<?xml version="1.0" encoding="UTF-8"?><rss version="2.0"
	xmlns:content="http://purl.org/rss/1.0/modules/content/"
	xmlns:wfw="http://wellformedweb.org/CommentAPI/"
	xmlns:dc="http://purl.org/dc/elements/1.1/"
	xmlns:atom="http://www.w3.org/2005/Atom"
	xmlns:sy="http://purl.org/rss/1.0/modules/syndication/"
	xmlns:slash="http://purl.org/rss/1.0/modules/slash/"
	
	xmlns:georss="http://www.georss.org/georss"
	xmlns:geo="http://www.w3.org/2003/01/geo/wgs84_pos#"
	>

<channel>
	<title>corriere della sera &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
	<atom:link href="https://www.nazioneindiana.com/tag/corriere-della-sera/feed/" rel="self" type="application/rss+xml" />
	<link>https://www.nazioneindiana.com</link>
	<description></description>
	<lastBuildDate>Tue, 15 Apr 2025 15:56:04 +0000</lastBuildDate>
	<language>it-IT</language>
	<sy:updatePeriod>
	hourly	</sy:updatePeriod>
	<sy:updateFrequency>
	1	</sy:updateFrequency>
	<generator>https://wordpress.org/?v=5.7.15</generator>
	<item>
		<title>A volte ritornano: ancora Sallusti su Giancarlo Puecher</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2025/04/15/a-volte-ritornano-ancora-sallusti-su-giancarlo-puecher/</link>
					<comments>https://www.nazioneindiana.com/2025/04/15/a-volte-ritornano-ancora-sallusti-su-giancarlo-puecher/#comments</comments>
		
		<dc:creator><![CDATA[redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 15 Apr 2025 14:30:21 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[al volo]]></category>
		<category><![CDATA[aldo cazzullo]]></category>
		<category><![CDATA[Alessandro Sallusti]]></category>
		<category><![CDATA[ANPI Como]]></category>
		<category><![CDATA[corriere della sera]]></category>
		<category><![CDATA[Giancarlo Puecher Passavalli]]></category>
		<category><![CDATA[Orsola Puecher]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.nazioneindiana.com/?p=113054</guid>

					<description><![CDATA[di <strong>Orsola Puecher</strong> <br />
Circa 15 anni fa <strong>Sallusti</strong> intervistato da <strong>Telese</strong> su <strong>Il fatto quotidiano</strong> riuscì ad assommare una serie notevole di falsità storiche che mi toccò smentire. Rieccolo ieri sul <strong>Corriere della Sera</strong>, intervistato da <strong>Aldo Cazzullo</strong>, incredibilmente, che ripropone le stesse falsità.]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><img loading="lazy" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/04/giancarlo.jpg" alt="" width="230" height="345" class="aligncenter size-full wp-image-90563" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/04/giancarlo.jpg 230w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/04/giancarlo-200x300.jpg 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2021/04/giancarlo-150x225.jpg 150w" sizes="(max-width: 230px) 100vw, 230px" /></p>
<p>di <strong>Orsola Puecher</strong></p>
<p>Circa 15 anni fa <strong>Sallusti</strong> intervistato da <strong>Telese</strong> su <strong>Il fatto quotidiano</strong> riuscì ad assommare una serie notevole di falsità storiche che mi toccò smentire:</p>
<p>⇨ <a href="https://www.nazioneindiana.com/2010/11/21/l-amavo-troppo-la-mia-patria-non-la-tradite/" rel="noopener" target="_blank"><strong><em>“L’amavo troppo la mia patria non la tradite…”</em></strong></a></p>
<p>Rieccolo ieri sul <strong>Corriere della Sera</strong>, intervistato da <strong>Aldo Cazzullo</strong>, incredibilmente, che ripropone le stesse falsità.</p>
<p>⇨ <a href="https://www.corriere.it/cronache/25_aprile_14/alessandro-sallusti-intervista-3fd03107-8def-4430-a150-2b3d45425xlk.shtml" rel="noopener" target="_blank"><strong>Intervista</strong></a></p>
<p>Non sarebbe deontologicamente corretto prima di pubblicare notizie storiche tanto sensibili informarsi e controllare  le fonti?<br />
<strong>Vergogna.</strong></p>
<p>Gli amici di <strong>ANPI COMO</strong> con questo comunicato confutano e smentiscono questa nuova offesa alla memoria di <strong>Giancarlo Puecher Passavalli</strong> e della <strong>Resistenza</strong> come meglio non si potrebbe fare:</p>
<p>⇨ <a href="https://anpicomo.net/2025/04/15/14-aprile-comunicato-stampa/"><strong>Risposta all’ intervista rilasciata da Alessandro Sallusti al Corriere della Sera.</strong></a></p>
<p>L’intervista rilasciata da Alessandro Sallusti ad Aldo Cazzullo al Corriere della Sera del 14 aprile 2025 contiene una serie di falsità lesive dell’onore dei combattenti della Resistenza. Il tenente colonnello Biagio Sallusti non era un militare sprovveduto ma il comandante del distretto militare di Como, aderente al partito fascista repubblicano e primo seniore della milizia fascista. Aveva il compito di assistere i familiari dei prigionieri e la sua “assistenza” consisteva, come ampiamente dimostrato nel dibattimento processuale, in continue e reiterate vessazioni, violenze, percosse, insulti e minacce ai prigionieri. Nel dicembre 1943 presiede il tribunale, poi dichiarato illegittimo dalla stessa RSI, che condannerà a morte Giancarlo Puecher in un processo farsa. In nessun modo favorisce l’attenuazione delle condanne degli imputati come dichiarato. Gli unici ad intercedere a favore degli imputati sono l’avvocato difensore Gianfranco Beltramini e in parte il podestà Airoldi. Resta fedele fino all’epilogo al fascismo repubblicano e all’alleato nazista.</p>
<p>Biagio Sallusti non è stato fucilato dai partigiani bensì come esecuzione della sentenza di un regolare processo, emessa dalla Corte d’Assise straordinaria di Como, regolarmente costituita, oltre tutto dopo un ricorso respinto, e infatti la fucilazione avviene non all’indomani della Liberazione ma l’8 febbraio 1946. Ancora una volta il tentativo è evidentemente quello di distorcere la verità storica e processuale, dando in pasto all’opinione pubblica, grazie ad un’intervista dai toni vagamente colloquiali, una versione dei fatti totalmente inverosimile. Inoltre utilizzare l’ultima lettera di Giancarlo Puecher, martire della libertà e medaglia d’oro al valor militare della Resistenza, per accostarla volgarmente e subdolamente a quella di Biagio Sallusti, con lo scopo di porre sullo stesso piano due vite, due modi di pensare e di agire diametralmente opposti, come lo sono stati Puecher e la lotta resistenziale per la Liberazione da un lato, e Sallusti e la violenta e opprimente azione dell’apparato repressivo repubblichino dall’altro, ci si permetta di affermare con forza che è inaccettabile, oltraggioso e vergognoso. Così come riteniamo vergognoso il modo in cui le affermazioni contenute nell’intervista non siano state verificate prima della loro pubblicazione.</p>
<p><strong>Manuel Guzzon</strong>. Presidente provinciale Associazione Nazionale Partigiani d’Italia Como.</p>
<p><strong>Sergio Simone</strong>. Presidente del Comitato comasco per le celebrazioni 80mo anniversario della liberazione dal nazifascismo.</p>
<p><strong>Lauretta Minoretti</strong> Presidente dell’istituto di storia contemporanea “Pier Amato Perretta” Como</p>
]]></content:encoded>
					
					<wfw:commentRss>https://www.nazioneindiana.com/2025/04/15/a-volte-ritornano-ancora-sallusti-su-giancarlo-puecher/feed/</wfw:commentRss>
			<slash:comments>7</slash:comments>
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Aldo Grasso e l&#8217;insostenibile innocenza dei media</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2018/02/09/aldo-grasso-linsostenibile-innocenza-dei-media/</link>
					<comments>https://www.nazioneindiana.com/2018/02/09/aldo-grasso-linsostenibile-innocenza-dei-media/#comments</comments>
		
		<dc:creator><![CDATA[redazione]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 09 Feb 2018 13:00:41 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[a gamba tesa]]></category>
		<category><![CDATA[allarmi]]></category>
		<category><![CDATA[indiani]]></category>
		<category><![CDATA[aldo grasso]]></category>
		<category><![CDATA[appello Ai direttori e alle direttrici delle reti televisive e delle testate giornalistiche]]></category>
		<category><![CDATA[corriere della sera]]></category>
		<category><![CDATA[deontologia]]></category>
		<category><![CDATA[disinformazione]]></category>
		<category><![CDATA[etica dell'informazione]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.nazioneindiana.com/?p=72599</guid>

					<description><![CDATA[<br /><b>Aldo Grasso</b> sul <b>Corriere della Sera</b> si è scomodato a criticare il nostro appello <b>Ai direttori e alle direttrici delle reti televisive e delle testate giornalistiche</b> nell’articolo <b>Appello per una tv migliore Gramsci citato a sproposito</b>.]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><figure id="attachment_72614" aria-describedby="caption-attachment-72614" style="width: 720px" class="wp-caption aligncenter"><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/02/cinematografia.jpg"><img loading="lazy" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/02/cinematografia.jpg" alt="" width="720" height="359" class="size-full wp-image-72614" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/02/cinematografia.jpg 720w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/02/cinematografia-300x150.jpg 300w" sizes="(max-width: 720px) 100vw, 720px" /></a><figcaption id="caption-attachment-72614" class="wp-caption-text">&#8220;<i>negli anni Venti del secolo scorso</i>&#8220;</figcaption></figure><br />
&nbsp;<br />
<strong>Aldo Grasso</strong> sul <strong>Corriere della Sera</strong> si è scomodato a criticare il nostro appello  ⇨ <a href="https://www.nazioneindiana.com/2018/02/05/ai-direttori-delle-reti-televisive-delle-testate-giornalistiche/" rel="noopener" target="_blank"><strong>Ai direttori e alle direttrici delle reti televisive e delle testate giornalistiche</strong></a> nell&#8217;articolo  ⇨ <a href="http://www.corriere.it/cultura/18_febbraio_07/appello-una-tv-migliore-gramsci-citato-sproposito-7e15fbe8-0c41-11e8-ac00-e73bcae47d08.shtml" rel="noopener" target="_blank"><strong>Appello per una tv migliore Gramsci citato a sproposito</strong> <strong><em>Un gruppo di intellettuali del blog «Nazione Indiana» ha scritto una lettera aperta «ai direttori e direttrici delle reti tv e delle testate» per lamentarsi dell’odio nei talk show</em></strong></a> </p>
<p>I titoli, si sa, sono generici, e spesso di un articolo distillano impressionisticamente l&#8217;inconciliabile, così la positività di &#8220;<strong>Appello per una tv migliore</strong>&#8221; viene subito vanificata da quel &#8220;<strong>Gramsci citato a sproposito</strong>&#8220;. Anche gli occhielli ai titoli devono sintetizzare, ma ridurre a un mero <em>“lamentarsi dell&#8217;odio nei talk show</em>” l’appello del “<em>gruppo di intellettuali del blog «Nazione Indiana»</em>” è pura malafede, dal momento che in esso ci si rivolge all’attenzione delle “<em>reti televisive e delle testate giornalistiche</em>” e quindi in senso più ampio a tutta l’informazione.</p>
<p>Che gli intellettuali non guardino la tv perché “<em>volgare</em>” è una banale supposizione di <strong>Grasso</strong> e forse ciò che infastidisce di più è che la guardino in modo critico, proprio per denunciare quella volgarità, solo con laica legittima critica però, nessun “<em>rosario dell’indignazione</em>”, e neppure, come malignamente si suppone nell&#8217;articolo, intenti opportunistici &#8220;<em>nella speranza che si </em><em>presenti un loro libro</em>&#8220;, pratica cortigiana che è del tutto ignota dalle nostre parti, dove, come principio etico fondante, non pubblichiamo nemmeno le recensioni dei libri dei componenti della redazione.</p>
<p>L’odiosa parola “<em>sodali</em>”, poi, riferita ai firmatari dell’appello, con tutto il suo contorno di presunte conventicole, logge di favori, corporazioni di categoria e oscure manovre, è davvero inopportuna e offensiva: ci sono personalità intellettuali diversissime fra le firme e soprattutto ci sono quelle dei comuni lettori del blog che passano e aderiscono.</p>
<p>A un certo punto <strong>Grasso</strong> si chiede “<em>Chi è così insensibile, apatico e cieco da non firmare un simile appello al buon senso, alla convivenza, all’uso democratico dei mezzi di comunicazione?</em>”, ma è solo una domanda retorica, posta ironicamente per banalizzarlo e svilirne l’efficacia, e atteggiandosi “<em>a sproposito</em>” a un Franti deamicisiano si risponde molto opportunamente “<em></em><em>E l’infame sorrise</em>.”. </p>
<p>E forse non accadrà sempre direttamente che &#8220;<em>le parole dei talk possano tradursi in atti di violenza omicida</em>&#8220;, certo, ma è innegabile che esse contribuiscano a creare un ambiente sociale confuso e razzista, che è il terreno fertile per la nascita e la giustificazione di quella violenza, che non si estrinseca solo nel gesto estremo e nello slatentizzarsi degli istinti peggiori, ma nel formarsi di una capillare mentalità discriminatoria che permea ogni angolo del paese, che, disinformato sulle cifre concrete del fenomeno, sia portato a vedere invasioni di migranti dove non ci sono. Che per il terribile omicidio di una ragazza possa credere all&#8217;invenzione mediatica di riti tribali vodoo, con una totale mancanza di rispetto in primo luogo nei suoi confronti, attraverso la diffusione morbosa e insistita di falsi particolari macabri, solo per scatenare maggiormente odio e legittimazione della vendetta, non solo verso gli accusati, ma soprattutto verso chi quei fatti non li ha commessi, ma ha la sfortuna di appartenere alla loro stessa &#8220;tribù&#8221;, alla loro stessa “razza”, parola odiosa ma purtroppo sempre in auge.</p>
<p>La propaganda era l&#8217;anima dei regimi totalitari e quello che dice <strong>Grasso</strong> non era vero nemmeno “<em>negli anni Venti del secolo scorso”</em>: </p>
<blockquote><p>“<em>Sostenere l’esistenza di una connessione diretta tra l’esposizione ai messaggi dei media e il comportamento dell’individuo è teoricamente ingenuo (una teoria in voga negli anni Venti del secolo scorso, smentita poi da tutti gli studi sugli effetti dei media).</em>”</p></blockquote>
<p>Non era vero nemmeno quando c’erano solo la radio EIAR che trasmetteva “Giovinezza”, i filmati Luce, i pochi censurati giornali di regime e molto analfabetismo che non poteva nemmeno leggerli, e non c’erano le televisioni, e men che meno il web, i social, l’eccesso di comunicazione attuale, ma esisteva solo una “sana” propaganda fascista che si faceva largo a colpi di manganello e aggressioni di parlamentari e operai in sciopero, e il peso della stampa era di certo minore dei discorsi dal balcone del Duce e dell&#8217;indottrinamento fin dall&#8217;età scolare.</p>
<p>Anche se, paradossalmente, secondo <strong>Grasso</strong> un’informazione manipolata e infedele alla verità non ha nessuna influenza sulle opinioni e sui comportamenti individuali, e pensare il contrario sarebbe da parte nostra &#8220;<em>teoricamente ingenuo</em>&#8221; e “<em>superficiale</em>”, noi, tacciati di moralismo, come sempre accade quando si critica la mancanza di etica e di deontologia, crediamo fermamente che impegnarsi in prima persona e invitare i media a un giornalismo più trasparente, più documentato, più fedele alle fonti, meno violento nelle parole e nella strumentalizzazione delle notizie, non possa che far del bene all’opinione pubblica.</p>
]]></content:encoded>
					
					<wfw:commentRss>https://www.nazioneindiana.com/2018/02/09/aldo-grasso-linsostenibile-innocenza-dei-media/feed/</wfw:commentRss>
			<slash:comments>3</slash:comments>
		
		
			</item>
		<item>
		<title>La violenza fantasma &#8211; o della violenza psicologica</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2017/03/20/la-violenza-fantasma/</link>
					<comments>https://www.nazioneindiana.com/2017/03/20/la-violenza-fantasma/#comments</comments>
		
		<dc:creator><![CDATA[mariasole ariot]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 20 Mar 2017 06:00:21 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[a gamba tesa]]></category>
		<category><![CDATA[allarmi]]></category>
		<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[angoscia]]></category>
		<category><![CDATA[biografia]]></category>
		<category><![CDATA[Coleridge]]></category>
		<category><![CDATA[corriere della sera]]></category>
		<category><![CDATA[Cukor]]></category>
		<category><![CDATA[denuncia]]></category>
		<category><![CDATA[dipendenza]]></category>
		<category><![CDATA[educazione]]></category>
		<category><![CDATA[Gaslight]]></category>
		<category><![CDATA[inedito]]></category>
		<category><![CDATA[mariasole ariot]]></category>
		<category><![CDATA[morte]]></category>
		<category><![CDATA[narcisismo]]></category>
		<category><![CDATA[Narciso]]></category>
		<category><![CDATA[perversione]]></category>
		<category><![CDATA[prevenzione]]></category>
		<category><![CDATA[sangue]]></category>
		<category><![CDATA[suicidio]]></category>
		<category><![CDATA[violenza psicologica]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.nazioneindiana.com/?p=67445</guid>

					<description><![CDATA[di Mariasole Ariot Bisogna spegnere la violenza piuttosto che l&#8217;incendio. Eraclito &#160; Esiste un forellino collocato nella zona occipitale : da lì qualcuno entra, s&#8217;incista come una larva, emette uova, prolifera. Questo forellino, nella lingua della psichiatria odierna, è chiamato &#8220;ferita narcisistica&#8221;. Là, il narcisista patologico, il manipolatore perverso, trova la forma adatta per inserire [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: right;">di <strong>Mariasole Ariot</strong></p>
<p style="text-align: right;"><em>Bisogna spegnere la violenza piuttosto che l&#8217;incendio. </em></p>
<p style="text-align: right;"><em>Eraclito</em></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><img loading="lazy" class="alignleft size-medium wp-image-67453" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/03/gaslight-gif-2-300x240.gif" alt="gaslight gif 2" width="300" height="240" /></p>
<p>Esiste un forellino collocato nella zona occipitale : da lì qualcuno entra, s&#8217;incista come una larva, emette uova, prolifera. Questo forellino, nella lingua della psichiatria odierna, è chiamato &#8220;ferita narcisistica&#8221;. Là, il narcisista patologico, il manipolatore perverso, trova la forma adatta per inserire il piccolo marchingegno che ha fabbricato negli anni, come nel gioco dei bambini, il cubo forato &#8211; e ad ogni foro corrisponde un oggetto. L&#8217;oggetto del manipolatore è un oggetto preciso, ha bisogno del foro corrispondente per poter inserirsi con precisione.</p>
<p>Un breve <a href="http://sociale.corriere.it/anche-la-violenza-psicologica-uccide-fermiamola-ora/?cmpid=SF020103COR">articolo</a> del Corriere della Sera del 2 febbraio s&#8217;intitola(va) &#8220;Anche la violenza psicologica uccide. Fermiamola ora!&#8221;. L&#8217;articolo, seppur breve, un trafiletto, illustra rapidamente i danni che la vittima di violenza psicologica può subire e invita alla luce, a far luce, alla parola, alla denuncia. Di per sé è cosa buona : non esiste, infatti, solo violenza fisica : la violenza esiste anche in altra forma, in altre forme &#8211; e le ferite invisibili all&#8217;occhio (ma rilevabili ad uno sguardo attento, che indaga oltre la superficie del visibile) possono essere talvolta anche peggiori : possono anche, in ultima istanza, condurre alla morte del soggetto che la subisce &#8211; sia essa una morte reale (spingere l&#8217;altro verso il passaggio all&#8217;atto, fino anche al suicidio), sia essa una morte di spirito, una morte psichica, una morte-in-vita.</p>
<p>Una morte in vita che può virare nella completa distruzione dell&#8217;autostima, nella vergogna dell&#8217;esistere, nel vissuto di indegnità, nella auto-nullificazione. L&#8217;articolo, in cui viene fornito anche un numero verde apposito, invita alla denuncia, ma non prende in considerazione un presupposto necessario da cui partire e per cui ogni possibile messa in luce o in parola delle condizioni del soggetto vittima di violenza psichica viene a cadere : perché quel soggetto , nella maggioranza dei casi, porta già le tracce, nella sua personale biografia, di altre violenze, di altri abusi (forse preistorici), o anche di vere e proprie patologie per cui è già in cura o che non ha ancora affrontato e con cui prima o poi dovrà fare i conti. La vittima non è una &#8220;vittima a caso&#8221; : è scelta accuratamente : deve avere, appunto, quel forellino in cui ci si possa introdurre.<br />
Non è un caso che la maggior parte delle donne e degli uomini vittime di narcisisti patologici (che operano attraverso la produzione dell&#8217;angoscia nell&#8217;altro), soffrano già (o siano predisposte a) depressione, anoressia, bulimia, tossicomania, disturbi d&#8217;ansia generalizzata, autolesionismo &#8211; e la lista potrebbe continuare a lungo.</p>
<p>Questo particolare, che può sembrare in prima istanza trascurabile, è in realtà radicalmente influente : al cospetto di un terzo che possa ascoltare o che possa accogliere la sofferenza della vittima e &#8211; chiaramente &#8211; di fronte all&#8217;altro che la violenza l&#8217;agisce, la persona diventa &#8220;incredibile&#8221;, &#8220;increduta&#8221; : <em>sei tu la/il malata/o!</em> &#8211; come accade nel film<i> Gaslight </i>del 1944 diretto da George Cukor, in cui la luce delle lampade a gas si affievolisce, i quadri e altri oggetti spariscono per mano di Gregory, il marito di Paula, che fa credere a Paula di essere l&#8217;arteficie degli accadimenti, portandola a credersi folle, conducendola a un lento isolamento da luoghi e relazioni, e dalla relazione con i luoghi. Il titolo <i>Gaslight</i> è infatti tradotto in italiano con : <i>Angoscia</i>.</p>
<p style="text-align: right;"><em>La perversione rappresenta un mettere con le spalle al muro, un prendere alla lettera la funzione del Padre, dell&#8217;Essere supremo. Il Dio eterno preso alla lettera, non già nel suo godimento, sempre velato e insondabile, ma nel suo desiderio in quanto interessato all&#8217;ordine del mondo &#8211; sta qui il principio in cui, pietrificando la propria angoscia, il perverso si installa in quanto tale.<br />
Lacan</em></p>
<p><img loading="lazy" class="alignleft size-full wp-image-67454" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2017/03/gaslight-gif-3.gif" alt="gaslight gif 3" width="245" height="150" />Questo meccanismo perverso (che di perververtimento si tratta) non solo produce doppiamente senso ed esperienze di colpevolezza e vergogna nella vittima, ma preclude ogni possibilità di essere davvero creduta, di essere presa in considerazione nel suo dire, nel suo appello &#8211; là dove ci sia ancora la forza di pronunciarlo.<br />
Se i segni della violenza fisica (per quanto anch&#8217;essa produca nel soggetto che la subisce &#8211; specialmente se agita all&#8217;interno delle mura domestiche, non estemporanea ma perpetrata nel tempo, quotidiana &#8211; vissuti di vergogna, di automortificazione, di perdizione, di umiliazione) sono verificabili e di-mostrabili all&#8217;altro, quelli della violenza psicologica non lo sono affatto. Non c&#8217;è sangue versato, tutt&#8217;al più il sangue è coagulato in una zona scura all&#8217;interno del corpo, si annida nella testa, crea ematomi interni, sacche di dolore ammuffite nel costato. E&#8217; allora davvero possibile che la vittima sia in grado e nelle condizioni di poter denunciare, se la vittima stessa (già &#8220;vittima&#8221; prima ancora di diventarlo), è stata prescelta proprio perché non munita degli strumenti che permetterebbero di non cadere nella trama dell&#8217;altro, nella ragnatela tessuta dal narcisista manipolatore?</p>
<p>La risposta vorrebbe essere: sì, è possibile. La realtà sfortunatamente dimostra il contrario. L&#8217;isolamento in cui cade (è una vera e propria caduta) il soggetto che fa esperienza di manipolazione e violenza psicologica, è un ulteriore elemento che va considerato : l&#8217;altro che agisce tende infatti ad escludere la propria vittima dalle relazioni che questa intratteneva prima di incontrarlo, cerca di sottrarla <em>al</em> e <em>dal</em> mondo &#8211; e questo per due principali motivi : da un lato, per la tendenza propria del manipolatore ad agire sull&#8217;altro attraverso istanze di potere, decidendo per lei/lui ciò che deve vivere e con chi deve vivere, dall&#8217;altro lato perché così facendo aumenta il grado di dipendenza della vittima nei suoi confronti. Il soggetto che subisce si ritrova così, paradossalmente, all&#8217;interno di un mondo in miniatura in cui il contatto avviene quasi esclusivamente con la persona che lo sta lentamente distruggendo, a credere (o illudersi) di poter vivere solo con il proprio carnefice, solo se supportato dal carneficie, al punto limite in cui l&#8217;unica persona a cui potrebbe realmente chiedere aiuto è proprio la persona da cui dovrebbe fuggire.</p>
<p>Tutto ciò non ha minimamente a che vedere con la formula sadismo-masochismo : la coppia narcisista manipolatore (o, per usare un termine più affine alla psicoanalisi : perverso)/ vittima non vive di quello che talvolta, con un ghigno e molta superficialità si cerca di dimostrare, e cioè che la vittima resta lì, resta nella posizione frustrante e dolorosa perché gode nel lasciarsi fare del male : la vittima di violenza psicologica non è (questo è bene ricordarlo) un masochista che ama farsi sottomettere e che ha bisogno di un sadico che compia il suo dovere. E&#8217; portatrice &#8211; lo ripeto &#8211; di una ferita che attira, attrae e su cui il perverso può cominciare a lavorare. E&#8217; infatti di un lavoro che si tratta, un lavoro meticoloso, talvolta urlato, talvolta messo in atto attraverso il &#8220;gioco del silenzio&#8221;, in cui tutto deve restare immobile e immutato, nulla deve scomporsi, pena la morte. Ciò che chiamo gioco del silenzio è una delle posizioni preferite assunta dal soggetto perverso : fabbricare l&#8217;angoscia nell&#8217;altro, lavorare affinché si produca angoscia nell&#8217;altro, fino al punto limite in cui &#8211; com&#8217;è noto nel mito di Narciso &#8211; l&#8217;altro si dà alla morte : anche Eco muore.</p>
<p><em>E&#8217; una terra sconosciuta, impopolata, fatta di crani abbassati, di piegamenti sulle ginocchia, di bocche cucite, di fili sottili, di tremori notturni, di impossibilità, di nebbia, è la terra dei senza gambe, di ciglia strappate, dei portatori di vischio nelle pupille</em>.</p>
<p>Partendo quindi dal presupposto che il soggetto oggetto di violenza psicologica non sia una vittima casuale ma una donna (o un uomo) con determinate e precise caratteristiche, partendo dalla constatazione che quel soggetto venga scelto non con una partita a dadi ma con una profonda (conscia o inconscia poco conta) consapevolezza, la questione del come agire, cosa fare, dev&#8217;essere rivista e rivalutata.</p>
<p>Si tratterebbe allora non tanto (non solo) di educare la persona che sta già subendo violenza a denunciarla, quanto piuttosto educare preventivamente a riconoscere le mosse compiute dal potenziale manipolatore prima che queste riescano &#8211; come farebbe un ragno &#8211; a tessere la ragnatela attorno alla vittima prescelta da cui questa non può o non vorrà più uscire per il timore della caduta nel vuoto e in ultimo della morte. Morte del Sé, morte della vita, caduta fuori dalla scena del mondo.</p>
<p>Prevenire il &#8220;cattivo incontro&#8221;, spalancare l&#8217;occhio al possibile, là dove quell&#8217;occhio è già stato ferito. Riaprire quindi la ferita non con il bisturi di chi la violenza l&#8217;agisce, ma con la cura e la grazia di chi ha gli strumenti per farlo, per poter ripulire i detriti e gli elementi putrefatti che offuscano la vista : pulviscolo biografico, strutturale.</p>
<p>&nbsp;</p>
]]></content:encoded>
					
					<wfw:commentRss>https://www.nazioneindiana.com/2017/03/20/la-violenza-fantasma/feed/</wfw:commentRss>
			<slash:comments>22</slash:comments>
		
		
			</item>
		<item>
		<title>L&#8217;etichetta di Spinoza</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2013/07/22/letichetta-di-spinoza/</link>
					<comments>https://www.nazioneindiana.com/2013/07/22/letichetta-di-spinoza/#comments</comments>
		
		<dc:creator><![CDATA[francesco forlani]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 21 Jul 2013 23:50:27 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[dispatrio]]></category>
		<category><![CDATA[Asprinio]]></category>
		<category><![CDATA[corriere della sera]]></category>
		<category><![CDATA[Dumas]]></category>
		<category><![CDATA[Francesco Forlani]]></category>
		<category><![CDATA[Harmattan]]></category>
		<category><![CDATA[Libreria Quarto Stato]]></category>
		<category><![CDATA[Racconti in bottiglia]]></category>
		<category><![CDATA[rousseau]]></category>
		<category><![CDATA[saramago]]></category>
		<category><![CDATA[Spinoza]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.nazioneindiana.com/?p=46088</guid>

					<description><![CDATA[di Francesco Forlani La memoria è anche una statua di argilla. Il vento passa e, a poco a poco, le porta via particelle, granelli, cristalli.&#8221; &#8220;Il vento mi soffiava sul viso, mi asciugava il sudore sul corpo, mi rendeva felice.&#8221; José Saramago, i quaderni di Lanzarote &#160; Dove nascono i venti? E poi nascono davvero [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: left;">di <strong>Francesco Forlani</strong></p>
<p style="text-align: right;"><em>La memoria è anche una statua di argilla.<br />
Il vento passa e, a poco a poco, le porta<br />
via particelle, granelli, cristalli.&#8221;</em></p>
<p style="text-align: right;">&#8220;Il vento mi soffiava sul viso, mi asciugava<br />
il sudore sul corpo, mi rendeva felice.&#8221;</p>
<p style="text-align: right;"><strong>José Saramago, i quaderni di Lanzarote</strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/poethiquette25amigos.jpg"><img loading="lazy" class="alignright  wp-image-1842" alt="poethiquette25amigos.jpg" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/poethiquette25amigos.jpg" width="316" height="488" /></a></p>
<p>Dove nascono i venti? E poi nascono davvero oppure ci sono da sempre? E per sempre si muovono, talvolta in modo insolente a due, tre, quattro nodi sospingendo da una parte o dall&#8217;altra chiunque e qualsiasi cosa ne intralci la corsa. Il vento è in tutte le cose, dipinge le nuvole in cielo e libera le terre dalla siccità portando la pioggia che irrora la campagna, benedice il raccolto, o li annega, i campi facendo impazzire i torrenti e piegando ogni speranza di chi ha coltivato la terra. Muove ogni cosa e semina, il vento; raccoglie e scompiglia i capelli, li <em>sconcica</em> proprio, specie se ricci e neri come la pece che sembrano lapilli con i riflessi rossi, quelli di Julie.<br />
Per dire vent dico vin perché come tutti gli italiani sbaglio l&#8217;accento. Però ci soffio sopra alla parola, per farmi capire e Julie mi dice che da loro dicono: siffler une bouteille, fischiare la bottiglia, come il vento e mi fa vedere come le labbra intente a deglutire vino prendano la stessa forma di un arbitro o di un vigile che soffi con tutto il fiato nei polmoni in un fischietto. Fischi per fiaschi, insomma.</p>
<p>Julie ci ha convocati di buon ora per traslocare un migliaio circa di bottiglie dallo scantinato della casa editrice in cui lavorava, l&#8217;Harmattan, prima di passare aux Editions du Seuil. Due macchine sette persone, divisi tra correttori di bozze, editor, artisti di strada, un pittore, un fisarmonicista e uno che non si sa bene e quello sarei io. L&#8217;appuntamento è all&#8217;Atmosphère, e la prima ad arrivare è la macchina di Patrick Chevaleyre, Peugeot 404 azzurrina Grand Tourisme.<br />
– C’est ma bagnole! Il mio scatorcio, dice Patrick, e poi aggiunge quasi sempre: la macchina del film Tontons flingueurs, mica Fiàt. Anche loro sbagliano i nostri accenti. La destinazione, la libreria al 21 bis rue des Ecoles, nel quinto arrondissement, quartiere latino.</p>
<p>Il vino è di quello buono, pregiato, bottiglie dei nonni di Julie, persone importanti, collezionisti di Châteaux. E quando ci caliamo nella cantina, uno alla volta la visione d&#8217;insieme è impressionante. Non se ne stavano gli uni, i vini, da una parte e dall&#8217;altra i libri ma tutti insieme, «maritati». Tra questi ultimi, ben riconoscibili, quelli di José Comblin, Maryse Condé, Yasmina Khadra, Alain Mabanckou; Denis Pryen, l&#8217;aveva fondata negli anni settanta, l&#8217; Harmattan, e pretendeva il giusto rispetto per un&#8217;impresa che aveva al proprio attivo migliaia di titoli, per lo più saggi e autori del terzo mondo, di quella francofonia che quando non si veste d&#8217;esotico non entusiasma affatto il mercato. Dalle bottiglie rilucevano non sempre le etichette però si capiva lontano un miglio che fossero preziose. Certo rimaneva il dubbio: e se fossero diventate aceto? Lo stesso valeva per i libri, in effetti, un tarlo per i collezionisti. Ma la sensazione che permaneva era quella di un fitto dialogo tra le etichette delle une e le quarte di copertina degli altri. Così quelle parole dicevano al solo pronunciarle, sillaba dopo sillaba,<em> premier cru, tête de cuvée, domaine, appellation, récoltants, vignerons</em>, e raccontavano mappe che disegnavano mondi e cartografie sottili, venature nel cuore della Francia profonda, che quasi quei villaggi li sentivi respirare.</p>
<p>Julie si accorge della mia sorpresa e mi dice che se voglio, il libro di Khadra, De l&#8217;autre côté de la ville, lo posso tenere. E aggiunge subito dopo: <em>a proposito di prima lo sai che l&#8217;Harmattan è un vento famoso, nel bene e nel male.</em><br />
<em>&#8211; E perché?</em><br />
<em> &#8211; Perché tira su tanta di quella sabbia e polvere da rendere invisibile ogni cosa, bloccare gli aerei per giorni e costringere soprattutto i vecchi a rimanersene rintanati in casa.</em><br />
Mentre lo dice agita le mani davanti a sé a mulinello e si vede che ha visto davvero &#8216;sta cosa. Mi accingo a rimettere mano alle scatole di cartone e Julie si inginocchia accanto a me sussurrandomi è un vento cattivo che rende nervosi, aggressivi, violenti, ma a volte rinfresca, e reca sollievo alla gente, e infatti lo chiamano proprio per questo «dottore».</p>
<p>Sistemiamo con cura le bottiglie quasi avessero al proprio interno messaggi d&#8217;importanza capitale. Alla stregua di messaggeri inviati alle corti degli imperatori e dei papi, sistemiamo con cura certosina ogni cosa, sotto la guida attenta e affettuosa di Julie. La mattinata va via in un sorso, punteggiata dai nostri oh oh, ah ah, a segnalare un&#8217;ennesima scoperta sensazionale, ora un vino degli anni trenta, ora un libro che tra le carte ingiallite rivelavano destini alla maniera degli arcani misteriosi infilati in qualche pagina strappata.<br />
Così Franck Lassalle, suonatore di fisarmonica a un certo punto legge, ad alta voce ma prima dice nome dell&#8217;autore e a seguire il titolo e l&#8217;annata.</p>
<p><strong>Alexandre DUMAS, « Le Corricolo», 1843.</strong><br />
<em>Mi direte che malauguratamente l&#8217;onore non basta a sfamare una bocca e che per vivere bisogna pur sempre mangiare. Ora, è ovvio che quando sui mille scudi di rendita si carichino la manutenzione di una carrozza, il nutrimento dei due cavalli, le spese di un vetturino l&#8217;affitto di un alloggio al Fondo o a San Carlo non rimante certo granché per far fronte alle spese della tavola. Al che risponderò che Dio è grande, il mare profondo i macaroni a due soldi la libbra e l&#8217;asprino d&#8217;Aversa a pochi centesimi il fiasco. Per ben istruire i nostri lettori che probabilmente ignorano cosa sia l&#8217;asprino d&#8217;Aversa, noi gli faremo sapere che si tratta di un piccolo buon vino che si situa a metà tra la tisana di champagne e il sidro di Normandia. Ecco allora che con del pesce, macaroni e dell&#8217;asprino, si può mettere su in casa una deliziosa cenetta che costerà quattro soldi a persona. Immaginate che la famiglia si componga di cinque persone, tutto verrà venti soldi. Rimangono così nove franchi per tenere alto l&#8217;onore del nome.</em></p>
<p>Curioso, penso. il libro di Khadra, <em>De l&#8217;autre côté de la ville</em>. Era se ben ricordavo proprio l&#8217;origine del nome della città di Aversa, dall&#8217;altra parte di Napoli, della capitale. E l&#8217;Asprino? L&#8217;allegro, il brioso, che come la manna dal cielo, a detta di Dumas faceva passare il mal di testa che ogni forzata contabilità da quattro soldi, destinava ai poveri in canna? Mantenendo salvo l&#8217;onore? Una lunga conversazione a tavola pochi anni prima, i conversari, dove le parole venivano servite insieme al vino nei bicchieri degli incontri alla libreria Quarto Stato d&#8217;Aversa. Il ricordo si sovrapponeva così ai gesti ripetuti del riporre la bottiglia all&#8217;orizzontale, spostare il libro rimettendolo in verticale, e comporre così il nuovo ordine delle parole. A quel tavolo c&#8217;erano Ernesto e Antonella, librai comunisti, Alessandro Manna gallerista, Salvatore  di Vilio fotografo, Raimondo Di Maio, libraio editore, Massimiliano Sacchi e Marco di Palo, rispettivamente clarinetto e violoncello dei Ringe Ringe Raya, con cui avevamo appena concluso un tour dall&#8217;avvincente titolo «Reading Reading che mamma ha fatto gli gnocchi», e Enzo Falco che dell’Asprinio ne ha fatto una battaglia personale. E nei calici di cristallo che si toccavano ad ogni passaggio di testimone, di parola, Asprinio di terre un tempo aversane e ora disseminate in mille nomi, Carinaro, Casal di Principe, Casapesenna, Cesa, Frignano, Gricignano di Aversa, Orta di Atella, Parete, San Cipriano d&#8217;Aversa, San Marcellino, Sant&#8217;Arpino, Succivo, Teverola, Trentola-Ducenta, Villa di Briano e Villa Literno.</p>
<p>Ernesto racconta come da piccolo uno dei cesti con l&#8217;uva appena raccolta gli avesse dato alla testa. Non avvedendosi del lancio di uno dei vendemmiatori non aveva fatto in tempo a scostarsi. &#8211; <em>Come la manna dal cielo</em> &#8211; fa Alessandro, poi aggiunge: <em>«uomini ragno», che non soffrono di vertigini per salire sugli scalilli appoggiati all&#8217;alberata, ci ho trascorso un&#8217;intera giornata e vi giuro che a vederli da sotto maneggiare i tralci e i grappoli sembravano insetti.</em><br />
&#8211; S<em>ono stati i francesi a inventarsi &#8216;sta cosa delle alberate &#8211; dice Salvatore dopo uno schiocco di lingua che segue un lunghissimo sorso. &#8211; Louis Pierrefeu, il cantiniere di corte di Roberto d&#8217;Angiò, tralci di vite, &#8220;maritate&#8221; ai pioppi, alti dieci quindici metri.</em><br />
&#8211; <em>Quindici metri a salire e quindici a scendere, se si considerano le grotte, a&#8217;coppe e a&#8217;sotte</em>, e fa il segno con la mano, <em>scavate a 13 mt di profondità. Così si vinifica l&#8217;Asprinio</em> &#8211; è Raimondo a parlare stavolta. Ernesto scende in libreria a prendere un prezioso volume. Si tratta delle Passeggiate Campane di Amadeo Maiuri e legge stavolta restando in piedi. <em>«Sono i campi delle viti eccelsi di Plinio, materialmente abbracciate agli alti pioppi, i campi delle uve più feconde di mosto e del vino arbustivo (come era un tempo chiamato dagli intenditori), come se da quella stretta tenace a quei tronchi gravi e sostenuti, un poco di ligneo umore potesse calare nel succo del vino».</em><br />
Tutto questo m&#8217;era venuto in mente, manco avessi bevuto un paio di quelle bottiglie</p>
<p>Julie ci fa segno che è ora di andare. Ci sono più di venti scatoloni riempiti di bottiglie e ci dice che quelle che rimangono, un centinaio le lascia al libraio. In macchina ci dirigiamo verso Montmartre che è l&#8217;unico luogo in cui in tutta Parigi ci sono le vigne. E ripenso ai pioppi, a questi alberi così imponenti. Rousseau nel 1778 era morto nell&#8217;isola dei Pioppi, a Ermenonville nell&#8217;Oise e su una tavola dello stesso legno Leonardo aveva dipinto la Monna Lisa. Pioppi bianchi e neri, capaci di trattenere le voci degli inferi o della salvezza. Il brusio delle foglie mosse dal vento ricorda le voci della gente, come non immaginare agli oracoli smarriti nel brusìo delle foglie? Ecco perché populus, peuplier, pioppo, significano corsa al cielo, alle anime che non ci sono più. Voci che tessono tele capaci di imprigionare ogni più recondito ricordo, esperienza, da lasciare libero al primo sbattere di rami, di foglie. Legno che costruisce navi, mobili ma anche la carta che imprigiona le parole, i pensieri, le storie. Alberi libri che cercano mani potenti, arrampicatori senza vertigini che possano raccogliere ogni cosa. Alberi e vite, libri e bottiglie, maritate, ovvero simbolo stesso di quello che Spinoza chiamava un vincolo d&#8217;amore, qualcosa che dura oltre ogni ragione del cuore, qualcosa di simile all&#8217;amicizia, la sola più duratura dell&#8217;amore stesso. Capace di dire fino a quando tremeranno le foglie, fino a quando ci sarà vento. E in quella corrispondenza dei sensi, che significa unione nella buona e nella cattiva sorte, reca d&#8217;un tratto sollievo rileggere il passo che il filosofo dedica all&#8217;amata, ma forse bisognerebbe dire, l&#8217;amica. E strappo la pagina dalla vecchia edizione che ho a casa di Julie ou la Nouvelle Héloïse.<br />
<a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/07/6580471-M.jpg"><img loading="lazy" class="size-full wp-image-46089 alignleft" alt="6580471-M" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/07/6580471-M.jpg" width="180" height="315" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/07/6580471-M.jpg 180w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/07/6580471-M-171x300.jpg 171w" sizes="(max-width: 180px) 100vw, 180px" /></a><br />
L<em>ettre XXIII à Julie</em><br />
<em>L&#8217;unica cosa per la quale non godevo di nessuna libertà era la durata eccessiva dei pasti. Potevo disporre di me nel non mettermi a tavola; ma una volta seduto, bisognava rimanerci una buona parte del giorno, e passarla a bere.</em><br />
<em> Non c&#8217;era modo di immaginare che a un uomo e per di più svizzero non piacesse bere? Effettivamente, confesso che il buon vino mi pareva una cosa eccellente e che non ho in odio la cosa al punto di distaccarmene a patto che non mi si obblighi. Ho del resto notato che le persone false sono sobrie e la grande riservatezza della tavola annuncia assai spesso dei modi finti e delle anime doppie. Un&#8217;anima franca teme meno il cicaleccio affettuoso e le tenere effusioni che precedono la sbronza. Però bisogna sapersi fermare e prevenire gli eccessi. Ed era proprio quanto mi era impossibile fare con cotanto risoluti bevitori come i vallesani con vini violenti quanto quelli del paese e su delle tavole dove non si vide mai acqua. Come risolversi a giocare furbamente il ruolo del saggio e a far dispetto a così brave persone? Mi ubriacavo allora per riconoscenza; e non potendo pagare lo scotto con la mia borsa, lo pagavo al prezzo della mia ragione.</em></p>
<p>La ripongo in una bottiglia, quella che mi è stata regalata perché imbottigliata nell&#8217;anno della mia nascita. Quella appena scolata nel nome del bere buono, del vivere felici e gliela spedirò. Anzi le scriverò sulla bottiglia, queste parole, incollandole all&#8217;etichetta. Ecco che almeno per un attimo saremmo stati legati anche noi, indissolubilmente come Rousseau a Julie, come la vite all&#8217;albero maestro, e l&#8217;albero al vento.</p>
<p><em>Elezion sarà: nodo più forte,</em><br />
<em> Fabbricato da noi, non dalla sorte.</em></p>
<p><strong>Lanzarote, 13 luglio 2013</strong></p>
<p>Testo pubblicato su Corriere.it per il progetto <a href="http://cucina.corriere.it/racconti-in-bottiglia/13_luglio_21/etichetta-spinoza_f0ab66c8-f05f-11e2-ac13-57f4c2398ffd.shtml">Racconti in Bottiglia</a></p>
]]></content:encoded>
					
					<wfw:commentRss>https://www.nazioneindiana.com/2013/07/22/letichetta-di-spinoza/feed/</wfw:commentRss>
			<slash:comments>11</slash:comments>
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Giornalismo e politica nel Ventennio – Quando Corrado Alvaro ritrasse in punta di penna e con qualche problema Luigi Albertini, direttore del Corriere della Sera</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2012/09/12/giornalismo-e-politica-nel-ventennio-quando-corrado-alvaro-ritrasse-in-punta-di-penna-e-con-qualche-problema-luigi-albertini-direttore-del-corriere-della-sera/</link>
					<comments>https://www.nazioneindiana.com/2012/09/12/giornalismo-e-politica-nel-ventennio-quando-corrado-alvaro-ritrasse-in-punta-di-penna-e-con-qualche-problema-luigi-albertini-direttore-del-corriere-della-sera/#comments</comments>
		
		<dc:creator><![CDATA[giuseppe zucco]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 12 Sep 2012 06:00:17 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[annotazioni]]></category>
		<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[diari]]></category>
		<category><![CDATA[antifascismo]]></category>
		<category><![CDATA[benedetto croce]]></category>
		<category><![CDATA[corrado alvaro]]></category>
		<category><![CDATA[corriere della sera]]></category>
		<category><![CDATA[domenico talia]]></category>
		<category><![CDATA[farinacci]]></category>
		<category><![CDATA[fascismo]]></category>
		<category><![CDATA[Giacomo Matteotti]]></category>
		<category><![CDATA[giornalismo]]></category>
		<category><![CDATA[giovanni amendola]]></category>
		<category><![CDATA[giuseppe zucco]]></category>
		<category><![CDATA[il mondo]]></category>
		<category><![CDATA[il quotidiano di calabria]]></category>
		<category><![CDATA[luigi albertini]]></category>
		<category><![CDATA[Mussolini]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.nazioneindiana.com/?p=43491</guid>

					<description><![CDATA[di Domenico Talia    È un libricino di sole cinquantasei pagine stampato in 32°; dimensioni praticamente uguali a quelle di un iPhone. Quando fu pubblicato, nel 1925, costava 2 lire. Ho ritrovato la prima edizione quasi per caso e l’ho comprata per alcune decine di euro. L’autore è Corrado Alvaro, il titolo “Luigi Albertini”. L’ho [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Domenico Talia</strong></p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/2012/09/12/giornalismo-e-politica-nel-ventennio-quando-corrado-alvaro-ritrasse-in-punta-di-penna-e-con-qualche-problema-luigi-albertini-direttore-del-corriere-della-sera/alvaro/" rel="attachment wp-att-43492"><img loading="lazy" class="alignnone size-medium wp-image-43492" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/09/Alvaro-238x300.jpg" alt="" width="238" height="300" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/09/Alvaro-238x300.jpg 238w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/09/Alvaro.jpg 300w" sizes="(max-width: 238px) 100vw, 238px" /></a>  <a href="https://www.nazioneindiana.com/2012/09/12/giornalismo-e-politica-nel-ventennio-quando-corrado-alvaro-ritrasse-in-punta-di-penna-e-con-qualche-problema-luigi-albertini-direttore-del-corriere-della-sera/luigi_albertini2/" rel="attachment wp-att-43493"><img loading="lazy" class="alignnone size-medium wp-image-43493" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/09/Luigi_Albertini2-232x300.jpg" alt="" width="232" height="300" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/09/Luigi_Albertini2-232x300.jpg 232w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/09/Luigi_Albertini2.jpg 621w" sizes="(max-width: 232px) 100vw, 232px" /></a></p>
<p>È un libricino di sole cinquantasei pagine stampato in 32°; dimensioni praticamente uguali a quelle di un iPhone. Quando fu pubblicato, nel 1925, costava 2 lire. Ho ritrovato la prima edizione quasi per caso e l’ho comprata per alcune decine di euro. L’autore è Corrado Alvaro, il titolo “Luigi Albertini”. L’ho letto con la cura e l’attenzione che richiedono le piccole cose preziose. Alvaro l’ha scritto nell’autunno del 1924 per l’editore Formiggini che aveva deciso di inaugurare con quel libro la collana ”Medaglie” dedicata ai profili di personaggi illustri. La collana ebbe qualche difficoltà per i suoi contenuti non proprio “allineati” con il regime e per questo molti volumi furono ritirati dalle librerie. L’oggetto del libro di Alvaro è Luigi Albertini, senatore del Regno e grande direttore del “Corriere della Sera”. Il libro è piccolo, ma il suo contenuto va oltre la biografia, perché raccontando di Albertini, Alvaro in realtà narra del clima politico nei primi anni del funesto ventennio fascista insieme al ruolo e al costume del grande giornalismo italiano.</p>
<p>Luigi Albertini non è stato uno tra i tanti direttori del “Corriere”. Fu assunto al “Corriere della Sera” dal suo fondatore napoletano Torelli Viollier quando aveva 26 anni e solo dopo tre anni, nel 1900, divenne direttore del giornale. Nonostante la sua giovane età, Albertini è stato un direttore imprenditore che ha preso per mano il “Corriere” portandolo dalle 100.000 copie vendute nel 1900 alle 800.000 del 1925 quando fu costretto a lasciarlo per le violente pressioni di Mussolini e del regime. Nel frattempo aveva creato il supplemento “La Domenica del Corriere” e “La Lettura” che ancora oggi il “Corriere” pubblica come supplemento domenicale. Alvaro scrive di Albertini: «<em>Egli aveva fatto prosperare il Corriere della Sera come una macchina misteriosa di produzione perfetta.</em>» Ma subito aggiunge «<em>A mano a mano che si perfezionava … diventava sempre più distante, più prudente, più solenne.</em>» Ancora più esplicitamente Alvaro accusa la “macchina perfetta” di Albertini di essere stata fino al 1920 un giornale «<em>retrogrado, abitudinario, sedentario, nocivo</em>» nell’opera di rinnovamento della cultura italiana. Nei fatti, Alvaro attribuisce al “Corriere” di Albertini la responsabilità di non aver saputo opporsi, per scarso coraggio e per opportunismo, alla nascita del fascismo e alla sua presa del potere. Un’arrendevolezza, secondo Alvaro, che il giornale condivise con la classe che rappresentava, la borghesia conservatrice che sembrava più preoccupata dei movimenti di sinistra, socialisti e bolscevichi, che del manganello e della marcia su Roma dei fascisti. In quelle pagine un Alvaro antifascista e antiborghese inquadra Albertini «<em>tra le figure più spiccate della reazione italiana</em>» fino al 1923, quando la posizione di Albertini e del suo giornale cambia fino a diventare di dura opposizione al regime.</p>
<p>Corrado Alvaro conosceva bene il “Corriere della Sera” anche perché vi aveva lavorato per circa due anni. Fu presentato al Corriere da Antonio Giuseppe Borgese e fu assunto al giornale nell’estate del 1919 durante la direzione di Luigi Albertini. Alvaro aveva soltanto 24 anni e già veniva da un’importante esperienza giornalistica fatta al “Resto del Carlino”. Al “Corriere” lavorò soltanto due anni. Infatti, Alvaro lasciò il Corriere tra la fine del 1920 e gli inizi del 1921 perché aspirava ad un ruolo più importante di quello che gli era stato affidato e forse anche perché non condivideva le posizioni politiche del giornale. Posizioni conservatrici e contrarie ai movimenti delle classi popolari che lui critica apertamente nel libro.</p>
<p>Nella descrizione che Alvaro fa di Albertini c’è posto anche per qualche memoria del suo periodo al “Corriere”. Alvaro descrive il giornale con una certa ironia come «<em>una macchina lucente che si muove su fulgide ruote senza scosse né frastuono …</em> » con «<em>i redattori chiusi nelle lunghe stanze, sotto i coni verdi di luce intenti alla delicatezza d’un viraggio fotografico…</em>». Racconta dei richiami che riceveva all’importanza dell’incarico, alla responsabilità e alla delicatezza del lavoro: «<em>Guardatemi bene in faccia. Io che non ho tremato di fronte al nemico … ebbi i più vili dubbi ortografici sulla punta della mia penna, la più tetra disperazione nell’animo.</em>» In quelle pagine c’è una descrizione magistrale della situazione del giornalismo italiano nei primi anni 20 del ‘900 e della vita al “Corriere”, del suo ruolo nell’Italia post-bellica e fascista e sullo stile di quel giornale costruito e modellato da Albertini. Sono pagine che meritano di essere rilette e che anche oggi possono spiegare un certo tipo di giornalismo che non aveva l’ambizione esplicita di formare l’opinione pubblica ma, ponendo le notizie al centro della sua missione, di fatto si uniformava allo spirito pubblico e lo assecondava cercando un consenso ampio che comunque riusciva a ricevere.</p>
<p>Nel suo periodo al giornale il rapporto personale di Alvaro con Albertini fu solo telefonico o epistolare. Tuttavia, Alvaro approfitta della necessaria descrizione della personalità di Albertini, per raccontare nel libro il suo rapporto con il direttore al Corriere. Confessa di non averlo mai incontrato di persona, ma di essersi fermato diverse volte davanti al ritratto cubista di Albertini «<em>con il suo cranio nudo e rotondo</em>» e di essersi messo a ridere pensando allo stato di malessere che prendeva i redattori quando Albertini chiamava qualcuno di loro al telefono.</p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/2012/09/12/giornalismo-e-politica-nel-ventennio-quando-corrado-alvaro-ritrasse-in-punta-di-penna-e-con-qualche-problema-luigi-albertini-direttore-del-corriere-della-sera/copertina-8/" rel="attachment wp-att-43494"><img loading="lazy" class="alignnone size-medium wp-image-43494" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/09/Copertina-175x300.jpg" alt="" width="175" height="300" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/09/Copertina-175x300.jpg 175w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/09/Copertina-600x1024.jpg 600w" sizes="(max-width: 175px) 100vw, 175px" /></a>  <a href="https://www.nazioneindiana.com/2012/09/12/giornalismo-e-politica-nel-ventennio-quando-corrado-alvaro-ritrasse-in-punta-di-penna-e-con-qualche-problema-luigi-albertini-direttore-del-corriere-della-sera/prima-pagina-2/" rel="attachment wp-att-43495"><img loading="lazy" class="alignnone size-medium wp-image-43495" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/09/Prima-pagina-222x300.jpg" alt="" width="222" height="300" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/09/Prima-pagina-222x300.jpg 222w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/09/Prima-pagina-760x1024.jpg 760w" sizes="(max-width: 222px) 100vw, 222px" /></a></p>
<p>Queste pagine sulla vita e sul ruolo del giornale finiscono con altre note personali di Alvaro sul suo periodo al “Corriere della Sera” che possono aiutare a comprendere qualcuna delle ragioni che hanno portato Corrado Alvaro a lasciare il suo posto al “Corriere” a 26 anni. «<em>Fin dal primo giorno di lavoro al Corriere è un esercizio di adattamento e di sottomissione. Occorre che il soggetto sia saturo dell’atmosfera del giornale prima di poter muovere qualche passo. Tutto il suo ingegno è affinato dai bisogni del giornale. &#8230; Ricordo che fui colpito dall’attenzione con cui i poteri centrali erano informati dell’attività dei redattori e perfino del loro umore.</em>» C’è abbastanza per comprendere come Alvaro non si sentisse valorizzato in quel grande giornale e come l’atmosfera che respirava al “Corriere” era per lui troppo soffocante.</p>
<p>Dopo aver lasciato il “Corriere”, Corrado Alvaro andò a lavorare a “Il Mondo” di Giovanni Amendola come corrispondente da Parigi e poi come redattore. Al contrario del giornale di Albertini, anche prima del 1923 “Il Mondo” aveva una chiara impronta antifascista e per questa ragione subì molti attacchi dal regime. Amendola stesso fu aggredito nel 1923 e più gravemente due anni dopo. Morì nel ’26 in Francia a causa di quella seconda aggressione. Dopo la sua morte, il suo giornale fu soppresso assieme alla libertà di stampa e alle libertà politiche in Italia.</p>
<p>Nel 1923 la posizione politica di Luigi Albertini e del suo “Corriere” nei confronti del fascismo cambiò radicalmente: l’iniziale benevolenza divenne opposizione dura. Nel 1923 e nel 1924, la lotta di Mussolini contro l&#8217;opposizione fu più violenta e il fascismo non poteva tollerare che un grande giornale come il “Corriere della Sera” facesse resistenza alla sua politica di eliminazione dell’opposizione. Per questa ragione il senatore Albertini direttore del “Corriere”, era diventato uno degli uomini che Mussolini temeva e detestava di più in Italia. Si racconta che lui arrivò a confidare al suo stretto collaboratore Cesare Rossi che fosse necessario spezzare la schiena ad Albertini: «<em>Voglio vedere rotolare un cranio lucido senatoriale in piazza Colonna</em>», la piazza dove Albertini aveva il suo ufficio romano.</p>
<p>Alvaro scrisse il libro su Luigi Albertini nell’autunno del 1924 e l’editore Formiggini lo pubblicò nel 1925. Molte cose erano cambiate da quando lui aveva lasciato il “Corriere” e lo scrittore di San Luca aveva pensato di poter ritornare a scrivere per quel giornale. Infatti, nel 1923 Corrado Alvaro scrisse un articolo su “Il Mondo” in difesa del “Corriere” e degli scrittori italiani contro le minacce fasciste. Quell’articolo fu molto apprezzato da Albertini che gli scrisse una lettera per ringraziarlo. Forse anche per questa ragione, nel completare la descrizione dell’atmosfera e dei giornalisti che lavoravano nella redazione del “Corriere”, Alvaro scrive nel suo libro: «<em>Queste cose mi facevano balenare alla mente verità che fino allora avevo respinte. Ma credo che la specie degli uomini di quel genere si vada perdendo, con tutto il disperato amore di quella ribalta che è il Corriere … dove è ugualmente bello stare, …</em>».</p>
<p>Mentre Alvaro scrive il libro su Albertini, il 10 giugno del 1924, i fascisti uccidono il deputato socialista Giacomo Matteotti. Il 3 dicembre di quell’anno, Albertini tenne al Senato un discorso che fu definito &#8220;il canto del cigno della libertà italiana&#8221;, proponendo il concetto che «<em>scandalo aggiungendosi a scandalo, il fascismo avesse ormai descritta la sua parabola, e dovesse presto o tardi rinunziare a dominare la nazione &#8230;</em>». In quell’occasione il Senato votò ancora la fiducia a Mussolini e purtroppo lasciò cadere l&#8217;appello di Albertini.</p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/2012/09/12/giornalismo-e-politica-nel-ventennio-quando-corrado-alvaro-ritrasse-in-punta-di-penna-e-con-qualche-problema-luigi-albertini-direttore-del-corriere-della-sera/titolo-3/" rel="attachment wp-att-43498"><img loading="lazy" class="alignnone size-large wp-image-43498" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/09/Titolo2-1024x749.jpg" alt="" width="700" height="512" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/09/Titolo2-1024x749.jpg 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/09/Titolo2-300x219.jpg 300w" sizes="(max-width: 700px) 100vw, 700px" /></a></p>
<p>Nei mesi successivi la violenza del regime e dei suoi squadristi si fece sempre più insostenibile. Il 1° maggio del 1925 fu pubblicato il manifesto degli intellettuali antifascisti ispirato da Giovanni Amendola e Benedetto Croce e firmato anche da Corrado Alvaro e Luigi Albertini. Il Duce voleva dare una dura lezione ai suoi oppositori e in particolare ad Albertini, direttore di un “Corriere” ormai di opposizione eppure letto da quasi un milione di italiani. Mussolini e Farinacci, nuovo segretario del partito, non nascondevano le loro intenzioni e rilasciavano dichiarazioni ultimative nei confronti di Albertini e del suo giornale: «<em>Raderemo al suolo la vostra indegna baracca.</em>»</p>
<p>Alla fine Mussolini non rase al suolo il “Corriere” ma costrinse i suoi proprietari a cacciare Albertini. Dopo una serie di intimidazioni, il regime ottenne le dimissioni di Luigi Albertini dalla direzione e dalla società editrice del “Corriere della Sera”. L&#8217;uscita di Albertini dal giornale avvenne il 27 novembre del 1925. Tramite cavilli giuridici la proprietà passò interamente ai Crespi, industriali tessili milanesi che si piegarono alla volontà del regime.</p>
<p>Il 1925, l’anno della pubblicazione del profilo di Luigi Albertini, fu un anno duro per lui ma anche per Alvaro. Quel libricino raccontava senza ipocrisia un uomo e il suo giornale, ma allo stesso tempo conteneva affermazioni coraggiose che erano un atto d’accusa contro il fascismo e che oggi hanno un valore di testimonianza storica. Ad iniziare dalla critica all’appoggio della borghesia verso il fascismo: «<em>Venne così la marcia su Roma, pagata e favorita dalla borghesia interrorita che aveva allevato per tre anni il movimento (fascista) … ma molti di noi, pur lontani dalla politica, creati dalla guerra, non nasconderanno un sentimento di profonda ripugnanza verso quello che la borghesia ha preparato all’Italia</em>». E proseguendo con un giudizio netto nei confronti del regime scritto mentre il Duce era osannato dalla maggioranza degli italiani: «<em>Con l’avvento di Mussolini la crisi nata dalla guerra doveva raggiungere il grado più acuto formando la situazione più grave che la storia dell’Italia cinquantenaria ricordi.</em>» Fino a condannare<em> </em>il fascismo ormai <em>«macchiato di delitti di bassa criminalità</em>» che aveva generato una situazione in cui <em>«La lotta economica si è ridotta a lotta morale, la battaglia dei salari è divenuta battaglia di vita.</em>»</p>
<p>Queste note scritte da Alvaro in un momento storico in cui il fascismo aveva ormai rivelato la sua natura violenta e repressiva arrivando ad assassinare i suoi avversari politici, insieme alla sottoscrizione del manifesto degli intellettuali antifascisti, chiarisce il suo pensiero e il suo coraggio civile nei confronti del fascismo che qualche critico ha tentato di mettere in dubbio. La risposta alle critiche ingenerose credo l’abbia data lo scrittore stesso: «<em>Ero antifascista, per temperamento, per cultura, per indole, per natura. Non ero mai stato antifascista professionista, faccio di tutto per essere un uomo libero</em>». Aggiungendo, in risposta a chi lo aveva accusato di amicizie con qualche esponente del regime, senza retorica con l’estrema franchezza di uomo libero: «<em>Ho reso a qualche fascista la tolleranza che alcuni di loro ebbero per me e di cui io non abusai, ma di cui rimango grato.</em>»</p>
<p>Nel 1926 Alvaro tentò di essere riassunto al “Corriere”, anche se per pubblicare contributi in forma anonima. Il suo tentativo sembrava poter avere successo, ma il fascismo non voleva al “Corriere” un giornalista e uno scrittore oppositore dichiarato del regime. La nuova direzione del “Corriere”, designata da Mussolini, rinunciò imbarazzata ai contributi di Alvaro al giornale e all’inserto “La Lettura”, a suo dire per non ricevere «<em>attacchi sospetti verso il giornale</em>». Solo nel 1942, dopo sedici anni e poco prima del crollo della dittatura fascista, lo scrittore calabrese riprese la collaborazione con il “Corriere della Sera” che proseguì fino al 1956, anno della sua morte.</p>
<p>[Questo articolo è stato pubblicato su <em>Il Quotidiano di Calabria</em> l&#8217;8/7/2012]</p>
]]></content:encoded>
					
					<wfw:commentRss>https://www.nazioneindiana.com/2012/09/12/giornalismo-e-politica-nel-ventennio-quando-corrado-alvaro-ritrasse-in-punta-di-penna-e-con-qualche-problema-luigi-albertini-direttore-del-corriere-della-sera/feed/</wfw:commentRss>
			<slash:comments>2</slash:comments>
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Altre forme di Aventino &#8211; Silvia Avallone rinuncia alla scuola</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2012/07/26/altre-forme-di-aventino-silvia-avallone-rinuncia-alla-scuola/</link>
					<comments>https://www.nazioneindiana.com/2012/07/26/altre-forme-di-aventino-silvia-avallone-rinuncia-alla-scuola/#comments</comments>
		
		<dc:creator><![CDATA[giuseppe zucco]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 26 Jul 2012 18:14:34 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[a gamba tesa]]></category>
		<category><![CDATA[allarmi]]></category>
		<category><![CDATA[annotazioni]]></category>
		<category><![CDATA[articolo]]></category>
		<category><![CDATA[corriere della sera]]></category>
		<category><![CDATA[giuseppe zucco]]></category>
		<category><![CDATA[insegnanti]]></category>
		<category><![CDATA[scuola]]></category>
		<category><![CDATA[Silvia Avallone]]></category>
		<category><![CDATA[Tfa]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.nazioneindiana.com/?p=43083</guid>

					<description><![CDATA[di Giuseppe Zucco La scuola, il mondo scolastico, per me, è aria di famiglia. In un recentissimo passato, così come ho appreso la disposizione delle botole segrete di Prince of Persia, o lo struggimento pomeridiano di certe divisioni decimali, ho anche collezionato inconsciamente vizi e virtù della pubblica istruzione. Parole come graduatoria, punteggio, assegnazioni, supplenze, ruolo, [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Giuseppe Zucco</strong></p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/2012/07/26/altre-forme-di-aventino-silvia-avallone-rinuncia-alla-scuola/scuola-3/" rel="attachment wp-att-43085"><img loading="lazy" class="alignnone size-full wp-image-43085" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/07/scuola1.jpg" alt="" width="1000" height="400" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/07/scuola1.jpg 1000w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/07/scuola1-300x120.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/07/scuola1-700x280.jpg 700w" sizes="(max-width: 1000px) 100vw, 1000px" /></a></p>
<p>La scuola, il mondo scolastico, per me, è aria di famiglia. In un recentissimo passato, così come ho appreso la disposizione delle botole segrete di <em>Prince of Persia</em>, o lo struggimento pomeridiano di certe divisioni decimali, ho anche collezionato inconsciamente vizi e virtù della pubblica istruzione. Parole come graduatoria, punteggio, assegnazioni, supplenze, ruolo, corpo docenti, collegio insegnanti, sortiscono su di me lo stesso incantesimo della madeleine su Marcel Proust.</p>
<p>Proprio da piccolo, sei anni al massimo, capelli castano chiari, un’innata inclinazione al sarcasmo, quando la mia sola presenza innescava tutta una serie di smancerie da parte della dirigente di turno, piccoli buffetti e l’intramontabile domanda <em>ti piace la scuola?</em>, ho infilato al seguito di mia madre alcuni uffici del provveditorato di Reggio Calabria, un labirinto di stanze sature di fascicoli e faldoni posizionato un paio di piani più su di una gelateria buonissima.</p>
<p>Mio padre lavora nella segreteria di un liceo. Mia madre è stata prima insegnante elementare, quindi direttrice didattica. Due tra le mie zie, ora in pensione, hanno insegnato a scuola. A suo tempo, una cugina su otto ha rinverdito questa tradizione familiare.</p>
<p>Il mondo della scuola mi appartiene non solo come luogo del sapere che ho pazientemente scalato dalla valle primitiva dell’asilo fino alla vetta molto sofisticata della tesi di laurea, ma anche come una singolare provincia dell’esperienza umana le cui regole plasmano e irreggimentano in un modo del tutto particolare la vita, la malattia, l’ascesa sociale, le abitudini, la stasi, la rassegnazione, il furore, la delicatezza delle relazioni. Non finirò mai di pensare che per esempio direttrici, professoresse, insegnanti, siano accumunate senza volerlo dallo stesso vaporoso taglio di capelli, una rivisitazione meno barocca e più contemporanea delle parrucche di Luigi XIV. Così come non finirò di ricordare quanta dedizione ci voglia per fare questo mestiere (cosa a cui non tutti sono predisposti, evidentemente), e l’altissima soglia di sopportazione del dolore che il corpo docente ha sviluppato nel corso degli anni mentre la scuola veniva infestata dalla malaria della burocrazia, dalla sciagura dei tagli lineari, dal cataclisma della precarietà che paralizza e continua a paralizzare la forza vitale delle nuove generazioni di insegnanti. Una certa estetica è da sempre affiancata a un determinato saper fare: ed è solo in virtù di questa forza inerziale – l’inerzia della volontà, verrebbe da dire, se la formula non risultasse drammatica – che l’agonia e la gioia dell’insegnamento continuano nonostante la successione ciclica e burrascosa dei ministri.</p>
<p>È più o meno con questi fantasmi davanti agli occhi che ieri mattina, sul treno, sfogliando il Corriere della Sera, mi imbatto nell’articolo di Silvia Avallone. Trattando di scuola, lo leggo da cima a fondo. Il focus dell’articolo è il modo in cui viene selezionata la nuova classe di insegnati. Il tono e le constatazioni, più che a Kafka, un nome ricorrente nell’articolo, rimandano a Goya e alle sue pitture nere. <em>Non c&#8217;è verso di raggiungere quello che oggi, nel nostro Paese, è diventato uno dei mestieri più ardui. Non basta la laurea. Non bastava neppure la famigerata Sis, scuola di specializzazione per l&#8217;insegnamento secondario, che hanno allestito e dismesso nel giro di un decennio. Ostaggi del tempo e dei punti, dei master online a pagamento che devi collezionare per scalare una o due posizioni. Sfruttati, ricattati, in balia di un ingranaggio perverso che ti richiede esami su esami, tasse su tasse, precarietà su precarietà.</em> In sostanza, dice Silvia Avallone, non solo è più probabile fare un incontro del terzo tipo con una qualche entità aliena che entrare di ruolo in maniera stabile e vantaggiosa sia per gli insegnati che per gli studenti, ma la disgrazia capitale sarebbe farcela, centrare l’obiettivo di una vita, cioè diventare insegnanti, una delle categorie più depresse, malridotte e sminuite su tutte le terre emerse.</p>
<p>La neanche così piccola apocalisse che Silvia Avallone disegna – la completa dismissione di uno tra i più raffinati e variabili e umani processi di condivisione del sapere – ha fondamenta più che solide. L’invenzione del Tfa, ovvero di un <em>tirocinio formativo attivo</em> che richiede al tirocinante 2500 euro nel caso di esito positivo alla prova di ammissione, tirocinio lungo un anno che alla fine abilita all’insegnamento, ma non assicura l’assunzione, la dice lunga.</p>
<p>Silvia Avallone, però, fa un passo in più. In chiusura, annuncia il suo ritiro dall’ambizione di diventare insegnante. Il passo è legittimo, ovviamente. Niente da obiettare di fronte a una scelta di vita venata dal colore dell’incredulità e della sofferenza. Resta tuttavia l’evidenza che il tutto sia confezionato in forma di articolo su uno dei quotidiani nazionali a maggiore tiratura, irradiando quindi un certo valore simbolico &#8211; valore che si dispiega sul capo inclinato dei suoi lettori proprio nel giorno in cui alla prova di ammissione del Tfa per ventimila posti disponibili si presentano centosettantaseimila possibili candidati.</p>
<p>Confrontando i due eventi, allora, la pubblicazione di un articolo di denuncia e abbandono e la pressione mattutina di una rilevante preparatissima massa umana sui fatidici banchi di un esame ministeriale – esame, tra l’altro, iniziato male e finito peggio: <em>I test impossibili per aspiranti prof</em>, titola sempre il Corriere  &#8211;  si spalanca un abisso. Perché, diciamolo fuori dai denti, Silvia Avallone sembra parlare dall’alto di una posizione, di una rendita di posizione, sciogliendo in forma di articolo il privilegio di una scelta – del resto, ha scritto un romanzo di successo, Rizzoli pubblicherà il secondo, il Corriere della Sera ospita i suoi articoli, al Festival di Venezia sarà presentato il film tratto dal suo primo libro – mentre la maggioranza deve, per vocazione o costanza, fatalità o assenza di alternative, proseguire ostinatamente sulla stessa strada, una strada lunghissima lastricata di esami, corsi di preparazione, corsi di aggiornamento, studio matto e disperato, sveglia la mattina presto per correre, sempre correre, ai ripari.</p>
<p>Ma, aldilà di questo, c’è un ulteriore passaggio nell’articolo che continua ad inquietarmi: <em>Ho visto la scuola pubblica smantellata pezzo per pezzo, la ricerca agonizzare, l&#8217;università annichilirsi anno dopo anno. E, in parallelo, questo Paese perdere grinta, ambizione, ridursi a una cartolina del passato, in cui la cultura viene messa da parte in favore di non si sa bene quale scorciatoia, quale vicolo cieco</em>. Perché se il salto logico di Silvia Avallone è stato “la scuola è un disastro, io ci rinuncio”, non vorrei passasse nel grande ventre dell’opinione pubblica l’idea che appena su qualsiasi cosa indispensabile per la pluralità dei cittadini si distenda il colorito cianotico della mancanza di ossigeno, questa venisse accantonata e lasciata agonizzare senza neanche il tentativo di infondergli nei polmoni il soffio provvidenziale di una respirazione bocca a bocca.</p>
<p>Il verbo che non possiamo più permetterci oggi è abdicare. Altrimenti, a furia di rinunciare, spegnendo poco per volta quanto riteniamo prezioso e duraturo, un giorno neanche tanto lontano finiremo per abdicare a noi stessi, quando già da un po’ eravamo cianotici e nella solitudine dei nostri appartamenti non ci sentivamo neanche troppo bene.</p>
<p>[<a title="articolo avallone" href="http://www.corriere.it/cultura/12_luglio_25/perche-rinuncio-italia-non-per-insegnanti-avallone_3b6c245c-d61e-11e1-bdd2-f78a37bd7a67.shtml">qui</a> si può leggere l&#8217;articolo di Silvia Avallone pubblicato sul Corriere della Sera il 25/7/2012]</p>
]]></content:encoded>
					
					<wfw:commentRss>https://www.nazioneindiana.com/2012/07/26/altre-forme-di-aventino-silvia-avallone-rinuncia-alla-scuola/feed/</wfw:commentRss>
			<slash:comments>25</slash:comments>
		
		
			</item>
		<item>
		<title>carta st[r]ampa[la]ta n.47</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2012/03/21/carta-strampalata-n-47/</link>
					<comments>https://www.nazioneindiana.com/2012/03/21/carta-strampalata-n-47/#comments</comments>
		
		<dc:creator><![CDATA[chiara valerio]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 21 Mar 2012 13:30:54 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[a gamba tesa]]></category>
		<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[vasicomunicanti]]></category>
		<category><![CDATA[carta strampalata]]></category>
		<category><![CDATA[chiara valerio]]></category>
		<category><![CDATA[corriere della sera]]></category>
		<category><![CDATA[fabrizio tonello]]></category>
		<category><![CDATA[la lettura]]></category>
		<category><![CDATA[mariarosa mancuso]]></category>
		<category><![CDATA[maurizio viroli]]></category>
		<category><![CDATA[nazione indiana]]></category>
		<category><![CDATA[Radical chic]]></category>
		<category><![CDATA[supplemento]]></category>
		<category><![CDATA[tom wolfe]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.nazioneindiana.com/?p=41986</guid>

					<description><![CDATA[di Fabrizio Tonello Gentile Signorina/Signora Mariarosa Mancuso, come vedrà dai miei commenti qui sotto la Sua tesina “Addio al radical chic”, consegnatami domenica 18 marzo attraverso il suppemento “La lettura” del Corriere della sera, è piuttosto carente. Dallo svolgimento mi sembra di intuire che la materia era per lei interessante ma che la mancanza di [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/2012/03/21/carta-strampalata-n-47/david-ashley-chic/" rel="attachment wp-att-41987"><img loading="lazy" class="alignleft size-medium wp-image-41987" style="margin: 4px;" title="david-ashley-chic" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/03/david-ashley-chic-240x300.jpg" alt="" width="240" height="300" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/03/david-ashley-chic-240x300.jpg 240w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/03/david-ashley-chic.jpg 360w" sizes="(max-width: 240px) 100vw, 240px" /></a>di <strong>Fabrizio Tonello</strong></p>
<p>Gentile Signorina/Signora Mariarosa Mancuso,</p>
<p>come vedrà dai miei commenti qui sotto la Sua tesina “Addio al radical chic”, consegnatami domenica 18 marzo attraverso il suppemento “La lettura” del <em>Corriere della sera</em>, è piuttosto carente. Dallo svolgimento mi sembra di intuire che la materia era per lei interessante ma che la mancanza di abitudine a scrivere in modo preciso (mi riferisco tanto alla lingua quanto ai contenuti) ha lasciato il segno, rendendo l&#8217;elaborato sciatto e superficiale.</p>
<p>Comincerò dall’uso dei dati che Lei ha inserito a sostegno delle Sue argomentazioni. Con riferimento alle dimissioni dell’on. Silvio Berlusconi, Lei scrive: “Le trasmissioni televisive «contro», sempre a rischio di chiusura e di censura, dovrebbero godersi la vittoria. E invece no: gli spettatori calano, lo share diminuisce (o comunque non decolla).” gli spettatori calano? Dal grafico sembrerebbe piuttosto il contrario: “Invasioni barbariche” passa da 904.000 spettatori nel 2010-2011 a 923.000 nel 2011-2012, un aumento piccolo ma pur sempre un aumento.</p>
<p>Sempre nell’appendice statistica, Lei mette insieme due trasmissioni di Serena Dandini, “Parla con me” e “The show must go off”, trasmesse da due reti diverse (Rai e La sette) in orari diversi e in giorni diversi. Le sembra una procedura di comparazione scientificamente accettabile? Quanto aveva preso all’esame di Metodologia?<br />
<span id="more-41986"></span></p>
<p>Proseguiamo: la tesina è priva di coerenza nella dimensione temporale. Mi limiterò a citare uno dei molti strafalcioni: nella seconda colonna si parla di “un party in casa del compositore Leonard Bernstein, ospiti d’onore le Black Panthers” che sarebbe avvenuto nel 1966. <em>Le</em> Black Panthers? Stiamo parlando di un gruppo musicale femminile dell’epoca, come le <em>Supremes</em>? Forse Lei intendeva riferirsi ad alcuni militanti di sesso maschile del Black Panther Party, che difficilmente avrebbero potuto essere a New York nel 1966, visto che il Black Panther Party for Self-Defense fu fondato solo nell’ottobre di quell’anno a Oakland, in California. Il party a cui Lei fa riferimento fu tenuto in realtà nel 1970, precisamente il 14 gennaio, e diede spunto a Tom Wolfe per scrivere l’articolo oggetto della Sua tesina. Articolo sulla rivista <em>New York</em> dell’8 giugno 1970 che palesemente Lei non ha letto in originale.</p>
<p>Coerenza e omogeneità della materia trattata: Lei mescola disinvoltamente il 1970 con il 2012, Leonard Bernstein con Umberto Eco, Giorgio Faletti con Sabina Guzzanti, e addirittura Maurizio Viroli con Bernard de Mandeville: non Le sembra che il lettore, in questo minestrone, possa faticare a raccapezzarsi?</p>
<p>Criticando il libro di Maurizio Viroli <em>L’intransigente</em>, Lei definisce <em>Il legno storto dell’umanità</em> di Isaiah Berlin e <em>La favola delle api </em>di Bernard de Mandeville “due realistici resoconti del mondo in cui viviamo”. Sorvolando sul fatto che Mandeville pubblicò il suo testo nel 1714, cioè 298 anni prima del “mondo in cui viviamo”, Le sembra che due opere filosofiche possano essere definite “resoconti”? Secondo il <em>Nuovo Dizionario Enciclopedico Sansoni</em> un resoconto è una “relazione particolareggiata di un fatto”: i libri che Lei cita si riferiscono a fatti precisi, di cui illustrano lo svolgimento?</p>
<p>Spiegando le tesi di <em>Il legno storto dell’umanità</em>, Lei scrive che “prende spunto da una frase di Kant per mettere in guardia dalle teorie che intendono risanare l’umanità raddrizzandone a forza le storture”. Un po’ scolastico, non le pare? Da una tesina ambiziosa come la Sua ci si sarebbe aspettato una discussione critica un po’ approfondita. Per esempio, avebbe potuto ricordare che non esiste alcun “libro” con questo titolo scritto da Isaiah Berlin: fu il curatore Henry Hardy a scegliere come titolo di un volume che contiene otto saggi di argomento non omogeneo la citazione di Kant. L’edizione inglese, tradotta  da Adelphi nel 1994, ha come sottotitolo “<em>Capitoli</em> della storia delle idee”  e soltanto il primo saggio, <em>La ricerca dell’ideale</em> ha a che fare con il “legno storto dell’umanità”. Il saggio, che occupa appena 24 pagine, è in realtà il testo di una conferenza tenuta a Torino in occasione di un premio della Fondazione Agnelli attribuito al filosofo inglese.</p>
<p>Ora, Lei potrebbe sostenere che queste precisazioni sono superflue ma purtroppo non è così: la precisione filologica è una dote di cui un critico non può fare a meno (e Lei si presenta come un critico particolarmente ambizioso e severo nel Suo elaborato!). Vorrei poi aggiungere che il contesto in cui Lei inserisce la citazione mi sembra inappropriato (un errore frequente da parte degli studenti frettolosi) poiché Berlin mette in guardia “dalle teorie che intendono risanare l’umanità raddrizzandone a forza le storture”. Raddrizzandone <em>a forza</em> le storture è il passo chiave: nell’originale il riferimento è palesemente al nazismo e al comunismo sovietico (la conferenza fu tenuta nel 1988) e difficilmente esso può essere esteso alle teorie di Viroli, a meno che Lei non voglia sostenere che mettere in galera i ladri e i corrotti costituisce un “raddrizzare a forza” l’umanità. Posizione libertaria interessante per un seminario, ma che Lei non argomenta in alcun modo nell’elaborato.</p>
<p>L’altro autore citato, Mandeville, a suo avviso “mostra i pericoli e la miseria di una società totalmente virtuosa”. Sintesi ardita, non c’è che dire. Personalmente avrei scelto una frase dell’autore per sintetizzarne il lavoro: “I vizi privati, attraverso l’accorta amministrazione di un abile politico, possono divenire pubblici benefici” (p. 267 dell’edizione Laterza del 1987). Le parole chiave di questa conclusione di Mandeville sono <em>accorto</em>, <em>abile</em> e <em>possono.</em></p>
<p>Sarebbe stato interessante affrontare il tema di come una società fondata sui vizi privati possa produrre politici abili, i quali amministrano accortamente,  presumibilmente nell’interesse generale, cioè secondo un’idea di virtù pubblica. Se dobbiamo credere alla tesi di fondo dell’autore, sembra più realistico pensare che i “politici abili” usino la loro accortezza per soddisfare i loro vizi privati, ovvero mangiare spaghetti al caviale, intrattenersi con minorenni in “cene eleganti” ad Arcore o simili. Possiamo dire che questi comportamenti abbiano prodotto “pubblici benefici” all’Italia? (naturalmente, spaziare in una dimensione spaziotemporale di tre secoli è operazione intellettualmente assai ardita, che Lei avrebbe dovuto giustificare adeguatamente).</p>
<p>In ogni caso Mandeville sembrava meno sicuro nelle sue conclusioni (“<em>possono</em> divenire pubblici benefici”) di quanto Lei non appaia essere nel Suo elaborato, scrivendo nel modo <em>tranchant</em> che Le è consueto: le parole d’ordine di Occupy Wall Street sono “banali e generiche”, gli “anti-moderni hanno ormai dalla loro soltanto Beppe Grillo”.</p>
<p>Infine, sono rimasto estremamente deluso dal piccolo, e inutile, plagio, da Lei commesso dove scrive “Ha vinto l’Italia che piace ai radical chic: (…) se tira tardi la notte è per leggere Kant”. L’immagine appartiene a Giuliano Ferrara, che il 12 febbraio 2012, sul <em>Giornale</em> (p.1) aveva scritto che Viroli “è schierato con il <em>demi-monde</em> che legge Kant la sera”.</p>
<p>Peccato, devo purtroppo concludere che la Sua tesina non è sufficiente. Si ripresenti all’appello di giugno.</p>
<p>Molto cordialmente,</p>
<p>Fabrizio Tonello</p>
]]></content:encoded>
					
					<wfw:commentRss>https://www.nazioneindiana.com/2012/03/21/carta-strampalata-n-47/feed/</wfw:commentRss>
			<slash:comments>11</slash:comments>
		
		
			</item>
		<item>
		<title>carta st[r]amp[al]ata n.45. Febbraio, piovono libri. A milioni.</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2012/02/06/carta-strampalata-n-45-febbraio-piovono-libri-a-milioni/</link>
					<comments>https://www.nazioneindiana.com/2012/02/06/carta-strampalata-n-45-febbraio-piovono-libri-a-milioni/#comments</comments>
		
		<dc:creator><![CDATA[chiara valerio]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 06 Feb 2012 09:30:17 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[tecnologie]]></category>
		<category><![CDATA[carta strampalata]]></category>
		<category><![CDATA[chiara valerio]]></category>
		<category><![CDATA[corriere della sera]]></category>
		<category><![CDATA[ebook]]></category>
		<category><![CDATA[fabrizio tonello]]></category>
		<category><![CDATA[Inserto culturale La lettura]]></category>
		<category><![CDATA[Richard Nash]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.nazioneindiana.com/?p=41581</guid>

					<description><![CDATA[di Fabrizio Tonello E’ domenica, la settimana è stata faticosa, uno ha voglia di poltrire a letto e tutto andrebbe bene se, improvvisamente  la mia compagna, che è uscita sfidando il freddo, non scodellasse sul comodino il supplemento culturale del “Corriere della sera” di domenica 29 gennaio dove compare in grande evidenza un articolo di [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/2012/02/06/carta-strampalata-n-45-febbraio-piovono-libri-a-milioni/452988-35521-1/" rel="attachment wp-att-41583"><img loading="lazy" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/02/452988-35521-1.jpg" alt="" title="452988-35521-1" width="340" height="258" class="alignleft size-full wp-image-41583" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/02/452988-35521-1.jpg 340w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2012/02/452988-35521-1-300x227.jpg 300w" sizes="(max-width: 340px) 100vw, 340px" /></a></p>
<p>di <strong>Fabrizio Tonello</strong></p>
<p>E’ domenica, la settimana è stata faticosa, uno ha voglia di poltrire a letto e tutto andrebbe bene se, improvvisamente  la mia compagna, che è uscita sfidando il freddo, non scodellasse sul comodino il supplemento culturale del “Corriere della sera” di domenica 29 gennaio dove compare in grande evidenza un articolo di Richard Nash intitolato <em>Il libro perfetto per il lettore perfetto.</em> “Leggilo –mi dice- è pieno di dati interessanti”.</p>
<p>Il testo, alle pagine 12-13, inizia così: “Nel 1990 l’editoria statunitense ha pubblicato 25.000 titoli. Nel 2010 ne ha pubblicati 2.800.000. Mentre la popolazione è cresciuta del 25%, i libri sono aumentati del 2.120%. Questo enorme aumento non comprende gli ebook, riguarda solo i libri stampati”.<br />
<span id="more-41581"></span></p>
<p>Fin da piccolo, mi sono sempre piaciuti i numeri, le percentuali, le frazioni. Mi sembravano utilissimi per trovare la risposta a domande del tipo: “Se ieri in spiaggia avevo dieci biglie e ne ho perse due, più un’altra che si è rotta, e ogni biglia costa 50 lire, quanto dovrò chiedere alla mamma per avere 20 biglie?”. Da tempo non gioco più però mi è rimasto un sesto senso che mi dice quando i numeri stampati su un giornale o un libro sono sospetti. Nel caso dell’articolo di Nash anche le nipotine pesaresi avrebbero fatto una sonora pernacchia prima di finire di leggere il paragrafo.</p>
<p>Per esempio, è possibile che un paese dove si pubblicano 25.000 titoli passi a pubblicarne 2.800.000 nel giro di vent’anni? Cioè che l’industria editoriale americana di oggi sia oltre <em>cento volte</em> (per la precisione 112 volte) quello che era nel 1990? A me pare difficile, a lume di buon senso, ora vedremo perché. Prima di discutere di libri, ristampe, ebook e altre diavolerie vorrei però far umilmente notare al signor Nash (“un analista della transizione al digitale dell’editoria” lo definisce il “Corriere”) che se i suoi numeri di partenza sono giusti, passare da 25.000 titoli a 2.800.000 rappresenta un aumento non del 2120% bensì dell’11200%, come qualsiasi nipotino in possesso di matita e quaderno gli potrà confermare. Quindi, delle due l’una: o i titoli del 2010 <em>non </em>sono 2.800.000 ma, per esempio, il 2120% di 25.000, cioè 530.000 oppure i titoli sono davvero 2.800.000 ma rappresentano un aumento dell’11200% rispetto al dato di partenza del 1990 e allora bisogna spiegare il mistero di questa incredibile crescita.</p>
<p>Una rapida indagine in Rete (45 secondi circa) permette di scoprire che la seconda ipotesi è quella giusta: <em>in un certo senso</em> i libri pubblicati negli Stati Uniti due anni fa sono circa 2.800.000, come si può accertare <a href="http://www.bowker.com/index.php/press-releases/633-print-isnt-dead-says-bowkers-annual-book-production-report">qui</a>. Ma questa cifra cosa include? Nash implica che si tratti di libri nuovi (“10 mila nuovi titoli alla settimana sono una valanga” scrive più avanti nell’articolo) e in particolare romanzi, che “contengono tante informazioni ambigue da confondere qualsiasi metodo predittivo”. Infine, Nash conclude: “Dopo aver trascorso dieci anni a scoprire gli scrittori trascurati del XX secolo, sto ora cercando di aiutare tutti gli scrittori, pubblicati da qualsiasi editore, a farsi scoprire dai lettori” (facendo capire che sono “due milioni”).</p>
<p>Purtroppo le cose non stanno proprio così.</p>
<p>I 2.800.000 titoli citati da Nash esistono realmente ma non sono affatto “nuovi” libri se non nel senso che, appena usciti dalla legatoria, hanno un buon odore di carta, inchiostro e colla. Come scrive l’autorità mondiale nel campo del mercato librario americano, si tratta prevalentemente di libri “print on-demand” prodotti da aziende specializzate in titoli per i quali il copyright è scaduto. Quindi si pubblica un sacco di Shakespeare, Harriet Beecher Stowe, Dante e Platone in piccolissime tirature perché non ci sono avidi eredi da soddisfare e occhiuti avvocati  pronti a chiedere il pagamento dei diritti d’autore. Il fatto che si ripubblichino <em>Amleto</em> e la <em>Divina Commedia</em> o <em>La capanna dello zio Tom </em>fa certamente piacere, ma di lì a sostenere che il mercato editoriale è cresciuto dell’11200% in vent’anni ce ne corre.</p>
<p>Come scrive il sito Bowker.com, “These books, marketed almost exclusively on the web, are largely on-demand titles produced by reprint houses specializing in public domain works and by presses catering to self-publishers”. Traduzione: quando non si tratta di testi del passato molto passato, i titoli sono quelli stampati dalle cosiddette <em>vanity presses</em>, cioè tipografie mascherate da case editrici che stampano 300 copie delle poesie adolescenziali del signor Smith per permettergli di presentarsi come “poeta” ai cocktail della sua città. Magari ci sono anche i trattati di fisica che dimostrano come Einstein avesse torto, i romanzi erotici scritti da presidi in pensione e altri simili capolavori. Se non vado errato, Umberto Eco scrisse circa 40 anni fa (ovvero assai prima di Internet, dello Web 2, delle piattaforme di condivisione on line ecc.) della “editoria della quarta dimensione”, cioè di quei prodotti che non avevano i requisiti minimi di professionalità per stare sul mercato editoriale normale ma trovavano una loro circolazione sotterranea tra i familiari, gli amici e i sodali dei maestri di montagna, dei farmacisti di paese e dei commercialisti con velleità letterarie.</p>
<p>Ecco, adesso abbiamo la nuova editoria della quarta dimensione, che viene pudicamente definita “non-traditional sector” e rappresenta circa il 90% dei libri pubblicati, (per la precisione 2.776.260 contro i 316.480 dell’editoria tradizionale). Come si diceva, il “non-traditional sector” è composto prevalentemente da ristampe di opere fuori diritti e ciò che rimane non sono “nuovi scrittori” in attesa di essere scoperti (visto che le grandi case editrici sarebbero ben felici di accaparrarsi l’autore del prossimo bestseller) bensì i dilettanti allo sbaraglio che nessuno pubblicherebbe se non sborsassero di tasca loro i soldi necessari alle microtirature da inviare a parenti e amici. La differenza rispetto a 40 anni fa è soltanto che il volume di spazzatura è aumentato di oltre cento volte.</p>
<p>E’ comprensibile che Nash, che cerca di vendere i servizi della sua società Small Demons, inventi attraenti favolette per dare l’impressione al lettore che<em> proprio</em> <em>lui</em> potrebbe essere il prossimo scrittore scoperto da milioni di entusiasti della letteratura <em>underground</em> ma non necessariamente il “Corriere” ha interesse a stampare i numeri in libertà dell’intraprendente americano.</p>
]]></content:encoded>
					
					<wfw:commentRss>https://www.nazioneindiana.com/2012/02/06/carta-strampalata-n-45-febbraio-piovono-libri-a-milioni/feed/</wfw:commentRss>
			<slash:comments>4</slash:comments>
		
		
			</item>
		<item>
		<title>carta st[r]ampa[la]ta n.41</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2011/08/24/carta-strampalata-n-41/</link>
					<comments>https://www.nazioneindiana.com/2011/08/24/carta-strampalata-n-41/#comments</comments>
		
		<dc:creator><![CDATA[chiara valerio]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 24 Aug 2011 08:30:02 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[territorio]]></category>
		<category><![CDATA[corriere della sera]]></category>
		<category><![CDATA[don Chisciotte]]></category>
		<category><![CDATA[drake]]></category>
		<category><![CDATA[fabrizio tonello]]></category>
		<category><![CDATA[invencible armada]]></category>
		<category><![CDATA[Pietro Citati]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.nazioneindiana.com/?p=39914</guid>

					<description><![CDATA[di Fabrizio Tonello Torna Ferragosto e tornano i pirati. Bandiere al vento, abbordaggi con la sciabola tra i denti: Pietro Citati è rientrato dalle ferie e scodella ai lettori del Corriere una doppia pagina in cui le storie di mare che lo appassionano si mescolano con la vita del grande Cervantes. L’anno scorso aveva intrattenuto [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/08/Don_Quijote.jpg"><img loading="lazy" class="size-medium wp-image-39915 alignleft" style="margin: 6px;" title="Don_Quijote" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/08/Don_Quijote-224x300.jpg" alt="" width="224" height="300" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/08/Don_Quijote-224x300.jpg 224w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/08/Don_Quijote.jpg 500w" sizes="(max-width: 224px) 100vw, 224px" /></a></p>
<p>di <strong>Fabrizio Tonello</strong></p>
<p>Torna Ferragosto e tornano i pirati. Bandiere al vento, abbordaggi con la sciabola tra i denti: Pietro Citati è rientrato dalle ferie e scodella ai lettori del Corriere una doppia pagina  in cui le storie di mare che lo appassionano si mescolano con la vita del grande Cervantes. L’anno scorso aveva intrattenuto i lettori di Repubblica (20 agosto 2010) con una recensione di <em>L’Odissea di Elizabeth Marsh</em>, un libro di Linda Colley che palesemente non aveva letto, quest’anno il nostro critico si esercita sul tema “Cervantes alla guerra d’Inghilterra”, che poi sarebbe la spedizione della flotta di Filippo II, l’<em>Invencible Armada</em>. Il titolista del Corriere aggiunge che “<em>Il «Don Chisciotte» nacque dopo il disastro dell’ Invencible Armada</em>” (15 agosto, p. 28).</p>
<p>E’ innegabile che il Don Chisciotte sia nato dopo il disastro dell’ Invencible Armada, così come dopo la battaglia di Lepanto (1571), la scoperta dell’America (1492) e la costruzione della Cappella Sistina (1481): il primo volume fu pubblicato nel 1605 e la spedizione spagnola era avvenuta nel 1588; che le due cose siano in relazione fra loro, come implica il titolo, è però alquanto azzardato. Il nesso dovrebbe essere il fatto che Cervantes lavorò per un breve periodo come commissario addetto alla requisizione di vettovaglie per la spedizione.</p>
<p><span id="more-39914"></span></p>
<p>Secondo Citati, in questo lavoro l’autore spagnolo “era solo, indifeso, senza appoggi: senza un soldo perché lo Stato non gli versava lo stipendio”. Come il suo Don Chisciotte, Cervantes vagava per l’Andalusia armato di null’altro che della propria lingua sciolta: “con i contadini cercava di usare le buone parole”.</p>
<p>In realtà, Cervantes era una delle rotelline dell’immenso ingranaggio governativo che preparava la spedizione, i cui principali responsabili – Luis Hezar e Francisco Duarte di Cadice &#8211; avevano mandato alla flotta rifornimenti insufficienti, insalubri e nocivi. Non a caso il duca di Medina Sidonia, che era un efficiente amministratore (e non “uno che non capiva nulla di navi” come scrive Citati) fece spogliare il Portogallo di ogni sacco di farina o barile di pesce salato disponibile per garantire ai suoi galeoni un minimo di provviste. Quindi Cervantes “collaborò” alla spedizione né più né meno che le migliaia di funzionari, preti e spie che il re di Spagna aveva mobilitato per preparare l’impresa ma non mise mai piede a bordo di una nave.<br />
Anche perché finì in prigione.</p>
<p>Già, apparentemente il commissario Cervantes aveva un po’ imbrogliato i conti e, quando i superiori gli chiesero dove fossero finite certe merci requisite non fu in grado di dare risposte convincenti. Fu più fortunato di alcuni dei pezzi grossi addetti ai rifornimenti, che nel 1589 finirono impiccati per aver adulterato la farina o barato sulle consegne.</p>
<p>A Citati, comunque, piacciono le tempeste, le battaglie, le navi con le vele spiegate, quindi sorvola su come sia finito lo scrittore (secondo lui privo della mano destra: in realtà era la sinistra) e passa a descrivere  l’avventura dell’Invencible Armada. Peccato che date, tonnellaggi e miglia marine siano un mondo con cui il critico ha poca familiarità. Per esempio, scrive che le navi partirono il 20 luglio “verso le coste dell’Inghilterra, dove giunsero due giorni dopo”. Ora, da La Coruña a Plymouth ci sono parecchie centinaia di miglia  di oceano e la flotta di Filippo II procedeva raramente a una velocità superiore ai due nodi l’ora; per risalire la costa del Portogallo (160 miglia) aveva impiegato 13 giorni. Quindi due giorni chiaramente non sarebbero bastati.</p>
<p>In realtà, come spiega Neil Hanson in <em>The Confident Hope of a Miracle</em>, la più completa e recente storia della tentata invasione, l’Armada incontrò una tempesta che in parte la disperse e avvistò le coste inglesi solo il 29 luglio. Il particolare è di una certa importanza perché, se fosse arrivata prima, avrebbe trovato la flotta di Drake e degli altri ammiragli-pirati bloccata in porto a Plymouth a causa della mancanza di vettovaglie e delle proteste degli arruolati per la tirchieria e l’inefficienza di chi avrebbe dovuto rifornire le loro navi. Quindi, se Medina Sidonia fosse arrivato qualche giorno prima sarebbe finita come a Pearl Harbour: un disastro per i marinai sorpresi all’ancora.</p>
<p>La tesi di fondo di Citati è che gli spagnoli furono sconfitti perché “Era giunto il tempo delle piccole navi da cento, duecento o anche settanta tonnellate: costavano poco, erano più rapide, tenevano meglio il mare e il vento e portavano cannoni più lunghi e leggeri”. Infatti: gli spagnoli avevano inventato delle fregate velocissime di appena 60 tonnellate, le gallizabras, mentre una delle navi di Drake, la Thomas che fu usata come nave incendiaria in uno degli scontri al largo della costa francese, aveva una stazza di 200 tonnellate e altri galeoni inglesi raggiungevano le 325 o più.</p>
<p>Per essere del tutto onesti con il frettoloso ammiraglio Citati, va detto che effettivamente gran parte delle navi spagnole erano più pesanti e lente di quelle inglesi ma la ragione era che molte erano navi da carico, frettolosamente trasformate in navi da guerra per rafforzare la spedizione. Il problema non era il tonnellaggio ma il fatto che l’artiglieria inglese era tecnologicamente avanti di anni rispetto a quella spagnola.</p>
<p>L’Armada aveva pochi cannoni e, soprattutto, erano bocche da fuoco inaffidabili, lentissime da ricaricare, imprecise, raramente servite da artiglieri specializzati come accadeva sulle navi di Elisabetta I. Nell’unico scontro frontale della spedizione, quello avvenuto il 9 agosto al largo di Gravelines, le navi inglesi spararono migliaia di colpi, in gran parte a segno, senza subire alcun danno dall’artiglieria spagnola (d’altra parte, i robusti galeoni spagnoli incassarono il bombardamento con molte perdite ma rimanendo a galla e riuscendo a fare rotta verso nord per tornare in patria).</p>
<p>Durante la navigazione al largo della Scozia e dell’Irlanda, “le tempeste e le navi inglesi affondarono molte galere”. A parte il fatto che le “galere” (navi a remi usate nel Mediterraneo) erano una parte insignificante della spedizione, le “navi inglesi” non affondarono proprio nulla perché, dopo la battaglia di Gravelines, abbandonarono la caccia e tornarono a presidiare il canale della Manica e le coste meridionali. Lo scopo della spedizione spagnola era permettere un’invasione, che avrebbe dovuto essere condotta dall’esercito delle Fiandre: una volta mancato l’appuntamento tra Medina Sidonia e le truppe di Alessandro Farnese a Dunkerque per gli inglesi non c’era motivo per inseguire l’Armada, che fu distrutta dalle tempeste e, soprattutto, dalle malattie e dalla mancanza di cibo e acqua.</p>
<p>Per fortuna, Cervantes era rimasto a terra e, una quindicina d’anni dopo, potè scrivere il <em>Don Chisciotte</em>. Da non confondersi con <em>Moby Dick</em>.</p>
]]></content:encoded>
					
					<wfw:commentRss>https://www.nazioneindiana.com/2011/08/24/carta-strampalata-n-41/feed/</wfw:commentRss>
			<slash:comments>3</slash:comments>
		
		
			</item>
		<item>
		<title>Quarto Oggiaro criminogena!</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2010/12/11/quarto-oggiaro-criminogena/</link>
					<comments>https://www.nazioneindiana.com/2010/12/11/quarto-oggiaro-criminogena/#comments</comments>
		
		<dc:creator><![CDATA[gianni biondillo]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 11 Dec 2010 07:30:11 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[territorio]]></category>
		<category><![CDATA[corriere della sera]]></category>
		<category><![CDATA[gianni biondillo]]></category>
		<category><![CDATA[Milano]]></category>
		<category><![CDATA[Quarto Oggiaro]]></category>
		<guid isPermaLink="false">https://www.nazioneindiana.com/?p=37458</guid>

					<description><![CDATA[di Gianni Biondillo Intuisco, dalle parole della Procura della Repubblica del Tribunale dei Minori, che in una Quarto Oggiaro criminogena la malavita minorile trova spazio grazie a un senso di appartenenza al luogo degno di un clan. Vi voglio raccontare una storia: quella che fu la cava nei miei ricordi d’infanzia (cava Cabassi, in via [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/12/simoni.jpg"><img loading="lazy" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/12/simoni.jpg" alt="" title="simoni" width="500" height="334" class="alignnone size-full wp-image-37459" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/12/simoni.jpg 500w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/12/simoni-300x200.jpg 300w" sizes="(max-width: 500px) 100vw, 500px" /></a></p>
<p>di <strong>Gianni Biondillo</strong></p>
<p>Intuisco, dalle parole della <a href="http://archiviostorico.corriere.it/2010/dicembre/07/ascesa_delle_cattive_ragazze__co_7_101207019.shtml">Procura della Repubblica</a> del Tribunale dei Minori, che in una Quarto Oggiaro criminogena la malavita minorile trova spazio grazie a un senso di appartenenza al luogo degno di un clan. Vi voglio raccontare una storia: quella che fu la cava nei miei ricordi d’infanzia (cava Cabassi, in via Simoni), è da anni un bel parco con oltre trecento alberi rigogliosi dove gli uccelli nidificano e a primavera tutto fiorisce. Qui giocano ragazzi, i cani scorazzano e mia madre si incontra ogni giorno con un gruppo di amiche.<br />
<span id="more-37458"></span><br />
Da maggio di quest’anno decine di quartoggiaresi arrabbiati e increduli combattono affinché quel patrimonio arboreo non venga abbattuto. Il Comune accampa scuse: il terreno è contaminato, inquina la falda. Poco credibile, e lo dice per prima Lega Ambiente: sono, anzi, gli alberi stessi, niente affatto malati, che grazie alla fitorimediazione stanno già facendo il lavoro di bonifica. A costo zero e in modo sano. Ma forse esiste un business della motosega che è più forte dell’opinione di chi abita e ama il quartiere in cui vive. Questi cittadini (operai, pensionati, insegnanti, giovani, anziani) lottano perché il parco si salvi, memori dell’abbattimento di duecento alberi in via Concilio, ufficialmente malati, ma in realtà di troppo per il passaggio della prevista Gronda Nord. Ebbene: anche questo è senso di appartenenza. Ma non fa notizia. </p>
<p>Il difetto sta nel manico, me ne rendo conto, e i quotidiani non possono pubblicare giornali fatti solo di buone notizie, sarebbero noiosi e vagamente stucchevoli. Fa più rumore un albero che cade che una foresta che cresce. E a Quarto Oggiaro, da anni, la foresta, non ostante l’indifferenza, se non l’ostracismo della amministrazione e dell’opinione pubblica vagamente razzista, cresce: sana e rigogliosa. Il numero di associazioni presenti sul territorio è incredibile. E hanno fatto tutto da soli, chiedendo a gran voce al resto della città di non essere abbandonati, ottenendo sporadici interessamenti, o concessioni, quasi sempre in prossimità di qualche elezione politica (solo in quel caso gli abitanti del quartiere hanno un peso, commisurabile al loro bacino di voti). </p>
<p>Non nego che il quartiere abbia problemi e difficoltà. Sono certo che il lavoro del tribunale dei minori, così come del commissariato di zona, sia fondamentale e necessario. Ma non basta. Il senso di appartenenza “criminaloide” di molti gruppi giovanili è, dal punto di vista sociologico, una accusa sputata in faccia al resto della città: “noi non ci sentiamo cittadini di una Milano che ci ha dimenticati o abbandonati”. Che sia la politica (nel senso più nobile del termine: che sia la Polis) a restituire dignità di cittadinanza e di appartenenza ad un territorio comune. Che si dia attenzione alla foresta che cresce, come il parco di via Simoni. È così che si crea civiltà, non abbattendo gli alberi, per quanto facciano più rumore, ma lavorando sulla semina e la cura. Verrà poi il tempo del raccolto e sarà ricchissimo di soddisfazioni.</p>
<p>[<em>pubblicato ieri sulle pagine milanesi del </em>Corriere della Sera.<em> La foto dei giardini di via Renato Simoni viene da <a href="http://www.flickr.com/photos/quartoweb/4966578277/in/set-72157624898375538/">qui</a></em>]</p>
]]></content:encoded>
					
					<wfw:commentRss>https://www.nazioneindiana.com/2010/12/11/quarto-oggiaro-criminogena/feed/</wfw:commentRss>
			<slash:comments>5</slash:comments>
		
		
			</item>
	</channel>
</rss>

<!--
Performance optimized by W3 Total Cache. Learn more: https://www.boldgrid.com/w3-total-cache/

Page Caching using Disk: Enhanced 

Served from: nazioneindiana.com @ 2026-08-03 19:08:23 by W3 Total Cache
-->