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	<title>covid19 &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>Le ultime cose &#8211; Manuel Maria Perrone</title>
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		<dc:creator><![CDATA[giuseppe schillaci]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 12 Dec 2020 08:46:11 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[annotazioni]]></category>
		<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[indiani]]></category>
		<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[coprifuoco]]></category>
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		<category><![CDATA[maniel maria perrone]]></category>
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					<description><![CDATA[Le ultime cose &#160; La morte a cui ci hanno convocato E che ci aspetta ignara da qualche parte nella vita Avrà l’odore di quello che abbiamo realmente vissuto O sarà il ricordo di quello che avevamo dimenticato? &#160; &#160; Gisella era stata la prima a morire, mentre la morte iniziava ad essere presente tra [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: center;"><strong>Le ultime cose</strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p style="text-align: right;"><em>La morte a cui ci hanno convocato</em></p>
<p style="text-align: right;"><em>E che ci aspetta ignara da qualche parte nella vita</em></p>
<p style="text-align: right;"><em>Avrà l’odore di quello che abbiamo realmente vissuto</em></p>
<p style="text-align: right;"><em>O sarà il ricordo di quello che avevamo dimenticato?</em></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Gisella era stata la prima a morire, mentre la morte iniziava ad essere presente tra di noi.</p>
<p>Era morta come muoiono i giovani, sorprendendoci, rovinandoci il programma di una felicità illimitata.</p>
<p>Era morta mentre io ero altrove, festeggiando i miei primi 25 anni, con amici casuali.</p>
<p>Al mese aveva deciso di morire anche mio nonno. L’aveva deciso un collasso cardiaco per lui, un collasso che l’aveva tenuto gli ultimi 2 mesi in un letto, costretto a meditare notte e giorno sulla morte.</p>
<p>Avevo deciso di andare a trovarlo, per riuscire a vincolarmi al movimento della morte (Gisella rimaneva astratta, per me, non sapevo bene dove) far entrare per sempre in me forse una consapevolezza, forse un ricordo o una sensazione.</p>
<p>Mio nonno mi aveva guardato mentre usciva paura dai suoi occhi, uno strano sorriso gli disegnava la bocca e il corpo, in sciopero, costringeva al silenzio il suo discorso.</p>
<p>Né saggio, né idiota: moribondo.</p>
<p>Quando l’avevo visto, avevo parlato per primo: “ti sei seduto per terra e non ti alzi più!”, facendo eco alla minaccia che aveva disciplinato i nostri incontri quando io ero bambino: “Guarda che se non la smetti mi siedo per terra e non mi alzo più!”.</p>
<p>Gli credevo e obbedivo, temendo l’inesorabile che scaturiva da quella minaccia.</p>
<p>“si- mi rispose e lasciò di nuovo spazio al silenzio della flebo- e da quaggiù mi sono messo a pensare”</p>
<p>avevo chiuso gli occhi, per guardarlo come lo volevo vedere: veramente seduto per terra, nell’angolo di un patio, nudo, calvo, ciccione, con i suoi baffi e i suoi occhiali di sempre. Guardandolo come se io fossi altissimo, vedendolo restringersi e scomparire nel suolo.</p>
<p>Riaprii gli occhi e mi stava guardando: “E tu chi sei?”</p>
<p>In Africa quando muore un vecchio, i bambini si mettono i suoi vestiti e vanno in giro imitandolo.</p>
<p>La gente ride e così si accompagna lo spirito della persona a diventare un ricordo.</p>
<p>Corsi in giro per la stanza, come un giullare arrabbiato, aprii cassetti, mi infilai nervoso i suoi vestiti, mi imbottii con cuscini, infilai le sue scarpe e i suoi occhiali di ricambio e completato questo rituale carnevalesco, mi fermai e sorridendo, gli dissi:</p>
<p>“Don Italo Incauto, per servirla” e dopo avergli rubato il nome gli rubai le abitudini, imitandolo nelle varie parti grottesche del suo carattere. Mi mostrai permaloso, vittimista, mangione, ciarlatano, buffone, mentre lui mi guardava incredulo e irritato.</p>
<p>Quell’anno morirono in molti, marcando un prima e un dopo.</p>
<p>Alfonso e Filippo, maggio e agosto, Laura, ottobre, Andrea e Dafne, novembre e dicembre.</p>
<p>Morti, come cicatrici nel calendario.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Di Gisella mi ricordo il nostro primo incontro.</p>
<p>Erano i tempi delle feste del coprifuoco. Ci si incontrava tutti in una casa, mezz’ora prima del coprifuoco e la festa durava forzatamente fino alla mattina dopo. Ballavamo nella stanza della casa più lontana dalla strada, per occultare la vita domestica in quelle ore proibite. Per questo spesso si stava in una lavanderia o nella stanza di un bambino, premurosamente traslocato altrove.</p>
<p>La conobbi ballando e ridendo.</p>
<p>La intuii parlando con lei.</p>
<p>La svestii guardandole gli occhi.</p>
<p>Facemmo l’amore nascosti .</p>
<p>Nell’impeto che sussurra l’orgasmo aveva gridato e si era scostata:</p>
<p>“Ahia, ma sei scemo?”</p>
<p>ero rimasto incredulo e spaventato, non riconoscendo da dove veniva quel cambio, ignorando l’errore che avevo dovuto commettere.</p>
<p>Mi aveva guardato severa per un buon momento, poi era scoppiata a ridere e mi aveva detto :</p>
<p>“mi piace, mi eccita tantissimo questo cambio improvviso tra due emozioni cosi opposte: la faccia che fa l’uomo quando si sentiva un eroe e un attimo dopo, senza sapere perché, si sente una merda. Scusa, lo faccio sempre: mi piace tantissimo!”</p>
<p>E aveva iniziato a riempirmi di baci su per il collo, mentre io restavo immobile, congelato dalla situazione e da quelle parole.</p>
<p>“L’uomo….lo faccio sempre…”</p>
<p>vedendo che non recuperavo entusiasmo si staccò, mi prese i vestiti e fece per scappare.</p>
<p>La guardai : capii che dovevo accettare le sue regole, il suo gioco e solo cosi potevo divertirmi con lei.</p>
<p>Presi il tubo della doccia e lo puntai come una pistola, guardandola con un giocoso disprezzo: “Non so chi sei, come ti chiami, cosa fai, so solo che sei sul mio cammino”</p>
<p>“Gisella”, mi disse timida mentre io aprivo la doccia, senza scrupolo, sacrificando lei e i miei vestiti al gioco. Dopo un po’, continuando a dirigere lo spruzzo, mi resi conto che stava nel suolo, e non si muoveva. Spensi l’acqua, vidi che boccheggiava, senza riuscire a respirare. Mi avvicinai, la guardai e invece di baciarla le tolsi una ciocca di capelli che le scivolavano tra le labbra.</p>
<p>Mi indicò con la mano la sua borsa. Corsi a prenderla, estrasse un Ventolin e iniziò a farsi respirare da quello strano oggetto. Non avevo mai visto un oggetto simile e, credendolo una droga, mi allontanai di qualche passo. Quando si riprese mi guardò, sorrise timida : “mi chiamo Gisella e soffro d’asma, ogni tanto”.</p>
<p>Ci amammo per vari anni, soprattutto attraverso lunghe lettere, perché uno e l’altro vivemmo altrove.</p>
<p>Morì tra una lettera e un’altra, in una di quelle pause necessariamente lunghe nella nostra conversazione. Mi chiamò un giorno sua madre, me lo disse, senza fronzoli. Lo accettai come un fatto, senza domande.</p>
<p>Dieci giorni dopo ricevetti una sua ultima lettera, che mi aveva raggiunto oltre la morte: allegra, idealista, spensierata, macchinando progetti e aggrovigliando idee.</p>
<p>Ignara che era già morta, al momento di ascoltarla scritta. Venne quella lettera a rendermi più astratta la morte.</p>
<p>Anche gli altri morirono astratti, senza lasciarmi guardare, né capire.</p>
<p>Tornando a casa dall’ultimo funerale di quell’anno imbarazzante, mi sentii l’odore addosso.</p>
<p>Mi svegliai la mattina dopo e avevo i capelli bianchi: il mio corpo aveva intuito prima di me la frattura, aveva capito che si diventa vecchi, semplicemente perché è arrivato il momento. Io ci misi molto più tempo ad accettarlo e, giustamente come un vecchio, mi tinsi i capelli.</p>
<p>Non mi mancavano le persone: mi mancava la forza per ridurre tutto in ricordo.</p>
<p>Mi sentii solo non perché non c’erano, ma perché avevo la responsabilità di non dimenticare.</p>
<p>Capii che le persone, quando muoiono lasciano il proprio corpo, per andare ad appoggiarsi su chi le ricorda: ne aumentano il peso e moltiplicano i dialoghi che si sussurrano nelle loro menti.</p>
<p>Non potevo più pensare solo a me stesso: dovevo pensare anche a loro, adesso.</p>
<p>E non ne avevo voglia.</p>
<hr />
<p>&nbsp;</p>
<p style="font-weight: 400;"><strong>Manuel Maria Perrone.</strong> Artista. Svizzero. Più neutro del formaggio, più puntuale del cioccolato.</p>
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		<title>Ciao, Giulio</title>
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		<dc:creator><![CDATA[antonio sparzani]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 17 Jun 2020 10:00:29 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[Aristotele]]></category>
		<category><![CDATA[covid19]]></category>
		<category><![CDATA[filosofia]]></category>
		<category><![CDATA[Giulio giorello]]></category>
		<category><![CDATA[pandemia]]></category>
		<category><![CDATA[Paul K. Feyerabend]]></category>
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					<description><![CDATA[di Antonio Sparzani (l&#8217;altroieri 15 giugno è morto Giulio Giorello, filosofo nel senso più largo del termine, oltre che amico e compagno di percorsi culturali) non ho voglia di scriverti un necrologio, che già la parola mi fa orrore, ho voglia piuttosto di ripensare e magari raccontare a chi legge qualche episodio della nostra amicizia, [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Antonio Sparzani</strong><br />
(l&#8217;altroieri 15 giugno è morto Giulio Giorello, filosofo nel senso più largo del termine, oltre che amico e compagno di percorsi culturali)</p>
<figure id="attachment_85297" aria-describedby="caption-attachment-85297" style="width: 234px" class="wp-caption aligncenter"><img loading="lazy" class="wp-image-85297 size-medium" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/06/Giulio-Giorello-234x300.jpg" alt="" width="234" height="300" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/06/Giulio-Giorello-234x300.jpg 234w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/06/Giulio-Giorello-768x986.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/06/Giulio-Giorello-798x1024.jpg 798w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/06/Giulio-Giorello-250x321.jpg 250w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/06/Giulio-Giorello-200x257.jpg 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/06/Giulio-Giorello-160x205.jpg 160w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/06/Giulio-Giorello.jpg 800w" sizes="(max-width: 234px) 100vw, 234px" /><figcaption id="caption-attachment-85297" class="wp-caption-text">Giulio Giorello a un congresso nel 2014</figcaption></figure>
<p>non ho voglia di scriverti un necrologio, che già la parola mi fa orrore, ho voglia piuttosto di ripensare e magari raccontare a chi legge qualche episodio della nostra amicizia, amicizia che viene davvero da lontano: ti conobbi quando venisti, col tuo capo di allora, nientemeno che Ludovico Geymonat, a partecipare a un’assemblea studentesca all’Istituto di Fisica in via Celoria negli ultimi ruggenti anni ’60 del secolo scorso. Eravamo entrambi nella nostra terza decina d’anni, assetati di nuovo e, si può anche dire, di rivoluzionario. Ricordo con grande orgoglio che io intervenni nell’assemblea e che Geymonat in persona si complimentò con me, roba da camminare a un metro d’altezza per tutta la giornata.<br />
Un po’ alla volta ci conoscemmo, caro Giulio, e mi pare che iniziammo ad apprezzarci a vicenda, io fisico quasi imberbe, giunto da poco da Pavia, tu filosofo e in più con laurea in matematica conseguita proprio a Pavia, con un grande prof che entrambi in anni diversi avemmo, Enrico Magenes (1923-2010).<br />
Non fummo mai amici intimi, di quelli che si raccontano tutti i loro segreti, ma in qualche modo sapevamo di poter contare l’uno sull’altro. Io vivevo a città studi con la mia moglie di allora e tu stavi, nella stessa zona, coi tuoi genitori; ma, da bravo <em>tombeur de femmes</em> che eri, avevi affittato un appartamentino in via Inama, sempre lì in zona, che fungeva, diciamo, da <em>garçonnière </em>e fosti così gentile da prestarmela quando mi separai da mia moglie, gennaio 1982, e mi lasciasti stare lì finché non trovai un appartamento in cui andare a stare da single.<br />
Venivo a trovarti qualche volta nel tuo studio al secondo piano in uno dei cortili di via Festa del Perdono e ci scambiavamo notizie e opinioni per noi assai interessanti: quando a me serviva qualche ragguaglio un po’ serio di filosofia, tu eri sempre prodigo di ottime informazioni, così come quando tu avevi bisogno per i tuoi studi di qualche dettaglio in più di fisica, ricorrevi al mio aiuto, per quel che riuscivo a darti.<br />
Quello che mi piaceva di te era la varietà di interessi che avevi e che sei andato sempre più ampliando, da Aristotele a Topolino, come oggi dice qualche giornale, e soprattutto l’ironia che mettevi anche nelle tue più serie elaborazioni. Tu mi facesti conoscere Feyerabend e il suo straordinario <em>Contro il Metodo</em>, che a suo tempo mi studiai con grande interesse. Ti dicevi un po’ eretico, ma eretico da ché, poi? Dalla religione della scienza certamente, così come del resto dalla religione <em>tout-court</em>. Sì, ma il tuo ateismo non era di quelli assatanati dello sbattezzo, tanto che volentieri dialogasti con il cardinal Martini e collaborasti con la cosiddetta Cattedra dei non Credenti.<br />
Fosti così gentile da chiedermi di fare qualche lezione del tuo corso bellissimo di filosofia della scienza, sempre sotto la tua supervisione, e per me fu un grande piacere e onore avere davanti una folta platea di studenti veramente interessati alle tante problematiche cui tu li avevi avvezzati. Collaborammo anche in altri scritti e sempre mi piaceva la tua onestà intellettuale, non così frequente neppure tra gli accademici d’oggidì. Amavi l’Irlanda, dove fosti più volte, amavi la birra irlandese e avevi letto e riletto l’Ulisse con raro puntiglio e accuratezza. E soprattutto, quando parlavi, anche se tenevi una conferenza, non avevi quel tono solenne e autoritario che spesso, sempre nell’accademia, si riscontra, ma un tono più pacato, semmai talvolta, quando era il caso, polemico, sembrava quasi che parlassi a te stesso, ancorché citando spesso con precisione le fonti da cui riportavi giudizi e affermazioni. Insomma, non eri noioso da ascoltare, mai.<br />
Non so, perché era un po’ che non ci sentivamo, come mai tu ti sia preso il malefico covid, spero tu non abbia fatto imprudenze, ma so che avevi avuto pochi anni fa problemi cardiaci piuttosto pesanti e questo è stato evidentemente fatale. Mi dispiace molto non poter più usare quel numero di cellulare un po’ speciale a cui mi avevi detto ti potevo chiamare con una certa sicurezza. Se, contrariamente alle tue convinzioni, sei per caso andato da qualche parte che noi qui ignoriamo, confido che tu stia bene e che tu abbia una bella nuova esperienza, che certamente ti piacerà, come sempre ti piacevano tutte le cose nuove e belle.</p>
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		<title>Uscire di casa, entrare in città (2 di 2)</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2020/06/01/uscire-di-casa-entrare-in-citta-2-di-2/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[gianni biondillo]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 01 Jun 2020 12:00:55 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[territorio]]></category>
		<category><![CDATA[vasicomunicanti]]></category>
		<category><![CDATA[architettura]]></category>
		<category><![CDATA[casa]]></category>
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		<category><![CDATA[coronavirus]]></category>
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										<content:encoded><![CDATA[<figure id="attachment_84841" aria-describedby="caption-attachment-84841" style="width: 559px" class="wp-caption alignleft"><img loading="lazy" class=" wp-image-84841" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/06/gente.jpg" alt="" width="559" height="376" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/06/gente.jpg 757w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/06/gente-300x202.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/06/gente-250x168.jpg 250w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/06/gente-200x134.jpg 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/06/gente-160x108.jpg 160w" sizes="(max-width: 559px) 100vw, 559px" /><figcaption id="caption-attachment-84841" class="wp-caption-text">Corso Buenos Aires nella &#8220;fase 2&#8221;</figcaption></figure>
<p><em>Seconda parte di un testo pubblicato ieri su </em><a href="https://ordine.laprovinciadicomo.it/">L&#8217;Ordine</a><em>. La prima l&#8217;ho condivisa la scorsa settimana, <a href="https://www.nazioneindiana.com/2020/05/25/uscire-di-casa-entrare-in-citta-1-di-2/">qui</a>.</em> G.B.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p align="JUSTIFY"><span style="color: #000000;"><span style="font-size: medium;">di <strong>Gianni Biondillo</strong></span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="color: #000000;"><span style="font-size: medium;">A un livello di ragionamento più serio e profondo c&#8217;è chi si è chiesto se un ritorno ai borghi abbandonati fosse una soluzione di fronte a una pandemia che ha tenuto in scacco le nostre città, paralizzandole. Ovviamente pensare a una corrispondenza biunivoca – svuotare le città per riempire i borghi – può apparire un po&#8217; troppo semplificatorio. E le soluzioni semplici non esistono. Pensare che si possa ancora contrapporre città a campagna è un modo vecchio di interpretare il territorio. A ben vedere i primi focolai del Covid19 non sono esplosi a Brescia, Padova o Milano. Questo perché abitiamo in una rete di relazioni. Lodi, Alzano, Cremona, Codogno, Vo&#8217; Euganeo, sono parti della rete, elementi della metropoli a scala macroterritoriale. Non è un problema di distanze ma di altimetrie. L&#8217;Italia spopolata è quella che sta oltre i seicento metri d&#8217;altitudine. Ma è anche quella più complicata da raggiungere e da mettere a sistema nella rete di relazioni sociali ed economiche. Non è pensabile di trasformarla semplicemente in un bacino di decantazione di seconde case per cittadini spaventati. Occorre, insomma, pensare a questi territori come luoghi di sperimentazione da integrare, e non contrapporre, col resto del territorio.</span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="color: #000000;"><span style="font-size: medium;">L&#8217;idea che questa pandemia cambierà in modo radicale le nostre città scaturisce dallo sgomento contingente che ci fa dimenticare come questa non sia la prima epidemia che è venuta a bussare alla nostra porta. A ben vedere, ad ogni morbo, influenza, pestilenza che fosse, le soluzioni sono sempre state le stesse: isolamento e attesa. Così come le reazioni di insofferenza. Dalle crisi impariamo sempre meno di quanto ci si augura: Tucidide ci racconta di come la peste del V secolo a.c. avesse scatenato istinti nichilisti e dilapidatori negli ateniesi, Boccaccio di donne fiorentine che di fronte al morbo si abbandonano a comportamenti disonorevoli, Samuel Pepys, nella peste londinese del 1665 (giusto per non citare il solito Manzoni), di gente che aveva perduto la ragione disattendendo volontariamente le norme della quarantena. Eppure, non ostante l&#8217;apparente crollo di ogni remora e la prospettiva di un futuro dove l&#8217;anarchia dell&#8217;</span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-size: medium;"><i>homo omini lupis </i></span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-size: medium;">avrebbe regnato suprema, non ostante vagheggiamenti di vite campestri e sogni bucolici, non si è mai smesso di abitare le città. </span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="color: #000000;"><span style="font-size: medium;">Dal punto di vista dell&#8217;hardware urbano cambierà ben poco, insomma. L&#8217;architettura ha una sua inevitabile grevità, lentezza, farragine. Non si po&#8217; ridisegnare tutto, abbattere tutto per ricostruire tutto daccapo, è una proposta retorica, emotiva, e sarebbe comunque una operazione inutilmente titanica. Viviamo in spazi codificati da secoli, la stratigrafia non è solo materiale (mai per davvero il passato e scomparso dalle nostre città) ma anche e sopratutto culturale (abitiamo modernamente e allo stesso tempo seguendo abitudini antiche). Quello che occorre fare è ciò che abbiamo sempre fatto: riusare in modo nuovo il già dato. Fare un aggiornamento del software urbano, per migliorare la resa della macchina metropolitana. </span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="color: #000000;"><span style="font-size: medium;">La forza dell&#8217;architettura sta nella sua apparente debolezza: il tempo che intercorre da quando viene ideata a quando viene materialmente prodotta. Nessuna architettura è mai davvero contemporanea al suo tempo. Nessun programma distributivo, tecnologico, tipologico, potrebbe rispondere a una richiesta immediata, urgente. C&#8217;è uno spazio di aleatorietà e versatilità che viene naturalmente incorporato dalla cassa muraria di un edificio. E una sua connaturata attitudine all&#8217;adattamento. Ciò che sembra perciò rigido e inattuale è anche capace di farsi riusare di volta in volta in modo differente. È così che riusciamo ad avere edifici che nei secoli sono nati con una funzione per poi contenerne altre, nuove e differenti: chiese che diventano auditori, fabbriche che diventano appartamenti, case popolari che diventano abitazioni di lusso, rovine archeologiche che diventano palazzi nobiliari, gasometri che diventano spazi espositivi, manieri che diventano uffici, cascine che diventano alberghi, eccetera.</span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="color: #000000;"><span style="font-size: medium;">Caldeggio il ripristino di due discipline nate con la rivoluzione industriale e che s&#8217;è smesso di insegnare da tempo dei corsi universitari: l&#8217;igiene ambientale e l&#8217;architettura sociale. Campi di ricerca che devono studiare e approfondire le fragilità che sono sorte con il virus sapendo che le risposte non saranno quelle massive del secolo scorso. Non è di megastrutture che abbiamo bisogno, ma di un programma di intervento capillare, parcellizzato e coordinato. Uno spazio d&#8217;intervento in realtà enorme, capace di coinvolgere nuovi creativi e piccoli imprenditori, prima ancora che grandi studi di progettazione o enormi imprese di costruzioni.</span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="color: #000000;"><span style="font-size: medium;">Immagino designer che studiano quali dispositivi sanitari ideare per il nostro uso quotidiano (abiti, mascherine, protezioni) che non siano punitivi e mortificanti; oppure penso a nuovi spazi di decantazione e igienizzazione condivisi, negli ingressi, atri, o ai cancelli dei cortili, che mettano in sicurezza l&#8217;abitante del condominio evitando di rubare spazio prezioso al singolo appartamento per le operazioni di sanificazione; e poi la rivalorizzazione degli spazi semiprivati, condivisi, come i ballatoi, i cortili, i giardini interni, i corpi scala, dando loro funzioni nuove e nuovi usi (camere di decompressione, spazi per le attività fisiche, luoghi di scambio, ecc.). Sperimentazioni che si riverseranno nelle nuove progettazioni alle quali, pare evidente, sarà doverosa una attenzione che prima non sembrava necessaria. Le nostre case non saranno solo covo, tana o rifugio dove escludersi dal mondo, ma cellule minime dalla geometria frattale nelle quali si riverbera e si legge la complessità urbana di cui fanno parte. Quindi balconi, terrazze, affacci urbani, giardini pensili, funzioni condivise, spazi di igienizzazione, terme, biblioteche condominiali, sedi per la consegna, la vendita e il ritiro delle merci, eccetera. Condomini come piccole comunità che riescono ad essere aperte alla città (cosa ben differente dalla gate community) e allo stesso tempo pronte a non perdere la possibilità di uno scambio sociale, in caso di nuovi allarmi sanitari, mantenendo il dovuto distanziamento fisico. </span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="color: #000000;"><span style="font-size: medium;">Crescendo di scala la geometria frattale non cambia forma e attitudine. Allo stesso modo della politica abitativa di “vicinato condiviso” dovremo rendere in molte funzioni autosufficienti i singoli quartieri, rivivificandoli con attività e servizi (dalla vendita al dettaglio al presidio medico). Il giardino pubblico non sarà uno spazio di risulta abbandonato, ma un punto strategico capace di fare da camera di decompressione durante le emergenze e allo stesso tempo spazio quotidiano per la socialità di quartiere. Apriremo e chiuderemo a macchia di leopardo, nel caso di eventuali nuove epidemie, via via, i singoli appartamenti, i singoli condomini, i singoli vicinati, i singoli quartieri, rendendoli comunque tutti sicuri e socialmente autosufficienti.</span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="color: #000000;"><span style="font-size: medium;">Perché questo accada, a scala metropolitana, bisogna saper intervenire in modo innovativo sul nodo delle infrastrutture. Usciti dalla quarantena e dal blocco conseguente è il sistema della mobilità che potrebbe avere le più forti sofferenze, capaci di mettere in crisi l&#8217;intero sistema. Per ora i numeri sono impietosi, per mantenere le distanze di sicurezza la mobilità pubblica farà fatica a svolgere il suo compito. Ma quello di cui dobbiamo avere il coraggio di fare, anche a costo di essere impopolari, è abbandonare da subito la tentazione di un utilizzo massivo della mobilità privata, che forse può farci sentire al sicuro (nel chiuso dei nostri abitacoli) ma innescherebbe una reazione a catena ingovernabile. Abbiamo già dato, in termini di inquinamento e di stress.</span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="color: #000000;"><span style="font-size: medium;">Il vero Moloch che dobbiamo abbattere è il codice della strada, da abbandonare al più presto per scriverne uno differente che ci permetta una nuova mobilità davvero innovativa. Rallentare la città negli ambiti di quartiere, insistere su nuove linee di mezzi pubblici, leggeri, non invasivi, ecologici, stimolare il </span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-size: medium;"><i>car sharing</i></span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-size: medium;"> e l&#8217;utilizzo di piccole automobili elettriche, dare centralità, nei piccoli tragitti, alle due ruote (biciclette, scooter, bicicli a pedalata assistita, monopattini, ecc.) e alla pedonalità. Una mobilità più lenta, certo, ma più ecologica, capace di stimolare l&#8217;equilibrio psicofisico della popolazione, rendendola più sana e più resistente all&#8217;eventuale prossima emergenza.</span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="color: #000000;"><span style="font-size: medium;">Non dico di escludere l&#8217;automobile privata, ma renderla una opzione fra le tante. Se si lascia campo aperto, per ragioni d&#8217;emergenza temporanea, alla vecchia mobilità privata si fa un passo indietro difficile poi da colmare: le soluzioni temporanee in Italia diventano, per abitudine, definitive. Sono scelte che sicuramente troveranno resistenze. Ogni cambiamento le provoca, occorre prepararsi all&#8217;inevitabile scontro, ma una politica lungimirante deve accettare la possibilità di non essere popolare.</span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="color: #000000;"><span style="font-size: medium;">Una metropoli inclusiva e frattale avrà a scala più larga anche percorsi più veloci, aree di grande distribuzione, ospedali d&#8217;eccellenza, centri direzionali. Ma non punterà il suo sviluppo solo su quelli. Anche perché il tema delle infrastrutture non si ferma solo a quelle fisiche, materiali, ma coinvolge, mai come ora, quelle digitali. Nei quasi tre mesi di quarantena abbiamo stressato oltremodo la rete dimostrando quanto sia necessaria e inadeguata. Abbiamo bisogno di una città iperconnessa. Ma una infrastruttura strategica (quale quella digitale) non può essere affidata solo ai privati. Così come nell&#8217;ottocento le ferrovie e nel novecento le autostrade venivano finanziate ed erano sostanzialmente di proprietà pubblica, altrettanto oggi dovremmo ridefinire i ruoli e le proprietà delle infrastrutture digitali. Fateci caso: nei giorni della quarantena gli incontri virtuali, il lavoro agile, la didattica a distanza sono state tutte attività svolte su piattaforme private. Abbiamo demandato a realtà che hanno come primario e legittimo interesse il profitto la gestione delle infrastrutture che ci definiscono come comunità: scuola, lavoro, socialità.</span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="color: #000000;"><span style="font-size: medium;">In fondo per queste realtà produttive tenerci a casa, nel nome della nostra sicurezza, è un&#8217;ottima fonte di guadagno. Ma da quando abbiamo smesso di essere cacciatori raccoglitori, da quando abbiamo scommesso sulle città, il contatto con gli altri è il nostro patto comunitario. Ecco perché occorre tornare ad investire sulla scuola. L&#8217;istruzione è un diritto costituzionale al pari della salute. L&#8217;utilizzo della didattica a distanza, anche il migliore e più aggiornato utilizzo, non può sostituirsi al laboratorio di socialità pubblica e di cittadinanza che è lo spazio fisico di una scuola. Alle strutture esistenti occorrerà ridefinire spazi e modalità, alle nuove, funzioni ulteriori.</span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="color: #000000;"><span style="font-size: medium;">E allo stesso modo, il lavoro agile (quello che viene odiosamente chiamato </span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-size: medium;"><i>smart working</i></span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-size: medium;"> cosicché la pillola sembri meno amara) deve essere solo una opportunità aggiuntiva, non l&#8217;unica soluzione agibile. Il lavoro (su cui si fonda la nostra stessa costituzione) resta uno dei luoghi elettivi di socialità e di presa di coscienza collettiva. Non possiamo trasformarci in monadi indipendenti, tutti chiusi nelle nostre stanze private, fragili e perciò manipolabili, dediti soltanto al “produci-consuma-crepa”.</span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="color: #000000;"><span style="font-size: medium;">Certo, rallentare la città e allo stesso tempo continuare a volerla fruire a tutte le scale può sembrare una aspirazione inattuabile. E lo sarà se non si metterà mano a una progettazione coordinata del nostro tempo. Oggi non è più il Piano Regolatore del Territorio novecentesco &#8211; quello che definiva lo spazio di una città e le sue funzioni &#8211; che deve interessarci, ma un Piano regolatore del tempo urbano. Non dico nulla di nuovo, in realtà. Sono almeno trent&#8217;anni che se ne parla, e alcune città hanno già previsto chi un Piano del tempo libero, chi un Piano Territoriale degli Orari. Ma sono sempre stati strumenti accessori, spesso ornamentali, quasi gentili concessioni a studiose (donne per la maggior parte) rompiscatole che della armonizzazione del tempo familiare con quello lavorativo avevano fatto una battaglia di civiltà. Oggi quel campo di studi, all&#8217;apparenza minoritario, di “genere”, si dimostra centrale. </span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="color: #000000;"><span style="font-size: medium;">Una città che ha bisogno di più tempo, che deve rallentare, che deve saper utilizzare tutto il suo spazio senza più rubarne altro al territorio ormai sfinito, deve ottimizzare i tempi del lavoro, dello studio, delle incombenze burocratiche e di quelle domestiche, del tempo libero (da ridefinire come concetto), degli incontri pubblici, del riposo. Ottimizzare non vuol dire irreggimentare, ma rendere più plastiche le nostre giornate, migliorando le opportunità che la città ci mette a disposizione. Fra queste suggerisco un investimento consistente sulla biodiversità (immagino aree lasciate “a maggese”) e sull&#8217;agricoltura urbana. </span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="color: #000000;"><span style="font-size: medium;">Insomma, cambiare negli interstizi la metropoli, per cambiarla per davvero. Perché se è vero che dopo la pandemia nulla sarà com&#8217;era prima, non vorrei che fosse però in peggio. Prima o poi un vaccino verrà trovato e raggiungeremo la tanto agognata immunità di gregge, ma il morbo più difficile da estirpare è quello che ci è stato inoculato in questi mesi. Quello che ci ha trasformati in sceriffi che davano la caccia agli untori, delatori diffidenti di tutti, spaventati persino di uscire di casa per una semplice passeggiata. La sindrome del sospetto, l&#8217;ossessione a barricarci per difenderci è un&#8217;idea punitiva e oscura della città che non posso accettare. L&#8217;idea di muoverci solo per ragioni utilitarie, solo per fare acquisti, o andare al lavoro, per poi rintanarci nei nostri bunker protetti è puro antiurbanesimo. Abbiamo bisogno anche di luoghi inutili e di perdigiorno. Lo spazio ludico, lo spazio inutile, il tempo perso, sono rigeneranti. Sono doni disinteressati di scintillante felicità.</span></span></p>
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		<title>Uscire di casa, entrare in città (1 di 2)</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2020/05/25/uscire-di-casa-entrare-in-citta-1-di-2/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[gianni biondillo]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 25 May 2020 12:00:14 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[(Condivido la prima parte di un testo pubblicato ieri su L&#8217;Ordine &#8211; inserto culturale de La Provincia di Como &#8211; ma scritto oltre un mese fa. Certe cose, sopratutto in questa prima parte, sono forse troppo legate al contingente. La seconda parte, più specifica, la pubblicherò lunedì prossimo. G.B.) di Gianni Biondillo Stare sotto i [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<figure id="attachment_84826" aria-describedby="caption-attachment-84826" style="width: 599px" class="wp-caption alignleft"><img loading="lazy" class="wp-image-84826 " src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/05/IMG_0759.jpg" alt="" width="599" height="457" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/05/IMG_0759.jpg 735w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/05/IMG_0759-300x229.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/05/IMG_0759-250x191.jpg 250w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/05/IMG_0759-200x153.jpg 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/05/IMG_0759-160x122.jpg 160w" sizes="(max-width: 599px) 100vw, 599px" /><figcaption id="caption-attachment-84826" class="wp-caption-text">Corso Buenos Aires a Milano durante il blocco.</figcaption></figure>
<p align="JUSTIFY"><span style="color: #000000;"><span style="font-size: medium;">(<i>Condivido la prima parte di un testo pubblicato ieri su </i><a href="https://ordine.laprovinciadicomo.it/">L&#8217;Ordine</a> &#8211; <i>inserto culturale de </i>La Provincia di Como &#8211;<i> ma scritto oltre un mese fa. Certe cose, sopratutto in questa prima parte, sono forse troppo legate al contingente. La seconda parte, più specifica, la pubblicherò lunedì prossimo. </i>G.B.)</span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="color: #000000;"><span style="font-size: medium;">di <strong>Gianni Biondillo</strong></span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="color: #000000;"><span style="font-size: medium;">Stare sotto i riflettori del sistema mediatico è una tentazione alla quale pochissimi sanno resistere. Gli accigliati professori, ricercatori, scienziati, da sempre chiusi nei loro laboratori, esclusi dall&#8217;immaginario collettivo, se non come scienziati pazzi, nerd asociali, afasici e ininfluenti, si sono ritrovati d&#8217;improvviso al centro della scena durante la crisi pandemica scatenata dal Covid19. Così, non c&#8217;è stata trasmissione radio o televisiva, diretta su internet, articolo di fondo, intervista di quotidiano o settimanale che non ce li mostrasse. Santoni a cui chiedere vaticini, guru, maestri di vita e persino di stile e comportamento. La televisione è capace di banalizzare ogni cosa, di infettarla, di depotenziarla di ogni complessità. Io per primo, immerso in questo mondo di comunicazione malata, non mi sono perso una singola parola, una sola sillaba. Spesso, per eccesso di offerta, confondendo nomi, scienziati, posizioni, teorie.</span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="color: #000000;"><span style="font-size: medium;">Poi l&#8217;altro giorno, leggendo l&#8217;ennesima intervista all&#8217;ennesimo epidemiologo, ho avuto come una illuminazione che mi ha fatto tornare in mente un ricordo sepolto. Erano ancora gli anni delle superiori, un mio professore, un ingegnere, ci raccontò durante una lezione, di un suo viaggio fatto con un gruppo di suoi colleghi alla diga del Vajont. Il racconto dell&#8217;ingegnere era vivido e pieno d&#8217;entusiasmo. La diga aveva retto. Non ostante la frana era ancora lì, bellissima espressione della tecnologia del cemento armato. Avevo non più di diciassette anni, ora che ci penso. Eppure una cosa, mentre ascoltavo le memorie dell&#8217;ingegnere, l&#8217;avevo capita d&#8217;istinto: per me quella diga era un monumento tragico, l&#8217;emblema del fallimento, la lastra tombale sul mito delle </span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-size: medium;"><i>magnifiche sorti e progressive,</i></span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-size: medium;"> la materiale constatazione di una politica inetta, indifferente al contesto, l&#8217;insulto a una popolazione inerte e sacrificata insensatamente, l&#8217;ignobile pressapochismo degli interessi di parte. Eppure non una parola sulla tragedia, da parte del mio professore. Solo i suoi occhi scintillanti d&#8217;entusiasmo di fronte alla qualità ingegneristica del prodotto finito. Fu questa la lezione più profonda, e la più involontaria da parte sua, che ricevetti quel giorno. Lo sguardo competente, lo sguardo tecnico (di qualunque disciplina si parli, umanistiche comprese), chiude la visione ad un recinto circoscritto per meglio valutarlo. Ma questa forma di ottimizzazione esclude la complessità. Se non facciamo un salto di specie &#8211; dalla competenza alla conoscenza &#8211; troveremo forse soluzioni immediate alle condizioni di partenza, ad esempio quelle emergenziali, ma perdendo grandemente in complessità a lungo andare la toppa potrebbe diventare peggiore del buco.</span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="color: #000000;"><span style="font-size: medium;">La soluzione alla pandemia proposta dall&#8217;epidemiologo in quella intervista era a modo suo di semplice applicazione e di immediato e sicuro effetto. Non solo dovevamo restare tutti </span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-size: medium;"><i>a</i></span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-size: medium;"> casa (dal lavoro), e tutti </span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-size: medium;"><i>in</i></span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-size: medium;"> casa (c&#8217;è una bella differenza. Non andare in luoghi promiscui – quali fabbriche o uffici &#8211; non significa necessariamente chiudersi in casa), ma, nelle nostre case, ognuno di noi &#8211; genitori, figli, coniugi, nipoti – ogni singolo individuo residente in quell&#8217;appartamento, avrebbe dovuto isolarsi da tutti gli altri. Tutti, dato che nessuno aveva la certezza di essere infetti o meno, asintomatici o sani. Il virus sarebbe scomparso inevitabilmente, per impossibilità al contagio. Così, d&#8217;acchito, sembrava persino ovvio, evidente. Un po&#8217; come da ragazzi, quando a scuola ci facevano risolvere equazioni lunghissime e complesse che a furia di semplificazioni, somme e sottrazioni ottenevano un risultato evidente, pacificante. Ma se quelle equazioni avevano una ragion d&#8217;essere prettamente pedagogica, ci hanno di contro fatto illudere che a problemi all&#8217;apparenza complessi ci fossero sempre e comunque soluzioni semplici. Ma la vita dovrebbe averci insegnato che le soluzioni semplici a problemi complessi sono sempre sbagliate. Non sto qui a dire che essere in cinque in casa non significa avere una casa con cinque ambienti separati, oltre a quelli di servizio. E anche se, forzando per assurdo, d&#8217;improvviso avessimo a disposizione interi edifici fatti a cellette dove riporci tutti separati l&#8217;uno dall&#8217;altro, avremmo forse così risolto il problema momentaneo, ma quali conseguenze catastrofiche alla psicologia collettiva avremmo innescato? </span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="color: #000000;"><span style="font-size: medium;">La società e la socialità sono temi complessi, occorrono perciò soluzioni complesse, non semplificate. Gli scienziati si ascoltano, così come gli ingegneri o gli astrofisici, non possiamo fare a meno delle loro competenze, ma poi se stiamo parlando di società, occorre una buona politica che sappia fare sintesi di ogni voce. </span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="color: #000000;"><span style="font-size: medium;">A ben vedere l&#8217;illusione di una soluzione tecnologica ad ogni emergenza, chiamando all&#8217;appello le migliori menti della scienza per eliminare ogni ostacolo che ci faccia inciampare lungo la strada a cui siamo destinati, è dal punto di vista intimamente filosofico il peccato originale della nostra specie (quella umana) e dell&#8217;economia (liberista) che ci contraddistingue negli ultimi secoli. Siamo convinti come specie di poter gestire tutte le avversità che la Natura ci oppone, quasi ci fosse nemica. Ma, Leopardi lo sapeva, la Natura ci è semplicemente indifferente. Ogni specie cerca la sua strada adattandosi al contesto. Come esseri umani abbiamo colonizzato il globo, spesso impoverendo fino allo stremo la biodiversità. Ma allo stesso tempo, in quanto esseri infestanti, diventiamo vettori perfetti per altre realtà biologiche. Che sia un batterio o un virus, nuovo, mutato o antichissimo, se trova il modo di diffondersi lo farà. Lo ha sempre fatto anzi, siamo noi che abbiamo la memoria cortissima. È accaduto e accadrà ancora. </span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="color: #000000;"><span style="font-size: medium;">È un tema, mi pare evidente, di chiara matrice ambientale ed ecologica. Ma quelli che oggi si inginocchiano di fronte agli scienziati per chiedere al più presto una soluzione alla pandemia sono gli stessi che non hanno mai tenuto conto del loro grido d&#8217;allarme che dura da decenni. “Ora che è passato l&#8217;allarme” me li immagino dire nel prossimo futuro “potete tornare nei vostri laboratori e nelle vostre università, lasciateci lavorare e non rompete le scatole con problemi che non si vedono. Che stanno in Amazzonia o al Polo Nord.” E, sono pronto a scommetterci, quel circo mediatico che oggi starnazza dicendo che nulla sarà come prima &#8211; dopo aver superato la Fase 2 o la Fase 3 che dir si voglia &#8211; dimenticherà molto in fretta di invitare in prima serata quei barbosi scienziati che potrebbero apparire agli spettatori come uccelli del malaugurio. Meglio una bella rubrica di astrologia. </span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="color: #000000;"><span style="font-size: medium;">È sempre una questione di parole. (Ricordate Nanni Moretti? “Chi parla male pensa male e vive male”). Spesso usate a sproposito, con incompetenza o, peggio, con malizia. Alcune di queste infestano il discorso pubblico da anni, altre volte le vediamo apparire d&#8217;improvviso, come una epifania. All&#8217;inizio della diffusione del virus si discuteva largamente di </span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-size: medium;"><i>quarantena</i></span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-size: medium;">, poi, da quando il coronavirus è sbarcato negli USA, dall&#8217;oggi al domani non c&#8217;è stato esperto o giornalista che non abbia parlato o scritto di </span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-size: medium;"><i>lockdown</i></span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-size: medium;">. Che bisogno c&#8217;era di prendere a prestito quella parola? Non bastavano </span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-size: medium;"><i>blocco</i></span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-size: medium;"> oppure </span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-size: medium;"><i>isolamento</i></span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-size: medium;">? È solo un fatto di sudditanza culturale, oppure abbiamo creduto che usando un termine inglese il discorso si sarebbe fatto più tecnico, asettico, specialistico?</span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="color: #000000;"><span style="font-size: medium;">Ma la locuzione che continuo a non sopportare è </span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-size: medium;"><i>distanziamento sociale</i></span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-size: medium;">, calco pedissequo di </span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-size: medium;"><i>social distancing</i></span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-size: medium;">. Mentre mi sono chiare le ragioni preventive delle azioni da intraprendere, trovo pericoloso l&#8217;utilizzo della formula così com&#8217;è. Ciò di cui abbiamo bisogno, per rallentare la diffusione di una malattia contagiosa, è un distanziamento </span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-size: medium;"><i>fisico</i></span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-size: medium;">, non di certo un distanziamento </span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-size: medium;"><i>sociale</i></span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-size: medium;">. Detto, tra l&#8217;altro, nell&#8217;epoca dei </span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-size: medium;"><i>social</i></span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-size: medium;"> sembra persino contraddittorio. A meno che, l&#8217;involontario sottotesto non voglia dire che, sì, è proprio un problema sociale. Di classi e condizioni sociali differenti. Che, non ostante la retorica imperante ci abbia voluto far credere che il virus colpisse tutti allo stesso modo, una sorta di livella democratica (alla maniera di Totò), in realtà, a ben vedere, appartenere a una determinata condizione sociale cambia le carte in tavola della partita. </span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="color: #000000;"><span style="font-size: medium;">Avere una casa grande, con una terrazza, o un giardino, viverci comodamente con la famiglia è ben diverso che restare intruppati in cinque, sei o più persone, in un bilocale con unico sfogo esterno delle semplici finestre. Avere la possibilità di continuare a lavorare in remoto, o fare didattica a distanza, non è per tutti. Una cosa è avere i dispositivi per tutti i componenti familiari, altro è avere a malapena un computer da condividere, se non semplicemente uno smartphone. (Unico strumento che ci ha permesso il contatto costante col mondo esterno. Ciò dovrebbe farci capire perché chi emigra dal cuore dell&#8217;Africa ne ha sempre uno con sé. Non certo per questioni di vanità, ma come bene essenziale). Lo stesso </span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-size: medium;"><i>lavoro agile</i></span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-size: medium;"> lo è solo per chi può. Ché restare a casa è stato possibile perché molti a casa non ci sono restati: operatori sanitari, coltivatori, trasportatori, forze dell&#8217;ordine, commessi di supermarket, addetti alla consegna a domicilio, eccetera. Persone esposte al morbo affinché noi non lo fossimo. Infine i fantasmi. In una mia sporadica uscita durante la quarantena ho letto, scritto su un muro: “Stare a casa = Privilegio di classe”. Perché c&#8217;è anche questo. C&#8217;è chi non solo a casa non poteva restarci per questioni lavorative, ma anche chi la casa non ce l&#8217;aveva proprio. E ne ho visti, di fantasmi: barboni, ubriaconi, clandestini, relitti. Le nostre città vuote non sono mai state vuote per davvero.</span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="color: #000000;"><span style="font-size: medium;">E poi, sempre discutendo di parole, ci sono le metafore improvvide. Entusiasmanti, a sentirle, coinvolgenti, ma pericolosissime. Penso, quando è iniziata la tragica conta dei morti, alla similitudine bellica. Siamo in guerra. Questa è una guerra. Gli infermieri, i medici, sono in prima linea. Sconfiggeremo il nostro nemico. E canti patriottici dai nostri balconi e sventolio di tricolori. Non ho nulla contro il tricolore, amo l&#8217;Italia, ho profondo rispetto e ammirazione per il lavoro degli addetti sanitari. Ma una pandemia non è una guerra. È una pandemia. È un&#8217;infezione, una malattia epidemica. Nessun nemico ci ha dichiarato guerra, a meno che non vogliamo credere che la Natura sia la nostra nemica (quanta arroganza, da parte nostra). La retorica bellica può darci forza in un primo momento, creando un sentimento di unione sociale (proprio mentre si sostiene il distanziamento sociale) ma a lungo andare diventa, citando Samuel Johnson (ma io lo conoscevo grazie a Stanley Kubrick), proprio come il patriottismo: “l&#8217;ultimo rifugio delle canaglie”. </span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="color: #000000;"><span style="font-size: medium;">Vivo nel capoluogo di una delle regioni al mondo più colpite dal Covid19. Il numero delle vittime mietuto è impressionante, da non farci dormire di notte. Non ostante continuassimo a dirci che “andrà tutto bene” &#8211; speranza doverosa, necessaria &#8211; era sempre più evidente che le cose non stavano affatto andando bene. Che c&#8217;era qualcosa di sbagliato nella gestione dell&#8217;emergenza. Qualcosa che stava a monte, nelle scelte politiche regionali che nel corso dei decenni avevano sempre più smantellato una sanità capillare, diffusa sul territorio, fatta di piccoli ospedali, di consultori, di medicina di vicinato, per puntare tutto sull&#8217;eccellenza di megastrutture ospedaliere, sopratutto private. Quando, per capirci, siamo passati a definire chi veniva ricoverato da </span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-size: medium;"><i>paziente</i></span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-size: medium;"> a </span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-size: medium;"><i>utente</i></span></span><span style="color: #000000;"><span style="font-size: medium;">. (le parole sono importanti, non dimentichiamolo mai). Di fronte a tale disfatta &#8211; non solo qui in Lombardia, sia chiaro – è bastato vellicare l&#8217;amor patrio, dichiarare guerra al coronavirus, unirsi a coorte contro il nemico invisibile, piangere i morti caduti in battaglia. I nostri eroi. No. I medici, gli infermieri che sono morti per contrastare l&#8217;epidemia non sono eroi morti in battaglia. Sono morti sul lavoro. Cioè morti per colpa di una sanità che non ha saputo garantire l&#8217;incolumità di chi stava lavorando, proprio come i muratori che cadono dalle impalcature o gli operai che contraggono il cancro per le pessime condizioni di sicurezza delle fabbriche. Il che rende tutto più tragico e più vero.</span></span></p>
<p align="JUSTIFY"><span style="color: #000000;"><span style="font-size: medium;">Parlare continuamente di guerra poi, significa immaginare già il dopoguerra. L&#8217;ho sentito più e più volte: l&#8217;Italia del dopoguerra, un nuovo dopoguerra, un nuovo Piano Marshall, la ricostruzione, il boom economico&#8230; Insisto, una guerra è una guerra. Ad un certo punto finisce. Si fanno trattati di pace, si smette di combattere col nemico. Si sgomberano le macerie, si ricostruisce. Ma una pandemia, lo ripeterò fino allo sfinimento, non è una guerra. Non siamo scesi a patti con alcun nemico (che è qui, con noi, e ci resterà), nessuna bomba ha abbattuto alcunché, non c&#8217;è nulla da sgomberare, non c&#8217;è nulla da ricostruire. Nel cuore della quarantena si sentiva di continuo che questa esperienza ci avrebbe cambiato, che nulla sarebbe stato più come prima. I più avveduti, i soliti menagramo, insistevano a dire che la normalità era un errore, che non si poteva tornare indietro. Ma le resistenze al cambiamento sono fortissime. L&#8217;importante, gattopardescamente, è far credere che tutto cambi affinché nulla cambi per davvero. Il rischio, insomma, è che le soluzioni per contenere la convivenza col virus siano proprio quelle che ci hanno portato a queste condizioni di crisi ambientale: un ritorno in massa alla mobilità privata e una “ricostruzione” che è in realtà una nuova colata di cemento, nel nome del distanziamento sociale, che si spalmerà in uno sprawl infinito che chiameremo città-giardino o “borgo sicuro”, per nobilitarlo (e venderlo meglio).</span></span></p>
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		<title>Meno bla bla e più fa&#8217; fa&#8217;</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2020/04/10/meno-bla-bla-e-piu-fa-fa/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[antonio sparzani]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 10 Apr 2020 12:00:16 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[a gamba tesa]]></category>
		<category><![CDATA[allarmi]]></category>
		<category><![CDATA[covid19]]></category>
		<category><![CDATA[Franz Di Maggio]]></category>
		<category><![CDATA[politica italiana]]></category>
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					<description><![CDATA[di Franz Di Maggio (conosco Franz per aver visto con quale passione e competenza si dedica a far conoscere e partecipare il teatro nelle scuole. Franz, 59 anni, è drammaturgo e regista teatrale. Ha fatto parte del think tank di Massimo Cacciari in Regione Veneto, da oltre trent&#8217;anni è attivista nel campo dei diritti civili [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di<strong> Franz Di Maggio</strong><br />
<img loading="lazy" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/04/PHOTO-2020-04-08-21-33-56-300x102.jpg" alt="" width="300" height="102" class="aligncenter size-medium wp-image-84079" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/04/PHOTO-2020-04-08-21-33-56-300x102.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/04/PHOTO-2020-04-08-21-33-56-250x85.jpg 250w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/04/PHOTO-2020-04-08-21-33-56-200x68.jpg 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/04/PHOTO-2020-04-08-21-33-56-160x55.jpg 160w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/04/PHOTO-2020-04-08-21-33-56.jpg 671w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /><br />
(conosco Franz per aver visto con quale passione e competenza si dedica a far conoscere e partecipare il teatro nelle scuole. Franz, 59 anni, è drammaturgo e regista teatrale. Ha fatto parte del <em>think tank</em> di Massimo Cacciari in Regione Veneto, da oltre trent&#8217;anni è attivista nel campo dei diritti civili e sociali. Collabora con il consolato della Repubblica di Armenia, con il Centro Culturale Ceco e con la Fondazione di Vaclav Havel con testimonianze sui diritti delle minoranze. E&#8217; fondatore del movimento politico &#8220;20 nodi&#8221; dopo essere stato promotore delle &#8220;Sardine&#8221; a Milano e Pavia (divenendone portavoce). a.s.)</p>
<p>Prendo a prestito due frasi, la prima di un Cacciari furioso &#8220;Diteci la verità, basta retorica&#8221;, la seconda dell&#8217;altro amico Massimo, questa volta Celeste, che si porta dietro come mantra &#8220;non sono un uomo del bla bla, sono uno del fa&#8217; fa&#8217;&#8221;. Dico la mia, da semplice, cittadino, Non ci si improvvisa economisti e tantomeno politici. La politica è un&#8217;arte, l&#8217;arte del possibile, o, come diceva Pietro Ingrao, l&#8217;arte di trasformare l&#8217;impossibile in possibile.<span id="more-84078"></span></p>
<p> La politica non è per dilettanti, ha ragione Severgnini. Mi limiterò a un esercizio di realismo, gli &#8220;esercizi di stile&#8221; retorici li lascio molto volentieri al triste teatrino della politica dei grandi, piccoli e medi annunci. Lo volete capire o no, che miracoli salvinifici compresi, siamo nei guai? Ma guai seri! Non si vede all&#8217;orizzonte un vero piano di ricostruzione, ma nemmeno l&#8217;ombra, solo misure tampone, con scorte di tamponi inferiori a quelli in dotazione agli ospedali. Perché la patrimoniale, cari amici, non serve, o serve a poco, se non collegata a un vero progetto per il Paese. Il vero progetto non può non partire dalle parole di Gino Strada, che vorrei come ministro della Sanità Pubblica con un Primo Ministro illuminato, dopo questo disastro va ripensata la sanità in senso pubblico, il fallimento della regionalizzazione, quando il meccanismo di deroga viene lasciato in modo incontrollato a delinquenti (uso questa parola a ragion veduta, dopo i famosi casi delle tangenti alla sanità privata in Lombardia) è evidente. Ci voleva una strage per farvelo capire? Vado avanti, strutture e infrastrutture da terzo mondo: ma è mai possibile che crollino ponti, eterni lavori sulla rete autostradale portino a finire un&#8217;autostrada in 40 anni, che più di mezza Italia sia collegata in qualche modo? Stesso discorso della Sanità Pubblica o quasi. Se il privato non ha controlli REALI lavora al ribasso, mescolando sabbia con cemento, usando materiali di scarto, se succede una disgrazia, vedremo, intanto si fa fatturato. Aeroporti mai aperti, ma inaugurati, pietre posate qua e là, ospedali costruiti e mai terminati con l&#8217;uso di fondi europei.  Non sono per la statalizzazione di tutto, intendiamoci, ma per una privatizzazione intelligente, controllata e subordinata a precise regole. Mafia, Camorra e Ndrangheta non possono trovare nei lavori pubblici, nello Stato la mucca da mungere. Chi lo permette è un delinquente al pari degli stessi mafiosi. Un piano realistico per strutture e infrastrutture è una buona base per una ricostruzione ONESTA del Paese. E&#8217; ovvio ed evidente che se molte disgrazie potevano essere evitate, sarebbe bastato consultare tecnici COMPETENTI. Ma in questo Paese è possibile che la COMPETENZA venga soffocata dalla &#8220;finanza facile&#8221; e succeda che un ponte crolli per incuria, e che buona parte del Paese sia soggetto a un DISSESTO IDROGEOLOGICO che va governato subito, con misure urgenti per curare l&#8217;Italia ferita. Perché un&#8217;Italia  pericolosa non piace ai turisti, un&#8217;Italia che ha cura del suo patrimonio è un&#8217;Italia che cresce. Il grande patrimonio di questo Paese è l&#8217;Arte. Perché l&#8217;arte e la cultura (che cresce insieme all&#8217;Istruzione non dimentichiamolo) sono il biglietto da visita del nostro Paese, ma non possiamo avere un biglietto da visita in oro zecchino, e, agli occhi di chi visita il Paese, il disastro intorno. Chi si sposta per Roma sa cosa sto dicendo. Chi vuole visitare i più esaltanti siti archeologici italiani deve subire l&#8217;ingiuria di una rete di trasporti inesistente. L&#8217;arte e la cultura non sono solo i musei. Sono i teatri, la musica, e non solo il grande teatro e la grande musica. E&#8217; un tessuto capillare di migliaia di piccole realtà che spesso non ricevono nemmeno le briciole dallo Stato. Questo tessuto già logorato dalla colpevole dimenticanza della politica verrà sterminato dalla crisi, lo sapete? Così come i piccoli artigiani, così come coloro che creano. Chi inventa un&#8217;agricoltura che rispetti il valore della terra, e non lo umili.  Questa Italia creativa e innovativa può salvare il Paese. Perché non creare un piano di ricostruzione che parta dalle persone e dalle loro capacità e competenze e non. come sempre, dai diktat della grande finanza? E qui entra in gioco l&#8217;Europa. Così non si può continuare, è evidente. Se la Germania e l&#8217;Olanda vogliono proseguire sulla strada dell&#8217;egoismo, seguita dai paesi del Nord, facciano pure. Dovranno rendersi conto al pari della dittatura ungherese e del bieco sovranismo che aleggia ad est, che non ci sono più soluzioni possibili. Non c&#8217;è più tempo per il bla bla. Non basta berciare di sicurezza quando il nemico stesso è il nostro egoismo, lo avete capito? Lo sapete che se il coronavirus arriverà come sta arrivando nei campi profughi siriani e in Africa sarà un disastro? Milioni di morti, Paesi sul lastrico, altri rifugiati che non sanno dove scappare. A settembre, questo Paese sarà sull&#8217;orlo del baratro. Abbiamo un&#8217;estate di duro lavoro davanti. Noi che vogliamo davvero ricostruire il Paese. In modo equo, solidale. chiaro e concreto. Prima che sia troppo tardi. </p>
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