce sulla costa, a Split / Spalato, per studiare medicina, poi nel fatidico 1968 lo ritroviamo medico a Zara / Zadar – i doppi nomi ricordano precedenti, dolorosi conflitti, ma anche la ricchezza di quelle terre – dove conosce la futura moglie Tanja, che sarà insegnante, storica dell’arte, pensatrice, infine nella vicina Bosansko Grahovo, dall’altra parte della frontiera interna con la Bosnia Erzegovina. È qui che all’inizio degli anni Settanta nasce morto il loro primo figlio Andrej, e un paio d’anni dopo il nostro protagonista, Achille, di cui seguiamo il percorso attraverso questi e altri luoghi: la Krajina croata, Zagreb, Belgrado, Sarajevo&#8230; Luoghi di cui intravediamo, magari anche attraverso una sola frase, scampoli di melanconica poesia, quasi sempre spiraglio di passata grandezza (</span></span></span><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: medium;"><span lang="it-IT"><i>&#8230; i tram sferragliano nella Frankopanska, file davanti alle cabine telefoniche, l’autunno colorato della città nelle foglie, nei cappotti, cappelli</i></span></span></span><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: medium;"><span lang="it-IT">, </span></span></span><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: medium;"><span lang="it-IT"><i>facciate ridipinte di palazzi asburgici&#8230;</i></span></span></span><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: medium;"><span lang="it-IT">); e poi di odio, violenza. Basta leggere il libro con una mappa accanto, mettendo un puntino ad ogni luogo menzionato: emergeranno alla fine alcuni degli itinerari cruciali delle rovinose guerre degli anni Novanta – con un dettaglio, che non dovrebbe avere importanza, ma si gonfia a dismisura di pagina in pagina: il padre di Achille è croato, la madre è serba, lui cresce in Bosnia, alla quale sente profondamente di appartenere: dove sta Achille? </span></span></span><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: medium;"><span lang="it-IT"><i>“Essere e non essere in nessun luogo” (quel sentimento doloroso)</i></span></span></span><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: medium;"><span lang="it-IT">, lo</span></span></span><i> </i><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: medium;"><span lang="it-IT">ha capito, e ce ne fa partecipi, il vecchio cantore Mikula, in una decrepita stamberga al confine cileno-peruviano&#8230; </span></span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: medium;"><span lang="it-IT">Già, perché la geografia di Achille non si ferma allo spazio balcanico: con lui, e appunto con altri personaggi che lo accompagnano, magari solo cavalcando l’alata immaginazione, inaspettatamente ne usciamo, arriviamo in Svizzera, in Francia, in Inghilterra&#8230; o più lontano, eccolo, in Perù, e poi in India, e poi&#8230;: Paris, Delhi, Calcutta, Champex, il Gran San Bernardo, la quebrada andina &#8230; È un’improvvisa, apparentemente folle, disordinata esplosione di nomi, di luoghi-tempo – più che luoghi sono infatti ricordi – che tuttavia disegnano sapientemente un mondo intorno alla Jugoslavia, in cui si rientra e si riesce e si rientra&#8230;, e meglio ne fanno emergere la sua sua struggente e poliedrica bellezza, come l’assurdità della guerra che cova e poi deflagra, inarrestabile. Mentre continuiamo a seguire l’itinerario di Achille che si scopre calciatore (ovviamente cominciando a giocare con il padre) e insieme amante innamorato (la madre&#8230;) di letteratura e di pensiero: il mondo non è sferico come il pallone? Le sue regole, come quelle del calcio, non sono spesso ingiuste, o comunque inatte a proteggere dall’ingiustizia? La letteratura quando indaga l’uno, non comprende anche l’altro? – Ma nel medesimo slancio si scopre anche amante innamorato </span></span></span><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: medium;"><span lang="it-IT"><i>tout court</i></span></span></span><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: medium;"><span lang="it-IT">&#8230; Così, fra i passaggi più accattivanti, contagiosi, ci sono proprio quelli che descrivono l’amore, quello che eternamente aspetta, e sogna: </span></span></span><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: medium;"><span lang="it-IT"><i>Oh Zdravka, primo amore. Non potevi essere una ragazza qualunque? Ti avrei tenuto per mano passeggiando accanto al mare, ti avrei comprato un gelato, il vento di maestrale avrebbe scolpito, nella leggera gonna potenziale, la splendida forma delle tue gambe&#8230;</i></span></span></span><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: medium;"><span lang="it-IT">; ma anche quello che fatalmente si consuma: &#8230; </span></span></span><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: medium;"><span lang="it-IT"><i>per raggiungere dapprima il piccolo seno e poi, trionfo della carne, la vertiginosa linea seguendo la quale arriverà a baciare le pudiche labbra “altre”&#8230; </i></span></span></span><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: medium;"><span lang="it-IT">Insomma, il libro è anche un classico</span></span></span><i> </i><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: medium;"><span lang="it-IT"> romanzo di formazione. Ma solo in parte&#8230;</span></span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: medium;"><span lang="it-IT">Anzi, come si diceva all’inizio, è proprio al genere “romanzo” che appartiene </span></span></span><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: medium;"><span lang="it-IT"><i>solo in parte</i></span></span></span><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: medium;"><span lang="it-IT">. L’altra </span></span></span><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: medium;"><span lang="it-IT"><i>parte</i></span></span></span><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: medium;"><span lang="it-IT"> si costruisce come una sorta di riflessione antropologico-filosofica per voci, nel senso del dizionario, e questioni, che sembrano mescolare liberamente il metodo socratico, con il talmudico, o lo zen: ma su tutti domina – insieme all’invisibile ma diffuso Omero – Platone. Queste due parti si fingono distinte: la riflessione per voci e questioni è organizzata in sei Quadri, ognuno con un titolo; l’azione narrativa in trentaquattro Immagini&#8230; Ogni quadro dovrebbe isolare alcuni interrogativi astratti, che poi la conseguente azione narrativa dovrebbe esplorare </span></span></span><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: medium;"><span lang="it-IT"><i>in medias res</i></span></span></span><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: medium;"><span lang="it-IT">. Per esempio nel Quadro terzo, leggiamo, proprio alla voce “Bugia”: </span></span></span><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: medium;"><span lang="it-IT"><i>Giudicare se qualcuno menta o no </i></span></span></span><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: medium;"><span lang="it-IT">– è Sant’Agostino che avvalora questa riflessione – </span></span></span><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: medium;"><span lang="it-IT"><i>dipende</i></span></span></span> <span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: medium;"><span lang="it-IT"><i>non tanto dalla veridicità della cosa affermata, quanto dalla convinzione intima del mentitore. La colpa di chi mente sta tutta nella volontà di ingannare&#8230; </i></span></span></span><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: medium;"><span lang="it-IT">E le Immagini seguenti, dalla sedicesima alla ventesima, raccontano le vicende intrecciate della Jugoslavia che implode – siamo nel 1991 – sotto la spinta degli odianti (come sempre&#8230;) nazionalismi, e dell’amore impossibile di Achille e Lada: qui come là è al lavoro, appunto, la menzogna&#8230; </span></span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: medium;"><span lang="it-IT">E tuttavia questa separazione è illusoria – come lo sono forse le separazioni fra generi libreschi, e spesso le frontiere </span></span></span><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: medium;"><span lang="it-IT"><i>tout court&#8230; </i></span></span></span><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: medium;"><span lang="it-IT"> – perché la riflessione, il pensiero, s’infiltrano spesso dentro l’azione del calciatore che ama la letteratura e l’amore: anche con il pallone al piede, del resto, è indispensabile pensare. Sino alla fusione finale in cui il pensiero entra dentro l’avventura narrativa e si sostituisce a questa: </span></span></span><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: medium;"><span lang="it-IT"><i>La repubblica della lingua, </i></span></span></span><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: medium;"><span lang="it-IT">lo scritto allucinatorio-profetico di cui attraverso intricati percorsi gli eroi attori Tanja e Achille sono, almeno in parte, i redattori, si sovrappone per intero alla trentaquattresima e ultima Immagine: d’altronde Tanja è oramai morta, e il calciatore Achille, nonostante sia ancora giovanissimo, s’inabissa col disgregarsi della Jugoslavia. Se la realtà non esiste più, insomma, o è impazzita, solo il sogno, l’utopia possono permetterci di continuare a vivere. Qui, il sogno, l’utopia, prendono l’aspetto di una repubblica appunto della lingua, cioè in prospettiva della pace, in cui siano state abolite </span></span></span><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: medium;"><span lang="it-IT"><i>parole come potere, massa, odio, invidia&#8230;</i></span></span></span><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: medium;"><span lang="it-IT"> Perché sono le parole-pensiero con cui impariamo a comprendere il mondo che lo plasmano e plasmano anche i nostri sentimenti: di odio, o di amore. </span></span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: medium;"><span lang="it-IT">Ma attenzione, si tratta di un’utopia nel migliore senso del termine, cioè in quello del lontano orizzonte che se facciamo un passo si sposta di un passo, ché solo ci serve per continuare a camminare, come avrebbe detto Eduardo Galeano. Terribile è infatti l’utopia quando la si confonde, la si vuol fare coincidere con la realtà: il libro sotterraneamente ma continuamente lo ricorda – almeno, così l’ho letto io – attraverso tutta la sua storia; anzi, le sue storie: tutte le storie-divagazioni che si ramificano a partire dall’asse principale, con mille fili che tirano dentro altri personaggi, altri libri ed autori. Su tutti – oltre al già menzionato Proust, e a Puškin, che meriterebbe un discorso a parte – l’onnipresente Borges, di cui per altro (è appunto una delle tante storie) molto borgesianamente si racconta la fantastica e inaspettata origine metamorfica: siamo in Austria, alla fine degli anni Trenta, per seguire le vicende di un oscuro commisario, forse d’origine ebraica, che fugge l’Europa verso la Patagonia, e lo ritroviamo scrittore, </span></span></span><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: medium;"><span lang="it-IT"><i>lo </i></span></span></span><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: medium;"><span lang="it-IT">scrittore, a Buenos Aires, verso la metà degli anni Quaranta&#8230; Ed ecco, appunto: in tutta la storia, in tutte le storie, c’è sempre, insieme all’orrore per la logica dell’odio, anche lo sguardo intenerito per l’umanità, per come è, con i suoi slanci, le sue cadute, le sue imperfezioni: mai si afferma il bisogno di imporle un nuovo modello di vita. L’utopia, in questo senso, è anche, semplicemente, una volatile, fragile possibilità che nasce e muore perennemente dentro la realtà, ne è un aspetto, già esiste – o se vogliamo, è </span></span></span><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: medium;"><span lang="it-IT"><i>un gioco</i></span></span></span><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: medium;"><span lang="it-IT">, nel senso spiegato all’interno del Quadro sesto, che introduce appunto </span></span></span><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: medium;"><span lang="it-IT"><i>La repubblica della lingua</i></span></span></span><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: medium;"><span lang="it-IT">; quel gioco che è </span></span></span><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: medium;"><span lang="it-IT"><i>libera attività dello spirito e del corpo senza ricerca di interesse, fine o profitto, a differenza dell’agire, del formare e del lavorare che sono conformi a uno scopo&#8230; </i></span></span></span><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: medium;"><span lang="it-IT">Non è la gratuità, che come avrebbe detto Hölderlin ci rende vicini agli dèi, il fondamento per l’appunto giocoso di questo tipo di utopia?</span></span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: medium;"><span lang="it-IT">Fragile e volatile: come una partita di calcio – </span></span></span><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: medium;"><span lang="it-IT"><i>quella </i></span></span></span><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: medium;"><span lang="it-IT">partita di calcio, di cui forse l’utopia costituisce il rovescio, il finale che avrebbe potuto realizzarsi e non fu. L’alfa e l’omega del mito: Uruguay 1930, la prima competizione ufficiale della Jugoslavia; Italia 1990: l’ultima. Con appunto quell’ultima maledetta partita. Il paese degli slavi del sud sta già implodendo, e il calcio, le rivalità delle tifoserie, in particolare quelle della Dinamo Zagabria e della Stella Rossa di Belgrado, sembrano delineare, dentro gli stadi, il primo teatro della guerra – ma ecco, l’eccellente progressione della squadra nazionale ai Mondiali italiani vede di nuovo nascere una sorta di entusiasmo trasversale; sulle gradinate, nel mare di bandiere serbe e croate, torna a sventolare la bandiera della Federativa. Sino a quell’Jugoslavia-Argentina del 30 giugno 1990, a Firenze. Le due squadre non riescono a superarsi durante centoventi minuti del tempo regolamentare allungato, decideranno i calci di rigore: ed è un’altalena di errori (persino Maradona ne sbaglia uno), sino al 2 a 2, con gli argentini che dispongono di un solo tiro, contro i due degli jugoslavi: il destino è fra le loro mani&#8230; Ma </span></span></span><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: medium;"><span lang="it-IT"><i>a quel punto il traditore Osim manda allo sbaraglio due terzini (entrambi di origine musulmana, come non tarderà a sottolineare la stampa serba)</i></span></span></span><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: medium;"><span lang="it-IT">, anzi, è “musulmano”, cioè bosniaco, anche </span></span></span><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: medium;"><span lang="it-IT"><i>il traditore Osim</i></span></span></span><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: medium;"><span lang="it-IT">, l’allenatore. Il finale è noto: l’argentino segna, i due jugoslavi sbagliano entrambi&#8230; La leggenda vuole che se Faruk </span></span></span><span style="color: #323234;"><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: medium;"><span lang="it-IT">Hadžibegi</span></span></span></span><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: medium;"><span lang="it-IT">ć</span></span></span><em><span style="color: #323234;"><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: medium;"><span lang="it-IT">,</span></span></span></span></em><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: medium;"><span lang="it-IT"> l’ultimo decisivo tiratore, non si fosse fatto parare il suo rigore, condannando la Jugoslavia-squadra all’eliminazione, la Jugoslavia-paese avrebbe evitato la guerra. (Da notare che in realtà solo quest’ultimo, insieme al </span></span></span><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: medium;"><span lang="it-IT"><i>traditore Osim, </i></span></span></span><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: medium;"><span lang="it-IT">era bosniaco, </span></span></span><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: medium;"><span lang="it-IT"><i>musulmano</i></span></span></span><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: medium;"><span lang="it-IT">; l’altro tiratore mancato, Dragoljub </span></span></span><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: medium;"><span lang="it-IT">Brnović,</span></span></span><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: medium;"><span lang="it-IT"> era montenegrino, e per di più giocava a centrocampo, non in difesa: ma nell’immaginario collettivo che fiorì dentro quella disfatta divenne </span></span></span><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: medium;"><span lang="it-IT"><i>terzino </i></span></span></span><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: medium;"><span lang="it-IT">e </span></span></span><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: medium;"><span lang="it-IT"><i>musulmano </i></span></span></span><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: medium;"><span lang="it-IT">anche lui. Perché la Bosnia stava per diventare il centro della più spaventosa di tutte le guerre, che avrebbe persino alleato fra di loro i nemici serbi e croati: in questa prospettiva, spiegare l’immaginario di una nazione in disfacimento, cioè i suoi fantasmi più profondi, non svela qualcosa di più reale della superficiale realtà?) Su quel fatidico rigore, Gigi Riva &#8211; </span></span></span><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: medium;"><span lang="it-IT">il giornalista non il calciatore (!) &#8211; </span></span></span><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: medium;"><span lang="it-IT">ci ha scritto su un intero libro (</span></span></span><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: medium;"><span lang="it-IT"><i>L’ultimo rigore di Faruk</i></span></span></span><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: medium;"><span lang="it-IT">, Sellerio 2016) ricostruendone con puntiglio e chiarezza la </span></span></span><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: medium;"><span lang="it-IT"><i>vera</i></span></span></span><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: medium;"><span lang="it-IT"> storia, i fatti; Roić alla </span></span></span><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: medium;"><span lang="it-IT"><i>vera </i></span></span></span><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: medium;"><span lang="it-IT">storia consacra solo due pagine, e anzi in parte la modifica, confondendo ad arte finzione e realtà, mischiandole insieme, proprio per scendere più a fondo nei meandri di quell’intreccio fra calcio e guerra, e ancora più a fondo, attraverso tutte le sue pagine, a svelare le origini della malattia nazionalismo come il suo possibile antidoto. Di quel proficuo e volontario confondere le acque il calciofilo appassionato, come me, si divertirà a ritrovare diversi dettagli, come nei giochi quiz della Settimana enigmistica. Qui, per tutti i lettori, anche per i non calciofili, basti raccontarne uno:</span></span></span> <span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: medium;"><span lang="it-IT">nella partita reale, il primo rigore è tirato dall’argentino Serrizuela, ed è rete; gli risponde il geniale Stoiković, noto come il Maradona europeo, il suo tiro è perfetto, spiazza il portiere&#8230; ma si stampa sulla traversa, senza varcare la linea di porta&#8230; Nella drammatica partita raccontata da Roić, ad aprire la serie dei tiri dal dischetto è invece proprio il nostro biondo Achille; il suo faccia a faccia vincente con il nero Goycochea (il portiere dell’Argentina) ricorda quella fra il biondo eroe acheo e il suo rivale di sempre, il troiano Ettore, anche lui dai neri capelli; e gli risponde il rigorista argentino, che pareggia. Ahil-Achille è dunque l’ingresso dell’immaginazione – non è mai esistito un giocatore di tal nome – nel regno della realtà. A chi, a cosa s’ispira? Per posizione è Serrizuela, ché come quello ha tirato per primo ed ha segnato; per nazionalità, e genio, è Stoiković, che come lui è jugoslavo, ma ha sbagliato il suo tiro. Potremmo dire allora – è una speculazione che mi sono divertito a fare – che il nostro immaginario Achille slavo mescola insieme il proprio sangue con quello dell’avversario, come l’Achille omerico che finisce in qualche sorta per riscoprirsi fratello dell’Ettore troiano (del resto parlano la stessa lingua): non è forse nello stesso tempo serbo, croato e bosniaco? (che anche loro parlano la stessa lingua&#8230;?) Achille insomma rappresenterebbe la possibilità di un altro finale, vittoriosamente di pace&#8230; Appunto, la buona utopia. </span></span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: medium;"><span lang="it-IT">&#8230; E poi sì, lo so, ho divagato, a volte parlando del libro di Roić ho parlato dei miei sogni, dei miei slanci barocchi, del mio amore per il calcio, e per tutto quel che si mescola, e per i Balcani che, malgrado le spaventose guerre, ricordano appunto che mescolarsi è possibile – e ora, rileggendo questa divagazione, a tratti non sono neanche sicuro di dove finiscano le sue parole e comincino le mie. Non è, questa, una delle esperienze più belle che possa capitare con un libro? avere, qua e là, la sensazione di ritrovarci pezzi della propria scrittura, dei propri pensieri più preziosi, mischiati, confusi con quelli di un altro autore? </span></span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: medium;"><span lang="it-IT">P.S. Forse – ho esitato&#8230; – il titolo di questo mio pezzo avrebbe dovuto essere all’inverso: </span></span></span><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: medium;"><span lang="it-IT"><i>Comprendere il pallone, amare il mondo</i></span></span></span><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: medium;"><span lang="it-IT">. Come se la conoscenza del pallone potesse, come altre cose, incendiarci d’amore per il mondo. (Lo so, mi ostino di nuovo: queste mie parole, questo libro, potrebbero almeno intrigare calcisticamente qualche umanista refrattario?) Ma l’inversione è ritmicamente più rude: rompe la musicale armonia, anche nella lingua italiana, dell’</span></span></span><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: medium;"><span lang="it-IT"><i>alexandrin</i></span></span></span><span style="font-family: Times New Roman, serif;"><span style="font-size: medium;"><span lang="it-IT">. E la musica è importante, quando si parla di un libro musicale.</span></span></span></p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Per Alessandro Leogrande</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2017/11/28/per-alessandro-leogrande/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 28 Nov 2017 07:03:41 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[indiani]]></category>
		<category><![CDATA[Alessandro Leogrande]]></category>
		<category><![CDATA[andrea cortellessa]]></category>
		<category><![CDATA[calcio]]></category>
		<category><![CDATA[la frontiera]]></category>
		<category><![CDATA[mafie]]></category>
		<category><![CDATA[mesagne]]></category>
		<category><![CDATA[terrorismo]]></category>
		<category><![CDATA[Terza Festa di Nazione Indiana]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.nazioneindiana.com/?p=71131</guid>

					<description><![CDATA[Domenica 1 luglio 2012. Siamo nell&#8217;ex convento dei Cappuccini di Mesagne. È il secondo e ultimo giorno della Terza festa di Nazione Indiana. La cittadina che ci ospita porta ancora il lutto per Melissa Bassi, la studentessa uccisa il 19 maggio da una bomba fatta esplodere vicino all&#8217;ingresso della scuola a Brindisi, ferendo altre sei [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><img loading="lazy" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/11/IMG_4216-300x225.jpg" alt="" width="300" height="225" class="alignleft size-medium wp-image-71132" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/11/IMG_4216-300x225.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/11/IMG_4216-768x576.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/11/IMG_4216-1024x768.jpg 1024w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" />Domenica 1 luglio 2012.<br />
Siamo nell&#8217;ex convento dei Cappuccini di Mesagne. È il secondo e ultimo giorno della <a href="https://www.nazioneindiana.com/2012/06/26/la-terza-festa-di-nazione-indiana-e-a-mesagne-brindisi-30-giugno-1-luglio-2012/#more-42801">Terza festa di Nazione Indiana</a>.<br />
La cittadina che ci ospita porta ancora il lutto per Melissa Bassi, la studentessa uccisa il 19 maggio da una bomba fatta esplodere vicino all&#8217;ingresso della scuola a Brindisi, ferendo altre sei compagne scese dallo stesso autobus. A causa della presenza della SCO e al fatto che il bersaglio è un istituto dedicato a Francesca Morvillo Falcone, sulle prime si è pensato alla pista mafiosa. Invece quella strage è un atto di terrorismo individuale.<br />
«Beninteso, “individuale” non è automaticamente sinonimo di “folle”. Potrebbe segnare invece l’irrompere di forme di terrorismo nichilistico-individuale nel nostro paese, un tipo di terrorismo nord-americano o nord-europeo. Si pensi ad esempio a Breivik, l’autore della strage di Utoya, o alla vicenda narrata nel bellissimo libro dello scrittore svedese Gellert Tamas, “L’uomo laser” (Iperborea): si racconta la biografia di un “uomo della porta accanto” che inizia a sparare con un fucile munito di mirino laser contro gli immigrati, colpendo una quindicina di vittime individuate a caso.» <a href="https://www.nazioneindiana.com/2012/05/24/sopraluogo-provvisorio-a-una-strage/">Alessandro Leogrande lo scrive</a> a pochi giorni dall&#8217;attentato sul <em>Corriere del Mezzogiorno</em>.<br />
Alessandro accetta dunque di passare un pomeriggio con noi &#8220;indiani&#8221; a Mesagne per ragionare insieme delle molte cose di cui si è occupato: le trasformazioni della Puglia, del Sud e dell&#8217;Italia, le mafie, l&#8217;inadeguatezza mediatica, la fame di un complesso realismo che impronta il lavoro di molti <em>Narratori degli Anni Zero</em>, inclusi nell&#8217;antologia curata da Andrea Cortellessa.<br />
Nella sala c&#8217;è l&#8217;attenzione di un piccolo convegno, visto che non siamo in tanti. Colpa anche di una grave svista nel far cadere la &#8220;Festa di Nazione Indiana&#8221; proprio su quel fine settimana. C&#8217;è la finale degli Europei con l&#8217;Italia che, dopo aver sconfitto la favoritissima Germania, deve giocare contro la Spagna.<br />
Alessandro Leogrande ama il calcio. Lo conosce benissimo, si muove con agio straordinario negli annali di campionati lontani nel tempo e nello spazio. Nel 2010 ha curato un&#8217;antologia per &#8220;Minimum Fax&#8221; intitolata <em><a href="https://www.minimumfax.com/shop/product/ogni-maledetta-domenica-1212">Ogni maledetta domenica</a></em>.<br />
La domenica sera del 1° luglio 2012 la Nazionale perde 4 a O nello stadio olimpico di Kiev.<br />
Noi a Mesagne siamo tutti nel cortile dell&#8217;ex-convento, con gli occhi fissi sul muro che ci serve da sfuocato, improvvisato maxi-schermo. Ci siamo organizzati con pizza e birra come un qualsiasi gruppo di amici o di parenti. È bello ricordarlo così, che s&#8217;infervora per un tiro sbagliato, ancora in mezzo a noi, Alessandro Leogrande.<br />
&nbsp;<br />
 ⇨ <a href="https://www.nazioneindiana.com/tag/alessandro-leogrande/" rel="noopener" target="_blank"><strong>Alessandro Leogrande su <em>Nazione Indiana</em></strong></a><br />
&nbsp;</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Tutto il calcio minuta per minuta</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2016/04/24/calcio-minuta-minuta-2/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[francesco forlani]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 24 Apr 2016 12:00:01 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[a gamba tesa]]></category>
		<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[calcio]]></category>
		<category><![CDATA[Chevanton]]></category>
		<category><![CDATA[Matteo Maria Orlando]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.nazioneindiana.com/?p=61171</guid>

					<description><![CDATA[di Matteo Maria Orlando &#160; &#160; Ernesto diavolo della pampa figlio della tempesta perfetta così come la palla spedita appena sotto la traversa sottratta, con l&#8217;inganno l&#8217;artificio a Frey lasciato trafitto battuto dal tuo nome venuto al Via del Mare &#8211; a sabotare il già visto il consueto, l&#8217;ordinario &#160; * &#160; Ernesto il tuo [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di</p>
<p><strong>Matteo Maria Orlando</strong></p>
<p><img loading="lazy" class="wp-image-61173 aligncenter" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/04/Cheva-Via-del-Mare-1024x576.jpg" alt="Cheva, Via del Mare" width="595" height="335" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/04/Cheva-Via-del-Mare-1024x576.jpg 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/04/Cheva-Via-del-Mare-300x169.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/04/Cheva-Via-del-Mare-768x432.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/04/Cheva-Via-del-Mare.jpg 1920w" sizes="(max-width: 595px) 100vw, 595px" /></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Ernesto diavolo della pampa</strong></p>
<p>figlio della tempesta</p>
<p>perfetta così come la palla</p>
<p>spedita appena sotto la traversa</p>
<p>sottratta, con l&#8217;inganno l&#8217;artificio</p>
<p>a Frey lasciato trafitto battuto</p>
<p>dal tuo nome</p>
<p>venuto al Via del Mare &#8211; a sabotare</p>
<p>il già visto il consueto, l&#8217;ordinario<span id="more-61171"></span></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>*</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Ernesto il tuo destro è il buio</strong></p>
<p>della ragione, è un&#8217;equazione</p>
<p>la regola e insieme l&#8217;eccezione;</p>
<p>il fondamento di una fisica domestica</p>
<p>principio e compendio di balistica;</p>
<p>preludio alla formula magica:</p>
<p>Dìn dòn, dìn don</p>
<p>ha segnato Chevantòn.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>*</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Da quando non ci sei più</strong></p>
<p>la palla è un difetto di forma</p>
<p>un eccesso di senso, buio</p>
<p>da significato. Ernesto,</p>
<p>caro, mi manca il volo</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>*</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Ernesto stamattina in Piazza Duomo</strong></p>
<p>un bambino volava palla al piede</p>
<p>con in dosso la maglia diciannove</p>
<p>la tua – quella di sempre – quella</p>
<p>di quando da pirata quale eri</p>
<p>facevi scorribande al Via del Mare</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>*</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Ti ricordo aggredire lo spazio,</strong></p>
<p>fiutare il corridoio</p>
<p>perfetto puntare l&#8217;avversario</p>
<p>sgusciare nello stretto.</p>
<p>L&#8217;architettura del tocco</p>
<p>l&#8217;eleganza del gesto.</p>
<p><span class="_5yl5">Com&#8217;è triste lasciarsi, Ernesto</span></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>*</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Scempio di città non riconosci</strong></p>
<p>la gloria meritata dai tuoi figli,</p>
<p>allora mi figuro il tripudio</p>
<p>della toponomastica:</p>
<p>Via Carmelo Bene,</p>
<p>Piazza Bodìni, Corso Chevantòn.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong>Tempo supplementare</strong></p>
<p>Lecce È il ventisei agosto del duemilauno. Nella prima partita di campionato, il Lecce si schiera al Via del Mare. Nell&#8217;altra metà del campo c&#8217;è il Parma. Nella sessione di mercato, la società di Piazza Mazzini ha comprato, dal Danubio, un ventunenne uruguayano.</p>
<p>È il giorno dell&#8217;esordio. Sulla schiena ha il numero diciannove, è minuto, gli occhi piccoli, scavati. Si chiama Ernesto Javier Chevantòn, ci metterà poco: al secondo minuto di gioco sbuca alle spalle di Frey &#8211; impegnato in un rinvio &#8211; e in una frazione di secondo infinita, dilatata, si inserisce, fulmineo, tra la sfera e l&#8217;ultimo uomo prendendo la palla, poi la torsione del tronco, la frustata col destro che insacca sotto la traversa.</p>
<p>Al novantesimo il Lecce non vincerà la partita, che finirà in pareggio, ma che importa.</p>
<p>Ho rivisto più volte i video di quella giornata. A conclusione dell&#8217;azione la telecamera è ferma sul portiere del Parma. Frey è scuro in viso, visibilmente stordito, disorientato. Si era compiuto un sacrificio. Quel gol, prima di allora impensabile, era l&#8217;irruzione di un uomo nella storia. Una storia di provincia, sì, marginale; una storia povera, avara, per questo incline a ricevere un segno, un&#8217;impronta, un sigillo.</p>
<p>Inizierà, quel giorno, una lunga storia d&#8217;amore tra Ernesto, il ragazzo venuto da lontano, e una città che avrebbe imparato ad amarlo e a lasciarsi amare. Una storia durata quindici anni, fatta di passioni e incomprensioni, rabbia, delusioni, separazioni e ricongiungimenti; fino all&#8217;ultimo ritorno, nel duemiladodici, quando decide di tornare a Lecce e giocare in Lega Pro, accettando lo stipendio minimo federale di novecento euro al mese.</p>
<p>Il duemilaquindici è l&#8217;anno dell&#8217;epilogo, dell&#8217;addio al calcio giocato. Dichiarerà: “Ho portato le maglie di Monaco, Siviglia, Atalanta e Colon, ma non ho mai tolto la maglia del Lecce”.</p>
<p>&nbsp;</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Due calci al pallone</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2016/02/17/due-calci-al-pallone/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[gianni biondillo]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 17 Feb 2016 06:00:22 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[moysikh!]]></category>
		<category><![CDATA[Alberto Tonti]]></category>
		<category><![CDATA[calcio]]></category>
		<category><![CDATA[Claudio Abbado]]></category>
		<category><![CDATA[gianni biondillo]]></category>
		<category><![CDATA[Incontri ravvicinati di tutti i tipi]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.nazioneindiana.com/?p=60026</guid>

					<description><![CDATA[(il più breve, e a modo suo malinconico, fra gli Incontri ravvicinati di tutti i tipi raccontati fin&#8217;ora. G.B.) di Alberto Tonti Quando entro da Mauro il Bolognese sono già tutti a tavola da una buona mezz’ora. Le proteste per il ritardo si sprecano, mi giustifico raccontando che la riunione a Torino è durata più [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/02/riciclo_palloni_calcio.jpg"><img loading="lazy" class="alignleft size-full wp-image-60027" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/02/riciclo_palloni_calcio.jpg" alt="palloni_calcio" width="305" height="291" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/02/riciclo_palloni_calcio.jpg 305w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/02/riciclo_palloni_calcio-300x286.jpg 300w" sizes="(max-width: 305px) 100vw, 305px" /></a>(<em>il più breve, e a modo suo malinconico, fra gli <strong>Incontri ravvicinati di tutti i tipi</strong> raccontati fin&#8217;ora.</em> G.B.)</p>
<p>di <strong>Alberto Tonti</strong></p>
<p class="western" align="JUSTIFY"><span style="color: #000000;"><span style="font-size: medium;">Quando entro da Mauro il Bolognese sono già tutti a tavola da una buona mezz’ora. Le proteste per il ritardo si sprecano, mi giustifico raccontando che la riunione a Torino è durata più del previsto, che sull’autostrada c’era traffico, che ci ho messo venti minuti a trovare parcheggio, ma nessuno ci crede. Occupo la sedia vuota e ordino tortellini al ragù, una coca cola e, in attesa del primo, un po’ di mortadella a tocchetti. </span></span></p>
<p class="western" align="JUSTIFY"><span style="color: #000000;"><span style="font-size: medium;">Laura mi presenta un paio di sue amiche senza ricordarsi che una già la conosco: molto affascinante ma anche molto sprucida ( se volessi usare un termine del lessico personale) scostante per farmi comprendere meglio. Purtroppo il posto libero che ho occupato è quello accanto a lei e la cosa mi mette di cattivo umore. </span></span></p>
<p class="western" align="JUSTIFY"><span style="color: #000000;">“<span style="font-size: medium;">Beh, almeno racconta cosa ci facevi a Torino.” </span></span></p>
<p class="western" align="JUSTIFY"><span style="color: #000000;"><span style="font-size: medium;">E’ lei che, sorridendo amabilmente, mi rivolge per prima la parola. Mi meraviglio per due motivi: il fatto che abbia aperto bocca e che, rispetto al nostro unico incontro, il suo atteggiamento sia esattamente l’opposto.</span></span></p>
<p class="western" align="JUSTIFY"><span style="color: #000000;"><span style="font-size: medium;">Quando non mastico, fra un boccone di pane e uno di mortadella, spiego in sintesi cosa ci faccio a Torino e tento di cambiar discorso, ma lei incalza e, sempre con un delizioso sorriso, mi invita ad approfondire perché dice: “mi interessa.” </span></span></p>
<p class="western" align="JUSTIFY"><span style="color: #000000;"><span style="font-size: medium;">Tiro un lungo sgarbato sospiro e racconto tutto nei minimi particolari e, alla fine, mentre loro sono già alla frutta, mi avvento sui tortellini. I discorsi a tavola si intrecciano e scopro lentamente che la signorina non è affatto indisponente e, soprattutto, mi guarda come raramente qualcuna mi ha guardato.</span></span></p>
<p class="western" align="JUSTIFY"><span style="color: #000000;">“<span style="font-size: medium;">Che bello l’orologio che hai al polso, cos’è? Posso vederlo?” mi dice sfiorandomi la mano.</span></span></p>
<p class="western" align="JUSTIFY"><span style="color: #000000;">“<span style="font-size: medium;">E’ un Citizen, tutta plastica, ma ha un design nuovo ed è subacqueo” le dico mentre slaccio il cinturino per porgerglielo.</span></span></p>
<p class="western" align="JUSTIFY"><span style="color: #000000;">“<span style="font-size: medium;">Molto carino” dice mentre lo immerge nel suo bicchier d’acqua. “Vediamo se è veramente waterproof!”</span></span></p>
<p class="western" align="JUSTIFY"><span style="color: #000000;"><span style="font-size: medium;">La reazione spontanea sarebbe quella di dirle “che cazzo fai!” ma, siccome mi fido ciecamente della tecnologia giapponese, abbozzo un mezzo sorriso e, quando lo tira fuori dall’acqua, lo asciuga per bene col tovagliolo e me lo rimette al polso, ringraziandola le do un bacetto sulla guancia. Diventa rossa in viso e solo allora capisco che non è sprucida, è solo molto timida e, va detto, mi piace un sacco. </span></span></p>
<p class="western" align="JUSTIFY"><span style="color: #000000;"><span style="font-size: medium;">Per la verità da qualche settimana mi sono invaghito di una stupenda giornalista, che è ancora indecisa se mettersi con un famoso scrittore bruttino o con uno sconosciuto architetto molto meno brutto, e non mi sembra il caso di mettermi a fare lo scemo proprio adesso con un&#8217;altra, ma la serata dopo cena scivola via in maniera travolgente e si conclude a casa sua dove mi ritrovo la mattina seguente senza neppure lo spazzolino da denti. </span></span></p>
<p class="western" align="JUSTIFY"><span style="color: #000000;"><span style="font-size: medium;">Mentre la stupenda giornalista opta decisamente per lo scrittore, accanto alla mia nuova ragazza nel corso del tempo riesco ad allargare il giro delle mie amicizie e a conoscere persone molto interessanti, con le quali ancora oggi sono in stretto e affettuoso contatto. Il nostro rapporto prosegue a lungo fra alti e bassi, più bassi che alti a dir la verità. In compenso va tutto per il meglio con le nuove conoscenze, a cominciare dai suoi fratelli coi quali decidiamo di metter su una squadra di calcio e di sfidarne altre nell’ambito strettamente amatoriale. Con loro, più che con lei, passo la maggior parte del tempo a parlare di politica e, soprattutto, di Inter, nostra passione predominante. </span></span></p>
<p class="western" align="JUSTIFY"><span style="color: #000000;"><span style="font-size: medium;"><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/02/red-star.jpg"><img loading="lazy" class="alignleft wp-image-60028" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/02/red-star.jpg" alt="red star" width="299" height="240" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/02/red-star.jpg 373w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/02/red-star-300x240.jpg 300w" sizes="(max-width: 299px) 100vw, 299px" /></a>Gabriele Giulini, il più “anziano”, decide che, in onore del nostro esposto filo-comunismo, Stella Rossa sarà il nome dei magnifici undici e allora io propongo che il motto debba per forza essere: Falciate e Martellate. Motto che suscita entusiasmo e che convince tutti ad acquistare magliette, pantaloncini e calzettoni rosso sangue. </span></span></p>
<p class="western" align="JUSTIFY"><span style="color: #000000;"><span style="font-size: medium;">All’inizio ci si allena a Trenno, a due passi da San Siro. Ci ritroviamo lì la domenica mattina non più tardi delle otto. Anzi a turno ognuno di noi si presenta sul posto, nebbia e non nebbia, gelo e non gelo, verso le sette per “occupare” uno dei migliori campetti a disposizione. Ogni volta che tocca a me l’alzataccia mi domando chi me lo fa fare, ma la passione è tanta e alla fine mi convinco che ne vale proprio la pena. Tra l’altro, oltre che giocare fra noi, incontriamo altri pazzi che si allenano in vista di confrontarsi su un vero campo regolamentare. Insomma il giro, in breve, si allarga a macchia d’olio.</span></span></p>
<p class="western" align="JUSTIFY"><span style="color: #000000;"><span style="font-size: medium;">Della nostra straordinaria compagine fanno parte giocatori che vanno dai quindici ai trent’anni e passa. Fra gli altri: i tre fratelli Giulini, Daniele Abbado e addirittura Claudio Abbado, grazie al quale entra in squadra anche un fantastico violinista della Scala, Simion Vasinca.</span></span></p>
<p class="western" align="JUSTIFY"><span style="color: #000000;"><span style="font-size: medium;">Mentre Daniele è la nostra punta di diamante, suo padre, quelle poche volte che gli impegni scaligeri glielo permettono, passa la maggior parte del tempo in panchina. </span></span></p>
<p class="western" align="JUSTIFY"><span style="color: #000000;"><span style="font-size: medium;">Le occasionali partite che riusciamo ad organizzare ci vedono protagonisti di ottime prestazioni. In porta il titolare è Piero Candelora che, non è proprio Ghezzi, ma se la cava niente male. In difesa tre mastini duri e puri: Camillo Cantaluppi, Giorgio Soana e Carlo Guglielmi (il più cattivo dei tre). A centro campo spiccano Gabriele Giulini, Lazzaro Raboni e Franco Ferrarini. In attacco Paolo Giulini, Simion Vasinca, il fenomenale Daniele Abbado e il sottoscritto. Al grido di “Falciate e Martellate” facciamo sicuramente paura agli avversari e, ad onor del vero, giochiamo come dei forsennati, dotati più di cuore che di tecnica. Dopo aver inanellato una serie di vittorie cominciamo ad avere anche un certo seguito, al punto da accumulare persino sei o sette spettatori fissi, fra amici e fidanzate.</span></span></p>
<p class="western" align="JUSTIFY"><span style="color: #000000;"><span style="font-size: medium;">Nel frattempo la vita di tutti i giorni scorre piacevolmente. Durante la settimana di giorno il lavoro non manca, di sera le occasioni cosiddette mondane si sprecano. Nel week-end si va tutti ad Oltrona, a casa Cantaluppi che ci accoglie sempre in maniera straordinaria ed è lì, finalmente, che Claudio riesce a tirare due calci in libertà, anche perché il luogo è sprovvisto di panchine.</span></span></p>
<p class="western" align="JUSTIFY"><span style="color: #000000;"><span style="font-size: medium;"><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/02/abbado_giovane.jpg"><img loading="lazy" class="alignright size-full wp-image-60029" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/02/abbado_giovane.jpg" alt="abbado_giovane" width="430" height="260" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/02/abbado_giovane.jpg 430w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/02/abbado_giovane-300x181.jpg 300w" sizes="(max-width: 430px) 100vw, 430px" /></a>Altri campi che lo vedono protagonista indiscusso sono quelli in Engadina dove, soprattutto in estate, organizziamo partitelle nei prati davanti le belle case dei vari amici che ci ospitano.</span></span></p>
<p class="western" align="JUSTIFY"><span style="color: #000000;"><span style="font-size: medium;">La voce che la Stella Rossa è diventata la squadra da battere arriva anche all’orecchio di Mauro il Bolognese che, appena mi siedo a uno de suoi tavoli, mi lancia la sfida per la prima domenica del mese.</span></span></p>
<p class="western" align="JUSTIFY"><span style="color: #000000;">“<span style="font-size: medium;">Mi hanno detto che siete forti ma noi non siamo da meno. Staremo a vedere”. Sembra quasi una minaccia e forse lo è. </span></span></p>
<p class="western" align="JUSTIFY"><span style="color: #000000;"><span style="font-size: medium;">L’appuntamento è per le sette di sera sul campo dell’Associazione Sportiva Barona. Fa un freddo boia e, prima di entrare negli spogliatoi, la nebbia è già bella fitta. Causa alcune defezioni, al gelo della stanza riservata alla squadra-ospite, siamo solo in dodici. Di nascosto faccio segno a Daniele di far entrare suo padre al posto mio, scuote la testa e mi fa capire che non ci pensa nemmeno. Ora, anche se non è proprio quel che si dice un campione, a guardarlo seduto in attesa di poter entrare in campo mi si stringe il cuore ogni volta. Lui, uno dei più grandi direttori d’orchestra apparsi su questa terra, abituato a dirigere a bacchetta (è proprio il caso di dirlo) una caterva di eccezionali professionisti a livello internazionale, non può e non deve restare in disparte. Ma suo figlio è inamovibile: “gioca solo se si fa male qualcuno!”.</span></span></p>
<p class="western" align="JUSTIFY"><span style="color: #000000;"><span style="font-size: medium;">Così entriamo in campo mezzi assiderati e ci rendiamo conto che ormai la visuale si aggira sui trenta-quaranta metri al massimo. Sugli spalti i nostri pochi e soliti spettatori eroici, intabarrati come esquimesi, urlano e battono le mani più per riscaldarsi che per altro. Il Maestro si siede in panchina in attesa fiduciosa di essere chiamato prima o poi a combattere la sua battaglia. Già dai primi scambi ci rendiamo conto che gli avversari sono delle belve, così come è abbastanza evidente che l’arbitro parteggia spudoratamente per loro. Si gioca più che altro a metà campo, raramente i portieri toccano palla. Minuto dopo minuto la partita si trasforma in una accanita lotta greco-romana, i calcioni si sprecano, le gomitate pure e, complice la nebbia, i colpi bassi si susseguono fra urla di dolore e veementi proteste. Verso la fine del primo tempo non so come riesco a passare una palla d’oro a Daniele che s’infila fra due difensori e si ritrova da solo di fronte alla porta, tira e mette in rete ma, nel frattempo, quel cornuto che dirige la gara fischia il fuori gioco. Apriti cielo! Si scatena una rissa furibonda. Mauro il Bolognese ed io tentiamo di dividerli ma riusciamo solo a beccarci sberle e spintoni. A quel punto Claudio, pacifista di natura, scatta in piedi per far cessare la rissa ma viene bloccato e dissuaso da un paio dei nostri: oltre ad essere rimasto in panchina ci mancherebbe altro che si facesse male per colpa nostra. Capitan Giulini ordina il ritiro della squadra così, fra insulti e gestacci irrepetibili, prima di morire congelati ci avviamo verso gli spogliatoi. I nostri sugli spalti ci applaudono ma non hanno capito che alla fine ci siamo arresi. Nella stanza gelida ci rivestiamo in fretta, tranne il Maestro che non ha fatto in tempo neppure a toccare una palla. </span></span></p>
<p class="western" align="JUSTIFY"><span style="color: #000000;"><span style="font-size: medium;">Da quella maledetta serata la squadra ha iniziato a sfaldarsi fino allo scioglimento ufficiale non senza lasciare in tutti noi grande amarezza e infiniti rimpianti.</span></span></p>
<p class="western" align="JUSTIFY"><span style="color: #000000;"><span style="font-size: medium;">Alle 8.30 del 20 gennaio del 2014, la mezz’ala meno utilizzata della Stella Rossa lascia questa terra per andare da un’altra parte a dirigere, come solo lui era in grado di fare, la sua straordinaria orchestra e, nel tempo libero, tirare due calci al pallone, in pace.</span></span></p>
<div class="youtube-embed" data-video_id="4XbHLFkg_Mw"><iframe loading="lazy" title="Gustav Mahler: Symphony No. 1 (Lucerne Festival Orchestra, Abbado)" width="696" height="522" src="https://www.youtube.com/embed/4XbHLFkg_Mw?feature=oembed&#038;enablejsapi=1" frameborder="0" allow="accelerometer; autoplay; clipboard-write; encrypted-media; gyroscope; picture-in-picture" allowfullscreen></iframe></div>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
	</channel>
</rss>

<!--
Performance optimized by W3 Total Cache. Learn more: https://www.boldgrid.com/w3-total-cache/

Page Caching using Disk: Enhanced 

Served from: nazioneindiana.com @ 2026-05-06 15:08:13 by W3 Total Cache
-->