Su “Arruina” di Francesco Iannone

di Alfonso Guida

Ho letto “Arruina” (il Saggiatore, 2019) in un bar del mio paese, quasi sempre all’alba. Leggerlo è stato come passare al mattino presto dinanzi a un dipinto di Bacon, a una vetrina di macelleria, l’acciaio cupo delle onde nell’isola dei matti di Goya. Ora io non sono un critico. Non ho una formazione accademica. “Non è mai con intenzioni critiche che mi avvicino ad un’opera d’arte”, scrisse Rilke. Lo hanno già detto altri: la lingua di Francesco Iannone o il suo linguaggio, la statua nella sua essenza o l’ornamento che fa la bellezza, per Walter Benjamin, se considerato un involucro necessario alla custodia dell’essenza. L’artificio, lo choc che Benjamin vide in Baudelaire, le interruzioni sulla linea del cerchio e della ripetizione: a questo serve l’ornamento. Se non ci fosse ornamento, non ci sarebbe nulla da togliere. E noi quando parliamo di Francesco Iannone parliamo di un cammino più letterario che umano o forse umanamente lacerato, ma così in profondità da non trasparire.

Iannone ha un’espressione che poggia sull’eccesso, è un espressionista. Prende materiale dalla storia e lo traduce in materiale inventato, in paese dell’immaginazione.
I nomi geografici di “Arruina” hanno una matrice antropologico-fiabesca, ed è indubbio. Ma Roccagloriosa o Acquavena sono città arroccate, raggiungibili ma lontanissime, tanto da far pensare ad un santuario dei miracoli. Non a caso in questa allucinazione dantesca chi deve passare per la grande porta di Roccagloriosa dovrà essere in possesso di un miracolo. Si chiede un’ostensione. Ci sono paganesimi che interagiscono con una liturgia paleocristiana ben definita. Iannone sa che le Nerissime sono necessarie quanto la Sperduta che vogliono distruggere. Interdipendenza tra soggetto e oggetto, tra due soggetti, bene e male, buio e luce, la dissociazione mentale dell’Occidente, la scissione interiore. Se la psicoanalisi ha ravvisato nelle fiabe una simbologia arcana e remota, Iannone invece vi scorge una drammaturgia, una rappresentazione del sé nella sua interezza. In questo libro non si fa torto a nessuno. Il male viene fatto camminare per queste nostre strade e lo si cerca di interpretare come fosse il sole, lo spirito, l’uccello rapace, la vetta di ogni mitologia, Anubi, dio cinocefalo, quanto la regina vergine Cibele. E perché non la mater dolorosa? Si respira il lutto delle lamentatrici funebri, l’escrementizio del denaro e una stupenda “trauerspiel”, una rappresentazione del lutto. Il latte, il sangue, lo sperma, l’acqua. Il coacervo degli elementi diviene un globo differenziato internamente. Ogni personaggio è portatore di un’archetipia. Materia e teleologia. Niente si aziona gratuitamente. Gli anelli si ingranano vicendevolmente creando questa catena che va districandosi e scorrendo sul pendio della narrazione come un destino, un’inesorabilità, una botte che si sgretolerà sul fondo del mare “Arruina” venendo dai fianchi di una rupe, è la catastrofe. Dopo c’è l’interregno.

Perché penso alle sante prostitute che si rifugiavano penitenti nel deserto? E se Roccagloriosa fosse l’antro di Maria Egiziaca? E se Acquavena fosse la caverma non di Platone, ma una risorgiva baccante del Cilento? Cibele e Attis il cui tempio fu soppiantato dal primo insediamento cristiano qui a Montevergine? È un cerchio religioso. C’è religiosità non teologia, forse la multiforme teologia dell’io, l’individuo derealizzato, incarcerato in una mitologia personale. “Arruina” è concentricità fiabesca, metaromanzo, parola che cerca, costante, il fuoco assoluto per purificarsi e tornare a sporcarsi tra i lebbrosi, tra coloro che venivano scacciati fuori dalle mura di cinta della città, i lebbrosari.

Non c’è un tono orante, non ci sono mani giunte. L’enigma ha un preludio, un intermezzo. E quindi “Arruina” è un’opera musicale. Filastrocche rimate, il dialetto, la lingua più vicina alla verità, anche sub specie poetica. Salmodie, giaculatorie. In questo libro, è un cammino verso la guarigione. La Sperduta è lo sblocco dei trombi di sangue. Ritrovarla è ricucire le due parti che insieme costituiranno il sacro: il bene e il male. Il sacro non è Dio, non è solo il Bene Sommo. Il sacro, in origine, è bene e male uniti, è questo banchetto sponsale dove si celebra solennemente, col sangue, un sacrificio e “sacrificio” etimologicamente vuol dire proprio “fare il sacro”. Iannone scrive che la verità è “oltre la lesione”. Occorre inginocchiarsi davanti alla fessura da cui sgorgherà materia vivente e vitale, una crepa piena di zolle fertili, una crosta e sotto lo spreco di sangue. Francesco ha un terrore dentro. Questa è una “favola oscura” perché è la favolosa, momentanea via di redenzione di un terrorizzato. Cosa spaventa Iannone mentre scrive? Iannone è spaventato dalle sue guerre intestine. La sua interiorità è un campo rupestre dove avvengono battaglie fratricide, tra due sé. È ancora un romanzo sul male, il male atavico, ancestrale del nostro Occidente, guerriero e mendicanti di aghi che ricuciono la spaccatura, il dualismo, così atrofizzato. Iannone mette in bocca ad uno dei suoi personaggi stralunati la frase: “ogni parola per me è una sofferenza, una fatica”.

Ecco descritto con l’io, e seccamente, l’atto di creazione, come lo chiama Deleuze, il parto con le sue atroci doglie. Non finiamo nella concezione sfibrata e sfibrante dell’artista come “sibilla” o “posseduto”. È vero, Iannone ha ricevuto l’angelo dell’Annunciazione che gli ha messo nel corpo il verbo, ma Francesco è anche Logos. È il pensiero di una ricerca che deve trovare una via d’uscita a fargli escogitare l’attraversamento della parola, col peso del suo significato, direbbe Celan, e con le suggestioni arcaiche, materiche del suo significante. Qui vengono in mente le brevi filastrocche vernacolari lucane che l’ingegnere L. Sinisgalli raccolse sotto il titolo “L’albero delle rose”.

Usi figurati della lingua a iosa in “Arruina”: sinestesie, metafore, metonimie, allitterazioni, ossimori soprattutto. Alternanze di accecamenti da sole e black-out, accecamenti nati dal buio denso di una notte sempre più oscura dove se si profila una mistica, è sicuramente quella dell’ascesa del monte Carmelo di San Giovanni della Croce. “Arruina” è un libro che affronta una realtà grezza, grossolana perché barbara, piena di superstizioni religiose, di magiare demartiniane, ma ha un sottobosco di elementi stilistici elegantissimi, le circonvoluzioni linguistiche si corrispondono armoniosamente, echi si incontrano a distanza di pagine. Il racconto ha una sua struttura circolare, ma il tempo in cui parlano tutti i personaggi è lineare, progressivo, giudaico-cristiano: l’arrivo è la Sperduta, l’arrivo è la redenzione.

Iannone è scisso anche nella percezione del tempo e tuttavia la sua lotta mira ad una ricostruzione del filo che tenga insieme linea retta e linea curva, un solo angiporto e un labirinto.

Francesco a pag. 104 scrive: “sono le acque interiori della madre e del padre”. Ecco, questo forsennato culto della preistoria, della genitorialità, ma anche della vita fetale nell’amnio, vera acqua interiore perché primo interlocutore sociale del feto, primo avvertimento percettivo di una presenza altra. E di feti e bambini storpi o bisognosi il romanzo pullula. L’acqua è l’elemento primo. La nascita della Sperduta inaridirà la sorgente e le Nerissime/donne Tracie, pronte a sbranare Orfeo, saranno messe in pericolo.

La nascita di una bambina farà vacillare a presenza del male nel mondo. Ecco la dualità antica del nostro Occidente pagano e cristiano, l’incapacità di essere un’unità come voleva Jung, nella collimazione dei contrari o nella ieratica e serafica compresenza delle contrarietà interne. “Tutte la vita interiore rimanda l’immagine dell’acqua”, scrisse Paul Claudel, mentre Platone vide una linea d’acqua separare la veglia dal sonno, la coscienza della luce dalle fantasime dell’addormentamento di sé. Fra il buio e la luce platonicamente insorge una polluzione, una vera effusio seminis.

“Arruina” è un romanzo scritto in stato di immersio, come direbbe Celan, come certe poesie, e anche di sommersio. Alla fine, a Roccagloriosa, si assiste ad una emersio. Iannone e i suoi personaggi respirano polveri cosmiche sul finale, si ritrovano, scrive, in “una galassia calcarea”. E i bambini diventano improvvisamente creature celesti, i bambini, scrive, “partoriti in seno alle acque pure delle sorgive”. E allora la favola oscura lascia intravedere, man mano che si rischiarano le fondamenta, le colonne di una conversione evangelica, creaturale, quando in Matteo Gesù dice: “come bambini dovete diventare perché sia vostro il Regno dei cieli”. E qui il celeste si fa presente, è un’apparizione reale, una riva, un approdo dopo scorribande tra sonorità cavernose e onomatopee di origine misterica, un seguito di oracolari cantilene nelle quali è ben nascosto il segreto, la formula arcana della liberazione e della sopravvivenza.
Questo libro è stato scritto a tutela dello stesso autore, cioè l’autore lo ha scritto per tutelarsi. “Salus” ha due significati in latino, salute e salvezza. Credo che “Arruina” sia stato scritto in vista del raggiungimento della “salus”.

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