Sopraluogo provvisorio a una strage

di Alessandro Leogrande

Solo un’altra volta una bomba era esplosa in una scuola. A caldo, avevamo tutti scritto che, con l’attentato di Brindisi, per la prima volta veniva colpito un edificio scolastico. C’è invece un precedente, come ricordato da Cinzia Gubbini ieri sulle pagine de “il manifesto”. Il 12 novembre del 1974, alle 18,30, una bomba al tritolo esplose nell’atrio della scuola media Bartolomeo Guidobono di Savona. Per fortuna non morì nessuno. Era pomeriggio inoltrato, e il Collegio dei docenti si era concluso da oltre mezz’ora. Ma in quei mesi, tra l’aprile del 1974 e il maggio del 1975, ben 12 bombe esplosero nella città ligure. Si tratta di uno degli episodi più oscuri, per quanto dimenticati, dello stragismo italiano negli anni settanta.
Nel caso di Brindisi le bombe sono esplose a ridosso dell’inizio delle lezioni. Hanno ucciso una ragazza, ridotto un’altra in fin di vita, ferito delle loro amiche. Questo costituisce sicuramente un salto in avanti, rispetto al precedente savonese. E non a caso la stessa parola inquietante, stragismo, torna a circolare. Ieri l’ha ripetuta persino il Presidente della Repubblica Napolitano. Seppure in un contesto storico radicalmente diverso, ha detto, “non possiamo escludere un ritorno della strategia stragista.”
Chi ha messo le bombe di Brindisi? E quanti erano gli attentatori: uno, due, più di due? Le due domande, sinora prive di una risposta certa, sono strettamente intrecciate tra loro, quasi in un gioco di rimandi logici. Escluse di fatto dagli inquirenti come piuttosto improbabili sia la pista mafiosa che quella del terrorismo anarco-insurrezionalista, solo due ipotesi restano sul terreno. La prima è stata avanzata dal procuratore Dinapoli il giorno dopo dell’attentato: si tratterebbe un “gesto individuale”. Beninteso, “individuale” non è automaticamente sinonimo di “folle”. Potrebbe segnare invece l’irrompere di forme di terrorismo nichilistico-individuale nel nostro paese, un tipo di terrorismo nord-americano o nord-europeo. Si pensi ad esempio a Breivik, l’autore della strage di Utoya, o alla vicenda narrata nel bellissimo libro dello scrittore svedese Gellert Tamas, “L’uomo laser” (Iperborea): si racconta la biografia di un “uomo della porta accanto” che inizia a sparare con un fucile munito di mirino laser contro gli immigrati, colpendo una quindicina di vittime individuate a caso.
Anche se la preparazione di un attentato come quello di Brindisi ha richiesto probabilmente una certa organizzazione, una certa meticolosità, non si può escludere a priori che si sia trattato di un solo uomo. In tal caso, saremmo sicuramente davanti a uno spartiacque: qualcuno spunta dal nulla e fa saltare in aria delle ragazzine davanti a una scuola. E questo come detto dagli inquirenti, dallo stesso Grasso e dallo stesso ministro Cancellieri è, comunque lo si voglia osservare, terrorismo puro.
Ma se l’uomo immortalato dalle telecamere del chiosco verde situato davanti alla Morvillo Falcone ha avuto uno o più complici, le cose cambiano. Saremmo allora in presenza di un evento organizzato da un gruppo, tesi peraltro per cui propende il procuratore Cataldo Motta. In questo caso non ci sarebbero turbe individuali da scandagliare psicologicamente, e chi ha piazzato la bomba proprio lì, in quel giorno, ha voluto consapevolmente giocare con i simboli: i nomi di Falcone e Morvillo, l’avvicinarsi dell’anniversario della strage di Capaci, la vicinanza del tribunale…
Perché? Con quale finalità? E soprattutto: se si tratta di un gruppo di persone, chi sono? Abbiamo detto che è scarsamente probabile che siano stati uomini della Sacra corona (peraltro alcuni esponenti di ciò che è – o è stata – la mafia pugliese, sia in carcere che a piede libero, hanno fatto capire chiaramente di non avere niente a che fare l’attentato). E abbiamo anche detto che non si tratta quasi certamente di anarco-insurrezionalisti. E allora di chi si tratta?
“Se sono due, è un vero casino”, ha detto uno degli investigatori. Perché ciò, in un gioco di logiche esclusioni, vorrebbe poter dire che siamo in presenza di un gruppo oscuro e, forse, di “menti raffinatissime” che lo hanno utilizzato. Di sicuro c’è che questa è una strana bomba, un rompicapo investigativo, in cui tutte le piste hanno pro e contro, e finiscono per non stare in piedi. Vien quasi da pensare che chi l’ha messa l’abbia fatto non con l’intento di firmare un’azione e affermare chissà che cosa, bensì di mietere vittime gettando fumo negli occhi e spargendo un’enorme confusione.
Quali sarebbero, oggi in Italia, le finalità di un nuovo stragismo di cui lo stesso Presidente della Repubblica non esclude il ritorno? Il fatto che dopo cinque giorni l’uomo in giacca nera che compare nel video non sia stato ancora individuato (non è escluso che venisse addirittura da fuori) sembra far ridurre le possibilità che si tratti di un “folle”. E fa aumentare, al contrario, quelle di un foschissimo ritorno al passato: quando le bombe potevano anche essere piazzate da una sola persona, ma alle spalle c’erano sicuramente trame complicatissime e obiettivi destabilizzanti.

pubblicato su Corriere del Mezzogiorno, 24 maggio 21012.

5 Commenti

  1. Destabilizzare? si potrebbe destabilizzare una presenza politica forte, appoggiata dal popolo, in quel caso un qualsiasi singolo o gruppo rivoluzionario potrebbe avere interesse a destabilizzare e incutere timore ai cittadini…MA l’italia più destabilizzata di così non riesco ad immaginarmela, l’ordigno non ha sollevato critiche o interrogativi verso le istituzioni e loro rappresentanti ma gli ha dato addito a fare bei discorsi di aggregazione . . . il responsabile non verra mai trovato perchè guardie e ladri sono comandati dal solito soggetto….così la penso.

  2. Mi chiedo perché i giornalisti hanno scritto che la pista della criminalità è stata abbandonata? Non è un pista da escludere, nonostante la dichiarazione degli uomini di la sacra corona unita.
    Il problema è il silenzio che cala nei paesi: silenzio fatto di rabbia chiusa nel cuore, che non si puo sfogare nella parola, di antica storia di vendetta, di mescolanza tra probità e criminalità, di gelosia individuale Si puo immaginare uomini prigionieri di ossessione durante giorni, anni, assillati dal male- un giorno si lancia nell’atto criminale, dilania, fa strage.
    La domanda è la chiave del caso è quell’era la natura del silenzio primo la strage?
    Una preparazione dell’attento fruto della criminalità?
    o una vendetta personale, nutrita dalla violenza muta?

  3. mah..Georgia (“vi ricordate che anche gaspare mutolo parlò di un uomo con la mano offesa? non c’entra nulla ma così … un semplice collegamento mnemonico”)mi ha fatto notare quanto può essere romanzata la storia.Forse è perchè sto leggendo “l’ombra dell’eroe” di ignacio padilla(per ora un tenebroso kafka messicano),ma sono molto portato a pensare che la domanda di pilato nell’antologia di spoon river fosse davvero il testamento olografo del più grande filosofo del mondo:”Che cos’è la verità?”

    http://sesaworuban.net/downloads/con_dance_mp3s/10%20Time%20Warp.mp3

  4. Già, la strategia della tensione non serve a destabilizzare, ma al contrario a stabilizzare, a scoraggiare la gente a lottare per una svolta politica, e davvero non posso fare a meno di accostare quest’attentato a quello ad Adinolfi. Mi pare che si tratti di due pezzi di una stessa strategia.
    Altro è il discorso sull’efficacia di tale strategia, perchè se continua la politica di lacrime e sangue attuale (e il taglio di 100 miliardi di euro appena annunciato nelle spese statali mi sembra vada in questa direzione di continuità), non credo che possa funzionare come deterrente, chi muore di fame, non ha paura delle bombe.

I commenti a questo post sono chiusi

articoli correlati

Do you remember Alessandro Leogrande?

Perché rileggere Il naufragio di Alessandro Leogrande   di Fausto Maria Greco   Alla sua morte, il 26 novembre scorso, lo scrittore, giornalista...

Per Alessandro Leogrande

Domenica 1 luglio 2012. Siamo nell'ex convento dei Cappuccini di Mesagne. È il secondo e ultimo giorno della Terza...

La frontiera

  di Gianni Biondillo   Alessandro Leogrande, La frontiera, Feltrinelli, 2015, 316 pagine Semplificando all'estremo la letteratura italiana sembra in questi anni...

La strategia del contagio e la corta memoria occidentale

di Andrea Arrighi   Sarà difficile sapere se l’Isis aveva programmato o previsto la creazione di una simile sensazione di incertezza...

Quel silenzio assordante che copre tutti i naufragi

Giovanni Accardo intervista ALESSANDRO LEOGRANDE Alessandro Leogrande, giornalista e reporter, da alcuni anni racconta le tragedie dell’immigrazione, lo ha fatto...

Scrittori e storia, una conversazione

di Daniele Giglioli e Davide Orecchio Questo dialogo via mail tra Daniele Giglioli e Davide Orecchio si è svolto fra...
helena janeczek
helena janeczek
Helena Janeczek è nata na Monaco di Baviera in una famiglia ebreo-polacca, vive in Italia da trentacinque anni. Dopo aver esordito con un libro di poesie edito da Suhrkamp, ha scelto l’italiano come lingua letteraria per opere di narrativa che spesso indagano il rapporto con la memoria storica del secolo passato. È autrice di Lezioni di tenebra (Mondadori, 1997, Guanda, 2011), Cibo (Mondadori, 2002), Le rondini di Montecassino (Guanda, 2010), che hanno vinto numerosi premi come il Premio Bagutta Opera Prima e il Premio Napoli. Co-organizza il festival letterario “SI-Scrittrici Insieme” a Somma Lombardo (VA). Il suo ultimo romanzo, La ragazza con la Leica (2017, Guanda) è stato finalista al Premio Campiello e ha vinto il Premio Bagutta e il Premio Strega 2018. Sin dalla nascita del blog, fa parte di Nazione Indiana.