Inno ps. omerico ad Apollo

trad. in esametri di Daniele Ventre

Ricorderò, né potrei scordarmelo, Apollo l’arciere
lui per cui tremano i numi, se avanza alla casa di Zeus;
tutti dai troni perciò, appena si viene appressando,
sorgono allora d’un balzo, se agita l’arco fulgente.
Leto soltanto lo attende con Zeus il signore del lampo,
lei che gli allenta la cocca e gli chiude poi la faretra,
quindi gli prende fra mano da dietro le valide spalle
l’arma, per assicurarla ad una colonna del padre
suo, ad un aureo chiodo; e in trono lo invita a sedersi.
Nettare allora gli porge il padre in un calice d’oro
nel salutare suo figlio, e intanto ecco gli altri, gli dèi,
tornano allora a sedersi; ed è lieta Leto sovrana,
già, poiché ebbe quel figlio possente, il dio armato dell’arco.
Leto beata, sii lieta, ché avesti quei fulgidi figli,
lui, il sire Apollo, nonché Artemide saettatrice
nata in Ortigia costei, ma quell’altro in Delo l’impervia:
ti reclinasti vicino al gran monte, all’erta del Cinto,
sulle correnti d’Inopo, in prossimità d’una palma.
Come cantarti in un inno, se d’ogni bell’inno sèi chiaro?
Pascolo ovunque si spande per te di canzoni, o Radioso,
sul continente che alleva vitelli e sull’isole ancora.
Tutte ti sono gradite le rupi e le cime svettanti
delle elevate montagne, coi fiumi che scorrono al mare,
e i promontori che al mare inclinano e i porti sull’onda.
Forse dirò come Leto ebbe te delizia ai mortali,
nel reclinarsi sul picco del Cinto, in quell’isola impervia
Delo la persa fra i gorghi? E per tutto livida l’onda
contro il suo lido piombava per vènti di stridulo soffio:
sorto di là, sopra tutti i mortali regni sovrano.
Quelli che Creta al suo interno comprende e la terra d’Atene,
quelli che ha l’isola Egina e l’Eubea gloriosa di navi,
quelli che hanno Ege ed Iresia nonché Pepareto sul mare,
quelli che hanno Athos di Tracia e del Pelio i picchi scoscesi,
Samo di Tracia e la vetta dell’Ida ammantata dall’ombre,
quelli che ha Sciro e Focea, d’Autocane l’erta montagna,
quelli che ha Imbro la salda e Lemno ammantata di brume,
Lesbo la chiara di dèi, la sede di Macare eolio,
quelli che ha Chio, che stupenda fra l’isole giace sul mare,
il dirupato Mimante, del Corico i picchi scoscesi,
quelli che han Claro splendente e di Esagea l’erta montagna,
Samo la ricca di polle, del Micale i picchi elevati,
quanti han Mileto e la rocca degli uomini Meropi, Coo,
quelli che han Cnido l’impervia e Carpato terra di vènti,
quelli che han Nasso con Paro e Renea la scabra di rocce,
tutti raggiunse Letò, poiché dell’Arciere era pregna,
ove una terra volesse al figlio innalzare dimore.
Ma trepidavano tutte, tremanti, e nessuna ebbe ardire,
per opulenta che fosse, di offrire accoglienza al Radioso,
fino a che poi non fu giunta anche a Delo, Leto sovrana;
interrogandola, dunque parlò con alate parole:
“Delo, magari vorrai per mio figlio, Apollo il Radioso,
essere tu la dimora, fondargli un santuario opulento?
Altri non si occuperebbe di te (non dovrebbe sfuggirti),
credo che tu non sarai mai ricca o di mandrie o di greggi,
né porterai mai raccolti, né seminerai molte piante.
Se tuttavia l’avrai tu, il tempio di Apollo l’arciere,
ecco che gli uomini tutti da te condurranno ecatombi,
qui radunandosi insieme, un vapore sempre infinito
si leverà dal tuo suolo, e per mano altrui nutrirai
quelli che ti abiteranno, poiché non hai fertile zolla”.
Disse, al che Delo fu lieta, e così parlò, le rispose:
“Leto gloriosa su tutte, tu figlia d’un grande, di Ceo,
sì, dell’arciere sovrano senz’altro con gioia i natali
li accoglierei: poiché io fra gli uomini sono davvero
priva di fama, e così sarei più di tutte onorata.
Ma mi spaventa una voce, Letò, né lo voglio celare:
troppo di certo sarà un dio inesorabile, Apollo
(dicono), e grande potere otterrà sui numi immortali
e sulle genti mortali, su terra nutrice di biade.
Ecco perché nel mio cuore, nell’animo, io temo forte
che non appena egli avrà veduta la luce del sole,
l’isola mia spregerà, poiché sono impervia di rupi,
la schiaccerà sotto i piedi, gettandola al fondo del mare.
E la grand’onda così da allora il mio capo per sempre
sommergerà, verrà il dio in un’altra terra a lui grata,
per innalzarvi il santuario e i suoi boschi verdi di frondi;
talami dentro di me i polpi e le foche nerigne
si costruiranno, dimore estranee alle folle di genti.
Ah, tollerassi tu, dea, di giurarmi gran giuramento,
che innalzerà da principio quaggiù il suo bellissimo tempio,
sì che divenga per gli uomini oracolo, e allora soltanto
< vada a fondare i suoi templi e i suoi boschi verdi di frondi >
fra le altre genti, fra tutte -poiché sarà ricco di nomi!”
Disse, al che Leto giurò il gran giuramento dei numi:
“Ora lo sappia la Terra e nell’alto il Cielo spazioso,
l’acqua di Stige che scorre in profondo -ed è giuramento
questo il più grande e tremendo in mezzo ai beati, agli dèi:
sì, del Radioso quaggiù ci sarà per sempre l’altare
con il sacrario odoroso; e ti onorerà sopra tutte”.
Dopo che Leto giurò, compiuto così il giuramento,
Delo davvero ai natali gioì dell’arciere sovrano.
E nove giorni Letò, nove notti venne trafitta
da inenarrabili doglie. E intanto le dee più gloriose
erano tutte rimaste al suo fianco, Dione con Rea,
e così Temi l’Icnea e Anfitrite forte di voce,
tutte le altre immortali, non Hera la bianca di braccia:
questa rimase alla reggia di Zeus che raduna le nubi.
Unica non lo sapeva Ilitia la madre di doglie:
sotto le nuvole d’oro era assisa, in cima all’Olimpo:
per volontà d’Hera bianca di braccia, che la tratteneva
per gelosia, poiché allora Letò la graziosa di trecce
stava per dare la vita a un figlio impeccabile e forte.
Esse inviarono Iri dall’isola salda di torri,
a ricondurre Ilitia, promettendo in dono un monile
di nove cubiti grande e di fili d’oro intrecciato:
vollero che la chiamasse fuggendo Hera bianca di braccia,
che non dovesse a parole distoglierla poi dall’andare.
E non appena ebbe udito, Iri agile piede di vento,
corse, partì, compì tutto il cammino ch’era nel mezzo.
Come fu giunta alla sede dei numi, all’Olimpo elevato,
subito allora a Ilitia svelò con alate parole,
fuori chiamandola a sé dalle sale, là sull’entrata,
quello che avevano imposto le dee che hanno olimpie dimore.
Ecco che dunque a Ilitia piegò l’animo dentro il petto.
Mossero i piedi e parevano eguali a tremanti colombe.
Poi, come a Delo fu giunta Ilitia la madre di doglie,
Venne su Leto il travaglio, la dea s’apprestò a partorire.
Cinse la palma con ambe le braccia e puntò le ginocchia
sopra quel morbido prato, sorrise al di sotto la Terra,
e nella luce uscì il figlio, gridarono tutte le dee.
Là d’acqua chiara le dee ti aspersero, lieto Radioso,
in santità, con purezza, t’avvolsero in candido manto
tenue, di nuova fattura: vi strinsero un nastro dorato.
Non dalla madre ebbe Apollo aurea-spada allora il suo latte:
Temi gli diede alimento di nettare e amabile ambrosia
con le sue mani immortali, invece, al che Leto fu lieta,
già, poiché ebbe quel figlio possente, il dio armato dell’arco.
Come di cibo immortale ti fosti saziato, o Radioso,
nastri dorati non più fermarono i tuoi movimenti,
né ti trattenne legame, si sciolsero tutte le fasce:
fra le immortali esordì all’istante Apollo il Radioso:
“Sempre saranno a me cari e la cetra e l’arco ricurvo:
per gli uomini io svelerò sicuri decreti da Zeus”.
Come ebbe detto discese su terra spaziosa di vie,
il dio arciere, l’intonso Radioso, e stupore su tutte
quelle immortali discese e fu Delo carica tutta
d’oro, come ebbe veduta la prole di Zeus e di Leto,
nella letizia, ché il dio fra isole e terre la scelse
per innalzarvi dimore e l’ebbe più cara di cuore.
Essa fiorì come picco di monte per fiori di selva.
Arco-d’argento, sovrano Apollo, infallibile arciere,
ora ascendevi sul Cinto, su quel dirupato crinale,
ora solevi fra isole e popoli vagabondare.
Già, molti templi, e così molti boschi verdi di frondi,
sono a te grati, nonché molte rupi e cime svettanti
delle elevate montagne, coi fiumi che scorrono al mare:
ma più di tutto, o Radioso, t’è cara nell’animo Delo,
dove s’adunano in folla gli Ioni dai lunghi chitoni,
coi loro stessi figlioli e le loro spose pudiche.
Col pugilato in memoria di te, con la danza e col canto,
essi t’allietano quando s’inizia fra loro l’agone.
Li crederebbe immortali e per sempre immuni a vecchiaia,
chi fra gli Ioni venisse nel tempo in cui sono raccolti.
Conoscerebbe la grazia di tutti e godrebbe di cuore
solo scorgendo quegli uomini e donne graziose di cinto,
e le loro agili navi e le loro molte ricchezze.
Anche c’è un grande prodigio, di cui non morrà mai la gloria,
quelle Deliadi fanciulle serventi del saettatore
che non appena, al principio, han cantato l’inno ad Apollo,
e così a Leto nonché ad Artemide saettatrice,
nel celebrare memorie di uomini antichi e di donne
levano il canto e alle stirpi degli uomini dànno allegrezza.
E le parlate nonché le voci degli uomini tutti
sanno imitare: chiunque direbbe poi d’essere lui
che sta parlando: a tal punto il loro bel canto s’accorda.
Siano placati per noi Apollo e Artemide insieme,
e tutte voi io saluto, fanciulle: di me voi serbate
anche in futuro memoria, se qui peregrino e straniero
giunga e domandi, chiunque egli sia fra gli uomini in terra:
“Chi, o fanciulle, per voi maestro di canti più dolce
abita queste contrade? Per chi più diletto provate?”
Tutte parlando di me rispondete in piena chiarezza:
“È un’uomo cieco, ed ha Chio dirupata come dimora,
quello i cui canti saranno i migliori ancora in futuro”.
La vostra gloria a mia volta io la spanderò sulla terra
dove a città ben tenute degli uomini ci volgeremo:
si fideranno di me, poiché è veritiera parola.
Né cesserò di cantare Apollo infallibile arciere,
arco-d’argento, che nacque da Leto la bella di chiome.
Tu sulla Licia, o sovrano, e sulla Meonia gentile
domini e sopra Mileto, l’amabile rocca marina,
Tu sopra Delo sferzata dai flutti hai potere supremo.
Muove il rampollo di Leto la chiara di gloria, suonando
con la sua cetra leggera, a Pito la scabra di rocce,
con le incorrotte sue vesti odorose: e intanto la cetra
sua sotto l’aureo plettro d’amabile nota risuona.
Verso l’Olimpo di là dalla terra come un pensiero
muove alla casa di Zeus, all’accolta degli altri dèi:
subito negli immortali è brama di cetra e di canto.
E tutte insieme le Muse, scambiandosi voci gentili,
cingono d’inni gli onori eterni dei numi e le angosce
d’uomini, quante ne hanno per mano di numi immortali,
mentre continuano a vivere ignari e indifesi, e non sanno
mai ritrovare rimedio alla morte e schermo a vecchiaia;
Belle di trecce le Grazie, intanto, e le Ore benigne
ed Armonia, e Giovinezza e figlia di Zeus, Afrodite,
danzano l’una con l’altra stringendosi al polso le mani:
danza con loro non certo più vile e non certo inferiore,
anzi davvero imponente in vista e di chiara bellezza,
lei, la gemella d’Apollo, Artemide saettatrice.
Ares fra loro, nonché l’occhio acuto Uccisore d’Argo,
danzano: Apollo il Radioso a sua volta suona la cetra
muove ampi passi armoniosi, un lucore intorno rifulge
e il balenare dei piedi e del ben tessuto chitone.
Leto dorata di trecce e Zeus il sapiente con lei
provano allora letizia nell’animo grande, mirando
quel caro figlio che muove a danza fra i numi immortali.
Come cantarti in un’inno, se d’ogni bell’inno sèi chiaro?
Forse ti celebrerò per corteggiamenti e connubi,
come venisti alla giovane Azantide per corteggiarla
contro Ischi pari agli dèi, l’Elationio forte a cavallo?
Contro Forbante, semenza triopea, contro Ereuteo perfino?
O affrontando Leucippo nonché di Leucippo la sposa,
tu a piedi, lui sul suo carro -e aTriope non era inferiore?
O come tu per donare l’oracolo agli uomini prima
hai sulla terra vagato, Apollo infallibile arciere?
Giù dall’Olimpo alla Pieria tu sèi da principio disceso;
anche per Letto arenosa passasti e così fra gli Eniani
e fra i Perrebi; ben presto ti sèi accostato a Iaolco,
quindi hai raggiunto Ceneo dell’Eubea gloriosa di navi:
anche sèi giunto alla piana Lelanto, e al tuo animo spiacque
di collocarvi il santuario e i tuoi boschi verdi di frondi.
L’Euripo tu traversasti, Apollo infallibile arciere,
chiaro di dèi verde monte hai salito e presto, partendo,
a Micalesso sèi giunto, a Teumesso letto di prati.
Anche hai raggiunta la sede di Tebe ammantata di selve;
no, non ancora mortale abitava in Tebe la sacra,
non esitevano ancora sentieri e nemmeno le vie,
nella fruttifera piana di Tebe: era invasa da selve.
Quindi passasti più oltre, Apollo infallibile arciere,
fosti ad Onchesto, recinto bellissimo di Poseidone:
fiata il puledro domato di fresco laggiù, pur gravato
dal trascinare il bel carro, a terra il pur valido auriga,
balza dal carro e cammina per via; nel frattempo i cavalli
tirano via vuoto il carro dimentichi d’arte d’auriga.
E se quel carro si rompe in quel bosco verde di frondi,
badano solo ai cavalli e lasciano il carro poggiato:
tale pia usanza da sempre hanno avuta: al nume sovrano
fanno preghiere, e quel carro diviene possesso del dio.
Quindi passasti più oltre, Apollo infallibile arciere,
e nel Cefiso venisti a imbatterti, bella corrente
che da Lilea va effondendo sue acque dal limpido corso.
Lo traversasti, Saettante, e Ocalea cinta di torri
tu raggiungesti di là e ancora Aliarto l’erbosa.
Quindi giungesti a Telfusa e ti piacque il luogo felice,
per collocarvi il santuario e il tuo bosco verde di frondi.
Prossimo a lei ti facesti e così dicesti parola:
“Qui è mia intenzione, Telfusa, di porre un bellissimo tempio
sì che un oracolo sia per gli uomini, i quali per sempre
raduneranno quaggiù in mio onore elette ecatombi,
tutte le genti che stanno nel fertile Peloponneso,
quanti a dimora hanno Europa e isole perse fra i gorghi,
a consultarmi: io a tutti costoro sicuri decreti
prescriverò profetando nel mio opulento santuario”.
Come ebbe detto gettò fondamenta, Apollo il Radioso,
ampie, per tutto all’intorno estese: e però nel vederle
s’incollerì nel suo cuore, Telfusa, e gli disse parola:
“O dio arciere, Radioso, parola porrò nel tuo cuore,
se è tua intenzione di porre quaggiù il tuo bellissimo tempio,
sì che un oracolo sia per gli uomini, i quali per sempre
raduneranno quaggiù in mio onore elette ecatombi:
altro però ti dirò, tu ponilo dentro il tuo cuore:
sempre ti tormenteranno rumore di svelte cavalle,
e abbeverandosi, i muli, a queste mie sacre sorgenti:
ecco perché ciascun uomo vorrà rimirare qui i carri
solidi ed il rumorio di cavalle svelte di piedi,
più che un immenso sacrario, le molte ricchezze all’interno.
Ma se volessi ascoltarmi (e ben più potente e più forte
tu di me sèi, o sovrano, ed è la tua forza suprema),
presso le anfrattuosità del Parnaso erigilo, a Crisa.
Non tuoneranno i bei carri laggiù, non s’avrà di cavalle
svelte di piedi il rumore intorno all’altare ben fatto.
Anzi così recheranno in tuo onore doni, o Peana,
stirpi gloriose di genti, e tu ne godrai nel tuo cuore,
nell’accettare le belle offerte di genti vicine”.
Disse Telfusa e all’Arciere il cuore piegò, perché fosse
tutta per lei sulla terra e non per l’Arciere la gloria.
Quindi passasti più oltre, Apollo infallibile arciere,
e raggiungesti la rocca dei Flegi, una gente oltraggiosa,
che senza darsi mai pena di Zeus abitavano in terra
presso il padule Cefiside in una gentile vallea.
Rapidamente da lì salisti sui monti, adirato,
e raggiungesti poi Crisa a pie’ del Parnaso nevoso,
cresta che è volta al soffiare di zefiro -e sopra di quella
svetta una rupe pendente e vi corre sotto una valle
aspra: laggiù stabilì il sovrano Apollo, il Radioso,
di costruire il suo tempio amabile e disse parola:
“Qui è mio proposito ormai di porre un bellissimo tempio
sì che un oracolo sia per gli uomini, i quali per sempre
raduneranno quaggiù in mio onore elette ecatombi,
tutte le genti che stanno nel fertile Peloponneso,
quanti a dimora hanno Europa e isole perse fra i gorghi,
a consultarmi: io a tutti costoro sicuri decreti
prescriverò profetando nel mio opulento santuario”.
Come ebbe detto gettò fondamenta, Apollo il Radioso,
ampie, per tutto all’intorno estese, e così sopra quelle
posero allora una soglia di pietra Trofonio e Agamede
figli di Ergino, nonché prediletti degli immortali:
poi innumerevoli stirpi degli uomini eressero il tempio
con i macigni squadrati, che fosse cantato per sempre.
Presso era il limpido fonte in cui il sire figlio di Zeus
già trucidò col suo arco temibile la dragonessa,
grande e vorace, la bestia selvatica, quella che in terra
molte sventure arrecava agli uomini, molte per loro,
molte per l’agile greggia, poiché fu una piaga cruenta.
Prima ella accolse e allevò per Hera dal trono tutt’oro
lo spaventoso e dolente Tifone, una piaga ai mortali,
nato che Hera ebbe un tempo, per collera contro Zeus padre,
già, poiché il Cronide diede alla luce Atena gloriosa
dalla sua testa: all’istante andò in collera Hera sovrana
quindi così prese a dire fra i numi immortali adunati:
“Ora ascoltatemi tutti, o dèi, e anche voi, o dee tutte.
Come ha iniziato a oltraggiarmi lui, Zeus che raduna le nubi,
primo, da quando m’ha resa sua sposa dai probi pensieri!
Ora anche senza di me ebbe Atena, Occhi-di-strige,
quella che splende al di sopra di tutti i beati immortali,
mentre una laida presenza divenne fra tutti gli dèi
il figlio mio piede-zoppo, Efesto che io partorii;
con le mie mani l’ho preso e scagliato al mare spazioso;
pure la figlia di Nereo, lei, Tetide piede-d’argento
lo ricevé, con le sue sorelle gli diede riparo:
altro favore doveva offrire ai beati, agli dèi!
Perfido, vario d’ingegno, che altro disegno ora covi?
Non te l’avrei partorita io stessa? E mi dissero tua
sposa fra quanti immortali posseggono il cielo spazioso!
Medita ormai la sciagura che ti coverò d’ora in poi:
presto la escogiterò io la via, che venga alla luce
un figlio mio che risplenda così fra gli dèi, gli immortali;
certo il tuo talamo sacro non lo infangherò, né me stessa,
pure non frequenterò il tuo letto, ma rimanendo
da te divisa sarò in mezzo agli dèi, gli immortali”.
Come ebbe detto partì dagli dèi, tanto era adirata;
subito quindi pregò Hera occhi bovini, sovrana,
e colpì il suolo con mano distesa e poi disse parola:
“Ora ascoltatemi, Terra e tu in alto, cielo spazioso,
e voi Titani, voi dèi che abitate sotto la terra,
giù nel gran Tartaro -uomini e dèi sono nati da voi:
voi, sì voi tutti esauditemi adesso e donatemi un figlio,
senza l’amplesso di Zeus, che non sia da meno in vigore:
anzi, sia valido quanto Zeus Cronide, l’ampio veggente”.
Come ebbe detto colpì con la grave mano la terra
e ne fu scossa la terra vitale, e la dea ne fu conscia
e nel suo cuore fu lieta, sperò che venisse ad effetto.
Da quel momento così nel compiersi intero d’un anno,
no, non ascese una volta sul letto di Zeus il sapiente,
no, non sedé sul suo trono dedaleo, come in passato
già si sedeva al suo fianco, a intessere saggi consigli:
anzi restandosene nel suo venerato sacrario,
dei sacrifici godeva Hera occhi bovini, sovrana.
Ma non appena però trascorsero mesi e giornate,
lungo il compirsi dell’anno, tornarono indietro stagioni,
diede la vita a una bestia diversa da numi e mortali,
lo spaventoso e dolente Tifone, una piaga ai mortali.
Subito allora lo prese Hera occhi bovini, sovrana,
e recò e diede quel male a un male, a colei che l’accolse;
L’uno assai danno alle stirpi gloriose degli uomini inflisse,
l’altra arrecava a chiunque incontrasse giorno funesto
prima che un dardo scagliasse su lei il sire Apollo, l’arciere,
colpo mortale: da doglie terribili lei consumata
forte ansimando giaceva torcendosi contro la terra.
Fu prodigioso, infinito il suo grido, e dentro la selva
di qua e di là si torceva più volte, esalò poi il respiro
fiotto sanguigno emanando; e vantava Apollo il Radioso:
“Putrida adesso sta lì sulla terra madre di genti,
no, non sarai rovinoso flagello ai viventi mortali
ora, per quelli nutriti dal frutto di terra feconda
che condurranno fin qui le loro perfette ecatombi,
non sfuggirete alla morte amara né tu, né Tifeo,
né la Chimera dal nome sinistro, e quaggiù nel frattempo
putrida ti renderà nera terra e Iperione ardente”.
Disse così nel suo vanto, ma a lei calò il buio sugli occhi;
poi la lasciò putrefatta, la sacra potenza del Sole:
e perciò il luogo ora ha il nome di Pito, e al contempo il sovrano
Pizio lo chiamano, nome veridico, già poiché il mostro
per la potenza del Sole impetuoso è là imputridito.
Ecco che allora in cuor suo riconobbe, Apollo il Radioso,
come l’avesse ingannata la fonte di limpida stilla:
verso Telfusa s’avviò in collera, giunse lì in fretta:
Prossimo a lei s’accostò e così le disse parola:
“Tu non dovevi, Telfusa, provarti a ingannare il mio cuore,
luogo gentile serbando a effondere limpida l’acqua.
Anche quaggiù brillerà la mia gloria, non la tua sola”.
Disse e un rupe su lei gettò, il sire Apollo, l’arciere,
con un franare di rocce, così ne occultò la corrente,
poi costruì il suo altare in quel bosco verde di frondi,
presso la fonte che l’acqua ha limpida: tutti al sovrano
un soprannome, Telfusio, hanno dato in quella contrada,
già, poiché aveva infangato le polle alla sacra Telfusa.
Ecco che poi meditò nell’animo, Apollo il Radioso,
quali fra gli uomini avesse a condurre come officianti,
che lo servissero poi in Pito la scabra di rocce:
mentre pensava, avvistò sul mare colore del vino
l’agile nave che a bordo aveva assai uomini degni,
genti di Creta, da Cnosso Minoica, -questi al sovrano
celebrano sacrifici e rivelano vaticini
dell’Aurea-spada, di Apollo il Radioso, ogni cosa che dica
per le vallee del Parnaso, dal lauro emanando responsi.
Sopra quel nero vascello in cerca di beni e commercio
voltisi a pilo Pilo arenosa, agli uomini stirpe di Pilo,
essi viaggiavano: a loro andò incontro Apollo il Radioso:
di mezzo al mare arrembò, sembrando in aspetto un delfino,
l’agile nave, e vi giacque, un mostro temibile e grande:
chi fra i Cretesi pensava nell’animo di sogguardarlo,
di qua e di là lo sbalzava, squassava il fasciame alla nave.
Dentro la nave essi muti sedevano in preda al terrore,
e non scioglievano fune alla nera nave ricurva
e con le vele drizzate così con ritorte bovine
sempre viaggiavano: a poppa il rapido noto spingeva
l’agile nave: da prima passarono il capo Malea,
oltre la terra laconia a una rocca cinta dal mare
vennero, presso un sacrario del Sole letizia ai mortali,
Tenaro, dove le greggi lanose del Sole sovrano
pascono sempre -quel luogo amabile il dio lo possiede.
Essi volevano là fermare la nave e sbarcare
a esaminare quel grande prodigio, a mirare con gli occhi
se rimanesse sul ponte dell’agile nave quel mostro,
o si gettasse nell’onda salata, animata di pesci;
ma i governali non più seguiva la nave ben fatta,
ma continuò anche oltre il fertile Peloponneso,
per la sua rotta, col vento il sovrano Apollo, l’arciere
la indirizzò facilmente; e questa compiendo il suo viaggio
fino ad Arene nonché ad Argifea amabile giunse,
poi anche a Trio, un passaggio d’Alfeo, anche ad Epi la salda,
e fino a Pilo arenosa, agli uomini stirpe di Pilo:
quindi passò superando anche Crune e Calcide e Dime,
poi lungo l’Elide splendida, ove hanno dominio gli Epei:
quando anche a Fea arrivò, superba del vento di Zeus,
d’Itaca a loro apparì fra le nebbie l’erta montagna,
quindi Dulichio e poi Same e Zacinto verde di selve.
Poi non appena passò tutto quanto il Peloponneso,
e così a loro apparì l’infinito golfo di Crisa,
quello che i termini chiude al fertile Peloponneso,
venne per fato di Zeus un gran vento, Zefiro chiaro,
prese a soffiare impetuoso dall’etere, sì che al più presto
svelta la nave passasse il salato flutto del mare.
Ecco che allora al contrario e rivolti al sole e all’aurora
essi viaggiavano: a guida il re Apollo, il figlio di Zeus;
dunque raggiunsero Crisa assolata ricca di viti,
e la marina, toccò le sabbie l’ondivaga nave.
Lì dalla nave discese il sovrano Apollo, l’arciere,
simile di mezzoggiorno a una stella: molte faville
si sprigionavan da lui, ne salì nel cielo il chiarore.
Nel penetrale il dio venne fra i tripodi ricchi d’onore,
dove egli accese una fiamma, facendo brillare i suoi dardi,
e quel chiarore riempì tutta Crisa: ruppero in grida
tanto le spose crisee che le figlie belle di cinto,
al balenio del Radioso: destò fiero orrore in ciascuno.
Poi alla nave tornò precipite come un pensiero,
e somigliava però ad un uomo giovane e forte,
di primo pelo, le chiome distese sull’ampie sue spalle:
e dispiegando la voce parlò con alate parole:
“Chi siete, ospiti? Dove correte le liquide vie?
Forse per vostro guadagno, o senza una meta vagate,
simili a quei razziatori sul mare, che vanno vagando,
pongono a rischio le vite e recano a estranei sciagure?
E come mai atterriti sedete e nemmeno prendete
terra, e nemmeno allentate alla nera nave le funi?
Altra davvero è l’usanza degli uomini seme del grano,
quando s’approssimano con la nera nave dal mare
ad una terra e fatica li vinca, e d’un subito allora
il desiderio di cibo soave li prende nel cuore”.
Sì, così disse e instillò dentro i loro petti coraggio.
E il capitano cretese rispose e gli disse di contro:
“Ospite, certo non tu somigli alle genti mortali,
non di bellezza o figura, ma ai numi immortali, piuttosto.
Io ti saluto, sta’ sano, ti diano ricchezza gli dèi.
Dimmi però veritiera parola, a che io sappia bene,
Quale il paese, che gente v’è qui? Che mortali vi sono?
Noi con ben altra intenzione oltre il grande abisso andavamo,
dritti su Pilo da Creta, di cui ci vantiamo progenie.
Ora fin qui con la nave arrivammo senza volerlo,
desiderando altra via al ritorno, un altro cammino;
nostro malgrado però ci condusse qui un immortale”.
Ecco che a loro diceva in risposta Apollo l’arciere:
“Ospiti, voi che dimora avevate in Cnosso alberata,
prima, ma adesso non più di ritorno ancora verrete
alla sua amabile rocca, alle belle case ciascuno
alle dilette consorti, ma qui l’opulento santuario
mio, venerato da molti fra gli uomini custodirete;
io sono il figlio di Zeus e mi vanto d’essere Apollo,
e vi condussi fin qui per il grande abisso del mare
non meditando alcun male: ma qui l’opulento santuario
mio venerato da molti fra gli uomini custodirete,
degli immortali saprete i piani e per loro volere
sempre in eterno sarete onorati giorno per giorno.
Ora suvvia a quel ch’io dirò conformatevi tutti:
prima di tutto ammainate le vele e sciogliete le funi,
poi questa rapida nave traetela in secca sul lido,
e di tesori e d’attrezzi vuotate la nave librata,
quindi erigete un altare qui lungo il frangente del mare,
fate che il fuoco vi bruci e ardete la bianca farina:
incominciate a pregare ergendovi intorno all’altare.
E poiché io da principio sul pelago cupo di nebbie
assomigliando a un delfino balzai sopra l’agile nave
come Delfinio dovete pregarmi; e così quest’altare
delfico sempre sarà chiamato e superbo di gloria.
Poi gusterete la cena alla nera ed agile nave,
e liberete agli dèi beati che hanno l’Olimpo.
Quindi placata la brama di cibo che al cuore è soave,
camminerete con me, canterete intanto il peana,
fino a raggiungere il luogo in cui avrete il ricco santuario”.
Sì, così disse e gli diedero ascolto, obbedirono pronti:
ammainarono prima le vele sciogliendo le funi,
l’albero nella forcella calarono, i cavi allentando,
quindi venivano tutti sbarcando al frangente del mare,
l’agile nave dal mare la trassero in secca sul lido,
sopra le sabbie ben alta, vi misero sotto gran trave,
lungo il frangente del mare eressero dunque l’altare,
fecero il fuoco bruciare e ardere bianca farina,
come il dio volle pregarono ergendosi intorno all’altare.
Presero quindi la cena alla nera ed agile nave
e poi libarono ai numi beati che hanno l’Olimpo.
Ma non appena placata la voglia del bere e del cibo,
mossero: li conduceva il re Apollo, il figlio di Zeus,
e fra le mani stringeva l’amabile cetra e suonava,
con ampi passi armoniosi: andavano a tempo i Cretesi
dietro di lui verso Pito, cantavano intanto il peana,
come ne sanno peani i Cretesi, ai quali la dea
Musa nei petti ispirò il canto soave di voci.
Per la collina indefessi salirono, giunsero in fretta
presso il Parnaso, nel luogo amabile dove doveva
lui, il dio onorato da molti degli uomini, giungere a stanza.
Egli indicò i penetrali divini il santuario opulento.
Ne fu sconvolto però dentro il petto l’animo loro;
lo interrogò il capitano cretese e gli disse di contro:
“Sire, poiché via dai cari, ben via dalla terra dei padri,
tu ci hai condotti (così fu infatti gradito al tuo cuore),
ora in che modo vivremo? A ciò ti esortiamo a pensare.
Ricca di viti e di prati non è questa terra gentile,
tanto da viverci bene, che d’uomini poi ci si curi”.
Ma sorridendo rispose Apollo, quel figlio di Zeus:
“Stolti, gravati d’affanni, voi uomini, che concepite
cure nonché dolorose fatiche e tormenti del cuore:
facile a darsi è la mia risposta, e da porvela in mente.
Sempre ciascuno di voi nella destra impugni il coltello
per macellare le greggi: infinite a voi ne verranno,
quante le stirpi gloriose degli uomini ne condurranno:
voi custodite il santuario, degli uomini qui radunati
voi accogliete le stirpi per mia volontà, sopra tutto
se ci dovesse mai essere azione o parola avventata
o tracotanza, com’è costume fra genti mortali.
Altri in futuro su voi s’imporranno per comandarvi
altri di cui subirete i voleri giorno per giorno.
T’è rivelata ogni cosa: tu serbala nella tua mente”.
Ecco che io ti saluto, o figlio di Zeus e di Leto,
e mi ricordo di te e così d’un’altra canzone.

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daniele ventre
Daniele Ventre (Napoli, 19 maggio 1974) insegna lingue classiche nei licei ed è autore di una traduzione isometra dell'Iliade, pubblicata nel 2010 per i tipi della casa editrice Mesogea (Messina).