La lezione di Estela Carlotto

Estela Carlotto mostra il diploma di laurea, foto di ©️Università Roma Tre

Lo scorso 17 aprile l’Università degli Studi Roma Tre ha conferito a Estela Carlotto la Laurea honoris causa in Lingue e letterature per la didattica e la traduzione, “alla luce di un impegno civile, umano e culturale unanimemente riconosciuto” (si legge nelle motivazioni).

Estela Carlotto, 93 anni, è presidente delle Abuelas de Plaza de Mayo (le nonne di Piazza di Maggio), l’Associazione che insieme alle Madres de Plaza de Mayo cerca, fino dagli anni più bui della dittatura argentina (1976-1983), non solo i propri figli ma anche i nipoti nati nei centri clandestini di detenzione, tortura e sterminio o, in alcuni casi, “rubati” dai militari durante i sequestri delle loro vittime. Candidata più volte al premio Nobel per la Pace per il suo straordinario impegno e la sua azione umanitaria, Carlotto ha ricevuto prestigiosi riconoscimenti nazionali e internazionali, tra i quali spiccano l’Ordine al merito nel grado di Commendatore della Repubblica Italiana, il Premio dell’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i Diritti Umani e il Premio Unesco per la Pace.

Due giorni dopo la cerimonia universitaria – prima di ripartire per l’Argentina, e dopo essere stata ricevuta dal Papa – Carlotto ha spiegato il “momento tragico” (parole sue) che sta attraversando l’Argentina, nel corso di un incontro con alcuni giornalisti e studenti. L’Argentina di Javier Milei, un presidente che governa “contro la società”, e che la sta già impoverendo con licenziamenti e tagli indiscriminati al welfare. Un presidente che favorisce posizioni negazioniste o riduzionistiche rispetto alla storia della dittatura argentina e delle sue vittime, i 30 mila desaparecidos che adesso qualcuno vorrebbe occultare di nuovo. Un presidente pericoloso in tanti modi diversi. “Ma noi andremo avanti”, ha assicurato Carlotto, “continueremo a lottare nella nostra ‘politica della vita’, sempre pacificamente e senza violenza. L’abbiamo fatto negli anni della dittatura, correndo mille pericoli, e a maggior ragione proseguiremo oggi”.

Una donna che non ha avuto paura di Videla non può avere paura di Milei.

Questo riconoscimento da parte dell’ateneo romano ha un grande valore culturale e politico: “Per me è il massimo”, ha confidato Carlotto, “questi giorni mi hanno dato una gioia enorme. In Argentina il governo, se potesse, mi farebbe a pezzi. Invece qui mi avete dato coraggio al cuore e all’anima. A ‘loro’ non piacerà per niente. Ma vado via contenta e orgogliosa. Il lavoro delle abuelas proseguirà. Stiamo ancora cercando i 300 nietos che mancano. E possono essere dovunque nel mondo”.

A seguire offriamo il testo integrale della Lectio magistralis tenuta da Estela Carlotto in un’Aula magna della Facoltà di Lettere gremita e commossa (davide orecchio).

***

La Lectio Magistralis di Estela Carlotto

Innanzitutto, desidero ringraziare il Rettore dell’Università Roma Tre, Massimiliano Fiorucci, e con lui tutta la comunità educativa che oggi mi accoglie con tanto calore e mi onora con il titolo di Dottore Honoris Causa; il direttore del Dipartimento di Lingue, Letterature e Culture Straniere, Giorgio de Marchis, e la cara professoressa e amica Susanna Nanni, che ha promosso questo riconoscimento accademico. Ringrazio la Rete per il Diritto all’Identità in Italia, che collabora da molti anni con le Abuelas di Plaza de Mayo. Ringrazio tutti i cari amici che abbiamo in questo paese, sempre molto solidale con l’Argentina. E ringrazio tutti i presenti a questa meravigliosa cerimonia.

La dittatura civico militare che tra il 1976 e il 1983 usurpò il potere in Argentina, ha sequestrato e fatto scomparire migliaia di persone per ragioni politiche, compresi i nostri e le nostre nipoti.

In quel momento, come madri, ci siamo messe a cercarli. Quale donna non lo avrebbe fatto? Abbiamo iniziato a riunirci, prima come Madres di Plaza de Mayo, poi come Abuelas di Plaza de Mayo, e ci siamo rese conto che, insieme, potevamo farci ascoltare. E così, il nostro dramma personale si è convertito, negli anni, in una lotta pubblica e collettiva.

Nel mio caso, tutto è iniziato quando, grazie alla testimonianza di una sopravvissuta, venni a sapere che mia figlia aveva dato alla luce un bambino durante la sua prigionia, mio nipote. Allora, la mia consuocera mi disse di non cercarla da sola e mi consigliò di mettermi in contatto con altre donne che stavano cercando i loro nipoti. Così, mi unii alle prime Abuelas.

Le mie compagne furono felici del mio arrivo perché, siccome ero una maestra, potevo scrivere lettere e documenti. La prima volta che andai a Plaza de Mayo tremavo come una foglia. C’erano molti militari, cavalli, fucili. Ma le mie compagne continuavano a camminare e mi dicevano: “non aver paura, stiamo tutte insieme”.

All’inizio, i primi tempi furono molto duri, quando ancora aspettavamo il ritorno del figlio, della figlia, della compagna, del compagno, che mai tornò. Eravamo ingenue e pensavamo che i dittatori avrebbero dato delle risposte alle nostre domande: dove sono? Dove sono nati i nostri nipotini?

In molte abbiamo mantenuto la camera intatta, i vestiti puliti, il piatto al posto in tavola del nostro caro. Abbiamo preparato corredini per il nipote o la nipote che stava per arrivare, che militari avevano rubato alle nostre figlie e a cui avevano cambiato l’identità.

Tutte noi ci eravamo recate negli orfanotrofi, nei tribunali, nei ministeri, nelle chiese, e ovunque ci avevano risposto con il silenzio, il disprezzo o l’indifferenza. In quel periodo, ci riunivamo in segreto perché la repressione era feroce.

Il trascorrere dei mesi e degli anni ci convinse che non ci avrebbero restituito i nostri nipoti e che la nostra richiesta avrebbe dovuto resistere nel tempo, fino a che non li avremmo ritrovati tutti. Allora lasciammo le nostre routineper andare a reclamare i nostri figli e nipoti dentro e fuori il paese.

Ci organizzammo in gruppi, iniziammo a viaggiare in giro per il mondo per raccontare ciò che stava accadendo in Argentina e ricevemmo la solidarietà di governi, organizzazioni e personalità. Così iniziammo ad ottenere alcuni risultati: le prime restituzioni, e poi la creazione di un metodo di identificazione genetica che ci avrebbe dato la certezza che i bambini ritrovati fossero i nostri nipoti. Non avevamo il sangue dei genitori per identificarli – perché nella maggior parte dei casi erano scomparsi – e la scienza riuscì a trovare la soluzione con il nostro sangue e quello delle nostre famiglie.

Negli Stati Uniti, un gruppo di scienziati commossi dalla nostra lotta, lavorò per due anni per arrivare a ciò che si conosce come “indice di nonnità”. E subito dopo, in Argentina, riuscimmo a creare la Banca Nazionale dei Dati Genetici. Una Banca unica al mondo che raccoglie e conserva i profili genetici delle famiglie dei nipoti e delle nipoti che cerchiamo, e quelli delle persone che dubitano della loro identità, al fine di incrociarli.

Abbiamo anche favorito dei progressi in ambito legislativo, come l’inclusione degli articoli 7, 8 e 11 nella Convenzione Internazionale sui Diritti del Bambino, i tre articoli relativi all’identità, conosciuti come “gli articoli argentini”.

Siamo riuscite a convincere molti psicologi professionisti, alcuni scettici, che la verità è l’unica cura per alleviare il terribile dolore causato ad alcune persone dall’essere state rubate violentemente dalle braccia della propria madre, senza nemmeno essere entrati nella fase di sviluppo del linguaggio, il che provoca un trauma di dimensioni difficilmente quantificabili.

Nel 1992, abbiamo richiesto al governo di turno la creazione di un organismo statale specializzato nella ricerca dei nostri e delle nostre nipoti. E così si stabilì, per legge, l’istituzione della Commissione Nazionale per il Diritto all’Identità (CoNaDi), una politica pubblica unica al mondo che ha il compito di proteggere il diritto all’identità delle bambine e dei bambini.

Poco dopo, abbiamo iniziato a tessere la Rete per il diritto all’Identità, prima viaggiando in ogni provincia del nostro paese e creando un “nodo” in ogni località visitata, gestito da cittadine e cittadini solidali con la nostra lotta, che si fanno carico di diffondere la ricerca nel loro territorio. Questa rete iniziò poi ad estendersi all’estero, poiché i nostri nipoti possono trovarsi in qualsiasi parte del mondo, e oggi funziona anche qui in Italia, in Spagna, in Francia, in Canada e Stati Uniti.

Abbiamo sempre lavorato con l’obiettivo di ritrovare i nostri nipoti, che all’inizio erano bambini, poi divennero adolescenti, in seguito giovani, e oggi sono adulti. Man mano che recuperavano la loro identità e tornavano dalle loro vere famiglie, molti nipoti ritrovati e i loro fratelli e sorelle iniziarono a entrare a far parte della vita istituzionale.

Con l’arrivo della maggiore età, i nipoti iniziarono a collaborare attivamente nella ricerca. Erano più o meno coetanei e avevano gusti e necessità simili a quelli dei giovani che stavamo cercando. E così, noi Abuelas iniziammo ad ascoltarli attentamente. Nel 1997, per il ventesimo anniversario istituzionale di Abuelas, incoraggiate dai nipoti, abbiamo organizzato il primo festival “Rock per l’Identità”. Più di 50 mila giovani riempirono la Plaza de Mayo di Buenos Aires, partecipando ad un’attività che riaffermava la validità della nostra ricerca.

La cultura iniziò a costituirsi come ponte per raggiungere i giovani che avevano dubbi, i loro coetanei e la società intera, che cominciò a comprendere l’imprescrittibilità dei crimini contro l’umanità e la necessità di trovare i 500 bambini rubati dalla dittatura. Fu in quel festival gremito di gente che si piantò il seme di “Teatro per l’Identità”.

Prima dei gruppi rock, si mise in scena un’opera che interrogava il pubblico: “E tu, lo sai chi sei?”. L’anno successivo quel ridotto numero di attori, attrici e drammaturghi convocò centinaia di altri attori, attrici, drammaturghi e tecnici del teatro, che si unirono all’idea di realizzare un ciclo di teatro per aiutarci nella nostra ricerca.

Il ciclo iniziò a crescere, non solo in Argentina ma anche all’estero, Italia compresa, e ad ogni stagione teatrale si aggiunsero spettacoli e proposte. È da 25 anni che il ciclo accompagna ininterrottamente la ricerca e rende gli spettatori consapevoli del diritto all’identità attraverso centinaia di opere rappresentate nelle scuole, nei teatri, nei festival e in eventi in giro per l’Argentina e per il mondo.

Con i nipoti e le nipoti che iniziavano a farsi delle domande sulle loro origini, cominciammo a incrementare le campagne di diffusione per convocare coloro che avessero dei dubbi sulla propria identità e per renderli partecipi della loro stessa ricerca.

E così come le persone del mondo del teatro si unirono alla nostra lotta, anche i musicisti di ogni genere lo fecero, partecipando a “Musica per l’Identità”; e ancora, fotografi, illustratori, artisti plastici e cineasti. Iniziarono a collaborare anche coreografi e ballerini, fondando “Danza per l’Identità”. Abbiamo realizzato concorsi di letteratura e giornalismo. Insomma, in ogni ambito artistico siamo riuscite a diffondere la nostra ricerca e a trovare i nostri nipoti.

Allo stesso tempo, abbiamo creato una coscienza, nella popolazione, sul diritto all’identità. La lotta delle organizzazioni per i Diritti Umani e la decisione politica hanno permesso il consolidamento del processo di “Memoria, Verità e Giustizia”, che giunse nel 2003 per resistere nel tempo: si annullarono la “Legge di Obbedienza Dovuta” e la “Legge del Punto Finale”; ebbero inizio i processi ai genocidi e ai loro complici e ogni luogo di prigionia, di tortura e di morte fu trasformato in uno spazio di memoria.

Alcune di queste politiche di Stato continuano, e proseguono anche i processi per crimini contro l’umanità, nei quali noi Abuelas siamo le querelanti. Abbiamo ottenuto giustizia in centinaia di queste cause, la più emblematica il processo per il “Piano sistematico di appropriazione di minori” nel quale siamo riuscite a far condannare il dittatore Jorge Rafael Videla a 50 anni di carcere.

Oggi, alcune delle politiche di “Memoria, Verità e Giustizia” sono in pericolo. I discorsi dell’odio e del negazionismo, in molti casi pronunciati dagli integranti dei governi di turno, cercano di delegittimare la nostra lotta, e quella di tutti gli argentini, per la memoria e la democrazia. Ma il nostro popolo ha memoria e l’ultimo 24 marzo, quando si sono compiuti 48 anni dal colpo di Stato, è uscito in strada in modo massivo a riaffermare il suo impegno e a gridare ben forte “Mai Più”!

Guardando al nostro passato, sfilano nella nostra memoria molteplici e svariati ricordi, che avvalorano la nostra convinzione che l’unica strada è la lotta collettiva, con amore e perseveranza.

Uno dei giorni più felici della mia vita è stato il 5 agosto del 2014, quando ebbi l’immensa fortuna di ritrovare mio nipote. Fu lui a presentarsi spontaneamente alla nostra sede con dei dubbi sulle sue origini, si sottopose all’esame genetico e scoprì la verità. È musicista, come suo papà, e nel suo cuore arde la fiamma di mia figlia Laura. La sua apparizione è stata meravigliosa, come quella di ogni nipote che ha potuto recuperare la sua identità.

Attualmente, abbiamo ritrovato 137 nipoti. Continuiamo a cercare circa 300 persone che vivono con un’identità violata e che, in molti casi, sono padri e madri.

La perpetuazione del crimine di appropriazione, ora, ha raggiunto anche i nostri bisnipoti, anche per questo continuiamo a lavorare. Per capire come spiegare a quei bambini che sono figli di nipoti restituiti e nipoti di nonni scomparsi. Ed ecco che la cultura è venuta ancora una volta a tenderci la mano. “Teatro per l’Identità” ha creato opere per i bambini; dall’Associazione di Abuelas diffondiamo raccolte di racconti per bambini e ragazzi da leggere a scuola, ma anche come strumento per i nostri bisnipoti che stanno recuperando la loro identità insieme a quella dei loro genitori. Dobbiamo recidere questa genealogia falsa che il terrorismo di Stato ha imposto loro.

Per questo continuiamo con la diffusione della nostra lotta. Per questo continuiamo ad esigere giustizia. E per questo continuiamo a camminare, con le forze che ci rimangono, affinché mai più si ripeta, in nessun luogo, un crimine tanto aberrante.

Noi Abuelas di Plaza de Mayo lottiamo da quasi 47 anni. Ora ci accompagnano i nostri nipoti e decine di collaboratori. Da un po’ di tempo stiamo pianificando il ricambio istituzionale, integrando nipoti, fratelli e sorelle che sono alla ricerca dei loro cari nella Commissione Direttiva. Oggi sono gli stessi nipoti restituiti, i loro fratelli, le loro famiglie, a dare impulso al nostro lavoro. Sono loro ad aver raccolto il testimone e a svolgere le attività di cui prima ci occupavamo noi.

E anche se noi Abuelas oramai siamo rimaste in poche, perché molte compagne ci hanno lasciato, sentiamo di camminare ancora tutte insieme, tenendoci sottobraccio, come in quella Plaza de Mayo in piena dittatura, con la convinzione che continueremo a cercare i nostri e le nostre nipoti fino all’ultimo respiro.

Forse l’amore e l’orgoglio per i nostri figli e le nostre figlie, l’affetto per i nostri nipoti, possono farci sembrare le eroine di questa storia. Ma noi ripetiamo sempre che non siamo né eroine né diverse: siamo solo donne, madri, nonne.

All’inizio non sapevamo cosa fare, né come cercare o a chi rivolgerci, ma con il tempo abbiamo imparato ad esercitare la pazienza che è richiesta nella ricerca della verità. E i nostri passi sono stati quelli che abbiamo dovuto fare, e quelli che continuiamo a fare, seppure con il bastone.

Abbiamo brindato per ogni nipote ritrovato e per il ricordo dei nostri figli in ognuno di loro. Perché questo ci hanno lasciato in eredità e speriamo di continuare a tramandarla: ovunque ci sia un diritto umano vulnerato, noi ci saremo, per i nostri figli, per i nostri nipoti e per il nostro popolo. Continueremo a lottare per difendere la democrazia e a lavorare per trovare fino l’ultimo dei nostri nipoti.

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