NUOVI INQUADERNATI 1.

AZZURRA D’AGOSTINO

Questo inverno indifendibile
questo lungo inverno e chi lo abita
si confondono nel niente della neve
o sui segni che il tronco della betulla
mostra nella luce più corta dell’anno.

È l’estrema notte, l’aspra notte impronunciabile
impigliata nei ricami del gelo che decifriamo
a stento. Il sambuco e l’agrifoglio, vedili, come sfondano
di verde il vetro della nebbia il segreto del sopportare
anzi: del portare l’austerità del freddo a linfe morbide
trasformando quel poco d’alba in frutti carnosi.

Quanta sete tra i nostri simili, che lunga malattia
ci affligge – questo è chiaro nel vedere come sta
composta la zolla riversa, il passero arruffato annodato
al ramo spoglio, il vaglio delle ore che fa il gatto alla finestra.

*

Come molto più grande sembra la montagna
con l’accenno di neve che appena, sulle coste,
la rivela. Uno scoglio immenso solo di poco
invecchiato, un broglio di nuvole intorno, l’inverno
che scivola nel buco della bocca fino al cuore
ma non lo gela. Non si è al sicuro lo stesso qui
da noi, anche se resta casa la casa e albero l’albero
anche se distinguiamo ancora i confini delle cose
il secco delle rose dal ginepro aspro e dal fango.
A pensarci, niente è un sollievo: non lo è il bianco
né la luce, né il cielo che rispunta chiaro e poi s’allunga.
Quanta bellezza in questo silenzio, che solitudine
immensa nella distanza, nella remotissima presenza
che fa di noi un altro qualunque e non lo consola.

*

Si sposta l’ombra che dev’esserci di luna che l’albero torto sembra
che la insegua mentre di notte sento le ghiande
cadere sul tetto di lamiera quasi uno sgocciolare
dei suoi pensieri, un lasciarsi andare nel mondo così
in un silenzio che non lo sente nessuno ed è bello
credere di entrare io nel buio della sua solitudine
o lui nel segreto della mia, tre rimbalzi e via,
dall’albero il frutto è in terra passando per le pieghe
del mio orecchio fino al cuore, essere in due
e sapersi come uno, il volo breve che parla di stagioni,
tempi, conoscere il seccarsi nell’umido della linfa,
l’indovinare il destino, essere vivi quando essere vivi
è capirsi.

 

*

L’Appennino e la primavera

Ora che ha smesso di piovere
anche noi siamo soli. Il temporale
lascia resti potenti: frane, piene,
alberi divelti, crolli, fango, gemme.
Ha sede nel sistema nervoso centrale,
dicono, l’odore dei boschi e le rondini
così distinguono la salsedine dai pini
dalle polveri africane. Diecimila chilometri
per tornare qui, ancora, gruppi piccoli
su cui buttare uno sguardo distratto.
Più sotto si inciampa in qualche albero
in fiore, in animali che alla luce dei fari
pestano cogli zoccoli l’asfalto solo un salto
e via, risucchiati da campi che sappiamo
appena misurare. Aironi che vanno o restano,
e anche i pesci che muoiono o vivono, istrici,
lupi, le malattie delle querce, delle api.
Dall’altra valle un cane abbaia
la nebbia scopre i sassi, un grumo di case
un campanile, una curva, un’erba rampicante
una goccia sulle foglie che scivola e poi cade.

*

Sta per arrivare la stagione dei canti notturni.
Di là, dietro, c’è un pino dove si nascondono gli uccelli
e nel buio costruiscono cattedrali nell’aria. Quasi
non lo si crede vero. Avevamo anche pensato cose
irreali, l’idea dei nemici, una rivolta confusa, astratta.
Uniformi che non conosciamo, parole d’ordine
irrequiete, calcoli. Ma questo non ci riguarda davvero.
La foglia descrive l’aria, un peso enorme che leggi
spiegano con esattezza. L’aria parla del buio
dove sta la radice, un nero di terra che fa con la luce
boschi, spianate d’ossigeno che crediamo per noi.
Sempre amavamo l’idea di avere tutto. Di saperlo.
Ma sulla terra frana un cielo di polveri, i dispersi
non li amiamo per davvero, ci punge la colpa, ma solo
davanti al cane che ci chiama, a volte, ci pieghiamo.

 

*

Lago di Suviana

Una passeggiata poco prima di buio, fiori che non si sfanno
nella pineta scricchiolante e un bacino
d’acqua scura dove tremola il doppio del mondo.
Nei tuffi del cane, nei bastoni levati per gioco,
gente coi piedi a bagno, pescatori,
un ragazzino nel silenzio delle fronde.
Così è questo, l’altro volto del male
un tempo breve, un sollievo elementare.

*

Nota

Azzurra D’Agostino ha pubblicato le raccolte poetiche D’in nci’un là (I Quaderni del Battello Ebbro, 2003), Con ordine (Lietocolle, 2005); D’aria sottile (Transeuropa, 2011). Suoi racconti e interventi critici sono stati pubblicati su varie riviste e antologie (tra cui Nuovi Argomenti vol. 51 – Mondadori, Almanacco dello specchio 2009 – Mondadori, Bloggirls – Mondadori, Best off 2006 – minimum fax e In un gorgo di fedeltà, interviste a venti poeti italiani- Il ponte del sale). È giornalista pubblicista e scrive per il teatro.

21 Commenti

  1. E’ un piacere conoscere questi versi. Questa piccola antologia è davvero “un volo breve che parla di stagioni”….e che aspettiamo di leggere sulla carta, caduti nelle pagine.

  2. l’ho letta ad alta voce, perchè necessitava questo a mio modesto avviso, e hai spaccato, o meglio, perchè è meglio, abbiamo spaccato! :-) Lettore e poeta si amalgamano bene e qualcosa l’ho anche imparato dal tuo stile. Quindi Grazie.

  3. Delle poesie di Azzurra mi piace il racconto di ciò che è piccolo, la centralità che acquista ciò che di solito sembra comporre lo sfondo e poi il suono dei versi, ovattato come quello che fanno le cose quando c’è neve.
    Grazie.

  4. Più che la linea retta, evolutiva, mi ha interessato la circolarità presente in questa manciata di testi e relativa al buio, all’ombra, all’estrema notte. La necessità e ineludibilità di questa presenza all’interno di un territorio altrettanto ciclico qual è quello delle stagioni, affermata senza accentuare il versante tragico, ma proprio come “cosa naturale” (e anche come “altro volto del male”). E questa “naturalità”, trasportata da una versificazione molto controllata, quasi ghiacciata (a sua volta quindi a-naturale?), la trovo di una precisione estrema.

  5. Ciao Azzurra, io -lo sai- sono un fan del cappotto! In questa nuova compagine ci saranno anche alcuni testi in dialetto? Quando le hai scritte? Qui è scattata piena identificazione col gatto alla finestra! xxx M.

  6. Una vera scoperta per me che non conoscevo i tuoi testi. Intensi e ritmicamente coinvolgenti. “Ma sulla terra frana un cielo di polveri, i dispersi
    non li amiamo per davvero, ci punge la colpa, ma solo
    davanti al cane che ci chiama, a volte, ci pieghiamo”.
    Questi versi li sento vicini.
    Complimenti davvero.

  7. Come sono rare, le poesie che sono poesie e non parole messe a forma di poesia.

    Delle poesie qui c’è la densità, l’imprendibilità, la ragione e la necessità di non essere scritte, di non poter essere scritte, che così.

    Un saluto,
    Antonio Coda

  8. mi interessa il silenzio e la terra. il tempo breve che diventa lungo. il sollievo elementare di un passo che aggroviglia l’altro, magari in salita. magari poesia. ancora.

  9. “A pensarci, niente è un sollievo: non lo è il bianco
    né la luce, né il cielo che rispunta chiaro e poi s’allunga.”

    Cara Azzurra,
    come hai digerito Leopardi, Dal Bianco, Cappello, Benedetti e la stessa Anna Maria Carpi! Talmente belle, così nuovi certi scarti minimi anche al livello delle preposizioni, così coinvolgente quanto “accade” nei tuoi versi che l’unico commento per me ammissibile è un recente distico di Stefano Dal Bianco:

    “Niente di ciò che sta accadendo
    sollecita un commento.”

    Mi interessa molto anche l’apertura al cervello e al sistema nervoso, esplicita o implicita che sia.

    Grazie e un caro saluto a tutti,
    Alberto

  10. “Ma sulla terra frana un cielo di polveri, i dispersi / non li amiamo per davvero, ci punge la colpa, ma solo / davanti al cane che ci chiama, a volte, ci pieghiamo.”

    Versi densi, incalzanti e – mi pare – determinati. Davvero un bel gruppo di poesie.

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Franco Buffoni ha pubblicato raccolte di poesia per Guanda, Mondadori e Donzelli. Per Mondadori ha tradotto Poeti romantici inglesi (2005). L’ultimo suo romanzo è Zamel (Marcos y Marcos 2009). Sito personale: www.francobuffoni.it