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La mantide

di Francesca Ranza

Quell’estate una mantide decapitata cadde giù dal cielo. Eravamo in piscina e parlavamo della coscienza, perché parlare della coscienza andava molto di moda. Non eravamo andati da nessuna parte in vacanza. Lui diceva che Milano in agosto era bellissima e io, anche se a Milano in agosto non ci ero mai stata prima, gli avevo creduto. In quel periodo credevo a tutto quello che mi diceva, perché quasi tutto quello che mi diceva era vero. Riuscivamo a uscire di casa solo a pomeriggio inoltrato. Cercavamo un posto nuovo dove andare, per non ritrovarci sempre nel suo letto a scopare o a leggere poesie di Whitman. Non che non ci piacesse, ma a volte avevamo come l’impressione di non essere altro che un cliché ambulante. Così facevamo l’esercizio di pensare dove, se davvero fossimo stati quel cliché e basta, non saremmo mai andati neanche per sbaglio, neanche morti. E poi ci andavamo. Eravamo già stati: al centro commerciale, in due diversi cinema multisala (di cui uno con sala giochi), a mangiare alette di pollo in un fast food a tema western sulla strada statale undici e a Mirabilandia. Tutti questi posti all’inizio sembravano una buona idea ma, una volta arrivati, ci accorgevamo che tanto il cliché ci aveva seguiti anche lì. Allora mollavamo il colpo e parlavamo della coscienza.

Lui diceva che alcuni suoi amici scienziati pensavano ancora di poterla trovare dentro al cervello, scavando e scomponendo in minuscole parti, neuroni, circuiti e chissà cos’altro.

Ma così è impossibile,” diceva.

E perché?” chiedevo io, che non capivo un’acca né di cervello né di coscienza, ma sugli uomini questo mi era stato insegnato: che bisogna compiacerli.

È come dire che se prendi un aeroplano, lo apri in due, stacchi tutte le componenti una per una – bulloni, fili elettrici e tutto – le cataloghi e le impari a memoria, poi sai come funziona un aeroplano. Ma in realtà sai solo cos’è un aeroplano. Neanche, forse. Capito?”

Bisognerebbe farlo volare.”

Cosa?” Si era girato di scatto e un po’ d’acqua di piscina gli era schizzata via dai capelli. Li aveva biondo scuro e un po’ lunghi sulla fronte e le orecchie.

Dico, per capire come funziona, un aeroplano deve volare.”

Esatto! Esatto, deve volare.” Mi guardava misto compiaciuto, intenerito, sorpreso; ma io mica sono scema.

E non si può fare?”

Cosa?”

Farlo volare.”

Un aeroplano?” Lui aveva paura di volare, e anche io avevo paura di volare, ma avevo il sospetto di averne decisamente meno di lui, ma facevo finta di averne molta di più. Così se mai avessimo preso un aereo insieme – non successe – lui avrebbe potuto stringermi un braccio attorno alle spalle, accarezzarmi i capelli, sussurrami all’orecchio “va tutto bene” o “gli aerei sono il mezzo di trasporto più sicuro al mondo”.

No, un cervello.”

Questo. Questo è il problema. Mettiamo che volare sia per l’aeroplano la condizione necessaria per capire come funziona. Qual è la condizione necessaria per capire come funziona la coscienza nel cervello? Potrebbe essere diversa per ogni cervello. E come fai a ricrearla in un laboratorio? Bisognerebbe costruire ogni volta un intero universo. Anzi, proprio l’universo-universo.” Stavo per dire che mi ero persa qualcosa per strada, quando la mantide cadde sui gradoni di cemento rovente a neanche mezzo metro da noi. C’erano dei gradoni di cemento perché avevamo scelto una brutta piscina comunale in periferia, di quelle che in inverno sono coperte da un pallone di plastica tutto sporco di nero e di smog, che da dentro rimbombano di grida di bambini e fischietti di istruttori di nuoto e rumore di ciabatte che si incollano e si scollano dalle piastrelle. Se pagavi il biglietto normale potevi stare solo nell’area attorno alla vasca, che è di cemento. Altrimenti, con un piccolo supplemento, si poteva accedere a un pratino rinsecchito con pochi lettini e ombrelloni altrettanto rinsecchiti. Noi il supplemento non l’avevamo voluto pagare. Solo gli stronzi pagano il supplemento.

All’inizio pensavamo che la mantide fosse una foglia. Ma nessuna foglia si muove così tanto e per giunta quel giorno non tirava neanche una bava di vento. Invece, siccome tutti e due da bambini avevamo amato La mia famiglia e altri animali (poteva benissimo essere uno dei motivi per cui scopavamo così bene) non la scambiammo neanche per un secondo per una cavalletta o per un altro insetto.

È una mantide,” dissi io.

Sì, è una mantide,” disse lui.

Come ragni o rospi ci avvicinammo senza alzarci in piedi, scorrendo col sedere sui gradoni ruvidi. Fu immediatamente chiaro che c’era qualcosa che non andava, e cioè che la mantide non aveva più la testa. E, anche se essere senza testa è meno ‘qualcosa che non va’ per una mantide che per un altro animale o per un essere umano (sarebbe stato ben diverso se a dimenarsi decapitata su quei gradoni ci fosse stata una zebra o una professoressa di filosofia), la scena era lo stesso raccapricciante. Provammo a cercare la testa, guardando più da vicino e da diverse angolazioni, chiedendoci se forse non si trattava di una specie speciale di mantide, una con la testa davvero molto piccola o retrattile o invisibile. Ma la testa non c’era più. Eppure – a questo punto erano già passati almeno due o tre minuti – quell’affare continuava a muoversi. Si muoveva in tondo, spostando le zampe tutte nello stesso verso e nello stesso momento. Ogni tanto, siccome naturalmente non aveva idea di dove diavolo si trovasse o di dove stesse provando ad andare, le zampe si accavallavano una sull’altra e quella inciampava e cadeva da un lato o all’indietro e diventava solo un groviglio verde, brillante. Lui provò a rimetterla in piedi usando una stanghetta dei suoi occhiali da sole. Sapevo che erano vintage perché glielo avevo chiesto. Li aveva trovati sgomberando la vecchia casa in centro dei suoi genitori, dopo che erano morti. Mi aveva raccontato tutte le storie tristi della sua famiglia – ne aveva a bizzeffe – io avevo pianto e gli avevo detto “scusa sono una stupida, non dovrei essere io a piangere”. La mantide si aggrappò alla stanghetta con tutte le sue forze e rimase così, appesa a testa in giù (beh) come un bradipo per qualche secondo. All’improvviso mollò la presa e cadde a peso morto, e infatti pensavamo fosse morta. Invece appena toccato terra, in men che non si dica riprese a girare come una strega.

Come diavolo fa a muoversi ancora?” sussurrai.

Lui rispose che non lo sapeva. Poi disse: “Se non ha la testa è chiaro che è un maschio. Sai no? Che le femmine staccano la testa ai maschi durante l’accoppiamento.” Questa è un’informazione talmente basilare che mi sembrava di saperla dalla terza elementare, forse da prima, da quando ero nata o da prima di nascere. “Cerchiamo su internet?” suggerii. Lui annuì e mi fissò per qualche secondo che voleva dire “cerca tu su internet”. Trovai il telefono nella borsa e digitai su Google: mantide – decapitata – si – muove – ancora. C’era un post sul forum degli Entomologi Italiani che recitava così:

Ciao a tutti,

dieci giorni fa nel giardino di casa mia, camminando tra l’erba tagliata, ho visto il corpo di una povera mantide senza testa. L’ho raccolta credendola morta invece muoveva ancora l’addome e le zampe. L’ho lasciata in un posto riparato. Ieri mattina ho controllato per curiosità e, dopo dieciiii giorniiii, la mantide era ancora lì che muoveva! Ma com’è possibile? Qualcuno sa qualcosa del sistema nervoso delle mantidi? Allego una foto.

La sua mantide era identica alla nostra mantide. Scorrendo in giù trovai la risposta di un moderatore:

Ciao FormicaCuriosona79,

le mantidi non presentano un unico centro di controllo, come lo è il nostro cervello, ma ne hanno uno per ogni segmento del corpo. Questo vuol dire che il controllo dei muscoli presenti, ad esempio, a livello dell’addome avverrà a carico di un gruppo di neuroni (scientificamente denominato ganglio) che si trova in quel determinato segmento corporeo. Ogni ganglio è responsabile della contrazione muscolare del segmento di cui fa parte. La rimozione della testa da parte della femmina stimola nel maschio una serie di movimenti, normalmente inibiti dal cervello, che favoriscono l’atto riproduttivo. Possiamo quindi affermare che in questa specie il maschio è disposto a sacrificare la sua vita pur di tramandare i suoi geni. Spero di esserti stato utile.

Lessi domanda e risposta con tono solenne e professionale. Quando finii, lui si alzò in piedi; aveva gambe lunghissime, rosa chiaro, piene di lentiggini. “Lo immaginavo,” disse guardando in terra. Avrei voluto dirgli che non era vero, che non se lo immaginava per niente e che l’unica cosa che sapeva sulle mantidi era quello che sapevano tutti gli esseri umani del mondo, giovani e vecchi, stupidi e no. Risposi con una vocina piccina picciò: “Ah sì? Io proprio non ne avevo idea.”

Beh sì, tutti gli insetti coordinano i loro movimenti attraverso i gangli. Sono come dei mini-cervelli che dirigono le attività.” Mi voltò le spalle e fece per dirigersi verso il suo telo di cotone indiano. Era stato in India dopo la laurea. Era stato in un sacco di posti. Mi aveva raccontato che una volta in Nicaragua aveva rischiato di morire facendo trekking su non so che vulcano. Avevo sgranato gli occhi e mi ero messa una mano sopra la bocca e avevo detto “ma tu sei pazzo” e poi gli avevo chiesto come ci si sente quando si pensa di stare per morire. Non ricordo la risposta, ricordo i suoi occhi mentre parlava: di pirata, di capo indiano. Ancora accucciata a terra – non riuscivo a smettere di guardare quel balletto scombinato e tragico, chiesi: “E adesso cosa facciamo?”

Come cosa facciamo?”

Non possiamo mica lasciarla qui!”

Lasciarlo. È un maschio.” Chiusi gli occhi, respirai a fondo dal naso cercando di non emettere alcun suono. “Ah, già, ah! Non possiamo lasciarlo qui. Hai sentito cosa dicono su quel forum, potrebbe stare qui a dimenarsi per giorni.”

E cosa vorresti fare?”

Non lo so. Forse dovremmo ucciderla.”

Ucciderlo.” Si era steso sul telo e stuzzicava con il pollice l’angolo della copertina del suo libro. “Ucciderlo. Sì, ucciderlo.” Mi guardò come se fossi una bestia anche io. Ma non una schifosa, non un insetto: una bestia tenera, coperta da morbido pelo di cucciolo.

Tanto non sente niente.”

Come sai che non sente niente?”

Non ha più il cervello.”

Ma ne ha altri.”

Con gli altri non sente niente.”

Sì ma come lo sai!?” Senza guardarmi, allungò un braccio verso di me e mi sfiorò un ginocchio. “Ho un dottorato in neurofisiologia.” Non lo disse in tono cattivo, lo disse perché era vero. Restai in silenzio. Guardai la mantide che continuava a girare in tondo. Ero mai stata così triste prima?

Dai vieni qui, lascialo stare. Ha appena finito di scopare, sarà felice.” Sorrise beato.

Se non sente niente come fa a essere felice?” Sperai di aver parlato molto piano, invece aveva sentito. “Non fare sofismi adesso. Comunque, fai quello che ti pare. Ti dico che non cambia niente.” Sapevo cosa avrei dovuto fare. Sarei dovuta tornare sul telo affianco a lui, dire “ma certo, ma certo, hai ragione”, passargli una mano sulla nuca tra i capelli bagnati, chiedergli a che punto era arrivato del libro VII del Seminario di Lacan, ascoltare, annuire. Così lo feci.

Il giorno dopo gli dissi che volevo andare ai Giardini Pubblici. Comprai dieci gettoni per la giostra coi cavalli. Ne scelsi uno lilla, lucido, con la sella tutta decorata a specchietti e ghirigori argentati. Lui mi guardò girare per tutto il pomeriggio.

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GIANNI BIONDILLO (Milano, 1966), camminatore, scrittore e architetto pubblica per Guanda dal 2004. Come autore e saggista s’è occupato di narrativa di genere, psicogeografia, architettura, viaggi, eros, fiabe. Ha vinto il Premio Scerbanenco (2011), il Premio Bergamo (2018) e il Premio Bagutta (2024). Scrive per il cinema, il teatro e la televisione. È tradotto in varie lingue europee.
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