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	<title>edgar lee masters &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>Le Cose Note</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2020/04/19/le-cose-note/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[helena janeczek]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 19 Apr 2020 18:18:49 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[domenico talia]]></category>
		<category><![CDATA[edgar lee masters]]></category>
		<category><![CDATA[hoda barakat]]></category>
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		<category><![CDATA[saverio strati]]></category>
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					<description><![CDATA[di Domenico Talia Hoda Barakat è una scrittrice libanese di lingua araba che vive a Parigi. È una cristiana maronita che ha lasciato il Libano molti anni fa anche a causa della guerra civile che in quel paese durò quindici anni e provocò più di 150.000 morti. Tra i suoi libri, Diario di una straniera [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di <strong>Domenico Talia</strong></p>
<p><img loading="lazy" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/03/unnamed-210x300.jpg" alt="" width="210" height="300" class="alignleft size-medium wp-image-83900" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/03/unnamed-210x300.jpg 210w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/03/unnamed-250x358.jpg 250w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/03/unnamed-200x286.jpg 200w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/03/unnamed-160x229.jpg 160w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2020/03/unnamed.jpg 358w" sizes="(max-width: 210px) 100vw, 210px" />Hoda Barakat è una scrittrice libanese di lingua araba che vive a Parigi. È una cristiana maronita che ha lasciato il Libano molti anni fa anche a causa della guerra civile che in quel paese durò quindici anni e provocò più di 150.000 morti. Tra i suoi libri, <em>Diario di una straniera</em> e <em>L&#8217;uomo che arava le acque</em>. Lei, figlia del Medio Oriente, sembra volersi rifiutare di parlare del suo mondo, quello che è anche oggetto dei suoi romanzi: «Non riesco a parlare di cose che tutti conoscono già,<span id="more-83896"></span>&#8230;, noi piccola comunità di intellettuali e scrittori che ci parliamo addosso e ci diciamo le stesse cose». Barakat non ama partecipare a eventi pubblici in Francia: «Vogliono testimoni su ciò che già sappiamo». La sua sembra essere una posizione contro il conformismo, contro le convinzioni cristallizzate che non vogliono spiegare, ma amano affermare. Eppure proprio il rifiuto di testimoniare quello che si conosce lascia spazio a una diversa interpretazione. Mostra un atteggiamento di rassegnata rinuncia a comunicare quello che si è vissuto, quello che si è conosciuto e che si ritiene scontato mentre, invece, per molti scontato non è.</p>
<p>Questo punto di vista di Hoda Barakat sembra dare sostegno alla tesi, certamente non peregrina, che quello che ci è noto, ai nostri occhi appare come meno importante dell&#8217;ignoto che cerchiamo, delle nuove conoscenze che vogliamo acquisire. Così il già conosciuto passa in secondo piano, si ritrae in un ruolo accessorio per non apparire più nella giusta dimensione. In quella dimensione che invece può essere percepita da coloro che quelle cose, quelle realtà, non le conoscono e hanno interesse ad apprenderle.</p>
<p>Natalia Ginzburg (nata Levi), ebrea antifascista e vedova di Leone Ginzburg, anche lui antifascista di origine ebraica torturato e ucciso dai nazisti nel 1944, da consulente della casa editrice sconsigliò Einaudi di pubblicare <em>Se questo è un uomo</em>, il grande libro di Primo Levi che racconta le atrocità della prigionia nel lager nazista di Auschwitz. La Ginzburg disse: «Cose note!» e in quell’occasione anche un grande autore come Cesare Pavese fu d&#8217;accordo con lei. Così l&#8217;editore Einaudi nel 1947 quel libro non lo pubblicò. In un&#8217;intervista Primo Levi ha riassunto la questione: «Avevo scritto dei racconti al termine della prigionia. Li avevo scritti senza rendermi conto che potessero essere un libro. I miei amici della Resistenza dopo averli letti mi dissero di “arrotondarli”, di farne libro. Era il ’47, lo portai all’Einaudi. Ebbe varie letture, toccò all’amica Natalia Ginzburg dirmi che a loro non interessava». La casa editrice torinese pubblicò quel libro dieci anni dopo, quando ormai le storie narrate da Primo Levi avevano registrato un certo successo, diventando anche un caso letterario, grazie alla piccola casa editrice De Silva di Torino che, contrariamente alla scelta della Ginzburg e dell&#8217;Einaudi, aveva scelto di stamparlo nel 1947.</p>
<p>Molti anni dopo Natalia Ginzburg ammise: «siamo stati dei colpevoli imbecilli», forse rendendosi conto che la sua scelta fu in gran parte basata sull&#8217;idea che le tragiche esperienze narrate da Primo Levi per lei non costituivano una così importante novità da meritare di essere pubblicate. Mario Fortunato che è stato amico di Natalia Ginzburg si è chiesto: «Perché Natalia respinse quel libro fondamentale? Non ho mai avuto il coraggio di chiederglielo. Molti del resto hanno detto: in quel momento storico, appena usciti dall’orrore della Seconda guerra mondiale, tutti sentivano il bisogno di dimenticare, lo sguardo rivolto al futuro» &#8230; «Che quella bocciatura fosse tutta inscritta in una poetica che cantava con Calvino: “Tutto il male avevamo di fronte, tutto il bene avevamo nel cuore”?». Natalia Ginzburg aveva avuto un&#8217;esperienza tragica di quel male e forse quella sua profonda consapevolezza, quel dolore che aveva vissuto, le avevano fatto velo portandola a giudicare non degna di diffusione la narrazione di fatti a lei ben noti e, come tali, non meritevoli dell&#8217;attenzione di una larga platea che invece, come testimonia il continuo interesse di vecchi e nuovi lettori, negli anni riafferma la terribile forza civile e letteraria del libro di Primo Levi.</p>
<p>Saverio Strati è stato uno scrittore calabrese di grande valore, vincitore di diversi premi letterari, tra i quali il Super Campiello nel 1977, e autore di numerosi romanzi scritti dal dopoguerra fino alla fine del Novecento. Strati ha narrato il mondo del Sud del secolo scorso in molti volumi di significativo merito letterario come <em>La teda</em>, <em>Gente in viaggio</em>, <em>Noi Lazzaroni</em> e <em>il Selvaggio di Sanata Venere</em>, tutti volumi pubblicati da Mondadori. Eppure i concittadini di Saverio Strati le poche volte che parlavano dei suoi romanzi dicevano: «Cose risapute e tristi, non è il caso di scriverci un libro». Mostrando così di non comprendere quanto le loro vite fossero divenute note non soltanto in Italia, ma anche in Nord Europa e persino in America e in Asia, grazie a quei racconti che loro ritenevano scontati, ovvi.</p>
<p>Prima di diventare, uno scrittore Saverio Strati era stato un contadino e un muratore e aveva vissuto le stesse esperienze di gran parte dei suoi paesani. Loro stessi erano i personaggi principali dei racconti di Strati, eppure tanti di loro ritenevano di esserlo loro malgrado, pensando convintamente che i loro sentimenti, le loro difficoltà, anche le loro piccole gioie che Strati raccontava dal di dentro, non meritassero l&#8217;inchiostro che le aveva impresse sulla carta. Secondo il loro punto di vista, quelle storie ben note (a loro) non valevano le platee di lettori che i libri di Strati avevano raggiunto, né le traduzioni in lontane lingue straniere &#8211; inglese, olandese, slovacco o cinese &#8211; che avevano avuto. Anche in questo caso ricorre l&#8217;idea che quello che per noi è noto non merita di essere riproposto. Gli elementi che ci sono familiari non appaiono meritevoli di conquistarsi una giusta divulgazione, anche quando la loro diffusione interessa molte persone, anche quando rivela al mondo condizioni di vita che altrimenti soltanto pochi potrebbero conoscere. </p>
<p>Questa sorta di auto-disattenzione che si trasforma in una subdola auto-censura non appartiene soltanto al mondo della letteratura. Per dimostrarlo basta citare due film che hanno fatto la storia del cinema italiano e che hanno avuto un comune esordio di ostracismo in patria. <em>Roma città aperta</em> di Rossellini fu presentato nel settembre del 1945 a Roma al teatro Quirino e venne accolto con molto fastidio, alcuni lo fischiarono. Non soltanto il pubblico, ma anche una parte della critica fu negativa. Il realismo di quel capolavoro non piacque a tanti che vedevano raccontare le loro vite mentre tentavano di uscire da una terribile guerra nella quale molti di loro stessi erano stati vittime. Come se per loro non valesse la pena di tornare su cose dolorose ben note e non riuscissero a comprendere che quel film stesse valorizzando, assolutizzandole, le loro esperienze, le loro sofferenze. Lo stesso Roberto Rossellini, nel suo libro <em>Il mio metodo</em> ha ricordato che quando <em>Roma città aperta</em> fu presentato a Cannes nel 1946 la delegazione italiana al festival lo disprezzava profondamente. La presentazione a Parigi e poi quella negli USA trasformarono il film in un successo. Gli occhi di gente lontana compresero bene il valore dell&#8217;opera e il film diventò anche campione d&#8217;incassi, mentre in quegli stessi anni in Italia non riuscì a ricevere molta attenzione. Soltanto molto tempo dopo, a causa dei successi esteri, <em>Roma città aperta</em> diventa un film di culto, un capolavoro del Neorealismo italiano, un film eterno che è parte importante della storia del cinema mondiale.</p>
<p>Una sorte simile è toccata anche a <em>Sciuscià </em>di Vittorio De Sica, soggetto di Cesare Zavattini, che racconta straordinariamente la miseria del dopoguerra attraverso le vicende di due poveri lustrascarpe. Nel 1946 durante la prima in un cinema milanese, qualche spettatore arrivò a offendere Vittorio De Sica: «Si vergogni. Cosa diranno di noi all&#8217;estero?». Invece è proprio all&#8217;estero che il film diventa un successo. Negli USA quel lungometraggio, costato un milione di lire, arriva a incassare un milione di dollari e nel 1948 vince l&#8217;Oscar come miglior film straniero con questa motivazione: «L&#8217;alta qualità di questo film, mostrata con eloquenza in un paese ferito dalla guerra, è la prova per il mondo che lo spirito creativo può trionfare sulle avversità». Anche in questo caso, l&#8217;occhio che osserva da lontano e che ha la voglia di comprendere le cose non conosciute, coglie l&#8217;importanza di fatti e narrazioni che l&#8217;occhio del vicino non afferra, anzi sottovaluta.</p>
<p>L&#8217;avvocato Edgar Lee Masters, mentre gestiva il suo studio legale, amava scrivere e per farlo si ispirava alle storie che gli accadevano intorno. La qualità delle sue opere non fu sufficiente a impedirgli di morire in miseria senza poter sapere che soltanto qualche decennio dopo gli sarebbero stati tributati riconoscimenti importanti. Masters era nato nel 1868 in Kansas e nel 1880, quando era soltanto un ragazzo, la sua famiglia si trasferì a Lewistown, in Illinois, nella fattoria dei nonni paterni. Il cimitero di Lewistown si trova sulla collina di Oak Hill e quel luogo, oggi visitato da molti turisti, è stato la fonte di ispirazione per le poesie-epitaffi della sua <em>Antologia di Spoon River</em>. Il fiume Spoon scorre a qualche chilometro da quella collina e quando Masters decise di raccontare le vite dei suoi paesani, usò il nome di quel piccolo corso d&#8217;acqua per dare il titolo alla raccolta che canta peccati, felicità, ambizioni, amori e drammi degli uomini e delle donne sepolti su quelle colline e che a lui capitava di incontrare per strada.</p>
<p>Proprio quell&#8217;antologia rese famoso quel piccolo villaggio e contribuì a far conoscere a tutto il mondo la gente che viveva in quel fazzoletto di terra <em>in the middle of nowhere</em>, insieme all&#8217;avvocato con la passione della poesia. Tuttavia, fu quell&#8217;antologia a compromettere la posizione del suo autore nella società cittadina di Lewistown. Infatti, furono tanti tra i concittadini di Edgard Lee Masters a non apprezzare quelle strane poesie. In molti non gradirono che qualche loro fatto privato fosse finito sulle pagine del libro scritto dall’avvocato del paese. Addirittura fino al 1974 il libro fu vietato nelle scuole e nelle biblioteche di Lewistown e persino la madre di Masters, che sedeva nel consiglio della biblioteca di Lewistown, votò per il divieto. Lo stesso Edgar Lee Masters ha raccontato che i suoi concittadini nel leggere quelle storie che conoscevano molto bene le considerarono «un rozzo attacco di un figlio sleale della comunità e cominciarono subito a identificare nei vari epitaffi persone viventi o che avevano vissuto lì attorno&#8230; A mia madre non piacque, a mio padre piacque moltissimo&#8230; John Cowper Powys fece una conferenza a Chicago e ciò che disse mi atterrì e mi attribuì una responsabilità che non potevo sopportare».</p>
<p>Si potrebbe dire molto anche su questo caso che possiede, con quelli già raccontati, l&#8217;evidenza che la condivisione delle cose note, soprattutto quando indagano la realtà con profondità e senza celebrazioni, perde d’importanza agli occhi dei protagonisti, mentre diventa valore condiviso e a volte universale per quelli che le apprendono osservandole da lontano, comprendendone meglio la grandezza. Nel caso degli epitaffi sinceri di Masters, è sufficiente ricordare che dal 1915, anno della prima pubblicazione negli USA dell&#8217;<em>Antologia di Spoon River</em>, non si contano le edizioni che sono state pubblicate nel mondo e ancora più difficile è conoscere l&#8217;enorme numero di lettori. Certamente un grande successo per un libro di poesia e anche per gli stessi abitanti di Lewistown che nessuno più dimenticherà. Eppure i nemici principali di questo libro, tra i più importanti della letteratura americana, sono stati quelli che più di altri avrebbero dovuto difenderlo e diffonderlo.</p>
<p>Quando non si comprende l&#8217;importanza di comunicare le cose note, non ci si accorge di commettere un errore che potrebbe non essere veniale. Si diventa vittime della difficoltà di mettere a fuoco la realtà che accade intorno a noi. Vittime di una presbiopia della mente che diviene un danno in primo luogo per noi stessi. Banalizzare il già conosciuto talvolta può diventare una grave colpa che impedisce agli altri di conoscere cose note soltanto a noi ma di rilievo per molti, sottraendole così alla possibilità di farle diventare sapere diffuso.</p>
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		<title>&#8220;Antologia di Spoon River&#8221;, la riedizione</title>
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		<dc:creator><![CDATA[andrea inglese]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 21 Nov 2016 06:00:25 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[Andrea Inglese]]></category>
		<category><![CDATA[antologia di spoon river]]></category>
		<category><![CDATA[edgar lee masters]]></category>
		<category><![CDATA[Luigi Ballerini]]></category>
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					<description><![CDATA[di Edgar Lee Masters traduzione di Luigi Ballerini [Come alcuni classici letti troppo presto, letti con troppa foga, Antologia di Spoon River è stata per alcuni di noi una lettura distratta, sorvolante. Le nuove edizioni, che includono come in questo caso una nuova traduzione, con tanto di saggio critico, biografia e note del traduttore, hanno [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><img loading="lazy" class="size-medium wp-image-65491 alignleft" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/11/cover-Antologia-di-Spoon-River-193x300.jpg" alt="cover-antologia-di-spoon-river" width="193" height="300" srcset="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/11/cover-Antologia-di-Spoon-River-193x300.jpg 193w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/11/cover-Antologia-di-Spoon-River-768x1191.jpg 768w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/11/cover-Antologia-di-Spoon-River-660x1024.jpg 660w, https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2016/11/cover-Antologia-di-Spoon-River.jpg 1400w" sizes="(max-width: 193px) 100vw, 193px" /></p>
<p>di <strong>Edgar Lee Masters</strong></p>
<p>traduzione di <strong>Luigi Ballerini</strong></p>
<p>[Come alcuni classici letti troppo presto, letti con troppa foga, <em>Antologia di Spoon River </em>è stata per alcuni di noi una lettura distratta, sorvolante. Le nuove edizioni, che includono come in questo caso una nuova traduzione, con tanto di saggio critico, biografia e note del traduttore, hanno anche questo prezioso compito: scuotere una memoria intorpidita e pregiudiziale, sollecitare una nuova lettura, più consapevole, agguerrita. Luigi Ballerini non poteva essere curatore e traduttore più adatto, per ridare all’opera di Edgar Lee Masters l’impatto di un classico fronteggiato a contropelo, in grado di giungere a noi come un contemporaneo. <span id="more-65489"></span>(E si potrà ora avvicinare all’<em>Antologia di Spoon River</em> del 1915 un altro straordinario libro del Novecento nordamericano, <em>Testimony</em> di<a href="https://www.nazioneindiana.com/2014/09/15/le-voci-dellolocausto-lopera-estrema-di-charles-reznikoff/"> Charles Reznikoff</a>, apparso cinquant’anni dopo. Nelle biografie di entrambi gli autori hanno contato, seppure con un peso diverso, gli studi di legge e il mestiere di avvocato.) Una parola di gratitudine, infine, per Ballerini che, da <em>La rosa disabitata. Poesia trascendentale americana</em> (Feltrinelli 1981, curata con Richard Milazzo), passando per l’antologia delle poesia di Gertrude Stein (Marsilio, 1999) e giungendo al lavoro con Paul Vangelisti sulla <em>Nuova poesia americana</em> (Mondadori, 2005, 2006, 2009), ci ha offerto l’opportunità di conoscere un numero importante di autori statunitensi poco o mai tradotti in Italia. E lo ha fatto, conciliando l&#8217;erudizione dell&#8217;accademico e la passione partigiana del <a href="https://www.nazioneindiana.com/2013/11/23/sette-pagine-da-cefalonia-di-luigi-ballerini/">poeta che anche è</a>. a. i.]</p>
<p><span style="color: #ffffff;">.</span></p>
<p><span style="margin: 0px; line-height: 107%; font-family: 'Times New Roman',serif; font-size: 12pt;"><span style="color: #000000;">FRANKLIN JONES</span></span></p>
<p><span style="margin: 0px; line-height: 107%; font-family: 'Times New Roman',serif; font-size: 12pt;"><span style="color: #000000;"> </span></span></p>
<p><span style="margin: 0px; line-height: 107%; font-family: 'Times New Roman',serif; font-size: 12pt;"><span style="color: #000000;">Fossi vissuto un anno di più</span></span></p>
<p><span style="margin: 0px; line-height: 107%; font-family: 'Times New Roman',serif; font-size: 12pt;"><span style="color: #000000;">Avrei terminato la mia macchina volante.</span></span></p>
<p><span style="margin: 0px; line-height: 107%; font-family: 'Times New Roman',serif; font-size: 12pt;"><span style="color: #000000;">Sarei diventato ricco e famoso.</span></span></p>
<p><span style="margin: 0px; line-height: 107%; font-family: 'Times New Roman',serif; font-size: 12pt;"><span style="color: #000000;">È giustissimo pertanto che il marmista</span></span></p>
<p><span style="margin: 0px; line-height: 107%; font-family: 'Times New Roman',serif; font-size: 12pt;"><span style="color: #000000;">cercando di scolpire per me una colomba</span></span></p>
<p><span style="margin: 0px; line-height: 107%; font-family: 'Times New Roman',serif; font-size: 12pt;"><span style="color: #000000;">ne abbia fatta una che assomiglia a una gallina.</span></span></p>
<p><span style="margin: 0px; line-height: 107%; font-family: 'Times New Roman',serif; font-size: 12pt;"><span style="color: #000000;">Che altro succede al mondo se non questo </span></span></p>
<p><span style="margin: 0px; line-height: 107%; font-family: 'Times New Roman',serif; font-size: 12pt;"><span style="color: #000000;">uscire dal guscio e correre su e giù per l’aia</span></span></p>
<p><span style="margin: 0px; line-height: 107%; font-family: 'Times New Roman',serif; font-size: 12pt;"><span style="color: #000000;">fino al giorno che ti mozzano la testa?</span></span></p>
<p><span style="margin: 0px; line-height: 107%; font-family: 'Times New Roman',serif; font-size: 12pt;"><span style="color: #000000;">L’uomo però ha il cervello di un angelo</span></span></p>
<p><span style="margin: 0px; line-height: 107%; font-family: 'Times New Roman',serif; font-size: 12pt;"><span style="color: #000000;">e della scure si accorge fin dall’inizio! </span></span></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>*</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><span style="margin: 0px; line-height: 107%; font-family: 'Times New Roman',serif; font-size: 12pt;"><span style="color: #000000;">AMOS SIBLEY</span></span></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><span style="margin: 0px; line-height: 107%; font-family: 'Times New Roman',serif; font-size: 12pt;"><span style="color: #000000;">Non avevo temperamento, né forza d’animo, né pazienza,</span></span></p>
<p><span style="margin: 0px; line-height: 107%; font-family: 'Times New Roman',serif; font-size: 12pt;"><span style="color: #000000;">doti che invece la gente del paese mi attribuiva, vedendo </span></span></p>
<p><span style="margin: 0px; line-height: 107%; font-family: 'Times New Roman',serif; font-size: 12pt;"><span style="color: #000000;">che sopportavo mia moglie e che, predicando, continuavo</span></span></p>
<p><span style="margin: 0px; line-height: 107%; font-family: 'Times New Roman',serif; font-size: 12pt;"><span style="color: #000000;">a fare il mestiere per cui Dio mi aveva scelto. Ma io</span></span></p>
<p><span style="margin: 0px; line-height: 107%; font-family: 'Times New Roman',serif; font-size: 12pt;"><span style="color: #000000;">aborrivo quella megera, quella libertina.</span></span></p>
<p><span style="margin: 0px; line-height: 107%; font-family: 'Times New Roman',serif; font-size: 12pt;"><span style="color: #000000;">Mi erano noti i suoi adulteri, uno per uno.</span></span></p>
<p><span style="margin: 0px; line-height: 107%; font-family: 'Times New Roman',serif; font-size: 12pt;"><span style="color: #000000;">Ma anche così, se avessi chiesto il divorzio avrei</span></span></p>
<p><span style="margin: 0px; line-height: 107%; font-family: 'Times New Roman',serif; font-size: 12pt;"><span style="color: #000000;">dovuto rinunciare al ministero religioso.</span></span></p>
<p><span style="margin: 0px; line-height: 107%; font-family: 'Times New Roman',serif; font-size: 12pt;"><span style="color: #000000;">Sicché per continuare a svolgere il lavoro di Dio e poterne</span></span></p>
<p><span style="margin: 0px; line-height: 107%; font-family: 'Times New Roman',serif; font-size: 12pt;"><span style="color: #000000;">poi godere i frutti, la sopportavo!</span></span></p>
<p><span style="margin: 0px; line-height: 107%; font-family: 'Times New Roman',serif; font-size: 12pt;"><span style="color: #000000;">Ho dunque mentito a me stesso!</span></span></p>
<p><span style="margin: 0px; line-height: 107%; font-family: 'Times New Roman',serif; font-size: 12pt;"><span style="color: #000000;">E a tutta Spoon River!</span></span></p>
<p><span style="margin: 0px; line-height: 107%; font-family: 'Times New Roman',serif; font-size: 12pt;"><span style="color: #000000;">Intanto però ho tenuto conferenze, mi sono candidato</span></span></p>
<p><span style="margin: 0px; line-height: 107%; font-family: 'Times New Roman',serif; font-size: 12pt;"><span style="color: #000000;">al consiglio regionale, ho fatto il promotore di libri, sempre</span></span></p>
<p><span style="margin: 0px; line-height: 107%; font-family: 'Times New Roman',serif; font-size: 12pt;"><span style="color: #000000;">con un’idea fissa in testa: se faccio abbastanza soldi, divorzio.</span></span></p>
<p><span style="margin: 0px; line-height: 107%; font-family: 'Times New Roman',serif; font-size: 12pt;"><span style="color: #000000;"> </span></span></p>
<p><span style="margin: 0px; line-height: 107%; font-family: 'Times New Roman',serif; font-size: 12pt;"><span style="color: #000000;">*</span></span></p>
<p><span style="margin: 0px; line-height: 107%; font-family: 'Times New Roman',serif; font-size: 12pt;"><span style="color: #000000;"> </span></span></p>
<p><span style="margin: 0px; line-height: 107%; font-family: 'Times New Roman',serif; font-size: 12pt;"><span style="color: #000000;">JULIA MILLER</span></span></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><span style="margin: 0px; line-height: 107%; font-family: 'Times New Roman',serif; font-size: 12pt;"><span style="color: #000000;">Quella mattina avevamo litigato.</span></span></p>
<p><span style="margin: 0px; line-height: 107%; font-family: 'Times New Roman',serif; font-size: 12pt;"><span style="color: #000000;">Capirete: lui sessantacinque anni e io trenta.</span></span></p>
<p><span style="margin: 0px; line-height: 107%; font-family: 'Times New Roman',serif; font-size: 12pt;"><span style="color: #000000;">E poi avevo i nervi a fior di pelle per il bimbo</span></span></p>
<p><span style="margin: 0px; line-height: 107%; font-family: 'Times New Roman',serif; font-size: 12pt;"><span style="color: #000000;">che avevo in grembo e mi spaventava l’idea</span></span></p>
<p><span style="margin: 0px; line-height: 107%; font-family: 'Times New Roman',serif; font-size: 12pt;"><span style="color: #000000;">di metterlo al mondo. Ho ripensato all’ultima lettera</span></span></p>
<p><span style="margin: 0px; line-height: 107%; font-family: 'Times New Roman',serif; font-size: 12pt;"><span style="color: #000000;">ricevuta da quell’anima smarrita </span></span></p>
<p><span style="margin: 0px; line-height: 107%; font-family: 'Times New Roman',serif; font-size: 12pt;"><span style="color: #000000;">il cui abbandono avevo coperto</span></span></p>
<p><span style="margin: 0px; line-height: 107%; font-family: 'Times New Roman',serif; font-size: 12pt;"><span style="color: #000000;">facendomi sposare da un vecchio.</span></span></p>
<p><span style="margin: 0px; line-height: 107%; font-family: 'Times New Roman',serif; font-size: 12pt;"><span style="color: #000000;">Poi ho preso della morfina e mi sono messa a leggere.</span></span></p>
<p><span style="margin: 0px; line-height: 107%; font-family: 'Times New Roman',serif; font-size: 12pt;"><span style="color: #000000;">Attraverso il buio che mi ha oscurato la vista</span></span></p>
<p><span style="margin: 0px; line-height: 107%; font-family: 'Times New Roman',serif; font-size: 12pt;"><span style="color: #000000;">Vedo ancora il baluginio di queste parole:</span></span></p>
<p><span style="margin: 0px; line-height: 107%; font-family: 'Times New Roman',serif; font-size: 12pt;"><span style="color: #000000;">“E Gesù gli rispose, In verità</span></span></p>
<p><span style="margin: 0px; line-height: 107%; font-family: 'Times New Roman',serif; font-size: 12pt;"><span style="color: #000000;">Io ti dico: oggi tu sarai </span></span></p>
<p><span style="margin: 0px; line-height: 107%; font-family: 'Times New Roman',serif; font-size: 12pt;"><span style="color: #000000;">Con me nel paradiso”.</span></span></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><span style="margin: 0px; line-height: 107%; font-family: 'Times New Roman',serif; font-size: 12pt;"><span style="color: #000000;">*</span></span></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><span style="margin: 0px; line-height: 107%; font-family: 'Times New Roman',serif; font-size: 12pt;"><span style="color: #000000;">ANDY LA GUARDIANA NOTTURNA</span></span></p>
<p><span style="margin: 0px; line-height: 107%; font-family: 'Times New Roman',serif; font-size: 12pt;"><span style="color: #000000;"> </span></span></p>
<p><span style="margin: 0px; line-height: 107%; font-family: 'Times New Roman',serif; font-size: 12pt;"><span style="color: #000000;">Con la mia zimarra spagnola,</span></span></p>
<p><span style="margin: 0px; line-height: 107%; font-family: 'Times New Roman',serif; font-size: 12pt;"><span style="color: #000000;">il mio vecchio cappellaccio,</span></span></p>
<p><span style="margin: 0px; line-height: 107%; font-family: 'Times New Roman',serif; font-size: 12pt;"><span style="color: #000000;">le calosce di feltro,</span></span></p>
<p><span style="margin: 0px; line-height: 107%; font-family: 'Times New Roman',serif; font-size: 12pt;"><span style="color: #000000;">e Tyke, il mio cane fedele, </span></span></p>
<p><span style="margin: 0px; line-height: 107%; font-family: 'Times New Roman',serif; font-size: 12pt;"><span style="color: #000000;">con un bastone di noce, tutto nodi,</span></span></p>
<p><span style="margin: 0px; line-height: 107%; font-family: 'Times New Roman',serif; font-size: 12pt;"><span style="color: #000000;">e una lanterna a oblò,</span></span></p>
<p><span style="margin: 0px; line-height: 107%; font-family: 'Times New Roman',serif; font-size: 12pt;"><span style="color: #000000;">saltellavo in piazza di porta</span></span></p>
<p><span style="margin: 0px; line-height: 107%; font-family: 'Times New Roman',serif; font-size: 12pt;"><span style="color: #000000;">in porta sotto le stelle orbitanti, a mezzanotte,</span></span></p>
<p><span style="margin: 0px; line-height: 107%; font-family: 'Times New Roman',serif; font-size: 12pt;"><span style="color: #000000;">mentre, mossa dal vento,</span></span></p>
<p><span style="margin: 0px; line-height: 107%; font-family: 'Times New Roman',serif; font-size: 12pt;"><span style="color: #000000;">la campana bisbigliava dalla torre;</span></span></p>
<p><span style="margin: 0px; line-height: 107%; font-family: 'Times New Roman',serif; font-size: 12pt;"><span style="color: #000000;">e i passi strascicati del vecchio dottor Hill</span></span></p>
<p><span style="margin: 0px; line-height: 107%; font-family: 'Times New Roman',serif; font-size: 12pt;"><span style="color: #000000;">risuonavano come quelli di un sonnambulo;</span></span></p>
<p><span style="margin: 0px; line-height: 107%; font-family: 'Times New Roman',serif; font-size: 12pt;"><span style="color: #000000;">poi, lontano, il canto del gallo.</span></span></p>
<p><span style="margin: 0px; line-height: 107%; font-family: 'Times New Roman',serif; font-size: 12pt;"><span style="color: #000000;">Adesso qualcun altro veglia su Spoon River</span></span></p>
<p><span style="margin: 0px; line-height: 107%; font-family: 'Times New Roman',serif; font-size: 12pt;"><span style="color: #000000;">Come altri l’hanno vegliata prima di me. </span></span></p>
<p><span style="margin: 0px; line-height: 107%; font-family: 'Times New Roman',serif; font-size: 12pt;"><span style="color: #000000;">E noi ce ne stiamo qui, il dottor Hill e io,</span></span></p>
<p><span style="margin: 0px; line-height: 107%; font-family: 'Times New Roman',serif; font-size: 12pt;"><span style="color: #000000;">dove nessun ladro forza serrature,</span></span></p>
<p><span style="margin: 0px; line-height: 107%; font-family: 'Times New Roman',serif; font-size: 12pt;"><span style="color: #000000;">e non c’è bisogno di sorvegliare più niente. </span></span></p>
<p><span style="margin: 0px; line-height: 107%; font-family: 'Times New Roman',serif; font-size: 12pt;"><span style="color: #000000;"> </span></span></p>
<p><span style="margin: 0px; line-height: 107%; font-family: 'Times New Roman',serif; font-size: 12pt;"><span style="color: #000000;">*</span></span></p>
<p><span style="margin: 0px; line-height: 107%; font-family: 'Times New Roman',serif; font-size: 12pt;"><span style="color: #000000;"> </span></span></p>
<p><span lang="EN-GB" style="margin: 0px; line-height: 107%; font-family: 'Times New Roman',serif; font-size: 12pt;"><span style="color: #000000;">JOHN M. CHURCH</span></span></p>
<p>&nbsp;</p>
<p><span style="margin: 0px; line-height: 107%; font-family: 'Times New Roman',serif; font-size: 12pt;"><span style="color: #000000;">Ero il legale delle Ferrovie “Q”</span></span></p>
<p><span style="margin: 0px; line-height: 107%; font-family: 'Times New Roman',serif; font-size: 12pt;"><span style="color: #000000;">e della Società di Assicurazioni che aveva</span></span></p>
<p><span style="margin: 0px; line-height: 107%; font-family: 'Times New Roman',serif; font-size: 12pt;"><span style="color: #000000;">come clienti i proprietari della miniera.</span></span></p>
<p><span style="margin: 0px; line-height: 107%; font-family: 'Times New Roman',serif; font-size: 12pt;"><span style="color: #000000;">Ho manovrato giudici e giurati,</span></span></p>
<p><span style="margin: 0px; line-height: 107%; font-family: 'Times New Roman',serif; font-size: 12pt;"><span style="color: #000000;">e magistrati, per respingere le querele</span></span></p>
<p><span style="margin: 0px; line-height: 107%; font-family: 'Times New Roman',serif; font-size: 12pt;"><span style="color: #000000;">degli sciancati, delle vedove e degli orfani,</span></span></p>
<p><span style="margin: 0px; line-height: 107%; font-family: 'Times New Roman',serif; font-size: 12pt;"><span style="color: #000000;">e in tal modo ho messo insieme una fortuna.</span></span></p>
<p><span style="margin: 0px; line-height: 107%; font-family: 'Times New Roman',serif; font-size: 12pt;"><span style="color: #000000;">In un discorso magniloquente l’associazione</span></span></p>
<p><span style="margin: 0px; line-height: 107%; font-family: 'Times New Roman',serif; font-size: 12pt;"><span style="color: #000000;">Degli avvocati ha tessuto l’elogio delle mie virtù.</span></span></p>
<p><span style="margin: 0px; line-height: 107%; font-family: 'Times New Roman',serif; font-size: 12pt;"><span style="color: #000000;">Moltissimi anche gli omaggi floreali –</span></span></p>
<p><span style="margin: 0px; line-height: 107%; font-family: 'Times New Roman',serif; font-size: 12pt;"><span style="color: #000000;">ma i topi mi hanno divorato il cuore</span></span></p>
<p><span style="margin: 0px; line-height: 107%; font-family: 'Times New Roman',serif; font-size: 12pt;"><span style="color: #000000;">e un serpente si è annidato nel mio cranio!</span></span></p>
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		<title>FERNANDA PIVANO</title>
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		<dc:creator><![CDATA[franco buffoni]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 13 Jun 2010 08:00:23 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[dispatrio]]></category>
		<category><![CDATA[indiani]]></category>
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					<description><![CDATA[di Franco Buffoni “Ormai l’America mi si era snodata davanti e mi pareva impossibile che la frode della dittatura avesse potuto uccidere tanti nostri talenti. Il sogno americano di Roosevelt si era impadronito della nostra anima, delle nostre illusioni. Forse non avevamo capito niente, forse non c’era niente da capire, forse Alberto Mondadori, grande, grandissimo, [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di Franco Buffoni</p>
<p>“Ormai l’America mi si era snodata davanti e mi pareva impossibile che la frode della dittatura avesse potuto uccidere tanti nostri talenti. Il sogno americano di Roosevelt si era impadronito della nostra anima, delle nostre illusioni. Forse non avevamo capito niente, forse non c’era niente da capire, forse Alberto Mondadori, grande, grandissimo, sfortunato editore, aveva cercato di aiutarci a sognare. Traducevo per lui, senza pensare ad altro che a vedere i libri stampati, senza desiderare altro che dividere i miei sogni con giovani immuni dai drammi che avevo dovuto vivere io”. Così scrive Fernanda Pivano in The Beat goes on, apparso nel 2004 a cura di Guido Harari.<br />
Tra i drammi che aveva dovuto vivere Nanda Pivano c’erano stati l’arresto per avere tradotto Addio alle armi di Hemingway, giudicato troppo pacifista e lesivo dell’onore dell’esercito italiano;  e la prigione, quando si scoprì il trucco inventato da Pavese per aggirare la censura fascista, consistente in una semplice ma efficace “s” puntata, che trasformò &#8211; per i clerico-fascisti di allora &#8211; l’Antologia di Spoon River in una potabile “Antologia di S. River”.<span id="more-35353"></span><br />
Ironia a parte, arresto è arresto e galera è galera, comunque e sempre. Figurarsi in  quegli anni bui. Ancora più osceni &#8211; arresto e galera &#8211; se a subirli è una ragazza di ottima famiglia e ben istruita, con laurea in lettere (tesi sul Moby Dick di Melville) e laurea in filosofia (tesi sull’esistenzialismo, relatore Nicola Abbagnano). “Divenne superproibita l’Antologia di Spoon River in Italia”, ricordò anni dopo Pivano: “Parlava della pace, contro la guerra, contro il capitalismo, contro in generale tutta la carica del convenzionalismo. Era tutto quello che il governo non ci permetteva di pensare… e mi hanno messo in prigione e sono molto contenta di esserci andata”.<br />
E pensare che tutto era nato per sfida, o per scherzo, quando la giovane Nanda chiese al proprio mentore Pavese di spiegarle la differenza tra letteratura inglese e letteratura americana. E per tutta risposta Cesare le mise in mano quel librino di Edgar Lee Masters. Che Nanda aprì a caso, a metà, restando folgorata dai versi: “Mentre la baciavo con l’anima sulle labbra / l’anima d’improvviso mi fuggì”. “Chissà perché questi versi mi mozzarono il fiato”, commentò anni dopo la traduttrice, aggiungendo: “E’ così difficile spiegare le reazioni degli adolescenti…”.<br />
Quella di parlare agli e degli adolescenti, in fondo, è stata la vera vocazione di Fernanda Pivano, dai tempi della galera fascista a quelli della militanza radicale negli anni Settanta, fino alla splendida vecchiaia nel nuovo millennio. E come adolescenti fragili e geniali &#8211; adolescenti cresciuti male e in fretta &#8211; trattò sempre i “suoi” poeti, dopo che nel 1947, al Gritti di Venezia, Hemingway la redarguì con un “Daughter, questa non me la dovevi fare!”, quando la scoprì completamente astemia.<br />
Così lei, moglie fedele di un unico uomo per tutta la vita (l’architetto e designer Ettore Sottsass sposato nel 1949), divenne in Europa e in America la “compagna” di una congrega di ubriaconi, drogati, sessualmente promiscui, che però rispondevano ai nomi di Allen Ginsberg, Jack Kerouac, William Burroughs, Gregory Corso, Lawrence Ferlinghetti, Charles Bukowski…<br />
Possiamo ben immaginare come reagì l’accademia italiana alle sue traduzioni e alle sue frequentazioni. Come il suo ascendente (o meglio l’ascendente delle sue versioni) cresceva tra i giovani lettori, snobismo e una certa dismissing attitude andarono aumentando nei suoi confronti, fino a renderle praticamente inaccessibili non soltanto una canonica “carriera” accademica (alla quale, per altro, Pivano non mirava), ma anche semplici inviti per conferenze, convegni, seminari. Oltretutto, non dimentichiamolo, Pivano si occupava di “traduzioni”. Un termine che l’accademia giudicava riduttivo, se non disdicevole… Fino ai primi anni novanta del secolo scorso le traduzioni infatti non facevano “titolo”, espressione che &#8211; tradotta dall’accademichese &#8211; significa che non contavano nulla agli effetti concorsuali; anzi, se il candidato insisteva, potevano rivelarsi addirittura controproducenti. Mi piace ricordarlo in questa sede &#8211; dove nel 1991 venni invitato dal compianto Gianfranco Folena, con Allen Mandelbaum ed Emilio Mattioli, a presentare i primi numeri di “Testo a fronte” &#8211; perché fu proprio Folena, in Italia, a rompere il muro dell’omertà accademica sulla traduzione. Per esempio, premiando qui Fernanda Pivano nel 1975. Noi, poi, con “Testo a fronte”, ci siamo accodati. E speriamo di non avere demeritato.<br />
Come definire e descrivere il metodo traduttivo di Fernanda Pivano? Il metodo che le permise di sdoganare anche in Italia i tre fondamentali dissensi americani degli anni cinquanta e sessanta: il dissenso nero (e qui devo ammettere di essere stato molto fortunato in Bocconi in quegli anni ad avere come professore di letteratura anglo-americana Claudio Gorlier) con un nome per tutti imposto da Pivano: Richard Wright; il dissenso pacifista/non violento (per l’appunto da Ginsberg a Ferlinghetti); il dissenso omosessuale e femminista. E Pivano, traduttrice e sodale di autori leggendari, con le sue versioni riuscì a far passare di tali “contestazioni” anche lo spirito profondo, le motivazioni più recondite, dissodando il terreno per quella esplosione che dalla fine degli anni sessanta avrebbe cambiato per sempre il volto anche della società italiana.<br />
Un metodo traduttivo che &#8211; per usare un’espressione cara a Folena (ma anche a Mattioli) &#8211; vorrei definire dell’incontro poietico: l’incontro tra due poiein, tra due “fare” poetici, che induce a configurare la traduzione non più come un sottoprodotto letterario, ma come un Überleben, un afterlife del testo. Nella convinzione che, prima di essere un esercizio formale, la traduzione sia un’esperienza esistenziale. Superando così le sterili e tradizionali dicotomie, che inevitabil¬mente portano a una situazione di impasse, configurando, da una parte, l&#8217;intraducibilità dello &#8220;stile&#8221; e dell&#8221;&#8216;ineffabile&#8221; poetico, e dall&#8217;altra la convinzione che sia trasmissibile soltanto un conte¬nuto. E senza porsi la domanda su &#8220;come riprodurre lo stile?&#8221;. Perché, per Pivano, la traduzione letteraria non poteva ridursi con¬cettualmente a una operazione di riproduzione di un testo. Essa consisteva invece in un processo, che vedeva muoversi nel tempo e &#8211; possibilmente &#8211; fiorire e rifiorire, non &#8220;originale&#8221; e &#8220;copia&#8221;, ma due testi forniti entrambi di dignità artistica. Come testimoniano le pagine di quel famoso quadernetto, nascosto in un cassetto dell’Einaudi perché Pavese non lo trovasse e/o lo trovasse.<br />
La traduzione, dunque, come analisi critica e sintesi poetica, rivolta tanto ver¬so il sistema linguistico straniero, quanto verso il proprio. E non come palinsesto nel senso genet¬tiano di scrittura sovrapposta (nella quale è possibile sceverare il testo sottostante, l&#8217;ipotesto), ma come risultato di una intera¬zione verbale con un modello straniero recepito criticamente e attivamente modificato. In questa ottica, il rapporto originale-copia (che implica una gerarchia di prece¬denza, di maggiore importanza dell&#8217;originale rispetto alla co¬pia) acquista un&#8217;altra dimensione: diviene dialogico, e non è più di rango, ma di tempo. E la traduzione vie¬ne a configurarsi come genere letterario a sé, dotato di una pro¬pria autonoma dignità.<br />
Tra i cinque fondamentali concetti che solitamente oggi illustriamo agli studenti dei numerosi corsi di traduttologia (con le definizioni di poetica e di ritmo, di movimento del linguaggio nel tempo, di intertestualità e di avantesto), Pivano &#8211; quando ancora la terminologia non era questa &#8211; istintivamente ricorreva all’avantesto sub specie di testimonianza diretta e collaborazione continuativa con gli autori viventi, in una sorta di metodo socio-biografico applicato, impadronendosi del percorso di crescita, di germinazione del testo nelle sue varie fasi, in una sorta di adesione simpatetica non solo al testo nella sua compiutezza, ma anche nella sua formatività. Azzeccando tutto nella teoria e nella pratica, evidentemente, se i risultati furono questi:</p>
<p>Immagina di essere alto un metro e cinquantotto<br />
e di avere iniziato a lavorare come garzone in una drogheria<br />
studiando legge a lume di candela<br />
finché non sei diventato avvocato.<br />
E poi immagina che, grazie alla tua diligenza<br />
e alla frequentazione regolare della chiesa,<br />
tu sia diventato il legale di Thomas Rhodes,<br />
che collezionava cambiali e ipoteche,<br />
e rappresentava tutte le vedove<br />
davanti alla Corte. E che in tutto questo<br />
ti canzonassero per la tua statura e ridessero dei tuoi vestiti<br />
e dei tuoi stivali lucidi.<br />
E poi immagina  di essere diventato Giudice di Contea.<br />
E che Jefferson Howard e Kinsey Keene,<br />
e Harmon Whitney, e tutti i giganti<br />
che ti avevano schernito,<br />
fossero obbligati a stare in piedi<br />
davanti al banco e a dire &#8220;Vostro Onore&#8221;<br />
- Beh, non pensi che sarebbe naturale<br />
che io rendessi loro la vita difficile?</p>
<p>Nella convinzione &#8211; Pivano &#8211; che, aldilà delle metriche, esista un respiro profondo del testo, un ritmo, capace di mettere ordine nel &#8211; e di modellare il &#8211; pensiero. In questa ottica viene persino a cadere la distinzione tra traduzione di prosa e traduzione di poesia, in quanto la vera differenza è tra un testo dotato di un proprio respiro &#8211; di un proprio ritmo &#8211; e di un testo che ne è sprovvisto. E di una traduzione alla quale il traduttore riesce a imprimere un ritmo proprio. E di una traduzione che ne è sprovvista.<br />
Sono le traduzioni alle quali il traduttore riesce a imprimere un proprio ritmo, quelle destinate a divenire le traduzioni-testo nella celebre definizione di Meschonnic, per distinguerle dalle altre, le traduzioni-non-testo, nate asfittiche e destinate a non durare. Le traduzioni-testo invece durano nel tempo: e penso a Giorgio Orelli traduttore di Goethe, a Giaime Pintor traduttore di Rilke e, per l’appunto, a Fernanda Pivano traduttrice di Edgar Lee Masters.<br />
Non posso però tacere &#8211; infine &#8211; del controverso rapporto tra Fernanda Pivano e la poesia, intesa come genere letterario, e questo sia in ottica italiana sia in ottica “americana”. Perché il gusto, le preferenze di Pivano, presero le mosse &#8211; è vero &#8211; da Masters ma approdarono a Bob Dylan; e in Italia presero le mosse da Cesare Pavese e giunsero a Vasco Rossi. Certamente la sua idea di poesia non coincideva con quella di Ashbery o di Zanzotto.<br />
Riflettendo su questo tema, si può citare la celebre frase di Ezra Pound: “La poesia italiana ha bisogno di essere ripassata con la carta vetrata”, intendendo con ciò condannarne la verbosità, la grondante umidità sentimentale. Tuttavia &#8211; se da un lato siamo nuovamente ad ammirare il coraggio e la determinazione di Pivano, fondatrice insieme al marito di “Pianeta fresco”, una rivista di tendenza psichedelica che nel 1967-8 ospitò il meglio della poesia beat italiana &#8211; dall’altro non possiamo condividere la sua posizione tetragona, secondo la quale “gli unici, veri poeti di oggi sono i cantautori”.<br />
I “suoi amici cantautori” (e qui sto parafrasando un fortunato titolo di Pivano uscito nel 2005 da Mondadori per le cure di Stefano Senardi e Sergio Sacchi) da Piero Ciampi a De André a Jovanotti sono simpatici anche a noi. Anche noi li abbiamo ascoltati e talvolta ci siamo anche divertiti. Ma, Nanda, nel paradiso dove sei ora, ascoltami: se rileggi con calma i loro testi prescindendo dalle note che li vestono o li tra-vestono, di poesia ne trovi davvero pochina: “Sparagli Piero, sparagli ora / E se non muore, sparagli ancora”.<br />
Lasciamola sopravvivere, povera poesia, quella vera, quella che magari pochi leggono, però non dimenticarlo, è solo quest’ultima che davvero “inventa” la lingua, che realmente la rinnova.<br />
Molto pertinenti, a questo riguardo, mi paiono le parole del mio maestro Giovanni Raboni: “La poesia non è né uno stato d’animo a priori né una condizione di privilegio, né una realtà a parte né una realtà migliore. E’ un linguaggio: un linguaggio diverso da quello che usiamo per comunicare nella vita quotidiana e di gran lunga più ricco, più completo, più compiutamente umano; un linguaggio al tempo stesso accuratamente premeditato e profondamente involontario, capace di connettere fra loro le cose che si vedono e quelle che non si vedono, di mettere in relazione ciò che sappiamo con ciò che non sappiamo”.<br />
Molto più convincente, ai nostri occhi, la posizione coraggiosa che Pivano sempre assunse nei confronti delle lotte per i diritti civili sia in Italia sia negli Stati Uniti. Qui ritroviamo solo coerenza, senza caduta alcuna. Gli ideali pacifisti non la abbandonarono mai. E li ritroviamo freschi e vivi nel bellissimo documentario A Farewell to Beat, girato nel 2001 in viaggio per gli Stati Uniti alla ricerca dei pochi amici superstiti e dei molti luoghi evocativi.<br />
Quando l’Italia era ancora quella delle madonne piangenti e dei saluti col pugno chiuso, Nanda Pivano ospitava in casa sua Gregory Corso perché ne riconosceva la genialità, malgrado le intemperanze e i rischi di arresto. Ed era con Nanda, Ginsberg a Spoleto nel 1967, quando tentò di regalare un fiore al carabiniere che lo trascinava in prigione per oltraggio al pudore (l’oltraggio rilevato era nei versi recitati in pubblico e tradotti in simultanea da Pivano). E sapete chi era l’editore della già citata rivista “Pianeta fresco”? Il libraio torinese Angelo Pezzana, uno dei quattro o cinque italiani che in epoca pre-sessantottesca osarono dichiararsi apertamente omosessuali.<br />
Per questo sono convinto, che &#8211; in una visione comparatistica dei coraggiosi nati negli anni dieci del secolo scorso &#8211; Fernanda Pivano meriti un posto d’onore accanto, per esempio, a Charles Olson e a Judd Marmor. Olson che &#8211; rettore del Black Mountain College dal 1951 al 1956 &#8211; riuscì ad ospitare e a sostenere &#8211; conferendo loro dignità accademica &#8211; i migliori artisti americani d’avanguardia dell’epoca, da Allen Ginsberg a John Cage: grandi portatori, tra l’altro, di istanze di ribellione totale e di liberazione gay. E di Judd Marmor, lo psichiatra che nel 1973 riuscì a fare depennare l’omosessualità dal Diagnostic and Statistical Manual of Mental Disorders. Il 17 maggio, la data che ormai tutto il mondo civile celebra come la giornata mondiale contro l’omofobia. E che Nanda Pivano riuscì a interpretare da par suo negli ultimi anni della sua generosa esistenza.<br />
Per questo, dico anch’io &#8211; come Jay McInerney, che qualche anno fa le dedicò un intero articolo sul “New Yorker” col titolo in italiano &#8211; “Grazie Nanda”.<br />
Relazione letta domenica 13 giugno 2010 h 10 al Premio Monselice</p>
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		<title>Fernanda dorme sulla collina</title>
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		<pubDate>Wed, 19 Aug 2009 07:16:53 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[diari]]></category>
		<category><![CDATA[18 agosto 2009]]></category>
		<category><![CDATA[antologia di spoon river]]></category>
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					<description><![CDATA[di Chiara Valerio Ho incontrato Fernanda Pivano la prima volta nel millenovecentottantantotto. Stava su una pagina interna di un libro Einaudi. Ci ho messo un po’ a capire, nonostante tutte le parole che finivano per consonanti, che Spoon River non fosse scritto da un italiano. Non fosse scritto in italiano. E non fosse qualcosa di [&#8230;]]]></description>
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<p>di <strong>Chiara Valerio</strong></p>
<p>Ho incontrato Fernanda Pivano la prima volta nel millenovecentottantantotto. Stava su una pagina interna di un libro Einaudi. Ci ho messo un po’ a capire, nonostante tutte le parole che finivano per consonanti, che Spoon River non fosse scritto da un italiano. Non fosse scritto in italiano. E non fosse qualcosa di casa mia, come le maioliche azzurre rettangolari. </p>
<p>Perché c’erano dentro moltissimi personaggi che facevano parte dei giochi tra me e mia madre, che stavano nelle favole che mi raccontava e in certe canzoni che mi cantava. Il ragazzo spartano che non si strappa il lupo da sotto il mantello e quello strappato al male a venire, la barca che anela al mare eppure la teme, l&#8217;anima che d&#8217;improvviso fuggiva, il vortice di polvere, questi gerani che qualcuno ha piantato su di me, tutti, tutti dormono sulla collina, provate a rubare una mela e il modo come la gente considera il furto che poi rende ladro il ragazzo.<br />
<span id="more-20596"></span><br />
Nel millenovecentottantantotto a Scauri, Fernanda Pivano c’era, anche se non capivo bene che cosa significava tradurre e perché ci fossero altre lingue e come avessero fatto a intrecciarsi alle parole di casa mia. </p>
<p>E invece, ieri sera a Roma, Fernanda non c’era più. E mi sono detta che le parole sono una cosa molto stupida, molto inadatta e approssimativa. Sono molto ingannevoli le parole che un po’ muoiono quasi avessero respirato. E un po’ si decompongono. E bisognerebbe sempre cremarle e tenersele in un portacenere sul comodino. </p>
<p>Io a Fernanda Pivano non ho mai stretto la mano, né ne ho mai incrociato lo sguardo, né prima di ieri sera ho mai voluto o cercato di farlo. E invece ieri sera ho abbracciato la prima persona che ho incontrato per strada. Che fortunatamente non mi ha tirato un gancio. Perché traducesse il mio gesto in qualcosa che potesse arrivarle in qualche dove. Fernanda Pivano muore e tutto il mio essere laica diventa chiacchiera.</p>
<p>E questo. Il mio abbraccio a Fernanda che oltre ad avermi fatto compagnia e ad avermi fatto leggere che i morti si raccontano come i vivi, mi ha pure insegnato, ma era già pensiero e interpretazione, che gli scrittori devono sempre stare dietro quello che scrivono. Come traduttori tra la lingua del sé e quella del mondo.</p>
<p>L&#8217;unica collina di Scauri è il Monte d&#8217;oro. Fernanda dorme sul Monte d&#8217;oro. E questo. </p>
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