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	<title>Desaparecidos &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>Come difendere memoria e giustizia nell’Argentina di Milei</title>
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		<dc:creator><![CDATA[davide orecchio]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 23 Mar 2026 13:00:25 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[allarmi]]></category>
		<category><![CDATA[argentina]]></category>
		<category><![CDATA[davide orecchio]]></category>
		<category><![CDATA[Desaparecidos]]></category>
		<category><![CDATA[dittatura militare argentina]]></category>
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					<description><![CDATA[di <strong>Davide Orecchio</strong> <br />
1976-2026. Intervista a Julio Santucho a 50 anni dal golpe.
"Abbiamo un governo negazionista che viola continuamente i diritti fondamentali. Ma la società ha perso capacità di reagire"]]></description>
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<h2>1976-2026. Intervista a Julio Santucho a 50 anni dal golpe</h2>



<div class="wp-block-image"><figure class="aligncenter size-large"><img loading="lazy" width="1024" height="825" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/03/00-1024x825.jpg" alt="" class="wp-image-119138" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/03/00-1024x825.jpg 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/03/00-300x242.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/03/00-768x619.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/03/00-1536x1238.jpg 1536w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/03/00-521x420.jpg 521w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/03/00-150x121.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/03/00-696x561.jpg 696w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/03/00-1068x861.jpg 1068w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/03/00-1920x1548.jpg 1920w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/03/00.jpg 2047w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /><figcaption>Foto di <a href="https://www.flickr.com/photos/jglsongs/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Jglsongs, da Flickr</a></figcaption></figure></div>



<p>di <strong>Davide Orecchio</strong></p>



<p>Il 24 marzo 2026 per l’Argentina è un giorno importante. Sono cinquant’anni dal colpo di Stato dei militari che avrebbe inaugurato una delle dittature più feroci della storia contemporanea (1976-1983). L’anniversario cade nel momento peggiore, ossia sotto il peggior governo possibile, nella repubblica presieduta da Javier Milei. La memoria collettiva sembra resistere nel giusto verso, se prestiamo fede a un recente <strong>sondaggio</strong> dell&#8217;Università di Buenos Aires e del Cels (Centro studi legali e sociali), dal quale emerge che il 71% degli argentini condanna la dittatura, mentre il 63% ritiene che non ci fossero giustificazioni per il golpe. </p>



<p>Ma non c&#8217;è associazione, istituzione, organismo per la difesa dei diritti civili che non sia sotto attacco. È in difficoltà anche l&#8217;attività forse più importante, la ricerca e restituzione dei <strong>nietos</strong>, i figli che i militari sottrassero alle madri sequestrate e desaparecide: come osserva il giornalista <a rel="noreferrer noopener" href="https://www.eldestapeweb.com/politica/dictadura-argentina/milei-pierde-la-batalla-cultural-el-71-rechaza-a-la-dictadura-20263130525" target="_blank">Gabriel Sued su &#8220;El Destape&#8221;</a>, da quando Milei è entrato nella Casa Rosada &#8220;tutte le agenzie statali orientate alla ricerca (dei nietos, <em>ndr</em>) sono state indebolite&#8221;, l&#8217;accesso alla documentazione rilevante in possesso delle Forze Armate e di sicurezza è stato limitato&#8221;, e persino &#8220;le analisi genetiche (…) sono state ostacolate&#8221;. </p>



<p>Il resoconto di una situazione gravissima lo traccia un rapporto dal titolo esauriente: <a rel="noreferrer noopener" href="https://abuelas.org.ar/register/public/1765904017695-297749667.pdf" target="_blank"><em>Bajo asedio</em></a>, curato sempre dal Cels. È in effetti un <strong>assedio</strong>, quello subito dalle politiche di memoria, verità e giustizia in Argentina: decreti, risoluzioni amministrative, licenziamenti, addirittura la chiusura di un&#8217;intera Unità speciale di ricerca (Uei) che per 20 anni aveva lavorato con magistratura e procura.</p>



<h1>Un governo negazionista</h1>



<p><strong>Julio Santucho</strong>, fondatore e presidente onorario dell&#8217;Istituto multimediale DerHumALC (Diritti Umani in America Latina e nei Caraibi) ci spiega in questa intervista in quale clima politico e culturale l’Argentina commemora il golpe.&nbsp;Santucho non è solo un importante militante di verità e giustizia, ma &#8211; ex dirigente del Prt negli anni ‘70 &#8211; ha alle spalle una storia significativa di opposizione al regime di Videla e di violenze subite. La sua famiglia fu decimata dalla dittatura militare. Sua moglie Cristina è desaparecida. E, fino a tre anni fa, si erano perse le tracce di uno dei suoi figli, Daniel, del quale Cristina era incinta quando fu sequestrata dai militari. Poi Daniel, il <em>nieto 133</em>, è stato ritrovato e recuperato dalle Abuelas.</p>



<p>«La situazione è grave &#8211; esordisce Santucho -. Abbiamo un governo negazionista che viola continuamente i diritti fondamentali. Attacca i pensionati, reprime le persone con disabilità e non rispetta nemmeno le risoluzioni del Congresso, non destinando i fondi previsti dalla legge. Per quanto riguarda i diritti umani e la memoria storica, nel cinquantesimo anniversario della dittatura si assiste a una propaganda costante da parte del governo contro tutti i diritti acquisiti. Ha circolato perfino la voce – una fake news, ma comunque sintomatica del clima – secondo cui il 24 marzo potrebbero ottenere l&#8217;indulto tutti i militari condannati per i crimini della dittatura. Ma in termini di diritto sarebbe impossibile, perché si tratta di crimini contro l’umanità, e non rientrano nell&#8217;indulto. Altri reati sì, ma non quelli. Ma il semplice fatto di far circolare una notizia del genere equivale a dire: &#8220;Qui non è successo niente&#8221;. È come negare il colpo di Stato».</p>



<p><strong>Come reagisce la società argentina?</strong><br /><br />«Tutto questo non provoca lo scandalo che dovrebbe provocare. C’è una specie di addormentamento, una passività diffusa. Il consenso per Milei sembra restare attorno al 40%, grossomodo il risultato ottenuto alle ultime elezioni. Ma è il 40% del 50% degli elettori: un po’ come succede in Italia. In pratica Milei governa con il 40% di metà del paese. Il resto è passività. Ed è proprio questo l’aspetto più grave. La società argentina ha perso la capacità di reagire davanti a un’offensiva della destra così forte e aggressiva».</p>



<p><strong>Cosa accadrà il 24 marzo? Con quali parole d’ordine scenderanno in piazza i militanti?</strong><br /></p>



<div class="wp-block-image is-style-default"><figure class="alignleft size-large is-resized"><img loading="lazy" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/03/Santucho.png" alt="" class="wp-image-119168" width="448" height="374" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/03/Santucho.png 896w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/03/Santucho-300x250.png 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/03/Santucho-768x641.png 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/03/Santucho-503x420.png 503w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/03/Santucho-150x125.png 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/03/Santucho-696x581.png 696w" sizes="(max-width: 448px) 100vw, 448px" /><figcaption>Julio Santucho</figcaption></figure></div>



<p>«Lo slogan sarà quello tradizionale:&nbsp;“Memoria, Verità e Giustizia”. Quest’anno però ci sarà un elemento nuovo. In tutto il paese sono stati realizzati dei&nbsp;ricami&nbsp;con i volti dei desaparecidos o con i loro nomi. Migliaia di persone hanno tessuto fazzoletti e pannelli commemorativi. Questo significa ore e ore di lavoro manuale. Quindi quest’anno non ci sarà soltanto la tradizionale grande fotografia collettiva con i volti dei desaparecidos, come negli anni passati. Questa sarà la novità simbolica della manifestazione. Il movimento per i diritti umani è molto attivo e forte. La mobilitazione per i 50 anni del golpe è già iniziata. In tutto il paese si stanno organizzando attività: a Tucumán, Buenos Aires, La Rioja, Santiago del Estero e in tutte le province. E sono sicuro che la manifestazione del 24 marzo sarà enorme. Non ci sarà repressione. Reprimono quando si tratta di poche centinaia di persone in piazza, ma quando ce n’è un milione non lo fanno. Sono certo che tutte le città del paese avranno grandi manifestazioni convocate dal movimento per i diritti umani».</p>



<h1>Fare memoria senza fondi</h1>



<p><strong>Le organizzazioni della memoria sono state ostacolate dal governo?</strong><br /><br />«Il metodo usato dal governo è lo stesso che adotta con tutti i settori che vuole colpire:&nbsp;taglia i finanziamenti. Questo vale anche per le organizzazioni dei diritti umani e per i&nbsp;siti della memoria, cioè i luoghi dove durante la dittatura c’erano centri clandestini di detenzione (Ccd). Non è repressione diretta, ma è un modo molto efficace per indebolire tutto il sistema della memoria, perché riduce il personale, le attività e le possibilità operative. Negli anni passati lo Stato finanziava questi centri: personale, manutenzione degli edifici, attività educative. Ora il governo ha praticamente tagliato tutto. Gli edifici possono letteralmente cadere a pezzi e lo Stato non interviene. Gli addetti sono ridotti al minimo. Molti collaboratori e lavoratori precari sono stati mandati via. Sono rimasti soprattutto i dipendenti con contratti statali stabili, quelli che non potevano essere licenziati facilmente».</p>



<p><strong>Puoi fare un esempio?</strong><br /><br />«Mio figlio Miguel lavora nel sito della memoria di&nbsp;Virrey Cevallos, un ex centro clandestino di detenzione che oggi accoglie visite di scuole e cittadini. Le attività continuano, ma il personale è ridotto a tre addetti che devono alternarsi per gestire visite e attività educative. E non c’è un <em>peso </em>per la manutenzione».</p>



<p><strong>Il Museo della memoria dell’ex Esma, la scuola dell’aeronautica e centro di detenzione più tristemente famoso dell’epoca dittatoriale, è stato attaccato fin dal principio della presidenza Milei. Ora in che stato si trova?</strong><br /><br />«Il&nbsp;Centro culturale Conti, che si trova nell’ex Esma, è stato chiuso. Altri organismi invece continuano a funzionare dentro il complesso: la Casa de la Identidad delle Abuelas, la Casa delle Madres e altre istituzioni dei diritti umani. Ma &#8211; ripeto &#8211; con budget ridottissimi. Noi, per esempio, conserviamo lì l’archivio audiovisivo del Festival Internazionale del Cinema dei Diritti Umani. Però dobbiamo mantenerlo da soli: se la stanza deve essere dipinta o riparata, dobbiamo farlo con i nostri mezzi. Lo Stato non interviene».</p>



<figure class="wp-block-embed is-type-wp-embed is-provider-nazione-indiana wp-block-embed-nazione-indiana"><div class="wp-block-embed__wrapper">
<blockquote class="wp-embedded-content" data-secret="niXG7kqs6V"><a href="https://www.nazioneindiana.com/2024/04/20/la-lezione-di-estela-carlotto/">La lezione di Estela Carlotto</a></blockquote><iframe class="wp-embedded-content" sandbox="allow-scripts" security="restricted" title="&#8220;La lezione di Estela Carlotto&#8221; &#8212; NAZIONE INDIANA" src="https://www.nazioneindiana.com/2024/04/20/la-lezione-di-estela-carlotto/embed/#?secret=niXG7kqs6V" data-secret="niXG7kqs6V" width="600" height="338" frameborder="0" marginwidth="0" marginheight="0" scrolling="no"></iframe>
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<h1>Processi e nietos</h1>



<p><strong>Il corso dei processi per i crimini della dittatura si è interrotto?</strong><br /><br />«No. L’11 marzo scorso, ad esempio, è iniziata la prima udienza del processo per i desaparecidos dell’Ingenio Fronterita, a Tucumán. Era uno dei centri di detenzione legati alla repressione nel corso dell’<em>Operativo Independencia</em>, iniziato prima del golpe del 1976, quando Isabel Perón autorizzò l’esercito a intervenire nella provincia per combattere la guerriglia dell’Erp. In realtà quell’operazione colpì soprattutto la popolazione civile: contadini accusati di aver aiutato i guerriglieri furono torturati o sequestrati. Gli imputati sono ancora vivi e saranno processati. In sintesi, quello che è cambiato è che molti condannati oggi scontano la pena agli arresti domiciliari, per ragioni di età o salute. Ma i processi non si sono fermati».</p>



<p><strong>L’attività di restituzione dell’identità dei nietos prosegue o subisce ostacoli?</strong><br /><br />«Finora l’attività non è stata proibita esplicitamente, ma lo Stato non la sostiene più. Le analisi del dna&nbsp;sono molto costose e spesso devono essere fatte negli Stati Uniti. Quindi, per raccogliere i fondi, si ricorre all’aiuto della società civile, delle associazioni e delle fondazioni internazionali. Le&nbsp;Abuelas de Plaza de Mayo&nbsp;continuano il loro lavoro grazie a donazioni, a collaborazioni con fondazioni straniere e anche a iniziative come un accordo con il quotidiano <em>Página 12</em>, che destina parte delle sue sottoscrizioni al loro lavoro. Naturalmente anche loro lavorano&nbsp;con risorse ridotte al minimo. Le Abuelas storiche sono ormai pochissime, e sono molto anziane. Oggi l’organizzazione è guidata soprattutto dai&nbsp;nipoti recuperati. Sono loro che portano avanti il lavoro e cercano nuove forme di finanziamento».</p>



<p><a href="https://www.globalgiving.org/projects/help-abuelas-de-plaza-de-mayo-in-their-search/" target="_blank" rel="noreferrer noopener"><strong>LINK: PER AIUTARE LE ABUELAS CON UNA DONAZIONE</strong></a></p>



<figure class="wp-block-image size-large is-style-default"><img loading="lazy" width="900" height="677" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/03/madres.png" alt="" class="wp-image-119095" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/03/madres.png 900w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/03/madres-300x226.png 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/03/madres-768x578.png 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/03/madres-558x420.png 558w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/03/madres-80x60.png 80w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/03/madres-150x113.png 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/03/madres-696x524.png 696w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2026/03/madres-265x198.png 265w" sizes="(max-width: 900px) 100vw, 900px" /></figure>



<h1>La storia di Daniel, il nieto 133</h1>



<p><strong>Tre anni fa ti hanno restituito tuo figlio Daniel, il <em>nieto</em> <em>133</em>.</strong><br /><br />«L’abbiamo ritrovato, ma ci sono voluti 46 anni. Nel luglio del 1976 io ero in Italia. Il partito mi aveva inviato in missione per organizzare il lavoro politico clandestino. Telefonai alla famiglia per fare gli auguri di compleanno a mio cognato. Mia suocera mi disse: “Stanotte hanno portato via le ragazze”, mia moglie e mia sorella. Prima di uscire Cristina Navajas, mia moglie, disse alla vicina: “Se non torniamo entro mezzanotte chiama mia madre perché venga a prendere i bambini”. I bambini erano i miei due figli e mio nipote Diego.</p>



<p>Cristina aveva lasciato una borsa sul tavolo. Dentro c’era una lettera che stava scrivendo per me, ma non aveva il mio indirizzo in Italia per spedirla. In quella lettera scriveva che il ciclo era in ritardo e che pensava di essere incinta. Più tardi una sopravvissuta dei campi di detenzione confermò che Cristina era incinta. Quindi sapevamo che aspettava un figlio. Ma non abbiamo mai saputo se fosse nato davvero. L’ultimo luogo dove Cristina fu vista è il&nbsp;Pozo de Banfield, un Ccd di Buenos Aires. Tra dicembre e marzo 1977 non uscì nessun sopravvissuto da lì. Mio figlio nacque a gennaio, quindi non ci fu nessuno che potesse testimoniare. Per decenni abbiamo cercato quel bambino».</p>



<p><strong>Poi è stato lui a trovarvi.</strong><br /><br />«Nel 2023 Daniel si è presentato dalle Abuelas e ha fatto il test del dna. Il&nbsp;25 luglio&nbsp;lo hanno convocato alla sede della Conadi (Comisión nacional por el derecho a la identidad, l’organismo che promuove la ricerca dei figli dei desaparecidos, <em>ndr</em>) e gli hanno detto che il test genetico dimostrava che era figlio mio e di Cristina».</p>



<p><strong>Tu dov’eri in quel momento?</strong><br /><br />«Ero a Tucumán. Mio figlio Miguel, invece, era a Roma con i suoi fratelli Florencia e Camilo. Ci siamo parlati per la prima volta tutti e cinque in una videochiamata tra Argentina e Italia».</p>



<p><strong>Qual è la prima cosa che ti ha detto Daniel?</strong><br /><br />«Quando è apparso sullo schermo mi ha salutato così:&nbsp;“Hola, papá”. Per me è stato un momento incredibile. Daniel aveva capito subito che il suo posto era insieme a noi. Dopo 46 anni aveva trovato una famiglia, un padre e dei fratelli. Dopo il riconoscimento è andato anche a&nbsp;Santiago del Estero, dove vive gran parte della nostra famiglia. Lì ha incontrato moltissimi parenti. È stato un momento molto forte, perché improvvisamente ha scoperto di avere una famiglia enorme che non conosceva».</p>



<h1>Una vittoria sulla dittatura</h1>



<p><strong>Sono passati quasi tre anni. Cosa ti resta di quei momenti?</strong><br /><br />«Per me ritrovare Daniel significa recuperare una parte di Cristina, di mia moglie, una parte della mia vita che era stata rubata. È una sensazione di pace enorme. Ma ho anche la sensazione di avere ottenuto una&nbsp;vittoria contro la dittatura. I militari avevano un piano sistematico: rubavano i figli dei militanti e li allevavano con un’educazione opposta a quella delle loro famiglie. Nel caso di Daniel non ci sono riusciti. Mio figlio è stato cresciuto da un poliziotto della provincia di Buenos Aires. Non un poliziotto qualsiasi, ma uno che partecipava ai sequestri. Aveva perfino falsificato la data di nascita di Daniel sostituendola con il&nbsp;24 marzo, la data del golpe. È morto tre mesi prima che Daniel fosse identificato».</p>



<p><strong>Com’è riuscito, tuo figlio, a liberarsi di queste bugie?</strong><br /><br />«Per lui è stato un processo lungo e doloroso.<strong> </strong>Aveva visto il film <em>La notte delle matite spezzate</em>&nbsp;e aveva iniziato a capire che qualcosa non tornava. Quando in casa insultavano le Madres e le Abuelas, lui si chiedeva perché quelle donne venissero attaccate se cercavano soltanto i loro figli e nipoti. Alla fine ha affrontato il padre adottivo e ha compreso la menzogna in cui era cresciuto. Da quel momento è iniziato il percorso con le Abuelas. Ci sono nipoti recuperati che non vogliono avere rapporti con la famiglia biologica. Per Daniel è stato diverso. Oggi è un uomo felice. Prima era chiuso, timido. Ora è aperto, sereno, come se camminasse a un metro da terra».</p>



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		<title>Il club del lettore: Guerriero, «La chiamata»</title>
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		<dc:creator><![CDATA[davide orecchio]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 22 Dec 2025 09:00:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
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		<category><![CDATA[Desaparecidos]]></category>
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		<category><![CDATA[Leila Guerriero]]></category>
		<category><![CDATA[silvia labayru]]></category>
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					<description><![CDATA[di <strong>Davide Orecchio</strong><br />
Un libro prezioso perché dà voce a chi c’è ancora. I morti non possono parlare. I vivi sì. La loro testimonianza è inestimabile]]></description>
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<figure class="wp-block-image alignwide size-large is-style-default"><img loading="lazy" width="760" height="589" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/10/club-lettore.jpg" alt="" class="wp-image-116392" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/10/club-lettore.jpg 760w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/10/club-lettore-300x233.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/10/club-lettore-150x116.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/10/club-lettore-696x539.jpg 696w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/10/club-lettore-542x420.jpg 542w" sizes="(max-width: 760px) 100vw, 760px" /><figcaption>New York Public Library Archives, &#8220;<a href="https://digitalcollections.nypl.org/items/b5def120-c5b2-012f-2487-58d385a7bc34" target="_blank" rel="noreferrer noopener">Books discharged here, Books charged here</a>&#8220;, 1875</figcaption></figure>



<p>di <strong>Davide Orecchio</strong></p>



<p><em>Diceva il saggio: “I refuse to join any club that would have me as a member”. Ma questo club di lettura ha un solo membro, e mi tocca accettarlo. È lui a dettare le regole riguardo la scelta dei libri dei quali brevemente e intempestivamente (una volta al mese… una volta all’anno…) parlare; e non è detto che siano freschi di stampa.</em></p>



<div style="height:30px" aria-hidden="true" class="wp-block-spacer"></div>



<div class="wp-block-image is-style-default"><figure class="alignleft size-large is-resized"><img loading="lazy" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/12/chiamata-658x1024.jpeg" alt="" class="wp-image-117781" width="329" height="512" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/12/chiamata-658x1024.jpeg 658w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/12/chiamata-193x300.jpeg 193w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/12/chiamata-768x1196.jpeg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/12/chiamata-270x420.jpeg 270w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/12/chiamata-150x234.jpeg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/12/chiamata-300x467.jpeg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/12/chiamata-696x1084.jpeg 696w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/12/chiamata.jpeg 960w" sizes="(max-width: 329px) 100vw, 329px" /></figure></div>



<p>Non è per niente semplice scrivere qualcosa di nuovo sulla dittatura argentina (1976-1983). Leila Guerriero con <em>La llamada</em> <em>(</em><a rel="noreferrer noopener" href="https://www.edizionisur.it/prodotto/la-chiamata/" target="_blank"><em>La chiamata</em>, Sur 2025, traduzione di Maria Nicola</a>, già <a href="https://www.nazioneindiana.com/2025/08/04/la-chiamata/">recensito qui su Nazione Indiana</a> da Gianluca Veltri) l’ha fatto in un volume interminabile e denso come le vite e le storie che racconta. Interminabile eppure, leggendolo, si desidera che non finisca. </p>



<p>La storia ruota attorno a una protagonista, Silvia Labayru, giovane militante montonera catturata e imprigionata nell’Esma a 20 anni. Lì dentro partorirà una figlia, sarà torturata, violentata, sarà ripetutamente usata come oggetto sessuale dai militari e persino dalla moglie di uno di loro. Sopravviverà e, una volta fuori, subirà uno stigma quasi trentennale, “colpevole” in fondo solo di non essere morta, e accusata di avere collaborato con i militari.&nbsp;</p>



<p>Labayru era una ragazza bellissima: forse questo l’ha salvata. O forse la salvò la sua estrazione sociale e culturale: borghese, figlia di un militare, colta, adatta quindi a essere inserita nel progetto di “recupero” che gli uomini di Massera concessero a poche centinaia di detenuti invece di assassinarli.</p>



<p><em>La chiamata</em> è però una narrazione di alto giornalismo che sarebbe fuorviante ridurre a testo sugli anni della dittatura. È molto di più perché racconta la vita di Labayru fino a oggi, e tutte le vite che del suo mondo fanno o hanno fatto parte (compagne e compagni, carnefici, parenti, amanti, mariti, amiche…) grazie a una costellazione di interviste e allo studio accurato dei materiali di archivio.</p>



<p>Ha spiegato l’autrice in <a href="https://www.ilfattoquotidiano.it/2025/07/14/e-tu-perche-sei-viva-la-storia-di-silvia-labayrou-desaparecida-stuprata-da-un-militare-e-ripudiata-dagli-altri-militanti/8058799/" target="_blank" rel="noreferrer noopener">un’intervista al Fatto Quotidiano</a>: “Sin dall’inizio sapevo che non sarebbe stato un libro sugli anni Settanta e sulla reclusione di Silvia nella Scuola di meccanica della marina, ma il ritratto di una persona. Una donna con contraddizioni, con luci e ombre, complessa. Tutto quello che mi raccontava sulla sua vita dopo la Esma, mi risultava estremamente magnetico”.&nbsp;</p>



<p>Le interviste sono durate quasi due anni. Sono scrupolose e spesso misteriose. Sembrano sedute di psicoterapia. Ci si muove tra Argentina e Spagna (terra di esilio, quindi seconda patria per molti anni), e tra passato e presente. Si ha spesso l’impressione di scoprire gradualmente il ritratto di più donne in una. La giovane militante, la prigioniera, l’esule, la donna che oggi parla e ha sempre una posizione “laica” sul passato. Nessuna nostalgia o idealizzazione, in Silvia Labayru. Anzi una forte e inconsueta autocritica rispetto alla militanza e alla violenza politica degli anni Settanta.</p>



<p>In fondo lo si legge accanitamente soprattutto per questo, <em>La chiamata</em>: c’è una persona/personaggio enigmatica, ripetutamente inseguita dal resoconto, dalle parole, dalla ricerca di una verità sempre veloce e sfuggente, quindi mai raggiunta appieno.</p>



<p>Forse di verità, per il lettore, alla fine ne restano solo due. Quei poco meno di due anni passati dentro l’Esma da Silvia Labayru sono una tempesta magnetica/biografica che, oltre a lasciare cicatrici fisiche e morali, ha creato una vita perpetuamente inquieta e oscillante, un destino di bussole impazzite nonostante le “cose salde”: mariti, figli, amiche e amici, lavoro. E poi: Silvia Labayru è stata una vittima, nient’altro che una vittima.</p>



<p>Durante la prigionia (con alcune possibilità di uscire dall’Esma, anche questo è un aspetto originale del resoconto) Labayru fu costretta ad assumere l’identità fittizia della sorella di Alfredo Astiz, ufficiale della Marina infiltrato nel gruppo delle <em>Madres de Plaza de Mayo</em>, prendendo parte a un’operazione repressiva che si sarebbe conclusa con la sparizione di tre madri e di due suore francesi. Questo non le è stato mai perdonato. Il tema del tradimento, della collaborazione. Ma il vero tema era un altro: il sequestro, la violenza, la minaccia, il ricatto (Labayru aveva una bambina da difendere, una famiglia, non era libera).</p>



<p>Il rifiuto è durato decadi, e ha iniziato a incrinarsi solo dopo che, all’inizio degli anni Dieci, Labayru ha portato in tribunale i suoi violentatori, e ne ha ottenuto la condanna. A proposito del “rifiuto”, Guerriero osserva (sempre nell’intervista al <em>Fatto</em>): “Chi l’ha subito, racconta sempre la stessa cosa: oltre alle torture e alle violenze, ha dovuto affrontare il silenzio, lo stigma e l’allontanamento da parte dei propri compagni. Era una doppia punizione: una imposta dalla dittatura e un’altra inflitta dal proprio ambiente. Nel caso di Silvia, è stato più duro. Molti la guardavano con sospetto, come se fosse stata una collaboratrice ma ovviamente non lo è stata. Era una vittima come tutte le altre, solo che le era toccato in sorte qualcosa di ancora più perverso”.</p>



<p><em>La chiamata</em> è un libro prezioso perché dà voce a chi c’è ancora. I morti non possono parlare. I vivi sì. La loro testimonianza è inestimabile.</p>



<p><strong>Letture correlate</strong>:&nbsp;<br />Marta Dillon, <em>Aparecida</em>, trad. Camilla Cattarulla, Gran vía 2021.<br />M.Actis, C. Aldini, L. Gardella, M. Lewin, E. Tokar, <em>Le reaparecide</em>, trad. Fiamma Lolli, Stampa Alternativa 2005.</p>



<figure class="wp-block-embed is-type-wp-embed is-provider-nazione-indiana wp-block-embed-nazione-indiana"><div class="wp-block-embed__wrapper">
<blockquote class="wp-embedded-content" data-secret="FYy27aYMoO"><a href="https://www.nazioneindiana.com/2025/10/11/club-lettore-enzensberger-pintor-susani/">Il club del lettore: Enzensberger, Pintor, Susani</a></blockquote><iframe class="wp-embedded-content" sandbox="allow-scripts" security="restricted" title="&#8220;Il club del lettore: Enzensberger, Pintor, Susani&#8221; &#8212; NAZIONE INDIANA" src="https://www.nazioneindiana.com/2025/10/11/club-lettore-enzensberger-pintor-susani/embed/#?secret=FYy27aYMoO" data-secret="FYy27aYMoO" width="600" height="338" frameborder="0" marginwidth="0" marginheight="0" scrolling="no"></iframe>
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		<title>La chiamata</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2025/08/04/la-chiamata/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[gianni biondillo]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 04 Aug 2025 05:00:17 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[argentina]]></category>
		<category><![CDATA[Desaparecidos]]></category>
		<category><![CDATA[gianluca veltri]]></category>
		<category><![CDATA[Leila Guerriero]]></category>
		<category><![CDATA[recensione]]></category>
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					<description><![CDATA[di <strong>Gianluca Veltri</strong> <br />
Quando si tratta di riesumare la nerissima vicenda della desaparición argentina, fino a ora i racconti si sono spesso fermati su una visione appiattita, bidimensionale. Effettivamente c’era poco da problematizzare: la brutale dittatura militare, la “guerra sucia”...]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><img loading="lazy" class="alignleft size-full wp-image-114386" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/07/la-chiamata-cop.jpg" alt="" width="286" height="445" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/07/la-chiamata-cop.jpg 286w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/07/la-chiamata-cop-193x300.jpg 193w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/07/la-chiamata-cop-150x233.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/07/la-chiamata-cop-270x420.jpg 270w" sizes="(max-width: 286px) 100vw, 286px" />di <strong>Gianluca Veltri</strong></p>
<p style="text-align: right;"><strong>Leila Guerriero</strong>, <strong><em>La chiamata</em></strong>, SUR, pp. 453, trad. Maria Nicola</p>
<p>La complessità.<br />
La cogliamo, la complessità, quando ci riusciamo, nelle intricate storie di casa nostra, per esempio cercando di raccontare ai nostri figli gli anni Settanta italiani, o studiando la guerra fredda, o la crisi in Medio Oriente.<br />
Ma quando si tratta di riesumare la nerissima vicenda della <em>desaparición</em> argentina, fino a ora i racconti si sono spesso fermati su una visione appiattita, bidimensionale. Effettivamente c’era poco da problematizzare: la brutale dittatura militare, la “<em>guerra sucia</em>”, il terrorismo di stato, la detenzione in settecento campi clandestini degli oppositori. Non c’è mai stato alcunché da eccepire su questo: è stata una guerra sudicia, condotta da chi s’è preso il potere con la forza brutale e lo ha esercitato in modo scandalosamente vigliacco, negando alle famiglie persino il diritto di piangere i loro cari, sapendoli almeno morti. Ecco perché siamo abituati da decenni a racconti, romanzi, saggi, film e canzoni che narrano quelle vicende senza complessità, dalla parte, persino ovvia, di chi ha sofferto quel giogo, delle vittime sopravvissute e di quelle che non ce l’hanno fatta.<br />
Gli oppositori: altra parola chiave.<br />
Perché, nel disegno folle di sterminio a 360 gradi, Videla e i suoi accoliti inclusero nel calderone degli oppositori migliaia di cittadini: non soltanto chi era entrato in clandestinità in Montoneros e combatteva con ogni mezzo un potere ingiusto e usurpato, ma anche studenti finiti in una manifestazione o in una normalissima assemblea, magari quella sola volta; parenti prossimi e lontani; sindacalisti e operai; tiepidi simpatizzanti; vicini di casa. Bisognava estirpare con ogni mezzo, certi d’essere impuniti, il possibile germe della ribellione e del comunismo, utilizzare la delazione attraverso il terrore e la tortura, con il benestare di chi colpevolmente non si oppose, equivocando come apparente pace sociale una silente carneficina, dopo anni di tensione e disordini. E poi, la viltà di negare. Rastrellare, rapire, torturare e uccidere. E negare di averlo fatto.<br />
È sempre mancato lo sguardo della tridimensionalità, a questa narrazione.<br />
Il libro di Leila Guerriero, <em>La chiamata</em>, dedicato a una sopravvissuta di quella stagione, Silvia Labayru, restituisce alle vicende questa complessità, quella visione a più sfaccettature capace di assegnare una prismatica problematicità agli eventi. Le opere su quel periodo argentino raramente ci avevano proposto una simile stratificazione: pensiamo alle possibili eccezioni a “Ricordo della morte” di Miguel Bonasso, o a “La fine della storia” di Liliana Heker. E sia chiaro, ancora una volta: si ribadisce questo non certo per mescolare colpe e riscrivere la storia, perché su questa costruzione un mattone è stato messo per sempre: ci furono dei carnefici e ci furono delle vittime.<br />
Molto tempo fa, a Buenos Aires, una sera, in una festa organizzata da un circolo di italiani argentinizzati da decenni, alla quale ero stato invitato, uno dei padroni di casa, un attempato signore baffuto che aveva vissuto quegli anni e che mi pareva un brav’uomo, alle mie caute domande alzò le spalle e strinse le labbra: “Era una guerra, da una parte e dall’altra”. Come a dire: in guerra tutto è lecito, nessuno ha colpa. Mi parve una strisciante giustificazione dell’orrore di regime, un’equiparazione irricevibile. Il mio ospite non sembrava un fascistone, anche se lì per lì, istintivamente, dopo le sue parole lo bollai così, tra me e me. Non mi andò di approfondire ulteriormente. Mi restò però dentro un gusto amaro, mi sentii come un ragazzetto infatuato che, malgrado documentato, non sa niente delle cose del mondo. Che cosa potevo capire, veramente, di quella tragedia accaduta a più di diecimila chilometri diversi decenni prima?<br />
Poi scoprii con enorme rammarico che, per buona parte dell’opinione pubblica argentina, il punto di vista che mi era stato fornito quella sera a Buenos Aires non era del tutto isolato: la narrazione della dittatura, delle torture, delle detenzioni illegali, dei prigionieri buttati in volo nel Rio de la Plata, dei 30.000 desaparecidos, così pacifica nel resto del mondo, laggiù era univoca e accettata fino a un certo punto.</p>
<p><figure id="attachment_114387" aria-describedby="caption-attachment-114387" style="width: 470px" class="wp-caption alignleft"><img loading="lazy" class="wp-image-114387 size-full" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/07/leila-guerriero.jpg" alt="" width="470" height="313" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/07/leila-guerriero.jpg 470w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/07/leila-guerriero-300x200.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2025/07/leila-guerriero-150x100.jpg 150w" sizes="(max-width: 470px) 100vw, 470px" /><figcaption id="caption-attachment-114387" class="wp-caption-text">Leila Guerriero</figcaption></figure></p>
<p>Passata l’onda del “Nunca más”, di Ernesto Sábato e delle Abuelas de Plaza de Mayo, un revisionismo sempre meno sotterraneo ha portato fino all’elezione dell’attuale capo del governo Javier Milei. E qual è la versione del presidente con la motosega? “C’era una guerra”. Tutt’al più un eccesso di difesa da parte della junta, ma almeno hanno riportato l’ordine. La vicepresidente Victoria Villarruel, che ha difeso come avvocata ex militari, ritiene che il Museo della Memoria, nella sede della famigerata ESMA, è “uno spreco di spazio”. È proprio alla ESMA, in Avenida del Libertador, che fu detenuta Silvia Labayru, la protagonista del libro “La chiamata”. La giornalista Leila Guerriero lo ha composto, un po’ à là Carrére, in uno stile ch’è un punto d’incontro tra dialogo, non-fiction, indagine, diario, inchiesta, giornalismo narrativo, romanzo-verità.<br />
Oggi Silvia Labayru dice: “O accetti la narrazione della libertà, della giustizia, della denuncia, dei compagni desaparecidos, del culto del morto, senza la minima riflessione su quello che sono stati quegli anni, oppure niente. Come se non si potesse sostenere una posizione relativa ai diritti umani criticando la violenza degli anni Settanta”. Ventenne, montonera, incinta, la detenzione di Labayru fu sui generis: dopo aver partorito su un tavolo della ESMA, sua figlia non divenne un dono per coppie vicine al regime, com’era uso in quegli anni, ma fu consegnata ai nonni. Non fu l’unica stranezza nel trattamento riservato a Silvia Labayru. Forse perché di magnetica avvenenza, forse perché figlia di una famiglia militare, Silvia fu scelta per un percorso di “riabilitazione”. Doveva dimostrare di aver abiurato a Montoneros. Le toccò di accompagnare i suoi stessi aguzzini a cene e ricevimenti, sotto mentite spoglie. L’ufficiale Alfredo Astiz, grazie a lei, spacciandola per sua sorella, riuscì a infiltrarsi in gruppi avversi al regime. A causa di quella missione, furono fatte scomparire dodici persone, tra le quali due suore e alcune madri di Plaza de Mayo. Aveva scelta, Silvia? Poteva dire no? Fu anche ripetutamente oggetto di violenze sessuali da un altro dei militari che comandavano alla ESMA, Alberto González, che la portava a casa sua per giochi erotici a tre con la moglie. Poteva sottrarsi? Sarà poi la prima donna che, nei processi al regime, denunciò di aver subito violenza sessuale, che non veniva proprio considerata tra le accuse possibili, era un tutt’uno con la tortura.<br />
Una volta fuori dall’ESMA – perché dopo un anno e mezzo venne liberata a sorpresa e riparò a lungo in Spagna – Silvia Labayru fu ostracizzata, marchiata d’infamia e messa all’indice da una grande parte dei suoi vecchi compagni della galassia montonera; oggetto di riprovazione perché considerata complice del regime che loro avevano combattuto. Per aver collaborato con i suoi – con i loro – aguzzini. Colpevole di essere sopravvissuta a quell’inferno, dal quale non uscivi viva, si diceva, a meno che non ti fossi resa connivente.<br />
Nel mattatoio, essere sopravvissuti equivaleva a essere un traditore.<br />
Lei con alcuni dei vecchi compagni ancora oggi, cinquant’anni dopo, intrattiene rapporti di affetto; con molti altri no. Uno dei suoi amici più stretti è rimasto Dani Yuko, militante marxista, uno dei più importanti fotografi argentini, tornato a Buenos Aires dopo l’esilio negli anni della dittatura. Yuko oggi dice: “Noi sbagliavamo riguardo alla diagnosi dei problemi della società argentina e riguardo alle soluzioni. Non giustifico la repressione, non giustifico la sparizione forzata delle persone, la tortura, però noi sbagliavamo. Mi sento molto autocritico”.<br />
Non è così frequente l’incrinatura, il ripensamento, la critica all’interno del movimento, la lucidità nella lettura di eventi che sono sfociati in un mattatoio. Sorprende la totale assenza di vittimismo e di autoindulgenza.<br />
“Non ero in linea con Montoneros, ero molto critica”, dice oggi Silvia Labayru. “Non rientravo nel profilo della vittima che i montoneros in esilio intendevano presentare al mondo”. La sua presa di coscienza prevede, anche da parte sua, una revisione e un’assunzione di colpa su posizioni e metodi adottati all’epoca da chi scelse la clandestinità per combattere quel potere orrendo.<br />
Il libro di Guerrero, scritto e rimontato dopo mesi di incontri e colloqui con Silvia Labayru e molti altri protagonisti di quei tempi, senza alcuna indulgenza, anzi ricco di sfumature e punti di vista, lascia al lettore molte riflessioni e domande, e soprattutto per questo è un libro che merita di essere letto. Offre prospettive inedite su quel pezzo di storia argentina: è come se ci facesse affacciare da un&#8217;altra finestra, dalla quale si possono osservare più particolari, e allarga il cono su importanti parole-chiave, che abbiamo incontrato fin qui: complessità, tridimensionalità, opposizione, lettura del passato e interpretazione della storia. Lo fa senza la pretesa delle risposte facili, senza manicheismi.<br />
Pur ben sapendo da quale lato stava la parte sudicia.</p>
<p>&nbsp;</p>
]]></content:encoded>
					
		
		
			</item>
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		<title>La lezione di Estela Carlotto</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2024/04/20/la-lezione-di-estela-carlotto/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[davide orecchio]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 20 Apr 2024 12:00:29 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[argentina]]></category>
		<category><![CDATA[davide orecchio]]></category>
		<category><![CDATA[Desaparecidos]]></category>
		<category><![CDATA[Estela Carlotto]]></category>
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					<description><![CDATA[Il 17 aprile l’Università degli Studi Roma Tre ha conferito a Estela Carlotto la Laurea honoris causa in Lingue e letterature per la didattica e la traduzione, “alla luce di un impegno civile, umano e culturale unanimemente riconosciuto". Riproduciamo il testo integrale della Lectio magistralis]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[
<figure class="wp-block-image size-large is-style-default"><img loading="lazy" width="1024" height="767" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/04/Carlotto-1024x767.jpg" alt="" class="wp-image-107931" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/04/Carlotto-1024x767.jpg 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/04/Carlotto-300x225.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/04/Carlotto-768x576.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/04/Carlotto-150x112.jpg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/04/Carlotto-696x522.jpg 696w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/04/Carlotto-1068x800.jpg 1068w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/04/Carlotto-560x420.jpg 560w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/04/Carlotto-80x60.jpg 80w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/04/Carlotto-265x198.jpg 265w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/04/Carlotto.jpg 1401w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /><figcaption>Estela Carlotto mostra il diploma di laurea, foto di ©Università Roma Tre</figcaption></figure>



<p style="font-size:17px">Lo scorso 17 aprile l’Università degli Studi Roma Tre ha conferito a Estela Carlotto la&nbsp;<em>Laurea honoris causa</em>&nbsp;in Lingue e letterature per la didattica e la traduzione, “alla luce di un impegno civile, umano e culturale unanimemente riconosciuto” (si legge nelle motivazioni).<br /><br />Estela Carlotto, 93 anni, è presidente delle&nbsp;<em>Abuelas de Plaza de Mayo</em>&nbsp;(le nonne di Piazza di Maggio), l’Associazione che insieme alle <em>Madres de Plaza de Mayo</em>&nbsp;cerca, fino dagli anni più bui della dittatura argentina (1976-1983), non solo i propri figli ma anche i nipoti nati nei centri clandestini di detenzione, tortura e sterminio o, in alcuni casi, “rubati” dai militari durante i sequestri delle loro vittime. Candidata più volte al premio Nobel per la Pace per il suo straordinario impegno e la sua azione umanitaria, Carlotto ha ricevuto prestigiosi riconoscimenti nazionali e internazionali, tra i quali spiccano l’Ordine al merito nel grado di Commendatore della Repubblica Italiana, il Premio dell’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i Diritti Umani e il Premio Unesco per la Pace.<br /><br />Due giorni dopo la cerimonia universitaria – prima di ripartire per l’Argentina, e dopo essere stata ricevuta dal Papa – Carlotto ha spiegato il “momento tragico” (parole sue) che sta attraversando l’Argentina, nel corso di un incontro con alcuni giornalisti e studenti. L’Argentina di Javier Milei, un presidente che governa “contro la società”, e che la sta già impoverendo con licenziamenti e tagli indiscriminati al welfare. Un presidente che favorisce posizioni negazioniste o riduzionistiche rispetto alla storia della dittatura argentina e delle sue vittime, i 30 mila <em>desaparecidos</em> che adesso qualcuno vorrebbe occultare di nuovo. Un presidente pericoloso in tanti modi diversi. “Ma noi andremo avanti”, ha assicurato Carlotto, “continueremo a lottare nella nostra ‘politica della vita’, sempre pacificamente e senza violenza. L&#8217;abbiamo fatto negli anni della dittatura, correndo mille pericoli, e a maggior ragione proseguiremo oggi”.<br /><br />Una donna che non ha avuto paura di Videla non può avere paura di Milei.<br /><br />Questo riconoscimento da parte dell’ateneo romano ha un grande valore culturale e politico: “Per me è il massimo”, ha confidato Carlotto, “questi giorni mi hanno dato una gioia enorme. In Argentina il governo, se potesse, mi farebbe a pezzi. Invece qui mi avete dato coraggio al cuore e all&#8217;anima. A ‘loro’ non piacerà per niente. Ma vado via contenta e orgogliosa. Il lavoro delle&nbsp;<em>abuelas</em>&nbsp;proseguirà. Stiamo ancora cercando i 300&nbsp;<em>nietos</em> che mancano. E possono essere dovunque nel mondo”.<br /><br />A seguire offriamo il testo integrale della <em>Lectio magistralis</em>&nbsp;tenuta da Estela Carlotto in un’Aula magna della Facoltà di Lettere gremita e commossa (<em>davide orecchio</em>).</p>



<p class="has-text-align-center has-large-font-size">***</p>



<blockquote class="twitter-tweet" data-media-max-width="560">
<p dir="ltr" lang="es" style="text-align: center;"><img src="https://s.w.org/images/core/emoji/13.0.1/72x72/1f44f-1f3fd.png" alt="👏🏽" class="wp-smiley" style="height: 1em; max-height: 1em;" />Estela, Doctora Honoris Causa de la <a href="https://twitter.com/UnivRoma3?ref_src=twsrc%5Etfw">@UnivRoma3</a>. A su lado el rector de la casa de estudios, Massimiliano Fiorucci, y la profesora Susanna Nanni, impulsora de la distinción. &#8220;Seguimos buscando a unas 300 personas que viven con su identidad vulnerada&#8221;, dijo la titular de <a href="https://twitter.com/hashtag/Abuelas?src=hash&amp;ref_src=twsrc%5Etfw">#Abuelas</a> <a href="https://t.co/z1EPfLsKk0">pic.twitter.com/z1EPfLsKk0</a></p>
— Abuelas de Plaza de Mayo (@abuelasdifusion) <a href="https://twitter.com/abuelasdifusion/status/1780597991646314641?ref_src=twsrc%5Etfw">April 17, 2024</a></blockquote>
<p><script async="" src="https://platform.twitter.com/widgets.js" charset="utf-8"></script></p>



<h2>La <em>Lectio Magistralis</em> di Estela Carlotto</h2>



<p>Innanzitutto, desidero ringraziare il Rettore dell’Università Roma Tre, Massimiliano Fiorucci, e con lui tutta la comunità educativa che oggi mi accoglie con tanto calore e mi onora con il titolo di Dottore Honoris Causa; il direttore del Dipartimento di Lingue, Letterature e Culture Straniere, Giorgio de Marchis, e la cara professoressa e amica Susanna Nanni, che ha promosso questo riconoscimento accademico. Ringrazio la Rete per il Diritto all’Identità in Italia, che collabora da molti anni con le Abuelas di Plaza de Mayo. Ringrazio tutti i cari amici che abbiamo in questo paese, sempre molto solidale con l’Argentina. E ringrazio tutti i presenti a questa meravigliosa cerimonia.</p>



<p>La dittatura civico militare che tra il 1976 e il 1983 usurpò il potere in Argentina, ha sequestrato e fatto scomparire migliaia di persone per ragioni politiche, compresi i nostri e le nostre nipoti.</p>



<p>In quel momento, come madri, ci siamo messe a cercarli. Quale donna non lo avrebbe fatto? Abbiamo iniziato a riunirci, prima come Madres di Plaza de Mayo, poi come Abuelas di Plaza de Mayo, e ci siamo rese conto che, insieme, potevamo farci ascoltare. E così, il nostro dramma personale si è convertito, negli anni, in una lotta pubblica e collettiva.</p>



<p>Nel mio caso, tutto è iniziato quando, grazie alla testimonianza di una sopravvissuta, venni a sapere che mia figlia aveva dato alla luce un bambino durante la sua prigionia, mio nipote. Allora, la mia consuocera mi disse di non cercarla da sola e mi consigliò di mettermi in contatto con altre donne che stavano cercando i loro nipoti. Così, mi unii alle prime Abuelas.</p>



<p>Le mie compagne furono felici del mio arrivo perché, siccome ero una maestra, potevo scrivere lettere e documenti. La prima volta che andai a Plaza de Mayo tremavo come una foglia. C’erano molti militari, cavalli, fucili. Ma le mie compagne continuavano a camminare e mi dicevano: “non aver paura, stiamo tutte insieme”.</p>



<p>All’inizio, i primi tempi furono molto duri, quando ancora aspettavamo il ritorno del figlio, della figlia, della compagna, del compagno, che mai tornò. Eravamo ingenue e pensavamo che i dittatori avrebbero dato delle risposte alle nostre domande: dove sono? Dove sono nati i nostri nipotini?<br /><br />In molte abbiamo mantenuto la camera intatta, i vestiti puliti, il piatto al posto in tavola del nostro caro. Abbiamo preparato corredini per il nipote o la nipote che stava per arrivare, che militari avevano rubato alle nostre figlie e a cui avevano cambiato l’identità<br /><br />Tutte noi ci eravamo recate negli orfanotrofi, nei tribunali, nei ministeri, nelle chiese, e ovunque ci avevano risposto con il silenzio, il disprezzo o l’indifferenza. In quel periodo, ci riunivamo in segreto perché la repressione era feroce.<br /><br />Il trascorrere dei mesi e degli anni ci convinse che non ci avrebbero restituito i nostri nipoti e che la nostra richiesta avrebbe dovuto resistere nel tempo, fino a che non li avremmo ritrovati tutti. Allora lasciammo le nostre <em>routine</em>per andare a reclamare i nostri figli e nipoti dentro e fuori il paese.<br /><br />Ci organizzammo in gruppi, iniziammo a viaggiare in giro per il mondo per raccontare ciò che stava accadendo in Argentina e ricevemmo la solidarietà di governi, organizzazioni e personalità. Così iniziammo ad ottenere alcuni risultati: le prime restituzioni, e poi la creazione di un metodo di identificazione genetica che ci avrebbe dato la certezza che i bambini ritrovati fossero i nostri nipoti. Non avevamo il sangue dei genitori per identificarli – perché nella maggior parte dei casi erano scomparsi – e la scienza riuscì a trovare la soluzione con il nostro sangue e quello delle nostre famiglie.<br /><br />Negli Stati Uniti, un gruppo di scienziati commossi dalla nostra lotta, lavorò per due anni per arrivare a ciò che si conosce come “indice di nonnità”. E subito dopo, in Argentina, riuscimmo a creare la Banca Nazionale dei Dati Genetici. Una Banca unica al mondo che raccoglie e conserva i profili genetici delle famiglie dei nipoti e delle nipoti che cerchiamo, e quelli delle persone che dubitano della loro identità, al fine di incrociarli.<br /><br />Abbiamo anche favorito dei progressi in ambito legislativo, come l’inclusione degli articoli 7, 8 e 11 nella Convenzione Internazionale sui Diritti del Bambino, i tre articoli relativi all’identità, conosciuti come “gli articoli argentini”.<br /><br />Siamo riuscite a convincere molti psicologi professionisti, alcuni scettici, che la verità è l’unica cura per alleviare il terribile dolore causato ad alcune persone dall’essere state rubate violentemente dalle braccia della propria madre, senza nemmeno essere entrati nella fase di sviluppo del linguaggio, il che provoca un trauma di dimensioni difficilmente quantificabili.<br /><br />Nel 1992, abbiamo richiesto al governo di turno la creazione di un organismo statale specializzato nella ricerca dei nostri e delle nostre nipoti. E così si stabilì, per legge, l’istituzione della Commissione Nazionale per il Diritto all’Identità (CoNaDi), una politica pubblica unica al mondo che ha il compito di proteggere il diritto all’identità delle bambine e dei bambini.<br /><br />Poco dopo, abbiamo iniziato a tessere la Rete per il diritto all’Identità, prima viaggiando in ogni provincia del nostro paese e creando un “nodo” in ogni località visitata, gestito da cittadine e cittadini solidali con la nostra lotta, che si fanno carico di diffondere la ricerca nel loro territorio. Questa rete iniziò poi ad estendersi all’estero, poiché i nostri nipoti possono trovarsi in qualsiasi parte del mondo, e oggi funziona anche qui in Italia, in Spagna, in Francia, in Canada e Stati Uniti.<br /><br />Abbiamo sempre lavorato con l’obiettivo di ritrovare i nostri nipoti, che all’inizio erano bambini, poi divennero adolescenti, in seguito giovani, e oggi sono adulti. Man mano che recuperavano la loro identità e tornavano dalle loro vere famiglie, molti nipoti ritrovati e i loro fratelli e sorelle iniziarono a entrare a far parte della vita istituzionale.<br /><br />Con l’arrivo della maggiore età, i nipoti iniziarono a collaborare attivamente nella ricerca. Erano più o meno coetanei e avevano gusti e necessità simili a quelli dei giovani che stavamo cercando. E così, noi Abuelas iniziammo ad ascoltarli attentamente. Nel 1997, per il ventesimo anniversario istituzionale di Abuelas, incoraggiate dai nipoti, abbiamo organizzato il primo festival “Rock per l’Identità”. Più di 50 mila giovani riempirono la Plaza de Mayo di Buenos Aires, partecipando ad un’attività che riaffermava la validità della nostra ricerca.<br /><br />La cultura iniziò a costituirsi come ponte per raggiungere i giovani che avevano dubbi, i loro coetanei e la società intera, che cominciò a comprendere l’imprescrittibilità dei crimini contro l’umanità e la necessità di trovare i 500 bambini rubati dalla dittatura. Fu in quel festival gremito di gente che si piantò il seme di “Teatro per l’Identità”.<br /><br />Prima dei gruppi rock, si mise in scena un’opera che interrogava il pubblico: “E tu, lo sai chi sei?”. L’anno successivo quel ridotto numero di attori, attrici e drammaturghi convocò centinaia di altri attori, attrici, drammaturghi e tecnici del teatro, che si unirono all’idea di realizzare un ciclo di teatro per aiutarci nella nostra ricerca.<br /><br />Il ciclo iniziò a crescere, non solo in Argentina ma anche all’estero, Italia compresa, e ad ogni stagione teatrale si aggiunsero spettacoli e proposte. È da 25 anni che il ciclo accompagna ininterrottamente la ricerca e rende gli spettatori consapevoli del diritto all’identità attraverso centinaia di opere rappresentate nelle scuole, nei teatri, nei festival e in eventi in giro per l’Argentina e per il mondo.</p>



<figure class="wp-block-image size-large is-style-default"><img loading="lazy" width="1024" height="768" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/04/estela-carlotto-1024x768.jpeg" alt="" class="wp-image-107927" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/04/estela-carlotto-1024x768.jpeg 1024w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/04/estela-carlotto-300x225.jpeg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/04/estela-carlotto-768x576.jpeg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/04/estela-carlotto-150x113.jpeg 150w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/04/estela-carlotto-696x522.jpeg 696w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/04/estela-carlotto-1068x801.jpeg 1068w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/04/estela-carlotto-560x420.jpeg 560w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/04/estela-carlotto-80x60.jpeg 80w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/04/estela-carlotto-265x198.jpeg 265w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2024/04/estela-carlotto.jpeg 1200w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /></figure>



<p>Con i nipoti e le nipoti che iniziavano a farsi delle domande sulle loro origini, cominciammo a incrementare le campagne di diffusione per convocare coloro che avessero dei dubbi sulla propria identità e per renderli partecipi della loro stessa ricerca.<br /><br />E così come le persone del mondo del teatro si unirono alla nostra lotta, anche i musicisti di ogni genere lo fecero, partecipando a “Musica per l’Identità”; e ancora, fotografi, illustratori, artisti plastici e cineasti. Iniziarono a collaborare anche coreografi e ballerini, fondando “Danza per l’Identità”. Abbiamo realizzato concorsi di letteratura e giornalismo. Insomma, in ogni ambito artistico siamo riuscite a diffondere la nostra ricerca e a trovare i nostri nipoti.<br /><br />Allo stesso tempo, abbiamo creato una coscienza, nella popolazione, sul diritto all’identità. La lotta delle organizzazioni per i Diritti Umani e la decisione politica hanno permesso il consolidamento del processo di “Memoria, Verità e Giustizia”, che giunse nel 2003 per resistere nel tempo: si annullarono la “Legge di Obbedienza Dovuta” e la “Legge del Punto Finale”; ebbero inizio i processi ai genocidi e ai loro complici e ogni luogo di prigionia, di tortura e di morte fu trasformato in uno spazio di memoria.<br /><br />Alcune di queste politiche di Stato continuano, e proseguono anche i processi per crimini contro l’umanità, nei quali noi Abuelas siamo le querelanti. Abbiamo ottenuto giustizia in centinaia di queste cause, la più emblematica il processo per il “Piano sistematico di appropriazione di minori” nel quale siamo riuscite a far condannare il dittatore Jorge Rafael Videla a 50 anni di carcere.<br /><br />Oggi, alcune delle politiche di “Memoria, Verità e Giustizia” sono in pericolo. I discorsi dell’odio e del negazionismo, in molti casi pronunciati dagli integranti dei governi di turno, cercano di delegittimare la nostra lotta, e quella di tutti gli argentini, per la memoria e la democrazia. Ma il nostro popolo ha memoria e l’ultimo 24 marzo, quando si sono compiuti 48 anni dal colpo di Stato, è uscito in strada in modo massivo a riaffermare il suo impegno e a gridare ben forte “Mai Più”!<br /><br />Guardando al nostro passato, sfilano nella nostra memoria molteplici e svariati ricordi, che avvalorano la nostra convinzione che l’unica strada è la lotta collettiva, con amore e perseveranza.<br /><br />Uno dei giorni più felici della mia vita è stato il 5 agosto del 2014, quando ebbi l’immensa fortuna di ritrovare mio nipote. Fu lui a presentarsi spontaneamente alla nostra sede con dei dubbi sulle sue origini, si sottopose all’esame genetico e scoprì la verità. È musicista, come suo papà, e nel suo cuore arde la fiamma di mia figlia Laura. La sua apparizione è stata meravigliosa, come quella di ogni nipote che ha potuto recuperare la sua identità.<br /><br />Attualmente, abbiamo ritrovato 137 nipoti. Continuiamo a cercare circa 300 persone che vivono con un’identità violata e che, in molti casi, sono padri e madri.<br /><br />La perpetuazione del crimine di appropriazione, ora, ha raggiunto anche i nostri bisnipoti, anche per questo continuiamo a lavorare. Per capire come spiegare a quei bambini che sono figli di nipoti restituiti e nipoti di nonni scomparsi. Ed ecco che la cultura è venuta ancora una volta a tenderci la mano. “Teatro per l’Identità” ha creato opere per i bambini; dall’Associazione di Abuelas diffondiamo raccolte di racconti per bambini e ragazzi da leggere a scuola, ma anche come strumento per i nostri bisnipoti che stanno recuperando la loro identità insieme a quella dei loro genitori. Dobbiamo recidere questa genealogia falsa che il terrorismo di Stato ha imposto loro.<br /><br />Per questo continuiamo con la diffusione della nostra lotta. Per questo continuiamo ad esigere giustizia. E per questo continuiamo a camminare, con le forze che ci rimangono, affinché mai più si ripeta, in nessun luogo, un crimine tanto aberrante.<br /><br />Noi Abuelas di Plaza de Mayo lottiamo da quasi 47 anni. Ora ci accompagnano i nostri nipoti e decine di collaboratori. Da un po’ di tempo stiamo pianificando il ricambio istituzionale, integrando nipoti, fratelli e sorelle che sono alla ricerca dei loro cari nella Commissione Direttiva. Oggi sono gli stessi nipoti restituiti, i loro fratelli, le loro famiglie, a dare impulso al nostro lavoro. Sono loro ad aver raccolto il testimone e a svolgere le attività di cui prima ci occupavamo noi.<br /><br />E anche se noi Abuelas oramai siamo rimaste in poche, perché molte compagne ci hanno lasciato, sentiamo di camminare ancora tutte insieme, tenendoci sottobraccio, come in quella Plaza de Mayo in piena dittatura, con la convinzione che continueremo a cercare i nostri e le nostre nipoti fino all’ultimo respiro.<br /><br />Forse l’amore e l’orgoglio per i nostri figli e le nostre figlie, l’affetto per i nostri nipoti, possono farci sembrare le eroine di questa storia. Ma noi ripetiamo sempre che non siamo né eroine né diverse: siamo solo donne, madri, nonne.<br /><br />All’inizio non sapevamo cosa fare, né come cercare o a chi rivolgerci, ma con il tempo abbiamo imparato ad esercitare la pazienza che è richiesta nella ricerca della verità. E i nostri passi sono stati quelli che abbiamo dovuto fare, e quelli che continuiamo a fare, seppure con il bastone.<br /><br />Abbiamo brindato per ogni nipote ritrovato e per il ricordo dei nostri figli in ognuno di loro. Perché questo ci hanno lasciato in eredità e speriamo di continuare a tramandarla: ovunque ci sia un diritto umano vulnerato, noi ci saremo, per i nostri figli, per i nostri nipoti e per il nostro popolo. Continueremo a lottare per difendere la democrazia e a lavorare per trovare fino l’ultimo dei nostri nipoti.</p>
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		<title>Il misterioso alfabeto della malinconia di Magliani</title>
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		<dc:creator><![CDATA[giacomo sartori]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 08 Oct 2018 05:00:24 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[di Giacomo Sartori In Prima che te lo dicano gli altri di Marino Magliani (uscito da poco per Chiarelettere) un protagonista di un’età non facilmente precisabile, scopriamo poi che ha cinquant’anni, vive in un piccolo paese di una valle della Liguria. Acquista all’asta un rudere, perché lì ha vissuto moltissimi anni prima l’argentino che proprio [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Giacomo Sartori</strong></p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/10/index.jpg"><img loading="lazy" class="alignleft size-full wp-image-76126" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/10/index.jpg" alt="" width="180" height="279" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/10/index.jpg 180w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2018/10/index-160x248.jpg 160w" sizes="(max-width: 180px) 100vw, 180px" /></a>In <em>Prima che te lo dicano gli altri</em> di Marino Magliani (uscito da poco per Chiarelettere) un protagonista di un’età non facilmente precisabile, scopriamo poi che ha cinquant’anni, vive in un piccolo paese di una valle della Liguria. Acquista all’asta un rudere, perché lì ha vissuto moltissimi anni prima l’argentino che proprio in quella casa, e per una estate, gli ha dato ripetizioni e si è occupato un po’ di lui, che non aveva un padre. Ora parte alla ricerca di quell’uomo ripartito molti anni prima per l’Argentina, e dato da tutti per morto.<br />
L’uomo, solitario e un po’ spostato, vive principalmente nel passato, all’insegna della malinconia, vale a dire in compagnia della madre e delle altre persone della sua infanzia, che sono in maggioranza morte. Come è morto il carruggio (molti non liguri, come me, lo hanno imparato leggendo Magliani, cos’è un carruggio), nucleo vitale della frazione, sventrato per fare passare le macchine. E vive anche nel presente, ma come aggirandosi sulle macerie lasciate dalla malinconia, in un paesaggio anch’esso disastrato, al meglio riciclato per finalità edonistiche dagli stranieri <em>(“La Liguria invasa dai tedeschi e dai rovi.”</em>). Esegue azioni molto concrete, vivide, quali comprare olive e incontrare un avvocato, ma prive di un senso esplicito e di una necessità, e quindi per certi versi astratte. E poi vive anche nel futuro, nell’aspirazione di incontrare quell’uomo con il quale ha avuto un rapporto effimero ma bello, alla ricerca del quale partirà per l’Argentina. E lo troverà, perché non fa parte dei desaparecidos, come si diceva. Ricevendo conferma che è suo padre.<br />
Quello che non si capisce è cosa lo muova, questo personaggio. E pare intuire che forse nemmeno lui lo sa più di tanto. O meglio, sa quello che vuole fare nelle sue giornate, sono i perché profondi, e le spiegazioni che dà a se stesso, che rimangono misteriosi. Certo per incapacità sua (<em>“I ragionamenti che non riusciva mai a formularsi bene del tutto, per la poca abitudine a lasciare che le idee parlassero, ora popolavano il buio”),</em> ma non solo. Anche il padre ritrovato, che pure è un uomo di studi e di cervello, è così.<br />
Quello che li lega, scopre, è la malinconia (<em>“Pensò che solo in quel momento poteva vedere per la prima volta cosa aveva preso da suo padre. Forse la malinconia”). </em>E’ lì che i due si ritrovano <em>(“Era l’alfabeto della malinconia. Forse l’unica cosa che aveva ereditato in egual misura da un padre e una madre e dall’aria del carruggio.”</em>), non certo nella gioia o nell’emozione. Forse proprio per incapacità di scardinarla, la malinconia, parlano di cose di ordine pratico, di quello che è successo nella valle nei cinquant’anni che sono trascorsi, non di cose intime, di loro stessi. Con il risultato che quello che non è detto risulta essere più importante di quello che è detto<em> (“Come se il buio e il silenzio e gli odori di quella camera contenessero i cinquant’anni trascorsi, ripensava alla quantità di cose che s’erano confessati e a quelle di cui non erano riusciti a parlare. In confronto, le seconde erano molte e molte di più, e allora avrebbe voluto rimediare, invece di star lì, in quel letto, in attesa che fosse mattina e l’uomo che dormiva nella stanza accanto si svegliasse.”</em>)<br />
Magliani evacua anche questa volta la falsa credenza, che regge le nostre vite, che le nostre giornate e i nostri anni abbiano un senso, o almeno una direzione, una logica voluta. O forse il senso c’è, ci suggerisce con questa storia che è legata alla Storia della Liguria e dell’Argentina, ma gli interessati non ne sono consapevoli. Quello a cui sono confrontati sono le azioni quotidiane, e le sensazioni, e i ricordi, soprattutto i ricordi, soprattutto quelli dell’infanzia, perché noi viviamo di ricordi dell’infanzia, che sono per noi più vividi e struggenti del presente (<em>“«Uno è il posto dove si nasce» disse. «Poi ti innestano.»”</em>). E i pensieri elementari che a questi stimoli del passato e del presente sono collegati. Ma anche se questi fossero più elaborati non cambierebbero nulla, non sarebbero un supporto. Forse un tempo il padre li aveva, dei pensieri più ambiziosi (come anche i protagonisti dei due recenti romanzi autobiografici di Magliani ambientati in Olanda, <em>Il canale Bracco</em> e <em>L’esilio dei moscerini danzanti giapponesi</em>), caratteristici delle persone colte o che fanno dei ragionamenti una professione, ma ora sembra essersi arreso anche lui al mistero.<br />
In questo magma senza direttive e senza spiegazioni convincenti di passato, presente e futuro, tipico di Magliani, e con la sua solita lingua bellissima e imprevedibile, questa volta ha un posto centrale anche la violenza. Che prende la mano del protagonista, che è cacciatore e bracconiere, da un momento all’altro senza essere annunciata e misteriosa per le sue origini e le sue finalità, come qualcosa di inevitabile e non bello, questo lo vede anche lui stesso. Non sappiamo, e non lo sa lui, cosa lo spinge a commettere in Argentina una lenta turpitudine ai limiti del sopportabile, applicando all’uomo i suoi gesti di bracconiere. Potrebbe essere una vendetta, e con una sua solida giustificazione morale, ma risulta che lo non è, perché la vittima, pur sempre macchiata di infami delitti, non si rivela essere colpevole nei confronti dell’uomo che cerca. Ma dove c’è Storia c’è anche violenza, sembra dirci Magliani, in Liguria (la lotta partigiana, e i suoi strascichi, che abita molte sue storie), come altrove. E anche quella è incomprensibile, come tutto il resto.</p>
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		<title>Lo spirito dei miei padri si innalza nella pioggia</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2013/12/19/lo-spirito-dei-miei-padri-si-innalza-nella-pioggia/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[gianni biondillo]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 19 Dec 2013 07:30:22 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[Desaparecidos]]></category>
		<category><![CDATA[dittatura argentina]]></category>
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		<category><![CDATA[letteratura argentina]]></category>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/12/Patricio-Pron.jpg"><img loading="lazy" class="alignnone size-full wp-image-47163" alt="Patricio-Pron" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/12/Patricio-Pron.jpg" width="507" height="370" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/12/Patricio-Pron.jpg 507w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2013/12/Patricio-Pron-300x218.jpg 300w" sizes="(max-width: 507px) 100vw, 507px" /></a></p>
<p>di <strong>Gianni Biondillo</strong></p>
<p style="text-align: left;" align="center"><b>Patricio Pron, <i>Lo spirito dei miei padri si innalza nella pioggia</i></b>, Guanda, 2013, 197 pagine, traduzione di Roberta Bovaia</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>L’io narrante è quello di un giovane scrittore argentino che è &#8211; e non è (magia del romanzesco) – Patricio Pron. Intellettuale transfuga, con alle spalle otto anni fuori dal suo paese, in Europa, immerso in un quotidiano annebbiato da alcol e droghe. Un modo forse di vivere il momento, come a scrollarsi di dosso un passato, personale e storico, che non si vuole a tutti i costi ricordare. Però il passato torna, inevitabilmente. Il padre del protagonista è ricoverato in ospedale, in fin di vita. Allo scrittore tocca tornare in Argentina,  al capezzale del genitore.</p>
<p>Ottundere la memoria, sembra dirci l’autore di <i>Lo spirito dei miei padri si innalza nella pioggia</i>, non significa davvero dimenticarla. Il rimosso, freudianamente, torna sempre a farci visita, spesso nei modi più inaspettati. Il giovane scrittore, nei suoi giorni argentini, riscopre nella biblioteca paterna, un dossier di articoli di quotidiani che raccontano una squallida storia di cronaca nera. Perché il padre giornalista era interessato a questa vicenda?</p>
<p>La scrittura del romanzo è ossessionata dalla vertigine dell’elenco. Pron elenca e descrive sogni, articoli di giornale, titoli di libri, nomi di scrittori, avvenimenti minuti, fotografie, ricordi, medicinali. A tratti questa tecnica narrativa appare fin troppo stucchevole e compiaciuta, ma è anche il modo che ha l’autore per cercare di fissare, anche solo con un accenno, la realtà alla oggettività delle cose.</p>
<p>Questo è il romanzo di un giovane uomo che cerca il padre che sta per perdere, il quale cercava, prima della malattia, di ricostruire la vita di un uomo, il quale a sua volta era fratello di una ragazza <i>desaparecida</i> negli anni del regime militare. I legami con le persona, insomma, sono così profondi che non possono spezzarsi mai per davvero e gli insegnamenti di una lotta per la democrazia non possono e non devono essere dimenticati, pena, appunto, l’ottenebramento della volontà. La droga della quotidianità.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>(<em>precedentemente pubblicato su</em> Cooperazione<em>, n° 25 del 18 giugno 2013</em>)</p>
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		<title>Assenze</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2011/04/02/assenze/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[gianni biondillo]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 02 Apr 2011 07:30:08 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
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		<category><![CDATA[Gustavo Germano]]></category>
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					<description><![CDATA[di Gianluca Veltri Nel romanzo di Nathan Englader “Il ministero dei casi speciali”, il padre di un desaparecido la cui colpa era ascoltare i Pink Floyd e leggere Marcuse, al culmine di vane ricerche, riflette: “Sono il padre di un figlio morto che non ha un cadavere su cui piangere. Questa assenza è sbagliata e [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/03/Laura.jpg"><img loading="lazy" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/03/Laura-300x225.jpg" alt="" title="Laura" width="300" height="225" class="alignnone size-medium wp-image-38650" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/03/Laura-300x225.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/03/Laura-1024x768.jpg 1024w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /></a></p>
<p>di <strong>Gianluca Veltri</strong></p>
<p>Nel romanzo di Nathan Englader “Il ministero dei casi speciali”, il padre di un desaparecido la cui colpa era ascoltare i Pink Floyd e leggere Marcuse, al culmine di vane ricerche, riflette: “Sono il padre di un figlio morto che non ha un cadavere su cui piangere. Questa assenza è sbagliata e ingiusta. Senza una tomba, il lutto non finisce mai”.<br />
<em>Assenze</em>, a trentacinque anni dall’inizio del mattatoio argentino. <span id="more-38649"></span><br />
 C’erano delle vite, e da un giorno all’altro sono scomparse, senza fare rumore. Le vite di 30.000 desaparecidos. Il 24 marzo del 1976 s‘insediò al potere la <em>junta </em>militare guidata da Jorge Videla, dopo anni di instabilità, golpe, turbolenze, insurrezioni, atti terroristici e crisi economiche. Tutto nel nome di Perón, il cui voltafaccia aveva spinto i montoneros verso la clandestinità. I grandi populismi carismatici sfociano sempre in grandi tragedie. Iniziò la guerra <em>sucia</em>, la guerra sporca, con la quale il laboratorio “antisovversivo” argentino si segnalò per la genialità dei metodi. Mentre apparentemente nulla accadeva, si rapivano i presunti oppositori, i dissidenti. Non solo montoneros e attivisti, anche i semplici riottosi, i loro amici. Hippy, studenti, padri e madri, giornalisti, maestri elementari, operai, i loro conoscenti e vicini di casa. Il sequestrato, incappucciato e ficcato in una Falcon verde senza targa – le strade notturne di Buenos Aires erano pattugliate dagli occhi lucidi di queste Ford sinistre – era condotto in un centro di detenzione clandestino (ne erano attivi più di seicento). Da quel momento la persona <em>scompariva</em>. Le forze dell’ordine negavano ogni coinvolgimento ai familiari che chiedevano affannose notizie. Si facevano scomparire i documenti, come se la persona non fosse esistita mai. Iniziavano le torture, sadiche, peggio dei nazisti, degne dei <em>Conquistadores</em>, sotto la protezione di CIA e vertici ecclesiastici. Nella maggior parte dei casi, arrivava la morte, anche questa originale: i detenuti, come rivelerà il giornalista Horacio Verbitsky nello scioccante libro-intervista all’ex ufficiale pentito Adolfo Scilingo, “Il volo”, venivano caricati su un aereo di linea e gettati <em>ancora vivi</em> nel Mar de la Plata o nell’Oceano Atlantico. Era una guerra, sì, ma non era stata dichiarata; e poi morivano da una parte sola. E per giunta, una delle parti era l’arbitro, erano coloro da cui i cittadini dovevano sentirsi protetti. Durò fino al 1983.<br />
<a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/03/I_Germano.jpg"><img loading="lazy" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/03/I_Germano-300x225.jpg" alt="" title="I_Germano" width="300" height="225" class="alignnone size-medium wp-image-38651" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/03/I_Germano-300x225.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/03/I_Germano-1024x768.jpg 1024w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /></a></p>
<p>La mostra fotografica di Gustavo Germano dal titolo “Ausenc˙as” racconta con la forza primitiva degli scatti fermi alcune di queste storie. Le lascia immaginare. “Ausenc˙as” (la lettera “i” a cui è rimasto solo il punto, ˙, è il segno dell’assenza) è in giro per le nostre città, nelle ultime settimane è stata a Roma, Cosenza e Potenza. È un allestimento emozionante, di drammaticità pietrificata. Assumendo un punto di vista diacronico, la mostra propone quindici coppie di foto, aventi tutte un prima e un dopo. <em>Prima del 1976</em>, quando il terrorismo di stato si sarebbe impadronito delle vite degli argentini. E dopo: oggi, qualche anno fa. Tra allora e ora, nel confronto trentennale tra le foto, c’è un’assenza. Nelle coppie di istantanee manca sempre qualcuno, che prima c’era e nel frattempo è scomparso, sottratto alla vita, sua e di quelli a cui era caro. Desaparecidos prima che lo diventassero. Vite ritratte narrativamente. Parlano le fotografie, quello che raccontano e quel che <em>non </em>dicono, e c’è davvero poco da aggiungere. Si tratta di appena quindici coppie di foto: l’allestimento di Germano riguarda solo una manciata di desaparecidos, fotografati prima delle loro scomparse silenziose e violente, con le persone che facevano parte della loro esistenza. A distanza di tempo, Germano ha fotografato la loro assenza, cogliendo un momento delle persone che all’epoca erano in loro compagnia, negli stessi luoghi. Il succo dell’esposizione è in quel che non c’è, nel baratro che apre. In mezzo alle due foto, anni di vuoto da riempire, di <em>assenza</em>.<br />
Moltiplicate quel numero esemplare ed esiguo di desaparecidos ritratti da Germano fino ad arrivare alla contabilità definitiva. Trentamila. 30.000. Le voci assordanti di quelli che non ci sono più. La folla dei loro volti, i sorrisi ignari, vite forti ma indifese. Quello che non sono diventate. Quanti scatti ne verrebbero fuori, quante <em>ausencias</em>. Ci vorrebbero 1.500 esposizioni così. Non sapevano cosa c’era ad aspettarli, mentre posavano al loro matrimonio, coi figli piccoli, in campagna, in salotto e in giardino, sorridenti. A pranzo dai suoceri, in villeggiatura. In un caso, lo scatto recente è privo di presenza umane: pura assenza. È la spiaggia deserta di “Tortuga Alegre”; il <em>prima </em>è una coppia, Orlando e Leticia, era il 1975. Tra le foto, c’è un prima e un dopo dei fratelli Germano. Il bimbo che sarebbe diventato fotografo – l’autore della mostra, Gustavo – insieme ai suoi tre fratelli, uno scatto vacanziero di fine anni ’60. Lui è il minore. Guillermo è il maggiore. Nello scatto successivo, Guillermo non c’è più, è diventato un ˙; restano tre fratelli, la loro ferita.<br />
<a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/03/Orlando_Leticia.jpg"><img loading="lazy" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/03/Orlando_Leticia-300x225.jpg" alt="" title="Orlando_Leticia" width="300" height="225" class="alignnone size-medium wp-image-38652" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/03/Orlando_Leticia-300x225.jpg 300w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2011/03/Orlando_Leticia-1024x768.jpg 1024w" sizes="(max-width: 300px) 100vw, 300px" /></a></p>
<p>Gustavo Germano è all’inaugurazione della mostra. Ha la faccia di quelli che sono sopravvissuti: un misto di mitezza, senso di colpa, smarrimento, sofferenza incompiuta. Qualcuno ha detto che la generazione di chi era giovane in Argentina a cavallo degli anni ’70 è stata una delle più belle di sempre. Studenti, operai, ragazze, docenti. Idealisti, impegnati nel pubblico e nel privato. Facevano figli da giovani. Si mantenevano agli studi lavorando, credevano in una società meno egoista. Era una generazione informata e protagonista, cittadini attivi. Molti facevano gratuitamente scuola nelle <em>villas miserias</em>, le baraccopoli di Buenos Aires. I militari li odiavano. Quella generazione, poi letteralmente cancellata dalla faccia della terra, faceva paura. Non solo i 30.000 sepolti sotto l’oceano, di cui non si avranno mai notizie. Ma anche le famiglie, che non hanno avuto più diritto a una vita normale. Confiscati della verità, privati della certezza di un dolore, non consumato ma diluito per sempre. E quelli che sono fuggiti in esilio, come Gustavo Germano che vive a Barcellona, vite dimezzate e deformate da trauma, distanza e perdita.<br />
Alla presentazione della mostra, a Cosenza, era presente anche Estela Carlotto, presidente della Associazione delle <em>Abuelas de Plaza de Mayo</em>, le indomite madri-nonne che fin dal 1977, in pieno nero regime, presero a manifestare coi fazzoletti bianchi in testa per esigere notizie sui loro figli scomparsi. Figli e poi nipoti. La battaglia delle donne argentine è stata l’unica voce di dissenso durante gli anni della <em>junta</em>. Estela è una donna forte e passionale. Ha perso la figlia Laura, ammazzata nel 1977, e il bambino di lei, Guido, partorito in prigionia, il nipotino che Estela non ha mai conosciuto, e che cerca da allora. La sua storia è raccontata nel libro &#8220;Le irregolari&#8221; di Massimo Carlotto (Estela è sua zia). Cento figli di desaparecidos, consegnati dai militari a coppie compiacenti, sono stati ritrovati nel tempo, ma ancora quattrocento ex-bambini (oggi ultratrentenni) vivono senza sapere che i loro genitori biologici sono stati sterminati nella <em>guerra sucia</em>. Coloro che essi chiamano “mamma” e “papà” li hanno avuti dagli aguzzini dei genitori. Vicende raccontate da Luis Puenzo e Marco Bechis (rispettivamente) nei film “La storia ufficiale” e “Hijos”, e da Elsa Osorio nel romanzo “I vent’anni di Luz”. Anche con questa menzogna colossale deve fare i conti la coscienza civile argentina. Con questa <em>assenza</em>. Di verità. </p>
<p><em>“Non credo che sia morto nessuno che avesse un’importanza tale da essere pericoloso. Oggi penso che non c’era nessun bisogno di ucciderli. Oggi le dico che fu una cosa atroce. Non posso dire che si trattassero di sovversivi. Erano esseri umani”.</em><br />
(Adolfo Scilingo, ufficiale della marina militare argentina, in “Il volo” di Horacio Verbitsky)</p>
<p>[<em>Pubblicato  su</em> Mucchio selvaggio <em>n. 681, Aprile 2011</em>]</p>
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		<title>Un mondo a parte</title>
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		<dc:creator><![CDATA[helena janeczek]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 12 Jan 2009 17:08:16 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[di Helena Janeczek Al cimitero di Orta Nova, in Puglia, c’è’ un piccolo mausoleo di marmo bianco simile a quelli dedicati al Milite Ignoto. Ma il ragazzo che vi è sepolto non è caduto in guerra. E’ morto nei tempi di pace che hanno generato l’Europa unita, è morto perché credeva che potessero circolarvi non [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/01/pomodori-ammassati.jpg"><img loading="lazy" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2009/01/pomodori-ammassati-300x225.jpg" alt="" title="pomodori-ammassati" width="300" height="225" class="alignnone size-medium wp-image-13239" /><br />
</a>di <strong>Helena Janeczek</strong></p>
<p>Al cimitero di Orta Nova, in Puglia, c’è’ un piccolo mausoleo di marmo bianco simile a quelli dedicati al Milite Ignoto. Ma il ragazzo che vi è sepolto non è caduto in guerra. E’ morto nei tempi di pace che hanno generato l’Europa unita, è morto perché credeva che potessero circolarvi non solo merci e capitali, ma anche le persone come lui che vogliono scambiare la forza delle loro braccia con qualche soldo. E’ morto, in qualche modo, perché ignorava il legame antico che unisce guerre e lavoro.<br />
Ne serba invece memoria una vedova che andando tutti i giorni al cimitero, una volta capita davanti a un rettangolo di terra segnato solo da una croce di ferro con scritto sopra SCONOSCIUTO.<span id="more-13237"></span> La donna ha fatto la bracciante per tutta la vita, i figli sono immigrati al nord, ma in quel momento deve essersi resa conto di essere privilegiata. Possiede un indirizzo che corrisponde a una casa del suo paese e un nome registrato all’anagrafe. Così Incoronata di Nunno va a scoprire quel che può su quel ragazzo venuto a faticare nei campi come faceva lei, trovato morto sul bordo di una strada, la testa – soltanto quella- cancellata dalle ruote di un camion passato sopra. Una fine sospetta, però in mesi nessuno si è presentato all’obitorio, per cui ogni possibile verità su quella morte va a finire sottoterra.<br />
Ma tanto basta a Incoronata per andare a trovare anche quel morto e poi decidere di commissionargli una tomba a proprie spese. Per l’iscrizione, la sua pietà le suggerisce il sinonimo che dà la giusta dimensione storica a quella fine: IGNOTO m 20-9-2006.<br />
Dopo circa un anno, alcuni connazionali fanno saltare fuori una foto e un nome. Il morto si chiamava Miroslaw, veniva da una cittadina vicino a Lodz, però non sanno più di questo neppure loro. Quindi il ragazzo polacco resta nel involontario monumento ai caduti nei campi di pomodoro offerto da una vecchia pugliese che lo ha adottato in morte .<br />
Si apre così <em>Uomini e Caporali</em> di Alessandro Leogrande (Strade Blu, Mondadori, p.253). Passato e presente, vicende globali e memorie locali si intrecciano come avviene in modo esemplare nell’incontro fra Incoronata e il ragazzo morto. Il libro è qualcosa in più di una semplice indagine su una realtà economica e sociale di vergognosa attualità come la nuova schiavitù globalizzata che prolifera nelle campagne meridionali. Si situa quasi all’estremo opposto dei reportage di Fabrizio Gatti,  camuffato da “negro bianco” per poter raccontare dall’interno l’esperienza dei braccianti africani nelle stesse terre. Leogrande invece visita cimiteri e casolari sequestrati dove ormai non si accampa più nessuno, calca le orme sicure di inchieste sfociate in processi e sentenze, parla con familiari di persone morte, con testimoni che viene spontaneo definire superstiti. Anche la parte più di inchiesta (come la vicenda dei braccianti polacchi nel Tavoliere fra il 2000 e il 2006 e il centinaio di <em>desaparecidos</em> cui la polizia polacca ha dedicato un<a href="http://www.policja.pl/portal/pol/221/Zaginieni_we_Wloszech.html"> sito</a>), si declina al passato.<br />
Ma proprio questa riduzione del campo di indagine, con il suo distacco dai fatti ricostruiti, consentono uno sguardo che raggiunge una profondità diversa. E questo per Alessandro Leogrande sembra più facile perché a quelle terre e alle sue memorie lui stesso appartiene. Reduce dalla Grande Guerra, il suo bisnonno, diventato da poco proprietario di una masseria, era stato implicato in modo oscuro in una ritorsione violenta contro i braccianti di allora. A Massafraglia, gli stessi proprietari terrieri avevano aperto il fuoco contro i cafoni raccolti nell’aia con la promessa della paga, dato la caccia ai fuggitivi, infierito sui cadaveri dei sei uomini che avevano ucciso. La ricostruzione di quell’episodio corre come un contrappunto alla vicende delle odierne “vite di scarto” imprigionate in mezzo alle distese di campi in cui non sanno orientarsi.<br />
Perché quei polacchi, sottolinea Leogrande, – oggi i romeni- non sono gli ultimi della terra, i più miseri, i più disperati. La loro povertà è di altra natura. Sono reclutati in ogni angolo del loro paese grazie ad annunci in rete o sui giornali, partono spesso da soli. Non hanno legami fra di loro, non vogliono nemmeno mettere radici nella terra dove si trovano, ma solo svolgere un lavoro temporale, concedere uno scarto di tempo e spazio per racimolare un po’ di soldi e ritornare. Tutto questo li rende più vulnerabili e spiega come mai al livello più basso dello sfruttamento si trovino oggi non i clandestini africani, ma i braccianti bianchi, europei, perfino comunitari. Loro prendono – se li prendono, visto che spesso non vedono un centesimo di paga- 3.50 all’ora o anzi più spesso a cassone che prevedono una sottrazione dai cinquanta agli ottanta centesimi per i loro caporali; gli africani un euro in più. Loro finiscono per essere consegnati direttamente dai pullman nei casolari mefitici dove si trovano sotto il controllo costante dei loro caporali connazionali che li sorvegliano persino quando vanno a fare la spesa. Gli africani spesso riescono ad offrire giorno per giorno le loro braccia agli angoli delle strade, come prevede il caporalato classico, e a trovare alloggi miseri, però non vigilati.<br />
Nelle intercettazioni seguite alle denunce dopo un blitz dei carabinieri in un maxi accampamento allestito in un ex ristorante-discoteca dal nome sinistro “Paradise”, i caporali polacchi si riferiscono a se stessi col termine “kapò”.<br />
“Ci sono stati dei controlli a San Severo. Nei confronti dei kapò, di quelli che…li chiamavano così ad Auschwitz, no?”<br />
I caporali incontrati in questo libro sono un’accozzaglia di gente strana. Alcuni corrispondono perfettamente al tipo dell’avanzo di galera, al criminale comune che rivestiva un rango di preminenza nelle gerarchie capovolte dei lager sia nazisti che staliniani. Altri, specie i veri capi, presentano l’aspetto algido, curato e ben vestito di è diventato imprenditore di vite umane. Altri ancora sembrano sdoppiati, come Jacek che sta a un grado intermedio fra il bracciante e il caporale e in preda a una crisi di coscienza telefona disperato alla madre.<br />
“Mamma, io voglio scappare di qua, perché qui sono come i maiali…”<br />
[…]<br />
“Torna, Jacek”.<br />
“Mamma qui hanno picchiato così tanto un ragazzo che stava qui con me che l’ambulanza ha dovuto portarlo via. Prima gli hanno detto che non l’avrebbero pagato per il lavoro fatto[…] Alla fine ha guadagnato solo 300 euro, ma dopo aver sottratto tutte le spese volevano dargli soltanto 50 euro. Lui si è arrabbiato e ha dato una spinta a quell’ucraino, quello di cui ti ho parlato, presso il quale lavoriamo. Siccome il ragazzo è alto e grosso, l’ucraino non ha potuto fare niente, così ha chiamato degli altri, Erano bulgari o albanesi…Sono venuti qui in quattro con i bastoni e l’hanno picchiato di brutto.”<br />
Ma Jacek non scappa, non torna, continua a svolgere il suo ruolo. Così come pure Andrzej Wnuk, il primo pentito del moderno caporalato, decide di collaborare con la giustizia solo dopo essere stato arrestato.<br />
Le vicende dei polacchi in Puglia così come sono ricostruite in questo libro, evocano l’ombra dell’universo concentrazionario facendo balenare l’ipotesi di un qualche nesso privilegiato fra la modernità “solida” totalitaria e quella “liquida” descritta dal loro connazionale Zygmunt Bauman. L’autore ne è consapevole e, a differenza di qualche giornalista locale che, toccando il nervo scoperto dell’opinione pubblica polacca, in un articolo aveva usato la parola “lager”, si limita a un più cauto e incontestabile “campi di lavoro”. Ma ritradotto in gergo nazista pure quel termine diventerebbe Arbeitslager, ovvero la forma di schiavismo cui milioni di polacchi erano stati assoggettati durante l’occupazione.<br />
Tra le rovine benjaminiane che Leogrande scruta nella postmodernità globalizzata approdata alla propria terra d’origine, sembrano compresenti alla rinfusa, ripetuti come le canzoni di epoche diverse presenti nel medesimo jukebox, diverse forme storiche di schiavitù. La tradizione autoctona che ratifica l’esistenza di “sovrastanti” e di cafoni, lo schiavismo colonialista dove sorveglianti “arabi” controllano la forza lavoro di braccianti neri e soprattutto quello totalitario con la sua disumanizzazione che passa non solo attraverso la violenza arbitraria, ma anche la dissoluzione di ogni legame fra uomo e uomo.<br />
Eppure quell’ordine carcerario è più fragile di quanto appare. Per romperlo, per trarre addirittura in giudizio gli aguzzini, ci è voluto relativamente poco. Qualche ragazzo col coraggio di scappare nella terra incognita che è per lui la Puglia e soprattutto la presenza di una figura capace di intermediare fra le autorità italiane e i braccianti schiavizzati. Colui che nel libro viene ricordato come una sorta di Schindler dei polacchi sfruttati nel Tavoliere, si chiama Domenico Centrone, è titolare di un’azienda che produce sottolii e sottaceti e riveste la carica di console onorario di Polonia a Bari. Ma se è vero che &#8211; insieme alla grande attenzione mediatica suscitata in Polonia- questo è stato sufficiente per ridurre la presenza dei polacchi oggi sfruttati in Puglia a poche centinaia, non basta certo a sconfiggere il modello economico che funziona su uomini e caporali.<br />
Per questo ci vuole una cosa sola: che l’applicazione delle norme si ripercuota sulla legge dell’economia. Che, in pratica, non convenga più far raccogliere i pomodori dagli schiavi, ma dalle macchine, come in questi ultimi anni sta cominciando ad avvenire grazie a maggiori controlli e sanzioni.<br />
Una sessantina di anni prima di quando l’IGNOTO sepolto ad Orta Nova veniva scempiato dalle ruote di un camion, 50.000 soldati polacchi sbarcarono a Taranto per dare il loro contributo alla liberazione dell’Italia. Anche quegli uomini erano stati schiavi, anche loro venivano da <em>Un mondo a parte </em>come si intitola il libro sulla prigionia nei gulag di Gustaw Herling che era uno di quei soldati. Avere memoria e coscienza di ciò che è stato non basta a evitare che la sopraffazione si rigeneri in sempre nuove forme. Ma senza averne più, si rischia di vedere solo la parte emersa di quel che il fiume lavico della storia vomita fuori a intermittenza e a frantumi. Mentre sotto, innaffiate dalla logica del profitto, alimentate dalla matrice eterna che, come giustamente osserva Leogrande, è la violenza e non la povertà, restano intatte le radici. Seguendo le tracce di chi è finito sottoterra o di chi è sparito senza nemmeno approdarvi, Alessandro Leogrande cerca di afferrarle, compiendo con questo libro un gesto analogo a quello della sua anziana conterranea che ha offerto un piccolo mausoleo a un morto senza nome e senza volto.</p>
<p><em>pubblicato su &#8220;Il Riformista&#8221;, il 11.1.2009.</em></p>
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		<title>Do you remember Héctor German Oesterheld?</title>
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		<dc:creator><![CDATA[francesco forlani]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 20 Oct 2008 12:49:31 +0000</pubDate>
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		<category><![CDATA[Héctor German Oesterheld]]></category>
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										<content:encoded><![CDATA[<p>Si presume che Héctor German Oesterheld sia morto trent&#8217;anni fa, nel 1978. Non si sa dove, come e neppure il giorno esatto. Si sa solo il perché. Perché era un uomo libero in una terra non libera. Con <a href="http://www.blognuvole.splinder.com/">Lucia Saetta</a> , abbiamo deciso di ricordare uno dei più grandi talenti della storia del fumetto. Il testo che abbiamo tradotto, è nel volume, <em>Historieta. Regards sur la bande dessinée argentine</em> pubblicato da Giusti <a href="http://vertige-graphic.blogspot.com/">(Vertige Graphic)</a> e a cura dello straordinario José Munoz.<br />
<strong>effeffe</strong><br />
<a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/10/sanchezdondeestaoesterheld-780335.jpg"><img loading="lazy" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/10/sanchezdondeestaoesterheld-780335-218x300.jpg" alt="" title="sanchezdondeestaoesterheld-780335" width="218" height="300" class="alignnone size-medium wp-image-9765" /></a></p>
<p><strong>Oesterheld, facitore d’avventure</strong><br />
Nato il 23 luglio 1919 a Buenos Aires in una famiglia di classe media, da padre tedesco e madre spagnola, Héctor German Oesterheld si immerse nei racconti d’avventura dalla sua più giovane età. Durante gli  studi superiori di geologia, lavora come correttore per la stampa e scopre così un mondo a cui comincia a legarsi. Nel 1943 pubblica il suo primo racconto nel supplemento letterario del quotidiano La Prensa. La sua prima collaborazione importante sarà con l’Editorial Abril dove pubblica  racconti per bambini e di vulgata scientifica. Nel 1951, firma le sue prime sceneggiature di fumetti per la rivista Cinemisteria. <strong>Sargento Kirk</strong>, frutto della collaborazione feconda con Hugo Pratt esce nel 1953 e conosce un grande successo.<br />
<span id="more-9764"></span><br />
Kirk è un disertore del settimo reggimento di cavalleria americana nauseato  dalle inutili carneficine. I valori morali atipici dell’eroe fanno del sergente Kirk un valore di riferimento nella storia del fumetto realista. Oesterheld moltiplica le collaborazioni con differenti case editrici e crea personaggi che diventano molto popolari (<strong> El Hindio Suàrez</strong> disegnato da Carlos Freixas, <strong>Tarpòn y Do</strong>c, ecc).<br />
Nel 1955 fonda con il fratello Jorge la casa editrice Frontera che pubblica le nuove avventure del sergente Kirk e Bull Rockett sotto forma di romanzi ispirati alle sue sceneggiature. In seguito, nel 1957, due riviste mensili di fumetti vedono la luce: <strong>Frontera</strong> e <strong>Hora Cero</strong>. Un vero successo. In questo periodo nasce il personaggio di Ernie Pike disegnato da Hugo Pratt, che dà all’eroe i tratti di Oesterheld.<br />
<a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/10/historieta.jpg"><img src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/10/historieta.jpg" alt="" title="historieta" class="alignleft size-thumbnail wp-image-9859" /></a></p>
<p><strong>Ernie Pike</strong> è un giornalista corrispondente di guerra, dunque un testimone, il che permette a Oesterheld di mettere in scena il suo messaggio umanista. Ancora una volta si permette di rivoluzionare il tono consensuale dell’epoca creando il personaggio del “buon Tedesco”.<br />
Nuovi fumetti, nuovi personaggi si succedono: <strong>Ticonderoga</strong> disegnato da Pratt, <strong>Randall the Kille</strong>r, da Arturo del Castillo, <strong>Sherlock Time</strong> da Alberto Breccia, <strong>Joe Zonda</strong> e <strong>Rolo</strong> da Solano Lòpez.<br />
Nel settembre del 1957 con il primo numero di Hora Cero Semanal, appare il primo episodio del fumetto che diventerà il più importante in Argentina: <strong>l’Eternauta</strong> disegnato da Solano Lòpez. La storia del’invasione extraterrestre, pubblicata in episodi, dura fino al 1959, tenendo col fiato sospeso un lettorato  soggiogato  al punto che quando finirà, sarà l’oggetto di una riedizione in tre tomi che incontrerà lo stesso grande successo.<br />
Seguiranno parecchie riedizioni. L’Eternauta è diventato un mito. Alla fine degli anni ’50 cominciano le difficoltà per le Edizioni Frontera. Gli autori partono all’estero dove sono pagati meglio, i debiti si accumulano, poi sarà la fine. Oesterheld  già padre di quattro figlie si mette di nuovo a lavorare per altre case editrici.<br />
<a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/10/el-eternauta.jpg"><img loading="lazy" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/10/el-eternauta-300x238.jpg" alt="" title="el-eternauta" width="300" height="238" class="alignright size-medium wp-image-9870" /></a><br />
Nel 1962 appare una delle sue più importanti creazioni: Mort Cinder, disegnato da Alberto Breccia per la rivista Misterix, che diventerà un punto di riferimento mondiale nella storia del fumetto.<br />
Collabora a diverse riviste. Nel 1969 pubblica sul settimanale Gente una nuova versione dell’Eternauta illustrata da Alberto Breccia; Oesterheld ne ha modificato il soggetto per dare al personaggio di Joan Salvo un aspetto più politico, vicino alle sue idee progressiste, ma la direzione conservatrice lo costringerà a concludere la sceneggiatura molto più rapidamente del previsto.<br />
Nel 1976 la dittatura militare è al potere in Argentina. Oesterheld milita nel gruppo Montoneros. </p>
<p>Lavora a una nuova versione dell’Eternauta, questa volta nuovamente con Solano Lòpez, ma la  sceneggiatura che è un pamphlet politico,  un atto di appello alla resistenza, crea delle divergenze tra di loro. Il 27 Aprile 1977 Oesterheld  è rapito dalla giunta militare. Diventa così uno dei 30.000 desaparecidos insieme alle sue quattro figlie, i generi, i nipoti. Nessuno lo rivide mai in un mondo libero. Uno dei rari sopravvissuti di un centro di detenzione clandestina soprannominato “Sheraton”, testimonia : <em>una delle ultime immagini che ho di Hector è quella del giorno di Natale del 1977. I secondini ci hanno autorizzato a toglierci i cappucci e a fumare una sigaretta. Ci hanno lasciato parlare cinque minuti. Hector ha detto che era il più vecchio e che voleva salutare uno per uno tutti i prigionieri che erano lì. Non dimenticherò mai quell’ultima volta in cui mi ha stretto la mano. Aveva sessant’anni e il suo stato fisico era estremamente degradato.</em></p>
<p>Benché siano state fatte delle ricerche dalla commissione di inchiesta sui Desaparecidos, nessuno conosce ad oggi le circostanze esatte della morte di Hector Oesterheld che si suppone  sia avvenuta nel 1978. Numerosi omaggi gli sono stati resi in Argentina e nel mondo. La sua opera si distingue attraverso i suoi personaggi, uomini e donne comuni, che confrontati a delle situazioni estreme  si trasformano  in combattenti  per la giustizia, senza nemmeno averlo premeditato, proprio come il loro creatore.</p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/10/historietacouv.jpg"><img loading="lazy" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2008/10/historietacouv-223x300.jpg" alt="" title="historietacouv" width="223" height="300" class="alignnone size-medium wp-image-9858" /></a></p>
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