Lampedusa / Marco Benedettelli

di Marco Benedettelli

tratto da Chi brucia.Nel mediterraneo sulle tracce degli harraga.

Chi brucia di Marco Benedettelli

Chi brucia / Marco Benedettelli

C’è un gruppo disteso sotto i piloni rugginosi di un rimorchiatore. Alcuni dormono, altri sono svegli, si guardano intorno e mi osservano con occhi giovani, interrogativi e rabbiosi. Il disorientamento li sfigura, o forse sono solo stanchi. Altri siedono sui gradini della stazione marittima, la pelle dei loro volti è sfatta. Ma la maggior parte è in piedi. Camminano, girano intorno, c’è un rumore di fondo confuso, fatto di voci variabili, rauche, talvolta dolci. Non sembra che quelle persone siano arrivate dal mare, è come se fossero germinate dalla terra, anzi dalla pedana di cemento lurido sotto ai nostri piedi. Ci sono anche dei vecchi, con capelli bianchi e abiti arabi tradizionali, sembrano più calmi, pazienti. Sembra che con la loro presenza riescano a rassicurare i più giovani, calmare lo spasmo che ha attraversato i loro corpi nello schianto delle onde. Riconosco operatori dell’International Organization for Migration: hanno delle pettorine azzurre, formano un cordone all’imbocco della banchina, cercano di imporre un ordine alla massa amorfa degli esseri umani attorno a loro. I tunisini confusamente fanno domande, in arabo e in francese. Un giovane dai lineamenti eritrei, che indossa una pettorina rossa, traduce ininterrottamente dall’arabo, dà informazioni pratiche, parla di spostamenti, di pullman. Uno dei tunisini, uno con la faccia paciosa e una trentina d’anni, mi rivolge qualche parola, sa un po’ di italiano. Si chiama Haziz, parla timido, a piccole frasi, si guarda intorno con piglio riflessivo. «Sono diretto in Francia, qui siamo tutti diretti in Francia, o quasi tutti. Non voglio fermarmi in Italia. No, il viaggio è appena cominciato, e sarà lungo. A casa mia ero professore di fisica e matematica, però non potevo andare avanti, lo stipendio non mi arrivava più. La nostra è una generazione che non esiste più, non è mai esistita, forse. Molti di noi non sanno nemmeno leggere e scrivere e non sono mai usciti dal nostro paese, non sanno nulla del mondo. Io sono partito e anche tutti questi ragazzi sono partiti perché non potevamo restare, non possiamo fare altro, tutti quanti noi dovevamo andare lontano dal fuoco.»

Haziz mi porta a visitare la stazione marittima, dove ha dormito le ultime notti. Ci facciamo largo fra i giovani seduti davanti alla porta d’ingresso. Dentro c’è gran movimento, un odore di corpi umani forte e denso. Gente entra ed esce continuamente da porte spalancate, nella penombra si rincorrono, rimbombando, voci e pezzi di parole in arabo. Un paio di neon accesi illuminano delle stanze, la luce arriva a fatica e si intravedono giacigli sfatti o corpi avvolti nelle coperte che ricordano giganteschi bozzoli. Si sente odore di membra affaticate, di insonnia e viaggi che stravolgono. Lungo il corridoio incrocio alcuni che mi salutano in italiano, aprono le braccia in gesti di benvenuto e mi si fanno incontro festosi. Altri restano immobili, schiacciati alle pareti bianche. Mi osservano incuriositi, sembrano analizzarmi per capire in che isola siano finiti, come è la gente che vive da quest’altra parte del mare.

La stazione marittima si moltiplica in un dedalo di stanze variamente popolate, di spazi illuminati o in penombra, con sempre nuovi volti, esausti o interrogativi. Haziz si ferma a parlare con un uomo, io mi ritrovo nel fondo di un corridoio con una porta sbarrata che però improvvisamente si apre. Esce un italiano, ha i capelli grigi e mi chiede chi sono e cosa faccio, non sembra né un poliziotto né un cooperante. «Le vuole vedere, lei, le nostre tartarughe che stanno qua dentro?» – mi chiede. Una tartaruga? Ma perché no?, penso, e lo seguo come se l’uomo mi stesse portando al centro di una fiaba.

Nella stanza ci sono quattro grandi vasche azzurre dalle pareti di gomma. Sono coperte da un telo e nel silenzio si sente il gorgogliare delle bolle d’acqua prodotte dall’ossigenatore. Si fa avanti una donna, forse era seduta a riposare dietro a una delle vasche. Dice di chiamarsi Anna e che ci troviamo nel punto salvataggio tartarughe marittime. Lei è la responsabile ed è rimasta nel laboratorio del centro per fare da guardia alle quattro tartarughe che nuotano negli acquari. Scosta il drappo che copre una vasca e vedo immerso in quel piccolo pozzo azzurro un guscio di placche verdi, la cui composizione è un disegno geometrico semplice e onirico, forse poteva essere stato così il mondo alle origini. Vedo gli occhi oltreumani della tartaruga affacciarsi sotto l’orlo della corazza, l’esoscheletro è la sua casa, la ingloba, protegge lo scorrere dei suoi pensieri fatti di colori che risuonano in acqua. Il primo ricordo della mia vita è di me stesso dentro a una tinozza, raccolto, con le gambe incrociate. Giocavo, la tinozza era una barchetta e io stavo accucciato dentro il suo incavo. Ridevo, il primo ricordo che ho è anche il primo ricordo di una risata liberatoria che esplode innata. Mia sorella, più grande di me ma bambina anche lei, era di fianco. Anche lei rideva, forse la mia elaborazione del mondo è iniziata lì, mentre giocavo a navigare in qualche oceano immaginario, come la tartaruga nella piccola vasca azzurra, fra i migranti, i naviganti buttati per terra, esausti o insonni che girano a piedi.