Byron – Proiezioni

3 maggio 2012
Pubblicato da

di Franco Buffoni

Grazie alle sue impareggiabili doti di versificatore e di creatore di trame teatrali, Byron spesso si rivela solo agli “iniziati”. La tipologia ricorrente è quella dell’eroe byroniano, palese proiezione sulla scena del poeta stesso. Costui è sempre molto attraente e affascina la protagonista femminile; ma è scontroso, tanto da apparire misogino; tuttavia è anche capace di slanci di generosità e talvolta persino di gesti affettuosi. Questi comportamenti servono a confondere le acque, a increspare la possibilità di leggere la verità: che consiste nell’innamoramento dell’eroe per il coprotagonista maschile. Letti in questa ottica tanti capolavori byroniani svelano il loro segreto, da The Siege of Corinth a The Corsair e The Giaour. Nel Corsaro, per esempio, la triangolazione è quasi didattica. Medora è innamorata di Conrad, l’eroe byroniano, che però traccheggia e continua a non dichiararsi, facendo soffrire la povera fanciulla. Nel frattempo chi sa leggere si accorge immediatamente che Conrad è innamorato dell’aitante coprotagonista, il giovane marinaio Consalvo.
Byron, nella vita reale, metteva costantemente in atto questi comportamenti. Come a Malta, con Lady Constance Spencer, mentre il delizioso Nicolò Giraud, nel ruolo del coprotagonista, lo attendeva con il fedele servo Fletcher nell’ombra della “loro” casa. E nell’ultimo viaggio, quando abbandona la nave ammiraglia, lasciandola sotto il comando di Pietro Gamba, per dileguarsi con il giovane patriota greco Lukas Chalandritsanos verso Argostoli sul veloce e guizzante naviglio, Byron è Conrad e Lukas e è Consalvo. Qualcuno potrebbe persino spingersi a rilevare che Fletcher è ormai Medora…
Un espediente “teatrale” simile, consigliato a Byron da William Beckford, l’autore di Vathek, il poeta escogitò per risolvere la trama di Lara, un’intrigante storia d’amore gay ambientata in oriente, resa accettabile al pubblico inglese grazie alla “scoperta” finale che il paggio amato dal protagonista è in realtà una fanciulla. Un meccanismo già shakespeariano, che aprì poi la via al finale del Lupo della Steppa di Herman Hesse (con la creatura in smoking, che si rivela essere donna) e all’amabile gondoliere Zildo (che infine appare essere Zilda) nella narrazione di Frederick Rolfe-Baron Corvo. In sostanza un meccanicistico e disperato espediente cui molti autori omosessuali, da Gide a Mishima, ricorreranno fino alla metà del Novecento. Travestimenti, cammuffamenti, ipocrisie…

Sotto il segno dell’ipocrisia credo vada rubricata anche la vera storia di John William Polidori. Scriverà di lui il nipote Dante Gabriel Rossetti, figlio della sorella. La famiglia, come quella dei Rossetti, proveniva dall’Abruzzo: rifugiati politici in fuga dal regime borbonico. Incuriosito da questo zio suicida sette anni prima della sua nascita, in una lettera all’amico e poeta irlandese William Allingham del 21 marzo 1855, Rossetti annota: “Sul fatto che si trattasse di suicidio non vi sono dubbi, sebbene il verdetto dell’inchiesta sia stato di morte naturale; ma è una falsità in parte perdonabile, dovuta a compassione nei confronti del grande dolore di mio nonno (Gaetano Polidori) e al fatto che faceva parte dell’équipe medica incaricata di redigere il certificato di morte, anche un compagno di studi di mio zio”.
Gaetano Polidori dunque si sarebbe vergognato di avere un figlio morto suicida. Di che altro si vergognava Gaetano Polidori? In Inghilterra, nel 1821, un omosessuale sprovvisto delle doti di Byron, incapace come Polly Dolly di affrontare il matrimonio di facciata, poteva vedere nel suicidio l’unica liberazione possibile, quando ormai il suo nome era nella lista nera dei pettegolezzi e nei verbali della polizia municipale.
Continua Rossetti: “Indubbiamente la vanità era uno dei suoi lati deboli, e sarei propenso a credere che la sua mente fosse un poco instabile. Era il fratello preferito di mia madre…”. Anche qui siamo nel cliché più consolidato: il fratellino preferito, tenero e appassionato, che ogni tanto improvvisamente si incupisce, come se ombre oscure ne offuscassero la mente. C’è bisogno di ricorrere a Foucault per affermare che il povero Polly Dolly semplicemente non poteva svelare alla sorella la reale causa delle sue angosce? Perché dell’unspeakable vice, letteralmente, non si poteva parlare. A una sorella. E tanto meno a un amoroso padre.
Conclude Rossetti: “In Medwin, Moore, Leigh Hunt e altrove, ho letto allusioni a lui, che si soffermano soltanto sui suoi difetti”. Anche se nessuno dei tre autori citati si azzarda a dire semplicemente la verità. Per quella “verità” mancavano ancora le parole.

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