Uscire di casa, entrare in città (1 di 2)

Corso Buenos Aires a Milano durante il blocco.

(Condivido la prima parte di un testo pubblicato ieri su L’Ordineinserto culturale de La Provincia di Como – ma scritto oltre un mese fa. Certe cose, sopratutto in questa prima parte, sono forse troppo legate al contingente. La seconda parte, più specifica, la pubblicherò lunedì prossimo. G.B.)

di Gianni Biondillo

Stare sotto i riflettori del sistema mediatico è una tentazione alla quale pochissimi sanno resistere. Gli accigliati professori, ricercatori, scienziati, da sempre chiusi nei loro laboratori, esclusi dall’immaginario collettivo, se non come scienziati pazzi, nerd asociali, afasici e ininfluenti, si sono ritrovati d’improvviso al centro della scena durante la crisi pandemica scatenata dal Covid19. Così, non c’è stata trasmissione radio o televisiva, diretta su internet, articolo di fondo, intervista di quotidiano o settimanale che non ce li mostrasse. Santoni a cui chiedere vaticini, guru, maestri di vita e persino di stile e comportamento. La televisione è capace di banalizzare ogni cosa, di infettarla, di depotenziarla di ogni complessità. Io per primo, immerso in questo mondo di comunicazione malata, non mi sono perso una singola parola, una sola sillaba. Spesso, per eccesso di offerta, confondendo nomi, scienziati, posizioni, teorie.

Poi l’altro giorno, leggendo l’ennesima intervista all’ennesimo epidemiologo, ho avuto come una illuminazione che mi ha fatto tornare in mente un ricordo sepolto. Erano ancora gli anni delle superiori, un mio professore, un ingegnere, ci raccontò durante una lezione, di un suo viaggio fatto con un gruppo di suoi colleghi alla diga del Vajont. Il racconto dell’ingegnere era vivido e pieno d’entusiasmo. La diga aveva retto. Non ostante la frana era ancora lì, bellissima espressione della tecnologia del cemento armato. Avevo non più di diciassette anni, ora che ci penso. Eppure una cosa, mentre ascoltavo le memorie dell’ingegnere, l’avevo capita d’istinto: per me quella diga era un monumento tragico, l’emblema del fallimento, la lastra tombale sul mito delle magnifiche sorti e progressive, la materiale constatazione di una politica inetta, indifferente al contesto, l’insulto a una popolazione inerte e sacrificata insensatamente, l’ignobile pressapochismo degli interessi di parte. Eppure non una parola sulla tragedia, da parte del mio professore. Solo i suoi occhi scintillanti d’entusiasmo di fronte alla qualità ingegneristica del prodotto finito. Fu questa la lezione più profonda, e la più involontaria da parte sua, che ricevetti quel giorno. Lo sguardo competente, lo sguardo tecnico (di qualunque disciplina si parli, umanistiche comprese), chiude la visione ad un recinto circoscritto per meglio valutarlo. Ma questa forma di ottimizzazione esclude la complessità. Se non facciamo un salto di specie – dalla competenza alla conoscenza – troveremo forse soluzioni immediate alle condizioni di partenza, ad esempio quelle emergenziali, ma perdendo grandemente in complessità a lungo andare la toppa potrebbe diventare peggiore del buco.

La soluzione alla pandemia proposta dall’epidemiologo in quella intervista era a modo suo di semplice applicazione e di immediato e sicuro effetto. Non solo dovevamo restare tutti a casa (dal lavoro), e tutti in casa (c’è una bella differenza. Non andare in luoghi promiscui – quali fabbriche o uffici – non significa necessariamente chiudersi in casa), ma, nelle nostre case, ognuno di noi – genitori, figli, coniugi, nipoti – ogni singolo individuo residente in quell’appartamento, avrebbe dovuto isolarsi da tutti gli altri. Tutti, dato che nessuno aveva la certezza di essere infetti o meno, asintomatici o sani. Il virus sarebbe scomparso inevitabilmente, per impossibilità al contagio. Così, d’acchito, sembrava persino ovvio, evidente. Un po’ come da ragazzi, quando a scuola ci facevano risolvere equazioni lunghissime e complesse che a furia di semplificazioni, somme e sottrazioni ottenevano un risultato evidente, pacificante. Ma se quelle equazioni avevano una ragion d’essere prettamente pedagogica, ci hanno di contro fatto illudere che a problemi all’apparenza complessi ci fossero sempre e comunque soluzioni semplici. Ma la vita dovrebbe averci insegnato che le soluzioni semplici a problemi complessi sono sempre sbagliate. Non sto qui a dire che essere in cinque in casa non significa avere una casa con cinque ambienti separati, oltre a quelli di servizio. E anche se, forzando per assurdo, d’improvviso avessimo a disposizione interi edifici fatti a cellette dove riporci tutti separati l’uno dall’altro, avremmo forse così risolto il problema momentaneo, ma quali conseguenze catastrofiche alla psicologia collettiva avremmo innescato?

La società e la socialità sono temi complessi, occorrono perciò soluzioni complesse, non semplificate. Gli scienziati si ascoltano, così come gli ingegneri o gli astrofisici, non possiamo fare a meno delle loro competenze, ma poi se stiamo parlando di società, occorre una buona politica che sappia fare sintesi di ogni voce.

A ben vedere l’illusione di una soluzione tecnologica ad ogni emergenza, chiamando all’appello le migliori menti della scienza per eliminare ogni ostacolo che ci faccia inciampare lungo la strada a cui siamo destinati, è dal punto di vista intimamente filosofico il peccato originale della nostra specie (quella umana) e dell’economia (liberista) che ci contraddistingue negli ultimi secoli. Siamo convinti come specie di poter gestire tutte le avversità che la Natura ci oppone, quasi ci fosse nemica. Ma, Leopardi lo sapeva, la Natura ci è semplicemente indifferente. Ogni specie cerca la sua strada adattandosi al contesto. Come esseri umani abbiamo colonizzato il globo, spesso impoverendo fino allo stremo la biodiversità. Ma allo stesso tempo, in quanto esseri infestanti, diventiamo vettori perfetti per altre realtà biologiche. Che sia un batterio o un virus, nuovo, mutato o antichissimo, se trova il modo di diffondersi lo farà. Lo ha sempre fatto anzi, siamo noi che abbiamo la memoria cortissima. È accaduto e accadrà ancora.

È un tema, mi pare evidente, di chiara matrice ambientale ed ecologica. Ma quelli che oggi si inginocchiano di fronte agli scienziati per chiedere al più presto una soluzione alla pandemia sono gli stessi che non hanno mai tenuto conto del loro grido d’allarme che dura da decenni. “Ora che è passato l’allarme” me li immagino dire nel prossimo futuro “potete tornare nei vostri laboratori e nelle vostre università, lasciateci lavorare e non rompete le scatole con problemi che non si vedono. Che stanno in Amazzonia o al Polo Nord.” E, sono pronto a scommetterci, quel circo mediatico che oggi starnazza dicendo che nulla sarà come prima – dopo aver superato la Fase 2 o la Fase 3 che dir si voglia – dimenticherà molto in fretta di invitare in prima serata quei barbosi scienziati che potrebbero apparire agli spettatori come uccelli del malaugurio. Meglio una bella rubrica di astrologia.

È sempre una questione di parole. (Ricordate Nanni Moretti? “Chi parla male pensa male e vive male”). Spesso usate a sproposito, con incompetenza o, peggio, con malizia. Alcune di queste infestano il discorso pubblico da anni, altre volte le vediamo apparire d’improvviso, come una epifania. All’inizio della diffusione del virus si discuteva largamente di quarantena, poi, da quando il coronavirus è sbarcato negli USA, dall’oggi al domani non c’è stato esperto o giornalista che non abbia parlato o scritto di lockdown. Che bisogno c’era di prendere a prestito quella parola? Non bastavano blocco oppure isolamento? È solo un fatto di sudditanza culturale, oppure abbiamo creduto che usando un termine inglese il discorso si sarebbe fatto più tecnico, asettico, specialistico?

Ma la locuzione che continuo a non sopportare è distanziamento sociale, calco pedissequo di social distancing. Mentre mi sono chiare le ragioni preventive delle azioni da intraprendere, trovo pericoloso l’utilizzo della formula così com’è. Ciò di cui abbiamo bisogno, per rallentare la diffusione di una malattia contagiosa, è un distanziamento fisico, non di certo un distanziamento sociale. Detto, tra l’altro, nell’epoca dei social sembra persino contraddittorio. A meno che, l’involontario sottotesto non voglia dire che, sì, è proprio un problema sociale. Di classi e condizioni sociali differenti. Che, non ostante la retorica imperante ci abbia voluto far credere che il virus colpisse tutti allo stesso modo, una sorta di livella democratica (alla maniera di Totò), in realtà, a ben vedere, appartenere a una determinata condizione sociale cambia le carte in tavola della partita.

Avere una casa grande, con una terrazza, o un giardino, viverci comodamente con la famiglia è ben diverso che restare intruppati in cinque, sei o più persone, in un bilocale con unico sfogo esterno delle semplici finestre. Avere la possibilità di continuare a lavorare in remoto, o fare didattica a distanza, non è per tutti. Una cosa è avere i dispositivi per tutti i componenti familiari, altro è avere a malapena un computer da condividere, se non semplicemente uno smartphone. (Unico strumento che ci ha permesso il contatto costante col mondo esterno. Ciò dovrebbe farci capire perché chi emigra dal cuore dell’Africa ne ha sempre uno con sé. Non certo per questioni di vanità, ma come bene essenziale). Lo stesso lavoro agile lo è solo per chi può. Ché restare a casa è stato possibile perché molti a casa non ci sono restati: operatori sanitari, coltivatori, trasportatori, forze dell’ordine, commessi di supermarket, addetti alla consegna a domicilio, eccetera. Persone esposte al morbo affinché noi non lo fossimo. Infine i fantasmi. In una mia sporadica uscita durante la quarantena ho letto, scritto su un muro: “Stare a casa = Privilegio di classe”. Perché c’è anche questo. C’è chi non solo a casa non poteva restarci per questioni lavorative, ma anche chi la casa non ce l’aveva proprio. E ne ho visti, di fantasmi: barboni, ubriaconi, clandestini, relitti. Le nostre città vuote non sono mai state vuote per davvero.

E poi, sempre discutendo di parole, ci sono le metafore improvvide. Entusiasmanti, a sentirle, coinvolgenti, ma pericolosissime. Penso, quando è iniziata la tragica conta dei morti, alla similitudine bellica. Siamo in guerra. Questa è una guerra. Gli infermieri, i medici, sono in prima linea. Sconfiggeremo il nostro nemico. E canti patriottici dai nostri balconi e sventolio di tricolori. Non ho nulla contro il tricolore, amo l’Italia, ho profondo rispetto e ammirazione per il lavoro degli addetti sanitari. Ma una pandemia non è una guerra. È una pandemia. È un’infezione, una malattia epidemica. Nessun nemico ci ha dichiarato guerra, a meno che non vogliamo credere che la Natura sia la nostra nemica (quanta arroganza, da parte nostra). La retorica bellica può darci forza in un primo momento, creando un sentimento di unione sociale (proprio mentre si sostiene il distanziamento sociale) ma a lungo andare diventa, citando Samuel Johnson (ma io lo conoscevo grazie a Stanley Kubrick), proprio come il patriottismo: “l’ultimo rifugio delle canaglie”.

Vivo nel capoluogo di una delle regioni al mondo più colpite dal Covid19. Il numero delle vittime mietuto è impressionante, da non farci dormire di notte. Non ostante continuassimo a dirci che “andrà tutto bene” – speranza doverosa, necessaria – era sempre più evidente che le cose non stavano affatto andando bene. Che c’era qualcosa di sbagliato nella gestione dell’emergenza. Qualcosa che stava a monte, nelle scelte politiche regionali che nel corso dei decenni avevano sempre più smantellato una sanità capillare, diffusa sul territorio, fatta di piccoli ospedali, di consultori, di medicina di vicinato, per puntare tutto sull’eccellenza di megastrutture ospedaliere, sopratutto private. Quando, per capirci, siamo passati a definire chi veniva ricoverato da paziente a utente. (le parole sono importanti, non dimentichiamolo mai). Di fronte a tale disfatta – non solo qui in Lombardia, sia chiaro – è bastato vellicare l’amor patrio, dichiarare guerra al coronavirus, unirsi a coorte contro il nemico invisibile, piangere i morti caduti in battaglia. I nostri eroi. No. I medici, gli infermieri che sono morti per contrastare l’epidemia non sono eroi morti in battaglia. Sono morti sul lavoro. Cioè morti per colpa di una sanità che non ha saputo garantire l’incolumità di chi stava lavorando, proprio come i muratori che cadono dalle impalcature o gli operai che contraggono il cancro per le pessime condizioni di sicurezza delle fabbriche. Il che rende tutto più tragico e più vero.

Parlare continuamente di guerra poi, significa immaginare già il dopoguerra. L’ho sentito più e più volte: l’Italia del dopoguerra, un nuovo dopoguerra, un nuovo Piano Marshall, la ricostruzione, il boom economico… Insisto, una guerra è una guerra. Ad un certo punto finisce. Si fanno trattati di pace, si smette di combattere col nemico. Si sgomberano le macerie, si ricostruisce. Ma una pandemia, lo ripeterò fino allo sfinimento, non è una guerra. Non siamo scesi a patti con alcun nemico (che è qui, con noi, e ci resterà), nessuna bomba ha abbattuto alcunché, non c’è nulla da sgomberare, non c’è nulla da ricostruire. Nel cuore della quarantena si sentiva di continuo che questa esperienza ci avrebbe cambiato, che nulla sarebbe stato più come prima. I più avveduti, i soliti menagramo, insistevano a dire che la normalità era un errore, che non si poteva tornare indietro. Ma le resistenze al cambiamento sono fortissime. L’importante, gattopardescamente, è far credere che tutto cambi affinché nulla cambi per davvero. Il rischio, insomma, è che le soluzioni per contenere la convivenza col virus siano proprio quelle che ci hanno portato a queste condizioni di crisi ambientale: un ritorno in massa alla mobilità privata e una “ricostruzione” che è in realtà una nuova colata di cemento, nel nome del distanziamento sociale, che si spalmerà in uno sprawl infinito che chiameremo città-giardino o “borgo sicuro”, per nobilitarlo (e venderlo meglio).

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