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	<title>diari &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>Storia tripla (racconto giovanile)</title>
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		<pubDate>Sun, 09 Jun 2024 05:00:23 +0000</pubDate>
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<ol>
<li>José</li>
</ol>
<p>L&#8217;ho scelta perché scopava bene; e perché non c&#8217;era niente, né in lei, né nella sua vita, che mi procurasse una qualche pena, un coinvolgimento. Adesso credo che se solo volessi ragionerei in un altro modo con une donna. Ma allora era così: da una donna cercavo solo sesso e silenzio; distanza mentale e amore fisico.</p>
<p>Ha scelto un lavoro (o meglio l&#8217;ha preso, in un momento in cui aveva ben poco da scegliere) che l&#8217;ha guastata. Se ne è resa conto anche lei, ne sono certo, anche se finge provocatoriamente di no; e c&#8217;è qualcosa di agressivo, e disperato, in questo suo giocare col proprio abbrutimento.</p>
<p>Anch&#8217;io mi sono guastato, sicuro: anzi, secondo la gran parte di quelli che ci conoscono, io molto più di lei. Ma anche se loro non lo sanno né lo sapranno mai, almeno io non ne godo. Anzi la gioia sta nei pochi instanti in cui ritrovo il me di prima, il sentimento, l&#8217;intensità.</p>
<p>Julio è nato dopo solo un anno, e quasi subito abbiamo smesso di scopare. O forse per qualcosa di più complicato, di cui non so e non voglio capire nulla. Non ci penso. E anche se vedo quanto gli ho fatto male, lo ignoro e spesso lo maltratto.</p>
<p>Ho cominciato a uscire da solo. Prima con un senso di grande libertà, poi di grande solitudine. Ana-Luz (che io però ho sempre chiamato Ana) non si è mai opposta, non glie ne è mai importato niente. I guai sono cominciati solo un anno e mezzo fa, quando ha iniziato a voler uscire anche lei. E la baby-sitter, e la cena da lasciare a Julio, e la lavatrice da stendere, e non sentire la sveglia la mattina perché da quando esce anche lei all&#8217;asilo lo portiamo a turno&#8230;una vita scema, oltre che dura scema, piena di battibecchi. Lei che ronza come una mosca, è sempre più magra, lavora sempre, e io che solo ogni tanto mi ricordo di quando con un sorriso dolce sulle labbra mi aspettava alla finestra, a casa dei suoi giù all&#8217;Alfama, e a me mentre le andavo incontro la vita sembrava fatta con l&#8217;aria della primavera.</p>
<p>Mi son messo a frequentare locali, locali di ogni sorta. In molti posti qui a Lisbona suonano dal vivo, e i primi tempi mi soffermavo ad ascoltare attentamente le parole delle canzoni. Tante parlavano dell&#8217;abitudine nell&#8217;amore, di come sa dsitruggerlo. Pensavo quanto banale è la vita, tutte le vite; pensavo a Ana, alla sua bocca che non baciavo più. Ero triste, ma disllluso. Rapido e perfido, il cinismo si apriva in me la sua strada.</p>
<p>Esteban l&#8217;ho conosciuto dopo quasi un anno di quella vita notturna. In discoteca mi spiava da lontano, e con lo sguardo, nel buio, sembrava leggere tutto, vedere tutto. &#8220;Sono di Capo Verde, ma non ci torno da più di cinque anni. Tre volte alla settimana vado in un posto a cantare la mia saudade. Vieni a sentirmi se ti va. Ci sono ogni venerdì, sabato e domenica&#8221;.</p>
<p>Che paura. Chissà perché subito un senso di paura. E poi quello sguardo, un po&#8217; strabico, un po&#8217; ridente e un po&#8217; tragico. Voglia di ferirlo. Voglia subito di ferirlo. Bevo più del solito quella notte, e mentre torno barcollando a casa, pesto un gatto che mi taglia la strada e lo ammazzo. Avidamente quasi, lo schiaccio sotto la suola dello stivale. Mentre lo faccio penso al sorriso di Esteban, caldo, aperto. Una fitta di paura. &#8220;Io lo schiaccio pure a lui, porco dio!&#8221;. Ora non mi spavento più neanch&#8217;io; la mia rabbia non ha più ritegno, e senza ritegno io la lascio fare.</p>
<p>Vado il venerdì seguente, e mentre vado non so neanch&#8217;io perché sto andando. Non ci ho pensato mai durante la settimana, neanche una volta, ma la mattina del venerdì una delle prime cose che mi vengono in mente è quella visita che mi attende la notte.</p>
<p>Arrivo che sta già cantando. Che voce! &#8220;Calda e profonda come l&#8217;amante sapiente, dolce e avvolgente come l&#8217;inesperta&#8221;&#8230; mi molce il cuore, e non devo né voglio, assolutamente, che nessuno se ne accorga, e tantomeno lui&#8230; Lui che da lontano mi vede, e mentre canta sorride, e in quel suo guardarmi e sorridermi c&#8217;è tutto, non voglio, non è.</p>
<p>Viene a sedersi al mio tavolo alla prima pausa. Beviamo. In principlo parliamo poco, il minimo indispensabile, e questo mi piace, mi fa sentire a mio agio. &#8220;Tu hai un gran dolore, l&#8217;ho visto subito; e non vuoi guardarlo, e più non vuoi, più quello cresce&#8221;. Come parla sicuro, con quel sorriso &#8211; persino altero, nella sua innocenza: la prima volta non me ne ero accorto.</p>
<p>&#8220;Sei mai stato con un uomo?&#8221;</p>
<p>L&#8217;avevo anche immaginata una domanda così, da parte sua, il mio disagio però mai. Il sorriso timido che gli ho rivolto mentre nervosamente mi accarezzavo i capelli scuotendo la testa per dire di no.</p>
<p>&#8220;E tua moglie, com&#8217;è? Perché ce l&#8217;hai una moglie, vero?&#8221;</p>
<p>Chissà come mai mi metto a parlare tanto. Forse il troppo whisky, forse i troppi mesi di silenzio, cullando il mio risentimento come  un bambino (un bambino questo sì amato, accarezzato). Parlo di Ana come se Esteban la conoscesse. Ascolta attento; due volte mi interrompe perché deve tornare a cantare. E due volte il suo canto mi commuove: come fosse il canto della mia vita, come se nelle sue parole, nella sua &#8220;saudade de Cabo Verde&#8221; stesse tutta la mia amarezza &#8211; e l&#8217;aria di primavera che l&#8217;ha preceduta, e lo struggimento per l&#8217;impossibilità che ritorni&#8230;</p>
<p>Mi accompagna alla macchina. Zoppica leggermente, e c&#8217;è qualcosa nel suo corpo, grosso, un po&#8217; pingue, che commuove. Qualcosa di patetico, ma portato con grande dignità. Ho voglia di piangere, per quel groppo in gola rauco e serrato, lo stesso che mi accompagna da mesi senza volersi sciogliere. Così rispondo male alle sue domande, e con la mia malagrazia non aiuto, anzi interrompo la melodia della sua conversazione. Per un attimo mi sembra di essere con mio figlio, anche lui bisognoso, oppresso da necessità che io non so sopportare.</p>
<p>Esteban implorante e quasi felice di implorare; col suo sorriso disarmato lascia cadere le mie risposte sgarbate, e la cosa mi fa incazzare ancora di più. Quando mi chiede se ci rivedremo rispondo di no con un mugugno beffardo. &#8220;Macché, lasciami perdere, pensa piuttosto alla tua voce, che è bellissima&#8221;. Mi chiudo dietro la portiera e faccio per accendere il motore.</p>
<p>E&#8217; stato allora. Preso da un impulso che nemmeno adesso so spiegarmi, sono sceso dalla macchina e l&#8217;ho baciato con furia sulla bocca. I suoi capelli lunghi profumavano; e con un gemito di piacere, senza carezze, ci siamo salutati.</p>
<p>Per mesi l&#8217;ho fuggito. Disertavo le strade attorno a quella del locale &#8211; la Rua do Poço dos Negros, commovente di sera coi ragazzi fuori dalle case e dai negozi, in attesa della notte che incomincia&#8230; In ufficio, una mattina ho trovato un bigliettino sul tavolo, &#8220;Ti ha cercato un certo Esteban&#8221;: l&#8217;ho strappato.</p>
<p>Un giorno però mentre sto guidando, accanto Julio e la sua presenza sempre per me faticosa, lo vedo attraversare la strada. Mi fermo: &#8220;Vieni, monta in macchina&#8221;. E lui felice si siede dietro e si mette a giocare con Julio. E&#8217; bravissimo col bambino, nessuno ho visto bravo così (a parte mio padre, che però sta a Santa Cruz e il nipote lo vede due volte l&#8217;anno, se va bene). E Julio è raggiante, che finalmente qualcuno lo stia ad ascoltare, che qualcuno lo guardi come una persona, un bambino che ha occhi per vedere il mondo e orecchie per sentirlo.</p>
<p>Passiamo insieme il pomeriggio, un assurdo intero pomeriggio. Andiamo sino a Belèm, saliamo sulla torre. Poi ci fermiamo in un bar, Esteban compra a Julio un grosso gelato ai gusti cioccolato e banana. Il bambino è come lo vedessi la prima volta, quasi lo trovo simpatico. Alle sette e tre quarti dico che devo andare, e porto via due, un uomo e un bambino, profondamente tristi: gli sguardi di entrambi dicono delusione, in macchina incombe un silenzio risentito. Lasciamo Esteban all&#8217;angolo con Rua da Rosa; con il suo fare pesante si mette la borsa di tela sulle spalle (piena di chissà quali assurde cose strane) e abbraccia prima Julio e poi me. Non c&#8217;è allusione, non c&#8217;è niente, solo un grande calore.</p>
<p>Con un pretesto, dopo dieci minuti Julio scoppia a piangere. E&#8217; rimasto di nuovo solo; non ha più con chi scambiare, e quell&#8217;istante di vicinanza e amore anche con me, è già finito. &#8220;Non frignare, non rompere&#8221; ricomincia a sentirsi dire. A cena più di una volta nomina Esteban, il suo nuovo grande amico. Al di là dei bicchieri e delle pentole unte vedo Ana rabbuiarsi. E&#8217; ancora una donna molto sensibile, pur nel suo abbrutimento, ancora in grado di ingelosirsi per qualcosa che non sa, in cui lei non c&#8217;entra. Prima di uscire (stasera è il suo turno) mi domanda chi è questo Esteban. Mentre le rispondo evasivo avverto il tono falso, alterato, non credibile della mia voce. Ma non me ne frega niente: niente.</p>
<p>Mi butto sul letto. E&#8217; assurdo, ma lo desidero; penso a quel suo culone che sballotta sotto i jeans, a quei cazzo di capelli lunghi profumati. Sono pieno di rabbia, di voglia di azzittire tutto, spegnere la luce e tutte le luci del mondo. E nel buio, gridare.</p>
<p>Il Venerdì, intorno a mezzanotte sono di nuovo in Rua do Poço dos Negros, e di nuovo senza averlo programmato. Da lontano, mentre canto mi sorride contento, lo stronzo. C&#8217;è molta gente, smette di cantare solo verso le due. E&#8217; normale che mi accompagni di nuovo alla macchina, normale che questa volta salga con me, che mi dica dove abita, che io salga su da lui, che ci ritroviamo abbracciati sul suo letto scalcinato. Che spegniamo tutte le luci. Che nel buio gridiamo, come animali feriti.</p>
<p>Ana non mi sente entrare nel letto all&#8217;alba, né uscirne poche ore dopo quando suona la sveglia. Meglio così; meglio che non veda quanto sono pallido, quanta paura ho negli occhi &#8211; cose che mi dice lo specchio del bagno, inesorabile.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>2. Esteban</p>
<p>I ceci mescolati a una pastella verde, l&#8217;odore delle spezie; mia madre mescola piano, e canta. Questo è il mio primo ricordo della vita.</p>
<p>Una notte dei bastardi di un paese vicino l&#8217;hanno ammazzata, mia madre. Mentre tornavano a casa, ubriachi, hanno sparato col fucile così, per divertirsi, e lei che stava tornando a casa l&#8217;hanno presa. Avevo quindici anni: vennero a dirmelo in tre, i vicini. Non ho gridato dall&#8217;orrore, né pianto. Non ho fatto niente; ho aspettato ancora tre anni, poi sono scappato a Lisbona. Quando torno sull&#8217;isola, tutti ancora dopo tanto tempo mi puntano addosso sguardi di compassione, cui io rispondo quasi felice, sono sguardi che mi proteggono per ché mi fanno sentire più forte di quanto non sia.</p>
<p>Avessi avuto più coraggio averi provato a incidere un disco. Di avere una voce speciale me ne rendo conto anche io, io stesso riesco a commuovermi quando mi sento cantare. Ma coraggio non ne ho avuto, o forse più semplicemente, voglia. Mi basta questo, addolcire le serate della gente, nella penombra vedere certi occhi lucidi, sentire voci che un po&#8217; tremanti cantano con me. Immaginare le coppie promettersi chissà quali cose, ignare dell&#8217;amarezza dell&#8217;amore. Scaldare i cuori gonfi di saudade dei capoverdiani che frequentano il locale, amici e non. E sfinirmi nel canto. andare a dormire spossato dopo aver sfogato tutta la mia malinconia.</p>
<p>&#8220;Tu ti esprimi&#8221; mi dice Taudès, mio cugino, e credo proprio che abbia ragione.</p>
<p>Non guardo per spiare; però vedo. E ti ho visto. Tanti dicono le cose soavemente, tanti coprono tutto di un velo di falsa cortesia. Tu no; tu sei stato subito franco con me, vero, senza complimenti. E cattivo; e io per tutto questo mi sono innamorato. Mi sei entrato subito dentro, nella pelle. E tu, perché non vedi tu? Amore mio; l&#8217;ho pensato subito: amore mio.</p>
<p>C&#8217;è una canzone che non canto spesso, credo perché mi fa soffrire. Dice più o meno così, tradotta: &#8220;le scuse le sappiamo o le troviamo/lo so, sarebbe potuto essere/mia perduta rugiada del mattino&#8221;.</p>
<p>Sei stato subito, anche, quella canzone. Perché l&#8217;ho sentito subito che non era possibiie. Che avrei perso, e avrei sofferto per te. Mia perduta rugiada del mattino.</p>
<p>Il giorno dopo quello in cui ti avevo incontrato, quando sono andato a pranzo da Taudès e la sua famiglia, come ogni mercoledì, ero allegro. Se ne sono accorti tutti: anche Miminha, mentre come faccio di solito giocavo con lei prima di mettersi a tavola. Perché i bambini vedono, e io ho sempre cercato di vedere come vedono loro. Mantenere sulle cose gli stessi occhi profondi e attenti dell&#8217;infanzia, ascoltando i movimenti del cuore. Così campo, così mi mantengo in piedi del mondo.</p>
<p>Ero allegro perché pensavo a te, ai tratti decisi del tuo viso, ai tuoi capelli corti, la linea netta sulla nuca. Così virile. Amore mio. Sono come scemo, anche dopo, quando cammino per le strade sorridendo ai bambini che mi passano accanto, a Lapa.  Un appuntamento te l&#8217;ho dato e chissà, chi lo sa. Presagisco guai, ma scorre vita, energia. Qualcosa di profondo e dolce, da regalare tutto a te.</p>
<p>Quando ti ho chiamato è stato perché non ce la facevo a sopportare l&#8217;attesa, il desiderio che mi galoppava dentro dopo il bacio che ci siamo dati. Sapevo che non avrei dovuto chiamare, ma sapevo anche che commettere un errore era il solo modo per poi, pentito, mettermi infine l&#8217;anima in pace. Infatti mi sono rassegnato, ho ricominciato a uscire il giovedì con il collega di Taudès che mi paga sempre la cena e non sa baciare, il fine settimana lavorare, il mercoledì andare a pranzo da Taudès e giocare con Miminha. C&#8217;era un gran vuoto, ma anche una strana grande calma; la stessa del pomeriggio che ci siamo incontrati e ho conosciuto Julio, Julio che ti assomiglia e in più ha la pazienza e la dolcezza che mancano a te. Al termine di quel pomeriggio mi sono addormentato prima che arrivasse il buio, per quanto ero stanco &#8211; e felice. Quelle ore trascorse a Belèm sono il ricordo di sicuro più bello; molto più di quello della notte in cui ci siamo amati. Perché lì ti ho perduto, lì eravamo soli con le nostre anime sgualcite, senza più lo sguardo saggio di Julio, lui che sapeva come farci stare vicini. Hai avuto paura dopo José, amore mio. E chissà, magari ne ho avuta anche io, per quanto proprio non mi sembra. Mentre mi penetravi ti ho chiesto: &#8220;amami, sempre&#8221;. E intanto lo sapevo, che non sarebbe stato mai più.</p>
<p>Poi l&#8217;altra sera siete tornati, voi due, altre persone, e anche lei.  E&#8217; stato tremendo. Vedevo nella penombra gli occhi tristi di Julio, tu eri in disparte ma io sapevo che lo stavi maltrattando con le parole, e stavo male. Parlavi con i tuoi amici, e la cosa peggiore era che tra loro c&#8217;era anche Tino, Tino che è la più bella voce di Lisbona, che è il mio maestro, con il quale ho passato tante sere infuocate di tramonto con le chitarre su al Castelo, a imparare. L&#8217;ho salutato con il microfono mentre andava via, lui mi ha fatto un cenno, un mezzo sorriso di vecchio. Tu niente, neanche ti sei voltato a guardare. Dopo un po&#8217; ho cantato &#8220;mia perduta rugiada del mattino&#8221;, mi sono emozionato io stesso mentre la cantavo, diversi occhi lucidi in sala, commozione. E tu niente, probabilmente neppure ascoltavi &#8211; quella canzone che voleva dirti tante cose, la mia dichiarazione, la mia resa. Il desiderio che bruciava, rassegnato. Era arrivata lei, con altri, e quanto eri teso potevo vederlo da dietro, per come muovevi a scatti quel tuo collo che mi eccito solo a guardarlo.</p>
<p>Lei è dura e segaligna, come me l&#8217;hai descritta tu. L&#8217;aria di qualcuno che si è perduto e non può ritrovarsi. Orrenda: le mani che accarezzavano la testa del figlio erano di madre sì, ma secche, nodose, tese. Ho capito quella sera che vi odiate. Anche non vi avessi mai visto prima, l&#8217;atmosfera pesante al vostro tavolo l&#8217;avrei percepita da lontano.</p>
<p>Dall&#8217;altra sera sto proprio male. Ho detto al collega di Taudès che se vuole possiamo vederci anche un&#8217;altra sera alla settimana, tanto ormai cosa vuoi che me ne importi. Vaffanculo a tutto, José. Perché ti amo, per la prima volta davvero amo, quindi vaffanculo, non me ne frega un cazzo di niente.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>3. Ana-Luz</p>
<p>Fernando prima lo vedevo di rado, scopavamo da dio, in casa sua, e basta. Ma nell&#8217;ultimo anno ci siamo proprio impazziti, tutto è sempre più triste ma più forte, e non riusciamo a stare senza vederci più di dieci giorni. Se continua così impazzirò sul serio: non ho più forza nemmeno di vedere Rosita, che mi legge le carte e almeno lei mi distrae.</p>
<p>José è stato il primo uomo della mia vita; a parte un timido bacio negli anni della scuola (in corriera, al ritorno da una gita a Obìdos) i maschi, prima di lui, proprio non li conoscevo &#8211; mio padre a casa non c&#8217;era mai, e quando c&#8217;era dormiva sempre.</p>
<p>Il primo anno mi ascoltava; si sedeva ai piedi del letto la sera, e mi lasciava parlare. Spesso mi sfotteva, o replicava alle mie confidenze in modo sbrigativo, sgarbato. Però mi capiva, o almeno, desiderava capirmi. Invece l&#8217;estate a Santa Cruz a casa di suo padre, la stessa in cui sono rimasta incinta, abbiamo smesso di provare a capirci. Come per un tacito accordo (ma sarebbe più esatto dire disaccordo) è cessato ogni sforzo. E&#8217; incominciata una distanza, amara, proterva, nel tempo sempre più amara e proterva.</p>
<p>Ho preso l&#8217;abitudine di saltare i pasti, sempre più spesso. La ragione mi è chiara: non è che mi manchi l&#8217;appetito, è che il morso della fame mi fa sentire meglio. Quando ho fame provo un&#8217;emozione, un calore nel corpo che assomiglia al desiderio, una rabbia che risuona come energia. Lo sguardo affamato attira altri sguardi, e a me è sempre piaciuto sentirmi osservata per la strada. E tante volte, mentre cammino per questa città che odio e amo come fosse una persona, questa città che è il solo luogo che conosco &#8211; e lo conosco a memoria, davvero &#8211; tra le gambe sento un cuore che palpita, che canta la sua canzone rabbiosa e forte, di fame.</p>
<p>Fernando: ma Fernando non è niente, è solo la mia delusione (la delusione ha fatto sì che lo incontrassi). Le voci nei vicoli la sera quando torno dopo che l&#8217;ho lasciato, quelle sono la cosa più viva di questa vita mia che non capisco più, che mi è sfuggita. Ah, avessimo potuto! Forse saremmo andati a Madrid, come sognavamo all&#8217;inizio, da fidanzati. Oppure a Capo Verde, che José ama tanto senza esserci mai stato (ultimamente va sempre in un locale di capoverdiani, e l&#8217;altra sera mi ha costretta a raggiungerlo lì. E&#8217; un mondo strano, struggente e appassionato, che non mi appartiene. C&#8217;era uno che cantava canzoni tristissime, e che chissà perché ci spiava da lontano).</p>
<p>Non so cosa succederà. Di separarci ne parliamo da tanto, ma non riusciamo a deciderci, non c&#8217;è dolore abbastanza, né gioia, tali da portarci a una scelta. A Julio gli occhi si fanno ogni giorno più tristi, e la maestra tempo fa mi ha convocato per parlarmi preoccupata. Io quasi non mangio più, lavoro più che posso pur di non pensare. José è come non ci fosse: anche lui, come faceva mio padre, quando è in casa dorme sempre o finge di dormire.</p>
<p>Eppure Rosita legge nelle mie carte un amore stupendo, una casa lussuosa, un secondo figlio (e femmina questa volta, grazie a dio). Io non so se crederle ancora, come ho fatto in questi anni per tenermi su; so solo che mi affanno, e le voci nei vicoli ormai sono grida, e il cuore tra le gambe  è gonfio di pianto e sta per scoppiare.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>Miguel Torga: &#8220;Il diario&#8221;</title>
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		<dc:creator><![CDATA[andrea inglese]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 21 Dec 2020 06:00:27 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[diari]]></category>
		<category><![CDATA[fernando pessoa]]></category>
		<category><![CDATA[Keith Botsford]]></category>
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					<description><![CDATA[[Esce per Mimesis, &#8220;La vita inedita&#8221;, che presenta per la prima volta in Italia il Diario (1933-1993) di Miguel Torga, una delle più importanti figure della letteratura portoghese del XX secolo. Torga è poeta, romanziere, saggista e drammaturgo. L&#8217;edizione è a cura di Massimo Rizzante, di cui pubblichiamo il saggio introduttivo, seguito da alcuni estratti [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><em><img loading="lazy" class="alignleft size-full wp-image-87613" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/12/Torga.jpg" alt="" width="341" height="512" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/12/Torga.jpg 341w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/12/Torga-200x300.jpg 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/12/Torga-250x375.jpg 250w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/12/Torga-160x240.jpg 160w" sizes="(max-width: 341px) 100vw, 341px" />[Esce per Mimesis, &#8220;La vita inedita&#8221;, che presenta per la prima volta in Italia il Diario (1933-1993) di Miguel Torga, una delle più importanti figure della letteratura portoghese del XX secolo. Torga è poeta, romanziere, saggista e drammaturgo. L&#8217;edizione è a cura di <strong>Massimo Rizzante</strong>, di cui pubblichiamo il saggio introduttivo, seguito da alcuni estratti del diario. Di Torga NI si è già occupata, dedicandogli un volumetto: <a href="https://www.nazioneindiana.com/2011/10/18/la-terza-murena-torga/">&#8220;L&#8217;universale è il locale, meno i muri&#8221;</a> (<a href="https://www.nazioneindiana.com/2010/05/27/murene-la-collana/">collana Murene</a>).]</em></p>
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<p><strong>Massimo Rizzante</strong></p>
<p><em>L’arte di Miguel Torga</em><span id="more-87272"></span></p>
<p>Tutto iniziò quasi vent’anni fa. La strada che mi portò a esplorare più da vicino il Portogallo, la sua letteratura e, in particolare, l’opera di Miguel Torga, fu segnata dall’incontro con Keith Botsford, un grande spirito, per usare un’espressione obsoleta, impronunciabile nel nostro tempo, che ha fatto della rapida obsolescenza del significato delle parole un programma pedagogico.</p>
<p>All’epoca, a dire il vero, non ero completamento a digiuno di letteratura portoghese. Durante gli anni ottanta, mentre frequentavo l’università, ero stato testimone, dopo la pubblicazione de <em>Il libro dell’inquietudine</em>, della riscoperta di Pessoa e dei suoi eteronomi. Cosa che mi spinse a farmi un’idea del modernismo dello stesso Pessoa e dei suoi amici Sá-Carneiro, Almada Negreiros, Santa-Rita Pintor. Mi incuriosì anche la pittura di Amadeo de Souza-Cardoso. Poi, agli inizi degli anni novanta, mentre ero in Francia, mi appassionai ai romanzi di José Saramago (che preferivo a quelli di José Cardoso Pires e di António Lobo Antunes). Riuscii a conoscerlo e, per circa un decennio, tenemmo una relazione epistolare costellata da alcuni dialoghi che poi pubblicai. Sempre in Francia conobbi Nuno Júdice, poeta e, all’epoca, addetto culturale all’ambasciata a Parigi, se non ricordo male. Non mi fece una grande impressione, ma mi consigliò alcuni poeti che, da buon neofita, mi catapultai a leggere: Eugenio de Andrade, Sophia de Mello Breyner Andresen, Herberto Helder. Niente da dire, ottimi poeti. Il mio preferito, tuttavia, lo scoprii da solo qualche anno dopo in una libreria di Granada: Alexandre O’Neill. La sua raccolta <em>No reino de Dinamarca</em> (1958) mi conquistò subito, probabilmente a causa del suo tono, tra l’ironico e il sarcastico, che aveva il potere di rifrancare la mia indole antilirica.</p>
<p>Ma torniamo a Botsford. Lo incontrai nel giugno del 2001 a Venezia, dopo un breve scambio telefonico tra sconosciuti. Chi è stato? Uno scrittore americano. Scrittore? Forse è riduttivo: è stato anche uno storico, un giornalista politico e sportivo, un compositore, un traduttore poliglotta, un editor, un avvocato, un professore universitario e un direttore di riviste letterarie (cofondatore con Saul Bellow di <em>ANON</em>, <em>The Noble Savage</em> e <em>News from The Republic of Letters</em>). E, aggiungerei, il più grande lettore che abbia mai conosciuto. Non solo perché era in grado di leggere almeno in sei o sette lingue, ma per la qualità della sua lettura. Sia che avesse a che fare con un celebre nome del fragile Olimpo delle lettere, o con il manoscritto di un principiante, Keith era sempre di un’umiltà – e perciò di una spietatezza – che nobilitava l’autore dell’opera, facendogli allo stesso tempo il più grande omaggio che su questa terre egli potesse ottenere: essere letto in ogni sua frase.</p>
<p>La sua vita, per vastità di luoghi esplorati – dall’Italia agli Stati Uniti, dal Brasile al Giappone, da Portorico alla Francia – e di Storia vissuta – dalla Polonia sotto il giogo sovietico all’Inghilterra degli <em>angry youg men</em>, dalla New York degli intellettuali della <em>Partisan Review</em> alle sue frequentazioni, nella Tokyo degli anni cinquanta, di Mishima e Donald Keene, dall’effervescenza parigina delle illusioni esistenzialiste e rivoluzionarie (a cui non ha mai creduto) alla Hollywood dei grandi registi fuggiti dal nazionalsocialismo – racchiude intere epoche. Dalla Seconda Guerra mondiale non c’era evento storico di una qualche entità di cui Botsford non avesse memoria, senza contare che di molti era stato spesso attore non marginale. Se mai dovessi scrivere un romanzo, il titolo porterebbe le sue iniziali: <em>K. B. </em>Attraverso la sua vita emergerebbe una biografia del XX secolo.</p>
<p>Tra i dieci consigli a un giovane scrittore che un giorno mi mostrò (e che io mi affrettai a tradurre), ce n’era uno che mi ripeteva spesso: «La brevità è un giudice implacabile. Il mio miglior editore mi raccontava sempre la storia di quello scrittore che dei suoi libri diceva: se solo avessi più tempo, potrei renderli più brevi. Scrivere in un inglese (o in qualsiasi altra lingua) chiaro ed efficace dipende dal grado di considerazione in cui teniamo il lettore. Il mio caro amico Saul Bellow me lo diceva sempre: &#8211; Prendi il Lettore per mano, Keith, e lui ti seguirà in capo al mondo. O come io dico ai miei studenti: &#8211; Non scrivete per me, ma per il mondo. O almeno per vostra zia Nelly di Boise, Idaho». Keith, oltre ad aspirare a scrivere il romanzo più semplice e democratico del mondo, amava le genealogie famigliari – le sue erano particolarmente complicate, venendo da una famiglia italo-americana con ramificazioni in Francia e Inghilterra ed essendosi sposato cinque volte – e i diari. Nei diari vedeva disegnarsi in filigrana, ancor più che nei romanzi o nei <em>memoir</em>, tutto lo splendore e la disgrazia di un individuo alle prese con l’ordinaria e, allo stesso tempo, folle successione di eventi piccoli e grandi che compongono quel mosaico, sempre privo di qualche tessera, che è l’esistenza di ciascuno di noi. O meglio, vi scorgeva, al di là dei secoli, delle latitudini e degli avvenimenti storici che possono caratterizzare le diverse epoche, la comune radice umana, fatta di desideri, vizi, conoscenze, passioni e stupidità. («se l’imbecillità umana è eterna, lo è anche la grandezza spirituale che la sfida»). Inoltre, la stessa natura del diario, con le sue cadenze, a volte ravvicinate a volte dilatate, di note, riflessioni, storie, aneddoti, gli permetteva di apprezzare quel «giudice implacabile» chiamato brevità a cui, come scrittori, ci si doveva sottomettere se si voleva che anche «zia Nelly di Boise, Idaho», diventasse una nostra affezionata lettrice. Keith amava rileggere soprattutto tre diari con cui nel tempo, grazie alle sue insistenze, ho dovuto fare i conti: il diario di Samuel Pepys, l’eminente funzionario inglese del XVII secolo che, dopo la restaurazione della monarchia degli Stuart nel 1660, descrisse la grande peste di Londra; le <em>Notes-book </em>di Samuel Butler, l’inclassificabile maestro del paradosso e iconoclasta delle virtù vittoriane, di cui una prima selezione, a cura del suo ultimo amante, Henry Festing Jones, uscì postuma nel 1912; e infine quello di Miguel Torga, il più esteso nel tempo, essendo stato scritto tra il 1933 e il 1993 e, di sicuro, quello che ho sentito più vicino, tanto che per scherzo mi sono più volte ritrovato a dire che non avrei mai avuto bisogno di scrivere un diario, avendo Torga già portato a termine perfettamente il mio compito.</p>
<p>Due mesi dopo il mio incontro con Keith a Venezia, andai a Lisbona. Alloggiavo all’hotel Borges, nel quartiere dello Chiado. Che cosa ero andato a fare in pieno agosto a Lisbona? A trovare Adolfo Correia Rocha, in arte Miguel Torga? Peccato che fosse morto nel 1995. A visitare i suoi luoghi?  Il villaggio dove era nato nel 1907, S. Martinho de Anta, situato nella regione di Trás-os-Montes, dove tornava ogni anno a Natale, a Pasqua e a settembre per ritemprarsi dalle fatiche di medico condotto? Coimbra, dove si era laureato e aveva sempre vissuto? Sì certo, lo avrei fatto, ma prima volevo farmi un’idea dell’uomo. Avevo già letto abbastanza della sua opera poetica e narrativa. La critica? Quasi tutta infrequentabile per eccesso di zelo, o di profondità. Prudenza con la profondità! A volte avevo l’impressione che, a furia di scavare e scavare nell’opera di Torga, i critici si fossero trasformati in becchini. Volenterosi sì, ma sempre becchini. Becchini assordati dal rumore delle loro pale. Mi ricordavo di quando Keith Botsford mi citava Samuel Butler: «Tutte le cose importanti, libri, edifici, quadri, esseri viventi, attingono le loro suggestioni da cose simili». La domanda è: che cosa succede se libri come il diario dello stesso Butler, di Kafka, di Musil, tanto per fare qualche nome, non sono letti da persone in grado di esserne a tal punto suggestionate da scrivere opere dello stesso valore?</p>
<p>Le qualità umane essenziali che emergevano dalle pagine del diario di Torga mi furono subito evidenti: l’individualismo, l’ostinazione, il coraggio, la discrezione, il rigore morale, la lucidità, la libertà, la dignità, l’autodisciplina, la ribellione, la fedeltà, l’agone, il senso del concreto. Inoltre, altri due aspetti della sua personalità mi colpirono e, in un certo senso, mi confortavano. Per quanto tragico e disperato sentisse il suo destino, Torga non era un pessimista, né tanto meno un nichilista. Pensava forse, soprattutto negli ultimi anni, che la nostra civiltà fosse giunta alla fine di un ciclo e che forze letteralmente disumane stessero prendendo il posto dell’espressione personale, sempre meno in grado di contrastarle. Tuttavia, da vero scrittore, rigettava l’idea che ci trovassimo nel punto più basso della nostra Storia. Credo che l’avvertisse come infantile. La sua disperazione era sempre accompagnata dalla speranza, che nutriva di una tenacia e di un’intransigenza senza pari, caratteristiche diventate proverbiali all’interno della sua cerchia di parenti e amici e che, una volta sperimentate, tenevano alla larga ogni genere di filistei, arrivisti e sapientoni. Così la sua critica al mercantilismo, al conformismo, all’ipocrisia, alla sottomissione ideologica, all’eccitazione provocata dal progresso e alle distrazioni della tecnologia, del denaro e della pubblicità, non mostrava mai i segni della rassegnazione, dell’agitazione meschina, della cedevolezza sentimentale. La sua era una critica virile, tipica della regione in cui era nato e delle genti con cui era cresciuto. Ricordo che, leggendo uno dei suoi discorsi (il primo scritto che tradussi), forse il più noto, intitolato <em>L’universale è il locale meno i muri</em>, pronunciato nel 1954 a São Paulo di fronte a un pubblico di portoghesi di Trás-os-Montes emigrati in Brasile, mi sembrò di trovare in alcuni passaggi il codice antropologico ed esistenziale a cui l’autore, rispecchiandosi nei suoi conterranei come una nuvola sul fiume Douro, era rimasto fedele per tutta la vita. Sentite questo:</p>
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<p>&#8220;Tradiremmo la nostra grandezza discreta se la abbandonassimo ai venti della fama. No, che le opinioni non ci turbino in nessun modo, né ora né mai! Che il primo che si attarderà ad ascoltarle, resti pietrificato come la moglie di Lot, anche se è un danzatore di Miranda, agile come un acrobata. La sua missione non è quella di esibirsi sulla scena del mondo e di ricevere ovazioni. Ma quella di conservare una vocazione di perennità interiore, priva di ostentazioni che annienterebbero il suo slancio sacro. Danzare, sì, ma in onore degli dei pagani o cristiani. Danzare per la vendemmia, nell’epoca della raccolta delle castagne e nelle sagre, mai come un istrione, ma come durante un’offerta ludica e religiosa allo spirito creatore di tutte le cose.&#8221;</p>
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<p>O questo:</p>
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<p>&#8220;Sul piano dei valori ideali, abbiamo i vizi e i difetti di tutti. Ma ci salviamo grazie al cilicio che portiamo affondato nelle nostre carni, grazie al modello etico che ci accompagna come un’ombra, e che ci fa guardare alle nostre e altrui imperfezioni con la severità di giudici implacabili. La coscienza dei mali del corpo e dell’anima è in noi quasi ossessiva. Giorno dopo giorno mettiamo alla berlina in modo crudele, privo di compassione e pietà, le infermità fisiche e morali di tutti […] Noi guardiamo gli abissi in faccia. Nella sua magrezza, il seno che ci ha nutriti è una bianca lezione di realismo. Ecco perché, anche con le lacrime agli occhi, oltrepassiamo i nostri limiti, sublimiamo la soglia del nostro dolore. La creatura umana è una fame che tutto il pane del mondo non riesce a soddisfare. Cerchiamo allora un altro nutrimento: attraverso la deroicizzazione del transitorio, otteniamo l’esaltazione del definitivo. Nostra madre non ci comanda di essere dei Narcisi le cui virtù restino segrete e i fallimenti tollerati. Ci ordina vittorie nella collaborazione, imprese nella piazza pubblica, nel cuore delle feste, nelle riunioni e nelle assemblee, nel cuore dei continenti, nelle profondità degli inferni.&#8221;</p>
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<p>Non ci sarebbe altro da aggiungere, non è vero? Forse solo il seguente monito: «L’universale è il locale meno i muri. È l’autentico che può essere osservato da ogni punto di vista e, sotto ogni punto di vista, è convincente come la verità». Abbiamo qui la carta d’identità di un vero provinciale cosmopolita, tanto radicato nella sua provincia quanto aperto a tutte le province del mondo, capace di correre ogni volta tutti i rischi possibili, grazie alla sua fede di scrittore nell’unità fisica e psichica del genere umano.</p>
<p>In secondo luogo, il suo modo di scrivere si mostrava lontano da ogni estetismo o snobismo elitario, ma anche da ogni particolarismo regionale o arcaico. Avendo vissuto in prima persona la progressiva specializzazione dell’intelligenza e il conseguente frapporsi del calcolo e dei ruoli sociali all’immediatezza delle nostre reazioni sentimentali, si sforzava di restare un uomo non specializzato, cercando di usare una lingua che fosse comprensibile a tutti e in cui tutti fossero in grado di comprendersi. Questo non significa, ad esempio, che non sentisse le proprietà telluriche delle sue origini (uno dei temi ricorrenti della critica). Il suo mito preferito era quello di Anteo, il gigante figlio di Poseidone, che riceveva forza dal contatto con sua madre, la Terra. Affermava di essere un «geofago» e di aver visitato, spesso a piedi, ogni metro quadrato del Portogallo, lamentandosi che molti suoi paesaggi, a differenza di quelli italiani, francesi e spagnoli, non avevano mai avuto l’avventura di essere descritti o cantati da viaggiatori o poeti. Torga privilegiava «le mot juste». Giustezza e giustizia erano sinonimi, dato che per lui scrivere era un «atto ontologico». Aveva la coscienza dell’artigiano, o meglio del contadino, quale era suo padre: ogni parola, come ogni zolla, doveva essere ben lavorata. E se, terminato il lavoro, il sole era ancora alto, continuava a lavorare per paura dei tempi morti o, semplicemente, per terminare la giornata. Torga non era inquieto. O meglio, era un inquieto che aspirava alla quiete, da cui l’immaginazione ha bisogno di attingere se vuole farsi facoltà ordinatrice. Voglio dire che non possedeva la stessa inquietudine di molti cavalieri della crisi o pensatori nauseati – due nomi fra molti: Gide e Sartre, oggetto nel suo diario di alcuni strali avvelenati. Torga sapeva che la giustezza linguistica come la giustizia tra gli uomini non sono facili da trovare. Bisogna imparare a governare i propri impulsi con autonomia e non lasciarsi travolgere dal desiderio di libertà. Per questa ragione, credo, non sopravvalutava né l’esperienza né la cultura. Non gli mancava né l’una né l’altra. Era nato povero. Ancora adolescente si era imbarcato per il Brasile. Lì per cinque anni aveva lavorato nella <em>fazenda</em> di uno zio, facendo un po’ di tutto, da raccoglitore di caffè a contabile, da corriere a cavallo a cercatore di cobra velenosi per un istituto farmaceutico. Tornato in Portogallo, grazie ai soldi dello zio facoltoso aveva terminato il liceo e si era iscritto alla facoltà di Medicina a Coimbra. Nel 1929 collaborava già alla rivista più importante del paese, <em>Presença</em>, la sua università letteraria. E si appassionò al cinema. Chaplin e Keaton rimasero per lui due dei più grandi artisti del XX secolo (il secondo più del primo). Come tutti gli scrittori di valore, era un autodidatta. Chi è lo scrittore? Qualcuno che resiste a tutti gli influssi più pervasivi della società, dell’istruzione e della parola pubblica e riesce a ricavare una sintesi personale da quella grande massa di fenomeni rappresentata dalle apparenze, dai fatti, dai dettagli. Agli inizi degli anni trenta aveva già pubblicato diverse raccolte di poesie. Della prima ne inviò un esemplare a Fernando Pessoa, che rispose con una lettera il cui finale credo abbia lasciato un segno duraturo nel giovane che si affacciava al mondo delle lettere: «Intellettualmente – e perciò artisticamente – parlando (l’arte è sempre una manifestazione distratta dell’intelligenza), la sensibilità è il nemico. Non il nemico che ci si oppone, come in guerra, ma il nemico a cui ci opponiamo, come in amore. Bisogna vincerlo, non resistendogli, ma seducendolo o dominandolo. Bisogna attirare la sensibilità dentro la casa dell’intelligenza». Ecco il trucco: la sensibilità non deve vincere sull’intelligenza. L’intelligenza non deve vincere sulla sensibilità. Tutto questo per dire che né l’esperienza né la cultura furono da Torga innalzate a divinità. Aveva visto durante la sua lunga vita diversi autori e poeti rendersi ridicoli a causa della venerazione per il loro prezioso carico di sbornie e bassifondi (Henry Miller, la <em>Beat Generation</em>) o, al contrario, perire sotto il peso di ingombranti biblioteche (Borges). L’arte di Torga, come ha scritto Louis Soler (qualche buon lettore c’è sempre!), è «un’arte popolare». Non nel senso che si può facilmente digerire, ma che è accessibile alle persone colte come a quelle semplici. Nulla rendeva più felice Torga del commento a una sua poesia da parte di un paziente sprovvisto di laurea o di un vecchio amico d’infanzia che non era mai uscito dai confini del suo villaggio, mentre era quasi infastidito dai premurosi gorgheggi di apprezzamento dell’establishment editoriale o dagli encomi sussiegosi delle combriccole intellettuali.</p>
<p>La domanda è: oggi è ancora possibile un’arte popolare come quella di Torga? Da una parte, ripeterei ciò che Goethe confidò una volta a Eckermann, e cioè che se uno scrittore non aspirasse a raggiungere un milione di lettori farebbe meglio a rinunciare in partenza. Dall’altra, racconterei ciò che ho già raccontato diverse volte e che mi capitò proprio a Lisbona durante quell’estate del 2001. Sotto l’Hotel Borges, sulla terrazza della <em>A Brasileira</em>, uno dei caffè letterari di Lisbona, c’è una statua di Fernando Pessoa (di statue di scrittori in città ce ne sono molte: Camões, Chiado, Eça de Queiroz… Gli eroi portoghesi non sono soldati o profeti, ma scrittori!). Seduto in modo un po’ sbilenco, il poeta sembra attendere la fine del mondo. Al suo fianco lo scultore, qualcuno di certo foraggiato dall’amministrazione comunale, ha pensato bene di scolpire una sedia che viene regolarmente occupata da un turista che si fa immortalare. Durante tutto il mio soggiorno quella sedia non è mai rimasta vuota. Una, due, tre persone alla volta se la accaparravano. Perfino un’intera famiglia: mamma, papà e un paio di gemelli, tutti avvinghiati al mito letterario. Davvero commovente! Ecco, mi dicevo, le due forze che cospirano contro l’arte: l’esegesi che trasforma tutto in un monumento e il turismo che trasforma ogni monumento in un parco dei divertimenti. L’arte muore per troppa analisi, ma muore anche se è sottoposta a un processo di infantilizzazione. Che può fare se non sopravvivere in quanto <em>décor</em> dell’essere? Di quell’essere diventato ormai un simulacro privo di significato trascendente, grazie alle migliaia di interventi decorativi che ogni giorno si producono in ogni luogo del pianeta?</p>
<p>Che cosa avrebbe detto Torga? Forse che, giunti alla fine di un ciclo della nostra civiltà, l’umanità farebbe meglio ad accostarsi all’opera d’arte con ingenuità piuttosto che attribuire un significato nascosto a tutto quello che viene scritto o installato da qualche parte. Forse, però, essendo già all’inizio di un nuovo ciclo, l’umanità preferisce idolatrare in modo, allo stesso tempo primitivo e sofisticato, i suoi nuovi totem scritti o esposti in tutte le piazze reali e virtuali. Non è così facile ai nostri tempi restare umili quanto vorremmo. Il povero mendicante è costretto a elemosinare una piccola moneta da chi vorrebbe veder scomparire dalla faccia della terra. Non è così facile neppure smascherare la superficialità dei nuovi idolatri della cultura, che preferiscono aggirare le loro autentiche reazioni sentimentali per mezzo di teorie sulla società post-industriale, sulla post-verità, sul post-umano e altra paccottiglia intellettuale. Se si commette questo peccato, si rischia di essere presi per dei disertori civili, dei sovversivi di retroguardia, dei marginali, come Torga stesso spesso si definiva. E certo non ci si farà molti amici.</p>
<p>Torga sapeva bene di avere molti nemici. Il suo Iberismo, ad esempio, era mal sopportato sia a destra che a sinistra, così come la sua netta presa di posizione contro l’entrata del Portogallo nel mercato europeo, per lui una lapide funeraria eretta dalla burocrazia finanziaria sulle possibilità del paese di rigenerare i suoi valori e di inventarsi un altro ruolo civilizzatore, dopo la fine dell’epoca della colonizzazione.</p>
<p>Ha scritto di essere stato sempre un uomo indipendente. Sentimentalmente socialista, ma in fondo un anarchico, un ribelle. Diciamo che al momento opportuno, cioè al momento della creazione, sapeva tenersi distante da tutti. Una sorta di riflesso pavloviano, per uno scrittore con la sua autonomia di giudizio. Con buona pace di tutti i raffinati di Lisbona e Bruxelles. E del mondo intero!</p>
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<p style="text-align: center;"><strong>⊕ ⊕</strong></p>
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<p><strong>Miguel Torga</strong></p>
<p><em>Coimbra, 15 Agosto 1980 </em></p>
<p>Non riesco a leggere senza sforzarmi. C’è in me un’esigenza istintiva di autenticità che incalza l’impostura di un testo. Gettare sulla pagina una sola frase che non obbedisca a tale imperativo – onore della letteratura – mi sembra un’insolenza sacrilega e un oltraggio alla vocazione. Immagino sempre un autore davanti alla pagina bianca, raccolto in silenzio come un principiante in attesa della grazia del verbo. Ora, in questo caso, si tratta di uno di quei tipi fortunati che, sicuri del proprio talento, non perdono tempo a meritarlo, né occasione di esibirlo. Sensibili soltanto alle variazioni del gusto e ai benefici del successo, se ne infischiano dell’essenza e della tempra dell’opera. Mondani della letteratura per opportunismo e spudoratezza, agenti di loro stessi, non c’è offerta vantaggiosa a cui resistano. Mi danno l’impressione di scrivere i loro libri seduti nella vetrina delle librerie.</p>
<p><em> </em></p>
<p><em>Coimbra, 3 Aprile 1981 </em></p>
<p>Comincio a scoraggiarmi. Non riesco ad assorbire la valanga di prosa e di versi che invade ogni giorno le vetrine. L’inflazione di scrittori compromette la grazia della vocazione. L’umanità ha oggi così tanto da dire che ha bisogno di un simile coro di voci? O tutto questo chiasso copre al contrario l’assenza di un messaggio fondamentale che in passato un solo libro bastava a contenere? Una cosa è certa: ispirata o no, la letteratura si è atomizzata. E il nuovo <em>Ecclesiaste</em>, se esiste, è disperso in un’infinità di frammenti e di versetti mutilati.</p>
<p><em> </em></p>
<p><em>Coimbra, 6 Novembre 1981 </em></p>
<p>Alcuni spagnoli, amanti della poesia, non conoscevano il portoghese, ma desideravano leggere qualcosa di mio. Così ho mostrato loro un’antologia in spagnolo.</p>
<p>– Le piace la traduzione? – mi hanno chiesto.</p>
<p>– Apprezzo la traduzione dei miei versi soltanto nelle lingue che non conosco.</p>
<p><em> </em></p>
<p><em>Coimbra, 25 Maggio 1982 </em></p>
<p>A dispetto dell’età, non abituarsi alla vita. Viverla fino all’ultimo respiro sui carboni ardenti. Sempre per la prima volta con lo stesso appetito, la stessa sorpresa, la stessa afflizione. Non consentire ai miei sensi e alla mia mente di banalizzarla&#8230; Dimenticare a ogni tramonto quello del giorno precedente. Godere i frutti della vita quotidiana senza conservarne il sapore nella memoria. Nascere ogni mattino.</p>
<p><em> </em></p>
<p><em>Coimbra, 6 Luglio 1982 </em></p>
<p>Nessun dubbio: il nostro tempo appartiene alla critica. Non si sono mai visti così tanti esegeti. Nelle epoche senza immaginazione creatrice è così: i talenti analitici abbondano. Quelli di oggi, con la loro sufficienza accademica, sono quasi tutti strutturalisti. Si accaniscono in tal modo a smontare le opere, grazie alle quali si legittimano, che sembrano gli adepti illuminati di una setta di iconoclasti dell’arte.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>Coimbra, 27 Febbraio 1983 </em></p>
<p>Gli ho detto:</p>
<p>– Non si preoccupi e continui a scrivere senza pensare al successo. Il genio ha l’abitudine di essere lento. È il talento che è sempre di corsa&#8230;</p>
<p><em> </em></p>
<p><em>Coimbra, 9 Novembre 1984 </em></p>
<p>Studiosi, eruditi. Ho trascorso in mezzo a loro una parte della notte ad ascoltarli come in penitenza. Minerva è solo la sorellastra delle Muse. Non ha mai insegnato ai suoi figli che la scossa di un verso vale mille sillogismi, né che esiste uno spirito creatore ribelle alle pastoie della ragione, la più presuntuosa e la meno feconda delle nostre facoltà. La ragione, infatti, non ha né il dono dell’immaginazione, né il coraggio della trasgressione.</p>
<p><em> </em></p>
<p><em>Coimbra, 12 Febbraio 1985 </em></p>
<p>Esperti di letteratura. Non riesco a comprenderli. Usano un linguaggio criptico, da setta, privo di corrispondenze con il discorso comune. So che, per essere un illuminato e non passare per barbaro agli occhi della confraternita, mancano al mio vocabolario una mezza dozzina di neologismi coniati da poco. La moda li impone. Ma non mi interessano. Non mi fido di tali primizie linguistiche. Sanno di inautenticità. Quel che ho da dire lo dico il più semplicemente e il più chiaramente possibile; e quel che voglio ascoltare deve ugualmente essere trasmesso in questo modo, con parole semplice e correnti. Trovo abominevoli i linguaggi cifrati. Li accetto solo in bocca alle spie. E mi sembrano spie della vita tutti coloro che inaridiscono l’anima delle parole in nome di una scienza che domani darà per certo ciò che oggi non lo è e che rafforza soltanto la loro presunzione.</p>
<p><em> </em></p>
<p><em>Coimbra, 14 Marzo 1985 </em></p>
<p>Non vale niente. Se valesse qualcosa, non soffrirebbe così tanto per il valore degli altri.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><em>Coimbra, 29 maggio 1988 </em></p>
<p>Sfoglio una rivista letteraria, catalogo del nostro genio attuale. Quanti libri notevoli! Quanti talenti coperti di elogi! Se si dà credito a queste pagine, le case editrici di oggi sono fabbriche di capolavori. Mai si è pubblicato così tanto e così bene. Speriamo che l’avvenire confermi tanto candido ottimismo. Nel campo delle lettere accade come nel Vangelo: molti sono i destinati, pochi gli eletti. Tuttavia, è bene che una tale euforia si manifesti e dia testimonianza della fiduciosa atmosfera creatrice del momento. Scrivere è un atto di speranza. E di innocenza. Coloro che scrivono nell’angoscia, lucidi e scettici, si condannano in anticipo. Si sa che alla fine nulla è eterno. Ma scommettere sui propri doni è la sola maniera per un autore di non venire a patti con la morte prima che la vita si incarichi di pronunciare qualsiasi verdetto.</p>
<p><em> </em></p>
<p><em>Ponta Delgada, (Azzorre), 10 Giugno 1989 </em></p>
<p>Mi sono svegliato affranto. Ho dormito male e, invece di farmi il segno della croce, ho incrociato le dita mentalmente. Non sarà facile dire quel che ho da dire. Ma la cosa più difficile è stata trovarmi qui oggi con la coscienza a posto. Ora non rimane altro da fare che salire sul palco e restare padrone di me stesso.</p>
<p>Una lunga vita conduce a tutto. Nascere oscuramente a Trás-os-Montes; sgobbare, adolescente, nelle terre brasiliane di Santa Cruz; percorrere da adulto e in solitudine i paesi africani lusofoni in lotta per l’indipendenza; visitare da vecchio e trafitto dalla pena quel che resta dell’Oriente portoghese e ricevere oggi sul suolo patrio e paradisiaco delle Azzorre un premio all’ombra del grande Camões. E, negli intervalli, essere cittadino a tempo pieno, esercitando una professione e assumendosi la responsabilità dei propri doveri civili ed essere poeta ribelle, geloso della sua libertà di creatore in un’epoca di tribolazioni, di guerre, di tirannie, di polizie segrete, di campi di concentramento, di terrorismo, di bombe atomiche e di altri flagelli. Epoca crudele e paradossale, in cui si va sulla luna e si fomenta l’odio sui cinque continenti, in cui si bruciano i prodotti in eccedenza e si lasciano morire di fame popolazioni intere, in cui si opprimono, direttamente o indirettamente, gli Stati che ci si impegna ad aiutare, in cui si negano le divinità che si pregano, in cui si fa della morale una maschera e del cinismo una virtù. Ma nessuno sceglie il tempo in cui vivere e tutti noi dobbiamo svolgere il nostro compito in quello che ci è toccato che è sempre, per il meglio e per il peggio, una sfida alle forze e alle debolezze di ciascuno. Io ho voluto vivere nella lotta, nel lavoro e nella tenacia. Non è stato facile. I miei doni erano scarsi, la mia salute traditrice, l’atmosfera irrespirabile e i miei progetti temerari. Ma in me albergava una volontà di ferro e l’istinto e la ragione mi ordinavano di andare avanti. Desideravo essere al mondo, come ho dichiarato nero su bianco, un uomo, un artista e un rivoluzionario. Ho cercato di esserlo contro tutti e contro tutto. Un uomo semplice e utile che non facesse vergognare la specie, un artista schiavo della sua vocazione e un rivoluzionario che, armato di penna e di fermezza, contribuisse al cambiamento dell’ordine stabilito e all’edificazione di una società migliore. Della coscienza di aver solo parzialmente ottenuto questi scopi, testimonia l’insoddisfazione che mi tortura. E solo Dio sa quanto! Ma ho fatto quel che ho potuto. Sono andato fino a dove il mio respiro e le circostanze me lo permettevano. Non ho lesinato le energie, né dimenticato gli obblighi morali che mi legavano alla comunità, né temuto le conseguenze del mio anticonformismo, né mentito in uno solo dei miei versi. Tuttavia, è accaduto che il sogno superasse il sognatore. E del sogno è rimasta solo la fragile testimonianza dell’aspirazione a meritarlo. Non lo dico per falsa modestia. Quel che mi manca in convinzione, mi sopravanza in oggettività. Oggi, premiato da una commissione composta da membri dei due paesi fratelli che porto nel cuore, all’ombra del più grande genio della nostra stirpe, il sentimento di tale esiguità si aggrava e la mia angoscia raddoppia. Come posso, in uno stato di così grande delusione, affrontare la responsabilità di rappresentare, per un solo istante, la grandezza spirituale del Portogallo e del Brasile, il primo, ricco di un passato glorioso e ancora capace di rinnovarlo, il secondo, in grado fin d’ora di offrire l’immagine solare di un favoloso avvenire? Come posso, soprattutto, servendo la nostra lingua, non disonorare un modello che più di ogni altro l’ha onorata? Il Portogallo, l’ho sempre amato e ho sempre cercato di comprenderlo, inventariandone instancabilmente corpo e anima. Ho sempre amato il Brasile. È stata la mia seconda patria, lo vivo nella memoria, lo porto nella mente e ne sono fiero come uno dei suoi tanti figli. Ho sempre amato Camões. Per me è il paradigma dell’intellettuale affezionato al suo nido, ma libero, inquieto, spirito errante e avventuroso, avido di vedere e di sapere, perfetta rappresentazione dell’universalismo che non dimentica le proprie radici. Si doveva fare di più. In certi momenti solo la dismisura è legittima e meritevole di credito. Privo delle ali per raggiungere quelle altezze, ma costretto da una decisione unanime e generosa, mi limito a ricevere il premio di cui sono onorato a nome di tutti quei colleghi di penna, e di pena, che credono al miracolo di una <em>portoghesità </em>viva e colma di futuro che si esprime in Portogallo, in Brasile, in Angola, in Mozambico, a Capo Verde, in Guinea, a São Tomé, a Timor, a Macao e a Goa, e che si ostinano come scrittori ad affermare e a rendere prestigiosa. Convinto e abitato da tale verità stimolante e carica di responsabilità, di cui ho avuto coscienza molto presto, non ho mai scritto un testo senza sentirmi allo stesso tempo dentro e fuori dalla mia terra natale. Poiché sapevo, in quanto vecchio emigrante, che usavo una lingua duttile, malleabile, dalle potenzialità infinite, in grado di acclimatarsi sotto tutte le latitudini e tutte le longitudini, che era stata capace fin dalle origini di dire quel che dice la lettera di Pêro Vaz de Caminha quando descrive la scoperta del Brasile, e che più tardi, allo scopo di dipingere quella stessa realtà tropicale, ha servito il barocco illuminato di Padre António Vieira e quello del <em>sertanejo </em>Guimarães Rosa. Plasmabile, proteiforme, sottile, nessuna rigidità grammaticale la imprigiona, nessun purismo ne inficia la predisposizione planetaria. Ed è tale polimorfismo, che riflette quello del popolo che l’ha generata, che la rende uno dei grandi strumenti della comunicazione nel mondo. Chi domani vivrà, assisterà al prodigio di un immenso spazio umano multirazziale in grado di comprendersi con le parole di Gil Vicente e Machado de Assis e capace di produrre con esse opere imprevedibili e sicuramente eterne, grazie alla feconda prossimità delle differenze. Realizzazioni che saranno un’affermazione culturale non più ingiustamente marginalizzata, ma accolta e ammirata fra le più grandi. Il coro polifonico delle nazioni si arricchirà di una voce singolare e potente, a prova delle molteplici sfaccettature della sua inventività e della sua originalità. A quel punto le modulazioni fino a oggi ammesse con condiscendenza saranno considerate come una presenza necessaria per l’armonia della composizione. È per festeggiare questo futuro prossimo di comunione e di pienezza che siamo qui, legittimati dalla fiducia che abbiamo in esso. Desidero manifestare la mia profonda riconoscenza a tutti coloro che mi considerano degno di rappresentarla in questo momento. Non potrei aggiungere più nulla alle opere per cui sono stato giudicato. Il destino, una volta scaduto il termine che ci accorda per trasmettere il nostro messaggio, ci rende impietosamente muti. Ma prometto di giungere alla fine del cammino restando fedele ai valori che la vostra magnanimità ha voluto distinguere nella mia persona. Di non tradirmi, e di non tradirvi tradendomi. Di continuare fermamente, attraverso il mio comportamento e la mia arte, con l’ostinazione di sempre, a essere colui che mostra la speranza a tutti coloro che, perduti in questa valle di lacrime, disperano di trovarla. Questo è il solo mezzo di cui dispongo per salvare la faccia e ripianare, senza pagarlo, il mio debito di gratitudine.</p>
<p><em> </em></p>
<p><em>Coimbra, 1 Maggio 1990 </em></p>
<p>Gli ho detto così:</p>
<p>– Nessuno sa nulla di nessuno. Tutti mentono a tutti. Solo gli animali e i morti dicono la verità.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
]]></content:encoded>
					
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		<title>Documentare la vita che fugge</title>
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		<dc:creator><![CDATA[andrea inglese]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 18 Nov 2014 13:00:39 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[Andrea Inglese]]></category>
		<category><![CDATA[diari]]></category>
		<category><![CDATA[discorsi]]></category>
		<category><![CDATA[documenti]]></category>
		<category><![CDATA[Georges Perec]]></category>
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										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/11/documentazione.jpg"><img loading="lazy" class="alignleft size-full wp-image-49775" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/11/documentazione.jpg" alt="documentazione" width="838" height="472" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/11/documentazione.jpg 838w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/11/documentazione-300x168.jpg 300w" sizes="(max-width: 838px) 100vw, 838px" /></a></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>di <strong>Andrea Inglese</strong></p>
<p><strong> </strong></p>
<p style="text-align: right; padding-left: 180px;"><em>&#8230; s&#8217;instaura comme une fallite de ma mémoire: je me mis à avoir peur d&#8217;oublier, comme si, à moins de tout noter, je n&#8217;allais rien pouvoir retenir de la vie qui s&#8217;enfuyait.</em></p>
<p style="text-align: right; padding-left: 180px;">Georges Perec</p>
<p>Non so Perec, ma io non ci sono riuscito, anche se la sindrome è la stessa, e il metodo è quello, il migliore, schietto e intransigente, la documentazione neutra, burocratica, da segugio dei servizi segreti, quelli che frugano nel pattume per ricostruire il tuo stile di vita, le frequentazioni, i saliscendi emotivi, gli orientamenti politici, e si basano su scontrini, confezioni vuote, indumenti lacerati, residui di cibo, lampadine andate in pezzi, io non ce l’ho fatta, ho finito per scrivere qualsiasi cosa nei miei quaderni, ma da rapsodo, da radiolina fuori frequenza, i documenti sono scarsi, disordinati, e mancano le date, la topografia è vaga, le cifre sono discordanti, la descrizione di un incubo non si distingue dalla cronaca di una riunione di lavoro, interi passi di Pessoa sono presentati come trascrizioni di recensioni cinematografiche, un’analisi intimista può essere confusa con l’esegesi di un’installazione contemporanea, perché io non è che scriva in modo metodico e freddo, scrivo a sprazzi, per scalmane, copiando e riassumendo, interpolando e deformando, come se dovessi far convergere in una data frase, in un piccolo paragrafo scritto sul seggiolino ribaltabile del metrò, nel tratto che mi porta da Nation a Père Lachaise, tutta la mia circoscrizione umana più vasta, il dentro e il fuori, l’osso e l’anima, la paranoia privata e l’allucinazione di massa, la scarpa slacciata e la metafisica dei costumi, l’alone sulla lente degli occhiali e lo scoppio della caldaia nel bilocale di periferia.</p>
<p>Da un quaderno senza data, Clairefontaine, copertina rosso scozzese, “douceur de l’écriture”, Made in France, paragrafo su: “Soggetti di conversazione al ristorante a mezzogiorno”.</p>
<p>“Vicini di casa, vicini rumorosi, vicini con cane, un’anziana come vicina che si sveglia alle quattro di mattina e mette la radio a tutto volume, colleghi di lavoro, colleghi nuovi, colleghi morti, colleghi che si stanno separando, colleghi che mettono bastoni tra le ruote, colleghi che vanno dribblati, ignorati, sconfitti, colleghi più anziani che non sanno fare il loro lavoro, tutto il lavoro che si è costretti a fare e che non spetterebbe a colui che racconta, colleghi che scrivono troppe mail, colleghi che non riescono a telefonare al responsabile vendite quando è necessario, colleghi che parlano male l’inglese, datori di lavoro e capi, descrizione fisica e difetti di pronuncia, stile dell’abbigliamento, tipologia di automobile dei datori di lavoro, e proprietà immobiliari secondarie se conosciute, quanto sono efficaci i capi e quanta fiducia dimostrano in colui che racconta, la carta bianca, il margine d’iniziativa, la grossa responsabilità che gli forniscono, quanto sono imbelli i responsabili, i direttori, i vertici dell’azienda, i capi e i vertici vanno sempre contro il muro, sono incredibilmente ciechi, sono sostanzialmente sprovveduti, mancano di qualsiasi chiaroveggenza, non hanno una idea che sia una, sono davvero delle belle intelligenze, perché hanno capito il lavoro indispensabile fatto da colui che racconta, senza colui che parla i capi e la loro azienda avrebbero i mesi contati, i sottoposti non sanno lavorare, tutti i nuovi assunti non hanno mai capito come si lavora, cosa si deve fare in ufficio, come ci si comporta in azienda, i sottoposti semplicemente non dovrebbero esistere, i nuovi assunti non dovrebbero essere assunti, l’importanza dell’esperienza, la celebrazione dell’esperienza, l’esperienza vale qualsiasi formazione, qualsiasi titolo di studio, qualsiasi statuto professionale, quale telefonino e soprattutto quale abbonamento fare, comparazione e analisi, le potenzialità del nuovo smartphone, siti che presentano esperienze concrete d’uso di smartphone, gli sperimentatori di smartphone, l’intramontabile problema della memoria ram, e di come si possa espanderla, il back up, con i dischi duri esterni, che può essere molto o poco aggiornato, la perdita di dati, ma anche la perdita del telefonino, la morte del disco duro, il recupero dei documenti persi con la morte del disco duro, i videogiochi legati all’ultima serie televisiva americana, l’evoluzione incontrollata dei videogiochi e la loro stimolazione cognitiva assodata, i progetti d’insegnamento attraverso consolle e videogiochi: umanistici e scientifici, il crescente effetto di realtà dei videogiochi di guerra e di strage, la Playstation come passione solitaria o gregaria, i raduni reali a periodicità mensile dei giocatori virtuali, l’adolescente giapponese che non è più uscito dalla camera per tre anni, perché impegnato in un gioco di ruolo obsoleto, vantaggi e svantaggi di agende, tavolette e lettori elettronici, la salvaguardia dei figli dal consumismo elettronico o dagli eccessi della tecnologia, il pericolo di emarginazione sociale di figli sprovvisti di wi fi, limiti d’orario quotidiano nella visione di cartoni animati Disney, propensione all’acquisto di videogiochi per tutta la famiglia del tipo rompicapo o sportivo manageriale, la persona con cui si sta uscendo, caratteristiche psicologiche e profilo sentimentale, i trascorsi affettivi della persona appena conosciuta, e i problemi derivanti dal suo tenore di vita o dalle cerchie amicali o dagli impegni professionali, i luoghi dove è possibile conoscere gente nuova, gli incontri programmati a casa di amici, come gestire la vita a due dopo una sconfitta sentimentale, come ricostruire una sessualità vivace dopo anni di routine, come annunciare il capolinea di un rapporto, se si debba o meno amare la persona con cui si va a letto, cosa rispondere a un certo tipo di sms, numero di sms giornalieri che non è patologico inviare al proprio partner, non farsi troppe illusioni sulla persone più giovani o più vecchie che si potrebbero incontrare, il poco tempo che lui mette a disposizione, le pretese eccessive di lei, l’importanza della riservatezza, la necessità di dire le cose, normalità o meno di chi tiene spesso il telefonino spento, l’attaccamento alla propria ex, dubbi sull’uso perenne del telefonino anche a tavola, anche di domenica…”</p>
<p>A volte, quando vado in giro, qualsiasi parola che sento dire, mi fa impazzire. Non sono le parole, in realtà, sono le frasi. Ci sono certe frasi che non sopporto. A volte quasi tutte le frasi dette nello spazio pubblico, nella grande rete viaria europea, mi sembrano insopportabili, e mi producono come un disturbo mentale. In questi casi, le frasi più disturbanti mi sembrano quelle formulate in italiano, e in particolare modo da italofoni che parlano con qualcun altro al telefono. Se poi questi italofoni sono degli uomini del terziario avanzato, se sono all’incirca dei professionisti di qualcosa, e parlano in italiano dentro un telefono cellulare, con o senza auricolare, seduti in un vagone di un treno Frecciarossa o Frecciabianca, o nel corridoio stretto di una carlinga di aeroplano prima o dopo il decollo, io impazzisco. In quei momenti, anche se è loro diritto, anche se non per forza urlano o si vantano o sono grossolani o dicono frasi fatte o esprimono opinioni marce sul mondo, in quei momenti è come se io dormissi dopo una pesante giornata di lavoro, e dormissi in un letto caldo, in una camera al riparo dalle intemperie, con le persiane chiuse per garantire un’oscurità ottimale, e di colpo quei signori venissero da me, al mio orecchio, a parlare delle loro cose, a dire le loro frasi, non per forza fatte, magari sono completamente senza costrutto, oppure originalissime, ma è come se me le urlassero nelle orecchie, che poi non stanno neppure urlando, parlano semplicemente, ma parlano con un’insana disinvoltura, seduti a pochi centimetri da me, dalla mia testa posata sul guanciale, e quindi mi svegliano nel pieno della notte, e non mi lasciano più riaddormentare, perché la loro conversazione non è telegrafica, fatta di grandi silenzi, e non è nemmeno pragmatica, secca ed efficace come ci si aspetterebbe da professionisti come loro, la tirano in lungo, intorno a una mail non ricevuta, o poco chiara, costruiscono tutta una storia, una saga islandese, una narrazione torrenziale. Ma è chiaro che la colpa è mia, non è loro, e che nella rete viaria europea, nel multiforme spazio pubblico mondiale, non si può imputare a gente sui treni, sugli aerei, alle poste, nei corridoi della metropolitana, di parlare al telefono, e di parlare di questioni urgenti di lavoro, o che a loro paiono urgenti, e non si può stabilire un tassametro, una specie di controllo sulla lunghezza di queste conversazioni e sul numero massimo di parole – proferite ad alta voce – che dovrebbero includere. Spesso, questo è innegabile, di parole, negli spazi pubblici, soprattutto dentro i telefoni cellulari, se ne dicono troppe, e soprattutto su questioni professionali, che se il capitalismo non fila liscio, se c’è questo problema della crescita che non cresce e della ripresa che non riprende, è probabilmente anche per colpa di queste spiegazioni eccessivamente circostanziate, queste insistenze, su concetti base e chiarissimi, come se si trattasse invece di aforismi di Eraclito che si vorrebbero rendere pienamente intelligibili. Gli uomini che fanno gli affari, e quelli che aiutano questi uomini a fare gli affari, anche se dicono che il tempo è denaro, e se proclamano che gli affari sono affari, e sempre si muovono in modo deciso e scattante, con cartelline sotto il braccio, o agende elettroniche, o valigette di pelle, questi uomini e gli uomini di questi uomini, tanto sono tonici e rapidi sul piano motorio, tanto sono prolissi e ridondanti sul piano verbale. Qualcuno dovrebbe esaminare spassionatamente il fenomeno e portarlo all’attenzione dei nostri migliori opinionisti.<br />
<a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/11/docu-2.jpg"><img loading="lazy" class="alignleft size-full wp-image-49798" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/11/docu-2.jpg" alt="docu 2" width="900" height="1599" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/11/docu-2.jpg 900w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/11/docu-2-576x1024.jpg 576w" sizes="(max-width: 900px) 100vw, 900px" /></a><br />
Questa cosa, però, che dipende esclusivamente da me, da mie predisposizioni fisiologiche o genetiche, chissà, non mi capita spesso. Più spesso mi capita una cosa diversa, e in qualche modo opposta. Soprattutto se mi trovo a pranzare, nella pausa del lavoro o dello studio, in qualche ristorante parigino, di quelli piccoli ed economici, magari giapponesi o cinesi, dove devi infilarti a sedere dietro uno stretto tavolino, con i gomiti che sfiorano quelli dell’avventore accanto, ebbene lì, pranzando da solo, mi è possibile non solo sintonizzarmi sulle conversazioni in corso, quelle più facilmente percepibili nei tavoli vicini, ma da queste conversazioni la mia mente è completamente risucchiata, il mio stesso carattere, mi verrebbe da dire, ne è parassitato, non solo io ascolto, e ascolto con una straordinaria attenzione, come si ascolta la parola di un morente, l’ultima e solenne, di augurio o malaugurio, rischiando – come spesso accade – che se ne esca biascicata e indecifrabile un attimo prima del decesso. Così io ascolto tutto, e con elettrizzata attenzione, senza alcuna forma di discernimento, di selezione o filtro argomentativo, e dopo l’ascolto, o già nella continuazione di esso, comincio a elaborare in proprio, a fare mie certe preoccupazioni, certi giri di frase, un determinato vocabolario, e per alcune ore questi brandelli di conversazione altrui, amplificati e manierati, occupano il mio spirito, come succedeva, probabilmente, ad Ezechiele, con le parole divine, che non bastava memorizzare alla lettera, ma che si dovevano far scendere profondamente dentro di sé, perché in ogni organo e capillare, in ogni pensiero futuro e ricordo passato, governassero incontrastate.</p>
<p>Quindi io non trovo, nei miei quaderni, documenti come si converrebbe a un archivio dell’esistenza fuggente, non trovo riflessioni personali sulla morte dell’Occidente, sulle guerre del petrolio o su i miei riti masturbatori, né vi leggo descrizione degli arredi del ristorantino dove sono attavolato, con tutti i dettagli del menù, piatti e prezzi, e magari le neutre ma sempre pertinenti notazioni meteorologiche, no, vi abbondano invece conversazioni altrui malamente stenografate, senza nemmeno caratterizzazione psicologica dei loro autori, o ritratto ottocentesco degli abiti, delle capigliature, movimento degli occhi, pieghe del viso, grassezza o nodosità delle dita.</p>
<p>“Lui, il suo problema, è l’ego.”</p>
<p>“I migliori dj in questo momento si trovano a Londra o a Berlino, anzi ad Amsterdam.”</p>
<p>“È una tipa della mia età, che non è obesa, è carina invece, molto carina, è un po’ grossa, ma non obesa…”</p>
<p>“Gliel’ho ripetuto: non spendo prima di avere soldi, quando avrò i soldi va bene, andiamo assieme, guardiamo le tende, i rivestimenti del bagno, guardiamo anche il frigorifero, benissimo, lo prendiamo nuovo, io tiro fuori i soldi e compriamo, andiamo a Darty, non so, ma devi farmeli avere, lui invece vuole che io spenda, che io compri, senza avere i soldi, perché tanto dice arrivano, io gli dico: no, non arrivano, devono esserci, devo averli già, e quando li ho li spendo, e ci occupiamo del frigo, se ti mette in ansia il frigo, e del bagno, se non riesci più a farti la doccia con calma…”</p>
<p>“È un egocentrico, non egoista. È uno che ti invita fuori, davvero, ti offre il pranzo, è così, ma parla lui, parla solo lui, in genere dei suoi successi sul lavoro, di come riesce a mettere in difficoltà il suo capo, e poi ti parla dei lavori che ha fatto in passato, di come erano bene pagati, ma di come questo è pagato ancora meglio, e lui sa che può mettere in difficoltà il capo, a te non ti ascolta, non ti lascia parlare, ma t’interroga sulle ordinazioni, vuole sapere che cosa prendi come antipasto, e perché non bevi vino, ma poi ritorna subito a bomba: i clienti, tutti i clienti che lui è riuscito a procurare alla ditta, per quello il capo sta zitto, per quello si lascia mettere in difficoltà, a volta deve andarsene prima di bere il caffè, mi ordina il caffè anche se non lo bevo, mi saluta calorosamente, va a pagare, e corre fuori.”</p>
<p>“Non fa le diete, su questo è decisa, ha fatto troppe diete, dice, e poi ritorna sempre al punto di prima, ha un po’ ragione io credo, e non è che sia obesa, il volto poi è molto carino, è una persona briosa, magari sì, a volte sbaglia a mettersi le gonne, quando porta gonne troppo corte, non dico che debba portare sempre quei gonnoni che si mettono le donne che hanno le gambe orrende, che per altro lei non le ha orrende, sono grosse, più che grasse sono proprio grosse, basta una gonna al ginocchio, e l’effetto è già diverso, ma tu come la dici una cosa così? Glielo puoi dire?”</p>
<p>“Io sono d’accordo con lui: vuoi comprare? Compriamo! Ma i soldi li dobbiamo avere, li dobbiamo avere prima di comprare, e lui s’impunta, su questo insiste, e dice che non è vero, che questa è una mia fissazione, che i soldi arrivano, e uno non deve essere ossessionato dai soldi, ma lui è ossessionato dallo spenderli i soldi, deve spendere i soldi che arriveranno, ma quando? Gli dico io… Quando arriveranno i soldi che hai già speso!”</p>
<p>“Oggi i migliori locali sono a Berlino e ad Amsterdam. A Parigi non c’è più niente, è tutto finito. E più in generale è finita la musica dal vivo, la gente che sale sul palco, infila il jack nella chitarra e si mette a fare gli accordi agitando la testa. Nessuno ci crede più, nessuno ha più voglia di passare una sera a guardare un tizio, sul palco, che si agita, e che solo perché produce da sé la musica diffusa in sala vorrebbe che tutti lo guardassero, e lo guardassero beati, come se stesse realizzando un miracolo, quando invece suona e basta, è un tizio che sa suonare, come ne è pieno il mondo, oggi la gente va in un locale per essere lei il tizio importante, lei vestita in un certo modo e che balla in un certo modo, è una storia vecchia, certo, ma oggi ha preso il sopravvento, c’è il dj in un angolo della sala, è un tipo simpatico il dj, non produce lui la musica, lui si limita a captarla, c’è un sacco di musica nel mondo, sempre disponibile, su mille supporti, per mille canali, e lui ne prende un po’ è la spara in sala, e in sala quella musica diventa la musica di chi la balla, e la balla con i suoi vestiti e le sue maniere, il tizio che sale sul palco come fosse un piccolo dio e dev’essere venerato perché prende un microfono in mano e ci urla dentro, questo è finito per sempre, siamo tutti miscredenti, tutti atei, ognuno è il suo dio, e basta.”</p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/11/docu-3.jpg"><img loading="lazy" class="aligncenter size-full wp-image-49799" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/11/docu-3.jpg" alt="docu 3" width="900" height="507" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/11/docu-3.jpg 900w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2014/11/docu-3-300x169.jpg 300w" sizes="(max-width: 900px) 100vw, 900px" /></a></p>
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