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NUOVI INQUADERNATI 4.

MARIAGIORGIA ULBAR

Sarai anche tu un invitato
al “funeral blues” che non ti aspetti
per le volte, tutte, in cui hai scosso
la testa per non essere coinvolto.
Verranno a battere i gabbiani lunghi
le loro ali anche lontano
dai luoghi di mare che sappiamo,
sulle paludi batteranno, sulle foreste
su ogni città cadente che hai tracciato
con una mano sbagliata su una carta.
Tutti presenti, tu, io e chi ha visto
e non parlato. Un suono cadenzato,
una strada bianca, neri vestiti
un bruciare, chissà se di fuoco o di sole;
il giorno successivo sarà questo
che della morte piccola sapremo.
*
Saranno stati quei tempi diversi
della nostra memoria a inchiodarci
in due zone d’ombra lontane tra loro.
Perché forse tu venivi dai tempi
dei bambini che cadevano nei buchi
della terra davanti a un mondo d’occhi
e io da quelli degli asfalti esplosi.
Di fatto mai il sole seppe compiere
l’arco giusto per allungare quelle ombre
e renderle per poco sovrapposte.
*

Molti anni fa devi aver preso
il mezzo sbagliato per viaggiare.
Voglio dire magari un treno
per solcare le acque isolane
o una nave per passare
su una piana di cactus e di pietre;
una bici per salire le pendici
di monti di granito o di calcare
un aereo per scendere nei pozzi
in cui si abbeverano radici.

Anch’io non so mai scegliere
mettere insieme scopi e mezzi,
lungo le mappe allora andremo a piedi
o con gli occhi pestando sui colori,
sulle linee, sulle macchie
dal mare di Amundsen al mare di Laptev
sapremo almeno così di avere piedi
pezzi di carne dritti e strani
e bauli di carte geografiche, pieni.
*
Conosco un uomo io che non disturba
il mio pensiero solo a notte fonda,
perché ha anche lui una testa tonda
che rotola ma non poggia e neanche pesa
su un giorno d’aria tesa o sull’angoscia
di chi sempre corre, sempre scappa
davanti a un’ombra, che è la sua, che l’insegue.

E’ un uomo che si incontra nel minuto
di una svolta,
poggiato con la schiena a una colonna,
che porta negli occhiali il tempo grande
dei libri, delle pietre, delle piante,
che mangia miele così come mangia chiodi
tutto ammanta col suo numero
molto alto di parole ma poi sbuca
nei punti sempre che non fanno suono
ma caldo o bagnato o luce
o odore di nostalgia
essere dove è lui e non ci sono.
*
Sventola una bandiera laggiù o forse
un paio di mutande bianche vecchie
che asciugano al vento di maggio.
Dunque c’è qualcuno, c’è un villaggio
ci avviciniamo, ma cosa chiederemo?
Se ci offrono tè, se ci accolgono,
se sono nemici o amici,
non sono domande che si fanno.
Forse c’è una lingua comune a chi viaggia
e a chi sta fermo ma ha la testa
nel tempo e nella voglia
di spiare tra buchi di rovine
per vedere se c’è un cinema di là
una piazza, un biliardino, una giostra.
*
I tornei ci saranno e quegli sbuffi
di maniche bianche che sfiorano le spade,
orde di ungheresi col mio nome,
il buio che mangia calde pecore
o uomini luccicanti di armature.
Ho stima di quelli che per poco
un tempo si sfidavano a duello,
la pistola veloce o il coltello
all’alba nei prati fuori porta
fuori città, in periferie ghiacciate.
Chiedo all’unica che risponde a stretto giro,
quell’eco che dà le parole che concedo
se tra grate di ferro ed il cemento
i capannoni dismessi e gli steccati
c’è una piazza tonda, ancora un’arma
più morbida e sottile di una spada
e un testimone che sia disposto ancora
a guardare come peso la mia vita
con chicchi di riso per misura.

Mariagiorgia Ulbar è nata a Teramo nel 1981. Ha studiato germanistica e anglistica e insegna lingua straniera. Traduce dal tedesco e dall’inglese. Scrive per la rivista Hamelin.

Azzurra D’Agostino
Yari Bernasconi
Eleonora Pinzuti

15 Commenti

  1. Davvero gigantesca questa frase:
    “Saranno stati quei tempi diversi
    della nostra memoria a inchiodarci
    in due zone d’ombra lontane tra loro.”

  2. “e io da quelli degli asfalti esplosi”. molte cariche esplosive si stanno mettendo sotto l’asfalto della “lingua poetica” oggi, tante più quanto meno sembra. quanto meno si (auto)annunciano. e tante ancora da mettere. è che tra i poeti (e tanto più tra quelli che vorrebbero ma, beati loro, non possono) va di moda il disfattismo. e invece sarebbe ora di un cauto (e caustico) ottimismo in versi. non versacci, versi. e che il blues che evochi sia di funereo auspicio per i dilettanti senza diletto.

  3. C’è un’ispirazione originale in questi versi. E’ una forma di lirismo magico, un residuo di speranza in paesaggi dismessi. Sono molto curioso di leggere la raccolta. Bei versi.

  4. Grazie per la vostra lettura.
    Nella prima poesia è saltato il corsivo a “funeral blues”. Ricordavo Auden.

  5. L’oscurità che si avverte dietro la cantabilità (sempre tenuta a bada, controllata, sempre data sul verso senza strafare) è quello che mi interessa maggiormente. L’inquietudine che si viene a creare attraverso questo “impasto” mi sembra uno degli elementi forti di questi testi, insieme a quel demistificare i simboli che, quando riesce (Sventola una bandiera laggiù o forse/un paio di mutande bianche vecchie/che asciugano al vento di maggio), mi pare di grande rilevanza.

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franco buffonihttp://www.francobuffoni.it/
Franco Buffoni ha pubblicato raccolte di poesia per Guanda, Mondadori e Donzelli. Per Mondadori ha tradotto Poeti romantici inglesi (2005). L’ultimo suo romanzo è Zamel (Marcos y Marcos 2009). Sito personale: www.francobuffoni.it