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	<title>eleonora pinzuti &#8211; NAZIONE INDIANA</title>
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		<title>Con figure</title>
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		<dc:creator><![CDATA[francesca matteoni]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 26 Feb 2016 06:14:59 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[diari]]></category>
		<category><![CDATA[anticipazione]]></category>
		<category><![CDATA[eleonora pinzuti]]></category>
		<category><![CDATA[poesia]]></category>
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					<description><![CDATA[di Eleonora Pinzuti Herstory La ruota si mangia il fango stamattina, fra serti di brina, sassi, un suono d’altalena. La lena di chi s’affanna nella corsa. Non è niente, questo andare. Solo la vita che gioca il suo mestiere, fin dove non traspare: una legge che tiene tutti (non la ricorderemo). Poi scompare. E mentre [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>di Eleonora Pinzuti</strong></p>
<p><em><strong>Herstory</strong></em><br />
La ruota si mangia il fango stamattina,<br />
fra serti di brina, sassi, un suono d’altalena.<br />
La lena di chi s’affanna nella corsa.<br />
Non è niente, questo andare.<br />
Solo la vita che<br />
gioca il suo mestiere,<br />
fin dove non traspare:<br />
una legge che tiene tutti<br />
(non la ricorderemo). Poi scompare.<br />
E mentre mi figuro in questa<br />
tela, come tutto, sfumo. Ma in tanto<br />
lo spago di Cloto lavora carne viva<br />
co’ suoi lacci.<br />
E incontro una signora che si lava<br />
il viso alla fontana, si immerge nella piana<br />
verde: forse attende.<br />
Mentre si stringe le fasce (quasi bende)<br />
sui polpacci.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p><strong><em>Memorie dal sottosuolo</em></strong></p>
<p>1.</p>
<p>Ho incontrato per caso, oggi,<br />
Bruno Biagetti. Mi guarda da quell’otto settembre<br />
dell’89 infisso nei caratteri del suo necrologio<br />
letto in fretta dalla corriera pullman che mi portava<br />
all’esame di riparazione.</p>
<p>E ora, mentre attraverso le tombe infisse in terra,<br />
profonde come il niente che affetta<br />
l’erba, i ciottoli, le scritte,</p>
<p>lo vedo quasi sorridente,<br />
spuntare in foto a colori<br />
dal cono del tempo,<br />
con le sue orecchie diritte.</p>
<p>2.</p>
<p>Sento ovunque il ticchettio del bastone<br />
sulla ghiaia, oggi. I vecchi, prossimi al salto, vengono<br />
più spesso. Quasi a rendersi conto con i propri sensi<br />
dei posti, a farsi il luogo familiare, così prossimi<br />
ai congiunti.</p>
<p>Sembra forse meno nera l’ombra, meno freddi i tocchi<br />
di ciò che si chiama morte,<br />
se ci si prepara per tempo, se giunti ai punti,<br />
al nero spesso,</p>
<p>ci si abitua prima<br />
gli occhi.</p>
<p>&#8212;&#8212;</p>
<p><em><strong>Con figure</strong></em> <strong>è in uscita per l&#8217;editore Zona nel  2016.</strong></p>
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		<title>NUOVI INQUADERNATI 3.</title>
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		<dc:creator><![CDATA[franco buffoni]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 13 Nov 2011 04:27:46 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[indiani]]></category>
		<category><![CDATA[inediti]]></category>
		<category><![CDATA[eleonora pinzuti]]></category>
		<category><![CDATA[Franco Buffoni]]></category>
		<category><![CDATA[Poesia iatliana contemporanea]]></category>
		<category><![CDATA[Quaderni]]></category>
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					<description><![CDATA[ELEONORA PINZUTI P’t [post] Mi rialzo in quest’autunno scalzo il senso delle tracce (ardo? agghiaccio? serve?). Io non fui l’erba, o la foglia che s’assottiglia, ma la soglia sempre sospesa, forse la chiglia. Ho picchiato in tutti gli angoli del labirinto, rivisto nelle pozze le trame, riletto il palinsesto. Ho adesso muscoli dolenti, ossa crocchianti, [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><strong>ELEONORA PINZUTI</strong></p>
<p>P’t [post]</p>
<p>Mi rialzo in quest’autunno<br />
scalzo il senso delle tracce<br />
(ardo? agghiaccio? serve?).<br />
Io non fui l’erba,<br />
o la foglia che s’assottiglia,<br />
ma la soglia sempre sospesa,<br />
forse la chiglia.<br />
Ho picchiato in tutti gli angoli del labirinto,<br />
rivisto nelle pozze<br />
le trame, riletto il palinsesto.<br />
Ho adesso muscoli dolenti,<br />
ossa crocchianti,<br />
la rabbia come patina sui denti.<br />
So per certo che la trama è, non vista, nelle glosse.<br />
Che il sentiero è rilkiano, fatto di sassi bianchi,<br />
di sinossi sulla piega della carta.<br />
Mi rialzo. E tolgo ad una ad una le schegge.<br />
Non sono altro che tatuaggio, simbolo,<br />
la polena sulla barca.<span id="more-40425"></span></p>
<p>***<br />
Pathway ½<br />
(5 anni prima)</p>
<p>Vexilla regis prodeunt inferni<br />
(Dante, Inf., XXXIV, 1)</p>
<p>Fu allora il punto più basso,<br />
il fondo della vita – l’inerme senso dello strazio<br />
(donne fummo ritorte ora come sterpi).<br />
Sulla tenda le zanzare di luglio<br />
il puzzo della mensa<br />
e crocchi e zoppie d’arto e<br />
d’organi scavati.<br />
Pendeva la torre: tutto era fuori dettato.<br />
La morte vicina – pareva segnato il tronco.<br />
Finiva lì il racconto?</p>
<p>Le sentenze, per me, furono annullate.</p>
<p>Sul terrazzo del reparto<br />
panni bianchi stesi al sole dell’estate.</p>
<p>***<br />
Vorrei<br />
rivederti adesso,<br />
in qualche luogo (concavo o convesso:<br />
fa lo stesso).<br />
Ma sei mossa<br />
allo sguardo (frames d’un avanti e indietro sovrapposto).</p>
<p>Il vettore si confonde<br />
per far posto<br />
fra i piani in compensato<br />
a ciò che non fu se<br />
non compendio.</p>
<p>Saranno allora i miei capelli bianchi,<br />
che spazzo con lieve sgomento<br />
stipendio alle piaghe d’allora.</p>
<p>Ma non fanno corda<br />
al paniere delle rime,<br />
né frammento.</p>
<p>***<br />
Se la linea d’orizzonte è la stessa,<br />
e anche lo spazio (fra il lavabo, la stufa e la porta della sala)<br />
com’è che non ti vedo?<br />
Perché non mi vieni incontro?<br />
Eppure, sul tavolino<br />
c’è ancora il tuo orologio,<br />
fissato, con la sveglia,<br />
alle sette del mattino.</p>
<p>***<br />
Se esistesse uno spazio, un tempo rovesciato,<br />
il ribaltarsi della strada<br />
il selciato scuro del portone<br />
tutto sarebbe intatto, non toccato:</p>
<p>i due squilli, le tue calze e le marie col tè la mattina<br />
e la bimbona e la bimbina<br />
e la tua testa che spunta dalla prima finestra<br />
a sera, per controllare<br />
se vedi Barbara venire dal mare&#8230;</p>
<p>se non fosse così meschina la materia<br />
quanto rideremmo ancora, dei mie calzoni troppo larghi,<br />
di qualche cretinata da filo d’aggento. «Ecco, oh, ora sì» assentivi convinta<br />
dopo un po’ di tempo. E, mentre parlavi, sistemavi un pupazzetto<br />
sul ripiano, dicendo, piano, quel che ancora sento&#8230;</p>
<p>dio, nonna, come è straziante, parlarti da così lontano.</p>
<p>***<br />
Poi</p>
<p>Non so se ci sarà futuro.<br />
Lo cerco tra le pieghe dell’uovo<br />
la polvere sospesa sul terrazzo,<br />
l’ombra che taglia la figura intera.<br />
Sfoco, sfumo, zummo<br />
su di me<br />
inconsistente<br />
tanto quanto la tela che<br />
il ragno tesse<br />
fra le righe di ringhiera.</p>
<p>E che tolgo col dito,<br />
indifferente,<br />
solo per far pulito.</p>
<p><strong>Eleonora Pinzuti</strong> è dottore di ricerca in Italianistica dell’Università di Firenze e le sue pubblicazioni scientifiche spaziano da questioni ecdotiche fino al gender criticism e alla queer theory. Come poeta esordisce nel 2002 in Nodo sottile 3 (Crocetti), viene selezionata per la XI Biennale di Atene dei Giovani Artisti d’Europa e del Mediterraneo e i suoi testi sono stati pubblicati in riviste e miscellanee italiane e straniere (Zona, Perrone, Wizarts, ChainLinks, Semicerchio). Una sua silloge Games of society si può leggere in Pro/testo a cura di Luca Ariano e Luca Paci (Fara Editore, 2009) mentre il poemetto My Medusa è inserito in New Creative Work 2010-2011, Mosaici – St. Andrews Journal of Italian Poetry. Per informazioni sulla sua produzione scientifica e poetica www.eleonorapinzuti.info.</p>
<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/2011/10/30/nuovi-inquadernati-1/">Azzurra D&#8217;Agostino</a><br />
<a href="https://www.nazioneindiana.com/2011/11/06/nuovi-inquadernati-2/">Yari Bernasconi</a></p>
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		<title>EREDITA&#8217; CULTURALI</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2011/04/24/eredita-culturali/</link>
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		<dc:creator><![CDATA[franco buffoni]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 24 Apr 2011 01:51:04 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
		<category><![CDATA[incisioni]]></category>
		<category><![CDATA[indiani]]></category>
		<category><![CDATA[eleonora pinzuti]]></category>
		<category><![CDATA[flandrin]]></category>
		<category><![CDATA[Franco Buffoni]]></category>
		<category><![CDATA[gadda]]></category>
		<category><![CDATA[identità culturali]]></category>
		<category><![CDATA[Montale]]></category>
		<category><![CDATA[omogenitorialità]]></category>
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					<description><![CDATA[di FRANCO BUFFONI Non è poco chiedere di poter crescere senza sentirsi dei mostri. Che è ciò che è sempre accaduto agli omosessuali semplicemente perché le loro famiglie non li aspettavano. Non li aspettavano “così”. L’aspettativa di un figlio non dovrebbe dare per scontato in anticipo il suo orientamento sessuale. Un bambino di orientamento omo [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>di FRANCO BUFFONI<br />
Non è poco chiedere di poter crescere senza sentirsi dei mostri. Che è ciò che è sempre accaduto agli omosessuali semplicemente perché le loro famiglie non li aspettavano. Non li aspettavano “così”. L’aspettativa di un figlio non dovrebbe dare per scontato in anticipo il suo orientamento sessuale. Un bambino di orientamento omo non è mai atteso, non è mai nemmeno seriamente ipotizzato. E’ sempre poi solo una sgradita sorpresa.<br />
E se per i famigliari la sorpresa è sgradita, per il bambino oggetto dello “sgradimento” &#8211; mentre goffamente tenta di assomigliare al bambino e all’adolescente che i famigliari si attendevano &#8211; la sorpresa si trasforma nella consapevolezza di essere una creatura sbagliata, appunto: mostruosa.<br />
In paesi più avanzati del nostro, dove la maternità surrogata e l’adozione da parte di coppie omogenitoriali sono legali, si sono già verificati casi di giovani di sesso maschile con orientamento eterosessuale, figli di coppie omogenitoriali gay. I quali a scuola sono a contatto con giovani omosessuali figli di “normali” coppie eterosessuali. Il paradosso in questi casi è la cultura gay che permea inevitabilmente i primi, e il desiderio gay che invece invade i secondi. Vissute con intelligenza queste situazioni possono solo arricchire entrambi i soggetti e le loro famiglie.<br />
E’ dunque possibile parlare della trasmissione di una identità culturale omosessuale? Solitamente si dice che la cultura, di qualsiasi tipo, si trasmette di padre in figlio. I gay, che per definizione sono sterili, sono stati tuttavia in grado di trasmettere &#8211; per filiazione culturale &#8211; una cultura e una identità gay. Ma chi si è effettivamente preso cura &#8211; in passato &#8211; del passaggio dei saperi da una generazione all’altra di omosessuali?<span id="more-38519"></span><br />
Quanto spreco! Quanti sforzi compiuti in segreto! Come osserva Flandrin, “c’è qualcosa di illogico nello scrutare con tanta attenzione il passato individuale delle persone sottoposte alla cura psicoanalitica, e tanto poco il loro passato collettivo. O almeno ciò che di esso sopravvive nella nostra cultura”. Ci sono milioni di individui figli e nipoti di persone omosessuali. Solo che si tratta di omosessuali velati e dunque attenti a non trasmettere ai figli la cultura omosessuale vissuta in clandestinità.<br />
La storia non si eredita, si impara, la si costruisce. E questo, per gli omosessuali, significa risalire nel tempo fino agli arrusi siciliani, ai ricchioni napoletani, alle checche milanesi. Indietro, indietro attraverso i versi barocchi, i quadri del Rinascimento, il Brunetto dantesco, indietro a Orazio e Catullo, al cinedo della Grecia classica immortalato nella produzione vascolare, agli affreschi etruschi, ai bassorilievi persiani…<br />
Purtroppo non si hanno le testimonianze degli operai gay, dei fattorini gay, ma solo degli scrittori gay: o almeno di quel poco che hanno lasciato: l’omofobo Gadda (1), per esempio, distrusse tutto ciò che riguardava la sua sfera privata; Palazzeschi, pure. Così si rimane senza le testimonianze del popolo perché non sa scrivere (a meno che non vada sotto processo, e allora sono visite mediche militari, referti da compulsare, verbali di polizia). E senza gran parte delle testimonianze degli scrittori, che decisero di “preservare” la propria immagine.<br />
E’ poi abbastanza paradossale che sia solo sulle testimonianze letterarie degli intellettuali che si basi la storia di una cultura omosessuale, di una identità gay. Gli intellettuali sono portati a una visione soggettiva e individualistica. Certo, sono gli unici che scrivono. Eppure, quanta “intelligenza” omosessuale c’è sempre stata nel popolo&#8230; e nulla o ben poco è stato registrato! Che spreco!<br />
Si pensi all’uso distorto del latino e del greco che per decenni è stato fatto nei nostri licei! Ridurre a tormentanti sintassi due materie che avrebbero potuto essere il godimento per gli adolescenti gay e non solo! Ma ci rendiamo conto che &#8211; quando l’università italiana si deciderà ad aprire ai Gender Studies – dovremo riscrivere interi capitoli di storia della letteratura? Di fatto, la cultura omosessuale è stata colpita proprio e soprattutto nella sua replicazione culturale, privando i ricercatori &#8211; come afferma Eleonora Pinzuti &#8211; della possibilità stessa di compiere ricerche finanziate in aree considerate “troppo sensibili” per quel “neutro eterosessuale” a cui tanta accademia ancora indulge. Neutro eterosessuale che accomuna Leopardi e Pascoli, Pavese e Montale, e magari &#8211; vista l’insistenza dei ciellini – persino Rebora e Tondelli.<br />
Occorre lottare perché sparisca il terrore della diversità; perché ogni adolescente possa di volta in volta scegliersi il fidanzato o la fidanzata liberamente. Mi viene in mente quella famosa conversazione degli anni sessanta, riportata da John Osborne, con Noel Coward, allorché l’anziano commediagrafo chiese all’allora giovane Osborne “quanto sei gay?”, e Osborne senza scomporsi rispose “al trenta per cento”. Al che Coward replicò: “Io al novanta”.<br />
Occorre scrivere una storia dell’omosessualità in Italia che comparatisticamente sappia prendere in esame aspetti di ordine giuridico, politico, istituzionale, letterario, culturale e medico; in grado non solo di rendere coscienti gli omosessuali del loro passato e della loro cultura, ma anche di risvegliare i bisessuali, di stanarli.<br />
Considerando che oggi, con la maternità surrogata, chiunque può diventare padre o madre, forse si può persino concordare &#8211; come avvio di una riflessione seria &#8211; sulla necessità del superamento della distinzione tra una eterosessualità più legata alla natura, e una omosessualità più legata alla cultura.<br />
Gli studi transculturali e postcoloniali, come quelli sull’economia globale e sulla diaspora, aiutano a leggere il mondo e la storia in modo diverso, per esempio attraverso lo sguardo di chi è sempre stato in posizione subordinata, di chi è stato colonizzato. Questo è un primo sforzo che si deve compiere a scuola per educare i giovani a rispettare e ad accogliere le diversità. Una delle mie più radicate convinzioni, per esempio, è che – accogliendo veramente in sé gli immigrati – la nostra società guadagnerebbe in comprensione di se stessa certamente più di quanto perderebbe in omogeneità.</p>
<p>(1) Esemplare il caso del premio di poesia “Le Grazie”, promosso a Firenze nel 1948 da Piero Santi, che si concluse con un ex-aequo tra Margherita Guidacci e Sandro Penna. Contro Penna, vincitore designato da Santi e dal resto della giuria &#8211; si scatenò infatti la furia di Gadda. Che sostenne a spada tratta la superiorità di Guidacci (della quale ovviamente gli importava meno di zero) purché non passasse la tenue, geniale, purissima voce di “Pennino”. Il quale, per altro, veniva da un&#8217;altra pesantissima censura messa in atto contro di lui dall’”amico” Montale. La solerzia montaliana nell&#8217;invocare la censura del regime fascista per giustificare la mancata pubblicazione dei testi di Penna, era infatti preventiva. Montale non presentava nemmeno quei testi per la pubblicazione a “Campo di Marte” o a “Solaria”: li teneva nel cassetto, e basta. Come uomo pubblico non desiderava assolutamente che il suo nome fosse in qualche modo collegato a quei versi (per non dire del tentativo di impedire a Saba di venirne in possesso). Solo in privato, da giovane, Montale aveva scambiato con Penna qualche confidenza sul suo intimo sentire.</p>
<p>(Come anticipato nel post “Omosessualità e letteratura” del 20 marzo scorso, nei giorni 17 e 18 si è tenne a Firenze il convegno “L’arte del desiderio. Omosessualità, letteratura, differenza”, organizzato dall’Istituto di Scienze Umane e dalla Provincia di Firenze, e presieduto da Nadia Fusini, Valeria Gennero e Gian Pietro Leonardi. In quella occasione presentai una relazione dal titolo “I diritti civili come scelta di vita e di scrittura” articolata in cinque parti: 1 L’aggettivazione tematica, 2 Genealogie, 3 Scelte di libertà, 4 Differenze allo specchio, 5 Eredità culturali.<br />
Presento oggi l&#8217;ultima parte. Nelle scorse quattro domeniche sono apparse le altre quattro parti.)</p>
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		<item>
		<title>Dentro il lavoro. Alfabeta2 e Senza scrittori a Pistoia promosso dall&#8217;associazione Palomar.</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2010/09/15/dentro-il-lavoro-alfabeta2-e-senza-scrittori-a-pistoia-promosso-dalla-neonata-associazione-palomar/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[francesca matteoni]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 15 Sep 2010 11:30:32 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[mosse]]></category>
		<category><![CDATA[territorio]]></category>
		<category><![CDATA[vasicomunicanti]]></category>
		<category><![CDATA[alfabeta2]]></category>
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		<category><![CDATA[vincenzo valori]]></category>
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					<description><![CDATA[Venerdì 17 settembre Centro Marino Marini, Palazzo del Tau Corso Silvano Fedi, Pistoia Ore 17.30 incontro LAVORO, CONOSCENZA, DIRITTI a partire dalla presentazione della rivista alfabeta 2 Ne parlano: Andrea Cortellessa, redattore della rivista, critico letterario Eleonora Pinzuti, ricercatrice di Italianistica e Gender Studies Elizabetta Epifori, direttore del Polo Tecnologico di Navacchio (PI) Vincenzo Valori, [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/09/Palomar-logo-RGB.jpg"><img loading="lazy" class="alignleft size-medium wp-image-36643" title="Palomar logoCMYK" src="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/09/Palomar-logo-RGB-258x300.jpg" alt="" width="168" height="210" /></a> <strong>Venerdì 17 settembre</strong><br />
Centro Marino Marini,<br />
Palazzo del Tau<br />
Corso Silvano Fedi, Pistoia</p>
<p><strong>Ore 17.30 </strong>incontro<br />
<strong>LAVORO, CONOSCENZA, DIRITTI</strong><br />
a partire dalla presentazione della rivista <a href="http://www.alfabeta2.it"><strong>alfabeta 2</strong></a></p>
<p>Ne parlano:<br />
<strong>Andrea Cortellessa</strong>, redattore della rivista, critico letterario<br />
<strong>Eleonora Pinzuti</strong>, ricercatrice di Italianistica e Gender Studies<br />
<strong>Elizabetta Epifori</strong>, direttore del Polo Tecnologico di Navacchio (PI)<br />
<strong>Vincenzo Valori</strong>, docente di Matematica Università di Firenze, (associazione Palomar)</p>
<p><strong>Ore 21.30</strong> proiezione<br />
<strong>SENZA SCRITTORI</strong><br />
documentario sul mondo dell&#8217;editoria italiana, di A.Cortellessa, L. Archibugi</p>
<p>Ne parlano:<br />
<strong>Andrea Cortellessa</strong>, autore del video, critico letterario,<br />
<strong>Giacomo Trinci</strong>, poeta e traduttore, redattore della rivista Pioggia Obliqua<br />
<strong>Francesca Matteoni</strong>, poetessa, (associazione Palomar)</p>
<p>Organizzazione a cura dell&#8217;associazione <strong>Palomar</strong>, Via Mazzini 28, Pistoia</p>
<p><strong><a href="https://www.nazioneindiana.com/wp-content/2010/09/Locandina-dentro-il-lavoro-1.pdf">Locandina -dentro il lavoro-</a><span id="more-36639"></span></strong></p>
<p>*********************************<br />
<strong>PALOMAR<br />
o del sogno di edificare Lalage</strong></p>
<blockquote><p>“Forse stiamo avvicinandoci a un momento di crisi della vita urbana, e <em>Le città invisibili </em>sono un sogno che nasce dal cuore delle città invivibili”<br />
I. Calvino, Le città invisibili, Presentazione</p>
<p>“E&#8217; il suo stesso peso che sta schiacciando l&#8217;impero, pensa Kublai, e nei suoi sogni ora appaiono città leggere come aquiloni, città traforate come pizzi, città trasparenti come zanzariere, città nervatura di foglia, città linea della mano, città filigrana da vedere attraverso il loro opaco e fittizio spessore.<br />
&#8211; Ti racconterò cosa ho sognato stanotte, &#8211; dice Marco. &#8211; In mezzo a una terra piatta e gialla, cosparsa di meteoriti e massi erratici, vedevo di lontano elevarsi le guglie d&#8217;una città dai pinnacoli sottili, fatti in modo che la Luna nel suo viaggio possa posarsi ora sull&#8217;uno ora sull&#8217;altro, o dondolare appesa ai cavi delle gru.<br />
E Polo: &#8211; La città che hai sognato è Lalage. Questi inviti alla sosta nel cielo notturno i suoi abitanti disposero perchè la Luna conceda a ogni cosa nella città di crescere e ricrescere senza fine.<br />
&#8211; C&#8217;è qualcosa che tu non sai, &#8211; aggiunse il Kan. &#8211; Riconoscente la Luna ha dato alla città di Lalage un privilegio più raro: crescere in leggerezza.”<br />
I. Calvino, Le città invisibili</p></blockquote>
<p><strong><em>Se Lalage è l’obiettivo, Palomar è lo strumento, il punto di vista, la strada che abbiamo deciso di percorrere.</em></strong></p>
<p>“Il signor Palomar, forse perché porta lo stesso nome di un famoso osservatorio, gode di qualche amicizia tra gli astronomi, e gli viene concesso d’avvicinare il naso all’oculare d’un telescopio da 15 cm., cioè piuttosto piccolo per la ricerca scientifica, ma che, paragonato ai suoi occhiali, fa già una bella differenza.”</p>
<p>GLI STRUMENTI DI CUI DISPONIAMO OGGI NON BASTANO. NE SERVONO DI NUOVI, PIU&#8217; PRECISI E POTENTI. QUELLI POSSIBILI.</p>
<p>“Quando c’è una bella notte stellata, il signor Palomar dice: &#8211; Devo andare a guardare le stelle -. Dice proprio : &#8211; Devo, &#8211; perché odia gli sprechi e pensa che non sia giusto sprecare tutta quella quantità di stelle che gli viene messa a disposizione.”</p>
<p>PALOMAR APPREZZA SU TUTTO LA SOBRIETÀ ED È PER UN NUOVO MODELLO DI SVILUPPO, UN EQUILIBRATO E RISPETTOSO RAPPORTO TRA GLI ESSERI UMANI, GLI ALTRI ESSERI VIVENTI E LA NATURA. LO SENTE COME UN DOVERE.</p>
<p>“I nomi delle stelle per noi orfani d’ogni mitologia sembrano incongrui e arbitrari; eppure mai potresti considerarli intercambiabili. Quando il nome che il signor Palomar ha trovato è quello giusto, se ne accorge subito, perché esso dà alla stella una necessità e un’evidenza che prima non aveva; se invece è un nome sbagliato, la stella lo perde dopo pochi secondi, come scrollandoselo di dosso, e non si sa più dov’era e chi era.”</p>
<p>LE PAROLE SONO IMPORTANTI. BISOGNA SEMPRE CHIAMARE LE COSE CON IL LORO NOME. SBAGLIARE I NOMI SIGNIFICA SMARRIRSI.</p>
<p>“Così ragionano gli uccelli, o almeno così ragiona, immaginandosi uccello, il signor Palomar. ‘Solo dopo aver conosciuto la superficie delle cose, &#8211; conclude, &#8211; ci si può spingere a cercare quel che c’è sotto. Ma la superficie delle cose è inesauribile’.”</p>
<p>PALOMAR NON AMA L&#8217;OSCURITÀ E PENSA CHE MISURARE L&#8217;EVIDENZA DELLA REALTÀ PER COM&#8217;È, E MISURARCISI, SIA IL SUO PRIMO COMPITO. PALOMAR PENSA CHE DA TROPPO TEMPO, PER LA SINISTRA, “SOTTO IL LAMPIONE NON C&#8217;E&#8217; LUCE&#8217;.</p>
<p>“Cosa vede? Vede la  specie umana nell’era dei grandi numeri che s’estende in una folla livellata ma pur sempre fatta d’individualità distinte come questo mare di granelli di sabbia che sommerge la superficie del mondo … Vede il mondo ciononostante continuare a mostrare i dorsi di macigno della sua natura indifferente al destino dell’umanità, la sua dura sostanza irriducibile all’assimilazione umana.”</p>
<p>PALOMAR SA CHE PER L&#8217;ESSENZIALE GLI INDIVIDUI NON SONO OMOLOGABILI E  IL MONDO NON È MANIPOLABILE INDEFINITAMENTE DAGLI UMANI.</p>
<p>“Il signor Palomar pensa che ogni traduzione richiede un’altra traduzione e così via. […] Eppure sa che non potrebbe mai soffocare in sé il bisogno di tradurre, di passare da un linguaggio all’altro, da figure concrete a parole astratte, da simboli astratti a esperienze concrete, di tessere e ritessere una rete d’analogie. Non interpretare è impossibile, come è impossibile trattenersi dal pensare.”</p>
<p>INTERPRETARE IL MONDO GLI È INDISPENSABILE, PERCHÉ PENSARE È NECESSARIO.</p>
<p>“In un’epoca e in un paese in cui tutti si fanno in quattro per proclamare opinioni o giudizi, il signor Palomar ha preso l’abitudine di mordersi la lingua tre volte prima di fare qualsiasi affermazione. Se al terzo morso di lingua è ancora convinto della cosa che stava per dire, la dice; se no sta zitto.”</p>
<p>PALOMAR DEPRECA IL VANILOQUIO E LA SOCIETÀ DELLO SPETTACOLO CHE RIDUCE LA REALTÀ A CHIACCHIERICCIO INSIGNIFICANTE.</p>
<p>“In tempi di generale silenzio, il conformarsi al tacere dei più è certo colpevole. In tempi in cui tutti dicono troppo, l’importante non è tanto dire la cosa giusta, che comunque si perderebbe nell’inondazione di parole, quanto il dirla partendo da premesse e implicando conseguenze che diano alla cosa detta il massimo valore.”</p>
<p>PALOMAR AMA LA COERENZA TRA QUELLO CHE SI DICE E QUELLO CHE SI FA E PENSA EVANGELICAMENTE CHE GLI ALBERI SI RICONOSCONO DAI FRUTTI.</p>
<p>“Il signor Palomar si limita a rimuginare tra sé sulle difficoltà di parlare ai giovani. Pensa: &#8216;La difficoltà viene dal fatto che tra noi e loro c&#8217;è un fosso incolmabile. Qualcosa è successo tra la nostra generazione e la loro, una continuità d&#8217;esperienze si è spezzata: non abbiamo più punti di riferimento in comune&#8217;.”</p>
<p>PALOMAR AVVERTE CHE DOVERE  DI OGNI SINCERO DEMOCRATICO È TORNARE A PARLARE UN LINGUAGGIO COMPRENSIBILE DAI PIU&#8217; GIOVANI.</p>
<p>“Ma se per un istante egli smetteva di fissare l&#8217;armoniosa figura geometrica disegnata nel cielo dei modelli ideali, gli saltava agli occhi un paesaggio umano in cui le mostruosità e i disastri non erano affatto spariti e le linee del disegno apparivano deformate e contorte.”</p>
<p>PALOMAR PENSA CHE IL CROLLO DELLE IDEOLOGIE NOVECENTESCHE NON HA RESO MIGLIORE IL MONDO.</p>
<p>“Egli si limitava a immaginare un giusto uso di giusti modelli per colmare l&#8217;abisso che vedeva spalancarsi sempre di più tra la realtà e i principi. [&#8230;] Di queste cose s&#8217;occupano abitualmente persone molto diverse da lui, che ne giudicano la funzionalità secondo altri criteri: come strumenti di potere, soprattutto, più che secondo i principi o le conseguenze nella vita della gente.”</p>
<p>PALOMAR PENSA CHE IL CROLLO DELLE IDEOLOGIE HA PRODOTTO, TRA GLI EFFETTI COLLATERALI, UN CETO POLITICO DEDITO SOLO ALL&#8217;AMMINISTRAZIONE DELL&#8217;ESISTENTE, ED ALLA GESTIONE DEL POTERE.</p>
<p>“Palomar che dai poteri e contropoteri si aspetta sempre il peggio, ha finito per convincersi che ciò che conta veramente è ciò che avviene <em>nonostante</em> loro: la forma che la società va prendendo lentamente, silenziosamente, anonimamente, nelle abitudini, nel modo di pensare e di fare, nella scala dei valori. Se le cose stanno così, il modello dei modelli vagheggiato da Palomar dovrà servire a ottenere dei modelli trasparenti, diafani, sottili come ragnatele; magari addirittura a dissolvere i modelli, anzi a dissolversi.”</p>
<p>PALOMAR PENSA CHE IL CROLLO DELLE IDEOLOGIE NON SIGNIFICA LA FINE DELLE  IDEE E DEGLI IDEALI. PALOMAR È PER DARE VALORE ALLA VITA DELLE PERSONE SEMPLICI CHE HANNO VALORI. PALOMAR È LAICO E SOSTIENE LA NECESSITÀ DELLA TRASPARENZA.</p>
<p><em>“E Polo: &#8211; L’inferno dei viventi non è qualcosa che sarà; se ce n’è uno, è quello che è già qui, l’inferno che abitiamo tutti i giorni, che formiamo stando insieme. Due modi ci sono per non soffrirne. Il primo riesce facile a molti: accettare l’inferno e diventarne parte fino al punto di non vederlo più. Il secondo è rischioso ed esige attenzione e apprendimento continui: cercare e saper riconoscere chi e che cosa, in mezzo all’inferno, non è inferno, e farlo durare, e dargli spazio.”</em></p>
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		<title>Festa della poesia a Firenze</title>
		<link>https://www.nazioneindiana.com/2010/03/18/festa-della-poesia-a-firenze/</link>
		
		<dc:creator><![CDATA[francesca matteoni]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 18 Mar 2010 11:10:56 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[carte]]></category>
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					<description><![CDATA[19 e 20 MARZO Biblioteca delle Oblate Via dell’Oriuolo 26 FESTA DELLA POESIA organizzata da laboratorio nuova buonarroti&#8211; firenze poesia in collaborazione con la rivista SEMICERCHIO e con la Direzione della Biblioteca VENERDÌ 19 MARZO, ore 21, Sala Contemporanea (1° piano) Presentazione dell’ultimo libro di poesie di Franco Buffoni, Roma (Guanda 2009). Intervengono Cecilia Bello [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><img loading="lazy" alt="" src="http://farm5.static.flickr.com/4056/4414523481_1aee442f43_o.jpg" class="alignleft" width="130" height="225" /><strong>19 e 20 MARZO<br />
<a href="http://www.bibliotecadelleoblate.it/">Biblioteca delle Oblate </a><br />
Via dell’Oriuolo 26 </strong></p>
<p><strong>FESTA DELLA POESIA</strong></p>
<p>organizzata da<br />
<a href="http://associazioni.comune.firenze.it/labbuon/home.html"><strong>laboratorio nuova buonarroti</strong>&#8211; <em><strong>firenze poesia</strong></em></a></p>
<p>in collaborazione con la rivista <a href="http://www.unisi.it/semicerchio/"><strong>SEMICERCHIO</strong></a></p>
<p>e con la <strong>Direzione della Biblioteca </strong><br />
<span id="more-31955"></span></p>
<p><strong>VENERDÌ 19 MARZO</strong>, ore 21, Sala Contemporanea (1° piano)</p>
<p>       Presentazione dell’ultimo libro di poesie di <strong>Franco Buffoni</strong>, <em><strong>Roma</strong></em> (Guanda 2009). Intervengono <strong>Cecilia Bello Minciacchi </strong>e <strong>Franco Buffoni</strong>.</p>
<p>       Coordina <strong>Vittorio Biagini</strong></p>
<p><strong>SABATO 20 MARZO: NODO SOTTILE TIENE.  FESTA DELLA POESIA GIOVANE</strong> </p>
<p>ore 17, Sala piano terra</p>
<p>     &#8211; Presentazione del libro di <strong>Paolo Maccari</strong>, <strong><em>Fuoco amico </em></strong> (Passigli, Firenze, 2009)<br />
     &#8211; Presentazione del libro di <strong>Michele Porsia</strong>, <strong><em>Sintomi di alofilia </em></strong> (Perrone, Roma, 2009)<br />
     &#8211; Presentazione del <strong><em>Decimo quaderno di poesia italiana</em></strong>, a cura di Franco Buffoni (Marcos y Marcos, Milano, 2000) con testi di <strong>Corrado Benigni, Andrea Breda Minello, Francesca Matteoni, Luigi Nacci,<br />
Gilda Policastro, Laura Pugno </strong>e <strong>Italo Testa</strong>.</p>
<p>       Interverranno, oltre agli autori, <strong>Cecilia Bello Minciacchi, Elisa Biagini, Franco Buffoni, Riccardo  Donati, Stefano Giovannuzzi</strong> e <strong>Niccolò Scaffai</strong>. </p>
<p>       Coordina <strong>Andrea Sirotti</strong></p>
<p>ore 21, Sala piano terra: <strong>READING DI POESIA GIOVANE</strong></p>
<p>con la partecipazione dei poeti <strong>Corrado Benigni, Andrea Breda Minello, Caterina Bigazzi, Marta Cantalamessa, Rino Cavasino, Giulia Chiacchella, Tommaso Lisa, Paolo Maccari, Franca Mancinelli, Francesca Matteoni, Luigi Nacci,<br />
Eleonora Pinzuti, Gilda Policastro, Michele Porsia, Italo Testa, Novella Torre</strong></p>
<p><em> Immagine: Rosemarie Trockel, Living Means Not Good Enough</em></p>
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		<title>Reading di poesia per Renée Vivien</title>
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		<dc:creator><![CDATA[francesca matteoni]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 17 Dec 2009 17:06:21 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[18 dicembre 2009 ore 21 presso Ireos Via De’ Serragli 3 – Firenze Queer/mmage per Renée Vivien (1909-2009) Reading poetico con drink Introduzione di Eleonora Pinzuti Letture dall’opera di Renée Vivien di Sara Di Giacomo e Angela Soldani Testi poetici di Luca Baldoni, Marco Simonelli, Silvia Pagnoncelli Eleonora Pinzuti Renée Vivien (1877-1909) è stata a [&#8230;]]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p><img loading="lazy" alt="" src="http://farm3.static.flickr.com/2688/4192256821_c3d8c4ce7b.jpg" class="alignnull" width="380" height="278" /><strong> </strong><strong></p>
<p>18 dicembre 2009 ore 21</strong><br />
presso <a href="http://www.ireos.org/blog/"><strong>Ireos</strong></a> Via De’ Serragli 3 – Firenze</p>
<p><strong>Queer/mmage per Renée Vivien (1909-2009)<br />
Reading poetico con drink</strong><br />
<span id="more-27719"></span><br />
Introduzione di <strong>Eleonora Pinzuti</strong></p>
<p>Letture dall’opera di <strong>Renée Vivien </strong>di <strong>Sara Di Giacomo </strong>e <strong>Angela Soldani</strong></p>
<p>Testi poetici di <strong>Luca Baldoni, Marco Simonelli, Silvia Pagnoncelli Eleonora Pinzuti </strong></p>
<p><em>Renée Vivien (1877-1909) è stata a lungo definita un “mito extra-letterario”.  In realtà la poesia di Pauline Mary Tarn fa del mito e della mitografia la sua cifra essenziale. Influenzata da Dante (tanto da usare il verso del XXX del Purgatorio come titolo del suo romanzo Une femme m’apparut), da Baudelaiere, da Keats, da Swinburne, Renée Vivien produrrà versi fortemente intrisi di un certo decadentismo e “maledettismo”: la passione amorosa per e fra donne sarà per la poetessa la sintassi stessa di una tanatologia che vede nel desiderio  la perdita  della propria soggettività e la ri-flessione del sé. Formalmente perfetta, la poesia di Renée Vivien è anche la traduzione di una tematica, quella cosiddetta “saffica”, che curiosamente nasce nell’alveo della letteratura e a quella torna, per consegnare al novecento la prima grammatologia di un desiderio che iniziava allora a dire il proprio nome. </em> (Eleonora Pinzuti)</p>
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