Tre buone ragioni per leggere “I pappagalli”

I pappagalli / Filippo Bolognauna recensione di Vanni Santoni

Devo muovermi a parlare de I pappagalli di Filippo Bologna. Devo muovermi perché negli ultimi tempi abbiam fatto comunella già due volte – per fortuna ho evitato una certa festa, o erano tre – e, se continuiamo, il mio giudizio sarà irrimediabilmente falsato dalla conoscenza. Ma forse sono ancora in tempo, il Bologna che posso dire di conoscere è solo un ragazzone dalle camicie bizzarre, e quindi nessuno penserà a oscuri magheggi, analoghi magari a quelli descritti ne I pappagalli, se io adesso dico che dovete per forza leggere questo libro.

Io stesso, all’inizio, non so mica se lo volevo poi leggere: di certo non volevo leggerlo subito, tanto che lo prestai il giorno stesso in cui lo ricevetti dalla Fandango.

E qui veniamo alla prima ragione per cui dovete leggerlo.
Siccome oggi mi son reso conto che quella copia prestata avrei potuto non rivederla mai più, ho pensato: andiamo a prendere un bicchier di vino alla Edison, che me lo porto al tavolino e gli do almeno un’occhiata, così non faccio figurette se rivedo l’autore prima di riavere indietro la mia copia (perché al Bologna ho lasciato incautamente dei fumetti, e dovrò recuperarli – fumetti di pregio, mica una copia de I pappagalli, che si può dare anche per dispersa…). E dunque mi son messo lì col mio vino, ho iniziato sfogliare I pappagalli per provare a inquadrarlo un poco, diciamo una pagina sì e cinque no, ma ben presto mi sono scoperto a fare una sì e quattro no, poi una sì e due no, e verso pagina 30 lo stavo leggendo fitto. Ho preso un altro bicchiere di vino, ma quando ho finito anche quello, non ero che a pagina 84. Sicché l’ho comprato. Sì: un libro che possiedo già, che avrei potuto recuperare, che alle brutte mi sarei potuto far rimandare – che, soprattutto, avrei potuto riporre e finire tranquillamente il giorno dopo, sempre lì alla Edison – me lo sono comprato. E si converrà che questo fa riflettere.

Ma c’è una seconda ragione: quando sono arrivato a casa, mi sono ricordato che dovevo fare la spesa, e sono andato a farla. Bene, mentre venivo via dall’Esselunga pensavo che non vedevo l’ora di tornare a casa e mettermi a leggere I pappagalli. Ora, questa è una cosa che non succede spesso. Certo, succede spesso se si sta sui grandi, finché si ruzza tra i McCarthy e gli Houllebecq, tra i DFW e i Bolaño, e ancora meglio va coi classici, basta premurarsi di leggere solo Tolstoj e Flaubert e si può star tranquilli che succederà sempre. Ma coi contemporanei – peggio, coi coetanei – non succede mica spesso. Per dire, quando ho letto Come ho perso la guerra di Filippo Bologna, che pure ho apprezzato, mica mi è successo. E invece con I pappagalli sì. E allora me lo sono finito così, in poche ore, prima che venisse sera. Spiegare questo fatto dicendo che è scritto bene (sebbene sia scritto bene) o che l’autore gestisce in scioltezza i sistemi simbolici (e li gestisce in scioltezza), non sarebbe sufficiente. Di gente che scrive bene e sa gestire i sistemi simbolici ce n’è più di quanta un cristiano possa mai aver voglia di leggere. È che i protagonisti de I pappagalli – tre vermi di scrittori, un Esordiente, uno Scrittore affermato e un vecchio Maestro – fanno schiantare. Perché sono irresistibili nel loro agire scomposto, ferino, e finisci per riconoscerti in tutti e tre (magari nel secondo un po’ meno, perché ha un segreto davvero inqualificabile) e non sai più per chi tifare. Il che, in un romanzo che è la storia di una competizione, è la pietra filosofale (e la terza buona ragione per leggerlo).

Diceva qualcuno che non c’è nulla di più noioso dei libri sugli scrittori, e in effetti mentre leggevo I pappagalli ghignando come un demente, mi sfiorava il dubbio di starmi divertendo solo perché avevo visto un po’ di quel mondo, perché avevo conosciuto, o sfiorato, personaggi del genere. Ma quando sono arrivato in fondo, era chiaro che non era vero, che alla fine quello che conta dei protagonisti di questo romanzo è quanto portano dentro, come si relazionano al mondo, agli affetti, al tempo e a sé, e il gioco si sarebbe potuto fare tanto al ribasso (tra partecipanti al concorso pubblico per un’assunzione) quanto al rialzo (la gara per un Nobel) e in innumerevoli ambiti differenti (calciatori in gara per il Pallone d’Oro?) e se Bologna ha scelto gli scrittori è perché si è attenuto a una regola, quello “scrivi di ciò che conosci” che per un autore al secondo libro è indice di saggezza e promessa di efficacia – promessa, si sarà capito a questo punto, assolutamente mantenuta.

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